La Vuelta riposa, facciamo luce su Tiberi

01.09.2025
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«Abbiamo la maglia rossa – dice Tiberi – stiamo facendo una bella Vuelta. Personalmente invece non sta andando come avrei sperato, ho avuto delle sensazioni ben diverse da quelle che mi aspettavo. Nei primi giorni ero abbastanza tranquillo, perché in avvio di una gara a tappe non mi sono mai sentito super. Ho bisogno sempre di qualche giorno per prendere il ritmo. Con il primo arrivo in salita serio, sono arrivato con i primi (ad Andorra è arrivato 15° nel gruppo di Vingegaard, Almeida e Ciccone, ndr). Ho risposto bene agli scatti e ho avuto la conferma di essere in crescita. Invece il giorno dopo, di punto in bianco, si è spenta la candela, mi sono trovato senza energie».

La Vuelta riposa a Pamplona, la città di Miguel Indurain. Nell’hotel della Bahrain Victorious alle 14,30 ha parlato il leader della corsa Traen Torstein, che con la sua storia di sopravvissuto al cancro è un eroe fra gli eroi. Nella sua stanza invece Tiberi sta cercando di capire il perché di un passaggio a vuoto inatteso. Al Giro era stata la caduta a farlo fuori dai giochi, che cosa è successo in Spagna?

A Limone Piemonte, per Tiberi passivo di 21 secondi. Ancora nessun allarme: in avvio ha sempre faticato
A Limone Piemonte, per Tiberi passivo di 21 secondi. Ancora nessun allarme: in avvio ha sempre faticato
Come stai?

Ho un po’ di stanchezza, sto sfruttando la giornata per cercare di recuperare. Dall’arrivo di Cerler è cambiata tutta la mia Vuelta, è cambiato l’approccio. Il giorno prima i dati erano giusti, buoni e tutto nella norma, anzi anche meglio. Invece dal giorno dopo i numeri fanno vedere che il corpo ha iniziato a subire troppo la fatica. Il recupero non era dei migliori. Anche il rapporto tra la potenza che riuscivo ad esprimere e l’affaticamento del corpo, con i dati e le sensazioni, non era normale. Non era come al solito e non lo è tutt’ora.

In che senso?

Anche oggi, nel fare una sgambata in bici, non mi sono sentito come al solito. Avevo le sensazioni di quando il fisico inizia a chiedere di calare un po’ il gas.

E’ settembre, la stagione è stata lunga. Al Polonia andavi forte: è possibile che tu sia arrivato alla Vuelta già stanco?

Secondo me, sì. A questo punto direi non solo secondo me, perché i dati e le sensazioni parlano chiaro. Al Polonia ci sono arrivato che stavo particolarmente bene. Subito dopo sono andato diretto in altura e appena arrivato a Sestriere, sono stato male per 2-3 giorni. Ho avuto un po’ di nausea, qualche linea di febbre e sensazioni di stanchezza. Ugualmente sono rimasto in altura e forse lo potevo evitare, perché in quota il recupero è meno agevole. Anche questo potrebbe essere un fattore che ha fatto la sua parte.

Come reagisci all’altura? Ti dà sempre dei buoni risultati?

E’ un discorso delicato, che dipende tanto da persona a persona. Addirittura c’è anche chi non ci crede. Io sento dei benefici, ma oltre all’essere a duemila metri, è il fatto che sei con la squadra, isolato da ogni distrazione. Fai i tuoi allenamenti, hai il massaggiatore, il fisioterapista, il nutrizionista. Un ambiente che ti permette di allenarti al 100 per cento. Puoi curare ogni minimo dettaglio, quindi a parer mio è più quello che fa la differenza, che l’altura in sé per sé. Poi è ovvio che ci sono dietro mille studi, per cui anche stare in quota fa bene, ma quantificarlo compete a chi certe cose le studia. Una cosa l’ho notata.

Quattro ritiri in altura nel 2025 di Tiberi e altri due al livello del mare. Qui è sul Pordoi con Damiano Caruso
Quattro ritiri in altura nel 2025 di Tiberi e altri due al livello del mare. Qui è sul Pordoi con Damiano Caruso
Che cosa?

Che magari farla troppo potrebbe dare qualche svantaggio. Se non la si mette nei momenti precisi della preparazione, può anche farti stancare troppo. Comunque a stare a certe quote, il fisico è già sotto stress di suo.

Questo vivere completamente dedicato all’allenamento può essere pesante?

Questo secondo me è uno dei punti chiave. Come quando si cerca di fare sempre il meglio, bisogna cercare anche di non estremizzare troppo. Da noi si dice che il troppo storpia, bisogna cercare il giusto compromesso.

Conoscendoti e viste le sensazioni che hai, che cosa succede nelle prossime due settimane? C’è modo di salvarsi?

L’approccio è cambiato. Non devo più pensare alla classifica generale e tutto quello che comporta. Non c’è più lo stress ogni giorno di recuperare il più possibile, stare attento a tutto in gara, non abbassare l’attenzione neanche per un secondo. Sotto questo aspetto posso avere più serenità. Magari mi può aiutare a recuperare qualche energia da qui all’ultima settimana, per la quale manca ancora un po’. L’obiettivo è tornare ad avere delle sensazioni e dei numeri buoni, in modo da potermi permettere di andare in fuga e fare un risultato di tappa.

Hai parlato di serenità: si rischia di perderla quando le cose vanno così?

Direi di no. Con la squadra mi sento molto sereno, perché sanno tutto, sanno quello che ho fatto, vedono i numeri e capiscono benissimo la situazione. Quindi sono i primi a non darmi assolutamente pressione. Mentre con le attese dall’esterno ci so convivere. So come funziona lo sport a questi livelli e so che ci sono sempre alti e bassi. Non siamo macchine, quindi ci sta che alla fine della stagione, dopo che si è partiti con dei ritiri già da dicembre, il fisico arrivi a un certo punto e chieda un attimo di recupero.

Dopo il passo falso di Cerler, l’obiettivo di Tiberi è stato correre per la squadra
Dopo il passo falso di Cerler, l’obiettivo di Tiberi è stato correre per la squadra
La domanda di prima nasceva da questo: sei ritiri in un anno, mediamente di due settimane, non sono facili da assorbire. Ed è lo schema che oggi seguono quasi tutti.

Diciamo che andare in ritiro inizia ad essere un po’ troppo di moda. Si parte da due settimane a dicembre per poi farne altre due a gennaio. Quest’anno ho fatto il primo ritiro sul Teide a marzo, se non ricordo male. Un altro ad aprile, quello prima del Giro. A luglio prima del Polonia e poi l’altro al Sestriere prima della Vuelta. Ero già stato via per il Polonia, una gara impegnativa in cui ho attinto parecchio alle mie energie fisiche e mentali. Forse in quel momento, sapendo che sarei stato fuori per altre tre settimane di gara, sarebbe stato più rilassante e migliore per il recupero andare per qualche giorno a casa.

