Giro della Lunigiana 2025: parte da Genova e si decide in salita

31.07.2025
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Il Giro della Lunigiana numero 49 toglie il velo ed è pronto a stupire. La corsa a tappe che si snoda tra Toscana e Liguria, dedicata alla categoria juniores, è uno dei passaggi più ambiti per i campioni del futuro. Ormai il format organizzativo è ben rodato, quattro giorni, cinque tappe e tante salite, alcune che hanno fatto la storia di questa corsa. 

La grande novità riguarda la partenza, infatti la prima tappa prenderà il via dal centro di Genova, da Piazza de Ferrari. 

«Abbiamo voluto coinvolgere Genova – ci spiega Alessandro Colò, uno degli organizzatori del Giro della Lunigiana – in quanto la Liguria è Regione Europea dello Sport 2025. Questa edizione della Corsa dei Futuri Campioni vedrà al via ben 12 Rappresentative europee e quella giapponese che torna dopo vent’anni, e quale migliore occasione per celebrare la Liguria portando un evento di calibro internazionale».

Il Giro della Lunigiana ha parlato spesso francese nelle ultime edizioni, qui Leo Bisiaux vincitore nel 2023
Il Giro della Lunigiana ha parlato spesso francese nelle ultime edizioni, qui Leo Bisiaux vincitore nel 2023

La voce della Liguria

Come spesso accade negli ultimi anni il Giro della Lunigiana sconfina nella vicina Liguria, felice di aprire le porte a un evento ormai entrato nel cuore degli appassionati e capace di valorizzare un territorio sempre più vicino alla bicicletta. 

«Il Giro della Lunigiana – ha detto Simona Ferro, Assessore allo sport di Regione Liguria – rappresenta da anni un’eccellenza dello sport giovanile a livello internazionale, un autentico laboratorio di talenti under 18 che unisce competizione e passione, valorizzando al tempo stesso il territorio in cui si svolge. Siamo particolarmente orgogliosi che quest’anno la tappa d’apertura parta da Genova, in un 2025 che ci vede Regione Europea dello Sport: un’occasione simbolica e concreta per promuovere lo sport come leva educativa, turistica, culturale e di inclusione sociale. Manifestazioni come questa non portano solo ciclismo di alto livello, ma anche valori, consapevolezza e opportunità di crescita per tutta la comunità».

La prima tappa, come lo scorso anno, è studiata per far emergere subito i corridori più forti (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)
La prima tappa, come lo scorso anno, è studiata per far emergere subito i corridori più forti (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)

A cavallo tra due Regioni

Si parte quindi giovedì 4 settembre con la Genova-Chiavari. A seguire, il giorno successivo si rimarrà sempre in Liguria, avvicinandosi sensibilmente alla Toscana con la seconda tappa: Luni-Vezzano Ligure.

Quella di sabato sarà la giornata dedicata alle due semi tappe, al mattino una chance per i velocisti con la Equi Terme-Marina di Massa. Mentre il pomeriggio spazio agli attaccanti con la Pontremoli-Fivizzano. La frazione conclusiva anche quest’anno terminerà a Terre di Luni dopo 100 chilometri che vedranno il gruppo partire da La Spezia per poi passare dal Parco Nazionale delle Cinque Terre. 

Due giorni, tanta salita

Il 49° Giro della Lunigiana partirà con il botto, nelle prime due tappe sono previsti ben otto GPM in totale (tre nella prima e cinque nella seconda). I corridori più forti avranno modo di testare le gambe dei rivali già dai primi chilometri.

«Si parte subito con una tappa impegnativa con tre GPM – spiega Alessandro Colò – così come fatto lo scorso anno quando Lorenzo Finn e Paul Seixas dimostrarono subito di essere i più forti. Ci aspettiamo uno svolgimento simile. La prima salita, quella di Monte Fasce, arriverà appena usciti da Genova. Una breve discesa porterà il gruppo a imboccare il Passo della Scoffera, salita simbolo della Milano-Rapallo. Da lì una lunga discesa fino ai piedi della salita di Bocco, 3,5 chilometri all’8 per cento che saranno un bel trampolino per provare a fare subito la differenza».

«Il secondo giorno – prosegue Colò – vedremo la corsa tornare su una salita che è stata affrontata tante volte dal Giro della Lunigiana, quella di Vezzano Ligure. Questa volta sarà sede di arrivo di una frazione davvero impegnativa con cinque GPM. Dopo aver scalato Ortonovo e Montemarcello il gruppo si dirigerà verso Vezzano Ligure per una tripla scalata di 3,5 chilometri al 7 per cento medio. La strada è tortuosa e stretta, si apre a diversi colpi di mano».

Velocisti e attaccanti

Le ruote veloci, se saranno capaci di resistere a queste prime tappe, avranno la loro occasione nella prima delle due frazioni che si correranno nella giornata di sabato. 

«Le due semi tappe – prosegue Alessandro Colò – sono divise in maniera uguale, con 50 chilometri a testa. La prima delle due partirà da Equi Terme, nel comune di Fivizzano, dove è appena stata restaurata l’intera sede delle terme. La partenza del Giro della Lunigiana servirà a mostrare questa opera di ristrutturazione».

«Sul traguardo di Marina di Massa la volata sarà praticamente assicurata, le velocità saranno altissime e la strada ampia garantirà uno sprint di gruppo. Diverso sarà lo scenario nel pomeriggio. Dopo qualche anno il Lunigiana tornerà a Pontremoli per la partenza della seconda semitappa. L’arrivo di Fivizzano, invece, è lo stesso sul quale hanno vinto Jarno Widar, Lenny Martinez e Paul Magnier. Uno strappo di 2 chilometri al 5 per cento di pendenza media».

Sullo strappo di Fivizzano hanno vinto corridori importanti, l’ultimo in ordine cronologico è Jarno Widar
Sullo strappo di Fivizzano hanno vinto corridori importanti, l’ultimo in ordine cronologico è Jarno Widar

La resa dei conti

«L’ultima tappa partirà da La Spezia – conclude Alessandro Colò – esattamente dallo stadio dello Spezia Calcio, il Picco. Il gruppo uscirà in direzione Volastra e prenderà la Strada Provinciale 51 e attraverserà il Parco Nazionale delle Cinque Terre. Una frazione dal profilo mosso fin dai primi chilometri che dopo un primo passaggio sotto al traguardo di Terre di Luni scalerà la salita di Fosdinovo. Un’ascesa di 8 chilometri con pendenze, nell’ultimo chilometro, che arrivano anche al 18 per cento. Si scollinerà abbastanza lontani dal traguardo ma la discesa tecnica renderà difficile il rientro». 

«Una quinta tappa così potrà fare grandi danni nella classifica generale, non tutti i corridori sono abituati a correre cinque tappe in quattro giorni». 

L’appuntamento è per giovedì 4 settembre a Genova per scoprire chi erediterà il trofeo della Corsa dei Futuri Campioni, sarà ancora un atleta francese a trionfare? O dopo due secondi posti di fila con Lorenzo Finn sarà finalmente il turno di un corridore italiano?

