Tour of the Alps 2026, Tommaso Dati, Team Ukyo, Innsbruck, vittoria

Tour of the Alps: la prima è di Dati che in volata stronca Pidcock

20.04.2026
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INNSBRUCK (Austria) – La prima tappa del Tour of the Alps porta la firma di Tommaso Dati, che trova la sua seconda vittoria con il Team Ukyo e incorona un inizio di stagione davvero positivo per il toscano. La frazione odierna era quella meno esigente dal punto di vista altimetrico, una tappa che non avrebbe permesso agli scalatori di fare la differenza e per questo è stata di studio e attesa. Le formazioni WorldTour non hanno mai preso in mano la situazione in maniera concreta, nonostante la Ineos Grenadiers si sia messa per diversi chilometri in testa al gruppo per dettare l’andatura. 

Il ritmo imposto dagli uomini di Egan Bernal non è però irresistibile, infatti il gruppo rimane compatto e la corsa prosegue in maniera lineare fino agli ultimi chilometri. Quando il gruppo riassorbe anche l’ultima azione di giornata è Tommaso Dati ad emergere

Una volata studiata

La fuga del mattino, che ha portato l’austriaco Zangerle a rimanere da solo al comando fino a meno di dieci chilometri dall’arrivo, ha caratterizzato la giornata. Quando il corridore della Vorarlberg è stato poi ripreso si è mosso Thymen Arensman, dando un senso al grande lavoro dei suoi compagni di squadra. L’olandese ha preso il largo con un’azione da cronoman, riassorbita proprio negli ultimi duecento metri

«La volata – racconta Tommaso Dati – l’abbiamo costruita in cima all’ultimo strappetto di giornata, quando di chilometri all’arrivo ne mancavano poco meno di cinque. E’ stato uno sprint piuttosto veloce, con vento alle spalle che ci ha dato molta velocità. Eravamo tutti in fila, con i team WorldTour davanti a preparare i vari lead out, mentre noi del Team Ukyo abbiamo giocato le nostre carte grazie a un grande lavoro di Iacomoni. Ho preso Arensman come riferimento e ho lanciato la volata in testa, quando negli ultimi metri ho visto di avere un buon vantaggio ho realizzato di aver vinto. In quel momento non avevo capito di essermi messo alle spalle Tom Pidcock (uno dei favoriti di giornata, ndr). Diciamo che fa un certo effetto».

Il salto internazionale

All’inizio della sua seconda stagione da elite Tommaso Dati aveva detto di aver scelto il Team Ukyo per fare un passo in avanti a livello internazionale. Quella di oggi a Innsbruck è la seconda vittoria tra i professionisti per il toscano, che dopo il successo alla Settimana Internazionale Coppi e Bartali trova la vittoria anche al Tour of the Alps

«Non posso dire che me lo aspettassi», spiega Tommaso Dati, che domani indosserà anche la maglia verde di leader della classifica generale. «Tuttavia questo inverno mi sono allenato molto bene, ho fatto i vari test e sapevo che i valori c’erano. Sicuramente trasportarli in gara è tutta un’altra cosa, però ci siamo riusciti e ne sono molto felice. Dal canto mio ero sicuro di quanto fatto e di essere pronto, credo che un aspetto importante sia anche la tranquillità che il team è in grado di darci. Magari come formazione continental abbiamo meno pressione, ma comunque arriviamo alle corse con la voglia di fare del nostro meglio e provare a vincere».

Tour of the Alps 2026, Tommaso Dati, Team Ukyo, Innsbruck, vittoria
Per il Team Ukyo è la terza vittoria stagionale, tutte conquistate tra i professionisti
Tour of the Alps 2026, Tommaso Dati, Team Ukyo, Innsbruck, vittoria
Per il Team Ukyo è la terza vittoria stagionale, tutte conquistate tra i professionisti

La sicurezza necessaria

Lo scorso anno era stato stagista con il team Cofidis. Dopo l’esperienza con la formazione francese il cammino di Dati è ripartito dal Team Ukyo insieme ad Alberto Volpi e Manuele Boaro. La formazione continental giapponese negli anni ci ha fatto vedere che il lavoro e la programmazione valgono anche in un contesto differente dal WorldTour. E in un ciclismo sempre più esigente nei confronti dei giovani atleti la vittoria di Dati e il lavoro del Team Ukyo ci ricordano che ogni corridore vive e affronta momenti differenti

«Dopo lo stage in Cofidis – dice ancora Dati – mi sarei aspettato una conferma, anche perché ero arrivato a fare lo stagista in un team WorldTour (poi retrocesso professional alla fine del triennio 2023-2025, ndr). Però non tocca a me decidere e ho preso questa scelta molto serenamente. Probabilmente mi ha fatto scattare la voglia di far vedere che a questo livello, il professionismo, ci posso stare».

«Le due vittorie ottenute quest’anno – prosegue – mi hanno dato la sensazione che posso essere competitivo con i più grandi. Magari questo è un gradino necessario per la mia crescita. Il sogno è di arrivare nel World Tour, e per il futuro ho sogni ancora più grandi che spero di realizzare». 

Tommaso Dati e il Team Ukyo domani partiranno da Tolfes con la maglia di leader, simbolo che probabilmente cederanno al termine di una frazione che farà emergere finalmente gli scalatori. Una cosa è certa, la formazione giapponese e Dati hanno sfruttato al massimo la loro occasione.

Pello Bilbao vicino ai saluti, con un carico di saggezza

Pello Bilbao vicino ai saluti, con un carico di saggezza

20.04.2026
6 min
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Pello Bilbao ha annunciato che questa è la sua ultima stagione agonistica. E possiamo già dire che la sua assenza si farà sentire perché lo spagnolo fa parte di quella ristretta cerchia di corridori con un alto peso specifico, in ogni corsa che interpreta. Si è visto anche ieri, all’Amstel dove è rimasto sempre nel gruppo dei migliori chiudendo alla fine 15°. Bilbao è uno che non si tira mai indietro: dopo le Ardenne andrà in altura per preparare il suo ultimo Tour, palcoscenico ideale come ultimo Grande Giro della sua carriera.

Ogni corsa adesso ha un sapore speciale per l’iberico della Bahrain Victorious: «Sto vivendo un anno molto particolare. Per fortuna, ho potuto decidere quando concludere la mia carriera, il che è già un grande traguardo. Ci ho riflettuto, ne ho parlato con la famiglia e gli amici e lo scorso fine settimana, alla mia gara di casa, l’ho annunciato. E’ un anno speciale per me, perché è unico. Avere quest’anno per dire addio al ciclismo, ai miei compagni di squadra e a tutte le gare più importanti del calendario, sapendo che è l’ultima volta, è un piacere».

Pello Bilbao all'Amstel di ieri, dov'è rimasto sempre nel gruppo dei primi
Pello Bilbao all’Amstel di ieri, dov’è rimasto sempre nel gruppo dei primi
Pello Bilbao all'Amstel di ieri, dov'è rimasto sempre nel gruppo dei primi
Pello Bilbao all’Amstel di ieri, dov’è rimasto sempre nel gruppo dei primi
Sei sempre stato a metà tra essere un leader e il luogotenente nelle tue squadre. Credi che avresti potuto vincere di più se fossi sempre stato il capitano?

Beh, probabilmente avrei potuto guadagnare di più, ma non mi è mai interessato particolarmente. Non ho mai avuto bisogno di assumere un ruolo di leadership. Credo che quando mi è stato chiesto di guidare il team, sia stato perché in quel dato frangente ero la scelta migliore per il team e quando le mie idee e le esigenze del team coincidono, quello è il momento perfetto per assumermi la responsabilità senza alcuna pressione.