Mondiali ed europei a ranghi ristretti, ma Amadori ha le idee chiare

01.09.2025
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Il Tour de l’Avenir ha lasciato negli occhi del cittì della nazionale under 23, Marino Amadori, la certezza di aver tra le mani un futuro campione. Ma la corsa a tappe francese non ha solo mostrato le qualità di Lorenzo Finn, le risposte di tutti i ragazzi chiamati in causa sono state più che soddisfacenti. Così, una volta richiuse le valige e tornato a casa, il tecnico della nazionale si prepara per i prossimi impegni con le idee chiare (in apertura foto Philippe Predier/DirectVelo). 

«Lorenzo (Finn, ndr) ha fatto una bellissima corsa – racconta da casa Marino Amadori – era lì con i migliori e ci siamo giocati il podio fino all’ultimo momento. Le ultime tre tappe sono state divertenti, ma si è trattato di un Tour de l’Avenir complicato. La Francia ha corso all’attacco, anche quando la maglia gialla era sulle loro spalle. Sapevamo che i nomi da “bollino rosso” erano quattro: Seixas, Nordhagen, Widar e Torres. Tutti questi, a parte Widar, sono già nel WorldTour. Essere così vicini e riuscire a mettere dietro lo spagnolo (Torres, ndr) è stata un’ottima cosa per il nostro Finn».

Lorenzo Finn ha corso un grande Tour de l’Avenir e ha messo il suo nome tra i favoriti per i mondiali in Ruanda (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Lorenzo Finn ha corso un grande Tour de l’Avenir e ha messo il suo nome tra i favoriti per i mondiali in Ruanda (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Ci presentiamo ai mondiali e agli europei con una pedina importante…

Con una squadra importante, perché l’Avenir ha dimostrato questo. Siamo forti, e rispetto agli scorsi anni avevamo un nome concreto per la classifica generale. Però tutti gli atleti sono stati bravi, a partire da Turconi che è stato capace di inserirsi nella fuga dei diciannove atleti che ha caratterizzato la seconda tappa. Mattio e Donati hanno svolto un lavoro eccezionale, così come Borgo. Gualdi, invece, è stato bravo a risalire la classifica e arrivare nei primi 20. 

E’ mancata la vittoria di tappa?

Quando si corre con il mirino puntato alla classifica generale è difficile concentrarsi anche sulle vittorie di tappa. Nelle edizioni passate non arrivavamo con un corridore da podio, il nome di Lorenzo Finn faceva paura a molti. La Francia ci ha corso contro dal primo giorno, hanno tentato di metterlo in difficoltà in tutte le maniere. Essere arrivati a sette secondi dalla medaglia d’argento è un risultato notevole

Simone Gualdi e Lorenzo Finn saranno gli unici due a correre sia mondiali che europei (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
In Ruanda sarà davvero una sfida a due con Widar?

Non saprei, perché le incognite per quella gara sono molte. Inoltre ci sono tanti altri corridori da attenzionare: Mateo Ramirez, Pavel Novak, Omrzel e soprattutto Jarno Widar. A Kigali arriveremo con una squadra ridotta, con quattro atleti. Visto che occupiamo la prima posizione nel ranking under 23 ne avremmo potuti schierare sei di ragazzi, ma la Federazione ha dovuto fare delle scelte legittime (l’Italia si presenterà a ranghi completi solamente nelle prove elite, ndr). 

Quattro nomi soltanto, scelte facili o difficili?

Facili, a essere onesti. Perché qualche corridore non mi ha dimostrato una solidità tale da poter pensare di schierarlo al mondiale. Sull’aereo per il Ruanda saliranno: Lorenzo Finn, Simone Gualdi, Alessandro Borgo e Pietro Mattio. I primi due sono le migliori pedine a disposizione per una gara come il mondiale, Mattio è una certezza e Borgo ha fatto vedere di essere forte anche in salita. 

Una trasferta impegnativa, non solo per la durezza del percorso…

Per tanti aspetti: il viaggio, i vaccini (non obbligatori ma consigliati, ndr), il fatto che si corre a quote elevate. L’obiettivo principale sarà di arrivare al giorno della gara, il 26 settembre. Partiremo il 18 settembre, perché Finn e Borgo faranno anche la cronometro, decisione presa insieme a Villa. 

All’europeo, invece, ci presenteremo con la squadra al completo?

No. La decisione, presa in accordo con la Federazione è di correre in quattro anche l’europeo in Francia. Anche perché il percorso sarà ancora più duro del mondiale, con una salita vera di sette chilometri da ripetere tre volte. Verrà fuori una gara individuale, se fatta a certi ritmi. Le uniche due certezze saranno Lorenzo Finn e Simone Gualdi, gli altri due nomi li capiremo strada facendo con le gare di settembre (Giro del Friuli, Pantani e Matteotti, ndr). 

Davide Donati, Italia, Tour de l’Avenir 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Davide Donati, Italia, Tour de l’Avenir 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Si correrà una settimana dopo Kigali, tempi stretti…

Strettissimi. Anche qui ci sarà da capire come rientreranno i nostri dal viaggio in Ruanda. Il ritorno è previsto per il 29 di settembre, quattro giorni prima dell’europeo. La cronometro non sarà un problema perché porteremo nomi diversi da quelli che correranno su strada, visto che si tratta di un percorso per specialisti pensavo a Davide Donati e Nicolas Milesi. Ma ci sarà modo di capire.

EDITORIALE / Due parole a chi vorrebbe cancellare i velocisti

01.09.2025
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Tre volate entro l’ottava tappa. La quarta (forse, perché il percorso proprio veloce non è) nella diciannovesima, la quinta a Madrid l’ultimo giorno. I velocisti alla Vuelta potrebbero sentirsi ospiti indesiderati. Dopo aver letto le parole di Thierry Gouvenou, direttore di percorso del Tour de France, ci si chiede se a disegnare le corse siano persone di ciclismo o piuttosto autori di videogame.

«Penso che le squadre dei velocisti – ha detto a luglio il francese, parlando delle tappe monotone con il finale destinato allo sprint – non si stiano facendo alcun favore. In futuro non potremo più avere questo tipo di spettacolo, non ci saranno più tappe veloci in futuro. L’anno scorso ne abbiamo avute otto o nove, alcune molto monotone. Quest’anno ne abbiamo avute circa cinque o sei. E questa sarà la consuetudine futura».

Pogacar è un’eccezione: giusto lottare, ma con la giusta prospettiva. In sua assenza, il ciclismo torna uno sport più aperto
Pogacar è un’eccezione: giusto lottare, ma con la giusta prospettiva. In sua assenza, il ciclismo torna uno sport più aperto

L’eccezione Pogacar

Il ciclismo che piace è quello degli scontri in salita. Pogacar e i suoi sfidanti sono stati capaci di confezionare duelli magnifici. Tuttavia, come ripete spesso Moreno Moser durante le cronache di Eurosport: quello di Tadej non è ciclismo normale. Godiamocelo, ma siamo consapevoli del fatto che sia uneccezione. Proprio la Vuelta sta infatti evidenziando che, tolti l’arrivo di Limone Piemonte e quello di ieri, possono essere soporifere anche le tappe di montagna in cui i leader non si danno battaglia. E non hanno neppure l’adrenalina della volata.

