Giuria severa, Viviani declassato, ma lo spirito è quello giusto

30.08.2025
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Un’ora circa dopo l’arrivo di Saragozza, la giuria della Vuelta riapre l’ordine d’arrivo e ne toglie Viviani e Coquard, retrocedendoli in 105ª e 106ª posizione. Elia aveva sprintato in testa, fino a cogliere il secondo posto. Il suo spostamento dal centro strada verso il lato sinistro della strada è evidente, ma non è una manovra assassina. Tanto che quando il veronese si accorge di avere accanto Philipsen in rimonta, si raddrizza e il belga riesce a passare. Nelle stesse interviste del vincitore dopo l’arrivo non c’è alcun riferimento alla deviazione di Viviani.

«Abbiamo vinto – racconta Philipsen – quindi non posso lamentarmi. Ho perso i miei compagni di squadra nel finale, ho provato a richiamarli ma nell’ultimo chilometro ormai c’era poco da fare. Così ho dovuto fare da solo. Ho preso la ruota di Bryan Coquard. Mi sentivo le gambe durissime come il cemento, ma sono comunque riuscito a vincere».

Quella di Saragozza è stata l’ultima volata prima della 19ª tappa. Impossibile che la fuga arrivasse
Quella di Saragozza è stata l’ultima volata prima della 19ª tappa. Impossibile che la fuga arrivasse

Uno sprinter corretto

Nel vecchio ordinamento del ciclismo, la cosa si sarebbe fermata lì, anche perché il terzo sul traguardo – Ethan Vernon – aveva scelto di fare la volata dall’altro lato della strada. Dopo l’arrivo il solo sentimento di Viviani era la grande tristezza per l’occasione mancata e il grande lavoro dei compagni.

«Fa male – ha detto Elia – guardi la linea davanti. Senti che è più vicina, sempre più vicina, ma quando c’è in giro un corridore come Philipsen, la corsa non è mai finita sino alla riga. Con lui è molto probabile perdere. Ed è ancora più doloroso con il grande lavoro della squadra, che avete visto. Mi hanno messo nella posizione perfetta, anche se nel finale c’è stata un po’ di confusione. Ho preferito spostarmi su un lato, ma se riguardi questo sprint dopo, puoi affrontarlo in 100 modi diversi e magari vincere. Quando sei lì, devi scegliere e così ho fatto io. Fino a quando ho sentito urlare Philipsen dal lato delle transenne. Non volevo chiuderlo, non è così che vinco le gare. Ci sono andato vicino, quindi spero che nell’ultima settimana si possa fare qualche altra volata».

Viviani ha lasciato spazio a Philipsen, ma la giuria ha ritenuto la deviazione volontaria e l’ha retrocesso
Viviani ha lasciato spazio a Philipsen, ma la giuria ha ritenuto la deviazione volontaria e l’ha retrocesso

La voglia di dimostrare

Dopo lo sprint di esordio di Novara, scambiando qualche messaggio, Viviani aveva detto che quel giorno non ci fosse la possibilità di battere Philipsen e che un secondo posto sarebbe stato un bel risultato. C’era e c’è ancora la voglia di dimostrare che averlo portato alla Vuelta sia stata la scelta giusta.

«Dobbiamo solo essere positivi – dice – e guardare cosa ha fatto la squadra, perché non posso chiedere di più da loro. Sono davvero felice di essere qui, anche se in questi primi giorni ho faticato molto, non c’è da nascondersi, perché è la verità. Ma quando ti avvicini a un obiettivo così importante, significa che sei un atleta serio e che a 36 anni provi ancora a battere il miglior velocista del mondo. Sono sicuramente felice di essere lì e mi dispiace non aver vinto oggi, ma il ciclismo è così».

In un post su Instagram dopo l’arrivo, Viviani è tornato sulla sua manovra nel finale. «Ho cambiato la mia linea? Sì. Perché? Perché come ogni sprinter, quando sei davanti cerchi un lato della strada. Perché non ho scelto il lato sinistro quando ho iniziato lo sprint? Perché davanti a me avevo il mio compagno De Buyst e so che mi avrebbe lasciato spazio. Però non posso prevedere cosa farà il leadout della Alpecin. Per questo ho deciso di spostarmi verso il centro della strada.

«Alla fine ho lasciato che la porta si aprisse a sinistra? Sì, quando ho sentito Philipsen urlare, sapevo che non potevo chiudere questa porta, così mi ha superato nettamente. Hai parlato con la giuria? Sì, ho parlato con il presidente della giuria e mi ha mostrato nel video cosa ho fatto e mi ha spiegato che non posso cambiare la mia traiettoria, anche se alla fine gli ho lasciato lo spazio per passare. Ti dispiace? Sì, mi dispiace per la mia squadra e per i miei compagni di squadra perché meritano un risultato migliore, oggi sono stati incredibili! Ovviamente, congratulazioni a Jasper Philipsen».

Quella di Saragozza era forse l’ultima vera possibilità per i velocisti. Per rivedere un arrivo adatto agli uomini veloci bisognerà aspettare probabilmente la 19ª tappa e poi quella finale di Madrid. Prevedibile quindi che la fuga non sarebbe arrivata e che nel finale ci sarebbe stata alta tensione. Per le prossime dieci tappe, la lotta dei velocisti sarà con il tempo massimo. L’appuntamento sarà forse a Guijuelo.

Sicurezza in gara: Neri Sottoli e la FCI portano Boplan in Toscana

30.08.2025
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Le barriere e i sistemi di sicurezza Boplan arrivano in Italia, anzi in Toscana, portate da Neri Sottoli e dal Comitato regionale della FCI. La notizia è atterrata nella posta elettronica ed è sembrata subito di grande interesse.

«Per la nostra azienda, storicamente legata al ciclismo – ha dichiarato Stefano Baronti, amministratore dell’azienda – questo progetto rappresenta una missione di responsabilità: contribuire in modo concreto alla tutela degli atleti e al miglioramento della sicurezza delle competizioni».

Un sistema integrato

Non solo transenne (che per ora in Toscana non arriveranno). Fra le soluzioni Boplan ci sono anche i totem per coprire gli spartitraffico e neutralizzare tutte le… barriere architettoniche che fanno delle strade moderne un percorso a ostacoli per chi va in bicicletta.

Le soluzioni Boplan che arriveranno in Italia verranno utilizzate in oltre 300 eventi l’anno, tra cui cinque gare professionistiche come il GP Industria & Artigianato, la Coppa Sabatini, il Giro della Toscana e il Trofeo Oro in Euro. Inoltre verranno utilizzate anche nelle competizioni giovanili e amatoriali, dato che all’operazione, come detto in avvio, partecipa anche il Comitato regionale toscano della Federazione.

«Siamo pronti a una collaborazione intensa – ha dichiarato nel comunicato ufficiale Luca Menichetti, presidente FCI Toscana – che innalzerà in maniera decisiva il livello di sicurezza delle gare. Boplan Sport e Neri Sottoli portano competenze ed esperienza di grande valore per il ciclismo toscano».