Spiegati meglio…

Mi piace guidare quando il team e tutti i miei colleghi sono convinti che io sia la scelta migliore in quella situazione. Accetto questo ruolo senza alcuna pressione, sapendo che tutti hanno ben chiara la situazione. Non mi dispiace assumermi questa responsabilità, ma non mi piace nemmeno pretenderla o essere un leader sulla carta ma non in strada.

L'iberico è stato oggetto di molta attenzione dei media dopo il suo annuncio di ritiro a fine stagione
L’iberico è stato oggetto di molta attenzione dei media dopo il suo annuncio di ritiro a fine stagione
L'iberico è stato oggetto di molta attenzione dei media dopo il suo annuncio di ritiro a fine stagione
L’iberico è stato oggetto di molta attenzione dei media dopo il suo annuncio di ritiro a fine stagione
Tra il Giro d’Italia e il Tour de France hai concluso cinque volte nella top 10. Pensi che questi risultati siano considerati sufficientemente nel ciclismo di oggi?

I tifosi più esperti, quelli che capiscono meglio il ciclismo o che sono stati ciclisti, possano apprezzarli. Capiscono quali difficoltà comporti. Le squadre di oggi, a causa del sistema a punti, apprezzano la visibilità che si ottiene avendo un leader tra i primi dieci per tutta la gara, lo status che questo conferisce. Perché non è la stessa cosa di non avere nessuno nella classifica generale. Una top 10 ti dà una posizione più avanzata in macchina, ti dà anche un certo status nella gerarchia della squadra quando si tratta di organizzare il gruppo. Il pubblico in generale non dimentica facilmente chi raggiunge regolarmente le prime posizioni, e nemmeno noi ciclisti lo facciamo.

Qual è, secondo te, il giorno più bello della tua carriera?

Vincere al Tour de France non si dimentica, perché è qualcosa che ti distingue dal resto del gruppo. E’ un sogno che ogni ciclista insegue. Pensi: «beh, un giorno potrei farcela in una buona fuga, anche se non sono il più forte. Posso raggiungere quell’obiettivo». Vincere una grande corsa, una classifica di un grande giro è qualcosa alla portata di pochissimi, ma una vittoria di tappa al Tour si può sognare. Tra l’altro ero già arrivato secondo diverse volte e si ha sempre quella sensazione di «Non voglio ritirarmi dal ciclismo senza aver mai provato la gioia di vincere al Tour de France». Una gioia dal sapore particolare, dolceamaro.

In questa stagione Bilbao ha confermato di essere sempre nel vivo delle corse. Qui alla Clasica di Jaen, chiusa al 6° posto
In questa stagione Bilbao ha confermato di essere sempre nel vivo delle corse. Qui alla Clasica di Jaen, chiusa al 6° posto
In questa stagione Bilbao ha confermato di essere sempre nel vivo delle corse. Qui alla Clasica di Jaen, chiusa al 6° posto
In questa stagione Bilbao ha confermato di essere sempre nel vivo delle corse. Qui alla Clasica di Jaen, chiusa al 6° posto
Perché?

In squadra c’era un’atmosfera cupa, erano passate poche settimane dalla tragica scomparsa di Gino Mader. Per tutti noi è stata una gara molto emozionante, abbiamo corso con quella passione che spesso serve per ottenere grandi risultati. Non fu una vittoria solo mia.

Come è cambiato il ciclismo da quando hai iniziato la tua carriera da professionista?

Radicalmente, nei primi anni era piuttosto condizionato dal correre in modo più efficiente, cercando di risparmiare energie perché in quegli anni non c’era molta conoscenza dell’alimentazione. Pensavamo che la chiave per la performance fosse essere il più efficienti possibile e riservare quante più riserve di glicogeno possibile per lo sforzo finale. A quei tempi, molti allenamenti venivano svolti con carichi di carboidrati molto bassi, e l’idea era di abituare il corpo a funzionare con livelli di energia molto bassi. Oggi è esattamente l’opposto.

In che misura?

Abbiamo una maggiore disponibilità di energia. E’ praticamente impossibile vedere un corridore avere un calo di energia o arrivare in ipoglicemia. Ma chi riesce a ingerire maggiori quantità e ad allenare il proprio sistema digestivo per avere la massima energia possibile durante la corsa? Da qui scaturisce uno stile di gara molto più aggressivo, più spettacolare e avvincente, con attacchi sempre più lontani e una velocità media aumentata.

Rispetto a quando eri bambino, il ciclismo in Spagna attrae ancora ciclisti e giovani?

Direi di sì. Nelle generazioni precedenti alla mia era l’epoca in cui Indurain trionfava al Tour de France e c’è stato un enorme boom del ciclismo tra i giovani. Da quando ero juniores fino ad oggi, nei Paesi Baschi, in termini di organizzazione di gare, scuole di ciclismo e simili, direi che la situazione è rimasta piuttosto buona, sicuramente più che nel resto della Spagna dove ha perso un po’ di slancio. Siamo sempre stati fortunati ad avere i nostri modelli di riferimento nella categoria principale, corridori che si sono sempre distinti nelle gare più importanti e questo incoraggia molti giovani a cercare di emulare i loro modelli di riferimento.

Bilbao è arrivato al WT nel 2011, 3 anni all'Euskaltel, alla Caja Rural, all'Astana e dal 2020 è alla Bahrain
Bilbao è arrivato al WT nel 2011, 3 anni all’Euskaltel, alla Caja Rural, all’Astana e dal 2020 è alla Bahrain
Bilbao è arrivato al WT nel 2011, 3 anni all'Euskaltel, alla Caja Rural, all'Astana e dal 2020 è alla Bahrain
Bilbao è arrivato al WT nel 2011, 3 anni all’Euskaltel, alla Caja Rural, all’Astana e dal 2020 è alla Bahrain
Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione?

Non guardo ai traguardi. Il mio obiettivo è poter dire che finirò la mia carriera al vertice, poter dire di aver lottato duramente per la squadra fino all’ultimo giorno di gara, essendo al 100 per cento del mio potenziale. Vorrei continuare a essere un protagonista nelle gare a cui partecipo, divertirmi e contribuire con quanta più saggezza ed esperienza possibile al team. Se poi potessi vincere la mia ultima gara per salutare nel miglior modo possibile, sarebbe perfetto…

O Gran Camino 2026, As Neves - Monte Trega, Alessandro Pinarello

EDITORIALE / La vittoria di Pinarello e le curve necessarie

20.04.2026
4 min
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Tutte le volte che con qualcuno del suo entourage si finisce a parlare di Alessandro Pinarello e in parte anche di Giulio Pellizzari, il finale è costantemente lo stesso: dobbiamo ammettere di esserci sbagliati. Il riferimento è probabilmente a un editoriale di quattro anni fa, in cui commentammo con Pavanello, il suo diesse di allora, la modalità con cui Pinarello venne fatto passare al professionismo (ricorrendo a una residenza estera): il fatto che lo stesse facendo senza correre fra gli under 23 era secondario.

Alla guida del gruppo giovani della Bardiani era stato posto Mirko Rossato, padovano con grande esperienza fra gli U23
Alla guida del gruppo giovani della Bardiani era stato posto Mirko Rossato, padovano con grande esperienza fra gli U23

L’idea di Reverberi

Il progetto giovani della Bardiani che ha portato Alessandro al professionismo a 19 anni si è rivelato un’ottima idea, purtroppo vanificata dall’UCI con il divieto per gli atleti già professionisti di partecipare alle internazionali U23 e alle gare titolate.

La percentuale degli atleti arrivati ad avere una carriera stabile è in linea con la media italiana: in più quei ragazzi hanno corso a metà fra gli U23 e metà fra i pro’, come nelle migliori continental, mettendo insieme una preziosa esperienza. Se quel progetto un limite ha avuto è stato per coloro che non sono riusciti a sfondare e non hanno trovato posto in squadre U23 da cui ripartire.