Si sta lavorando in maniera così estrema per spingere i corridori alle prestazioni più elevate che a breve potremmo accorgerci di aver esagerato. Altura a febbraio, altura ad aprile, altura a luglio e poi ancora altura ad agosto. Prima però i ritiri di dicembre e gennaio. Sei ritiri all’anno, quattro in quota, alcuni anche cinque: un carico notevole. Non serve essere dei fisiologi per capire che a un certo punto anche l’altura smetta di dare frutti e che, per contro, dal punto di vista psicologico, le conseguenze rischiano di essere pesanti. Vogliamo scommettere che in tante crisi inattese ci sia il rifiuto della fatica?

Smagrito, meno potente e meno vincente: fa bene Evenepoel a snaturarsi per rincorrere Pogacar?
Smagrito, meno potente e meno vincente: fa bene Evenepoel a snaturarsi per rincorrere Pogacar?

La ricchezza del menù

Chi disegna le corse dovrebbe inserire nel menù ogni specialità possibile. Come dovrebbero fare i giornali che per abitudine raccontano le imprese di un solo campione o di un solo sport. E poi, quando quello sparisce, scoprono di non avere altre cose da dire. A chi risponde che il pubblico vuole leggere soltanto di certi argomenti, rispondiamo che il pubblico va abituato alla varietà.

Come al ristorante. Se anche il piatto forte è quello che ti fa vendere di più, è sbagliato non prevedere altro nel menù. Perché il piatto forte può venire male. Perché gli ingredienti di colpo possono venire meno. Perché il gusto del pubblico potrebbe cambiare.

Così con gli scalatori e i velocisti. Ha senso ed è sostenibile in termini di sicurezza e salute pretendere ogni giorno uno show sovrannaturale? Se per arrivare allo sprint i corridori preferiscono un atteggiamento meno scoppiettante, il rimedio è non portare i velocisti oppure considerare che in certi giorni è utile che tirino il fiato?

Sabato il confronto fra Viviani e Philipsen ha offerto spunti tecnici a non finire: altro che noia…
Sabato il confronto fra Viviani e Philipsen ha offerto spunti tecnici a non finire: altro che noia…

La miopia e le conseguenze

Abbiamo ragionato sabato sulle dinamiche della volata tra Viviani e Philipsen. In quegli ultimi due chilometri ci sarebbe da raccontare il mondo. Invece chi organizza la corsa si lamenta per la mancanza di attacchi nei chilometri precedenti e banalizza lo sprint, quasi che in quei secondi di potenza, adrenalina, tecnica e tattica non ci sia nulla da raccontare.

L’effetto Pogacar fra qualche anno svanirà. C’è da augurarsi che nel frattempo i vari tentativi di replicarlo non producano guasti irreparabili. Costringendo ragazzi giovani a innalzare l’asticella senza mai arrivare al livello necessario, ma sfinendosi nel farlo. Cercando di intercettare talenti precoci che si ritrovano di colpo a fare i conti con l’inadeguatezza e la depressione. Il ciclismo è un mondo dalle mille sfumature. L’appiattimento è miope e non conduce lontano. Può anche andare bene che lo chieda il pubblico, non va bene che si renda complice chi ha il compito di gestirlo.

Matilde Cenci, ai mondiali è esploso un talento puro

01.09.2025
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Tre medaglie d’oro e la ciliegina del bronzo nella velocità. I mondiali juniores su pista ad Apeldoorn hanno mostrato l’esplosione di tutto il talento di Matilde Cenci, arrivata in Olanda quasi da sconosciuta per poi guadagnarsi l’ammirazione anche delle delegazioni straniere. E’ una delle tante storie belle del ciclismo, che spesso fa sbocciare dal nulla autentici campioni: Matilde è giovanissima, non ancora maggiorenne e se sarà una campionessa assoluta solo il tempo potrà dirlo, ma le premesse ci sono tutte.

Matilde con le compagne iridate nel team sprint, Campana, Fiscarelli e Trevisan (foto UCI)
Matilde con le compagne iridate nel team sprint, Campana, Fiscarelli e Trevisan (foto UCI)

Proviamo allora a scoprire con chi abbiamo a che fare, alla storia di questa ragazza di Romano d’Ezzelino: «Farò 18 anni il prossimo 14 novembre. Da piccolina facevo ginnastica artistica, ma mi sono fatta male al legamento del ginocchio. Nel frattempo mio fratello correva in bici al Veloce Club Bassano, così ho conosciuto i suoi compagni, ho fatto amicizia e ho deciso di provare a correre in bici perché la ginnastica artistica a quel punto non era più la mia strada. A proposito di strada, correvo e qualche risultato lo coglievo, ma assolutamente niente di eccezionale. In pista però andavo sempre forte, al velodromo Mercante che è diventato la mia seconda casa. Il bello è che avevo iniziato con una caduta, ma non ci sono stata tanto a pensare: subito in piedi e poi in sella…».

Quindi un destino praticamente segnato…

Per certi versi sì, la differenza di rendimento c’era così con i dirigenti del team e il cittì Quaranta abbiamo deciso di dedicarci interamente alla pista. Su strada non corro più. Un pochino mi manca quella possibilità che la pista ti dà di rifarti subito dopo una gara andata male, perché il calendario è ricchissimo, ma la pista mi piace enormemente di più.

La bassanese ha scelto di non correre più su strada. Da quest’anno fa parte delle Fiamme Oro (foto Instagram)
La bassanese ha scelto di non correre più su strada. Da quest’anno fa parte delle Fiamme Oro (foto Instagram)
Il tuo passato nella ginnastica artistica ti è stato utile per affrontare proprio questo specifico settore della velocità?

Secondo me non ero ancora a un livello tale da poterne avere un beneficio, perché ero davvero piccolina. Ho iniziato con il ciclismo a 10 anni e mezzo, e devo dire che mi ha preso subito come la ginnastica non era riuscita a fare.

Come ti sei innamorata poi della velocità, che cos’è che ti attrae particolarmente?

A me sono sempre piaciute le discipline veloci, dinamiche, che ti tolgono il respiro perché sei sul filo del rasoio, ti giochi tutto sui millesimi. E poi anche per come sono io fisicamente, sono più portata per le prove di potenza che per le endurance. Poi mi ha sempre appassionato il mondo della velocità, era la disciplina che mi attirava di più.

Fra le varie discipline tu hai vinto tre medaglie d’oro e una di bronzo, ma qual è quella che ti piace di più?

Il keirin, in assoluto, anche se ad Apeldoorn quella che ho vissuto con più emozione è stata il team sprint. Perché è stata una vittoria di squadra e quindi abbracciare le mie compagne, essere consapevoli di aver vinto qualcosa tutti assieme, aver fatto un lavoro di squadra è stato bellissimo.