Davvero è stato un Tour brutto? Dibattito aperto con Moser

31.07.2025
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Moreno Moser non è mai banale quando commenta e analizza il ciclismo. Né al microfono di Eurosport, né sulle proprie pagine social. Al termine del Tour de France, in modo quasi provocatorio, ma con la naturalezza che lo contraddistingue e che lui stesso ci tiene a sottolineare, Moser aveva lanciato una sorta di sondaggio dicendo che questa ultima Grande Boucle era stata brutta.

Il dibattito si è acceso subito. Anche perché, di fatto, era già in essere. Diciamoci la verità. E’ stato come vedere un film con due tempi decisamente diversi tra loro. Imprevedibile e scoppiettante nel primo, molto razionale e prevedibile nel secondo. Sulle Alpi l’attesa dello scontro fra Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar è rimasta sospesa. Come un urlo strozzato in gola. E neanche Tadej ha fatto una delle sue imprese da leccarsi i baffi. Di fatto, il Tour de France è finito a Peyragudes, tappa numero 13.

Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio durante una diretta del Tour (immagine da Instagram)
Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio durante una diretta del Tour (immagine da Instagram)
Quindi, Moreno, ci è piaciuto questo Tour: sì o no?

In diretta su Eurosport, io e “Greg” (Luca Gregorio, ndr) l’abbiamo detto per tutta la prima settimana: «Godiamoci queste tappe, perché vedrete che alla fine saranno le più belle». E infatti poi è successo quello che ci si aspettava: che comunque questo dominio annullasse la suspence. La classifica di questo Tour de France potevano anche non farla. La paragono un po’ a una serie TV: episodi bellissimi, ma senza una vera trama. Tipo: The Big Bang Theory!

Come facciamo a capire se siamo soddisfatti?

Più che altro, per capire se siamo soddisfatti, dobbiamo chiederci cosa vogliamo da un Grande Giro. Perché ci sono state tante bellissime tappe, ma vissute come se fossero delle corse di un giorno. E sono state veramente tante. Fino a Carcassonne sono state entusiasmanti. Anche quella di Parigi è stata bellissima. Però viste come piccole classiche, una dopo l’altra. Mentre la classifica generale, come dire, se non ci fosse stata, non sarebbe cambiato molto.

Abbiamo visto i migliori corridori del mondo, ma la classifica era scritta. Al Giro d’Italia c’era meno qualità, ma più incertezza. E’ questo il punto?

Esatto, il Giro d’Italia a me è piaciuto molto di più, perché in un Grande Giro la prima cosa è la lotta per la generale. Se me lo chiedi, io ti rispondo che in una corsa di tre settimane voglio vedere la battaglia per la classifica. E quindi, per me, il Giro è stato molto più bello del Tour dove questa battaglia non c’è stata.

Secondo Moser in un GT conta la classifica generale: in tal senso il Giro d’Italia è stato più coinvolgente, risolvendosi sull’ultima grande salita
Secondo Moser in un GT conta la classifica generale: in tal senso il Giro d’Italia è stato più coinvolgente, risolvendosi sull’ultima grande salita
Suoi tuoi social hai scritto e chiesto in un sondaggio se fosse stato un Tour brutto, ebbene: i follower come hanno reagito a questa provocazione?

Premesso che mi ero già esposto dicendo che era uno dei Tour più brutti degli ultimi anni, direi che l’80 per cento era d’accordo con me. Mi sono arrivati così tanti messaggi che non ho ancora finito di leggerli. Qualcuno però era in disaccordo. Ma attenzione: non ho detto che il ciclismo fa schifo. Ho detto che questo Tour non mi è piaciuto. Se dico che l’ultimo film di Nolan è meno bello del penultimo, non vuol dire che sputo sul cinema.

Chiaro…

A me dire che è sempre tutto bello perché si “deve” dire, non frega niente. Io non ascolterei mai chi fa il mio lavoro e ogni volta è obbligato a dire che è tutto meraviglioso. Perché poi, quando una cosa è davvero bella, perde valore. Io al Tour mi sono divertito su molte tappe, in quanto corse di giornata, ma non per altro. E non è nemmeno una critica strutturale al ciclismo: semplicemente in questo momento Pogacar è troppo forte per avere una vera battaglia. Non è colpa sua, né di chi perde. Anche la Visma-Lease a Bike è stata criticata ingiustamente.

E questo te lo stavamo per chiedere: cosa avrebbe potuto fare di diverso la Visma-Lease a Bike?

Ognuno ha la sua opinione. Secondo me, niente sarebbe cambiato se la Visma si fosse comportata in altro modo. Alla fine il loro lavoro lo hanno fatto, hanno provato a stancarlo e ci sono riusciti. Solo che per stancare lui, si sono distrutti pure loro. Io l’ho apprezzato tantissimo. E anche per questo mi sono preso parecchie critiche sui social.

Per Moreno la Visma-Lease a Bike non ha corso male
Per Moreno la Visma-Lease a Bike non ha corso male
Tipo?

Per esempio, nel giorno del Ventoux ho detto: «Secondo me oggi la vincitrice è stata la Visma». Perché l’azione era riuscita. Se Pogacar fosse stato in giornata no, l’avrebbero staccato. Ma così non è stato, anzi: gli ha dato altri 2″. E mi sono arrivati una valanga di insulti. Qualcuno diceva che Pogacar aveva comunque stabilito il record di scalata. Okay, ma era rimasto tutto il tempo a ruota di Vingegaard. Per me quel record è del danese, in un certo senso.

Secondo te, paradossalmente, è mancato un po’ anche Pogacar?

L’ho notato proprio dal giorno del Ventoux. Quel giorno non ha fatto un metro all’aria. Quando ha provato ad attaccare, Jonas lo ha chiuso subito. Se una settimana prima gli dà due minuti e poi non riesce a staccarlo… qualcosa è successo. Quel gap chi l’ha colmato? E’ Vingegaard che è cresciuto o Pogacar che è calato?

Può esserci anche una componente mentale per Pogacar? All’inizio Tadej aveva un avversario come Van Der Poel, poi un obiettivo concreto come staccare Vingegaard. Una volta raggiunti è calato l’entusiasmo. Non lo abbiamo mai visto pedalare male. Sembrava quasi più svogliato che affaticato…

E’ questo il vero dibattito, dibattito che ho notato a dire il vero si fa molto di più sui social e sui media stranieri. Qualcuno ha parlato perfino di burnout. E’ sembrato che Tadej fosse più conservativo del solito, già dall’inizio. Anche con “Greg” e Magrini nelle prime tappe lo notavamo: non era lo stesso Pogacar del Giro o del Tour dell’anno scorso, era meno sprecone. Io ho un’idea: in UAE Emirates forse sapevano di essere arrivati troppo in forma. Forse hanno voluto rallentare per non saltare per aria nell’ultima settimana. Forse Tadej non era proprio al 100 per cento nell’ultima settimana, ed effettivamente anche me è venuto da chiedermi se non lo fosse perché era venuta a mancargli un po’ di competizione, lui che è un “animale da corsa”.