Alla Scheldeprijs del 2021 fotografammo per la prima volta le barriere di Boplan
Alla Scheldeprijs del 2021 fotografammo per la prima volta le barriere di Boplan

Dall’industria al ciclismo

Facemmo la conoscenza delle barriere Boplan alla Scheldeprijs del 2021. Avevamo ancora negli occhi la terribile caduta di Jakobsen al Tour de Pologne del 2020, quando il corridore olandese aprì le transenne finendo fuori dalla sede stradale. Vedere le barriere in termoplastica dell’azienda belga fu una epifania. Nessuna soluzione di continuità fra un elemento e l’altro e l’altezza tale da impedire a qualche tifoso buontempone di sporgersi troppo e colpire i corridori con il telefonino, cercando la foto del secolo.

Trattandosi di un’azienda belga, Flanders Classics aveva già iniziato a servirsene regolarmente (in apertura l’azione vincente di Pogacar al Fiandre). E anche Boplan, da noi interpellata, ci spiegò tramite Bram Robichez (Marketing ed E-commerce manager) come fossero nate le varie soluzioni. Protezioni nate per la sicurezza industriale e poi esportate nel ciclismo per la passione dell’Amministratore Delegato Xavier Ramon e di molti dei dipendenti. Ci parlarono anche della possibilità di avere collaborazioni con gli organizzatori interessati. Il Tour de Pologne aderì praticamente subito.

Luglio 2021, Agata Lang sigla la collaborazione con Boplan per il Tour de Pologne
Luglio 2021, Agata Lang sigla la collaborazione con Boplan per il Tour de Pologne

Boplan e Neri Sottoli

Incuriositi dalla scelta di Neri Sottoli, abbiamo contattato direttamente Stefano Baronti. Suo padre Giuliano, scomparso ormai tre anni fa, era un vero motore del ciclismo nella zona di Lamporecchio. Oltre alle varie squadre di Citracca e Scinto, non fece mai mancare il supporto agli eventi sul territorio e la sua opera ha trovato continuità in quella di suo figlio.

«Eravamo in contatto con Boplan – spiega – a livello industriale, sviluppando dei sistemi di protezione all’interno e all’esterno degli stabilimenti e dei nostri magazzini. Per questo è stato abbastanza semplice estendere il livello della collaborazione. Da dieci giorni abbiamo ricevuto la fornitura per coprire un’attività doppia, forse anche tripla. La collaborazione esclusiva consente a noi l’uso dei materiali, in cambio della visibilità per il progetto».

Il totem è alto 2,4 metri, ha un Gps che lo rende individuabile e un segnalatore acustico e luminoso
Il totem è alto 2,4 metri, ha un Gps che lo rende individuabile e un segnalatore acustico e luminoso

Due richieste parallele

Al momento, ci dice Baronti, le transenne non fanno parte della fornitura. «Non abbiamo voluto entrare in collisione con chi da anni – spiega – si occupa dell’installazione delle transenne, quindi per ora l’interventi si riferisce alle altre soluzioni. La singolarità sta nel fatto che il Comitato toscano si era mosso in autonomia e quando Boplan ha visto che gli erano arrivate due richieste dalla Toscana, ha scelto la modalità della fornitura. Per cui quello che faremo da settembre sarà raccogliere le richieste degli organizzatori interessati e le forniremo in base alla disponibilità».

Davvero un bel passo nel segno della sicurezza. Ci si può lamentare quanto si vuole per le condizioni delle strade, ma fare tutto il possibile per tenere lontani i pericoli è quello che può far dire agli organizzatori di aver dato il massimo per la loro parte. Se a Molino dei Torti ci fossero state le transenne Boplan, forse Giovanni Iannelli avrebbe avuto un destino diverso.

Ciabocco, un Avenir Femmes corso con riflessi azzurri

30.08.2025
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Il bicchiere lo vede sempre mezzo pieno e ha ragione lei. Eleonora Ciabocco ha appena concluso il Tour de l’Avenir Femmes meglio di un anno fa e può incamerare ulteriori convinzioni per i prossimi appuntamenti in maglia azzurra (in apertura foto instagram).

Nel 2024 la ventunenne marchigiana chiuse il “piccolo Tour” per U23 al sesto posto a più di sette minuti da Marion Bunel. Quest’anno invece ha iniziato con due secondi posti nelle prime due frazioni. Ha concluso quindi la generale in quinta piazza dopo essere stata seconda ad una manciata di secondi dalla maglia gialla fino alla vigilia delle due semitappe di ieri. Stavolta Ciabocco se l’è giocata molto di più contro due atlete più inclini di lei alla salita come Holmgren e Bunel (rispettivamente prima e seconda, a parti invertite rispetto a dodici mesi fa). Ora arriva un periodo da vivere quasi senza respiro tra Picnic PostNL e nazionale.

Holmgren (in maglia gialla) brucia Bunel al fotofinish ai 1980 metri di La Rosière. Chiuderanno così anche la generale (foto Tour Avenir Femmes)
Holmgren (in maglia gialla) brucia Bunel al fotofinish ai 1980 metri di La Rosière. Chiuderanno così anche la generale (foto Tour Avenir Femmes)

Tutto alla fine

E’ stato un venerdì intenso quello vissuta sulle strade dell’Avenir Femmes. Dopo il riposo del giovedì, l’ultima giornata si è divisa in due a La Rosière dove era partita la corsa un anno fa. Al mattino la semitappa di 40 chilometri a cavallo delle Alpi con sconfinamento in Val d’Aosta (trasferimento di 36 chilometri per la partenza ufficiale da Morgex scalando il Piccolo San Bernardo prima di rifarlo in gara al ritorno), poi nel pomeriggio l’altra semitappa con una cronoscalata di 10 chilometri. Tra tutto le gambe di Ciabocco e le altre atlete hanno avvertito un dislivello di 3.000 metri.

«Siamo partite forte – attacca Eleonora mentre sta rientrando col gruppo azzurro dalla Francia – e mi aspettavo che qualcuno attaccasse presto. Infatti Bunel ha forzato i tempi sul Colle San Carlo, scollinando da sola e guadagnando in discesa. Dietro eravamo tutte assieme, ma scendendo verso La Thuile abbiamo iniziato a perdere contatto fra di noi. Da lì in avanti io ho praticamente fatto tutta la gara da sola e come me via via molte altre, a parte Holmgren che era già tornata su Bunel, arrivando in due fino al traguardo.

«E’ stato in quel frangente – prosegue Ciabocco – che ho perso tanto tempo ad inseguire quelle davanti a me che hanno sfruttato la superiorità numerica prima di restare sole. Ovvio che poi siano cresciuti i minuti tornando a La Rosière. La crono in salita non è andata male, però devi fare i conti con ciò che ti è rimasto. Posso dire di uscire con maggiori consapevolezze e più esperienza in generale e rispetto all’anno scorso. Quest’anno ero più preparata a fare la capitana perché anche con la mia squadra mi era capitato di essere leader in qualche gara».

Dopo il secondo posto nel prologo, Ciabocco conquista la stessa posizione nella prima tappa alle spalle di Gery (foto Lewis Catel)
Dopo il secondo posto nel prologo, Ciabocco conquista la stessa posizione nella prima tappa alle spalle di Gery (foto Lewis Catel)

Assaggio mondiale

E’ mancato solo l’acuto. Ciabocco meritava di tornare dalla Francia con un risultato importante anche se non bisogna disprezzare il secondo posto nel prologo in salita a Tignes e quello nella prima tappa in linea a Saint-Galmier, così come le altre quattro top 10. Questa settimana di Avenir Femmes può considerarsi un antipasto del mondiale U23 in Rwanda.