Nel chilometro da fermo la veneta è andata ad appena 70 millesimi dal record mondiale di categoria (foto Instagram)
Nel chilometro da fermo la veneta è andata ad appena 70 millesimi dal record mondiale di categoria (foto Instagram)
Quaranta raccontava che tu hai vinto la medaglia d’oro nel keirin in maniera quasi inusuale, addirittura facendo un giro e mezzo davanti a tutte…

Io sono arrivata al keirin che era il mio quinto giorno di gara, ero stremata, penso più di testa che di fisico. Inoltre ricordavo l’europeo dove avevo sbagliato tutto, era la gara alla quale tenevo di più. Ad Apeldoorn nelle qualificazioni ho sbagliato ancora e non mi sono qualificata, ma poi ho vinto i ripescaggi e in semifinale sono riuscita a entrare nelle tre per la finale. Prima della gara ero proprio tranquilla, forse perché avevo già vinto nella rassegna. Ivan mi ha detto di pensare solo a divertirmi, magari evitando di farmi male… Quindi io sono salita in bici che avevo il cuor leggero. Mi sono fatta guidare dall’istinto. Ho visto la tedesca che partiva e l’ho seguita, è suonata la campana e sono partita senza starci a pensare ed è andata bene.

Cosa rappresenta per te Miriam Vece?

E’ un punto di riferimento, anzi ormai è anche un’amica perché ci alleniamo assieme a Montichiari. A noi “piccole” ci supporta sempre, al mondiale ci scriveva ogni giorno e ci dava consigli. Lei è un pozzo di esperienza, un aiuto indispensabile.

La vittoria nel keirin è stata la più sorprendente, con il giro finale sempre in testa (foto UCI)
La vittoria nel keirin è stata la più sorprendente, con il giro finale sempre in testa (foto UCI)
Quaranta ha già detto che l’anno prossimo vuole provare a farvi correre con lei per il team sprint…

Noi abbiamo già corso con Miriam lo scorso inverno, anche agli europei. Ma eravamo, io e la mia compagna, ancora troppo piccole, dovevamo ancora crescere molto fisicamente. Quest’anno ci riproveremo a febbraio con gli europei e poi vedremo il cammino di qualificazione olimpica. Di certo Los Angeles è un obiettivo, a lungo termine. Non abbiamo, tra virgolette, il fiato sul collo. Non sentiamo la pressione, ma è un pensiero che abbiamo tutti chiaro in testa.

Lavorare in palestra ti pesa?

Assolutamente no, quest’anno ho cambiato preparatore e devo dire che ha un metodo di lavoro completamente diverso da ciò che io avevo provato prima di lui, mi sto trovando molto bene anche proprio a livello interpersonale. E’ super disponibile, abbiamo un feedback praticamente istantaneo con lui, ci corregge i lavori. E’ un rapporto ideale.

Il bilancio della Cenci è stato di 3 ori e un bronzo. Agli europei aveva vinto il bronzo nel team sprint (foto UCI)
Il bilancio della Cenci è stato di 3 ori e un bronzo. Agli europei aveva vinto il bronzo nel team sprint (foto UCI)
Come riesci a conciliare il tanto lavoro che c’è da fare su pista con la scuola?

Io quest’anno ho dovuto cambiare scuola, mi sono dovuta trasferire in una scuola online, perché stando a Montichiari, dal lunedì al venerdì, per me era impossibile frequentare la scuola in presenza a Bassano. Continuo nel mio indirizzo, scienze umane e terminate le superiori voglio fare l’università, quindi non ho certo preso lo studio alla leggera. Così però posso gestire meglio il tempo e seguire le lezioni nell’orario in cui voglio io.

Che obiettivi ti sei posta adesso, soprattutto dopo che adesso chiaramente hai un po’ più di fari dell’attenzione addosso?

Intanto penso ai campionati italiani di ottobre a Noto, poi a lungo termine c’è il passaggio di categoria. So che sarà molto dura, correrò con atlete con più allenamenti di me, che sono più forti di me, ma tra le under 23 l’anno prossimo mi piacerebbe riuscire comunque a far sentire il mio nome, a far capire che ci sono anch’io, che sto arrivando…

I pensieri di Savino: «Sogno il WorldTour ma con i giusti passi»

01.09.2025
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I giorni di Federico Savino scorrono tra allenamenti, recupero e qualche risata insieme ai compagni di squadra nel clima ancora estivo del Belgio. Il toscano si trova nell’appartamento messo a disposizione dalla Soudal-QuickStep insieme ad altri quattro compagni del devo team: Pesenti, Favero e i due spagnoli Munoz e Zafra. Dopo aver corso la Muur Classic Geraardsbergen i cinque atleti saranno al via anche della Grote Prijs Stad Halle, nella quale Savino partirà con il numero uno visto il successo del 2024. 

«L’estate belga – ci dice Savino – probabilmente finirà presto e domenica correremo sotto l’acqua. In questi giorni tra una corsa e l’altra ci stiamo allenando ma senza trascurare il recupero. Abbiamo avuto anche il modo di visitare Gent, il nostro compagno Viktor Soenens ci ha fatto da guida. Se avremo tempo andremo anche a Brugge, spostandoci in treno c’è da capire se riusciremo a incastrare un giro tra i vari impegni».

Federico Savino in maglia gialla al West Bohemia, conquistata alla prima tappa e mai lasciata
Federico Savino, Soudal-QuickStep Federico Savino in maglia gialla al West Bohemia, conquistata alla prima tappa e mai lasciata
Innanzitutto, come sta andando questo periodo di gare?

Abbastanza bene, ho avuto un calo fisico a metà stagione dal quale mi sono ripreso. Una volta ripartito la mia condizione è migliorata fino alla vittoria al West Bohemia, corsa dove ho ritrovato anche ottime sensazioni e prestazioni. Anche alla Muur Classic sentivo di avere una buona gamba, poi ho forato all’inizio del muro di Geraardsbergen e la corsa è scivolata via, capita.

La vittoria al West Bohemia ha dato qualcosa in più?

Mi mancava il successo in una corsa a tappe. In questi anni ho vinto una gara di un giorno (la Stad Halle, ndr) e una tappa al Circuit des Ardennes, quindi sono felice di aver fatto anche questo ulteriore passo. L’anno scorso al West Bohemia avevo raccolto un bel terzo posto, quindi sapevo che corsa aspettarmi.

La vittoria al West Bohemia è la prima in una gara a tappe per Savino
La vittoria al West Bohemia è la prima in una gara a tappe per Savino
Raccontaci…

Il percorso è duro ma non abbastanza per scavare grandi distacchi, ci si gioca la vittoria sul filo dei secondi e degli abbuoni. Per questo la prima tappa ero partito con l’idea di andare in fuga e vincere tutti i traguardi volanti, e così ho fatto. Il prologo iniziale era andato bene, quindi sapevo di avere ottime chance per prendere la maglia. 

L’hai presa senza più mollarla. 

E’ una corsa tattica e molto nervosa, sapevo dove e come farmi trovare pronto. Nei giorni successivi mi sono mosso bene e ho conquistato una bella vittoria finale. 