Lo stesso problema che dopo gli juniores hanno coloro che si trasferiscono nei devo team: se alla fine dei due anni non approdano nel WorldTour, difficilmente trovano lo spazio e gli stimoli per ripartire da un gradino più basso. Ad ora il conteggio parla complessivamente di una quindicina di atleti.

Nel 2024, Pinarello ha potuto correre il Tour de l’Avenir, che da quest’anno sarà aperto solo a devo team e nazionali U23 senza professionisti (foto DirectVelo)
Nel 2024, Pinarello ha potuto correre il Tour de l’Avenir, che da quest’anno sarà aperto solo a devo team e nazionali U23 senza professionisti (foto DirectVelo)

La residenza all’estero

Quello che accadde nel 2022 fu che per aggirare la normativa italiana (secondo la quale il corridore prima di passare professionista avrebbe dovuto correre per almeno tre anni in categorie internazionali), a Pinarello e ad altri fu chiesto di prendere la residenza all’estero. In questo modo sarebbero potuti passare professionisti.

Il fatto che Alessandro stia iniziando a ottenere i risultati che merita (che aveva dimostrato di valere negli juniores e anche in precedenza) ci riempie ovviamente di gioia per lui e per il ciclismo italiano che sta cercando dei nuovi punti di riferimento. Ma siamo anche certi che si sarebbe risparmiato volentieri le tensioni precedenti e subito successive al suo passaggio.

Quanto alla necessità di ammettere di esserci sbagliati, nessuno ha mai detto una parola contro l’atleta (che resta il centro del discorso), mentre continuiamo a pensare che aggirare le regole non sia il giusto modo per cambiare la situazione. Pinarello a questo livello ci sarebbe arrivato certamente anche facendo un anno da U23: non crediamo che Reverberi lo avrebbe apprezzato di meno e lo stesso il suo NSN Cycling Team.

La controprova? Un nome su tutti: Alberto Bruttomesso (veneto, coetaneo e suo compagno alla Borgo Molino) è arrivato al WorldTour dopo due anni in continental. Va sicuramente riconosciuto, questo sì, che i quattro anni di professionismo alla Bardiani sono serviti a Pinarello per arrivare nel WorldTour probabilmente con un bagaglio migliore.

Pinarello e Bruttomesso hanno corso insieme nella Borgo Molino e hanno seguito strade diverse fino al WorldTour
Pinarello e Bruttomesso hanno corso insieme nella Borgo Molino e hanno seguito strade diverse fino al WorldTour

Le norme da riscrivere

Si può dire che l’esperienza di Pinarello e Pellizzari sia stata il precedente necessario per riscrivere la norma? Probabilmente sì, come l’esperienza di Van Gils è servita per indebolire i contratti e renderli meno vincolanti. 

Quello che non condividiamo tuttavia è non aver lavorato con anticipo per far riscrivere la norma, usando piuttosto dei ragazzini per forzare la mano e modificare infine regolamenti che erano certamente contro la norma e supportati da esigenze tecniche che gli ultimi anni hanno ampiamente superato. Si sarebbe dovuto ragionare su questo.

Nel documento della FCI in cui si stabiliscono i criteri per l’eleggibilità allo status di corridore professionista, c’è oggi la necessità di aver ricevuto una proposta di contratto; aver gareggiato con continuità nei due anni precedenti nelle categorie agonistiche disciplinate dalla FCI e dall’UCI; aver maturato nei due anni precedenti un punteggio minimo di almeno 40 punti (30 per chi ha corso in una continental). Aver svolto i due anni da junior è ora sufficiente e nessuno è più costretto a cambiare residenza, se non per pagare meno tasse.

Amstel Gold Race 2026, Margo Frigo

L’Olanda di Frigo, tra sogno, avventura e un (piccolo) rimpianto

20.04.2026
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Si può arrivare decimi nell’Amstel Gold Race senza aver mai provato a vincerla. Oppure si può fare come Marco Frigo, che prima di arrivare decimo, è stato in fuga per tutto il giorno, facendo in modo che tutti si accorgessero di lui. Il veneto dello NSN Cycling Team è stato l’ultimo dei primi fuggitivi ad arrendersi ed è stato lui ad animare la fuga, che è nata a 247 chilometri dall’arrivo, facendo la selezione e arrivando in testa fino ai 32 chilometri dall’arrivo, quando Evenepoel, Skjelmose e Gregoire lo hanno staccato approfittando della loro maggiore freschezza.

«Lo sapete che quando prendo una fuga – commenta sorridendo – non è mai per caso e mi faccio notare. Al via da Maastricht, una fuga come questa era assolutamente una via da seguire ed è venuta fuori bellissima, siamo andati lontano».

Frigo è entrato di buon mattino nella fuga dei nove partita a 247 km dall'arrivo
Frigo è entrato di buon mattino nella fuga dei nove partita a 247 chilometri dall’arrivo
Frigo è entrato di buon mattino nella fuga dei nove partita a 247 chilometri dall'arrivo
Frigo è entrato di buon mattino nella fuga dei nove partita a 247 km dall’arrivo

Lontano dal gruppo

Il fatto è che a Frigo, debuttante nell’Amstel, non piace stare intruppato a limare, soprattutto quando i percorsi sono nervosi e nevrotici come quello olandese: ottimamente descritto alla vigilia da Diego Ulissi. Perciò Marco ha scelto la compagnia giusta e ha preferito anticipare le manovre del gruppo.

«E’ una gara dura per tutti – spiega Frigo, che non vince dal Tour of the Alps del 2025 – che non si presta a tanti tatticismi. Si sa che queste fughe vengono riprese, non è come nei Grandi Giri dove c’è la possibilità di arrivare. In una corsa così, è il gruppo che comanda. Però non si poteva andare troppo piano ed è stato per questo che sul primo Cauberg ho accelerato per scremare il gruppo. In nove magari non tutti tirano allo stesso modo e si rischiava di essere ripresi presto, ma quando siamo rimasti in tre, l’andatura è cambiata e siamo andati lontano».

Alla fine a Frigo è stato riconosciuto il premio di corridore più combattivo dell'Amstel Gold Race
Alla fine a Frigo è stato riconosciuto il premio di corridore più combattivo dell’Amstel Gold Race
Alla fine a Frigo è stato riconosciuto il premio di corridore più combattivo dell'Amstel Gold Race
Alla fine a Frigo è stato riconosciuto il premio di corridore più combattivo dell’Amstel Gold Race

Il ritmo dei migliori

In fuga si sa tutto di quel che accade alle spalle, per cui quando si è ritrovato davanti con Azparen e Artz, Frigo sapeva esattamente che sulla testa del gruppo la Visma Lease a Bike e poi la Red Bull-Bora stavano prendendo le misure per l’inseguimento. Marco è passato da solo sul Kruisberg e si è ritrovato da solo quando mancavano 43 chilometri all’arrivo, ripreso poi da Evenepoel, Skjelmose e Gregoire ai meno 36.

«Quando sono arrivati – spiega – la gamba era ancora buona, mi sono gestito per avere la forza di tenerli. Insomma, quando mi hanno preso non ero finito, anche se i primi tre avevano una gamba superiore e quando hanno deciso, se ne sono andati».

Mancavano 32 chilometri quando lo hanno staccato e un chilometro dopo su Frigo è arrivato il secondo gruppo inseguitore: a quel punto la sua decisione è stata impeccabile.

«Quando mi hanno preso – spiega – non ho tirato più e così sono riuscito ad arrivare al decimo posto. Ho qualche rimpianto per il finale. Alla fine, ho avuto una buona opportunità per ottenere un risultato migliore, ma non l’ho sfruttata al meglio. Ho lanciato lo sprint troppo presto ed è un errore da cui devo imparare. Tuttavia, credo che sia stata la strategia giusta per me: essere in testa fin dall’inizio e correre sfruttando i miei punti di forza. Sono certo che se fossi rimasto per tutto il giorno in gruppo, non avrei ottenuto questo risultato».