«Il livello è stato alto – analizza – tanto che nelle frazioni iniziali, o le prime quattro in linea se preferite, non c’è stato spazio e terreno per fare gara dura o un po’ di differenza sulle scalatrici pure. Siamo sempre arrivate tutte assieme. All’Avenir le salite lunghe hanno deciso la generale, al mondiale invece ci saranno strappi più corti e più gestibili, seppur ne uscirà una corsa dura.

«So che dovremmo essere al via in poche – spiega Ciabocco – e potrebbero esserci le stesse avversarie con l’aggiunta di qualche ragazza che non c’era in Francia. Penso a Cat Ferguson. Sulla carta può sembrare un percorso troppo duro per lei, ma sappiamo che è forte e che quando sta bene è capace di tutto. Penso però anche a Celia Gery, che all’Avenir ha conquistato tre tappe e mi ha fatto una grande impressione. Non è un caso che Francia e Gran Bretagna al mondiale U23 andranno con formazioni al completo o quasi».

Ardeche, Rwanda e… Ardeche

Il contingente della nazionale per i mondiali africani prevede il numero massimo consentito sia per uomini che donne. Nel gruppo femminile non è ancora esplicitato se ci sarà un posto riservato ad una Under 23 (che ricordiamo correranno una gara tutta per loro per la prima volta nella storia), però interpretando le parole del cittì Velo dopo il Giro Women parrebbe che quel posto potrebbe essere assegnato proprio a Ciabocco.

Se occorrevano risposte dall’Avenir, allora si può dire che siano arrivate. E forse vale davvero la pena portare la marchigiana in Rwanda. E’ vero che correrà senza compagne, ma è altrettanto vero che non sarà l’unica in quelle condizioni e non è peregrina l’idea di portare a casa una medaglia. Ora manca solo l’ufficialità, ma intanto Eleonora sa già che il programma che l’attende potrebbe essere un cerchio.

«Farò qualche giorno a casa – ci dice – poi correrò il Tour de l’Ardeche con la Picnic PostNL (dal 9 al 14 settembre, ndr). A quel punto se dovessi correre il campionato del mondo, so che partirei col gruppo crono il 17 o 18 settembre. Quindi farei una settimana in Rwanda prima di correre (le U23 corrono il 25 settembre, ndr).

«In teoria – conclude Ciabocco – dovrei correre anche l’europeo in Ardeche (il 3 ottobre, ndr) e la gara con la squadra potrebbe servire proprio anche in quella funzione. Tuttavia ci sono ancora un po’ di cose che vanno confermate e considerate. Una di queste sarebbe la capacità di recupero tra il rientro dal Rwanda e la rassegna continentale. Andiamo un passo alla volta però. Alla base di tutto bisogna aspettare la definitiva convocazione in nazionale. Naturalmente spero che arrivi, io sono pronta».

Dalla Monsterrando agli europei, tante news per Pontoni

30.08.2025
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La Monsterrando di domenica scorsa a Fubine (AL) ha aperto un mese importante per il gravel, che culminerà il 21 settembre con gli europei in programma ad Avezzano. La classica piemontese, tappa dei circuito Uci ha dato risposte importanti, con la vittoria in campo maschile di Romain Bardet che, dopo il suo ritiro dalle scene professionistiche ha dimostrato che volendo il talento è rimasto intatto, mentre fra le donne Erika Magnaldi ha lasciato il mondo delle corse su strada per una domenica immergendosi in un ambiente più vicino a quello delle sue radici granfondistiche.

Romain Bardet ha chiuso la sua carriera su strada al Giro del Delfinato, ma si sta appassionando al gravel
Romain Bardet ha chiuso la sua carriera su strada al Giro del Delfinato, ma si sta appassionando al gravel

Una nazionale difficile da costruire

Daniele Pontoni a Fubine non c’era, ma è rimasto sempre con le antenne dritte considerando anche che il tempo della selezione per la squadra nazionale per l’Abruzzo è sempre più vicino (senza dimenticare che poi c’è anche la scadenza mondiale da tenere in conto). La gara piemontese gli ha fornito molti spunti sui quali ragionare.

«La composizione di una nazionale – afferma Pontoni – in questo periodo è legata fortemente agli impegni dei team. Bisogna fare una sorta di gimkana fra mille ostacoli, ma io penso di avere ormai una certa idea in testa, che si basa molto sulle risultanze dei campionati italiani. Ci sarà il campione nazionale Mattia Gaffuri, ma poi penso che andrò a pescare in quell’ordine di arrivo. Avrei voluto avere in squadra De Marchi ma il suo calendario stradistico è cambiato e dovrà andare in Slovacchia. Sarà comunque una squadra mista, fra stradisti, biker e gravelisti puri. Fra le donne non potremo avere Persico per la concomitanza mondiale su strada ma penso di averla poi per la rassegna iridata che ricalcherà per molti versi il percorso dell’Amstel Gold Race. Qui la vittoria di Erica Magnaldi è stata una bellissima notizia che vedremo di far fruttare».

Daniele Pontoni, cittì per ciclocross e gravel, sta preparando la nazionale per europei e mondiali (foto Giulietti)
Daniele Pontoni, cittì per ciclocross e gravel, sta preparando la nazionale per europei e mondiali (foto Giulietti)
La vittoria di Bardet è arrivata al termine di un lungo testa a testa con il ceko Vakoc, che è uno specialista puro. E’ la dimostrazione che a parità di situazione è ancora lo stradista a prevalere?

Sì, ma bisogna fare alcuni distinguo. Su distanze come quella della Monsterrando, ricalcando molto la strada, io credo che la differenza sia ancora marcata, ma più il chilometraggio si allunga, più il divario diminuisce. Sopra i 300 chilometri le prospettive cambiano. Ricordiamoci poi che parliamo di un signor corridore come Bardet, uno dei grandi della strada dell’ultimo decennio. La verità è che i gravelisti si stanno adattando sempre di più e questo sta assottigliando il divario e si annullerà del tutto con le novità in arrivo.

Quali in particolare?

La scelta dell’Uci di attribuire punti per il ranking su strada anche alle altre discipline come gravel e marathon di mtb è qualcosa di rivoluzionario. Questo sta spingendo molti team di primo piano a prevedere la costituzione di vere e proprie costole dedicate al gravel, quindi vedremo sempre più professionisti gareggiare perché le gare internazionali assegneranno punti preziosi. Io credo che già dal prossimo anno ne vedremo delle belle da questo punto di vista…

Per Erica Magnaldi una vittoria netta in Piemonte, con 2’45” sull’australiana Frain (foto organizzatori)
Per Erica Magnaldi una vittoria netta in Piemonte, con 2’45” sull’australiana Frain (foto organizzatori)
Questo influirà anche sul tuo lavoro?

Certamente, cambierà molto, dovrò avere un occhio sempre più attento, tenere contatti stretti con corridori e squadre. La presenza della Magnaldi domenica a Fubine è stata un bel regalo, anche da parte del UAE Team Adq per lei e per tutto il movimento, ma non sarà più così sporadica. Non solo: questo sta spingendo anche gli organizzatori a mettersi in gioco. Avevamo iniziato con un paio di gare, quest’anno erano già 7-8 di richiamo internazionale e so già che ci sono alla porta altri organizzatori che vogliono essere coinvolti.