Savino il 27 agosto ha corso alla Muur Classic Geraardsbergen, corsa di categoria 1.1
Savino il 27 agosto ha corso alla Muur Classic Geraardsbergen, corsa di categoria 1.1
Un successo che ti mancava e che può servire al Federico del futuro?

In questi due anni, il terzo è in corso, nel devo team della Soudal-QuickStep ho capito di essere un corridore che può essere competitivo su percorsi mossi e nervosi. Tra Francia e Belgio mi sono sempre trovato bene, così come al West Bohemia. Prediligo molto le gare ricche di sali e scendi, nelle quali non è facile rifiatare. 

Rispetto a quando sei partito per il Belgio ti senti diverso?

Tecnicamente no. Al mio ultimo anno da juniores sapevo di avere determinate caratteristiche e le ho migliorate nel corso di queste stagioni. Sono cresciuto, questo sicuramente. Per il resto rimango un corridore che ha voglia di attaccare, mi rivedo molto nell’atleta che ero. Probabilmente l’aspetto in cui sono migliorato maggiormente è sugli sforzi brevi, tra i 5 e i 10 minuti. 

Savino in questi tre anni con la Soudal-QuickStep Development è migliorato molto negli sforzi brevi
Savino in questi tre anni con la Soudal-QuickStep Development è migliorato molto negli sforzi brevi
Crescita che può portarti a fare il salto nel WorldTour il prossimo anno?

Ne sto ancora parlando con il team. Ci sono diversi aspetti da considerare e sui quali dobbiamo confrontarci. Sicuramente non ho paura di fare un altro anno tra gli under 23. La squadra non mi mette fretta, hanno le idee chiare e si fidano di me. Ho il pieno sostegno e non mi sento di voler anticipare i tempi. Ho già avuto modo di correre con i professionisti.

E cosa ne dici?

Che il salto è grande, molto. L’idea per il 2026 potrebbe essere quella di rimanere un altro anno tra gli under 23 (sarebbe il quarto e l’ultimo, ndr) e fare ancora più esperienze con la formazione WorldTour. Sarebbe un modo per “alleggerire” il salto e arrivare ancora più pronto. Il rischio è di bruciarsi e non ne vedo il motivo. E poi c’è il discorso nazionale.

Savino nel 2025 ha corso molto con i professionisti, il prossimo anno vuole aumentare il numero di gare
Savino nel 2025 ha corso molto con i professionisti, il prossimo anno vuole aumentare il numero di gare
In che senso?

Con le nuove regole UCI che impediscono agli atleti professionisti di correre con le nazionali under 23 c’è un incentivo in più nel restare nella categoria. Se pensiamo che questa restrizione si allargherà anche alle prove di Nations Cup allora la cosa diventa molto limitante. Restare tra gli under mi darebbe modo di fare ulteriori esperienze e di provare ad arricchire il mio palmares. 

Cosa manca?

Una vittoria importante. Ma basterebbe iniziare a vincere con più frequenza, insomma voglio passare nel WorldTour ritagliandomi anche più spazio per me. La Soudal sta cambiando molto, l’addio di Evenepoel rivoluzionerà il team. Si punta tanto su Paul Magnier e sul costruire una squadra giovane capace di stargli intorno. Vorrei farne parte, vero, ma senza rinunciare alle mie ambizioni personali

Vingegaard si diverte, Ciccone salta, Almeida rimugina

31.08.2025
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Era prevedibile che qualcosa in casa UAE Emirates non andasse. Ayuso s’è tappato le orecchie e forse anche questa volta preferirà non ascoltare. Dopo l’arrivo e il secondo posto alle spalle di Vingegaard, Almeida non ha fatto nomi. Tuttavia il fatto che all’inizio della salita (pedalabile) di Estación de Esquí de Valdezcaray lo spagnolo si sia staccato resta un comportamento da decifrare. Da uno che due giorni fa ha dominato sul traguardo di Cerler, dopo 4.203 metri di dislivello, ci si poteva aspettare di più.

«Siamo stati colti di sorpresa – ha detto Almeida parlando dell’attacco di Vingegaard a 11 chilometri dall’arrivo – non me l’aspettavo. Ero ben posizionato, ma loro hanno attaccato molto forte e per questo non sono riuscito a recuperare. E’ andata così… Ho visto che i ragazzi erano al limite e non potevano fare molto, oggi mi sono mancati particolarmente i miei compagni di squadra. Alla fine non avevo accanto nessuno… Non era molto ripido, quindi penso che avrei potuto seguire Jonas diversamente. Ma non lo sapremo mai».

Almeida ha inseguito Vingegaard andando quasi alla sua stessa velocità: a 27 anni, Joao è nella piena maturità
Almeida ha inseguito Vingegaard andando quasi alla sua stessa velocità: a 27 anni, Joao è nella piena maturità

Il fuori giri di Ciccone

E’ stato così che Jonas Vingegaard ha deciso di affondare i denti, dopo che fino a inizio salita i più attivi erano stati gli uomini della Lidl-Trek. Jorgenson ha tirato e di colpo il danese è andato via da solo. L’ha seguito Ciccone, con un gesto più spavaldo che bello: quello è Vingegaard, per fare classifica contro di lui, bisogna usare la testa e non i muscoli. Ma certe prove vanno fatte e Ciccone a un certo punto ha detto basta.

«Penso che Jonas sia andato troppo veloce per me – ha commentato Giulio, laconico – e ho fatto del mio meglio. Forse seguirlo è stato un errore, era meglio tenere un po’ il passo. Eravamo ancora ai piedi della salita, ma le sensazioni erano buone ed eravamo davvero fiduciosi di provare a vincere questa tappa. Lui a volte è forte e a volte meno. Oggi è stato fortissimo, ma sicuramente ci riproveremo».

Il linguaggio del corpo: bocca chiusa, bocca aperta, il destino di Ciccone era segnato
Il linguaggio del corpo: bocca chiusa, bocca aperta, il destino di Ciccone era segnato

Lo stupore di Vingegaard

Vingegaard non l’ha fatto da super cattivo, anzi alla fine ha scherzato sull’imprudenza di attaccare da tanto lontano. Si è anche voltato spesso, senza scavare solchi profondi. Del resto, fra i rivali davanti è il solo ad aver corso il Tour lottando sino alla fine con Pogacar e a non essersi preparato in altura.

«Oggi mi sentivo benissimo – ha detto Vingegaard – quindi ho chiesto alla squadra di accelerare e hanno fatto un lavoro fantastico. Sono entusiasta di essere riuscito a concludere. A dire il vero, non sapevo che fossi così lontano quando ho attaccato. Non ho fatto i compiti molto bene e sono rimasto sorpreso quando ho visto il cartello dei 10 chilometri. Una volta che ho guadagnato un po’ di vantaggio, ho continuato. Non cercavo la maglia rossa. Il mio obiettivo principale era vincere la tappa e guadagnare tempo sui miei rivali».