A proposito di spettacolo, con Moser si è lambito anche il discorso delle tappe in volata, il cui futuro è sempre più in bilico
A proposito di spettacolo, con Moser si è lambito anche il discorso delle tappe in volata, il cui futuro è sempre più in bilico
E infatti poi a Parigi è sembrato un altro corridore…

Nelle corse di un giorno riesce a divertirsi di più, si vede che lo stimolano. Sulle grandi salite, da un po’ di tempo a questa parte, non c’è mai stato vero confronto con nessuno. Quando ha perso, è stato perché ha voluto strafare. Ripenso alla tappa di Le Lioran del 2024. A La Plagne fa lavorare la squadra, poi ci prova ma senza convinzione. Era in controllo, forse saliva in Z3! A Parigi ha detto che quando si è trovato nel vivo della corsa gli è tornata voglia di correre in bici… e quanto aveva da perdere. Perché è vero la neutralizzazione, ma la bici al traguardo la doveva portare. C’è servito un Van Aert formato Van Aert vecchio stile per riaccenderlo.

Uscendo dal dualismo Pogacar-Vingegaard, può essere che anche il tipo di salite super pedalabili abbia influito su eventuali attacchi e differenze?

A me il percorso del Tour è piaciuto molto. L’ho trovato studiato bene. Anche il numero delle tappe in volata, sempre più messe di in discussione, non sono state molte. Il problema, e torniamo sempre lì, è il contesto attuale: un corridore va troppo forte rispetto a tutti gli altri. Quindi per me non è una questione del tipo di salite. Perché anche se erano pedalabili, quando “quei due” aprivano il gas, il distacco sugli altri c’era. Poi sì, anche io a volte mi chiedo se sia un problema di percorso o se stiamo semplicemente vivendo un periodo storico anomalo.

Cioè?

Abbiamo un atleta, Pogacar, che è superiore a tutti (quasi sempre, pensiamo alle classiche, ndr). Ma non è sempre stato così. Questo dominio solitario non ha precedenti nella storia recente. Cambiare qualcosa adesso potrebbe rivelarsi inutile più avanti nel post-Pogacar. Voglio dire: tirare conclusioni in un momento in cui non c’è un vero trend stabile è un rischio. Ma attenzione, nulla contro Pogacar: io sono del partito “meglio che ci sia Tadej piuttosto che non ci sia”. Questo Tour è andato così, ma se pensiamo alla stagione nel suo complesso, molto meglio avere dei Pogacar che non averli.

Il meraviglioso Tour di Ben Healy, raccontato da Wegelius 

31.07.2025
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Questa primavera, al termine della stagione delle classiche, avevamo parlato con Charly Wegelius per capire assieme a lui dove potesse arrivare il suo corridore più battagliero ed estroso, Ben Healy. Non sono passati nemmeno tre mesi e l’irlandese ha conquistato il nono posto al Tour, una vittoria di tappa (un’altra sfiorata), ha indossato la maglia gialla e a Parigi ha vinto il premio di super combattivo.

Non male, per uno che alla partenza doveva puntare solo a dei traguardi parziali. Ora che i – meritatissimi – festeggiamenti sono passati abbiamo contattato di nuovo Wegelius per tirare le somme di questo straordinario Tour de France.  

Charly Wegelius, DS della EF Education-EasyPost, è da anni in questo gruppo, quando ancora era Cannondale
Charly Wegelius, DS della EF Education-EasyPost, è da anni in questo gruppo, quando ancora era Cannondale
Charly, un Tour oltre ogni aspettativa?

Le aspettative erano quelle, perché è giusto che siano sempre alte. Ma poi nel ciclismo sono più le volte in cui non raggiungi gli obiettivi che quando li raggiungi. Se prendi le 23 squadre che erano al via tutte avevano l’obiettivo di vincere una tappa, ma il problema è che le tappe disponibili sono solo 21… Se non sbaglio alla fine 14 squadre sono rimaste senza una vittoria. Quindi siamo molto soddisfatti, anche se poi si diventa rapidamente viziati, e l’unica cosa che poteva andare meglio era vincere sul Ventoux. Ma appunto, non è il caso di lamentarsi troppo.

Ad inizio maggio ci avevi detto che Healy avrebbe puntato a delle tappe e non alla classifica. Alla fine ha fatto questo e quello

Vista l’assenza di Richie (Carapaz, ndr) siamo partiti concentrati al 100 per cento sulle tappe. Poi Ben ha vinto la tappa con un distacco importante e si è trovato con la maglia gialla. Quando poi l’ha persa ci siamo accorti che c’erano delle scelte da fare. Se fosse rimasto troppo vicino in classifica non avrebbe più avuto  l’opportunità di muoversi per le tappe. Quindi abbiamo deciso che avrebbe fatto la cronoscalata piano, appunto per uscire di classifica.

Il corridore irlandese ha indossato la maglia gialla al termine della decima tappa, dopo una fuga eccezionale
Il corridore irlandese ha indossato la maglia gialla al termine della decima tappa, dopo una fuga eccezionale
Però poi non è andata esattamente così…

Perché Ben non ce l’ha fatta ad andare piano. Mentre pedalava si guardava in giro, si godeva il panorama e le montagne, ma aveva un gamba impressionante e quindi alla fine non ha perso tanto tempo. E il fatto è che al Tour anche se sei 12° o 13° è difficile che ti lascino libertà, perché lì conta ogni piazzamento. Nonostante tutto abbiamo gestito bene la situazione e poi è riuscito a muoversi come voleva.

Quella maglia gialla, così inaspettata, cos’ha voluto dire per la squadra? 

E’ sempre una gioia immensa, perché è il simbolo più potente che c’è nel ciclismo. Non voglio sottovalutare quello che ha fatto Carapaz a Torino (quando l’ecuadoregno ha indossato la gialla al termine della terza tappa, ndr), ma stavolta è stato diverso. L’ha presa dopo 10 giorni di gara e in un modo clamoroso, portando in giro i compagni di fuga per 40 chilometri, qualcosa di davvero straordinario. La nostra storia al Tour è una piccola storia, quella di una squadra che va contro il senso del ciclismo moderno che è sempre più robotico, iper calcolato. I commenti positivi della gente vanno in questa direzione, ci dicono che siamo una boccata d’aria, andiamo controcorrente, ci inventiamo delle cose. E questo smonta un po’ l’idea che in questo ciclismo non ci sia più spazio per qualcosa che definirei “artistico”.

Oltre alla tappa di Vire Normandie, Healy ha sfiorato la vittoria anche sul Mont Ventoux
Oltre alla tappa di Vire Normandie, Healy ha sfiorato la vittoria anche sul Mont Ventoux
Torniamo ad Healy. Cambia qualcosa nella testa di un corridore dopo un 9° posto al Tour?