Da dove nasce tutto quest’interesse?

Facile rispondere: sono le grandi case ciclistiche che stanno spingendo tutto il movimento e gli enti internazionali e le federazioni non possono che andar dietro. Il mercato delle gravel sta vivendo un’enorme espansione e le aziende giustamente, per cavalcarlo, hanno bisogno di vetrine sempre più importanti.

Alla Monsterrando il miglior italiano è stato Matteo Fontana, 6° a 2’38” (foto organizzatori)
Alla Monsterrando il miglior italiano è stato Matteo Fontana, 6° a 2’38” (foto organizzatori)
L’esempio di Bardet che dopo il suo ritiro si è fatto coinvolgere da questo mondo resterà isolato?

Non credo proprio, è lo stesso che avvenne negli anni Novanta per la mtb. Ricordate Vandelli, Noris, Rosola, Vairetti, Gioia tanto per fare qualche nome? Trovarono una coda importante alla loro carriera. Il gravel consente e consentirà a chi per qualsiasi ragione non trova spazio su strada di poter comunque fare attività con tutto quel che ne consegue, anche a livello economico.

Tornando agli europei, sarà un percorso simile a quello affrontato domenica in un’altra parte d’Italia?

In parte, perché si correrà su un circuito di 30 chilometri da ripetere tre volte per le donne e cinque per gli uomini, con un dislivello importante, oltre 2.500 metri. Gli organizzatori non l’hanno ancora ufficializzato, devono verificare e completare alcune parti, ma sappiamo che a differenza della Monsterrando che aveva una prima parte veloce e filante, lì sarà impervio fin da subito, più simile forse a quello del campionato italiano all’Amiata. Io credo che i concorrenti arriveranno alla spicciolata, bisognerà fare in modo di arrivarci preparati.

Lunigiana al via: tra donne, uomini e lo spettacolo di Genova

30.08.2025
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Con la presentazione della corsa femminile avvenuta ieri sera presso la Poliartigiana Srl, nel comune di Arcola, in provincia di La Spezia, è iniziato il Giro della Lunigiana. La Corsa dei Futuri Campioni vedrà prima la gara riservata alle donne, in atto il 2 e il 3 settembre. La sera stessa tutta la carovana dell’organizzazione si sposterà a Lerici, città che ormai da qualche anno ospita la presentazione dei team per la gara maschile. 

E’ facile capire che le ultime ore per Lucio Petacchi, direttore del Giro della Lunigiana, siano state frenetiche. Lo abbiamo intercettato mentre in macchina si spostava da un appuntamento all’altro, e nei brevi ritagli di tempo siamo riusciti a farci raccontare gli ultimi pensieri prima che il tutto parta in maniera ufficiale. 

Iniziano le donne

La macchina organizzativa del Giro della Lunigiana non si è mai fermata, è un vortice continuo capace di raccogliere e riempire tutti i mesi che separano una manifestazione con l’altra. Questa corsa dedicata alla categoria juniores è giunta alla sua 49ª edizione e da quattro anni si è affiancata la gara femminile.

«Martedì 2 settembre – racconta Lucio Petacchi in uno dei pochi momenti di calma – inizierà la quarta edizione del Giro della Lunigiana Donne. Anche in questo caso il format è rimasto invariato, due tappe in altrettanti giorni per decretare chi erediterà la maglia verde dalla vincitrice dello scorso anno: Erja Bianchi».

Il Giro della Lunigiana Donne è giunto quest’anno alla sua quarta edizione (foto Instagram)
Il Giro della Lunigiana Donne è giunto quest’anno alla sua quarta edizione (foto Instagram)
Come procede lo sviluppo della Corsa delle Future Campionesse?

La gara femminile in queste edizioni ha avuto una crescita esponenziale a livello di numeri. Eravamo partiti bene nel 2022 e ora siamo già a oltre ottanta atlete al via. Aggiungere questa corsa è stato un qualcosa di innovativo, arrivato grazie anche all’input della Federazione e noi siamo stati felici di allargare il nostro impegno anche al ciclismo femminile. 

Quanto è cambiato l’impegno in questi anni per la tua squadra?

Sicuramente è aumentato, ma quando si organizza un evento di primo livello come il Giro della Lunigiana la voglia di crescere non può mancare mai. Ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo messi al lavoro per far sì che anche questa gara prendesse subito il verso giusto

La Corsa dei Futuri Campioni ha raccolto enormi consensi negli anni da parte delle amministrazioni comunali
La Corsa dei Futuri Campioni ha raccolto enormi consensi negli anni da parte delle amministrazioni comunali
Le sedi di partenza e arrivo sono le stesse degli uomini?

Quando andiamo a presentare il nostro progetto alle varie amministrazioni comunali e agli enti portiamo entrambe le manifestazioni. E’ difficile pensare di farle arrivare nelle stesse località, ma abbiamo sempre ricevuto risposte positive. Quest’anno la corsa femminile, nella tappa inaugurale, ripercorrerà il circuito della prima tappa del Giro della Lunigiana del 1975, l’edizione numero uno della Corsa dei Futuri Campioni.

Le forze per gestire il doppio impegno sono aumentate?

Gli uomini che mettiamo in campo sono sempre gli stessi, con la differenza che ora chiediamo loro due giorni in più. Sono tutti volontari e a loro va un grandissimo grazie, perché lavorano senza sosta per sei giorni consecutivi. Senza considerare tutta la parte di preparativi e allestimento. 

Questa la presentazione 49° Giro della Lunigiana, dove è stata svelata anche l’iconica partenza da Piazza de Ferrari
Questa la presentazione 49° Giro della Lunigiana, dove è stata svelata anche l’iconica partenza da Piazza de Ferrari
Si può pensare di far crescere ancora la corsa femminile?

Ora la gara è di livello nazionale, per farla crescere servirebbe capire quali passi fare per portarla allo stesso livello di quella maschile. L’obiettivo e la speranza deve essere quello di fare sempre meglio. Non è un lavoro semplice ma abbiamo un territorio sensibile e capace di rispondere a ogni nostra richiesta. La Regione Liguria ha messo il suo patrocinio anche per la corsa femminile e questo è una grande soddisfazione per noi.

Liguria che ospiterà anche la grande partenza da Genova per la corsa maschile…

Da Piazza de Ferrari. Penso sia la prima volta per una corsa di ciclismo, direi un evento storico del quale siamo estremamente orgogliosi. L’emozione è altissima, e credo sia un bel riconoscimento per il lavoro di tutti. Come lo è il fatto di avere alla partenza la Rappresentativa del Giappone, cosa che dona un tocco di internazionalità in più alla nostra corsa.

Ayuso contro Frigo, scontro fra due rabbie diverse

29.08.2025
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Sul traguardo di Cerler, Ayuso si tappa le orecchie. Dite pure tutto quello che vi pare, io non voglio starvi a sentire. Lo spagnolo è arrivato alla Vuelta con i favori del pronostico, messo dentro al posto di Pogacar, quasi a sottolineare che con Tadej non avrà più a che fare. Leader con Almeida, difficile dire se con qualche diritto di prelazione. Sta di fatto che ieri ad Andorra, sul primo arrivo in salita nemmeno troppo crudele, Juan è tornato in hotel con quasi 12 minuti di passivo. Poche gambe o la voglia di prendere le distanze dalla coppia e fare la sua corsa nonostante tutto?

