Nicola Loda, Francesco Baruzzi

Lo sguardo di Loda sul talento del giovane Baruzzi

18.04.2026
5 min
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Uno dei due nuovi volti italiani all’interno del devo team della Visma Lease a Bike è quello di Francesco Baruzzi, il bresciano tanto imponente quanto buono e dal volto sorridente ha fatto il suo debutto sulle pietre della Roubaix Espoirs. Corsa che dieci anni dopo ha incoronato un altro italiano: Davide Donati

Per il classe 2007 della Visma Lease a Bike Development l’esordio non è stato tanto semplice, ma sul pavé del Nord della Francia serve sempre un primo passaggio per imparare cosa vuol dire pedalarci sopra. Le qualità e il fisico però ci sono, a questi serve aggiungere costanza e impegno, tratti che a Baruzzi sembrano non mancare. 

Francesco Baruzzi, Michele Bartoli, Nicola Loda, ciclocross, Piton
Baruzzi quando correva nel Team Piton CX insieme a Bartoli e Loda, compagni prima alla Mg Technogym e poi alla Fassa Bortolo
Francesco Baruzzi, Michele Bartoli, Nicola Loda, ciclocross, Piton
Baruzzi quando correva nel Team Piton CX insieme a Bartoli e Loda, compagni prima alla Mg Technogym e poi alla Fassa Bortolo

La bici come un gioco

Lo conferma anche Nicola Loda, ex professionista anche lui bresciano che ha preso sotto la sua ala Francesco Baruzzi da quando di anni ne aveva tredici e correva ancora nel ciclocross. 

«L’ho conosciuto al primo anno da esordiente – racconta Loda finita una delle lezioni di spinning in palestra – e correva nel Team Piton CX. Mi avevano chiesto di fare da diesse per la stagione invernale e accettai. Ho seguito Baruzzi e altri ragazzi ovviamente, poi finite le gare suo padre mi ha chiesto di continuare ad allenarlo. Gli dissi di sì, ma con la premessa che avremmo preso tutto come un gioco, d’altronde a quell’età era giusto così. Devo dire che i genitori di Francesco sono bravissimi, mai una parola o una domanda. Penso che per molti ragazzi un atteggiamento del genere sia una salvezza».

Nicola Loda, Francesco Baruzzi
Nicola Loda e Francesco Baruzzi in una sfida a braccio di ferro, i due amano giocare e stuzzicarsi a vicenda
Nicola Loda, Francesco Baruzzi
Nicola Loda e Francesco Baruzzi in una sfida a braccio di ferro, i due amano giocare e stuzzicarsi a vicenda

Sfide e divertimento

Nicola Loda non ha perso la passione per il ciclismo, anche perché quando una cosa è radicata a fondo in noi è difficile slegarsi. Al massimo cambiano le prospettive, ma mai l’amore viscerale che ci guida

«Finita la carriera da ciclista – prosegue – ho proseguito con la bici, per passione. Anche se qualche gara mi capita ancora di farla. Con la palestra in cui faccio le lezioni di spinning abbiamo creato un team amatoriale che conta 135 iscritti. Ed è anche da qui che è partito il gioco insieme a Baruzzi, che ancora piccolo veniva con noi e la sua bicicletta da cross quando andavamo a pedalare per qualche giorno a Livigno.

«La bici – ripete Loda – era un gioco, così lui andava in macchina con le ragazze del team fino a Sankt Moritz, per non fare troppe salite, e poi pedalava per una sessantina di chilometri con noi. Per questo tanti del nostro team lo conoscono e gli vogliono un gran bene».

Nicola Loda, Francesco Baruzzi, Stelvio
Loda e Baruzzi con la maglia del Comitato Regionale Lombardia in cima allo Stelvio
Nicola Loda, Francesco Baruzzi, Stelvio
Loda e Baruzzi con la maglia del Comitato Regionale Lombardia in cima allo Stelvio

I consigli dell’esperto

Il rapporto tra Francesco Baruzzi e Nicola Loda è sempre stato quello che può esserci con uno zio, o un parente più grande. Tanto divertimento, qualche sana presa in giro ma anche i giusti consigli e tasti da toccare

«Francesco mi conosceva come ex corridore anche perché ho corso con il padre nelle categorie giovanili – dice ancora Nicola Loda – ma poi ha imparato e chiesto tanto con il passare del tempo. Ricordo che nelle gare da juniores mi chiamava per dirmi quanto avesse fatto o il risultato della gara. Io lo ascoltavo e lo ascolto tanto ancora, ma nel crescere si è creato anche quel sano rapporto di presa in giro e un po’ di competizione.

«Quando mi chiamava per dirmi delle vittorie gli dicevo che quelle gare io le avevo vinte per distacco, mica in volata. Oppure se iniziava a spiegarmi del perché e del come la corsa fosse andata male gli dicevo che chi vince festeggia, chi perde spiega. Tutto sempre con un sorriso, ma è giusto anche non nascondersi troppo. Certe cose che mi hanno insegnato i miei vecchi diesse le ho riportate anche a Francesco. Che di contro mi risponde che sono un “Pannolato”, non proprio un complimento sulla mia età (ride, ndr)». 

Francesco Baruzzi, Wout Van Aert, Visma Lease a Bike
Una foto che per Loda vale un pezzo di cuore: il suo pupillo insieme all’idolo Wout Van Aert
Francesco Baruzzi, Wout Van Aert, Visma Lease a Bike
Una foto che per Loda vale un pezzo di cuore: il suo pupillo insieme all’idolo Wout Van Aert

Diventare corridore

Nicola Loda racconta degli aneddoti insieme a Francesco Baruzzi con l’energia e il piglio di chi ha trovato qualcuno in cui si rispecchia. Prima ancora che dei risultati si guarda alla passione per questo sport.

«Qualche consiglio che mi sono portato dietro dalla mia esperienza da professionista – ci confida Loda – gliel’ho dato, i tre punti principali sono: andare a letto presto, allenarsi tanto e mangiare il giusto. Baruzzi ha un grande potenziale, ma non è questo che mi ha portato a prenderlo con me e lavorarci insieme. In lui ho rivisto la mia passione per la bici e il ciclismo. Quando faceva ciclocross veniva con me a pulire e sistemare le biciclette. E’ un ragazzo con tanta passione e voglia. Questo lo rende speciale. Poi va forte, vero, ma gli ho sempre detto che deve allenarsi sui punti deboli per migliorare davvero.

«So che ora alla Visma – conclude – lavora nella maniera migliore, ma gli dico sempre di parlare con loro, confrontarsi e dire quello che pensa, con il rispetto e l’educazione che non gli mancano. Poi è un ragazzo molto timido, vi racconto questo aneddoto. Il mio idolo è van Aert, Francesco al primo ritiro mi manda una foto con Vingegaard. Era troppo timido per chiedere a Wout, così l’ho spronato e finalmente mi è arrivata. Quella foto mi sa che la conserverò per molto tempo».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli

18.04.2026
6 min
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Il pavé era e resta un grande esercizio per tutti e sotto tanti punti di vista. E’ un impegno enorme per i corridori e per gli staff tecnici, sempre alla ricerca di nuove soluzioni in grado di migliorare la resa del mezzo e di conseguenza la performance del corridore.

