Il primo grande Giro per la Tudor: Tosatto fa il bilancio

02.06.2024
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La prima grande corsa a tappe alla quale la Tudor Pro Cycling ha partecipato è stato il Giro d’Italia. Tra le fila dei diesse che hanno guidato la professional svizzera sulle strade della corsa rosa c’era Matteo Tosatto. Lui al Giro d’Italia è di casa, ne ha vinti tre: con Froome, Geoghegan Hart e Bernal, mentre per due volte è salito sul podio con Carapaz nel 2022 e con Thomas lo scorso anno. 

«Sono tornato a casa lunedì – racconta Tosatto – e in questi giorni me ne sto un po’ tranquillo. I prossimi impegni non sono ancora definiti, ma la squadra si dividerà in tante corse, vedremo a quali andrò. Sicuramente mi presenterò ai campionati italiani al seguito di Dainese e Trentin, credo sia fondamentale onorare la gara che assegna la maglia tricolore».

Per Tosatto è stato il primo Giro d’Italia alla guida della Tudor
Per Tosatto è stato il primo Giro d’Italia alla guida della Tudor

Un nuovo esordio

Come detto il Giro d’Italia non è una novità per Matteo Tosatto, la differenza rispetto allo scorso anno è la squadra con la quale lo ha seguito. Non più la Ineos, prima Team Sky, con la quale lavorava dal 2017. Bensì la Tudor Pro Cycling

«E’ stato un bel viaggio – ci racconta – dopo tanti anni con la Ineos è stato diverso, ma sempre entusiasmante. Il Giro è il Giro, lo affronti sempre con la stessa mentalità. La differenza grossa è che con la Ineos partivamo per vincere, mentre con la Tudor l’obiettivo era ben figurare e magari portare a casa una tappa. Non ci siamo riusciti, per poco. Quando si chiede un bilancio molti dicono di vedere il bicchiere mezzo pieno, io lo vedo pieno. Non abbiamo vinto, vero, ma siamo stati protagonisti considerando che con Storer siamo riusciti a centrare una top 10 in classifica generale». 

Storer ha conquistato un importante decimo posto nella generale
Storer ha conquistato un importante decimo posto nella generale
Com’è stato passare da un team che lotta per vincere la classifica finale a uno che vuole emergere?

La mentalità è sempre uguale, le corse io le affronto sempre allo stesso modo, Chiaro che senza l’assillo della classifica affronti le tappe in maniera diversa.

Voi come avevate preparato questo Giro?

Con il treno per Dainese che era ben attrezzato. Nelle tappe miste o con la possibilità di volata andavamo a tutta, nelle altre cercavamo di salvare un po’ la gamba. Poi Storer è stato bravo a rimanere sempre lì e abbiamo cercato di dare il giusto supporto anche a lui. 

La concentrazione è sempre a 100 però, anche se non si punta alla classifica…

Chiaro. Con il fatto di volersi concentrare sulle tappe ti rende più tranquillo anche se poi scopri che tutti i giorni sono importanti. 

Nella tappa di Fano, vinta da Alaphilippe, Trentin è arrivato sesto
Nella tappa di Fano, vinta da Alaphilippe, Trentin è arrivato sesto
Che differenze hai notato nella gestione?

La grande differenza è che in una realtà già affermata come la Ineos molti corridori sono campioni già affermati. Qui è diverso, molti ragazzi erano alla loro prima esperienza in un grande Giro. C’è un lavoro psicologico da fare, di sostegno nei momenti di difficoltà.

Qual è stato il vostro momento più difficile?

L’inizio della seconda settimana. Nella tappa di Napoli, che era estremamente impegnativa per i velocisti, eravamo riusciti a lavorare per Dainese. Alberto ha portato a casa un ottimo quarto posto ed eravamo felici. Solo che nel corso della frazione Krieger e Mayrhofer sono caduti e si sono dovuti ritirare. Ricordo che nel meeting prima della tappa da Pompei a Cusano Mutri ho lavorato tanto sull’aspetto psicologico. Ho detto ai ragazzi che anche se eravamo rimasti in sei potevamo comunque dire la nostra. 

Il momento migliore? 

Tutto il Giro direi, senza presunzione ma rapportando il tutto alle nostre possibilità. Siamo stati protagonisti nelle fughe e abbiamo conquistato ottimi piazzamenti. Storer nella tappa con arrivo a Prati di Tivo è andato in fuga e anche una volta che sono stati ripresi è rimasto con i primi terminando nono la frazione. 

A Padova la più grande occasione per la Tudor, Dainese è quarto con qualche rammarico
A Padova la più grande occasione per la Tudor, Dainese è quarto con qualche rammarico
Cosa hai portato di tuo a questa squadra?

La mentalità. Non siamo andati al Giro solo per apparire o per fare le fughe per gli sponsor. Abbiamo deciso di attaccare quando sapevamo di poterci giocare le nostre occasioni. A Livigno, sempre con Storer siamo andati all’attacco poi a lui sono mancate le gambe negli ultimi otto chilometri. Anche a Fano siamo entrati nella fuga con Trentin che poi è arrivato sesto. 

Poi è arrivata Padova…

Questo è l’esempio di quanto dicevo prima. Con l’abbandono di Mayrhofer e Krieger abbiamo perso due vagoni importanti del treno di Trentin. Eppure, anche senza di loro, a tre chilometri dall’arrivo eravamo davanti noi al gruppo a tirare. Non un team WorldTour, ma la Tudor. Poi Dainese ha fatto quarto in volata. 

Bilancio positivo?

Positivo, assolutamente. Ora ci concentriamo sui prossimi obiettivi. Abbiamo il Giro di Svizzera che è la corsa di casa sulla quale puntiamo molto.

Vince Merlier, ma l’abbraccio di Padova è tutto per Dainese

23.05.2024
5 min
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PADOVA – Alberto Dainese è appoggiato alle transenne. Testa fra le braccia. Silenzio. Forse qualche singhiozzo di un pianto di rabbia strozzato in gola. Questa era la sua tappa. La tappa di casa.
Quando si tira su, uno dei maxi schermi in Prato della Valle, trasmette la volata. Dainese rivede il suo sprint. Si chiude ancora più in sé stesso e torna ai bus, tra la folla che urla il suo nome.

Un quarto posto che dopo l’incidente di questa primavera non è cosa da poco. Dainese è cresciuto sprint dopo sprint in questo Giro e ora sta iniziando a raccogliere i frutti di un buon lavoro e di una buona gamba.

Bis di Merlier

Intanto Tim Merlier dopo Fossano mette a segno un altro sigillo, il terzo per la sua Soudal-Quick Step in questo Giro d’Italia.

«Abbiamo preparato lo sprint da lontano – ha detto Merlier – con Julian Alaphilippe. Era un giorno molto importante e lo abbiamo affrontato nel migliore dei modi, rimanendo sempre ben coperti e nelle prime posizioni. Negli ultimi chilometri la velocità era altissima. Ho azzeccato il momento giusto per lanciare il mio sprint e alla fine è andato tutto bene».

Questa era la “tappa in discesa” del Giro 2024. Lidl-Trek, Soudal-Quick Step e Tudor le squadre che più volevano la volata di gruppo
Questa era la “tappa in discesa” del Giro 2024. Lidl-Trek, Soudal-Quick Step e Tudor le squadre che più volevano la volata di gruppo

Una buona Tudor

«Cosa poteva fare? Cosa poteva fare?», ripete con un po’ di rammarico il direttore sportivo Claudio Cozzi, ai bus. «Porca miseria, questo vento contro non c’era fino a pochi minuti prima. Non doveva esserci. Poi gli si sono spostati… e Alberto me lo ha detto: sono stato costretto a partire».

La Tudor Pro Cycling assieme alla Lidl-Trek era il team che più aveva tirato per non lasciarsi sfuggire lo sprint, memori di Lucca. E forse la fuga l’hanno tenuta sin troppo sotto tiro.

«Deluso? No perché dovrei esserlo? – dice l’altro diesse, Matteo Tosatto – Alberto forse è deluso, ma perché è uno che vuole vincere. Io non lo sono. Io sono contento dello spirito della squadra. Siamo senza due uomini molto importanti per Alberto (Krieger e Mayrhofer, ndr) e penso proprio che oggi Trentin e Froidevaux abbiano fatto un ottimo lavoro».