Nella fuga con Ayuso viaggiava anche Marco Frigo, alla Vuelta per puntare alle tappe
Nella fuga con Ayuso viaggiava anche Marco Frigo, alla Vuelta per puntare alle tappe

La Bahrain rinunciataria

Non parlate, non vi sento. Così Ayuso ha attaccato sulla prima salita e ha fatto un’ora da solo, prima che lo raggiungessero gli altri fuggitivi. Ha pedalato con loro, girato con loro, condiviso con loro la fatica. Ma quando mancavano 9 chilometri all’arrivo e al suo fianco c’era soltanto Marco Frigo, Ayuso si è scosso e l’ha lasciato lì.

«Ho trovato il peggiore con cui andare in fuga – ammette Frigo – sappiamo tutti che corridore sia Ayuso. Quando ho visto attaccare lui e Vine, ho capito che saremmo potuti arrivare. Dietro era chiaro che la Bahrain Victorious non avrebbe tirato fino all’ultima salita, per poi mettere la vittoria in palio, sapendo che il suo uomo in maglia è vulnerabile. Questo ci ha dato fiducia sul fatto di arrivare. Bisognava essere in fuga e penso che sia stata una delle giornate più dure per esserci. Detto in gergo ciclistico, la salita iniziale l’abbiamo ben spianata».

Il gruppo ha lasciato andare: la Bahrain non aveva interesse a cucire sulla fuga
Il gruppo ha lasciato andare: la Bahrain non aveva interesse a cucire sulla fuga

500 metri di sforzo inutile

Nel gruppetto all’attacco, quando sulla penultima salita Jay Vine ha provato l’allungo, Frigo deve aver pensato che l’australiano avrebbe rifatto quel che gli era riuscito ieri ad Andorra. Attacco in cima alla salita, discesa da kamikaze e scalata finale in testa fino al traguardo.

«In realtà poteva essere pericoloso – conferma il vicentino della Israel Premiertech – che lui andasse avanti e dietro rimanesse un gruppetto con Ayuso che non collaborava. Per questo ho deciso di andargli dietro e in un attimo in discesa e poi nella valle avremmo potuto guadagnare un minuto. Ovviamente poi abbiamo capito che lavorava per Ayuso e in quel momento m’è venuta anche la frustrazione di aver fatto 500 metri a tutta per prenderlo e non è servito a niente».

Quando la vittoria di Ayuso era al sicuro, Almeida ha fatto il forcing: con lui Vingegaard e Ciccone
Quando la vittoria di Ayuso era al sicuro, Almeida ha fatto il forcing: con lui Vingegaard e Ciccone

Cinque chili di differenza

Ayuso ha attaccato e Frigo l’ha seguito. La salita finale andava avanti a gradoni su cui i cinque chili di differenza fra Ayuso e Frigo (65 lo spagnolo, 70 l’italiano) rischiavano di trasformarsi in un altro step difficile da sormontare.

«Sono sincero – spiega Frigo – quando ha attaccato ai piedi della salita, io stavo bene e per questo sono riuscito a tornare sotto. Anche quando tiravamo, mi sono messo a collaborare perché credevo di stare bene e avevo buone sensazioni. Però alla fine, forse lui un po’ ha bleffato, non lo so. Sta di fatto che quando ha fatto il secondo attacco, mi ha lasciato lì. Ho cercato di prendere il mio ritmo e per un po’ sono riuscito a tenerlo a tiro, però pian piano mi stavo spegnendo. Ho visto che stava entrando García e sapevo che poteva darmi una mano, però intanto Ayuso è diventato imprendibile. C’è da dire che probabilmente lì davanti, dopo Pedersen, io ero quello più pesante. Nella salita c’erano dei punti in cui si poteva respirare, ma quando tirava in su, diventava bella ripida e ovviamente il mio peso e la mia altezza non mi hanno aiutato…».

L’amarezza di Frigo

Dice e sottolinea di voler tenere la testa sulla Vuelta, senza nulla che porti via la concentrazione. Anche il mondiale e l’europeo, se ci saranno, si affronteranno dopo la corsa spagnola. Dopo la cronosquadre in cui per una protesta pro Palestina la squadra è stata rallentata, la sera Marco avrebbe avuto voglia di mollare. Lo ha detto ai microfoni di Andrea Berton e lo ripete ora qui con noi.

«Superare quello che è successo nella cronosquadre – dice – è stato pesante, sono sincero che la pietra sopra non ce l’ho ancora messa. Proprio perché forse è stata l’escalation di una situazione che forse mi portavo avanti da un po’ e mi ha messo davanti alla realtà com’è. Per metterci la pietra sopra ci vorrà del tempo oppure bisognerà prendere altre decisioni. Però intanto devo concentrarmi ed è quello che sto provando a fare e che probabilmente oggi sono riuscito a fare meglio di ieri. Pensare che sono qui alla Vuelta e concentrarmi su me stesso, sui sacrifici che ho fatto per avere questa gamba e non sprecarla solo perché ci sono persone che ignorano la situazione e il fatto che la nostra squadra sia una realtà privata».

Dalla cronosquadre, non sono stati giorni facili per Frigo, che spiega perché
Dalla cronosquadre, non sono stati giorni facili per Frigo, che spiega perché

Domenica si riprova

E se di Vuelta si deve parlare, l’analisi riparte brevemente dal secondo posto dietro Ayuso. Per capire se un secondo posto è la più grande delle beffe o comunque va bene.

«Ho già fatto secondo anche l’anno scorso – ricorda Frigo – dietro a Ben O’Connor in forma strabiliante. Io conosco bene le mie potenzialità e fare secondo dietro Ayuso è comunque un buon risultato, segno che la gamba c’è. Magari bisogna giocarla in un modo diverso, su una salita finale meno ripida in cui la pendenza non mi sfavorisca. Oggi tanti scalatori che erano in fuga me li sono messi dietro, quindi su un finale un po’ meno pendente o con un arrivo in pianura, avrei potuto giocarmela diversamente».

Ha appena… disegnato la tappa di domenica a Estación de Esquí de Valdezcaray e c’è da scommettere che lo troveremo davanti ancora una volta. Per stasera intanto è arrivato il momento di rispondere ai messaggi da casa, dopo che per quasi un’ora il telefono in questa valle che conduce all’hotel è rimasto isolato dal mondo.

Ad Apeldoorn nasce la velocità rosa. Quaranta traccia la via

29.08.2025
6 min
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Ivan Quaranta ci sta facendo l’abitudine, ai ritorni trionfali dalle grandi manifestazioni giovanili e chiaramente si attende che presto la lunga scia si trascini anche alle prove dei grandi. Intanto però la rassegna iridata juniores di Apeldoorn gli (e ci) ha regalato una clamorosa sorpresa, un’inversione di tendenza con il gruppo delle ragazze azzurre che ha dominato il settore velocità con ben 3 ori, più il bronzo di quella che a conti fatti è stata la mattatrice della rassegna: Matilde Cenci.

Risultati che per certi versi cambiano le prospettive con cui viene visto il lavoro di Quaranta, a cui la Federciclismo aveva affidato, subito dopo Tokyo 2021, di far risorgere un settore storico per tutto il ciclismo italiano che era completamente caduto nel dimenticatoio. Ora non solo abbiamo un gruppo di Under 23 dalle grandi prospettive, ma anche le ragazze lanciano segnali importanti.