Se Ben possa essere un corridore da classifica è una curiosità che sia che lui che noi abbiamo sempre avuto. L’idea era di sperimentare nelle gare più corte del WorldTour. In primavera volevamo provare ai Paesi Baschi e poi al Delfinato, ma entrambe le volte per diversi motivi ci sono stati dei problemi. Così ci siamo trovati direttamente al Tour. Però bisogna anche dire che occorre un po’ di precauzione, di realismo, perché un conto è essere costanti ogni giorno, un altro è entrare e uscire di classifica con le fughe. Io forse trovo un po’ trovo noioso stare tutto il Tour nella penombra, senza guizzi, a fare i calcoli per un piazzamento.

Infatti c’è il pericolo che se Healy pensasse solo alla classifica perderebbe quello spirito battagliero che lo fa amare tanto dai tifosi?

A livello sportivo e tecnico fare 6° o 7° è un risultato di assoluto valore, non c’è dubbio. Ma a livello di storia che si racconta, di una squadra o di un corridore, è la cosa più noiosa che ci sia. Anche gli addetti ai lavori dopo qualche tempo fanno fatica a ricordarsi chi è arrivato quarto. Penso che il ciclismo ci perda se la paura di essere sconfitti è più grande della voglia di provare a vincere. Il lusso che ho io è che il nostro capo vuole che ci proviamo sempre, anzi l’unica cosa che lo fa arrabbiare è se non ci tentiamo qualcosa. Anche allo sponsor non dispiace se poi perdiamo, l’importante è che facciamo di tutto per correre con cuore e con coraggio. Secondo me è questo è il bello del ciclismo.  

Grande soddisfazione fino alla fine, con il premio di super combattivo del Tour sul podio di Parigi
Grande soddisfazione fino alla fine, con il premio di super combattivo del Tour sul podio di Parigi
Quindi Ben rimane più un corridore da classiche secondo te?

Non lo vedo come una cosa o bianca o nera. Lui potrebbe puntare alla classifica, ma a modo suo. La realtà è che niente rimane mai fermo. Ha bisogno di essere stimolato, anche perché ogni mese e ogni anno diventa più marcato dagli altri e il suo modo di correre non può essere lo stesso. Noi vogliamo accompagnare Ben nella sua carriera, e non solo dirigerlo, cerchiamo di avere dei progetti che lo sfidino. Quindi magari sì, in futuro proverà a fare classifica, ma sempre a modo suo, senza impedirgli di essere quello che è.

Quali sono le prossime gare in cui lo vedremo, la Vuelta?

No, ora un po’ di riposo poi punterà al Mondiale e al Giro di Lombardia. Ora però ci godiamo questo momento, questo successo, e poi vedremo per il futuro. Che sarà comunque sempre all’attacco. 

Si riparla di Scaroni: nell’estremo Nord in cerca di vendette

31.07.2025
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Avevamo lasciato Christian Scaroni ancora ebbro di gioia per il successo di tappa al Giro d’Italia, ciliegina sulla torta di una prima parte di stagione che ha visto il bresciano sempre protagonista e fondamentale nella rincorsa del suo team, l’XDS Astana verso la salvezza nel WorldTour. Ma che cosa è successo da allora? E’ successo che il lombardo dopo un lungo periodo di assenza dalle gare è tornato a correre in Spagna, con tre classiche a fine luglio e ha ripreso esattamente come aveva lasciato: da protagonista.

In Spagna due podi per il bresciano. Qui è terzo alla Vuelta Castilla y Leon vinta da Etxeberria
In Spagna due podi per il bresciano. Qui è terzo alla Vuelta Castilla y Leon vinta da Etxeberria

Nel parlare con lui non si può non partire dalla grande giornata di San Valentino, che a mente fredda assume un sapore ancora più dolce rispetto alla stretta attualità: «Ho l’orgoglio di aver vinto una tappa al Giro che era un po’ l’obiettivo che mi ero prefissato a inizio stagione, non ne avevo fatto mistero che il mio lavoro era puntato su quel risultato. Io però sono rimasto il ragazzo che ero prima, con la stessa fame di vincere altre corse, con le stesse ambizioni. So però che una tappa al Giro resta un punto fermo in una carriera, che porterò sempre nel cuore, anche per come è arrivata insieme a Lorenzo Fortunato.

Cos’è successo dopo? Cosa hai fatto?

Dopo il Giro d’Italia avrei dovuto proseguire col programma facendo Gippingen, Appennino e il campionato italiano. Solo che dopo l’arrivo a Roma mi sono ammalato. O meglio già nella Capitale ero malato, come tantissimi corridori. Ho fatto subito un ciclo di antibiotici per provare a tornare competitivo nelle corse di giugno, tra cui anche il campionato italiano e ho ripreso a pedalare. Solo che dopo 5 giorni ho avuto una ricaduta e di conseguenza mi sono dovuto fermare completamente.

A Roma Scaroni aveva iniziato a sentirsi poco bene ed è stato costretto a fermarsi oltre 40 giorni
A Roma Scaroni aveva iniziato a sentirsi poco bene ed è stato costretto a fermarsi oltre 40 giorni
A che cosa pensi sia dovuto questo lungo stop? Sei rimasto fermo dalle gare oltre un mese e mezzo…

Io credo che molto abbia influito l’aver affrettato i tempi per arrivare ad una condizione buona per il Giro Italia dopo il mio infortunio di marzo, questo ha condizionato anche la mia salute. Pertanto insieme alla squadra abbiamo ritenuto fosse più utile ricaricare le batterie. Già da inizio luglio ero a Livigno per allenarmi in altura, per poi rientrare in queste tre corse di Spagna che erano un banco di prova per la seconda parte di stagione.

La cosa che colpisce molto è il fatto che sei uno dei corridori più costanti tra quelli del WorldTour, nel senso che dall’inizio stagione stai ottenendo sempre grandi risultati, non ci sono buchi nel corso della tua stagione…

Sì, questa sicuramente è una cosa che mi conforta, vuol dire che alla base c’è un lavoro fatto bene sia da parte mia che della squadra nella programmazione. Sono arrivato al Giro che non ero al massimo, ero lontano dalla condizione dei primi mesi, ma sono cresciuto nell’arco delle tre settimane. La costanza sicuramente nel ciclismo di oggi è fondamentale e premia il lavoro che viene fatto lontano dalle gare.

Scaroni insieme a Fortunato. La loro fuga vittoriosa alla corsa rosa ha lasciato il segno
Scaroni insieme a Fortunato. La loro fuga vittoriosa alla corsa rosa ha lasciato il segno
Tu nelle gare spagnole ti trovi particolarmente bene…

Sì, anche se nell’arco della mia carriera il caldo l’ho sempre un po’ sofferto, ma quest’anno ho fatto un bel lavoro cercando di adattarmi meglio. E quest’anno le prime tre corse, che erano un po’ più calde, sono riuscito a gestirle abbastanza bene. Comunque, a parte le corse in Spagna, anche in Francia non sono mai andato male, ho raccolto lì tre vittorie, quindi sì, la Spagna mi porta bene, ma anche la Francia. Speriamo di farci entrare anche l’Italia…

Resti in Spagna per le prossime corse?