Prato della Valle è gremita di gente. Che accoglienza per il Giro d’Italia
Prato della Valle è gremita di gente. Che accoglienza per il Giro d’Italia

Sprint caotico

«Okay, quarto posto: le volate sono così – continua Tosatto – però non possiamo recriminarci niente. I miei ragazzi e Alberto hanno fatto una volata perfetta fino ai 300 metri».

Per assurdo a “fregare” Dainese è stato Jonathan Milan, che non era nel treno della sua Lidl-Trek. Quando Consonni e Teuns se ne sono accorti si sono rialzati. Ma ormai la volata era partita. Si era a meno di 300 metri dalla linea d’arrivo. Fermarsi sarebbe stato un suicidio.

«Noi – conclude Tosatto – abbiamo fatto la nostra volata. Milan ovviamente era il faro dello sprint, ma è andata così e dobbiamo accettare anche questo risultato… Che non è un brutto risultato».

Il verdetto finale dice: Merlier, Milan, Grove, Dainese e Aniolkowski
Il verdetto finale dice: Merlier, Milan, Grove, Dainese e Aniolkowski

L’abbraccio di Padova

Padova è la città di Alberto Dainese. E l’abbraccio forse è ancora più forte. Il suo fans club lo acclama sotto al bus della Tudor. Ci sono anche i familiari.

Qualche minuto. Il tempo di una doccia. E Alberto si concede al loro saluto. Sono momenti emozionanti. Che aiutano ad assorbire la botta, ma soprattutto a ricaricarsi in vista di Roma e, perché no, per raccontarci il suo sprint al dettaglio e con passione.

Alberto, che volata è stata?

L’idea era di prendere la prima delle due curve finali, quella  ai 900 metri, quasi in testa e ci siamo riusciti. Trentin ha dato una menata di due chilometri pazzesca, ma eravamo un po’ “lunghetti”…

E qui mancavano i due uomini che diceva Tosatto, scusa l’interruzione, vai avanti…

Però ho fatto le due curve in controllo ed era quello l’importante. Volevo fare la volata e non essere intruppato dopo le curve. Dopo che mi hanno passato Teuns e Consonni mi sono buttato alla loro ruota. Ho anche provato un po’ ad imbrogliarli dicendogli: “Vai vai Simo”…

Ma non ci sono cascati…

Hanno visto che non ero Jhonny quindi si sono spostati e sono arrivati altri da dietro. A quel punto per un istante ho cercato una ruota e mi sono messo dietro ad Hofstetter ma poi sono dovuto partire. Sono partito un po’ lungo. Avevo tanta voglia di sprintare, ma da dietro mi hanno rimontato e negli ultimi 50 metri sono rimbalzato. Mi dispiace.

Sprint lanciato. Dainese (casco rosso) è in testa, ma il traguardo è lontano
Sprint lanciato. Dainese (casco rosso) è in testa, ma il traguardo è lontano
Conoscevi questo finale: quante volte lo hai provato?

Studiavo a 500 metri da qui. Conoscevo ogni singola curva, ogni buca e ogni centimetro di asfalto. Brucia parecchio. Adesso siamo qua al velodromo, dove ho iniziato a correre in pista…. E’ tutta una serie di emozioni. Però ci proviamo anche a Roma.

Questo vento era più forte del previsto effettivamente?

Il vento era un po’ contro e abbastanza più forte di quello che credevo. Infatti quando sono partito mi sono reso conto che sarebbe stata lunga andare fino all’arrivo. Ho anche cercato di mettermi ancora più aerodinamico, più basso… ma non è bastato.

Che rapporto avevi?

Il 54 davanti. Sono partito col 12 poi ho buttato giù l’11. La velocità non era altissima in volata, proprio perché la Lidl-Trek si era fermata. Così ho cercato di partire un pelo più agile. Le prime volate di questo Giro le avevo fatte tutte col 10 e mi dicevano che ero troppo duro. Oggi ho cercato di partire più agile ma ero lungo.

La cartella per il Giro: Elisa Nicoletti e il debutto della Tudor

30.04.2024
7 min
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Nella Tudor Pro Cycling che esordisce al Giro d’Italia, c’è una debuttante che si affaccia sul palcoscenico rosa ed è Elisa Nicoletti, la loro addetta stampa. Venticinque anni, sempre sorridente: una persona piacevole con cui avere a che fare.

Il mondo degli addetti alla comunicazione è piuttosto complesso, almeno quanto lo è stare appresso alle richieste dei giornalisti. Ci sono gli addetti stampa… aguzzini: quelli che dell’impedirti di lavorare fanno la loro missione. E poi ci sono quelli che comprendono e ti vengono incontro, a patto che anche tu ne riconosca le ragioni. Per ciascuno di loro, l’avvio del Giro è una centrifuga. Fra domani e giovedì si svolgeranno le conferenze stampa di presentazione dei team, fra mille incastri e con la regia di RCS Sport. Poi il resto della corsa sarà un rendere conto e raccontare, facendo in modo che i corridori siano visibili anche quando non spiccano e gestendone semmai la popolarità in caso di conquista, grande o piccola.

Il primo giorno di Giro

Elisa è figlia di Dario Nicoletti, ex professionista, grande gregario di Franco Ballerini e ora direttore sportivo della Biesse-Carrera, che il 25 aprile ha sbancato il Gran Premio della Liberazione a Roma. Lei un Giro l’ha seguito già, ma dalla parte della carovana. Perciò, c’è venuto in mente di scoprire che cosa metta nella cartella un addetto stampa per il suo primo giorno di Giro e per quelli a seguire.

«Spero di non dimenticare niente – dice ridendo –  ma nella cartella assolutamente devono esserci telefono, computer, hard disk, caricatori: i caricatori sono importanti. Il power bank, la macchina fotografica. E ieri mi sono arrivati tutti i vari attrezzini per la GoPro. L’avevo già, ma non gli accessori per usarla. Principalmente questo, direi, tutte cose elettroniche…

«Invece le informazioni sui corridori le abbiamo abbastanza catalogate, anche se al giorno d’oggi con siti come procyclingstats.com avere info e statistiche è davvero facile. Le informazioni più personali vengono fuori col tempo. Per cui ad esempio i nuovi di quest’anno li conosciamo un po’ meno, ma il Giro d’Italia è l’occasione migliore. Vengono sempre fuori storie interessanti, anche perché essendo il primo grande Giro della squadra e di alcuni ragazzi, scopriremo di certo cose nuove».

Finalmente nella Tudor del Giro vedremo all’opera la coppia Dainese-Trentin
Finalmente nella Tudor del Giro vedremo all’opera la coppia Dainese-Trentin
Scoprirai che aver fatto il Giro con la carovana probabilmente non è la stessa cosa…

Diciamo che avrò un ruolo un po più di responsabilità. La carovana è bellissima. Ci sono sempre momenti positivi, conoscere nuove persone, fermarsi nei paesi, vedere il pubblico che aspetta la gara. E’ un momento di festa. Con la squadra sarà diverso. Anche quando si vince, speriamo di vincere ovviamente, si pensa sempre al giorno dopo. Il ciclismo alla fine è fatto di momenti alti, ma sono pochi rispetto a quelli down e bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo vuoto. Puoi vincere, ma il giorno dopo è sempre un giorno nuovo. Come è successo per esempio al Romandia. Abbiamo vinto il prologo con Maikel Zijlaard e due giorni dopo è caduto, si è rotto il gomito e… ciao!

Come pensi organizzerai il lavoro?

Come squadra, rispetto ad altre che fanno il comunicato per ogni tappa, facciamo pezzi sul sito in caso di grandi risultati. Quindi una vittoria, un podio, cioè momenti molto importanti. Invece le dichiarazioni dei corridori tendiamo a prenderle e a mandarle nel gruppo whatsapp dei giornalisti. Poi le cose possono cambiare in base alle richieste. Siamo una squadra svizzera, quindi durante il Romandia c’è stato più movimento intorno a Yannis Voisard e abbiamo fatto di più perché c’erano tante aspettative. E’ ovvio che un podio di tappa al Giro d’Italia, come pure indossare una maglia di leader è più importante che vincere una gara di livello molto inferiore, per cui diciamo che valuteremo giorno per giorno.