Lo scorso anno, ad aprile, Frigo vinse la tappa di San Candido al Tour of the Alps: aprile è un momento di ottima condizione
Lo scorso anno, ad aprile, Frigo vinse la tappa di San Candido al Tour of the Alps: aprile è un momento di ottima condizione

Tutto sulla Liegi

Forse delle tre classiche delle Ardenne, l’Amstel era la meno adatta ai mezzi di Frigo e lui ridendo dice che è vero e che hanno fatto in modo di renderla adatta.

«La condizione è buona – dice – sono venuto qui per supportare la squadra e fare il meglio possibile. Abbiamo rischiato, è andata bene e adesso abbiamo tutti un grande morale. Ora si tratta di recuperare per bene e concentrarsi sulla Liegi, che forse delle tre è la più adatta. Qui era difficile si potesse arrivare, ma correndo come ho fatto, ho potuto interpretare il finale pensando al podio. Il decimo posto è un bel risultato, vediamo ora di fare una bella corsa anche alla Liegi».

Amstel Gold Race 2026, Remco Evenepoel

L’Amstel di Evenepoel, un mix di tattica e potenza

19.04.2026
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Veniva dall’aver battuto Van Aert nella volata a due alla Freccia del Brabante, per questo l’anno scorso aver chiuso al terzo posto l’Amstel Gold Race dietro Skjelmose e Pogacar era sembrata a Evenepoel una sconfitta fastidiosa. Pensava proprio a quello sprint oggi nell’avvicinarsi alla volata della stessa corsa olandese, deciso più che mai a pareggiare i conti. Pogacar non era della partita, ma Skjelmose era nuovamente lì.

«Questa volata è stata davvero un ritorno alla scorsa stagione – ha raccontato – ma avevo più fiducia. Dalla seconda salita del Cauberg, ero sicuro di poter contare sul mio sprint. Gregoire si è staccato e sentivo che anche Skjelmose fosse al limite. Volevo portarmelo dietro perché c’era vento contrario, ma sapevo anche di poterlo battere in volata. Ho guardato i miei valori e ho fatto uno dei miei migliori sprint di sempre dopo una lunga corsa».

Sul podio dell'Amstel Gold Race, secondo dietro Evenepoel si è piazzato Skjelmose, mentre terzo è arrivato Cosnefroy
Sul podio dell’Amstel Gold Race, secondo dietro Evenepoel si è piazzato Skjelmose, mentre terzo è arrivato Cosnefroy
Sul podio dell'Amstel Gold Race, secondo dietro Evenepoel si è piazzato Skjelmose, mentre terzo è arrivato Cosnefroy
Sul podio dell’Amstel Gold Race, secondo dietro Evenepoel si è piazzato Skjelmose, mentre terzo è arrivato Cosnefroy

Un grande lavoro della Red Bull

Remco si è mosso da cacciatore di classiche, come quando ha vinto le due Liegi e prima di dedicarsi alla estentuante rincorsa del Tour. E se qualche segnale c’era stato della sua scarsa propensione del momento per le lunghe salite, la Vuelta Valenciana lo aveva visto in ottimo spolvero su quelle più corte, con la conferma dei muri del Fiandre chiuso al terzo posto.

«Questo vittoria significa molto – ha confermato Evenepoel – ho avuto un ottimo aprile con il Giro di Catalogna (5° a 2’13” da Vingegaard, ndr) e il Giro delle Fiandre, ma vincere è tutta un’altra cosa. Ho già detto che amo molto questa corsa. Tante salite brevi e impegnative. La selezione è iniziata più o meno nello stesso punto dell’anno scorso, ma avevo molta fiducia.

«Mi sentivo meglio e questo si è visto anche nello sprint. Sono anche molto orgoglioso di aver portato a casa la vittoria grazie al lavoro di squadra. Van Poppel e Tim Van Dijke hanno dovuto controllarla da soli nei primi chilometri, mentre gli altri mi hanno posizionato alla perfezione. Con la pioggia non è stato facile rimanere calmo, ma l’Amstel è una delle mie corse preferite e averla vinta alla seconda partecipazione è fantastico».

Skjelmose aveva vinto l'Amstel lo scorso anno, ma quest'anno sul Cauberg con Evenepoel  ha sentito di essere al limite
Skjelmose aveva vinto l’Amstel lo scorso anno, ma quest’anno sul Cauberg con Evenepoel ha sentito di essere al limite
Skjelmose aveva vinto l'Amstel lo scorso anno, ma quest'anno sul Cauberg con Evenepoel  ha sentito di essere al limite
Skjelmose aveva vinto l’Amstel lo scorso anno, ma quest’anno sul Cauberg con Evenepoel ha sentito di essere al limite

La resa di Skjelmose

Nonostante il secondo posto possa bruciare, soprattutto a un anno dalla vittoria, Mattias Skjelmose è apparso in perfetto equilibrio e niente affatto deluso.

«Sono contento. Voglio dire – ha spiegato il danese della Lidl-TrekRemco era sicuramente il più forte, come pure l’anno scorso. Solo che in quell’occasione sono stato fortunato (il riferimento è alle schermaglie fra Evenepoel e Pogacar, ndr) mentre quest’anno mi ha battuto con le gambe. Ero al limite e ho pensato che mi avrebbe staccato in salita. Ho dato il massimo, ma ero un po’ al limite, per cui ho cercato di fare lo sprint più breve possibile. Per me era chiaramente meglio così, ci ho provato, ma non c’è stato niente da fare.

«Fin da quando ero bambino e ancora oggi, le Classiche sono sempre state le gare che più mi piaceva guardare e credo che l’Amstel sia la cosa più vicina alla gara per me perfetta. Le continue curve, la salita, la discesa, le strade strette, gli ostacoli… Alla fine sei distrutto mentalmente. Ma percorrere queste strade e dover essere concentrato per tutto il tempo è una sensazione pazzesca. Sono stato felice di correrla nuovamente e aver rischiato di vincerla, è una delle corse preferite di tutto il calendario. Quest’anno sono arrivato secondo e l’anno scorso primo, spero di poter riconquistare il primo posto l’anno prossimo».

Dopo l'arrivo, Evenepoel ha trovato ad attenderlo sua moglie Oumi. L'Amstel è la prima grande vittoria da Parigi 2024
Dopo l’arrivo, Evenepoel ha trovato ad attenderlo sua moglie Oumi. L’Amstel è la prima grande vittoria da Parigi 2024
Dopo l'arrivo, Evenepoel ha trovato ad attenderlo sua moglie Oumi. L'Amstel è la prima grande vittoria da Parigi 2024
Dopo l’arrivo, Evenepoel ha trovato ad attenderlo sua moglie Oumi. L’Amstel è la prima grande vittoria da Parigi 2024

Freccia o Liegi?

Dopo l’arrivo Remco ha trovato ad attenderlo sua moglie Oumi, oltre a un mare di tifosi che hanno celebrato la sua vittoria. Il Cauberg è stato il solito stadio furente di tifo e passione e l’assolo del belga non si è fatto attendere.

«E’ stata sicuramente la vittoria più bella della stagione – ha concluso Evenepoel – ma ogni vittoria è bella. Forse si piazza appena sotto le Classiche Monumento, ma è molto in alto nella mia lista personale. Da domani analizzeremo questa prestazione e poi probabilmente decideremo se fare o no la Freccia Vallone. E’ nel programma, ma non è ancora confermata. Stiamo valutando come recuperare, ma mi sento bene, quindi spero di poterla correre. Prevedono bel tempo ed è sempre bello avere bel tempo alla Freccia Vallone, ma prima mi godrò questa vittoria».