La tappa di oggi misurava 195,5 chilometri, attraverso la provincia autonoma di La Rioja
La tappa di oggi misurava 195,5 chilometri, attraverso la provincia autonoma di La Rioja

La promessa di Pidcock

Per una singolare coincidenza del calendario, si è visto oggi sugli scudi anche Tom Pidcock. Il britannico della Q36.5 ha scalato la salita finale assieme ad Almeida. E’ parso troppo a lungo a rimorchio e solo nel finale ha dato il suo contributo, limando una decina di secondi al margine di Vingegaard.

«Mi sentivo davvero bene – ha detto il campione olimpico della moutain bike – ma quando Jonas parte è sempre difficile seguirlo. Ha sempre tanti compagni con sé. Ho creduto che Almeida fosse la ruota perfetta da seguire, ho pensato che saremmo potuti rientrare insieme. Chapeau a lui, non sono proprio riuscito a dargli il cambio. Mi ha urlato contro, ma nel tratto più veloce della salita, sembrava un trattore. E’ ripartito nell’ultimo chilometro ed è stato impressionante, sono riuscito a superarlo solo all’arrivo. Sono contento, a essere sincero. So che è difficile conoscere appieno le mie capacità, ma ci stiamo divertendo».

Dopo un Giro a dir poco anonimo, il Pidcock della Vuelta è molto più propositivo
Dopo un Giro a dir poco anonimo, il Pidcock della Vuelta è molto più propositivo

La singolare coincidenza del calendario sta nel fatto che proprio oggi Van der Poel è tornato a correre in mountain bike, centrando un buon sesto posto a Les Gets, in Francia. Mathieu ha nel mirino il mondiale che si correrà nel Vallese il 14 settembre, proprio nel giorno finale della Vuelta a Madrid. Magari l’olandese si starà già fregando le mani sapendo che nel gruppo non ci sarà la vera star attuale del movimento. Anche se Pidcock dopo la Vuelta volerà in Africa e si giocherà da par suo il mondiale di Kigali.

Vince, sbaglia, impara: Seixas saluta gli under 23

31.08.2025
5 min
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Diversi modi di avere 18 anni. Quello di Lorenzo Finn, che dal Tour de l’Avenir fa rotta sui mondiali del Rwanda per under 23. Quello di Paul Seixas, che l’Avenir l’ha vinto e in Africa correrà con i professionisti (in apertura un’immagine decathlonag2rlamondiale). Entrambi iridati a Zurigo nel 2024: l’azzurro su strada, il francese nella crono. Il fatto che Seixas non possa essere schierato nella squadra dei più giovani per le regole UCI, avendo già corso nel WorldTour, c’entra fino a un certo punto. Diversi modi di avere 18 anni e di crescere, senza sapere quale sia la ricetta migliore.

Seixas ne compirà 19 il 24 settembre (Finn dovrà aspettare il 19 dicembre). Lo vedi che è giovane, eppure in quelle sopracciglia folte e lo sguardo sempre fisso vedi un’età probabilmente superiore a quella effettiva. Chi lo ha vissuto da vicino al Tour de l’Avenir ha colto anche la voglia di godersi i 18 anni e di cadere in errori che presto non saranno più perdonati. «Mi è piaciuto correre senza radio – ha detto – non è un’opportunità che mi capita spesso tra i professionisti. Ho commesso piccoli errori, succede anche questo, fa parte del processo di apprendimento».

Il Tour de l’Avenir è stato vinto da Isabella Holmgren fra le donne e Seixas fra gli uomini (foto @jolypics / @lewiscatel)
Il Tour de l’Avenir è stato vinto da Isabella Holmgren fra le donne e Seixas fra gli uomini (foto @jolypics / @lewiscatel)

Avenir, tutto da perdere

Nel piccolo Tour aveva soltanto da perdere e lo sapeva bene. Non più ragazzino da scoprire, non ancora professionista fatto e finito. Tra i grandi era arrivato a febbraio senza pressioni, correndo il UAE Tour, il Tour of the Alps e il Delfinato (cercando di non strafare), dove ogni lampo di talento era stato ritenuto messianico e prodigioso. Al Tour de l’Avenir Seixas non poteva che vincere.

«Si è messo in una situazione difficile – ha raccontato a L’Equipe il tecnico francese Francois Trarieux – presentandosi a una gara U23 in condizioni diverse da quelle del Delfinato. Sapeva benissimo che tutti lo avrebbero aspettato. Gli ho detto che aveva vinto molto e con facilità da più giovane perché era di una categoria superiore. Questa volta invece si trovava contro corridori pronti, che volevano battere Paul Seixas. E anche questo lo ha messo in difficoltà».

Il Tour of the Alps aveva iniziato a mettere in mostra Seixas anche tra i pro’
Il Tour of the Alps aveva iniziato a mettere in mostra Seixas anche tra i pro’

I dubbi e le domande

Widar lo ha staccato per due volte, in entrambi i casi per appena cinque secondi che a Seixas sono sembrati come schiaffi in faccia davanti ai suoi amici. Prima a Tignes 2100 e poi l’indomani a La Rosiere, con Finn che in entrambi i casi si è piazzato a otto secondi dal vincitore, alle spalle del francese. Per vincere il Tour de l’Avenir gli è servita la crono finale, quando i secondi mollati a Widar sono stati 32 con buona pace del giovane talento belga.

«E’ ancora più bello vincere così – ha detto Seixas subito dopo – questo è lo sport. Sono stato nel vivo dell’azione, abbiamo avuto giornate combattute. Ho dovuto lottare sino alla fine, attraversando momenti difficili nella mia testa. Mi sono chiesto se davvero avessi quel che serviva per vincere. Anche prima che l’Avenir partisse, mi chiedevo se avessi fatto bene a venire, dati i miei valori in allenamento. La chiave è stata la resilienza. Le risorse mentali che ho dovuto raccogliere, i momenti di dubbio, le difficoltà. Ho dovuto accettare lo status di favorito senza essere al massimo».

Il francese Maxime Decomble ha guidato l’Avenir dalla seconda tappa all’ultima crono (foto @jolypics)
Il francese Maxime Decomble ha guidato l’Avenir dalla seconda tappa all’ultima crono (foto @jolypics)

Tignes, una lezione preziosa

C’è maturità nelle sue parole, tanta capacità di analisi. Al tempo stesso, Seixas ha dovuto capire che cosa si richieda a un leader. In testa all’Avenir è stato dal secondo all’ultimo giorno il compagno Decomble: toccava ad altri attaccarlo, invece a Tignes fra i primi a muoversi c’è stato Seixas. Al punto che l’indomani dalla squadra francese sono permeate le voci di un lungo debriefing per chiarire.

«Volevamo che la squadra restasse attorno al nostro leader – ha spiegato ancora Trarieux – ma c’è stata impazienza. Seixas deve padroneggiare la voglia di vincere e l’ha capito perché ne abbiamo parlato a lungo. Nella tappa finale, Decomble ha dovuto accettare di cedere a lui la maglia: è stato un importante atto collettivo. Si è fidato di lui e questo è fantastico. Paul non è un corridore completamente formato, ha bisogno di tempo e una tappa come quella di Tignes la ricorderà a lungo. Voleva staccare Widar, ma non era il più forte. Negli anni scorsi è sempre stato fisicamente superiore, ora si rende conto che più diventa grande, più i livelli si avvicineranno».