Ci siamo rivolti a Pirelli (nello specifico a Samuele Bressan e Carlo Di Clemente), partner tecnico di Alpecin-Premier Tech e Lidl-Trek, ma anche a Glen Leven, Performance Manager del team tedesco. Considerando i tanti cambi ruote che hanno caratterizzato la Roubaix 2026, abbiamo interpellato anche l’Assistenza Tecnica Neutrale Shimano, nella persona di Massimo Rava, cercando di capire meglio l’aspetto legato alle perdite di pressione.

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Gomme che impattano sulle pietre, si perde pressione per via di micro-stallonamenti
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Gomme che impattano sulle pietre, si perde pressione per via di micro-stallonamenti

Il pavé e le perdite di pressione

«Tecnicamente non si tratta di forature e di pizzicature – spiega Massimo Rava, responsabile dell’Assistenza Tecnica Neutrale Shimano – molto difficile che accadano sul pavé, poiché non ci sono camere d’aria. A parte qualcuno che ha scelto di montare i tubolari, tutti hanno utilizzato i tubeless.

«Il pavé della Roubaix è maledetto, differente da settore a settore, irregolare ed in alcuni tratti le pietre sono tanto distanziate tra loro. La ruota impatta, lo pneumatico si accartoccia e picchia sul bordo del cerchio. In questo modo la gomma perde pressione perché si verifica un micro-stallonamento dal cerchio. Talvolta la marcia può continuare, in alcuni casi la gomma continua a perdere aria e il corridore si deve fermare. Le gomme si possono tagliare sulle pietre, questo sì».

Un altro fattore da considerare prosegue Rava è legato ad una Roubaix asciutta e secca, dove le velocità aumentano e la soglia di attenzione, paradossalmente, si abbassa. Il rischio di perdere pressione dai tubeless aumenta, perché è facile pensare ai corridori, che sono a tutta e non badano troppo a dove mettono le ruote.

«Non in ultimo – conclude Rava – i tanti mezzi dell’organizzazione, ammiraglie e ricognizioni dei giorni che precedono la gara, che non fanno altro che smuovere il pavé, non di rado facendo saltare via le pietre dalle proprie sedi naturali. Difficoltà che si aggiungono alle difficoltà esistenti».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Roubaix 2026, oltre 15 interventi solo per il cambio ruote
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Roubaix 2026, oltre 15 interventi solo per il cambio ruote

Sezione da 32 mm per la Roubaix

«In vista del pavé – spiega Bressan – la scelta dei team si è indirizzata sulla versione RS, lasciando da parte il nuovo SL-R. Abbiamo messo a disposizione 30 e 32 millimetri, sempre in configurazione TLR, rispettivamente per Fiandre e Roubaix.

«Come Pirelli forniamo agli staff tecnici ed a ogni corridore le pressioni specifiche di esercizio, nell’ottica di sfruttare al meglio il setup della bici tra rolling resistance e grip, ma l’ultima parola in fase di scelta è sempre degli staff tecnici e dei corridori».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Pirelli RS TLR da 32 per la Roubaix
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Pirelli RS TLR da 32 per la Roubaix

Perché Pirelli non vuole gli inserti?

La priorità di PIrelli è stata quella di sviluppare uno pneumatico che non necessita di inserto in nessuna condizione. Sotto il profilo dinamico, rolling e comfort, avere un inserto non è detto che sia un vantaggio. C’è meno aria nel tubeless, a svantaggio del comfort. Porta dei vantaggi in caso di foratura, permettendo al corridore di proseguire più a lungo, in attesa dell’ammiraglia.

«Un inserto dentro il tubeless – dice Bressan – riduce la probabilità di pizzicature, aumenta al tempo stesso la probabilità di tagli. Un inserto offre un supporto solido dove il pavé impatta. Stiamo lavorando allo sviluppo di inserti road, ma saranno presentati nel momento in cui avranno un valore tecnico rilevante. All’interno dei nostri tubeless è possibile mettere inserti».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
30 millimetri per il Fiandre, 32 per la Roubaix: alla base ruote e “dettagli” diversi
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
30 millimetri per il Fiandre, 32 per la Roubaix: alla base ruote e “dettagli” diversi

Pirelli richiama le gomme bucate

Quando si verificano delle forature, Pirelli richiama gli pneumatici danneggiati, a meno di un’ammissione palese da parte del corridore, tipo errore di guida, buco, tombino eccetera.

«Per ogni caso posto sotto la lente chiediamo tutti i dettagli – spiega Bressan – cerchi utilizzati, pressioni, misura, dinamica, talvolta anche le foto. L’esempio è la foratura di Pedersen alla Roubaix 2025. Abbiamo richiesto il tubeless incriminato che è stato utile per alcune fasi di sviluppo in ottica futura».

Il pavé della Roubaix è il più severo

«Il pavé non è tutto uguale, ci racconta Glen Leven del Team Lidl-Trek. Le pietre della Roubaix sono peggiori, più ruvide e grandi, in alcuni tratti sono dei veri e propri sassi, più ruvidi, con spazi più ampi tra loro, quest’ultima è tra le condizioni peggiori da affrontare. Al Giro delle Fiandre il pavé è tosto, meno rispetto ai ciottoli della Paris-Roubaix. E poi il pavé del Fiandre è concentrato nelle zone dei muri, in salita».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Le ruote gravel usate da Pedersen e compagni in occasione della Roubaix
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Le ruote gravel usate da Pedersen e compagni in occasione della Roubaix

Tra ruote standard e allroad

Confermando quello che ha detto in precedenza Bressan, la Lidl-Trek scelto i tubeless RS da 30 per il Fiandre e da 32 per la Roubaix. Più grandi per la Roubaix, in modo da sfruttare un volume di aria maggiore e di conseguenza un potere ammortizzante più elevato.

«Ci atteniamo alle indicazioni fornite da Pirelli per quanto riguarda il gonfiaggio – spiega ancora Leven – soprattutto in ambito pavé. L’unica variabile da sottolineare è il cambio di ruote. Per il Fiandre sono state utilizzate le Bontrager standard, mentre per la Roubaix abbiamo confermato la scelta del 2025, ovvero l’impiego della versione gravel 49V».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Le fasi pre-start, sempre concitate anche per gli staff dei meccanici
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Le fasi pre-start, sempre concitate anche per gli staff dei meccanici

Alla Roubaix con inserti e più liquido

Solo alla Roubaix, spiega ancora Leven, hanno usato degli inserti all’interno dei tubeless, aggiungendo per ogni ruota 5 millilitri di liquido sigillante in più, rispetto alla norma.