Intanto sabato sono alla Clasica di San Sebastian, ma da lì ripartirò quasi subito, andrò a fare l’Arctic Race, con la quale ormai ho un conto aperto da due anni, da quel maledetto secondo del 2023. Mi piacerebbe chiudere quel cerchio, anche se troverò una squadra attrezzata come la Uno-X che corre in casa e porterà i pezzi migliori che ha. E poi anche Pidcock dovrebbe esserci. Ma io voglio provarci, e poi è una corsa fredda e come tutti sanno, a me piace correre al freddo.

Alla XDS Astana il clima è ora più sereno, grazie ai punti che tutti hanno portato. Qui Christian con Ulissi
Alla XDS Astana il clima è ora più sereno, grazie ai punti che tutti hanno portato. Qui Christian con Ulissi
Com’è l’atmosfera in squadra relativamente alla permanenza nel ranking del WorldTour?

Rispetto a inizio anno la situazione è più serena. Allora avevamo addosso la pressione del risultato, sembrava una missione quasi impossibile, ma la squadra ha programmato tutto per bene, abbiamo lavorato in maniera egregia e di conseguenza stiamo vedendo che bene o male tutti stanno rendendo.  Anche al Tour con Velasco, Ballerini. Siamo in tanti ad esserci distinti, di conseguenza è un’atmosfera molto serena. Ma la stagione è ancora lunga e come ci hanno detto ai piani alti della squadra, bisogna rimanere sul pezzo fino a ottobre.

Ballerini è convinto: «Al Tour ho capito che manca solo la vittoria»

31.07.2025
4 min
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La Grande Boucle, conclusa sull’inedito percorso di Montmartre, ha lasciato nelle gambe e nella testa di Davide Ballerini la consapevolezza di poter ambire a qualcosa di grande. Lo testimonia il fatto che tra una settimana correrà alle Arctic Race of Norway, che prenderà il via da Borkenes. I giorni dopo il Tour de France sono serviti per staccare un po’ a livello mentale, mentre le gambe girano ancora bene. Il momento va sfruttato, perché la consapevolezza e l’ambizione crescono. 

«Ci vorrà ancora qualche giorno per riprendermi totalmente dalle fatiche del Tour – dice Ballerini – sono ancora stanco. Più di testa, perché alla fine oggi sono uscito in bici per fare due orette tranquille e la condizione c’è. Lunedì sarà di nuovo tempo di chiudere le valigie e partire per la Norvegia, vediamo di sfruttare il momento positivo».

Wout Van Aert, Davide Ballerini e Tadej Pogacar sullo strappo di Montmartre, un assaggio di “classica” nella tappa finale del Tour

Dalla caduta agli Champs Elysées

Quel secondo posto di domenica sugli Champs Elysées ha lasciato un po’ di amaro in bocca all’atleta della XDS Astana, sensazione diventata più gradevole una volta raffreddati i pensieri e capito contro chi ci si è trovati contro. 

«La cosa migliore che porto a casa da questo Tour de France – prosegue – è la consapevolezza che se faccio tutto al meglio posso essere là insieme ai primi e giocarmi qualche gara. Anche perché la caduta durante la terza tappa mi ha fatto soffrire molto, ma la condizione c’era e questo mi ha aiutato a uscire dal momento difficile».

Il giorno dopo la caduta Ballerini presentava bendaggi evidenti ma ha saputo resistere e superare il momento difficile
Il giorno dopo la caduta Ballerini presentava bendaggi evidenti ma ha saputo resistere e superare il momento difficile
Il più difficile del tuo Tour?

Sicuramente, la mattina successiva alla caduta stavo davvero male. La vera risposta però l’ho avuta il giorno dopo, in quelle situazioni capisci subito se riuscirai a continuare o meno. Se quando sali in bici per andare al foglio firma senti dolori e acciacchi allora continuare diventa praticamente impossibile. Io appena sono salito in sella mi sono sentito relativamente bene, anche se devo dire che sono stato anche abbastanza fortunato.

In che senso?

Perché i giorni dopo non siamo andati davvero forte, le andature non sono state esagerate. Complice anche l’ottima condizione con la quale mi sono presentato al via da Lille. Arrivavo dalla caduta della Roubaix dove mi sono rotto lo scafoide, gli altri sono andati in altura mentre io avevo scelto di rimanere a casa per riuscire a fare tutta la riabilitazione necessaria. 

Nell’ultima settimana, riassorbite le botte, Ballerini ha provato a giocarsi la vittoria, qui a Valence dove ha chiuso quinto
Nell’ultima settimana, riassorbite le botte, Ballerini ha provato a giocarsi la vittoria, qui a Valence dove ha chiuso quinto
Cosa ti ha lasciato questo Tour?

Che non si deve mai mollare, prima o poi le gambe girano e lo faranno nel momento giusto. Ora ho visto che se mi preparo nel modo corretto posso andare forte, mi manca la vittoria e voglio raggiungerla. Nel ciclismo ne vince uno solo, quindi non è mai semplice.

Però a Parigi hai dimostrato di esserci…

Sì, per sensazioni mie e per l’entusiasmo del pubblico è stato il momento più bello. Sono consapevole che le forze in campo non erano esattamente pari, Pogacar non era al 100 per cento. Lui ha corso un Tour sempre davanti, tirato e al limite. Io ho avuto giorni nei quali mi sono staccato e ho preso il tutto con calma. Fare una, due o tre tappe in questo modo aiuta ad arrivare più freschi nel finale. Van Aert ha mostrato di essere superiore, non c’è nulla da dire. Ci ha lasciati lì con un’azione di forza impressionante. 

Nelle tappe di montagna ha potuto gestire lo sforzo e presentarsi in condizione all’ultima tappa di Parigi pronto a dare battaglia
Nelle tappe di montagna ha potuto gestire lo sforzo e presentarsi in condizione all’ultima tappa di Parigi pronto a dare battaglia
In generale cosa manca per agguantare la vittoria desiderata?

Non c’è un fattore da curare o qualcosa da fare in maniera differente. So che continuando a lavorare e preparandomi in questo modo la gamba c’è. Non si deve mai lasciare nulla al caso, prima o poi il momento arriva. 

Tutto pronto per il Tour de Pologne che si fa in 4 fino a metà agosto

30.07.2025
7 min
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Professionisti, ragazzini, amatori e donne. Quest’anno il LangTeam ha ben ponderato i suoi sforzi per offrire un certo tipo di intrattenimento agonistico in modo continuativo con diverse categorie. Il Tour de Pologne si fa in quattro nello spazio di undici giorni alzando ulteriormente sia l’impegno organizzativo che il livello partecipativo.

Nella gara maschile WorldTour, giunta alla 82a edizione, ci si batterà per succedere al trono di Jonas Vingegaard, vincitore uscente (su Ulissi e Kelderman). Si partirà il 4 agosto da Wroclaw (Breslavia) per concludersi il 10 con una cronometro nelle miniere di sale di Wieliczka. Dopo un giorno di relativo riposo, dal 12 al 14 agosto toccherà al terzo Tour de Pologne Women, tornato in calendario l’anno scorso dopo un’assenza di sette anni (anche se la prima volta si corse nel 2000), che quest’anno ha ottenuto la classificazione .1. Nel mezzo ci sarà spazio per una gara giovanile di tre giorni e una corsa amatoriale, entrambe diventate ormai delle “classiche” del panorama nazionale.