La Milano-Torino del 2023 è stata la prima vittoria per il Tudor Pro Cycling Team
La Milano-Torino del 2023 è stata la prima vittoria per il Tudor Pro Cycling Team
Che rapporto hai con gli atleti della tua squadra?

Per come sono cresciuta io, nel ruolo che ho sempre avuto nel ciclismo con le squadre di mio papà, in passato dei corridori ero quasi amica. Adesso parliamo più di relazioni di lavoro, quindi capita veramente con pochi di sentirsi. Con parecchi ci si segue sui social, rispondiamo reciprocamente alle storie, ma direi che quasi con nessuno capita di sentirsi regolarmente. Con alcuni ci si vede anche poco. Per esempio l’anno scorso ho fatto 150-160 giorni di corsa, ma con Arvid De Klejn ho fatto una sola corsa: la Milano-Torino, che ha vinto. Quindi io praticamente l’ho visto in ritiro, l’ho visto in quella gara e poi l’ho rivisto al ritiro di ottobre. Anche per questo alla fine si tratta prevalentemente di rapporti di lavoro. Quest’anno l’obiettivo era anche quello di seguire Matteo e Alberto (Trentin e Dainese, ndr) rispetto ai vari media italiani. Dainese doveva iniziare all’Algarve ed è caduto. Doveva poi ripartire alla Tirreno, ma non ha ripreso. Quindi non lo vedo dal ritiro di gennaio. Però ci siamo sentiti parecchio, anche perché le richieste dei vari media arrivano principalmente a me o comunque mi occupo io di quelli italiani.

Si può dirlo? Una delle richieste meno simpatiche che capitano è l’addetto stampa che chiede di leggere l’articolo prima che venga pubblicato…

Capita anche a me di chiederlo, anche perché Tudor è una realtà importante che a certe cose bada molto. Il nostro obiettivo però non è tanto quello di controllare, di cambiare la storia come ho già detto varie volte, ma più essere sicuri che il nome sia scritto nel modo giusto, il ruolo della persona sia indicato nel modo giusto. E soprattutto, come è capitato quest’anno in vari articoli, essendo una professional che deve ricevere gli inviti, non possiamo anticipare di averlo ricevuto troppo tempo prima. Oppure al Giro d’Abruzzo abbiamo avuto una giornalista svizzera che è stata con noi per tutti i cinque giorni, raccontando l’avvicinamento di Voisard al Romandia. In quel caso, volevamo essere sicuri che uscissero informazioni corrette. Poi dopo un po’ si va sulla fiducia. 

Romandia, sul podio Zijlaard che ha vinto il prologo e dopo due giorni si ritirerà
Romandia, sul podio Zijlaard che ha vinto il prologo e dopo due giorni si ritirerà
Come è stato che Elisa Nicoletti è arrivata al ciclismo?

Mamma e papà erano entrambi ciclisti, ma anche i nonni erano appassionati. Perciò dai sei anni ho deciso di voler correre in bici e con mia sorella più grande ci siamo iscritte in una squadra locale. I primi mesi andavo alla partenza e non partivo, mi mettevo a piangere. Poi ho iniziato a correre. Ho fatto i giovanissimi, gli esordienti e gli allievi. Ma quando mia sorella ha smesso, l’ho osservata e mi sono accorta che si divertiva più di me e ho iniziato a farci un pensierino. Mi dividevo tra il liceo e la bici, era abbastanza tosta combinare tutto. E siccome alla fine mi piaceva quello che studiavo, ho pensato che talento non ne avessi tanto, che di certo avevo paura in discesa e a stare nel gruppo, così ho preferito focalizzarmi sugli studi. Ma non ho chiuso col ciclismo, dato che ho cominciato ad andare alle gare con mio papà e la sua squadra. Prima il VC Mendrisio e poi la Biesse-Carrera.

Quindi sempre in mezzo ai corridori?

Ho le foto di quando ero piccola e i corridori venivano a dormire a casa nostra il giorno prima delle gare. Abbiamo le foto di loro in piscina con mia sorella piccola in mezzo a loro. Avendo fatto il linguistico, quando ho iniziato a studiare inglese, francese e tedesco, parlare con loro mi servì anche a fare pratica e vincere la timidezza. Quando poi iniziai a lavorare a Livigno, ero diventata il riferimento delle mie colleghe dell’hotel quando arrivavano i corridori e c’era da dargli assistenza per il check-in e le varie richieste che potevano avere. 

Ti è mai pesato essere la figlia del direttore sportivo? 

No, per me era bello. Il weekend significava andare alle gare col papà, tanto che ho iniziato anche a litigare con le mie amiche perché loro volevano uscire e io dicevo di no, perché dovevo svegliarmi presto. Essendo in una squadra piccola, poteva permettersi di portarci preferendo che sviluppassimo questa passione, piuttosto che farci andare a zonzo la domenica senza sapere cosa fare.

C’è un oggetto portafortuna che avrei dietro con te al Giro?

No, però magari lo troverò durante la corsa e lo diventerà per i prossimi anni.

Quindi ci vediamo giovedì a Torino?

Direi proprio di sì. Ho ancora delle faccende da sistemare e poi sarà tempo di cominciare con le conferenze stampa…

Tosatto e la Tudor, ultime rifiniture in vista del Giro

17.04.2024
6 min
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SALORNO – Il Tour of the Alps spesso e volentieri è una delle ultimissime prove generali prima del Giro d’Italia. Una serie di spunti da cui i diesse possono trarre indicazioni più o meno importanti. Uno di loro è senza dubbio Matteo Tosatto, arrivato ad inizio stagione per guidare la Tudor Pro Cycling.

Per la serie “lui sa come si fa”, grazie ai trionfi rosa ottenuti con la Sky/Ineos, sulla porta dei 50 anni (li compirà il 15 maggio) il tecnico nativo di Castelfranco Veneto ora ha una nuova missione. Lo abbiamo incontrato proprio nella corsa dell’Euregio (foto Tudor Pro Cycling in apertura) chiedendogli come stia procedendo il suo ambientamento nella Tudor e quali siano le aspettative del team Professional svizzero alle soglie della sua prima grande corsa a tappe. Il viso rilassato sembra la naturale conseguenza di una persona che, dall’alto della sua esperienza, sa che il nuovo percorso intrapreso è quello giusto.

Come sta andando la tua nuova esperienza con la Tudor?

E’ cambiato tutto dopo sei anni tra Sky e Ineos. Sono super felice perché l’avventura è iniziata col piede giusto, così come il progetto sta andando avanti bene. Abbiamo dimostrato che siamo capaci di imporci in qualche bella corsa. E soprattutto saperci imporre come stile di gara, prendendoci le nostre responsabilità senza paura. Dobbiamo ricordarci che abbiamo un gruppo di giovani. A volte sbagliamo, ma chi sbaglia poi impara. Penso che siamo sulla linea giusta.

La filosofia che ci aveva spiegato Cancellara, l’ha trasmessa facilmente anche a voi?

Il nostro motto è quello di crescere piano piano, sapendo le nostre potenzialità. Noi andiamo alle corse per vincere, ma sappiamo allo stesso tempo che dobbiamo fare anche esperienza. In alcune gare andiamo per imparare, dove portiamo tanti giovani che magari affrontano il loro primo grande Giro o la prima grande classica. Contestualmente abbiamo fatto degli innesti con corridori esperti che portano il loro bagaglio tecnico in squadra. Ad esempio la vittoria alla Parigi-Nizza (con De Kleijn, ndr) è il frutto di un grande lavoro iniziato già nel 2023, al primo anno di nascita della formazione. Nelle classiche del pavé abbiamo sempre fatto delle top 10, a parte il Fiandre. Tutto ciò ci riempie di gioia.

Storer al Giro punterà alle tappe di montagne e alla generale. Nel 2021 vinse due frazioni alla Vuelta e la maglia di miglior scalatore
Storer al Giro punterà alle tappe di montagne e alla generale. Nel 2021 vinse due frazioni alla Vuelta e la maglia di miglior scalatore
Quindi siete entrati in sintonia in fretta.