La sensazione è che Remco stia scaldando i motori per la sfida con Pogacar e Seixas alla Liegi-Bastogne-Liegi. E se i suoi allenatori dovessero valutare che la Freccia Vallone potrebbe essere un pericoloso spreco di energie, siate pur certi che lo rivedremo soltanto per la partenza della Doyenne.

Lorenzo Mark Finn Official Fan Club

Lorenzo Mark Finn Official Fan Club: storie che si intrecciano

19.04.2026
4 min
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Sulle strade delle due prove internazionali under 23 vinte da Lorenzo Mark Finn, oltre alla maglia iridata, si è fatto spazio tra la gente anche un gruppo di persone con addosso una maglietta che ritrae il giovane ligure. E’ il suo fan club ufficiale, il Lorenzo Mark Finn Official Fan Club. Trombette, striscioni, cappellini e tutto quello che occorre per fare il tifo lungo i percorsi e sulle salite. Perché è lì che il campione del mondo under 23 della Red Bull-BORA-hansgrohe fa la differenza: quando la strada sale

Alle spalle del Lorenzo Mark Finn Official Fan Club ci sono coloro che hanno visto crescere e correre il ligure fin dalle prime pedalate. Amici di famiglia e anche la madre: Chiara Iperti, che inizialmente non voleva farne parte, ma alla fine è entrata per tenere le comunicazioni e avere un occhio vigile su tutto. E anche perché al cuore non si comanda. 

«Il fautore di tutto – ci racconta proprio Chiara Iperti alla partenza del Palio del Recioto – è Matteo Bertoni, un mio collega all’Ansaldo a Genova. Appassionato di ciclismo da sempre, è anche venuto a Zurigo il giorno in cui Lorenzo è diventato campione del mondo juniores. Ufficialmente il Lorenzo Mark Finn Official Fan Club è partito il 22 febbraio scorso e ad ogni gara vediamo aumentare il numero degli iscritti».

La sede nella pasticceria

Il Lorenzo Mark Finn Official Fan Club ha come sede la pasticceria Macera, un locale a Borzonasca, paesino dell’entroterra ligure, sulle colline a nord di Chiavari. 

«Abbiamo deciso di metterla come sede – ci racconta Ettore Macera, proprietario della pasticceria – perché è un punto di ritrovo per molti ciclisti della zona, tra l’altro proprio Lorenzo passa spesso da noi per una pausa o un caffè. Io l’ho conosciuto proprio perché si è fermato da noi qualche volta da ragazzino quando iniziava a fare le prime uscite da solo e veniva con gli amici».

Regole e iniziative

Come ogni Fan Club che si rispetti il Lorenzo Mark Finn Official Fan Club prevede una quota associativa, ma ancora più importante è il regolamento che c’è alla base. 

«Ci teniamo particolarmente – continua la madre Chiara Iperti – perché intanto c’è il nome di Lorenzo e questo ci porta a proteggere la sua immagine. Inoltre con la quota si pagano i gadget, in quanto è un’associazione senza scopo di lucro. Un domani, quando i numeri e gli iscritti ce lo permetteranno, vorremmo fare delle iniziative o degli eventi per raccogliere fondi per qualche associazione o charity. Tutto a nome di Lorenzo. 

«C’è anche un’etica dietro, infatti noi cinque membri fondatori (oltre alla madre ci sono anche Bruno Perfumo, Andrea Manitto, Ettore Macera e Matteo Bertoni, ndr) abbiamo voluto fare le cose nella maniera migliore». 

Lorenzo Mark Finn (foto Instagram)
La prima vittoria su strada di Lorenzo Finn, a Monsummano Terme (foto Instagram)
Lorenzo Mark Finn (foto Instagram)
La prima vittoria su strada di Lorenzo Finn, a Monsummano Terme (foto Instagram)

Il primo diesse

Tra i membri del Fan Club c’è anche Andrea Manitto, il primo diesse di Lorenzo Finn, che lo ha accolto dopo gli anni in mountain bike.

«Vederlo con questa maglietta (quella iridata, ndr) – racconta Manitto – è un sogno. Vedere arrivare questo ragazzo, piccolino, insegnarli a stare in bici e a muoversi è davvero un sogno, per qualunque diesse. Le cose belle di Lorenzo (Finn, ndr) sono la sua tranquillità e la disponibilità con i bambini, non dice mai di no. Non nega mai una foto a qualcuno.

«I primi passi Lorenzo li ha fatti alla Bici Camogli – prosegue – e faceva principalmente mountain bike ed era nella categoria esordienti. Poi l’anno successivo è venuto da noi al GS Levante per correre su strada ed è rimasto un anno perché poi la squadra ha chiuso.

«Ha fatto in tempo però a vincere la sua prima gara, a Monsummano Terme, in pianura. Vinse ma nell’esultare tenne una mano sul manubrio perché non si fidava a toglierle entrambe».

Si prosegue con storie e piccoli racconti di Lorenzo Finn, mentre il Palio del Recioto (poi vinto dallo stesso Finn) prosegue. Il Fan Club si allontana, alla ricerca del giusto spiazzo per dare supporto a Finn. A noi non resta che scrivere.

Lazzeretto, Nieri, giovani

A Lazzeretto il ciclismo dei ragazzi… come una volta

19.04.2026
6 min
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Perché alla fine tutto nasce dalle piccole cose. Anche se poi piccole non sono. Pensiamo alle gare dei ragazzi, in un paesino al centro della Toscana, e al sogno che prende corpo. Sogno, tenete a mente questa parola. Tutto ciò è accaduto domenica scorsa a Lazzeretto, appunto sulle colline pistoiesi e fiorentine.

Ed è avvenuto, in gran parte, ad opera di Daniele Nieri, direttore sportivo della Pinarello-Q36.5, ma per l’occasione organizzatore. L’evento è stato ribattezzato in modo genuino “Sagra del ciclismo” e si è tornati a gareggiare sullo storico circuito da 4.850 metri attorno a questo paesino fiorentino.

Lazzeretto, Nieri, giovani
La prova juniores è andata a Jacopo Vendramin su Davide Gileno e Matteo Verdirame
Lazzeretto, Nieri, giovani
La prova juniores è andata a Jacopo Vendramin su Davide Gileno e Matteo Verdirame

Un vero meeting

«C’erano circa oltre 550 ragazzi – racconta con passione Nieri – e domenica si sono radunate circa 3.000 persone, tra accompagnatori, ragazzi, genitori e tifosi paesani. Si è rifatta la corsa a Lazzeretto, come la prima edizione. Non abbiamo una data certa, ma è certamente tra il 1960 e il 1962: abbiamo chiesto anche ai più anziani del paese. Non sappiamo qual è la prima, ma sappiamo sicuramente che l’ultima edizione di questa storica corsa fu nel 2006 e la vinse Elia Favilli, che vestiva la maglia della Rimor».

Una tradizione forte, dicevamo, quella tra Lazzeretto e il ciclismo giovanile. Ed è stato bellissimo vedere che un ragazzo, perché Daniele Nieri è un ragazzo, l’abbia voluta riprendere dopo 20 anni.

«A Lazzeretto veniva fatto questo circuito tre, forse anche quattro, volte all’anno. Una volta c’erano tantissime gare e società. Poi col tempo entrambe sono calate e appunto si chiusero i battenti nel 2006. Io già organizzavo in zona una gara di under 23, la Medicea, poi non avendo più la squadra nel 2025 non feci nulla. Ma lo scorso giugno è morto mio nonno Mauro, che fu il primo organizzatore, e qualcosa è scattato. All’epoca si chiamava Coppa Agip. E sapete perché? Perché a quel tempo il negozio, prima di diventare di bici, vendeva le bombole del gas».