Prima di affrontare la trasferta polacca, abbiamo chiesto ad Agata Lang e John Lelangue, rispettivamente vicepresidente e general manager del LangTeam (nonché moglie e marito), un’introduzione di tutte le loro corse.

Da sinistra John Lelangue, Agata Lang e Czeslaw Lang, ovvero general manager, vicepresidente e presidente del Tour de Pologne (foto sito)
Da sinistra John Lelangue, Agata Lang e Czeslaw Lang, ovvero general manager, vicepresidente e presidente del Tour de Pologne (foto sito)
Agata Lang il vostro è un programma intenso. Rinfreschiamo la memoria partendo dalla gara dei più piccoli?

Il Tour de Pologne Junior è la tradizionale corsa dedicata ai ragazzini che vanno dagli 11 ai 14 anni e che è in calendario da tanto tempo. Correranno sugli ultimi chilometri delle prime tre frazioni dei pro’, vivendo lo spirito che c’è per i campioni, ricevendo lo stesso trofeo sullo stesso podio delle premiazioni del Tour de Pologne. Ci teniamo tanto a questa corsa. Mio padre Czeslaw l’ha corsa da giovane ed è intitolata alla memoria di mio nonno ex corridore, padre di mia madre Margherita.

Da questa gara passano praticamente tutti i talenti polacchi.

Per noi organizzatori è sempre motivo di grande orgoglio e soddisfazione. Pensate che l’anno scorso Norbert Banaszek (velocista ora al team continental ATT Investments, ndr) è salito sul podio finale per la prima volta vincendo la classifica del corridore più combattivo. Era emozionato perché si ricordava quando vinceva tutte le tappe del TdP Junior. Ci ha detto che aveva realizzato il suo sogno. Invece tra gli ultimi giovani che sono passati da noi, ve ne segnalo due in grande crescita che hanno centrato la top 10 alla Roubaix Junior di quest’anno. Sono Jan Michal Jackowiak, campione polacco in linea e a crono, e Mikolaj Legiec, un classe 2008 interessante (che ha vinto oggi il Trofee van Vlaanderen, ndr), entrambi del Cannibal-Victorious U19 Development Team.

Come si svolgerà la gara amatoriale?

Quella è in programma per sabato 9 agosto ed è forse l’appuntamento più importante per gli amatori polacchi. E’ molto simile ad una granfondo, misura 50 chilometri e prevede circa 3.000 partecipanti. Anche loro taglieranno il traguardo dei pro’ e quel giorno lo faranno nella tappa regina del Tour de Pologne con arrivo in salita a Bukowina Tatrzanska. Questa corsa è dedicata a Ryszard Szurkowski, un ex ciclista polacco degli anni ‘70.

Chiuderete le fatiche organizzative con la gara delle donne. Cosa puoi dirci?

Innanzitutto quest’anno abbiamo deciso di metterlo subito dopo gli uomini rispetto al 2024 in cui lo avevamo fatto a fine giugno. Il calendario femminile è sempre più fitto, ma abbiamo cercato di trovare la miglior soluzione sia per noi che per le atlete. Avendo alzato la classe della gara, potremo contare su sette formazioni WorldTour, quattro Professional, cinque Continental, due di club e due nazionali (Polonia e Danimarca, ndr). Vediamo come andrà, ma per il 2026 ci piacerebbe portare il Tour de Pologne Women alla classe ProSeries e successivamente puntare alla categoria WorldTour. Considerate che quest’anno avremo una importante copertura televisiva con due ore di diretta su Eurosport.

Sapete già chi sarà al via?

A parte Niewiadoma, avremo al via sia Skalniak-Sojka della Canyon//Sram zondacrypto che Wlodarczyk della UAE Team ADQ, che sono tra le migliori atlete polacche. Comunque sappiamo già di avere un’ottima lista di partenti che si contenderanno la vittoria finale. Le prime due tappe sono per velociste, mentre la terza ed ultima presenta un profilo mosso e sarà decisiva per la generale. Recentemente poi siamo molto contenti di aver stretto l’accordo con Alè che ci fornirà le maglie delle classifiche.

Nel 2024 Thibau Nys fu il grande protagonista conquistando tre tappe al Pologne
Nel 2024 Thibau Nys fu il grande protagonista conquistando tre tappe al Pologne
John Lelangue invece cosa ci racconta del Tour de Pologne maschile?

Abbiamo pensato al solito disegno equilibrato, adatto ad ogni tipologia di corridore. Lo abbiamo pensato soprattutto con la speranza di mantenere un po’ di suspence e lasciare aperta la gara fino all’ultimo giorno, dove c’è una crono non troppo lunga e con una partenza in salita. Ci saranno occasioni per tutti. I velocisti saranno chiamati in causa già nella tappa di apertura, poi forse ancora nella quarta. Invece ognuna delle altre quattro frazioni in linea possono influire sulla generale. Poi vanno considerati anche gli abbuoni intermedi, così come quelli del traguardo.

Dove si può decidere la gara?

Già alla seconda tappa con l’arrivo in salita a Karpacz si vedrà chi punta alla vittoria finale. In molti usciranno allo scoperto. Per me però il giorno successivo sarà quello più impegnativo. Il profilo di Walbrzych prevede 3.540 metri di dislivello in meno di 160 chilometri. Davanti arriveranno tutti i favoriti. Questa tappa fa il paio con la sesta. Al sabato ci saranno sei GPM di prima categoria e l’arrivo in quota a Bukowina Tatrzanska, dove vinse Evenepoel nel 2020 ipotecando il successo finale. In ogni caso non bisogna sottovalutare nemmeno la quinta tappa, quella che arriva a Zakopane, in cui Vingegaard trionfò nel 2019. Si va oltre i 200 chilometri e quasi a 3.000 metri di dislivello. Sembra fatta su misura per gli attaccanti, ma attenzione a qualche azione degli uomini di classifica.

A proposito di nomi, quali sono quelli principali?

L’ultima startlist, che andrà riconfermata come sempre all’ultimo istante, prevede corridori interessanti. Alcuni team vengono ben attrezzati per vincere. Penso alla Bahrain-Victorious che avrà Pello Bilbao, Haig e Tiberi. Oppure alla Ineos Grenadiers che schiererà Kwiatkowski, Jungels e Leonard o ancora la UAE Team Emirates-XRG che punta su Ayuso, Majka e McNulty. Ci sarà una bella concorrenza anche tra i velocisti. Kooij, Sam Bennett, Gaviria, Magnier, Zijlaard e Viviani sono solo alcuni che si daranno battaglia in volata. Poi tanti altri sparsi che mirano alla generale come Staune-Mittet, Ethan Hayter, Harper, Geoghegan-Hart o alle tappe come Busatto, Teuns, Cavagna o Hermans. So comunque che molti atleti arriveranno con un volo privato dopo aver corso la Clasica di San Sebastian questo sabato.