Sì, assolutamente. Come dice sempre Fabian, non dobbiamo fare il passo più lungo della nostra gamba. Stiamo diventando consapevoli della nostra forza. Dobbiamo solo restare calmi e continuare a lavorare. Poi il nostro hashtag “nati per osare” (#borntodare, ndr) deve essere uno stimolo. Se noi facciamo le cose per bene, come allenamenti, nutrizione o materiali, non dobbiamo avere paura. Non possiamo competere con i grandi team WorldTour, ma essere lì a giocarcela significa fare bella figura.

Quanta differenza c’è tra guidare una squadra come Ineos e uno come la Tudor?

Cambia tanto. Parlare o andare a provare una gara con campioni che hanno già vinto classiche o grandi Giri lo affronti in una maniera diversa. C’era una pressione diversa all’interno di un gruppo consolidato. Qua in Tudor devi partire dalle fondamenta. Devi far capire cos’è un grande Giro per esempio. E per me è un grande stimolo.

E’ stata questa la motivazione che ha portato Matteo Tosatto alla Tudor?

Ho fatto vent’anni da professionista e devo ringraziare ancora oggi Dave Brailsford che mi ha dato subito la possibilità di salire in ammiraglia. Ho imparato un lavoro facendo sei anni magnifici con loro, però era arrivato il momento di cambiare. Alla Tudor abbiamo nuovi obiettivi e penso di aver fatto la scelta migliore.

Il Tour of the Alps vi darà qualche indicazione per il Giro?

A questa corsa abbiamo 2-3 ragazzi che potrebbero correre a maggio. Sicuramente al Giro ci sarà Michael Storer, che proverà a curare la generale già qua al Tour of the Alps. Potrebbe fare altrettanto anche al Giro, anche se non ha mai affrontato una grande corsa a tappe per farla. Di sicuro punterà a fare bene le tappe di montagna. Potenzialmente può fare bene entrambe le cose, ma partiamo con un obiettivo minimo, poi vedremo se cambiarli strada facendo.

Come sarà il resto della vostra formazione alla Corsa Rosa?

Non vogliamo trascurare le altre tappe. Il nostro velocista sarà Dainese, che è tornato a correre dopo un infortunio e ha vinto in Francia ad inizio mese. Trentin sarà il nostro tuttofare, pronto a buttarsi nelle fughe delle frazioni intermedie o giocarsi le proprie carte in altri modi. Decideremo come completare la squadra dopo il Romandia.

Abbiamo capito che vi vedremo davanti al Giro.

La nostra volontà è quella di essere protagonisti. Vogliamo usare la testa. Non andremo in fuga solo per fare vedere la maglia. Noi cercheremo la vittoria, il nostro grande obiettivo di quelle tre settimane di maggio. Qualcuno di noi sarà emozionato perché sarà il primo grande giro della Tudor. Tuttavia vorrei infondere calma e serenità, vedendo come andrà la gara giorno dopo giorno. Io sono molto motivato e fiducioso.

Dainese: l’incidente, il rientro, la vittoria, Sierra Nevada… il Giro

15.04.2024
5 min
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E’ caduto il 9 febbraio rovinosamente, ha vinto il 4 aprile: in meno di due mesi Alberto Dainese si è ritrovato dalle stalle alle stelle. Il corridore della Tudor Pro Cycling era incappato in un incidente durante un allenamento in Spagna. Aveva riportato una grande botta alla testa e danni seri alla bocca.

Poi alla Région Pays de la Loire Tour, breve corsa a tappe francese, ecco quasi a sorpresa, la vittoria. A Château-Gontiere braccia alzate e tutto, o quasi, sparisce.

In questi giorni Dainese si trova a Sierra Nevada per l’ennesimo ritiro in quota. Sta lavorando in ottica Giro d’Italia.

«E quassù – dice il veneto – già ci ero stato due settimane prima del rientro dopo la caduta e ci starò fino al Romandia. Poi qualche giorno di relax a casa ed ecco il Giro».

Alberto Dainese (primo da sinistra) durante gli allenamenti in Spagna quest’inverno
Alberto Dainese (primo da sinistra) durante gli allenamenti in Spagna quest’inverno
Alberto, partiamo dalla caduta. Hai recuperato possiamo dire…

Diciamo di sì. All’inizio è stata un po’ tosta. Le botte alla bocca e alle labbra si sono fatte sentire. Avevo un bel po’ di punti e non ero affatto bello! Mi vedevo con queste ferite, mi mancavano quattro denti. Facevo anche fatica a mangiare. Poi è subentrato anche un versamento ad un ginocchio. Insomma ci ho messo quasi due mesi a riprendermi. Ma la cosa buona è aver recuperato al 100 per cento.

Alla fine quanto sei stato senza bici?

Poco in realtà. Forse troppo poco, cinque giorni. In pratica fino a che non mi hanno rimesso i denti provvisori. Ho fatto un po’ di rulli. Ma era troppo presto. I punti tiravano e avevo vari dolori. Poi è emerso il problema al ginocchio. E sono stato fermo un’altra settimana. Alla fine prima di riprendere per bene è passato un mesetto.

Ma come hai fatto a livello di preparazione? Hai ripreso da capo?

La base era solida. Avevo fatto davvero un buon inverno, senza malanni e con un grande volume: questa è stata la salvezza. Se avessi avuto un inverno meno buono sarebbe stato un bel casotto. Invece quando ho ripreso, non ero proprio a zero. 

Dainese (classe 1998) è passato dalla Dsm alla Tudor Pro Cycling questo inverno
Dainese (classe 1998) è passato dalla Dsm alla Tudor Pro Cycling questo inverno
E cosa hai fatto quando hai ripreso con costanza?

Ho iniziato con due, tre ore molto semplici. Dalla terza settimana ho inserito anche un po’ d’intensità. Ma questa era anche la prima che facevo a Sierra Nevada in quota. E non ho fatto poi molto. Parlo di 15 ore complessive. Mentre dalla settimana successiva, ho inserito più ore e più volume. Ho fatto due lavori di Vo2Max, sempre in altura, e sono andato a correre in Francia.

Caspita! Solo due lavori e sei stato subito vincente e competitivo (prima della vittoria Dainese ha ottenuto due quinti posti, ndr)?

E infatti questo un po’ ha sorpreso anche me e mi ha dato tanto morale. Ma ripeto, la base era buona. Sono anche consapevole che non era una volata di livello stellare. Non c’erano Philipsen o Merlier, però Marijn van den Berg, con cui battagliavo ha dimostrato di andare forte. Ora sono consapevole che con questo altro ritiro in quota e il Romandia si potrà crescere ancora. Non dico che tutti i dubbi siano spariti, ma so che al Giro dove il livello sarà più alto sarò competitivo.

Hai dovuto riprendere anche il lavoro in palestra?

No, quella no. Dopo due sedute ho dovuto abbandonarla in quanto mi dava problemi al ginocchio destro, quello del versamento. Emergevano dei dolori alla bandelletta e così abbiamo deciso di evitare la palestra. Al suo posto abbiamo compensato con delle volate e delle partenze da fermo. Ne ho fatte un po’ più del solito.

Alberto, raccontaci un po’ quelle volate dopo il rientro. C’era anche della paura?

Le settimane dopo l’incidente sì. Avevo paura ad andare in bici, specie in discesa o col vento. La caduta era avvenuta in modo improvviso e temevo di ricadere da un momento all’altro. Poi è andata scemando. Mentre il giorno della volata no, nessuna paura.

Quest’anno Alberto ha un treno a disposizione e infatti in 6 giorni di corsa ha 6 top 10, tra cui una vittoria
Quest’anno Alberto ha un treno a disposizione e infatti in 6 giorni di corsa ha 6 top 10, tra cui una vittoria
Si è chiusa la vena del velocista!

Esatto. Non ci ho proprio pensato, anche se forse è stato lo sprint più pericoloso che ho fatto da pro’ dopo quello del Polonia in discesa. In particolare la volata che ho vinto è stata anche abbastanza pulita. Nell’ultimo chilometro la velocità era alta ed eravamo tutti in fila. Robin Froidevaux mi ha portato ai 200 metri in posizione e dovevo saltarne solo due.

Per te che ogni volta dovevi partire da dietro, due corridori in effetti erano pochi!

Sì, sì… rispetto al passato è una bella differenza. Prima avevo Bardet che poverino è uno scalatore e mi lasciava in ventesima posizione. E infatti come mi suggerì anche Petacchi, persa per persa a quel punto, partivo lungo. Adesso invece ho un treno.