Quaranta con il presidente federale Dagnoni e le ragazze del team sprint, autrici di un’impresa storica
Quaranta con il presidente federale Dagnoni e le ragazze del team sprint, autrici di un’impresa storica

«Siamo riusciti a fare un bel gruppo – afferma il tecnico azzurro – Questi risultati sorprendono fino a un certo punto perché questo gruppo donne nasce sulla scia delle imprese di Miriam Vece, della sua rincorsa e storica partecipazione ai Giochi di Parigi. Questa cosa è stata importante per le ragazze giovani che hanno iniziato a interessarsi, a chiedere, a partecipare. Alla fine con lei a fare da apripista, queste ragazze hanno trovato una via di espressione e poi, quando puoi lavorare con quelle forti, è tutto più facile e cresci prima».

Capita spesso che interagiscano con Miriam?

Tantissimo. Lei spesso le consiglia, quasi mi dà una mano nella loro cura. Scherzando dicevo che ad Apeldoorn l’hanno stalkerizzata, per la gran quantità di telefonate e messaggi nel corso della rassegna…

Delle tre medaglie d’oro quale ti ha sorpreso di più?

Il chilometro da fermo, quella davvero non me l’aspettavo perché non essendo prova olimpica non la prepariamo nello specifico. Ma come è successo al maschile, con Bianchi che ha dimostrato di essere competitivo a livello mondiale, abbiamo dimostrato che anche fra le ragazze si può seguire la stessa strada.

Le vittorie in Olanda rappresentano la base per un nuovo lavoro, teso alla qualificazione olimpica anche nella velocità femminile
Le vittorie in Olanda rappresentano la base per un nuovo lavoro, teso alla qualificazione olimpica anche nella velocità femminile
Nella vittoria della velocità a squadre spicca il fatto che nel terzetto c’era anche Agata Campana che è una specialista della strada, quindi c’è una composizione un po’ diversa rispetto a quella classica della squadra maschile.

Agata ha dimostrato di avere delle ottime attitudini per questa disciplina. Nel Team sprint la terza come al maschile è l’elemento che ha un po’ più fondo. Anche Bianchi è un chilometrista che si allena anche tanto su strada, quindi è una dove la commistione è possibile. Consideriamo anche che a livello junior non c’è ancora quell’iperspecializzalizzazione che giocoforza interverrà più avanti. Tornando alla Campana, lei mi è stata utilissima perché rispetto alla Fiscarelli ha fatto un paio di decimi peggio come terza frazione, però a me è servita tanto per togliere una prova alla Fiscarelli. Quelle energie se le è ritrovate in finale, mentre in qualificazione abbiamo perso pochissimo, nel cambio ci abbiamo guadagnato tutti. Agata è stata bravissima nel svolgere il suo compito e adeguarsi.

Chi è Matilde Cenci?

Una ragazza forte – risponde Quaranta – che ha un passato da stradista e da allieva è stata anche campionessa italiana della madison, oltre a vincere su strada. Una ragazza veloce, forte, seria, che ha dedicato praticamente la vita a questo sport, pensate che è da gennaio che è in ritiro. E quindi è una ragazza su cui sicuramente si può puntare, lei come la Trevisan per il futuro. Entrambe l’anno prossimo passeranno di categoria, potranno correre con le Elite e inserendo la Vece nel team sprint potrebbe già essere una formazione capace di entrare nelle prime 8 a livello mondiale.

Per la veneta la grande gioia nel chilometro da fermo, tra tutti il più inatteso
Per la veneta la grande gioia nel chilometro da fermo, tra tutti il più inatteso
Si sa che in campo maschile ci vuole tempo per maturare, lo stiamo vedendo con la generazione dei Predomo, Minuta e gli altri. Per le donne è diverso, si matura prima, si arriva prima ai vertici?

C’è una differenza fisiologica. La donna matura prima anche fisicamente, quindi può iniziare prima a fare certi tipi di lavori, abbiamo un guadagno di un paio d’anni per poter fare certi lavori in palestra rispetto a un uomo e sono molto più redditizi. Perché? Appunto perché il sistema ormonale è già quasi completato. Faccio un esempio: la Cenci ha sfiorato il record del mondo del chilometro facendo 1’08”. La Fidanza, senza nessuna preparazione specifica, ha fatto 1’05”. Certamente servirà del tempo, dovremo lavorare senza fretta, sapendo però che vincere 3 titoli mondiali su 4 in palio non è una roba da poco.

Los Angeles per queste ragazze arriva troppo presto?

Io dico di no, dico che ce la possiamo giocare. Quando hai una Vece che è quarta nel ranking mondiale, una Trevisan che parte in 19”3 che già di per sé t’inserisce nelle prime 10 squadre al mondo, una Cenci che ti vince il chilometro sfiorando il record del mondo e conquistando il keirin facendo un giro e mezzo in testa, con un terzetto così si può anche pensare in grande. Bisogna lavorarci, fare allenamenti specifici insieme e li faremo. Inizieremo dopo il mondiale e già all’europeo 2026 conto che presenteremo la squadra. Lì sapremo qualcosa di più, se il progetto sarà realizzabile in tempi brevi, ma io sono convinto di sì.

La Cenci sul gradino più alto del podio nel keirin, battendo la colombiana Hernandez (foto Uci)
La Cenci sul gradino più alto del podio nel keirin, battendo la colombiana Hernandez (foto Uci)
I maschi sono passati un po’ sottotraccia, senza squilli…

Il team sprint ha chiuso al quarto posto, con una partecipazione di 16 terzetti – chiarisce Quaranta – Ghirelli nel Keirin ha vinto la finalina per il 7° posto ed è un primo anno. Cosumano ha fatto la seconda miglior prestazione come primo frazionista del team sprint di tutto il mondiale e anche lui è un primo anno. Melotti è stato bronzo all’europeo ma al mondiale era un po’ in calo. Sì, diciamo un po’ sottotono rispetto alle aspettative, però il materiale umano su cui poter lavorare c’è.

E i grandi?

Loro avevano una settimana di scarico mentre ero ad Apeldoorn, ora riprendiamo il lavoro verso i mondiali per continuare a progredire. Adesso stiamo preparando il mondiale sperando di entrare nelle 8 e dovremmo avere i tempi per poterlo fare. Siamo ancora in crescita, abbiamo ancora dei margini di miglioramento data la giovane età degli atleti e le possibilità di aggiornamento dei materiali e lavorando sulle posizioni dei corridori, per migliorare l’aerodinamica.

Il muro dei 43 secondi è raggiungibile?

Sì e penso che poterlo abbattere sia anche  qualcosa che si realizzerà quanto prima. Chissà, magari già in Cile visto che la pista mi dicono essere molto veloce…

Alla Vuelta con Hindley, parole e gambe da leader ritrovato

29.08.2025
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Dietro al sorriso di Jai Hindley si nasconde una gran voglia di tornare a stupire. Tutti guardano Vingegaard o si interrogano sul dualismo in casa Uae, ma zitto zitto il vincitore del Giro d’Italia 2022 si sta ritagliando un ruolo in questa Vuelta e sogna di arrampicarsi fino al podio di Madrid.