Cosa rappresenta il Tour de Pologne?

Credo che sia una corsa con una sua identità ben precisa. Non è una gara di preparazione alla Vuelta come dice qualcuno. Al Tour de Pologne si viene per vincere e fare punti. Poi certo, chi esce da qua con una condizione buona o in crescendo può ambire a fare bene anche in Spagna, così come le restanti gare. Possiamo dire sicuramente che in Polonia inizia la seconda parte di stagione. I corridori che vogliono sistemarla iniziando a fare risultato, da noi possono trovare il terreno giusto per impostare un bel finale.

Fenomeno Pogacar, (anche) grazie a eccellenze made in Italy

30.07.2025
4 min
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Pogacar, come si fa a non parlare di lui nel ciclismo attuale? Atleta fenomenale, questo è certo, ma cosa c’è alle sue spalle e cosa muove questo ragazzo di soli 26 anni? Nel mondo dello sport i fenomeni esistono e lo sono anche grazie ad una serie di persone, di staff e di aziende che si muovono nei dietro le quinte.

E alle spalle di Pogacar c’è anche tanto Made in Italy e non è un segreto. Colnago e DMT, Fizik e Pissei, ma anche un artigiano delle ruote che da molti anni è partner ufficiale di Enve per il Service Course, per lo sviluppo dei prodotti dedicati ai pro’. Enve affida l’assemblaggio proprio a Filippo Rinaldi e al suo staff di Pippowheels, dove tutti sono appassionati e pedalatori.

Filippo, come nasce la collaborazione con il team?

Attraverso la conoscenza ed i rapporti che abbiamo da anni con Colnago e dove è stato presentato tutto il progetto Enve dedicato al team. Per tutto quello che riguarda questa e altre collaborazioni non sono solo io, ma dietro le quinte ci sono una serie di competenze ed eccellenze, di fatto c’è lo staff dell’azienda Pippowheels.

Quale è il tuo ruolo e quello del tuo staff?

Soddisfare le esigenze del team. Ogni esigenza e richiesta tecnica, nel più breve tempo possibile. Da Enve abbiamo carta bianca.

Riesci a quantificare l’impegno che viene richiesto?

Siamo costantemente in contatto con il team, con periodi più blandi e tranquilli che si alternano a momenti di grande pressione. Se dovessi quantificare l’impegno dell’azienda potrei dire che il 30 per cento del tempo è dedicato al team, ma abbiamo un vantaggio. E’ quello legato agli elevati standard qualitativi che adottiamo, approvati da Enve e dalla squadra. Significa apportare modifiche minime tra le ruote standard e quelle specifiche per la squadra. Tutte le ruote Enve che escono da Pippowheels rientrano nei parametri richiesti dalla UAE Emirates.

Puoi raccontare qualcosa in merito alle richieste del team?

Prendo ad esempio l’ultima versione delle ruote Pro usata al Tour. È un progetto partito al training camp invernale del 2024. Ha richiesto più di un anno di sviluppo ed un blend di soluzioni mai usate in precedenza, per ogni singolo componente, mozzi, raggi e tensioni, cerchio. Ha vinto il Tour e per noi è una soddisfazione immensa.

Ti confronti anche con i corridori, oppure fai riferimento esclusivamente al performance staff UAE Emirates-XRG?

Entrambi, ma il rapporto è diretto con lo staff dei meccanici, soprattutto con Alberto Chiesa e con il performance staff. Con gli atleti c’è un confronto durante i training camp.

E’ la prima volta che sei coinvolto in questo modo in un progetto tecnico?

Non è la prima volta. Pippowheels collabora con i team pro’ e con importanti aziende da sempre, ma è la prima volta che è stato instaurato un progetto così profondo e duraturo.

Viezzi: le prime esperienze alla Alpecin con in testa il ciclocross

30.07.2025
4 min
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L’arrivo di Stefano Viezzi nel team Alpecin-Deceuninck Development ha portato una ventata di curiosità. E’ il terzo italiano a passare dalla formazione di sviluppo, gli altri prima di lui sono stati Conci e Vergallito ma per motivi differenti. Viezzi, invece, è arrivato nel team di Mathieu Van Der Poel portando con sé le stigmate del campione. Il titolo iridato juniores nel ciclocross conquistato a inizio 2024 ha catturato l’interesse dello staff della Alpecin-Deceuninck e così il friulano classe 2006 è passato under 23.

Il focus è il ciclocross, lo si è visto durante l’inverno scorso quando Stefano Viezzi ha spinto forte mettendo insieme ventitré giorni di corsa nei quali ha collezionato esperienze importanti sia tra gli under 23 che con gli elite. 

Stefano Viezzi ha fatto il suo esordio con la Alpecin-Deceuninck Development nella stagione del cross a inizio 2025
Stefano Viezzi ha fatto il suo esordio con la Alpecin-Deceuninck Development nella stagione del cross a inizio 2025

Fango, classiche e montagne

Per il friulano alto 190 centimetri e dal peso di 73 chilogrammi l’esordio su strada non si è fatto di certo attendere. Anche se, su asfalto, i passi sono stati importanti ma fatti con estrema calma. Da aprile, con esordio alla Paris-Roubaix Espoirs, a fine luglio i giorni di gara sono stati appena dodici. Dopo essere passato da gare più adatte a lui, come le Classiche, Viezzi si è messo alla prova in corse ben più lontane dalle sue caratteristiche. L’ultima in ordine cronologico è stato il Giro Ciclistico della Valle d’Aosta

«Non sono così male in salita – dice scherzando quando gli chiediamo cosa ci facesse tra le vette della Valle d’Aosta – poi chiaro non punto a vincere. L’obiettivo era imparare a correre anche su percorsi meno adatti alle mie qualità e dare una mano ai miei compagni».

Il friulano si è tolto già qualche soddisfazione sul fango conquistando il tricolore under 23
Il friulano si è tolto già qualche soddisfazione sul fango conquistando il tricolore under 23
Fino ad ora hai corso poco su strada, una scelta presa con il team?

Sì. Quest’anno punteremo molto sulla stagione del ciclocross, poi vedremo come andrà però l’idea è di arrivare pronti. 

Com’è stato il primo impatto con la categoria under 23, partendo proprio dall’esordio nel cross?

È stato difficile, anche perché devo riprendermi ancora dall’infortunio. Però poi a fine stagione penso di aver fatto vedere qualcosa di buono, sono contento anche perché sono arrivato al livello che mi sarei aspettato a inizio anno. Ho conquistato due bei piazzamenti in coppa del mondo, compreso un terzo posto a Hoogerheide. Anche il mondiale under 23 non è andato male, diciamo che sono riuscito a entrare in forma nell’ultimo mese di gare. 

L’esordio su strada è avvenuto nelle Classiche U23, prima la Roubaix (in foto), poi Liegi e Gent
L’esordio su strada è avvenuto nelle Classiche U23, prima la Roubaix (in foto), poi Liegi e Gent
Su strada?