E sul fronte dei valori, quelli della volata che hai vinto erano buoni? E’ un dato curioso dopo l’incidente…

Il misuratore non funzionava. Non posso rispondere pertanto a questa domanda con precisione, però non credo siano stati cattivi. Quel giorno ho sbagliato rapporto. Ho fatto la volata con il 54×10 ed ero durissimo. Mi sembrava stessi facendo una partenza da fermo! Il picco di potenza in questi casi, con quel rapporto così duro, non è altissimo. Però la volata l’ho tenuta a lungo e comunque se riesci a girare quel rapporto male non stai. Io poi non amo andare duro negli sprint. 

Dall’Algarve al Nord, si accende la primavera di Trentin

14.02.2024
5 min
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Con l’Algarve appena iniziata, entra nel vivo anche la primavera di Trentin. Probabilmente se l’aspettava diversa, perché in questi giorni avrebbe affinato l’intesa con Alberto Dainese, lottando nelle due volate in programma. Invece il padovano è fuori gioco per la caduta in allenamento e di conseguenza Matteo si ritrova a fare a sua volta gli sprint in cui si sente maggiormente a suo agio e intanto a lavorare con lo sguardo al Nord. Domenica infatti la corsa portoghese si concluderà e sarà tempo di spostarsi in Belgio per l’opening weekend, con Omloop Het Nieuwsblad e la Kuurne-Bruxelles-Kuurne.

Lo avevamo incontrato a Calpe nei giorni del primo ritiro e per lui la dimensione Tudor Pro Cycling era solo un’idea. Ora che la stagione ha preso il largo, tornare per un doppio punto della situazione, è un buon modo per avvicinarci alle prossime sfide.

GP La Marseillaise: Trentin, classe 1989, è pro’ dal 2012. In Francia è molto noto anche per le 3 tappe vinte al Tour
GP La Marseillaise: Trentin, classe 1989, è pro’ dal 2012. In Francia è molto noto anche per le 3 tappe vinte al Tour
Come va l’adattamento in questa nuova squadra?

Bene, tutto a posto, tutto bene. Sono contento. Certo sarebbe stato meglio se “Daino” non fosse finito per terra, perché credo che avremmo fatto delle belle cose. Saremmo venuti qua per iniziare il lavoro del treno anche in corsa, che rispetto all’allenamento è una roba un po’ diversa. Gli imprevisti però sono dietro l’angolo, l’importante è che non si sia fatto male in maniera troppo seria. Intendiamoci, è abbastanza seria, però non è niente che lo terrà via dalle corse per lungo tempo. Devo dire che quando l’ho visto per terra pensavo fosse molto peggio, invece alla fine è andata anche bene.

Cambia qualcosa a questo punto nel tuo programma personale?

No, il programma resta sempre lo stesso, andrò avanti con quello che devo fare. A questo punto con Alberto ci si rivedrà al Giro.

Come sarà fatta la trasferta al Nord?

Ora subito l’opening weekend, poi ci hanno invitato al Fiandre e anche alla Gand e altre che non si possono ancora annunciare. Credo che li abbiano già annunciati, non vorrei averli anticipati. Sono tutte cose che ho scoperto quest’anno, non avendo mai avuto il discorso degli inviti. Ti chiamano, però vogliono essere loro a dirlo per primi.

Dainese ha avuto il tempo per correre le prime due gare, poi è caduto alla vigilia della Clasica de Almeria
Dainese ha avuto il tempo per correre le prime due gare, poi è caduto alla vigilia della Clasica de Almeria
Com’è psicologicamente vivere questa dipendenza dall’invito?

Onestamente non me ne sono fatto un problema. Sapevamo che era così e dall’altra parte sanno che c’è un progetto solido alle spalle. Comunque, visto il bene che hanno fatto già l’anno scorso, devo dire che tanti inviti sono più che meritati.

Invece con quale spirito Trentin andrà al Nord con la nuova squadra?

Sempre lo stesso, sempre il solito modo di fare. E’ ovvio che bisognerà andare con il coltello tra i denti, come sempre. Ci arriviamo con una squadra molto meno esperta rispetto a tutti gli altri anni. Tantissimi di questi ragazzi non hanno mai fatto corse al Nord, quindi ci sarà tanto da imparare, tanto da insegnare e tanto da fare. Siamo qui per questo.

Pensi che andrete a fare qualche sopralluogo di percorso?

Penso che faremo la classica ricognizione un paio di giorni prima, perché non c’è tanto tempo per organizzare chissà cosa. Abbiamo già fatto un giretto lassù all’inizio di dicembre, andando a provare i materiali. La settimana prima della Het Nieuwsblad faremo una prova percorso, come pure prima del Fiandre e di Harelbeke. Adesso come adesso, non c’è tanto tempo: se devi fare qualcosa, devi farlo prima.

Che cosa era venuto fuori dal sopralluogo di dicembre?

La bici è quella. DT Swiss però ha fatto delle ruote pensate per le classiche. Avremo dei copertoni da 28 un pochino più resistenti alle forature. Ci sarà da lavorare più che altro sulle pressioni delle gomme. Magari per la Gand si può usare anche la ruota normale, visto che presenta pochissimo pavé. Questa è la base, poi dipenderà anche dal meteo.

Sul podio di Almeria, Trentin e Kooij, il vincitore che ha 12 anni meno di Matteo
Sul podio di Almeria, Trentin e Kooij, il vincitore che ha 12 anni meno di Matteo
Gomme da 28 perché sul telaio della Teammachine non entrano misure più grandi?

In parte anche per questo. Però per quelle gare mi sento di dire che gli pneumatici da 30 li ho usati l’anno scorso perché le ruote che avevamo in UAE avevano il canale interno molto più grande e quindi con il 30 mi trovavo comodo a livello di utilizzo. Invece col canale interno di una grandezza normale, alla fine lo pneumatico da 28 è più che sufficiente e non è necessario fare tanto di più.

A cosa serve l’Algarve: preparazione o per non far rimpiangere Dainese?

Certo, non è che se siamo davanti, tiriamo i freni. Ad Almeria mi ci sono trovato e ho fatto la volata, arrivando terzo. Non me lo aspettavo, ma è vero che quest’inverno mi sono allenato molto di più per fare le volate, avendo il discorso del treno. Quindi l’allenamento è stato fatto bene e funziona. Ma qui le tappe sono sempre uguali: due volate, due salite a una cronometro. Diciamo che in queste corse uno come me viene più che altro a rifinire la condizione e non a puntare una vittoria. Però chi può dirlo? Vediamo cosa può venire fuori, ma senza pressione.

E con Dainese ti senti ogni tanto?

Sì, via messaggio. Gli girano molto le scatole, perché eravamo al momento di dare un’accelerata alla stagione, invece si ritrova fermo ai box. Insomma, speriamo sia una cosa che riesce a risolvere in tempi brevi o relativamente brevi, per poi ricominciare. Lui sa che io lo aspetto.

I piani e la caduta: con Kurt Bergin-Taylor parlando di Dainese

10.02.2024
7 min
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La caduta di ieri in allenamento davvero non ci volva. Alberto Dainese aspettava le gare di Murcia e Almeria per riallacciare il filo col suo treno e la volata, invece sarà costretto a rinunciare. Il colpo al volto e alla mandibola, pur in assenza di fratture, lo costringono a uno stop che rallenterà certamente la sua primavera e speriamo non complichi troppo il suo avvicinamento al Giro d’Italia. Abbiamo fatto il punto con il tecnico britannico che lo ha voluto alla Tudor Pro Cycling, anche cercando di ricostruire il perché della scelta. Lui si chiama Kurt Bergin-Taylor, è britannico e sta per compiere 34 anni. Nell’organigramma della squadra non è messo fra gli allenatori, bensì fra i manager, con la qualifica di Head of Innovation (la foto Tudor Pro Cyling in apertura lo ritrae sullo scooter accanto a Dainese e il suo gruppo).

Perché a un certo punto hai cercato Dainese?