«L’adozione degli inserti alla Roubaix – prosegue – non è stata legata alla protezione dei cerchi, quanto al fatto che il corridore, in caso di foratura e/o perdita di pressione, riesce a proseguire senza fermarsi ed attendere l’ammiraglia. In corse come quelle del pavé, sempre concitate e frenetiche, con strade strette, i ritardi del supporto tecnico sono una variabile importante e da considerare. Gli inserti non risolvono i problemi, ma diventano un aiuto».

Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Tubeless Pirelli e ruote con doppia valvola
Il pavé non è tutto uguale. Viaggio nelle scelte tecniche Pirelli
Tubeless Pirelli e ruote con doppia valvola

Doppia valvola, derivazione BMX

Pirelli non ha un inserto sviluppato internamente, non ne prevede uno e comunque è in fase di sviluppo. Il performance manager del Team Lidl-Trek ci conferma l’utilizzo di un inserto solo in occasione della Roubaix ed al tempo stesso compare una doppia valvola sulle ruote gravel, usate proprio in occasione della corsa del pavé. Due gli aspetti che riusciamo ad argomentare che, potrebbero corrispondere a due soluzioni diverse tra loro.

Il primo è legato all’inserto Pirelli in via di sviluppo e magari usato/provato sul pavé. L’opzione numero due, la più probabile, è che Pirelli abbia lasciato libero lo staff tecnico di Lidl-Trek nell’usare un inserto/tube Optis Odissey (la scritta Odissey compare sulla valvola numero 2) nativo per la BMX, usato anche in MTB. Si tratta di una camera in TPU rinforzata da abbinare al normale pneumatico tubeless. Favorisce una maggiore aderenza della gomma al cerchio ed evita lo stallonamento, lavora in combinazione con lo pneumatico tubeless.

Pietro Mattio, Wout Van Aert, pietra, Roubaix 2026, vittoria, Visma Lease a Bike

Ancora a Roubaix, questa volta con Mattio: alfiere di Van Aert

17.04.2026
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Pietro Mattio ammette di non aver ancora ripreso ad allenarsi, per tre giorni si è goduto il meritato riposo che i vincitori si possono godere. Non troppo però, perché dopo le fatiche della Roubaix per il giovane della Visma Lease a Bike si aprono le porte delle Ardenne. Il piemontese infatti sarà chiamato in causa anche alla Liegi-Bastogne-Liegi, la seconda Monumento della sua carriera. La prima parte di stagione si concluderà con il Giro di Romandia, poi il meritato riposo per arrivare pronto alle corse di giugno. 

Nelle chiacchiere finali della nostra intervista con Edoardo Affini c’è stato spazio anche per qualche battuta sull’ambientamento di Pietro Mattio. I meccanismi della Visma lui li conosce bene, visto che ha corso nel devo team per tre anni. Ma tra gli under 23 e il WorldTour c’è un abisso, che il passista classe 2004 ha saputo colmare alla grande. 

Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firma
Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firma

La Roubaix “fantasma”

Di lui Edoardo Affini ha detto che si vedono la voglia e l’attitudine: alla Parigi-Roubaix tali caratteristiche lo hanno portato a resistere ben oltre il previsto. Mattio infatti è stato di supporto a Van Aert fino all’imbocco della Foresta di Arenberg, da quel momento in poi la sua prima Monumento è stata un lungo viaggio fino al velodromo.

«Sottolineo – dice ridendo Pietro Mattio – che a Roubaix ci sono arrivato, ho fatto tutta l’ultima parte di gara con Welsford. Nell’ultimo chilometro mi sono staccato e sono entrato da solo (noi che eravamo lì confermiamo di averlo visto entrare e pedalare nel velodromo, ndr). Non so cosa sia successo, perché non ho mai cambiato bici e non ho mai forato, magari ho perso il transponder lungo qualche settore..».

Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Pogacar
La vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsa
Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Pogacar
La vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsa
Poco importa, alla fine l’obiettivo principale è stato raggiunto: ha vinto Van Aert…

Da questo punto di vista sono assolutamente d’accordo, anche perché alla mia prima Roubaix abbiamo raggiunto un risultato inseguito per anni. Quindi sono davvero felice di come sia andata. 

Sei stato accanto a Van Aert fino a uno dei momenti cruciali, ci racconti la tattica di questa Roubaix?

Il piano iniziale era di fare corsa dura per isolare i favoriti, ovvero Pogacar e Van Der Poel. Ma in uno dei primi settori di pavé, il terzo, Van Aert ha forato. Questo ci ha portati a inseguire e rivedere il programma d’azione. In quel momento io ero davanti, insieme a Laporte, mentre Affini e Doull erano rimasti dietro e sono stati loro a dare una mano a Wout per rientrare. 

Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG, Parigi-Roubaix 2026
Il primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro Shimano
Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG, Parigi-Roubaix 2026
Il primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro Shimano
La corsa poi è esplosa…

C’è stata la scrematura che ha portato il gruppo ad assottigliarsi, saremo rimasti una quarantina di corridori. Noi della Visma eravamo in cinque, quindi andava tutto per il meglio. Quando Pogacar ha forato noi e la Alpecin abbiamo alzato il ritmo, per fargli consumare energie e compagni di squadra.

Che ne pensi delle polemiche a proposito di quest’azione?

La Roubaix è l’unica gara dove si può fare, se dovessimo aspettare tutti quelli che forano saremmo ancora fermi al primo settore. Fa parte del gioco, anche quando Van Aert ha forato nessuno lo ha aspettato. Per questo io ero quello che doveva rimanere sempre vicino a Wout, avendo misure simili gli avrei potuto passare subito la bici.

Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontese
Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Pietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontese
Anche voi volevate fare corsa dura, non solo la UAE.

Sì, avevamo una squadra forte e sapevamo che nel momento in cui fossero rimasti una quindicina di corridori avremmo potuto avere due o tre atleti davanti: Van Aert e Laporte su tutti. L’approccio alla corsa è stato subito molto veloce, Affini, Doull e io saremmo dovuti entrare nella fuga iniziale in caso fosse uscito un gruppo numeroso. Ma a quelle velocità era impossibile anticipare.

Vi aspettavate una UAE così aggressiva?

Assolutamente, anche perché era l’unica carta che potevano giocarsi. Stressare e sfinire gli avversari. Anche noi volevamo però tenere i ritmi alti, con Van Aert pronto a giocare d’anticipo. Io ho fatto l’ultima tirata prima della Foresta, e da quel momento la mia corsa era finita. Sono rimasto a un paio minuti, perché ho fatto in tempo a uscire da Arenberg e vedere Van Der Poel davanti a me

Cosa hai pensato?

Che sarebbe stata davvero dura per lui, ma non ho pensato fosse fuori dai giochi. Anche perché via radio arrivavano i distacchi ed era dato in costante avvicinamento. Il segnale andava e veniva, per cui le comunicazioni erano difficili, però sapevo che Van Aert avrebbe fatto di tutto per non permettere a Van Der Poel di rientrare.

Quando hai saputo della vittoria?

Poco dopo il Carrefour de l’Arbre. Ho fatto gli ultimi chilometri con un gruppetto di quattro o cinque, poi mi sono staccato e sono entrato nel velodromo da solo. 

Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)
Pietro Mattio, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike (foto Instagram/Pietro Mattio)
Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)
Ti abbiamo visto anche incitare la folla…

Volevo gasare il pubblico, dopo 260 chilometri era giusto. Poi dalla Foresta al traguardo mentalmente è stata dura, però volevo finirla. Soprattutto dopo aver scoperto che ce l’avevamo fatta. 

Bicchiere di spumante ampiamente guadagnato, no?

Certamente! Poi mi sono concesso anche un foto con Van Aert e il trofeo (in apertura). Bellissimo, e pesa anche un bel po’.

Teatro alla Scala di Milano, 15 aprile 2026, presentazione Colnago C72, Antonio Colombo

La musica, la bicicletta, la cultura: il mondo secondo Colnago

17.04.2026
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MILANO – Una serata di rara eleganza alla Scala ha celebrato mercoledì il lancio della nuova C72 di Colnago (numero che rievoca gli anni del marchio): la bici che nello stesso giorno è uscita dalla riservatezza ed è stata presentata anche in una versione esclusiva per il museo di uno dei teatri più prestigiosi al mondo.

Nella serata si è parlato di musica e ciclismo e l’accostamento non è stato affatto casuale. E’ emerso in modo sorprendente dalle parole di Fortunato Ortombina, sovrintendente della Scala: fra il ciclismo e la lirica ci sono molti punti in comune. Le arie sono state associate al vento incontrato dai corridori alla Parigi-Roubaix e il testo del Va Pensiero è stato paragonato al percorso della Tre Valli Varesine i cui paesaggi rievocano quelli del Nabucco.

«Mettere insieme lo sport e la musica – ha detto – vuol dire soprattutto riconoscere i valori più profondi dei due mondi. La musica ti insegna a sentire, a riconoscere e ad avere rispetto ed amore per la natura. La bicicletta per me rimane il mezzo più straordinario per godere della natura. Quando vado in bici ho l’impressione di sentire girare la terra. Quando ascolto il rumore della catena e soprattutto il rumore dei copertoni sull’asfalto, io ho l’impressione di sentire la terra che gira sotto di me».

Tributo a Ernesto Colnago 

Sono cinque anni che il marchio è passato dalle mani di Ernesto Colnago a Chimera Investments e non passa stagione senza che si cerchi di rendere clamorosa ogni nuova presentazione. Tuttavia a Milano si è raggiunto sicuramente un punto difficile da superare, forse l’approdo sulla luna potrebbe rappresentare il prossimo step. 

C’è stata la musica del tenore cileno Cristobal Campos Marin e della soprano Mariapaola Di Carlo accompagnate al piano dalla direttrice d’orchesta Margherita Colombo. Ci sono state appunto le parole di introduzione di Fortunato Ortombina e poi il microfono è passato a Nicola Rosin, amministratore delegato di Colnago.

Tutto intorno una numerosa compagnia composta da campioni, sponsor, appassionati, influencer dagli USA, il fotografo Yuzuru Sunada venuto dal Giappone, la famiglia Squinzi e giornalisti: amici di un marchio così glorioso che deve la propria fortuna al genio e all’imprenditorialità di Ernesto Colnago. Non è per caso che Rosin, nel prendere il microfono, abbia ringraziato proprio il capostipite dell’azienda per la sua capacità di aver reso i primi 70 anni del marchio così importanti e annunciando tutti gli sforzi messi in campo perché questa storia prosegua ancora a lungo…

Le quattro C72, più una

Marmi, affreschi, lampadari, calici, bollicine e abiti di gala hanno fatto da cornice alla serata che ha vissuto il momento clou nel sollevarsi del velo sulle C72: opere d’arte a tutti gli effetti, su cui si sono subito concentrati gli sguardi dei presenti (in apertura, Antonio Colombo, grande appassionato di arte e fondatore di Columbus).

Prima Davide Fumagalli, responsabile R&D di Colnago, ha spiegato la filosofia alla base della concezione della C72, poi ha affiancato Nicola Rosin nel sollevare il velo, mentre contemporaneamente sono state scoperte le altre tre biciclette presenti nella sala. Quella customizzata per il Teatro alla Scala, la quinta, è stata mostrata in un secondo momento.

Che cosa sia la C72 lo abbiamo spiegato mercoledì nell’articolo dedicato, che cosa rappresenti è un altro affare. Significa aver messo a disposizione di un pubblico selezionato, esigente e al contempo poco amante delle esasperazioni, una bicicletta dalle grandi performance, ma con il comfort che si addice a chi ama passare delle ore sulla sella tornando a casa con la schiena ancora in ordine. In questo senso, la bicicletta diventa un oggetto prezioso che non ha affatto sfigurato nel salone della Scala.

Colnago Cultura, cos’è?

Infine, un cenno al progetto Colnago Cultura e al grande libro nero esposto in diversi angoli della sala. Qualcosa che esce dai canoni del ciclismo in senso stretto, ma che va a cercare ciò che nel ciclismo è in grado di sviluppare a sua volta cultura. 

«Colnago Cultura è un progetto che vuole celebrare le eccellenze italiane – ha spiegato Manolo Bertocchi, head of strategy and marketing di Colnago – sicuramente nel mondo del ciclismo ma non solo. Nei prossimi anni sarà promosso tutto ciò che è manifattura, cucina, saper fare italiano. Parliamo di prodotti editoriali e audiovisivi, nonché mostre con un respiro internazionale.

«Stasera presentiamo il nostro primo libro, l’Atlante Colnago, un volume di 480 pagine, stampato su 5 carte diverse e con 7 inchiostri. Attraverso il contributo di alcune firme molto importanti nel mondo del giornalismo di tutto il mondo, giocando proprio con la parola Atlante che ricorda i libroni con cui da ragazzi abbiamo esplorato la geografia, mostra come il marchio Colnago e queste bici siano conosciute in tutto il mondo»

E’ questo il messaggio più forte che ci siamo portati via, lasciandoci alle spalle il prestigioso teatro (oltre all’annuncio di un documentario sul dietro le quinte degli ultimi 5 anni di Pogacar). Al pari di un pianoforte, una chitarra o di qualunque altro strumento che regali emozioni a contatto con chi è capace di suonarlo, la bicicletta si è conquistata negli anni un posto nelle eccellenze delle emozioni, dell’artigianato, del gusto e della cultura. E ancora una volta Colnago ha marcato un punto a suo favore.

Cristina Tonetti ha corso la sua prima Parigi-Roubaix Femmes senza guanti

Tonetti, un mese al Nord chiuso con la Roubaix a “mani nude”

17.04.2026
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In queste ore il ciclismo non è nei suoi pensieri primari e la bici la riprenderà nel weekend. Cristina Tonetti ora si sta godendo qualche giorno di riposo a casa, ristorandosi soprattutto le mani dopo aver sfidato le avvertenze d’uso della sua prima Parigi-Roubaix Femmes.