Dopo un periodo di stacco al termine delle prime gare su strada sono tornato ad allenarmi per questa seconda parte di stagione con l’obiettivo di aiutare la squadra. Insieme allo staff ci siamo concentrati sulle gare a tappe, siamo partiti a inizio luglio con una corsa in Polonia e poi il Giro della Valle d’Aosta. 

Come ti stai trovando con questo metodo di lavoro?

Le gare a tappe sono molto stancanti, tra una e l’altra inserisco un periodo di recupero di un mesetto più o meno nel quale mi alleno. In questa prima stagione mi sono concentrato tanto sugli allenamenti correndo di meno, credo sia una scelta giusta per adattarsi al meglio alla categoria. 

La seconda parte di stagione per Viezzi è costruita sulle gare a tappe, per crescere e mettere insieme giorni di corsa
La seconda parte di stagione per Viezzi è costruita sulle gare a tappe, per crescere e mettere insieme giorni di corsa
Il programma su strada ora cosa prevede?

Sicuramente correrò al Giro del Friuli, la corsa di casa, nella quale mi piacerebbe anche provare a vincere una tappa. 

La stagione del cross quando inizierà?

Ottobre. Faremo anche dei ritiri mirati per preparare al meglio la stagione del fuoristrada, ma su questo aspetto ci confronteremo una volta finite le gare su strada. 

Vestita di tricolore, De Laurentiis attende una chiamata

30.07.2025
5 min
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Una Ciccone in rosa? Probabilmente molti già l’hanno paragonata allo scalatore della Lidl-Trek, a cui Elena De Laurentiis (in apertura, foto Ossola) è accomunata dalla provenienza geografica abruzzese. Ma a questo punto, senza nulla togliere all’ex maglia a pois del Tour, la diciottenne di Guardiagrele (CH) meriterebbe di essere vista solamente per quel che è: uno dei riferimenti assoluti della categoria juniores, soprattutto ora che veste la maglia di campionessa d’Italia a cronometro.

Dopo essere finita terza lo scorso anno, De Laurentiis ha conquistato il titolo italiano a cronometro
Dopo essere finita terza lo scorso anno, De Laurentiis ha conquistato il titolo italiano a cronometro

Numeri un po’ sottovalutati…

Stupisce a questo punto che ancora non ci sia la fila di team alla sua porta, perché la De Laurentiis passerà di categoria il prossimo anno e il suo curriculum in questo biennio juniores è più che indicativo. Nel primo anno ha colto due vittorie mancando la Top 10 solamente due volte e cavandosela egregiamente anche in nazionale a europei e mondiali. Quest’anno vanta 15 giorni di gara con ben 4 vittorie e 7 podi: numeri da campionessa…

Elena comunque prosegue per la sua strada, senza pensare troppo alla scadenza di fine anno anche perché la sua vita non è fatta di solo ciclismo: «Studio al Liceo Scienze Umanistiche e mi dedico al ciclismo con passione, senza però perdere di vista tutto ciò che riguarda una ragazza appena maggiorenne. Il ciclismo ha sempre fatto parte della mia vita, sin da quando avevo 6 anni. Ho iniziato seguendo mio fratello, che corre anche lui. Con mio padre andavamo a vedere le sue gare ma a me a dir la verità non piaceva, poi ho detto che volevo provare anche io e non ho più smesso. Forse perché a me lo sport piace soprattutto farlo…».

L’abruzzese insieme a Roberto Capello, con cui ha condiviso la vittoria tricolore contro il tempo (fotobolgan)
L’abruzzese insieme a Roberto Capello, con cui ha condiviso la vittoria tricolore contro il tempo (fotobolgan)
Hai sempre corso su strada?

Sì, non sono passata attraverso la mountain bike anche se so che in Abruzzo è molto praticata. Ho invece fatto pista, soprattutto inseguimento individuale finendo terza per due volte ai campionati italiani da allieva. Ma ora sono una stradista al 100 per cento.

Dove ti alleni?

Nella mia zona in particolare, spingendomi fino in Val di Sangro. Posso godere di strade poco trafficate e di percorsi ideali per allenarsi soprattutto in salita. La particolarità è che ci sono pochi corridori agonisti, sono soprattutto gli amatori a percorrere queste strade.

Al suo secondo anno al Team Di Federico, dove ha colto 6 vittorie in totale
Al suo secondo anno al Team Di Federico, dove ha colto 6 vittorie in totale
E quante ragazze?

Sono la sola e non posso negare che questo inizialmente mi provocava un po’ d’imbarazzo perché spesso mi toccava sentire commenti del tipo «ma questo è uno sport per ragazzi…». Poi non ci ho fatto più caso, d’altronde ero anche abbastanza avvezza, prima di arrivare alle allieve 2° anno spesso gareggiavo contro i ragazzi e molti mi finivano dietro…

Ora poi hai indosso anche la maglia di campionessa d’Italia, almeno quando gareggi a cronometro…

Ci tenevo particolarmente dopo che lo scorso anno ero finita terza, sapevo che questa volta potevo centrare il bersaglio. Le cronometro mi piacciono molto e mi ci dedico con passione, già dallo scorso anno ho la bici specifica anche per gli allenamenti. E’ uno dei miei punti di forza.

Con le compagne di squadra al Trofeo Prealpi in Rosa, dov’è stata la migliore fra le juniores
Con le compagne di squadra al Trofeo Prealpi in Rosa, dov’è stata la migliore fra le juniores
Ma che tipo di ciclista pensi di essere?

Una passista-scalatrice, perché anche in salita tengo bene, anche su pendenze dure e poi mi piace molto correre all’attacco, prendendo l’iniziativa anche perché non ho un grande spunto veloce e quindi tendo a cercare di staccare tutte le avversarie e arrivare da sola. Molto mi aiutano le mie compagne del Team Di Federico, siamo un bel gruppo e mi dispiace molto che cambiando categoria dovrò lasciare il team.

Quindi potresti avere buone chance anche nelle corse a tappe…

Penso di sì, ma non posso dirlo con certezza avendo partecipato finora a poche prove simili. Devo dire che a maggio ho partecipato alle prove marchigiane, l’Internazionale Cycling Festival articolato in 3 giornate di gara finendo sempre sul podio e aggiudicandomi la classifica finale. Ho visto che ho un’ottima capacità di recupero, ma è chiaro che è un semplice test, serve molta più esperienza nel campo. Comunque ho visto che mi trovo bene.

De Laurentiis è già stata in azzurro lo scorso anno, quinta nel Team Relay europeo
De Laurentiis è già stata in azzurro lo scorso anno, quinta nel Team Relay europeo
Ti ispiri a qualcuna in particolare?

Non ho un vero e proprio modello, anche se devo dire che mi piace molto Elisa Longo Borghini, i suoi risultati mi esaltano e sono un esempio ma non solo per me. Credo che sia un’ispirazione per tutte noi che corriamo. Se potessi fare solo un decimo di quel che ha fatto…

E ora?

Ora spero di andare bene da qui alla fine dell’anno e di guadagnarmi la maglia azzurra per europei e mondiali. Magari con quel simbolo indosso e qualche risultato buono qualcuno potrebbe bussare alla mia porta…