Lazzeretto, Nieri, giovani
Le prime gare degli anni ’60. A Lazzeretto si è tornati a vivere quell’atmosfera
Lazzeretto, Nieri, giovani
Le prime gare degli anni ’60. A Lazzeretto si è tornati a vivere quell’atmosfera

Un valore nel tempo

Negli anni la corsa di Lazzeretto assunse prestigio. Era un vero richiamo, specie per le ruote veloci o per quei passisti che sapevano fare bene le volate. E così negli albo d’oro iniziano a comparire ragazzi che poi si sono distinti, in pista o su strada.

Ancora Nieri: «Ricordo Roberto Ciampi, campione del mondo juniores. Pensate che lui era di Lazzeretto e fu realizzata un’edizione della corsa a fine stagione proprio su questo circuito per farlo gareggiare con la maglia di campione del mondo. Oppure Marcello Bartalini, campione olimpico nella 100 chilometri. Anche lui ha corso e vinto qui. E poi tanti altri nel corso degli anni che sono passati pro’».

Davvero siamo in una terra di forte tradizione. Da un lato delle colline Lazzeretto e Mastromarco, in cima San Baronto, e dall’altro lato Lamporecchio. San Baronto e Mastromarco: ecco che già vengono in mente Nibali e Visconti, tra l’altro presenti alla gara.
«Vero – annuisce Nieri – forte tradizione. Qui da noi quando si parla di “Triangolo delle Bermuda” si pensa proprio a Lazzeretto, Lamporecchio e San Baronto. Una bella fetta del ciclismo toscano». Ma si potrebbe dire una bella fetta del ciclismo nazionale.

Nibali e Visconti
“Uno di qua e uno di là”, Visconti e Nibali non potevano mancare. Anche se siciliani, sono figli ciclistici di queste terre
Nibali e Visconti
“Uno di qua e uno di là”, Visconti e Nibali non potevano mancare. Anche se siciliani sono figli ciclistici di queste terre

Perché i giovani?

Tradizione, passione, ma poi alla fine in questo mondo sempre più frenetico contano i fatti. E allora, domanda banale: quanto è importante fare questa attività giovanile, sostenerla nel concreto? Ricordiamo che hanno corso esordienti, allievi e juniores maschi, ed esordienti e allieve donne. Non poco.

«Quanto è importante? E’ fondamentale – dice Nieri – perché il bambino sogna in quel periodo della sua vita. Lo dico anche ai miei corridori professionisti. Quando sei esordiente o allievo sogni il Van der Poel, il Pogacar, il Van Aert della situazione. Sogni di arrivare lì. Se tu stai viaggiando in un sogno a quell’età e non c’è l’attività per farti sognare, non arriverai mai al professionismo. Poi il difficile è continuare a sognare quando sei pro’. Lo stress, il nervosismo, la pressione li mangiano e perdono la gioia di allenarsi, di fare sacrifici. Quei sacrifici che invece da esordiente o allievo facevi.

«Torni a casa da scuola, non mangi, vai ad allenarti, studi la sera dopo cena. Fai cose incredibili per correre da esordiente, allievo o juniores. E fai tutto questo per diventare pro’. Poi quando sei pro’ ti lamenti? Alla fine quando vedo i corridori nervosi, arrabbiati, gli dico: ragazzi, ma voi state vivendo il vostro sogno. Ora che siete nel sogno mollate o siete stressati? Godetevela».

Un concetto tanto semplice quanto reale, specie nel ciclismo di oggi sempre più al limite.

Lazzeretto, Nieri, giovani
Tra le donne allieve successo per Olivia Giovannetti, che ha vinto con un colpo da vera finisseuse nel finale
Lazzeretto, Nieri, giovani
Tra le donne allieve successo per Olivia Giovannetti, che ha vinto con un colpo da vera finisseuse nel finale

Allievi ancora genuini

E questo assunto porta anche a considerazioni più tecniche circa la kermesse di Lazzeretto di sette giorni fa. Come hanno approcciato le gare le varie categorie? Che differenze ha notato, in questo caso, il direttore sportivo Nieri?

«La vera differenza c’è stata con gli juniores – spiega Nieri – una categoria di alto livello ormai, internazionale in tutto e per tutto. E’ già una categoria spartiacque per tanti. In parecchi capiscono quello che faranno da grandi. E infatti ho visto una corsa più strutturata: gioco di squadra, un team che ha tirato anche se nella fuga aveva dentro un suo atleta, il quale però non dava garanzie allo sprint. Ho visto riunioni prima del via. E non a caso ha vinto Vendramin, che è uno dei velocisti più forti del momento».

«A me piace più di tutte la categoria allievi. Non a caso il Memorial, per ricordare tutte le persone di Lazzeretto che hanno fatto qualcosa per il ciclismo, mio nonno compreso, l’ho dedicato agli allievi. Vedi ragazzi ancora spensierati, ma che cominciano a muoversi in un certo modo. Vedi che sono grandicelli, ma vivono ancora il sogno, come dicevo. Cosa che tra gli juniores è sempre più difficile».

Lazzeretto, Nieri, giovani
Il team organizzativo della kermesse di Lazzeretto. Nieri (il più alto in maglia nera con gli occhiali in testa) è stato il motore di questo evento giovanile
Lazzeretto, Nieri, giovani
Il team organizzativo della kermesse di Lazzeretto. Nieri (il più alto in maglia nera con gli occhiali in testa) è stato il motore di questo evento giovanile

Notti insonni

Ma torniamo a discorsi più concreti. Fare attività giovanile è fondamentale, ma mandare in scena cinque gare in un weekend non è cosa da poco. Anche sul fronte logistico è un impegno di quelli tosti. Se si è frequentato il mondo delle corse si sa bene che non è facile gestire tutta questa gente. Dove far mangiare o anche solo parcheggiare tutte queste persone e questi mezzi?

«Vi dico questa. Ho la qualità o la fortuna, fate voi – ancora Nieri – che anche prima di una Sanremo, per dirne una dove c’è pressione e dove quest’anno avevamo Tom Pidcock che poteva far bene, io dormo. Sono tranquillo. Ebbene, l’ultima settimana prima di questa gara giovanile io non dormivo più! Avevo un’ansia grande che era il parcheggio. Quando Daniele Brozzini, il ragazzo che si occupa della segreteria, mi diceva: siamo a 500, siamo a 520, a 560… Io gli dicevo: voi siete contenti, ma io dormo sempre meno! Poi tutto è andato bene, anche sul fronte della sicurezza e delle strade chiuse. Per questo devo ringraziare, e ci tengo, Francesco Zingoni, direttore di corsa formidabile, Fabrizio Arzilli e Fabio Costagli, sempre direttori di corsa, e Giacomo Lamanna, presidente della società organizzatrice».

Pensate che impatto: 93 squadre, 560 ragazzi e accompagnatori in un paese di mille abitanti. All’inizio c’erano bocche storte, racconta Nieri. Le solite polemiche: ma chi è tutta questa gente, le strade chiuse… Poi il lunedì mattina c’era il sorriso sulle bocche di tutti e l’orgoglio dei paesani stessi.
«Come avveniva tanti anni fa, mi hanno raccontato i più anziani», ha degnamente concluso Daniele Nieri.

Dieci anni di Avenir: chi emerge non lo fa mai per caso…

Dieci anni di Avenir: chi emerge non lo fa mai per caso…

19.04.2026
5 min
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Il Tour de l’Avenir cambia e per la categoria U23 segna un’epoca. Perché un conto è, come sarà da quest’anno, una gara fra i vari devo team, una sorta di copia in piccolo del Tour de France, un altro la sfida fra nazionali, cosa che aveva qualcosa di epico. La storia della corsa a tappe francese (foto di apertura Getty Images) dice chiaramente che chi lo vince (o ci va vicino) è quasi sempre destinato a carriere luminose fra i pro’.