Ho avuto modo di lavorare con lui per un anno alla DSM, quando ha vinto la prima tappa al Giro. Ho visto il suo potenziale come velocista, ma anche come uomo. E’ un ragazzo onesto. Quando lavori con Alberto, vedi che è una persona molto positiva con cui stare ed è davvero un bel personaggio e un grande lavoratore. Quando abbiamo iniziato a valutare chi inserire, è stato chiaro che ci servisse un secondo sprinter. Essendo un team appena nato, sapevamo che avremmo dovuto sfruttare le conoscenze personali. Non volevamo cambiare la nostra filosofia di considerare cioè l’aspetto umano accanto a quello sportivo. Qualcosa in cui sapevo che Alberto si sarebbe trovato bene. Sono certo che avesse anche altre possibilità, ma alla fine si è fidato di me, di quello che ha visto nella squadra e di Fabian. E so che adesso è super orgoglioso di vestire la maglia Tudor e di trovarsi in una squadra in cui può crescere ancora tanto.

Kurt Bergin-Taylor è britannico ed ha quasi 34 anni. Come Dainese, proviene dalla DSM (foto Tudor Pro Cycling)
Kurt Bergin-Taylor è britannico ed ha quasi 34 anni. Come Dainese, proviene dalla DSM (foto Tudor Pro Cycling)
Di certo è contento di poter arrivare al Giro con la giusta programmazione…

Abbiamo una lunga lista di corridori per il Giro e ovviamente Alberto ne fa parte, poi bisognerà valutare tutta una serie di fattori, dalla condizione alla salute. Rispetto alla squadra in cui si trovava prima, è chiaro che stiamo facendo una programmazione diversa. Sin dall’inizio abbiamo guardato alla costruzione della sua periodizzazione, dei ritiri in quota e di tutto quello che serve. Per la squadra l’obiettivo numero uno dell’anno è quello di fare bene nel primo grande Giro.

Pensi che sia al livello dei velocisti più forti?

Non lo avremmo preso se non pensassimo che potrebbe essere uno dei migliori. Alberto è molto veloce. Ha una potenza elevata. Ed è molto aerodinamico. Penso che finora non sia stato in grado di mostrare il suo potenziale, perché non ha avuto l’opportunità di sprintare. La possibilità di ritrovarsi con la linea di fronte senza essere intrappolato e restare chiuso. Questo è esattamente quello che vogliamo fare in Tudor, consentire ad Alberto di fare le sue volate. Non si può giudicare un velocista se non ha l’opportunità di fare la volata con la strada libera davanti a sé. La prima necessità è avere un treno per lui – conclude Kurt – che lo protegga e gli dia l’opportunità di sprintare. Da lì costruisci fiducia e la sintonia con i compagni e le capacità migliorano.

Una delle sfide più grandi per i velocisti è trovare il giusto equilibrio tra la salita e la volata.  Qual è la ricetta di Kurt?

Penso che questo sia il vero obiettivo dei velocisti e una delle sfide che entusiasma di più. Negli ultimi anni mi sono dedicato tanto al lavoro con gli sprinter e al tentativo di comprendere veramente questa esigenza. E’ davvero complicato. La prima cosa che faccio di solito è parlare con loro, perché gli atleti sanno valutare se stessi. Quando mi è capitato di chiedergli se siano in forma, qualcuno ha risposto: «Sto bene, quando vado in salita mi sembra di non fare fatica». E allora la risposta classica che gli do è chiedergli se abbiano per questo vinto qualche corsa.

Nel ritiro di dicembre a Calpe, Dainese stava ancora conoscendo il mondo Tudor
Nel ritiro di dicembre a Calpe, Dainese stava ancora conoscendo il mondo Tudor
A cosa serve a un velocista andare forte in salita?

Appunto. Quello su cui viene valutato un velocista è quanto sia veloce alla fine di un Giro. Per cui credo che per i velocisti sia necessario un livello aerobico minimo. Sono elite, atleti di resistenza, devono fare 21 tappe e superare le montagne: sicuramente la fatica fa parte del corredo. Però in realtà la cosa su cui dovremmo giudicarli è quale wattaggio sappiano ancora esprimere in relazione alla loro resistenza, perché anche questo è molto importante. Non ha senso erogare 2.000 watt se comprometti la tua resistenza. E non ha senso avere tanta resistenza se non esprimi la potenza. E’ sicuramente un equilibrio costante, che cambia nel corso della carriera.

Ad esempio?

Ricordo che Alberto da giovane era molto esplosivo, ma non aveva il livello aerobico per andare alle gare più grandi. Perciò nei suoi primi anni di professionismo ha dovuto dare priorità all’aspetto della resistenza, sacrificando un po’ il suo sprint. Ora ha un aspetto aerobico molto migliore rispetto a qualche anno fa, avendo fatto 4 grandi Giri e avendo fatto le 1.000 ore all’anno per quattro o cinque anni. Ora il suo livello aerobico è sufficiente e abbastanza buono da non dovergli dare la priorità. Così possiamo concentrarci maggiormente sulla vera essenza di renderlo il velocista più veloce possibile.

Per cui è cambiato qualcosa nel suo allenamento durante l’inverno?

Sì, ci siamo concentrati maggiormente sul ripristinare la potenza massima. Come abbiamo già detto, Alberto è sempre stato naturalmente piuttosto esplosivo. Tuttavia negli ultimi anni, concentrandoci sul costruire quel lato aerobico, ci sono stati alcuni cambiamenti. Quest’anno invece abbiamo cercato di migliorare l’esplosività massima e le capacità di sprint, sia sulla bici sia in palestra. Abbiamo davvero spinto molto per migliorare la relazione tra forza e velocità, in modo da arrivare a produrre forze più elevate alle alte velocità necessarie per lo sprint.

Il giovane Dainese, secondo Kurt Bergin-Taylor era velocissimo, ma poco resistente. Qui intanto vince l’europeo 2019
Il giovane Dainese, secondo Kurt Bergin-Taylor era velocissimo, ma poco resistente. Qui intanto vince l’europeo 2019
Cosa gli serve per essere vincente tutto l’anno?

Penso che questo sia davvero un buon punto e sia legato alla coerenza con la squadra che lo circonda. Penso che in passato questa per lui sia stata una delle difficoltà maggiori, non avendo mai avuto un treno dedicato. Con noi il programma e tutto ciò che riguarda Alberto è davvero chiaro. Abbiamo individuato un gruppo di cinque corridori, in modo che in quasi tutte le gare almeno tre di loro siano con lui. Deve essere chiaro che lo supportiamo con una squadra costruita in base al programma di gara. Quindi avrà più opportunità di fare sprint nelle gare a lui più adatte.

Ha già ottenuto un podio, ma ora questa caduta cosa provocherà?

Lo sprint è davvero un fatto di fiducia e siamo davvero entusiasti di aver iniziato a costruirla. Finora avevamo avuto due opportunità e non siamo ancora stati in grado di realizzarlo. Nella prima gara abbiamo fatto un buon lavoro, ma non perfetto. Nella seconda, ovviamente, abbiamo lottato per la posizione e non abbiamo avuto la possibilità di fare uno sprint. Ora si dovranno valutare i tempi di recupero e poi potremo dire qualcosa. Ovviamente un incidente non è mai l’ideale, ma è sempre uno dei pericoli/realtà nel ciclismo. Siamo fiduciosi che con il supporto della squadra Alberto tornerà più forte per le prossime gare.

Prima di finire, chi è Kurt Bergin Taylor?

Ho un background accademico. Ho conseguito un Master e un dottorato di ricerca in Fisiologia dell’Esercizio Fisico presso l’Università di Loughborough. Mentre studiavo, lavoravo nel velodromo, osservando l’interazione tra il corridore, la sua attrezzatura e la parte scientifica del lavoro. Poi mi sono trasferito in Canada e ho lavorato per la federazione canadese della pista in vista di Tokyo 2020. Ci sono stato per tre anni ed è stata un’esperienza davvero positiva. Hanno partecipato alle Olimpiadi di Tokyo e hanno vinto una medaglia d’oro e una di bronzo e fatto un quarto posto, risultato enorme per una piccola Nazione su pista. E’ stata davvero una bella esperienza, poi però è successo il COVID e il mondo è cambiato.

Una caduta e adesso c’è da fermarsi e ricominciare: speriamo in tempi brevi (foto mr.pinko)
Una caduta e adesso c’è da fermarsi e ricominciare: speriamo in tempi brevi (foto mr.pinko)
E tu?