La cronoscalata a La Rosiere ha permesso a Seixas di conquistare la testa della classifica (foto Tour de l’Avenir)
La cronoscalata a La Rosiere ha permesso a Seixas di conquistare la testa della classifica (foto Tour de l’Avenir)

In Rwanda con i pro’

Tignes sarà la base di lavoro della nazionale francese U23 in vista dei mondiali di Kigali, ma laggiù Seixas non sarà con loro. Per il regolamento e anche per la chiara intenzione del cittì Voeckler che ha scelto di inserire Paul nella squadra dei pro’.

«Per me è un corridore selezionabile – ha dichiarato a L’Equipe l’ex corridore di Schiltigheim, 46 anni – non mi interessa la sua età. La decisione è di fare ciò che è meglio per lui e per gli interessi della squadra francese, senza necessariamente pensare a breve termine. Il mio compito è anche quello di lavorare di concerto con le persone che lo circondano».

Seixas ha conquistato il primato nella cronoscalata finale, vinta con 28″ su Nordhagen (foto @jolypics)
Seixas ha conquistato il primato nella cronoscalata finale, vinta con 28″ su Nordhagen (foto @jolypics)

Il Tour de l’Avenir potrebbe essere stata l’ultima corsa di Seixas fra gli under 23, mentre il mondo dei grandi lo aspetta a braccia aperte. E’ stato utile per prendere le misure e per sostenere la responsabilità di leader, mentre d’ora in avanti per lui inizierà la routine del professionismo. Dopo il mondiale infatti e anche a causa del mondiale, il suo programma sarebbe stato già cambiato. Si parla già infatti di campionati europei e Giro di Lombardia.

Finn e il primo Avenir: «Ho dimostrato di poter stare con i migliori»

31.08.2025
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Tre secondi hanno diviso Lorenzo Mark Finn dal podio finale del Tour de l’Avenir, vinto da Paul Seixas davanti a Jarno Widar e Jorgen Nordhagen. E’ facile pensare di avere davanti i campioni che potranno regalarci le sfide del futuro, al momento ce li godiamo consapevoli che siano in punti diversi della loro crescita e maturazione. Finn aveva tenuto l’Italia sul podio fino alla mattina dell’ultimo giorno di questo Tour de l’Avenir. Infatti nella semitappa corsa venerdì mattina gli uomini di classifica non sono riusciti a fare la differenza (in apertura foto Tour de l’Avenir). 

Podio Tour de l’Avenir 2025, Paul Seixas, Jarno Widar, Jorgen Nordhagen (foto Tour de l’Avenir)
Podio Tour de l’Avenir 2025: Paul Seixas, Jarno Widar, Jorgen Nordhagen (foto Tour de l’Avenir)

50 metri

E’ servita una prestazione monstre del talentino francese Paul Seixas nel pomeriggio per creare un gap importante. L’unico a percorrere i 10,6 chilometri che da Montvalezan portavano a La Rosiere con una velocità media superiore ai 25 chilometri orari. La voce del nostro Lorenzo Finn non fa trasparire delusione, è solida come le sue gambe. 

«La giornata finale di venerdì – racconta al telefono – con le due semitappe, è stata tosta. Al mattino la frazione era corta (solamente 41,6 chilometri, ndr) ma l’abbiamo fatta a fuoco. La cronoscalata del pomeriggio, invece, era parecchio lunga. Vero che il podio è sfumato per pochissimo, però sono contento della mia settimana. Alla fine ho concluso a soli tre secondi da Nordhagen e sette secondi da Jarno Widar. Vuol dire che il livello è buono, posso essere lì».

Già dal prologo iniziale avevi mostrato di stare molto bene…

Era, probabilmente, la mia migliore chance per vincere una tappa perché sapevo che su una prova così corta, e in salita, avrei potuto fare bene. Peccato essere arrivato dietro Seixas per così poco (il distacco è risultato di 7 centesimi, ndr). Nei giorni di ritiro in altura mi sentivo bene, ho sofferto un po’ il ritmo gara delle prime due o tre tappe ma poi sono stato sempre meglio. 

Sei arrivato pronto per la tappa regina, la quinta, dove però non sono emersi distacchi importanti…

Siamo rimasti tutti insieme noi favoriti: Seixas, Widar, Nordhagen e Ramirez. Non mi sarei mai aspettato che saremmo rimasti così attaccati. Nessuno è riuscito a fare la differenza nelle tappe in linea e questo fa capire che il livello era veramente alto. La quinta tappa prevedeva tre salite e 4.000 metri di dislivello, era veramente dura. 

Lorenzo Fin aveva fatto vedere un’ottima condizione già nel prologo iniziale nel quale era arrivato secondo (foto Tour de l’Avenir)
Lorenzo Fin aveva fatto vedere un’ottima condizione già nel prologo iniziale nel quale era arrivato secondo (foto Tour de l’Avenir)
Si sta creando un po’ il gruppo dei corridori del futuro per le corse a tappe?

Questo vedremo, non lo possiamo ancora dira. Seixas ha già fatto vedere che può arrivare nei primi dieci al Delfinato, se lui non ci riesce a staccare facilmente vuol dire che potremmo aggregarci tra qualche anno. Però non si può dire così, senza una controprova. 

Hai ritrovato Seixas dopo un anno nel WorldTour…

Vero, non correvamo uno contro l’altro dal mondiale di Zurigo. Il suo stile di correre non è cambiato molto, va sempre forte in salita, ma più o meno come lo scorso anno. Siamo migliorati entrambi rimanendo vicini nelle prestazioni. E’ riuscito a fare la differenza nella cronoscalata finale, e gli vanno fatti i complimenti. Io ho seguito i valori che la squadra mi aveva prefissato e di questo sono molto contento. Magari un po’ stanco dalla tappa del mattino ma non ho sottoperformato. 

I migliori si sono dati battaglia in salita ma nessuno è riuscito a fare la differenza nelle tappe in linea (foto Tour de l’Avenir)
I migliori si sono dati battaglia in salita ma nessuno è riuscito a fare la differenza nelle tappe in linea (foto Tour de l’Avenir)
Degli altri contendenti alla vittoria finale cosa hai visto?

Widar lo avevo già incontrato al Giro Next Gen e in altre gare, so che ha una “sparata” negli ultimi 500 metri che gli permette di fare la differenza. Ha vinto due tappe in questo modo, quindi ha rispettato le sue caratteristiche. Probabilmente mancava un arrivo in salita più selettivo o una frazione finale impegnativa e non due semitappe. 

Questo era il tuo secondo giro a tappe di una settimana, hai visto qualche miglioramento?