Non serve ripercorrere tutta la vita della corsa, basta analizzare gli ultimi 10 anni per comprovare la tesi. Sin dal 2016, quando l’Avenir incoronò il padrone di casa David Gaudu. Uno specialista puro delle corse a tappe, diventato presto leader della sua squadra Groupama, che su di lui ha investito tanto, arrivando al punto di prendere le sue parti quando la coesistenza con Arnaud Démare si è fatta insostenibile. Quello vinceva, e tanto, ma solo nelle volate, Gaudu poteva invece realizzare il sogno atteso dal 1985, riconquistare il Tour. Il problema è che siamo rimasti nel campo del “poteva”…

Gaudu fra Ravasi e Costa. E' il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu fra Ravasi e Costa. E’ il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu fra Ravasi e Costa. E' il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu nel 2016 è stato un atleta nel quale la Francia ha creduto molto (foto organizzatori)

Gaudu e un podio sfortunato

Un’edizione per certi versi sfortunata quella, chi ne è uscito sugli scudi non è riuscito poi a coronare i suoi sogni. Edward Ravasi, secondo, ha cercato a lungo spazi fra i pro’, fino a ritirarsi alla fine dello scorso anno. Peggio è andata all’americano Adrien Costa, terzo, vittima di un grave incidente in un’escursione in montagna nel 2018 costatagli l’amputazione della gamba destra.

2017 e 2018. Anni nei quali la vittoria al Tour è stata solo il prologo del successo più grande. Bernal, vincitore nel 2017, di Tour ne avrebbe potuti vincere ancora senza quel terribile incidente del gennaio 2022 dal quale si è miracolosamente ripreso a prezzo di enormi e lunghissimi sacrifici, non tornando ancora però il potente scalatore di prima.

Pogacar vincitore nel 2018. Già dall'anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall’anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall'anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall’anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica

La prima avvisaglia dell’imperatore

Il 2018 è l’anno di Tadej Pogacar, che prende da lì lo spunto per volare fra i pro’ e diventare il vincitutto che conosciamo. Ma sono anni anche amari considerando le parabole interrotte troppo presto di Bjorg Lambrecht, secondo dietro Bernal e di Gino Mader, terzo nell’anno dello sloveno, corridori che stavano lavorando per ripetersi anche fra i grandi.

Nel 2019 a spuntarla è il norvegese Tobias Foss, che fra i professionisti si è messo in evidenza più come grande interprete delle prove contro il tempo arrivando a conquistare la maglia iridata nel 2022 piuttosto che come specialista delle corse a tappe. Alle sue spalle finisce Giovanni Aleotti, che il suo spazio fra i pro’ se lo è trovato, ma che ancora oggi cerca la sua dimensione e identità militando in un team di spicco come la Red Bull-BORA-hansgrohe.

Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe

Johannessen e Uijtdebroeks, pronti al colpo

Saltato il 2020 per il Covid, è ancora la Norvegia a contrassegnare la storia dell’Avenir, vincendo nel 2021 con Tobias Halland Johannessen davanti allo spagnolo Carlos Rodriguez e al nostro Filippo Zana. Tre corridori che si sono poi distinti anche nella categoria maggiore, chi più chi meno, chi in un periodo e in una specialità e chi nell’altra. Ma Johannessen è l’uomo di maggior spicco, considerato un ottimo passista-scalatore già quinto al Tour dello scorso anno.

Il Tour deve ancora affrontarlo Cian Uijtdebroeks, vincitore nel 2023, ma delle sue qualità nessuno dubita, semmai il suo percorso fra i pro’ spesso interrotto da infortuni e problemi fisici gli ha finora impedito di confermare le tante aspettative su di lui. In quell’anno Uijtdebroeks interrompe il dominio norvegese, battendo Johannes Staute-Mittet, ma certo colpisce come il Paese dei fiordi sia sempre in grado di produrre talenti capaci soprattutto di eccellere quando la strada si rizza sotto le ruote.

Giulio Pellizzari svetta all'ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all’ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all'ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all’ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)

Italia sempre vicina al giallo, ma…

Come si vede, anche l’Italia ha avuto più presenze sul podio anche se la vittoria manca da oltre 50 anni, dal 1973 di Giovanbattista Baronchelli. Ci si è andati vicino nel 2023, con Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli autori di una corsa strepitosa, trovandosi però di fronte un inatteso messicano, quell’Isaac Del Toro che da lì avrebbe intrapreso la sua strepitosa crescita fino a diventare il delfino di Pogacar.

Siamo ormai alla contemporaneità, ma quello del 2024 è un anno che ancora ha il sapore delle grandi promesse tutte da realizzare. Certamente Joseph Blackmore, il vincitore, il talento lo ha già mostrato, quell’anno aveva portato a casa vittorie al Circuit des Ardenne e ai Tour di Rwanda e Taiwan, ma la sua crescita si è improvvisamente arrestata da problemi fisici dopo l’infortuno al ginocchio alla Liegi 2025 tanto che quest’anno non si è ancora visto ed esordirà ogg all’Amstel. Dietro sono finiti lo spagnolo Pablo Torres, che sta crescendo all’ombra di Pogacar e l’olandese Tijmen Graat, che invece è vicino a Vingegaard.

L'ultimo vincitore inm ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L’ultimo vincitore in ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L'ultimo vincitore inm ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L’ultimo vincitore in ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia

Chi sarà l’erede di Seixas?

Nell’edizione scorsa la vittoria è andata a Paul Seixas e del francese ormai si sa già tutto, comprese le grandi speranze che poggiano sulle sue spalle, ma quelli che gli hanno fatto compagnia sul podio non sono da meno: il belga Jarno Widar e il norvegese Jorgen Nordhagen hanno già dimostrato che non sono fra i pro’ come elementi da ultime file e sono pronti ad azzannare i grandi successi. Ora non resta che attendere la nuova edizione con un italiano in maglia iridata che punta a seguire le stesse orme, prima di salire nella massima serie. Finn lo scorso anno è stato quarto, ma aveva promesso di riprovarci, staremo a vedere.

Volta a Castello, Spagna, 2026, Patrick Pezzo Rosola

Patrick Pezzo Rosola, testa a testa con i più forti del mondo

18.04.2026
6 min
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Il vocione di Patrick Pezzo Rosola arriva dalla Spagna. A Segorbe, borgo medievale di novemila abitanti nell’area di Valencia, si è conclusa oggi la Volta a Castellò di Nations Cup Juniores, con la vittoria finale di Seff Van Kerckhove e la tappa al norvegese Flaterud. Il veronese è finito terzo di tappa e secondo nella classifica finale per 35 secondi.

Forse un po’ brucia, ma il belga è un osso duro, l’anno scorso ha vinto il Lunigiana ed essere al suo livello è un incentivo che porterà il giusto fuoco. La prossima settimana Pezzo Rosola è atteso all’internazionale di San Vendemiano e poi la primavera delle corse su strada prenderà veramente il largo.

«Oggi è andata bene – racconta Pezzo Rosola – sono contento del secondo posto perché non me lo aspettavo e comunque, per come ero messo con le gambe il primo giorno, sono molto migliorato. Sicuramente se fossi stato meglio, il primo giorno non mi sarei staccato. Oggi è stata dura perché c’era molto caldo, c’erano sui 25 e addirittura 29 gradi.

«C’erano due salite nel finale. Nella prima salita sono uscito a scollinare con il primo. Avendo l’idea della classifica, ho preso gli abbuoni sul GPM che mi hanno permesso di fare secondo. Poi al traguardo il norvegese è partito in fondo alla discesa ed ha anticipato, io ho fatto secondo di pochi centimetri nella volata alle sue spalle.