Le prime frazioni ci hanno restituito l’australiano che avevamo imparato a conoscere sulle nostre strade con il secondo posto del 2020 e l’apoteosi rosa di due anni dopo all’Arena di Verona. Sembra superato l’incidente nella tremenda sesta tappa del Giro dello scorso maggio (poi neutralizzata dalla giuria) che l’aveva costretto a un lungo recupero. Tant’è che proprio in questi giorni di Vuelta è arrivata anche l’attesa convocazione in nazionale per i mondiali in Rwanda. Ulteriore testimonianza di una gamba convincente.

E’ il 29 maggio del 2022 quando nell’Arena di Verona Hindley festeggia la vittoria del Giro con l’allora Bora-Hansgrohe
E’ il 29 maggio del 2022 quando nell’Arena di Verona Hindley festeggia la vittoria del Giro con l’allora Bora-Hansgrohe

Talento ritrovato

La Red Bull-Bora-Hansgrohe si è assicurata per gli anni a venire Remco Evenepoel, così da tamponare anche un eventuale ritiro nelle prossime due stagioni di Primoz Roglic, che ai media sloveni ha confessato il desidero di tornare agli sport invernali. Ritrovare un Hindley al top può ulteriormente rafforzare la corazzata tedesca per il 2026 e aprire più scenari.

«Ritornare a fare il capitano – comincia a raccontare il ventinovenne di Perth – è bello. Abbiamo tanti leader e tanti ottimi corridori in squadra, per cui bisogna cogliere l’occasione quando si presenta. Aspettavo la Vuelta da inizio anno perché sapevo che avrei avuto spazio. E’ stato davvero brutto essere costretti a lasciare così presto il Giro a causa di una caduta. Da quel momento ho cercato di riprendermi e concentrarmi per arrivare con la miglior forma a questo appuntamento».

La partenza da Torino ha gasato Hindley, che ama l’Italia essendo stato anche U23 in Abruzzo
La partenza da Torino ha gasato Hindley, che ama l’Italia essendo stato anche U23 in Abruzzo

La guardia italiana

A Limone Piemonte la Red Bull ha lanciato Pelizzari per provare a scardinare le certezze di Vingegaard. Il piano non è riuscito, ma ha dimostrato che il sesto posto al Giro del ventunenne marchigiano, che ieri ad Andorra ha invece conquistato la maglia bianca, è soltanto l’inizio. «Jai lo vedo tranquillo – dice Pellizzari – è sereno. Ama l’Italia per cui l’inizio di Vuelta nel nostro Paese l’ha caricato e noi crediamo molto in lui».

Accanto a lui, Aleotti e Sobrero compongono la guardia italiana del leader. Nella cronosquadre, Sobrero è stato vittima di un’altra caduta (la sua ruota anteriore ha toccato quella di Aleotti), ma i raggi in ospedale hanno scongiurato il peggio. Il risultato di squadra a Figueres, al netto dell’incidente, è stato confortante, con appena 12 secondi persi dalla Uae della strana coppia Almeida-Ayuso e appena quattro dalla Visma di Vingegaard.

Della guardia italiana di Hindley alla Vuelta fanno parte Pellizzari e Aleotti (con lui in apertura) e anche Sobrero
Della guardia italiana di Hindley alla Vuelta fanno parte Pellizzari e Aleotti (con lui in apertura) e anche Sobrero

Futuri sposi

«Abbiamo tre italiani giovani e forti», prosegue Hindley. «Giulio ha un grande talento e sono certo che sarà una delle stelle del vostro movimento ciclistico per il futuro. In più, è anche un bravissimo ragazzo, così come Matteo e Giovanni, che sono sempre molto disponibili».

Anche se poi in zona mista si nasconde dietro il più sicuro inglese, Jai capisce l’italiano, che viene talvolta utilizzato in corsa in casa Red Bull. D’altronde, la promessa sposa ed ex ciclista a livello giovanile Martina Centomo è lombarda: i due convoleranno a nozze al termine della stagione, a novembre. Ed è stata proprio la futura signora Hindley a raccontarci qualche retroscena, dopo aver terminato l’impegno con l’organizzazione per la partenza italiana della Vuelta (ha tradotto in inglese per le tv internazionali la team presentation di Torino) ed essere tornata in modalità tifosa sia alla cronosquadre sia nell’arrivo in salita in Andorra.

«Fa il timido – rivela Martina – ma a volte l’italiano lo parla e si sforza. Anzi, proprio l’altro giorno, uno dei tecnici mi ha detto che anche in radio l’ha utilizzato per segnalare un pericolo. Dicendo: occhio a sinistra».

Giro 2025, Hindley con Martina, sua futura moglie. E’ il giorno prima della caduta e del ritiro
Giro 2025, Hindley con Martina, sua futura moglie. E’ il giorno prima della caduta e del ritiro

Lei che lo vede da vicino, conferma le nostre buone impressioni: «Nonostante la sfortunata caduta di Matteo, il risultato della cronosquadre ha evidenziato che sono un team molto affiatato. Jai l’ho visto ricaricato e, dall’altro lato, anche rilassato e sicuro di sé e del lavoro che ha fatto per arrivare al meglio in questa Vuelta. In più, è contentissimo della convocazione mondiale, perché sarà leader anche lì».

L’intervento al naso

Insomma, per il podio bisognerà fare i conti con la voglia di riscatto dell’australiano che oramai è anche un po’ italiano. «In pochi lo considerano in chiave classifica finale – continua Martina – forse anche per le sfortune che ha avuto di recente, ma lo vedo finalmente tornato al top.

«Lo scorso anno è stato un calvario, perché è sempre stato ammalato tra una gara e l’altra. Non è riuscito a dar seguito al buon terzo posto della Tirreno-Adriatico (dietro a Vingegaard e Ayuso, ndr). Così, a fine stagione, si è sottoposto a un’operazione per sistemare il setto nasale deviato, visto che poi lui soffre di parecchie allergie di stagione. E devo dire che quest’anno ne ha tratto i benefici».

Il 2024 si era aperto con il terzo podio alla Tirreno dietro Vingegaard e Ayuso, poi Hindley ha dovuto operarsi al setto nasale
Il 2024 si era aperto con il terzo podio alla Tirreno dietro Vingegaard e Ayuso, poi Hindley ha dovuto operarsi al setto nasale

Resettato al 100 per cento

Hindley ha dimostrato anche una grande resilienza, quando la sfortuna si è messa di nuovo di traverso con la caduta al Giro, come conferma la compagna.

«Ricordo com’era conciato quando sono andato a trovarlo in ospedale – ricorda Martina – appena mi sono liberata dagli impegni di lavoro con Rcs al Giro. Ha avuto un sacco di aiuto dalla squadra e poi è dovuto stare una settimana a casa dei miei genitori in provincia di Varese perché non poteva muoversi. Poi ha continuato con la riabilitazione suggerita dal team, al Red Bull Athlete Performance Center in Austria, sia dal punto di vista fisico sia mentale. Era molto giù di morale dopo quanto accaduto. Vedeva i suoi sforzi vanificati da un incidente di corsa, ma si è tirato su le maniche e si è preparato al meglio per la Vuelta. Tra riabilitazione, fisioterapia e attenzione alla nutrizione, l’hanno resettato al 100 per cento e da luglio era pronto per l’allenamento in quota a Livigno».