Dopo un mese di classiche vissuto costantemente al Nord, le vesciche sui palmi sono l’ultimo ricordo lasciato dalla “regina” del pavè alla 23enne brianzola della Laboral Kutxa-Fundacion Euskadi.

«Finalmente sono rientrata – ci dice Tonetti al telefono col suo solito spirito brillante mentre riceve la consegna di un corriere – perché avevo bisogno di cambiare panorami, clima e ritrovare volti famigliari. Farò circa cinque settimane a casa per recuperare un po’ di energie e poi per prepararmi prima la Vuelta a Burgos (21/24 maggio, ndr) e poi il Giro d’Italia Women (dal 30 maggio al 7 giugno, ndr)».

Tonetti ha disputato 9 classiche restando un mese in Belgio in un hotel assieme a compagne e staff della Laboral
Tonetti ha disputato 9 classiche restando un mese in Belgio in un hotel assieme a compagne e staff della Laboral
Tonetti ha disputato 9 classiche restando un mese in Belgio in un hotel assieme a compagne e staff della Laboral
Tonetti ha disputato 9 classiche restando un mese in Belgio in un hotel assieme a compagne e staff della Laboral
Prendendo spunto da una tua foto sui social, cosa ti hanno detto quelle vesciche della Roubaix?

Mi hanno confermato che sono la solita testarda che vuole fare a modo suo, imparando a proprie spese (risponde con ironia, ndr). Al mattino vedevo compagne e avversarie che facevano un secondo giro di nastro sul manubrio oppure cercavano di imbottirsi un po’ di più i guanti. Invece io no, niente di tutto questo, sono andata all’avventura, forse allo sbaraglio. Qualcuno dice che chi non usa i guanti in queste gare è un duro, ma la verità è che ho fatto davvero una grande cavolata!

Guardando l’arrivo di molte tue colleghe, in tante hanno avuto un pianto liberatorio una volta tagliato il traguardo. E’ stato così anche per te?

No, forse non ne avevo la forza. Ho subito pensato che non dovevo più tenere le mani sul manubrio e quindi avevo finito di soffrire. Però ho sofferto non solo per quelle piaghe. Ho patito la polvere e i pollini facendo fatica a respirare. In quel mese al Nord ho scoperto di avere una di quelle classiche allergie primaverili, non mi era mai capitato prima. Poi oltre a tutto quanto, mi ero staccata per una caduta. Ho perso terreno e alla fine mi sono ritrovata ad inseguire tutto il giorno.

Qualche emozione comunque l’hai provata?

Certo. C’era un pubblico stratosferico, rimasto lì per noi donne dopo la gara maschile. Sul Carrefour de l’Arbre c’era un tifo assordante, che mi ha quasi attenuato la durezza di quel settore. Nell’ultimo tratto di pavè, che è semplicissimo, iniziavo già ad avere i brividi per ciò che mi sarebbe aspettato poco dopo. E infatti non appena sono entrata nel velodromo ho avuto la pelle d’oca. Lì sì, mi sono emozionata, anche perché non sapendo come era finita la prova degli uomini, ho visto che stavano facendo la premiazione e c’era Van Aert, che adoro tantissimo, sul primo gradino del podio.

In definitiva come giudichi la tua prima Roubaix?

E’ una gara per la quale alla vigilia pensi che sarebbe un grande risultato finirla, poi quando ci sei dentro e arrivi in fondo, pensi che potevi fare di più o meglio in certi punti. Io tendo a non essere mai contenta, ma lo sapete anche voi, con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Di sicuro la Roubaix è una gara che mi piace, che sento adatta alle mie caratteristiche e mi piacerebbe ritornare in futuro avendo fatto una preparazione mirata. Così come per la Gand-Wevelgem e o per il Fiandre, che per me resta la corsa più bella, ma che ormai è sempre più incline a donne di classifica.

La campagna del Nord ha lasciato a Tonetti molta stanchezza, ma anche un grande bagaglio di esperienza per il futuro
La campagna del Nord ha lasciato a Tonetti molta stanchezza, ma anche un grande bagaglio di esperienza per il futuro
La campagna del Nord ha lasciato a Tonetti molta stanchezza, ma anche un grande bagaglio di esperienza per il futuro
La campagna del Nord ha lasciato a Tonetti molta stanchezza, ma anche un grande bagaglio di esperienza per il futuro
Com’è stato il mese al Nord?

Avrei dovuto iniziare la campagna delle classiche con la Omloop Nieuwsblad, ma un’influenza mi ha fermata e così ho cominciato l’11 marzo con Oetingen. Siamo state un mese in un hotel a conduzione famigliare a Ittre, in Vallonia, quindi nemmeno tanto comode alle corse e lontane da quelle strade per le ricognizioni. Il tempo non passava mai perché, correndo ogni tre giorni, gli allenamenti erano corti e di scarico.

E come vi siete gestite?

Facevamo tante pause al bar per riempire la parte in bici. Ci siamo messe a cucinare qualcosa per la colazione, tipo il banana bread o altro. Preparavamo tutto sul nostro camion-cucina poi andavamo nella cucina dell’hotel per far cuocere i piatti. Ci siamo divertite e anche ingegnate per non annoiarci.

Qualche tua compagna ti aveva anticipato come sarebbe stato?

A parte Marjolein Van’t Geloof, che è olandese, oppure Arianna Fidanza che ha grande esperienza e Alice Arzuffi che ha vissuto in Belgio per il ciclocross e ci hanno dato consigli, eravamo tutte alla nostra prima esperienza così lunga. Tutte ragazze spagnole o italiane che non si trovano subito a proprio agio con quel clima. Abbiamo patito tanta meteoropatia (dice ridendo, ndr).

Cosa ha trasmesso quel periodo lassù a Cristina Tonetti?

Mi aspettavo qualcosa in più nel bilancio complessivo in termini di risultati, ma come dicevo prima ho iniziato in salita per l’influenza. Ho fatto nove classiche che mi hanno lasciato tanta stanchezza, ma hanno arricchito tanto il mio bagaglio di esperienza. A correrle tutte quante impari molto, anche se lo stress è sempre alle stelle.

E’ un tipo di stress diverso da quello che vivete nelle tappe del Tour Femmes?

Nelle classiche innanzitutto devi saper calibrare le forze anche fisiche, ma sono situazioni diverse come impatto mentale. La conformazione delle strade fiamminghe, tutte strette, piene di curve e pietre ti obbligano a stare sempre attenta e, possibilmente, davanti per evitare cadute o bruschi rallentamenti. Si fa a gara per stare nelle prime 20 posizioni, ma noi non siamo di certo la squadra che fa a spallate per entrare in una stradina prima della SD Worx, per fare un esempio. Anzi…

Le classiche del Nord si disputano con uno stress sempre più crescente e per Tonetti ogni tanto frenare non è così sbagliato
Le classiche del Nord si disputano con uno stress sempre più crescente e per Tonetti ogni tanto frenare non è così sbagliato
Le classiche del Nord si disputano con uno stress sempre più crescente e per Tonetti ogni tanto frenare non è così sbagliato
Le classiche del Nord si disputano con uno stress sempre più crescente e per Tonetti ogni tanto frenare non è così sbagliato
Prego, finisci pure.