Io sono tornato in Europa e visto che volevo rimanere nel ciclismo, ho colto l’opportunità di lavorare per la DSM come allenatore. Ci sono stato per due anni e mi piaceva, ma non avevo alcuna interazione nello sviluppo dei materiali in relazione agli atleti. Questa possibilità mi è venuta grazie a Fabian. Conoscevo Sebastian Deckert come capo allenatore della DSM e lui mi ha parlato di questa opportunità. Così abbiamo parlato e mi hanno accolto a braccia aperte. Sento di avere un bel ruolo, posso incidere su molti aspetti come pure il reclutamento dei corridori. Non vedo l’ora che la squadra cresca fino a diventare, nel prossimo futuro, una delle più grandi del mondo.

Dainese: prime volate con la Tudor e un’iniezione di fiducia

02.02.2024
5 min
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Le parole di Raphael Meyer, CEO della Tudor Pro Cycling, ci hanno aperto gli occhi su un modo diverso di intendere il ciclismo. L’impostazione della squadra, l’approccio alle corse, la mentalità di crescere. Tutto questo fa parte di un processo di sviluppo chiaro e prestabilito. Ma che impatto ha il mondo Tudor sui corridori? Lo abbiamo voluto chiedere a Alberto Dainese, appena arrivato e già lanciato in quest’avventura. 

Il velocista veneto ha messo alle spalle le prime corse, così è venuto facile farci raccontare da dentro la squadra e le sue dinamiche. Forti anche della partecipazione alla prima grande corsa a tappe della Tudor: il prossimo Giro d’Italia.

La stagione di Dainese è iniziata con un secondo posto al Trofeo Ses Salines
La stagione di Dainese è iniziata con un secondo posto al Trofeo Ses Salines

Calendario serrato

«Oggi (giovedì, ndr) è il mio giorno di riposo – spiega Dainese – ho iniziato a correre a Mallorca. Poi sarò ad Almeria, Volta Algarve, Kuurne e Tirreno. Da lì farò uno stacco per arrivare pronto al Giro. Il programma era già questo nelle nostre idee, la voce che avremmo partecipato al Giro già c’era, mancava solo la cosa più importante: l’ufficialità.

«Ho messo insieme le prime gare – continua – mi sono misurato nelle volate e abbiamo preso le misure con il treno. Domenica, a Palma, abbiamo sbagliato negli ultimi 100 metri, dove ci siamo fatti chiudere alle transenne. Lì c’è stato del rammarico perché non sono riuscito a sprintare al massimo del mio potenziale. E’ arrivato un sesto posto, che non è da buttare, ma la cosa più importante era prendere le misure con i compagni».

Qualche giorno dopo è arrivato il sesto posto al Trofeo Palma
Qualche giorno dopo è arrivato il sesto posto al Trofeo Palma
Alla prima gara era arrivata una seconda posizione, non male come inizio.

Sì, alla prima corsa mi è mancata un po’ di cattiveria. Mi sono fatto superare da due corridori della Soudal e sono partito dietro. Tutto sommato è stata una buona volata, poteva andare peggio. 

Come sta andando il treno?

E’ da rodare, posso dire che stiamo costruendo le basi. Avere un treno a disposizione fa molto, le volate sono andate bene, abbiamo sbagliato gli ultimi metri. E’ un segnale positivo. 

In che senso?

Arrivare all’ultimo chilometro coperti e pronti per lanciarsi vuol dire avere un buon feeling e una buona tecnica. Ci manca il dettaglio, ma arriverà con le gare e con l’inserimento di tutti i “vagoni”. In Spagna mancavano Trentin e Krieger che saranno presenti in Algarve. Krieger è una pedina davvero importante, è stato nel treno di Philipsen alla Alpecin. Ha tanta esperienza, così come Trentin. 

Il confronto con gli uomini del treno, le prime gare servono per prendere le misure
Il confronto con gli uomini del treno, le prime gare servono per prendere le misure
E a livello di squadra che cosa hai visto nella Tudor che ti è piaciuto, al di fuori dell’aspetto tecnico.

C’è stato un salto di qualità nell’aspetto umano, sto molto bene e questa cosa è importante perché aiuta a vincere. Ci sono tante figure con la mentalità giusta, l’ambiente è sereno. Mi sono reso conto, fin dalle prime gare, che le cose vengono prese di petto: si tira, ci si mette in mostra e si prova a vincere. L’ho visto anche al Saudi, seguendo i miei compagni in televisione. Magari non arriva il risultato pieno, ma questo atteggiamento ti sprona a provarci. 

Cosa trovi di diverso rispetto a prima?

A livello tecnico nulla, tutte le squadre lavorano più o meno allo stesso modo: meeting, riunioni sul bus, cose così… Quello che mi piace è il rapporto all’interno della squadra. Posso dire la mia, anzi devo dire che sapere di essere considerato è stimolante. E’ la mentalità giusta.

Un inizio di stagione intenso per Dainese che tirerà dritto fino alla Tirreno (foto mr.pinko)
Un inizio di stagione intenso per Dainese che tirerà dritto fino alla Tirreno (foto mr.pinko)
Hai notato altre differenze?

Affronterò il Giro con una diversa preparazione più dettagliata, dettata dal fatto che sono consapevole di essere nella rosa. In DSM sono stato convocato due volte al Giro ed entrambe all’ultimo. Sapere di andare al Giro fin da subito mi ha permesso di pensare bene alla preparazione, e cambiare anche qualcosa.

Cosa?

Andrò in altura, che è un po’ una novità. Gli anni scorsi non ero sicuro di essere convocato, quindi non potevo prepararmi al 100 per cento. Penso che arriveranno dei benefici da questa nuova preparazione, cose che mi porterò dietro anche in futuro. Sarà un Giro competitivo, molto più degli ultimi due che ho corso, ma allenarmi bene mi farà sentire pronto. 

La consapevolezza di essere nella squadra del Giro dà la giusta fiducia per lavorare con serenità
La consapevolezza di essere nella squadra del Giro dà la giusta fiducia per lavorare con serenità
Quindi c’è ambizione?

Sempre, la voglia di vincere non manca. Poi ci sono anche gli altri in corsa ma per il momento mi sento molto fiducioso

Allora in bocca al lupo…

Crepi! E ci vedremo alle corse.

Raphael Meyer, il motore invisibile del Tudor Pro Cycling

28.01.2024
7 min
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Raphael Meyer, classe 1986, è il motore invisibile e potente del Tudor Pro Cycling Team. Se Fabian Cancellara ne è il proprietario e Ricardo Scheidecker è il responsabile della gestione sportiva, tutto il resto passa attraverso lo svizzero di Lucerna. Nel giorno in cui la Tudor Pro Cycling ha ottenuto la wild card per il Giro d’Italia, le sue parole nel comunicato stampa ci hanno spinto ad approfondirne il senso.

«L’invito – si legge – è un grande riconoscimento del lavoro svolto dall’intero team da quando lo scorso anno siamo entrati nel professionismo. Può sembrare un grande passo avanti per la nostra giovane squadra, ma riteniamo che sia un’evoluzione logica. Abbiamo adottato misure tra cui l’ingaggio di corridori e personale esperti per essere pronti a esibirsi a questo livello. Correremo al Giro con lo stesso spirito audace che abbiamo dimostrato la scorsa stagione e puntiamo a portare a casa una vittoria di tappa».

Raphael Meyer comparve nel ciclismo nel 2018. Cancellara si era ritirato e aveva messo in piedi una serie di eventi. La prima volta che lo incontrammo fu alla tappa toscana di Chasing Cancellara, in cui gli amatori pedalavano con il campione. La collaborazione fra i due nel frattempo si è evoluta. E’ passato prima attraverso la Swiss Racing Academy ed è ora sfociato nel Tudor Pro Cycling Team, di cui Raphael è il CEO.

Raphael Meyer, classe 1986, è CEO della Tudor Pro Cycling (foto Luca David)
Raphael Meyer, classe 1986, è CEO della Tudor Pro Cycling (foto Luca David)
Puoi spiegarci quanto lavoro ci sia stato dietro la costruzione di questo team?

Abbiamo iniziato quasi da zero, partendo da un team continental e non sapendo se avessimo abbastanza materiale, se ci avrebbero consegnato i mezzi in tempo, se il nostro staff sarebbe stato affiatato al punto giusto. Avevamo tante incertezze, ma tutti hanno contribuito alla riuscita credendo nel progetto. Perciò ancora prima di debuttare a Marsiglia, giusto un anno fa, eravamo già in trattativa con i corridori che abbiamo preso quest’anno.