Nelle ultime tappe mi sono sentito molto meglio rispetto al Giro Next Gen, dove nelle frazioni conclusive ho accusato un po’ di fatica. Per questo dico che sono contento della mia prova qui all’Avenir. Alla fine è il mio primo anno da under 23 e queste due corse a tappe saranno un obiettivo anche nel 2026. 

Finn ha fatto molti progressi in questo primo anno da under 23 per quanto riguarda le corse a tappe (foto Tour de l’Avenir)
Finn ha fatto molti progressi in questo primo anno da under 23 per quanto riguarda le corse a tappe (foto Tour de l’Avenir)
Ora si conclude la stagione con mondiali ed europei?

Prima correrò al Memorial Pantani e al Matteotti, poi volerò in Rwanda. Però sì, mondiali ed europei saranno gli obiettivi di fine anno. Visto che Seixas, Nordhagen e Torres non ci saranno (l’UCI ha vietato ai corridori under 23 che già corrono tra i professionisti di partecipare a mondiali ed europei di categoria, ndr) direi che il grande rivale sarà Widar.

Sulle vette dell’Himalaya spunta Rajovic, rinato alla Solution Tech

31.08.2025
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La Solution Tech-Vini Fantini ha finora collezionato 19 vittorie che non è certamente un numero di poco conto. Di queste, ben 13 arrivano da Dusan Rajovic, il campione nazionale serbo che sin dall’inizio di stagione ha messo la sua firma, dimostrando che l’investimento fatto su un corridore fuoriuscito dal WorldTour era stato indovinato.

La Trans-Himalaya Race alla fine ha premiato il bielorusso Tsishkou del Li Ning Star, con Rajovic quinto a 8″
La Trans-Himalaya Race alla fine ha premiato il bielorusso Tsishkou del Li Ning Star, con Rajovic quinto a 8″

Vittoria ad alta quota

Le ultime vittorie di Rajovic sono arrivate dall’altra parte del mondo, nelle ultime due tappe di una corsa che non è certamente comune, visto che si tratta della Trans-Himalaya Race. E il serbo quei successi se li porta nel cuore, perché conquistati in una terra dai mille significati.

«E’ stata piuttosto dura soprattutto a causa dell’alta quota. Si gareggiava sopra i 4.000 metri ed era davvero difficile per l’allenamento, la respirazione, il recupero dagli sforzi. Non è la classica altura alla quale siamo avvezzi. Siamo stati abbastanza fortunati perché c’erano tutte tappe abbastanza pianeggianti e infatti la classifica è stata molto racchiusa, ma portarla a termine non è stato facile».

Ultima tappa e secondo successo del serbo, primo alla fine nella classifica a punti
Ultima tappa e secondo successo del serbo, primo alla fine nella classifica a punti
Effettivamente non ci sono stati grandi distacchi, che tipo di corsa era e come ti sei trovato?

Non è stato ideale per me. Sono stati davvero quattro giorni difficili perché non era la mia prima volta che correvo in alta quota. Mi era già capitato in un paio di occasioni, ma questa è stata molto più dura delle precedenti perché la quota era molto più alta.

Quale delle tue due vittorie è stata la più difficile e importante per te?

La terza tappa. Era davvero bella, perché l’arrivo a Lhasa era di fronte all’ultimo tempio del Dalai Lama. Rimarrà sicuramente nella mia memoria per la luce che si vedeva, perché non capita tutti i giorni di vincere una tappa in Tibet, soprattutto di fronte al luogo speciale del Dalai Lama.

Il successo in volata nella capitale Lhasa, precedendo l’estone Laas e lo spagnolo Aberasturi
Il successo in volata nella capitale Lhasa, precedendo l’estone Laas e lo spagnolo Aberasturi
Che cosa ti ha colpito di più del luogo dove avete gareggiato e della popolazione locale?

Avevamo una guida locale che ci aiutava, era un ragazzo super gentile e la gente del posto era davvero incredibile per la sua disponibilità, per la gentilezza nei nostri confronti. Ci facevano sentire qualcosa di speciale. Poi ci sono la natura, le montagne, è uno spettacolo meraviglioso. Qualcosa di diverso che di solito non si trova in Europa. Sarebbe sicuramente bello se un giorno tornassi lì, raccogliere altri ricordi, anche se le difficoltà non sono mancate. Ma lo spettacolo dei luoghi ripaga delle fatiche…

Quest’anno hai ottenuto 13 vittorie. Pensi di aver raggiunto l’apice della tua carriera?

Non credo che sia la punta più alta, non mi nascondo che molte gare erano di categoria 2.2, è chiaro che il mio calendario, pur molto buono, non sia lo stesso di quello che facevo alla Bahrain Victorious. Ma io guardo le mie prestazioni e sinceramente penso di poter fare ancora meglio.

Quattro tappe tutte a quota 4.000 metri e oltre, anche se di salita ce n’era molto poca
Quattro tappe tutte a quota 4.000 metri e oltre, anche se di salita ce n’era molto poca
Quest’anno hai lasciato il WorldTour. Pensi che sia stata la scelta giusta?

E’ vero che sono rimasto fuori, ma fa parte del gioco. Non mi domando se ho fatto bene o male, io valuto semplicemente che in questa squadra trovo davvero un ottimo programma e un’atmosfera davvero piacevole. Sono abbastanza soddisfatto di esserci arrivato e anche che abbiamo un ottimo programma dove i confronti con le squadre della massima serie e soprattutto i grandi appuntamenti non mancano, vedi la Sanremo, il UAE Tour che s’inseriscono in un programma di gare di prima e seconda categoria. C’è tutto per fare bene, io da parte mia cerco di raccogliere il più possibile e finora devo dire che è andata bene perché è un programma che è proprio adatto a me.

Hai ambizione di tornare nel WorldTour?

Cerco di non pormi il problema, se capiterà l’occasione ci penserò. Per ora penso solo che mi piace molto questa squadra e siamo comunque a livello professional, quindi molto alto. C’ero già stato quando si chiamava Corratec: era stata una bella esperienza, ma all’epoca era una Continental, il che è abbastanza diverso come gare ma soprattutto come organizzazione.

Rajovic quest’anno ha vinto 13 corse tra cui il campionato nazionale serbo a cronometro
Rajovic quest’anno ha vinto 13 corse tra cui il campionato nazionale serbo a cronometro
Tra le tue 13 vittorie di quest’anno, qual è quella che pensi sia stata più importante?

E’ una domanda alla quale non saprei proprio come rispondere. Ogni settimana, ogni gara è davvero speciale. Non puoi sapere quello che ti riserva il domani. Io sono abituato a guardare tutto in maniera specifica e penso che ogni vittoria abbia un grande valore, a prescindere dalla categoria, da chi hai davanti, perché quel giorno sei stato il migliore e per me questo conta.

Ora che altre corse ti aspettano e dove pensi che potrai allungare la tua serie?

Andremo al Tour di Shanghai. Torno in Cina, dove ho già vinto quest’anno al Tour of Hainan, è un Paese in genere mi porta bene. Spero quindi di allungare questa stagione vincente con altri acuti.