Ogni anno lo stress cresce sempre di più in qualunque gara. Non penso di essere vecchia, ma rispetto a quando avevo vent’anni, ora tiro i freni molto di più perché penso a non cadere e farmi male, visto che adesso con le velocità che facciamo, quando andiamo a terra ci facciamo molto più male di prima. Tuttavia è vero che se freni poi non vai davanti e devi inseguire a tutta, ma almeno cerchi di restare in piedi e non rischiare di cadere per poi magari avere un lungo stop e inseguire pure nel recupero fisico. Insomma, non è semplice.

Wout Van Aert, Tadej Pogacar, Parigi-Roubaix 2026

Colbrelli e la tattica: i campioni sanno (anche) leggere la corsa

17.04.2026
5 min
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Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.  

Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?

Pochi ragionamenti

Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.

In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago. 

«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica

Accontentarsi

L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico. 

«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.

«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».

Voci dall’ammiraglia

Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante

«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico. 

«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».

Wout VAn Aert, Tadej Pogacar, Roubaix 2026
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo

Orgoglio o testardaggine?

Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.

«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».

L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.

UAE Team Emirates, allenamento gennaio (foto Fizza)

“Low carb”: come farlo, quando farlo e quando no

16.04.2026
4 min
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L’allenamento low carb, quello cioè svolto con ridotte scorte di glicogeno, è sicuramente tra le strategie di allenamento e nutrizione più discusse negli ultimi tempi. Inizialmente sostenuto da chi sperava di poter così ottenere un dimagrimento, l’allenamento low carb ha trovato negli studi un razionale scientifico metabolico per cui può essere inserito nella programmazione di certi atleti. Grazie al webinar organizzato dalla Equipe Enervit con la partecipazione di Gorka Prieto-Bellver, responsabile della nutrizione del UAE Team Emirates XRG e consulente del gruppo Enervit, abbiamo fatto luce sull’allenamento low carb e sulle possibili conseguenze quando si esagera (in apertura, un’immagine Fizza/UAE Emirates). 

Secondo gli studi scientifici, l’allenamento low carb permetterebbe di attivare una serie di processi adattivi utili alla performance di resistenza. In particolare, questa strategia promuoverebbe la biogenesi mitocondriale, aumentando il numero e l’efficienza dei mitocondri, le centrali energetiche del nostro corpo. Inoltre, allenarsi con basse riserve di glicogeno, stimola l’angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni, consentendo un migliore afflusso di sangue ai muscoli. Infine, in queste condizioni, incrementerebbe la capacità di ossidazione dei grassi, un adattamento prezioso per migliorare la resistenza atletica.

La doppia X indica la presenza di 60 grammi di carboidrati: va bene l'allenamento low carb, ma senza eliminarli del tutto
La doppia X indica la presenza di 60 grammi di carboidrati: va bene l’allenamento low carb, ma senza eliminarli del tutto
La doppia X indica la presenza di 60 grammi di carboidrati: va bene l'allenamento low carb, ma senza eliminarli del tutto
La doppia X indica la presenza di 60 grammi di carboidrati: va bene l’allenamento low carb, ma senza eliminarli del tutto

Allenamento “low carb’, 3 schemi

Le modalità pratiche per inserire l’allenamento a bassa disponibilità di carboidrati nella routine non sono improvvisate, ma seguono schemi ben precisi.

Una delle strategie più utilizzate sfrutta il doppio allenamento. Una prima sessione al mattino ad alta intensità, seguita da una seconda sessione nel pomeriggio o sera, che inizia senza un adeguato reintegro di carboidrati a pranzo, in modo da sfruttare le scorte di glicogeno già parzialmente depletate.

Un secondo modello è l’approccio sleep low- train low, che combina proprio questi due elementi. Prima si stimola il consumo di glicogeno con una sessione intensa, poi si limita l’introito di carboidrati nelle ore successive e si svolge un allenamento a bassa intensità il giorno seguente.

Infine, il più semplice che prevede di allenarsi a digiuno. In tutti questi casi, l’obiettivo non è allenarsi sempre in carenza, ma creare uno stimolo mirato e temporaneo che induca adattamenti metabolici, mantenendo però altre sedute con adeguata disponibilità di carboidrati per sostenere qualità e intensità dell’allenamento.

Martina Fidanza, passata dallo scorso anno alla Visma-Lese a Bike, ha raccontato di ricorrere al doppio allenamento
Martina Fidanza, passata dallo scorso anno alla Visma-Lese a Bike, ha raccontato di ricorrere spesso al doppio allenamento su strada
Martina Fidanza, passata dallo scorso anno alla Visma-Lese a Bike, ha raccontato di ricorrere al doppio allenamento
Martina Fidanza, passata dallo scorso anno alla Visma-Lese a Bike, ha raccontato di ricorrere spesso al doppio allenamento su strada

Assenza di carboidrati: un errore

Non tutti sanno che, quando ci si allena costantemente con un basso apporto di carboidrati, si può incorrere in un rischio concreto. Gli atleti che non assumono sufficienti carboidrati, infatti, iniziano a perdere flessibilità metabolica, cioè la capacità del corpo di usare sia i grassi che i carboidrati nelle performance a seconda dell’intensità.

Questo errore è molto frequente tra i ciclisti, che spesso credono che riducendo i carboidrati possano perdere peso o ottenere un vantaggio. In realtà, come evidenziano numerosi studi, l’assenza prolungata di carboidrati riduce la capacità e l’efficienza nello svolgere un esercizio intenso, in quanto si inibisce un enzima chiave per l’utilizzo dei carboidrati e si riduce il numero di trasportatori di glucosio presenti a livello cellulare.

Tsgabu Grmay (ETH - Bahrain - Merida) - Janez Brajkovic (SLO - Bahrain - Merida)
Diete troppo spinte hanno portato spesso a evidenti cali nelle prestazioni. Qui Brajkovic al Tour del 2017
Diete troppo spinte hanno portato spesso a evidenti cali nelle prestazioni. Qui Brajkovic al Tour del 2017

I rischi per la salute

Un aspetto da considerare, e non sottovalutare, è che questa strategia di allenamento, se mal interpretata, può anche portare a un progressivo peggioramento della salute. Infatti, capita spesso che chi teme i carboidrati perché li associa all’aumento di peso, finisce per ridurli drasticamente, senza aumentare gli altri macronutrienti.

L’atleta si impone così una diminuzione dell’apporto calorico totale che nel cronico compromette la flessibilità metabolica e porta a un progressivo peggioramento non solo della performance, ma anche della propria salute.

In conclusione, se da un lato l’allenamento low carb può avere senso in una strategia studiata e periodizzata, dall’altro i carboidrati restano il carburante principale per l’atleta di endurance. E’ quindi fondamentale saper bilanciare questi approcci, integrando gli allenamenti low carb solo se possono portare a un vantaggio atletico e comunque sempre come parte integrante di un piano più ampio, ben calibrato, evitando qualsiasi effetto dannoso sulla performance e sulla salute.