C’è stato un momento in cui i dubbi sono scomparsi?

Sì, il 15 marzo alla Milano-Torino molti punti interrogativi se ne sono andati. Non tutti, perché ne ho ancora oggi. Era il giorno della prima vittoria, era anche il compleanno di mia moglie e due ore prima della partenza, mia madre mi aveva chiamato dicendomi che mia nonna era appena morta. E per me è stato davvero emozionante essere in ammiraglia con Cozzi e sentire alla radio che aveva vinto il numero 161 della Tudor Pro Cycling. Ho pensato: «Ci siamo. Non importa chi ci sia alla partenza, non importa quanti anni abbia la gara, questo è il nostro posto».

Milano-Torino 2023, 15 marzo. Arvid De Kleijn regala la prima vittoria al Tudor Pro Cycling. Meyer era in ammiraglia
Milano-Torino 2023, 15 marzo. De Kleijn regala la prima vittoria alla Tudor. Meyer era in ammiraglia
Qual è il tuo ruolo nella squadra?

Ho iniziato a lavorare con Fabian nel 2018, quando abbiamo creato la società. Abbiamo provato a fare alcune cose, certe hanno funzionato, altre meno. A un certo punto abbiamo pensato di prendere in mano il Giro di Svizzera, ma abbiamo detto di no. Finché a un certo punto ci siamo trovati davanti alla Swiss Racing Academy che stava per chiudere. La gente diceva che avremmo dovuto aiutarli e anche io ho pensato la stessa cosa. Non sapevamo come gestire una squadra, ma Fabian ha detto che se non fossimo intervenuti, avremmo distrutto il sogno di diventare professionisti di quei 14-16 atleti.

E cosa avete fatto?

Abbiamo cominciato a lavorare. E quando poi è stato chiaro che avremmo potuto fare un altro passo, abbiamo richiesto la registrazione come proteam. A quel punto abbiamo discusso su come dividerci i compiti e io sono diventato il CEO, perché conoscevo bene il progetto e avevo tenuto tutti i collegamenti. Non sono troppo legato a questo titolo, che in inglese significa Chief Executive Officer. A me piace intenderlo in un altro modo. Dico sempre che sono il Chief Enablement Officer, cioè quello che consente alle persone di svolgere il proprio lavoro. Mi assicuro che Cozzi abbia un’ammiraglia. Che ci siano abbastanza biciclette. Faccio in modo che abbiamo abbastanza soldi per pagare i conti. Nella nostra squadra ognuno ha il suo incarico, perché ciascuno è bravo nel fare qualcosa. Io verifico che ognuno possa fare al meglio la propria parte. E’ così che vedo il mio ruolo.

La squadra svizzera corre su bici BMC: una sorta di bandiera elvetica
La squadra svizzera corre su bici BMC: una sorta di bandiera elvetica
Quando hai iniziato a sperare nel Giro?

Sin dall’inizio sapevamo che al primo anno non avremmo fatto domanda per un grande Giro, perché non eravamo pronti. Probabilmente avremmo potuto chiedere un invito o fare domanda per il Fiandre del 2023 e per la Parigi-Roubaix, ma non l’abbiamo fatto perché non eravamo pronti. Ora, un anno dopo, sappiamo di essere abbastanza forti e quindi abbiamo chiesto di partecipare a un grande Giro.

Neppure quest’anno sarete alla Roubaix.

Perché non lo abbiamo chiesto. Sui media ho letto di Tudor esclusa dalla Roubaix e dal Tour. Ma non ci hanno escluso, semplicemente non abbiamo chiesto di partecipare. Abbiamo fatto richiesta per il Fiandre, per la Gand-Wevelgem e tutte le classiche fiamminghe. Ma ad esempio ci siamo detti che non avremmo potuto fare il Fiandre, la Schelderpijs, la Roubaix e dopo cinque giorni andare al Tour de Romandie, dove vogliamo fare bene. Siamo esseri umani. Abbiamo dei corridori che hanno bisogno di riposo. Il nostro staff ha famiglia e hanno piacere di tornare a casa, quindi dobbiamo dare loro il tempo di respirare. In compenso stiamo già pensando a cosa fare nel 2025, quali richieste mandare. Non vogliamo partire solo per partecipare o mandare un corridore in fuga. Siamo la Tudor. Ad ogni gara andiamo con un piano e con la possibilità realistica di vincere. Così sarà al Giro, non andremo solo per compiacere i nostri sponsor.

Tudor subito in evidenza, qui Dainese secondo al Trofeo Calvi di Mallorca
Tudor subito in evidenza, qui Dainese secondo al Trofeo Calvi di Mallorca
Cosa ha visto Tudor nel ciclismo?

L’opportunità di creare un progetto molto vicino al marchio. In tutto il mondo la squadra è conosciuta con il nome Tudor, in quale sport succederebbe? A meno che tu non sia Red Bull e compri una squadra di calcio e le dai il tuo nome. Questa potrebbe essere la ragione più ovvia, ma bisogna anche valutare Tudor come brand e come azienda. Non è un marchio effimero che entra in uno sport e scompare dopo tre anni. Tudor è di proprietà di una fondazione che ha determinati principi. Si prendono cura della società e delle prossime generazioni. In qualche misura è quello che facciamo anche noi, ma siamo svizzeri e non ne parliamo perché non abbiamo bisogno di vantarci. Cerchiamo di creare un luogo dove i giovani possano crescere come esseri umani e come ciclisti. Il Devo Team per ora ha 7 svizzeri e 6 atleti internazionali. Sono persone che si trovano in un momento decisivo della loro vita, non solo della loro carriera e lo trascorreranno insieme a noi. E anche questo è uno dei motivi per cui Tudor è nel ciclismo. E poi ci sono i bambini…

Cosa c’entrano i bambini?

In Svizzera abbiamo un programma chiamato Kids on Wheels, in cui promuoviamo il ciclismo anche nelle regioni meno ricche. Andiamo nelle pump track, portiamo le biciclette, cerchiamo di ispirare i bambini. Prima del Giro di Svizzera, andremo nelle scuole per distribuire informazioni, materiale, bandiere, cappellini. Vogliamo che i ragazzi ci vedano e sognino di diventare ciclisti. O almeno sappiano che il ciclismo è uno sport bellissimo e muoversi in bicicletta è super salutare. E’ un cambiamento che stiamo portando in Svizzera, ma presto ci piacerebbe estenderlo all’Europa e al mondo intero. Con un marchio come Tudor puoi farlo.

Raphael Meyer collabora con Cancellara dal 2018. Qui al campionato svizzero 2023 (foto Tyler Haab)
Raphael Meyer collabora con Cancellara dal 2018. Qui al campionato svizzero 2023 (foto Tyler Haab)
Quindi c’è dietro anche un grande lavoro di comunicazione?

La squadra è il faro del progetto. Ora la televisione di Stato dice che il prossimo passo per Cancellara è portare Tudor al Giro. Grazie a questo, le persone al supermercato sanno che esiste una squadra ciclistica in Svizzera. E’ ciò che vogliamo. Ovviamente Tudor vuole vendere più orologi e quindi ho le mie riunioni con il loro responsabile marketing, ma il più delle volte parliamo di questo tipo di visioni.

Tornando a te, seguirai qualche gara durante la stagione o rimarrai in ufficio?

L’altro giorno ho avuto una discussione con mia moglie, mentre guardavamo il calendario. Quando ha visto i giorni delle mie trasferte, mi ha chiesto se sia davvero necessario che vada a tante gare. Le ho risposto di no, ma che voglio andarci. Dedichiamo gran parte della nostra vita al ciclismo e andare alle corse ripaga con emozioni positive. Al Giro rimarrò per almeno due settimane, perché voglio imparare. Probabilmente alla fine sarò distrutto, ma voglio sapere cosa si prova. Ai tempi della continental, andai a una gara con i meccanici. Volevo capire cosa significasse essere un meccanico nel team ciclistico. Onestamente? Fare il meccanico non è un bel lavoro e penso che saperlo mi renda un capo migliore. Forse mi sbaglio, ma questo è quel che provo.