Il 4° posto della Red Bull-Bora nella cronosquadre di Figueres, a 12″ dalla UAE Emirates, parla di una squadra molto unita
Il 4° posto della Red Bull-Bora nella cronosquadre di Figueres, a 12″ dalla UAE Emirates, parla di una squadra molto unita

Voglia di podio

Jai non si tira indietro e fissa l’obiettivo: «Il percorso della Vuelta propone diverse opportunità per attaccare e tanti begli arrivi in salita in cui posso far bene. Più che una singola tappa, la priorità è sempre un bel piazzamento nella classifica finale. Vingegaard è in grande forma e abbiamo visto come ha vinto a Limone, rientrando persino dopo una caduta: chapeau! Comunque, noi combatteremo ogni giorno e vedremo che risultato verrà fuori».

Delle due precedenti partecipazioni spagnole, il miglior risultato resta il nono posto del 2022, quando a trionfare fu il futuro compagno Remco. Vediamo se la Vuelta italiana lo riporterà sul podio di un Grande Giro. 

Amadio: «Non mancano gli atleti, serve attrarre investimenti»

29.08.2025
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Roberto Amadio in questi giorni si sta alternando tra il lavoro per la Federazione, i risultati ottenuti e le gare che si stanno correndo. In pista la campagna di Apeldoorn e Anadia ha regalato tanti successi, mentre alla Vuelta i nostri atleti si stanno facendo vedere con insistenza. Poi c’è il Tour de l’Avenir, che da ieri è entrato nelle due giornate più dure con le tappe di montagna (in apertura foto Instagram/Tour de l’Avenir). 

«I nomi ci sono – ci anticipa il team manager della Federazione – basta guardare i risultati ottenuti alla Vuelta e prima. La pista si è confermato uno dei fiori all’occhiello del nostro movimento, e anche tra gli under 23 e gli juniores siamo messi bene. Sento parlare di crisi del ciclismo giovanile italiano, dipende da quale punto di vista si guarda il tutto».

I recenti mondiali juniores di Apeldoorn hanno dimostrato che il settore pista è sempre più forte (foto FCI)
I recenti mondiali juniores di Apeldoorn hanno dimostrato che il settore pista è sempre più forte (foto FCI)

Devo team

La riflessione di Amadio anticipa le nostre domande, così ci troviamo subito la strada aperta per instaurare un discorso partito nei giorni del Giro Next Gen e che fa seguito all’editoriale uscito lunedì 25 agosto. Lo spunto per iniziare a parlare di tutto questo arrivò con le parole di Roberto Bressan nel pomeriggio in cui Jakob Omrzel, sloveno del team Bahrain Victorious Development (ex CFT Friuli), ha vinto il Giro Next Gen. «Per noi del CTF – ci disse – diventare devo team era ormai un passo necessario per non scomparire».

«E’ una rivoluzione – commenta Amadio – nata dall’UCI, organo che sta al di sopra delle varie Federazioni nazionali. L’avvento dei team WorldTour e dei devo team è stato un passaggio fondamentale nell’evoluzione del ciclismo. Il fatto che le squadre di vertice possano avere la loro formazione continental (di fatto questo è un devo team, ndr) e che si possano scambiare i corridori ha reso difficile la vita ai nostri team continental che non hanno questa possibilità di sbocco».

La vittoria di Ciccone a San Sebastian, un successo in una corsa di primo livello che mancava da tempo
La vittoria di Ciccone a San Sebastian, un successo in una corsa di primo livello che mancava da tempo
Un ragazzo è attratto dall’idea di correre nei devo team

E’ normale sia così, per ambizioni e per occasioni. Ma questo è un discorso che ha investito tutte le Federazioni. L’Italia è stata maggiormente colpita da tale processo perché ha un sistema basato su formazioni nazionali e regionali. In qualche modo anche Francia e Spagna avevano un sistema simile al nostro.

Con l’eccezione di avere team WorldTour?

Questo fa un’enorme differenza. La Francia ha cinque squadre al massimo livello tra i professionisti, e ognuna di loro ha un devo team. Praticamente hanno più posti che corridori. Quello che è mancato a noi è avere una formazione WorldTour capace di costruire un sistema di sviluppo appetibile. I nostri ragazzi vanno all’estero, non li perdiamo ma sicuramente diventa difficile seguirli. La Federazione però ha fatto tanto. 

In che modo?

A livello juniores e under 23 proponiamo un calendario internazionale importante nel quale corriamo gran parte delle prove di Nations Cup. Oltre a fare attività è anche un modo per permettere ai nostri atleti di correre gare di primo livello. Non è facile riuscire a coordinare il lavoro insieme agli altri team.

Anche perché ci si trova a parlare con squadre di altri Paesi che non hanno a cuore l’interesse della nostra Federazione.

Certamente con loro (i devo team, ndr) il dialogo diventa difficile. Ci troviamo a parlare con tante teste diverse e organizzare gli impegni in modo da avere i corridori è sempre più complicato, in particolare con gli under 23. Per quanto riguarda gli juniores il dialogo è più facile.

La Federazione ha lavorato duramente per permettere agli atleti di tutte le squadre (continental e club) di fare esperienza internazionale (foto Tomasz Smietana)
La Federazione ha lavorato duramente per permettere agli atleti di tutte le squadre (continental e club) di fare esperienza internazionale (foto Tomasz Smietana)
Il rischio è che il prossimo salto porti all’indebolimento delle Federazioni, si dice che dal 2026 il Tour de l’Avenir diventerà una gara per team. 

Noi ci auguriamo di no, questo potrebbe portare a un minor numero di atleti italiani al via. Magari rimarrà lo stesso ma non avranno modo di correre da protagonisti. Servirebbe rafforzare le nostre squadre, ad esempio la scelta di Bevilacqua (MBH Bank-Ballan-CSB, ndr) di diventare professional è lodevole. Non essendo un devo team e non riuscendo ad attrarre corridori di primo livello hanno deciso di fare un salto importante. 

MBH Bank, Biesse-Carrera, CTF, sono squadre che hanno fatto un salto grazie a investimenti stranieri. Da fuori vedono le nostre qualità e investono, da dentro questa cosa non arriva.

Manca la volontà di investire, deve muoversi qualcosa anche a livello politico. Anzi, soprattutto a livello politico. E’ un problema che attanaglia tutto il sistema sport in Italia, serve una politica di defiscalizzazione. Senza questa, e con la crisi economica che viviamo, è difficile pensare a un progetto a lungo termine. 

Stiamo vivendo la stessa cosa di qualche decennio fa: gli sponsor scappano. 

Negli anni 2000 avevamo undici formazioni di alto livello e bastavano budget da 5 o 6 milioni di euro. Quando la spesa si è alzata sono spariti gli investimenti. La stessa cosa la vivono ora le formazioni continental. Qualche anno fa serviva 1 milione di euro per fare una squadra, ora il prezzo è raddoppiato. 

Serve chi riesca a mettere tutti sotto lo stesso tetto?

Serve che le varie Federazioni e il CONI trovino un modo per aumentare gli investimenti e le sponsorizzazioni. Inoltre la nuova legge sulle ASD ha sì regolarizzato tutto ma ha peggiorato la qualità della vita alle piccole realtà che vivevano di volontariato. Il tema centrale è questo, attrarre risorse.