Chi è il re delle corse a tappe? Una statistica sorprendente…

Chi è il re delle corse a tappe? Una statistica sorprendente…

16.04.2026
5 min
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Quando si parla di corse a tappe ci si concentra sempre sui Grandi Giri, su chi è riuscito a conquistare la Tripla Corona e il fatto che fra questi ci siano due italiani (Felice Gimondi e Vincenzo Nibali) è un grande titolo di merito per il nostro ciclismo. Ma se allarghiamo il discorso, se invece di analizzare Giro, Tour e Vuelta guardiamo alla categoria immediatamente successiva, quali sono i nomi più in luce?

Ci si aspetterebbe il solito Eddy Merckx, unico a vantare nel proprio curriculum sia la Tripla Corona che il Grande Slam delle classiche, ma lui era il Cannibale che come sempre ricorda De Vlaeminck ha avuto il merito (o la colpa, dipende da come lo si guarda) di depredare un’intera generazione che era composta da grandissimi campioni penalizzati solo dalla coesistenza con un mostro, sportivamente parlando. Neanche il belga è riuscito però a realizzare la collezione completa delle grandi corse a tappe.

Merckx insieme al compianto Tom Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tommy Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tom Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tommy Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)

I sei capisaldi delle corse a tappe

Già, ma quali sono? Si tratta di sei capisaldi del calendario internazionale, quelle che sono sopravvissute a ogni ciclico cambiamento: in ordine di effettuazione, abbiamo Parigi-Nizza, Tirreno-Adriatico, Volta a Catalunya, Delfinato (che quest’anno cambia nome diventando Tour Auvergne-Rhone Alpes), Giro di Svizzera e Giro di Romandia.

Merckx è uno di quelli che ha vinto 5 di queste corse, ma gli manca la Tirreno-Adriatico. Ci provò quand’era ormai a fine carriera, quando il suo dominio non era più tale, nel 1976, e ci arrivò davvero vicino, vincendo la seconda tappa a Monte Livata, ma inchinandosi poi a chi quella corsa se la sentiva nel sangue: proprio Roger De Vlaeminck, padrone incontrastato dal 1972 fino al ’77. Alla fine 53” privarono Merckx del suo ennesimo record, rendendolo irraggiungibile.

Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie

Porte, fermatosi a un passo dalla gloria

Nessuno è riuscito a vincerle quelle 6 corse, ma con Merckx ci sono altri due corridori capaci di collezionarne cinque. Il primo è Richie Porte, proprio per questo considerato un autentico maestro nelle corse a tappe di media lunghezza. Il tasmaniano non è mai riuscito a tradurre questa capacità nell’arco delle tre settimane, anche se ha potuto almeno chiudere la carriera col ricordo di un podio al Tour de France nel 2020.

Curiosamente, anche l’australiano è rimasto all’asciutto proprio alla Tirreno-Adriatico. Ci ha provato più volte, sin dalla sfortunata edizione del 2014 quando fu costretto al ritiro da una gastroenterite quand’era quarto e in piena lotta per il successo finale. Il suo miglior risultato resta quindi il 4° posto del 2022, l’ultimo suo anno di attività, quando ormai aveva dato tutto il meglio.

Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto

Roglic è pronto al grande colpo

Se Merckx e Porte non hanno possibilità di completare la collezione, altri possono farlo e quello più vicino di tutti è Primoz Roglic. Lo sloveno (nella foto di apertura al Romandia) è un vero specialista in questo tipo di competizioni, tanto che vanta ben 9 successi distribuiti fra 5 gare, un numero inferiore solo alle 11 vittorie di Sean Kelly, l’irlandese che però ne ha concentrate ben 7 alla Parigi-Nizza, a cui aggiunge due doppiette alla Volta a Catalunya e al Giro di Svizzera. Ed è proprio la corsa elvetica quella che manca a Roglic, autore di doppiette in tutte le altre prove salvo la Parigi-Nizza vinta nel 2022.

Lo sloveno sa di questa ghiotta opportunità: vincendo in Svizzera coglierebbe un risultato mai raggiunto nella storia del ciclismo, dando un’ulteriore impronta alla sua importante carriera, ma non stiamo parlando di un Grande Giro o del Grande Slam che per il suo connazionale Pogacar sta diventando un’ossessione. Nei programmi stabiliti lo scorso inverno, Roglic aveva posto la partecipazione al Giro di Svizzera come una delle colonne portanti della sua stagione, ma ora la sua presenza non è più tanto sicura.

Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito

Ma il vincitutto è in agguato…

E Pogacar? Tadej come si sa è molto attento nella “collezione di successi” e punta a vincere tutto quel che conta davvero. L’iridato vanta 5 successi in 4 corse, con le due vittorie alla Tirreno-Adriatico nel 2021-22 che si uniscono alla Parigi-Nizza 2023, Catalunya 2024, Delfinato 2025. Gli mancano le due prove elvetiche e proprio su queste ha posto la sua attenzione nel cammino di avvicinamento al Tour de France.

Come ci arriverà? Difficile pensare a un Pogacar che non parta per vincere, è nella sua natura provarci sempre e comunque, qualsiasi sia il valore della corsa, esattamente come faceva Merckx. Certo, realizzare l’impresa non lenirebbe il dolore della Roubaix sfuggita proprio nel finale nel tripudio dei tifosi belgi di Van Aert, ma sarebbe un bel viatico verso la sua caccia all’ennesima maglia gialla, per poi mettere nel mirino nuovi record.

Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest’anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest’anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?

Quando l’assalto di Vingegaard?

E non dimentichiamo che come Pogacar c’è anche un certo Jonas Vingegaard che vanta un poker di successi in questa speciale graduatoria. Al danese della Visma-Lease a Bike, che quest’anno è salito prepotentemente nella classifica aggiudicandosi Parigi-Nizza e Catalunya, mancano come allo sloveno proprio le due corse elvetiche. Al Giro di Svizzera non ha mai preso parte, il Romandia lo ha corso solo nel 2019 quando, ancora giovanissimo, chiuse al 72° posto. Ma era un altro Vingegaard…

Per quest’anno, compresso fra Giro e Tour, non se ne parla, ma l’idea di completare la collezione non gli è certo indigesta. Molto dipenderà da come andranno le cose quest’anno, sia per lui nei Grandi Giri che per i rivali sloveni nelle due corse elvetiche.

Tadej Pogacar e Wout Van Aert, Roubaix 2026

Ehi Moreno, l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Tadej?

16.04.2026
6 min
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Una Parigi-Roubaix così continua a tenere banco. Sono tanti i temi sollevati dall’Inferno del Nord: il ritorno di Van Aert, gli spunti tecnici, l’appeal in Belgio, le vecchie regole che restano valide. Ma c’è anche un’analisi più tattica.