Sul podio della Volta Castello, il primo Van Kerkhove, poi Pezzo Rosola e Raul Lopez
Sul podio della Volta Castello, il primo Van Kerkhove, poi Pezzo Rosola e Raul Lopez (foto Volta a Castellò, come pure l’apertura)
Sul podio della Volta Castello, il primo Van Kerkhove, poi Pezzo Rosola e Raul Lopez
Sul podio della Volta Castello, il primo Van Kerkhove, poi Pezzo Rosola e Raul Lopez (foto Volta a Castellò, come pure l’apertura)

Primi segnali in Italia

La stagione su strada del veronese è iniziata con il passo giusto. Terminata quella del cross, la vittoria nella crono della Versilia ha dato un riscontro alle buone sensazioni e le vittorie successive della Colombera e nella Piccola Liegi delle Bregonze hanno confermato che il passo è giusto. La primavera e l’estate serviranno per raccogliere il meglio possibile, ma la sensazione poi confermata dalle sue parole è che il piatto forte verrà dopo. Il Giro della Lunigiana e a seguire il mondiale e gli europei sono bersagli che autorizzano i sogni più audaci.

«Dopo il cross – racconta Pezzo Rosola – ho staccato un po’, una settimana senza toccare la bici. Non tantissimo, ma quello di cui avevo bisogno. Mi fermerò nuovamente più avanti, farò le vacanze intorno a luglio, probabilmente un’altra settimana e poi inizierò a preparare il finale di stagione. Adesso comunque c’è un periodo bello intenso di internazionali, domenica c’è quella di San Vendemiano».

Prima gara su strada del 2026 e subito per Pezzo Rosola è arrivata la vittoria nella Cronometro della Versilia
Prima gara su strada del 2026 e subito per Pezzo Rosola è arrivata la vittoria nella Cronometro della Versilia (immagine xpix.it)
Prima gara su strada del 2026 e subito per Pezzo Rosola è arrivata la vittoria nella Cronometro della Versilia
Prima gara su strada del 2026 e subito per Pezzo Rosola è arrivata la vittoria nella Cronometro della Versilia (immagine xpix.it)

Piccola Liegi, grande asaggio

La vittoria della Piccola Liegi delle Bregonze è stata il manifesto di come quest’anno il Team Nordest Petrucci Assali Stefen giri bene attorno al suo leader. Negli juniores è tutto fuorché propedeutico assegnare ruoli definitivi, ma quando si ha in organico un atleta come Pezzo Rosola, capace di finalizzare il lavoro degli altri, ha molto senso metterlo nelle condizioni di farlo.

«La Piccola Liegi – racconta Pezzo Rosola – è una bella gara che avevo già fatto l’anno scorso, ma senza finirla. Questa volta invece è andata diversamente. La squadra ha lavorato bene, perché ci ha tenuto davanti per prendere le salite. Ci sono state delle fughe, però sono rimasto in gruppo perché sapevo che sulla salita finale si poteva fare la differenza. In effetti ci sono riuscito. Ho ripreso l’ultimo corridore rimasto in fuga, un messicano, e sono arrivato con lui al traguardo».

La vittoria della Piccola Liegi delle Bregonze è stato il viatico giusto per la convocazione in nazionale
La vittoria della Piccola Liegi delle Bregonze è stato il viatico giusto per la convocazione di Pezzo Rosola in nazionale (immagine xpix.it)
La vittoria della Piccola Liegi delle Bregonze è stato il viatico giusto per la convocazione in nazionale
La vittoria della Piccola Liegi delle Bregonze è stato il viatico giusto per la convocazione di Pezzo Rosola in nazionale (immagine xpix.it)

Gli step della crescita

Scalatore e cronoman, adatto per le corse di un giorno e con la curiosità per quelle a tappe. Il secondo anno da junior ha portato maggiore consapevolezza e una nuova solidità. La squadra ha iniziato a collaborare con la Ineos Cycling Academy di cui è vivaio e questo ha portato qualche attenzione in più sul piano della preparazione e dei materiali.

«Scalatore puro non direi – ragiona Pezzo Rosola – direi più passista scalatore. Non su salite lunghe, però, ma tengo bene su quelle medio lunghe. La crono invece è un esercizio che mi piace, la vittoria in Toscana non è stata solo la conseguenza del cross. L’anno scorso ci avevamo già lavorato e avevo già fatto dei risultati buoni, quindi sapevo come fare bene. Quest’anno abbiamo aumentato l’attenzione sui materiali e lavorato sul posizionamento e sono curioso di vedere come andrà al campionato italiano, che vorrei preparare bene.

«Diciamo che più cresco, più mi sento forte e vado forte. Non si tratta di aver cambiato la preparazione – ragiona Pezzo Rosola – forse abbiamo aumentato un po’ le ore, come è giusto che sia, però sto crescendo con calma, senza bruciare le tappe. Ho il mio preparatore, ma accanto a me c’è sempre mio fratello Kevin, soprattutto se ho qualche problema con l’alimentazione o con certi allenamenti. Lui è sempre pronto a consigliarmi o darmi una mano, perché di certo ha più esperienza di me».

Anche nella tappa di oggi, l corsa spagnola non ha disdegnato sterrati e salite (foto Volta a Castellò)
Anche nella tappa di oggi, la corsa spagnola non ha disdegnato sterrati e salite (foto Volta a Castellò)
Anche nella tappa di oggi, l corsa spagnola non ha disdegnato sterrati e salite (foto Volta a Castellò)
Anche nella tappa di oggi, la corsa spagnola non ha disdegnato sterrati e salite (foto Volta a Castellò)

Gli obiettivi di settembre

La convocazione in nazionale per la corsa spagnola segue la logica individuata da Salvoldi per formare le sue squadre in vista dei mondiali e degli europei. La Nations Cup è un traguardo di crescita e in questo percorso Pezzo Rosola sta facendo i giusti passi, dividendosi fra il cross e la strada che dice di trovare divertenti allo stesso modo. Nessuna voglia e neppure la necessità di fare una scelta, in attesa che la squadra dei prossimi anni fornisca indicazioni in un senso o nell’altro.

«La convocazione per questa gara – spiega – era prevista, però sapevo che se non avessi ottenuto dei risultati in gare con della salita, non sarei venuto. E’ stata una bella corsa. C’era Seff Van Kerckhove, che ha vinto il Lunigiana l’anno scorso e poi ha fatto terzo al mondiale crono. C’era Haugetun, che al Lunigiana ha vinto una tappa, quindi a livello mondiale mancando davvero pochi corridori, il livello è molto alto.

«Siamo partiti in due per fare classifica, ma non è questa la corsa in cui mi mettersi alla prova. Penso più al Giro della Lunigiana e alle corse di settembre, quello è il periodo che ho cerchiato di rosso. Non c’è un obiettivo in particolare, ma tutto quel che accade nel finale di stagione potrebbe esserlo. Non so ancora se ad agosto attueremo qualche strategia particolare per preparare il periodo, finora non ho fatto altura o cose diverse dal solito, mi sono sempre allenato a casa».

Il resto è un libro da scrivere prendendo da ogni giorno il meglio possibile. Patrick si sta avvicinando al ciclismo dei grandi con i suoi passi, a volte piccole e a volte grandi. Tornano alla mente le chiacchierate con suo padre Paolo, quando raccontava che tanto era motivato Kevin, il figlio più grande, per quanto fosse indeciso il piccolo, con la testa più sulla mountain bike che sulla strada, sul divertimento più che sulla fatica. Ora però le cose sono cambiate e Patrick si sta avviando ad avere una carriera da stradista avendolo maturato da sé e con i suoi tempi. Il resto è davvero un libro ancora bianco.