Un’analisi che abbiamo voluto fare con Moreno Moser, uno dei commentatori che più si è appassionato al successo di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix. E la domanda che gli abbiamo posto è: l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Pogacar?

Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Quindi Moreno, l’ha persa Pogacar o l’ha vinta Van Aert?

Secondo me l’ha persa Van der Poel.

Partiamo col botto…

Pogacar non l’ha persa per me. E’ vero: Pogacar sicuramente è stato più sfortunato rispetto a Van Aert. Ha avuto un problema un po’ più grosso rispetto a Wout e quel rientro gli è costato non poco. Allo stesso tempo però penso che Pogacar quel tipo di sforzi riesca a recuperarli talmente bene che credo non gli pesino neanche così tanto. Perciò dico che, a conti fatti, non aveva proprio la forza di staccarlo. Mi riferisco a Van Aert ovviamente. Questo Van Aert in pianura non lo stacchi, neanche se ti chiami Pogacar e sei al 100 per cento.

E Van Aert?

Wout non mi ha mai dato neanche una minima impressione di cedere. Se avessi visto Van Aert quasi sul limite, avrei detto: «Forse sì, l’ha persa Pogacar». Ma così non è stato. Wout perdeva giusto qualche metro dopo qualche curva, ma poi richiudeva con grande facilità. Anzi, se devo dirla tutta, sul Carrefour de l’Arbre ho avuto più la sensazione contraria. Non dico che Wout potesse staccare Tadej, ma certo era in condizione di attaccarlo. Solo che non gli conveniva.

All’inizio hai citato anche Van der Poel…

Se Mathieu non avesse avuto quel doppio problema nell’Arenberg, secondo me non c’era storia neanche quest’anno. Probabilmente ci sarebbe stata una bella volata, molto più alla pari. Magari una volata a tre. E prima, quando ho detto che l’ha persa Van der Poel, mi riferisco soprattutto al pasticcio con Jasper Philipsen nella Foresta di Arenberg.

Il primo inconveniente tecnico di Van Aert ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Forse più un pasticcio della Alpecin-Premier Tech

Sì, meglio. La storia dei pedali con marche diverse è stata una scelta veramente discutibile. A memoria mia non ricordo pedali diversi in un team. Infatti quando ho visto che non gli entravano ho detto: «No, è impossibile, non possono avere marchi diversi». I corridori i pedali non li cambierebbero mai, così come le scarpe. Poi, se Philipsen aveva iniziato a testarli e si trovava bene, è difficile anche farlo tornare indietro. Forse il problema è stato iniziare a testare in certi momenti della stagione. Anche perché se c’è da fare un test, non lo fai con tutti. Quindi neanche mi sento di condannarli. Però…

Resta il però…

In quel momento Van der Poel ha perso quasi due minuti e mezzo. Se ne perdeva solo uno rientrava. E soprattutto avrebbe speso di meno.

Però è anche vero che forse davanti si sono un po’ regolati sul passo di Van der Poel, non credi Moreno? Spesso Pogacar e gli altri non sembravano a tutta…

Un po’ sì, però in quei momenti non fai troppi calcoli.

Torniamo ai due: Van Aert e Pogacar. Tadej è stato troppo generoso nel tirare? Era questo il filone tattico? O se l’è giocata bene Van Aert?

No, era giusto così. Van Aert poteva anche arrivare in volata a due, Pogacar no. Quindi è Pogacar che doveva staccarlo, ma non c’è riuscito perché, come dicevo, ha trovato un grande Van Aert che almeno in pianura adesso non lo stacchi.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
C’è qualche altro dettaglio di questa Roubaix che ti ha colpito, che ti è piaciuto o che al contrario non hai condiviso?

Direi di no, mi è piaciuto davvero tutto. Vedere questi super atleti, sempre loro, che lottano col coltello tra i denti a 120 chilometri dall’arrivo è fantastico. Pogacar fa un po’ da collante tra il mondo delle classiche e quello dei Grandi Giri, ma davvero con questi campioni stiamo vivendo una grande era. Se devo dire qualcosa che mi ha colpito, allora dico che mi sono emozionato per Van Aert. E’ stata una festa per tutti. Credo che in fondo Pogacar stesso fosse contento per lui!

Perché, dicci un po’?

Mi hanno fatto impressione le parole che ha detto nell’intervista post gara. Ha detto che nella sua testa si era disegnato mille volte questa corsa, questo scenario. E si vedeva che lui e il suo team ce l’avevano in mente. E poi, a otto anni dalla morte del suo compagno, Michael Goolaerts, lo ha ricordato. Il primo pensiero è stato per lui. Vuol dire che davvero questa cosa se l’era immaginata mille volte. Io la notte mi immaginavo le corse, le sognavo. Ho capito bene quel suo processo mentale.

In effetti è stato toccante…

Un’altra cosa che mi ha impressionato di Van Aert è stata la motivazione. In particolare quando gli hanno chiesto se avesse mai smesso di crederci e lui ha risposto di sì. A un certo punto non ci credeva più. In questo mondo di super positivismo, di ottimismo forzato o imposto, anche dai social, in cui non si può mai smettere di crederci, lui ha detto il contrario. E’ stata una grande apertura. Alcune volte puoi mollare e il giorno dopo risali in bici e continui. E’ stato uno schiaffo in faccia all’iper-positività utopica di questi tempi.

Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Parliamo di setup, Moreno. Sensazione nostra è che forse Pogacar non avesse la bici migliore. Dalla tv si vedeva che rimbalzava parecchio sul pavé con quelle gomme da 35 millimetri e ruote da 60. Mentre Van Aert aveva ruote molto più basse e gomme da 32 millimetri. Cosa ci dici?

Tadej saltellava di più forse perché è più leggero degli altri, però riguardo alle gomme, sul pavé più sono larghe e meglio è, secondo me. Non credo che lo penalizzasse troppo su asfalto. E poi tutti e due, ma non solo loro, avevano la bici più aero possibile, super rigida. In questo contesto la gomma è tutto, è la gomma che ammortizza.

Esatto, ma non è che forse si è lasciato un po’ troppo tutto alla gomma?

Hanno fatto 49 di media e sapete quanto conta una bici così a quelle velocità? Tantissimo. E’ troppo importante questo aspetto. E comunque parliamo di una sfida che si è risolta in volata, perciò non credo che ci siano stati troppi vantaggi o svantaggi per l’uno e per l’altro riguardo ai materiali. Il fatto tecnico di base è che Pogacar era più leggero. Leggevo che era quello con circa 10 chili in meno rispetto ai più leggeri tra i primi dieci classificati.

E’ che a volte ci facciamo trasportare dall’invincibilità di Pogacar. Come se per lui fosse tutto facile e scontato…

Rendiamoci conto che arrivare lì davanti è già un’impresa per Pogacar. Pensare che possa staccare Van Aert in pianura sarebbe più surreale che altro. Vorrebbe dire sviluppare una quantità di watt rispetto a loro incredibile. Magari poteva staccare il Van Aert del 2025, ma non questo.