Parigi-Nizza 2025, terza tappa, cronosquadre, Ineos Grenadiers

Cronosquadre, il Tour rilancia e Quinziato apre i ricordi

16.03.2026
7 min
Salva

La terza tappa della Parigi-Nizza è stata una cronosquadre, con il tempo fermato sul primo corridore al traguardo (di solito viene fermato sul quarto). La prova di Pouilly-sur-Loire misurava 23,5 chilometri ed è stata vinta dalla Ineos Grenadiers, con 2 secondi di vantaggio sulla Lidl-Trek e 11 sulla Decathlon.

La cronometro a squadre è stata a lungo uno dei pezzi forti del programma iridato e olimpico. Fino al 1994 si correva per nazioni sulla distanza di Cento Chilometri e l’Italia, vittoriosa in Olimpiadi e mondiali, è la detentrice dell’ultimo titolo iridato. Invece a partire dal 2012 e fino al 2018, l’UCI inserì nel calendario mondiale la cronometro a squadre per team, che di recente è stata sostituita dal Mixed Team Relay, che però è tutt’altra cosa.

Sul podio iridato di Richmond 2015, il tecnico Broccardo fra Oss e Quinziato (a destra): tanta Italia nel secondo iride cronosquadre della BMC…
Sul podio iridato di Richmond 2015, il tecnico Broccardo fra Oss e Quinziato (a destra): tanta Italia nel secondo iride cronosquadre della BMC…

Quando correva con la BMC, Manuel Quinziato vinse per due anni consecutivi il mondiale della specialità. Con lui c’era anche Daniel Oss e loro sono gli unici italiani ad aver vinto quel titolo, giacché nella Quick Step e nella Sunweb con cui la squadra svizzera si divise le vittorie, non furono mai selezionati corridori di casa nostra.

Nei suoi 16 anni di professionismo, Manuel vinse altre cinque cronosquadre. E dato che quest’anno il Tour de France si aprirà proprio con una prova a squadre sulle strade di Barcellona, abbiamo interpellato il bolzanino per rinfrescarci la memoria. 

Come mai la BMC divenne una delle dominatrici delle cronosquadre?

La verità è che fino al mondiale del 2014, la BMC aveva vinto soltanto una cronosquadre al Giro del Trentino ed era stata seconda ai mondiali del 2012. Il 2013 non fu un granché, ma nel 2014 arrivò Broccardo che prese in mano la situazione. A Ponferrada andammo soltanto in sei, ma vincemmo il mondiale.

Come andò?

Eravamo buoni corridori, ma vincemmo grazie alla migliore gestione dello sforzo. Da lì partì un vero volano. Nei ritiri e anche dopo, iniziammo a fare due allenamenti specifici alla settimana. Di colpo tutti volevano partecipare, perché tutti volevano provare a vincere il mondiale. E’ questo il motivo per cui iniziammo a migliorare.

La Lidl Trek ha dovuto accontentarsi del secondo posto, ad appena 2" dalla Ineos
La Lidl Trek ha dovuto accontentarsi del secondo posto nella cronosquadre di Pouilly-sur-Loire, ad appena 2″ dalla Ineos
La Lidl Trek ha dovuto accontentarsi del secondo posto, ad appena 2" dalla Ineos
La Lidl Trek ha dovuto accontentarsi del secondo posto nella cronosquadre di Pouilly-sur-Loire, ad appena 2″ dalla Ineos
Hai parlato di gestione dello sforzo, che cosa intendi?

Vedo che alcune squadre fanno ancora errori sorprendenti. Broccardo portò una mentalità differente. Quando parti per una cronosquadre, almeno cinque corridori su sette pensano: “Non voglio essere io a far perdere la squadra”. Così finisce che, invece di dare il massimo, si tende a essere più prudenti e capita che arrivino in sei al traguardo, quando invece il tempo si prende sul quarto. Noi facevamo la differenza perché alla partenza sapevamo già chi non doveva arrivare al traguardo e questo dava loro grande tranquillità.

Sapevano di poter mollare?

Nessuno si aspettava che quei due corridori arrivassero al traguardo e quindi davano al massimo fino a un certo punto, permettendo agli altri di risparmiare e fare poi il finale. Questa secondo me è stata la chiave e aver iniziato a vincere ci ha fatto entusiasmare.

Quindi alla base c’è molta tattica?

Tantissima tattica, la cronosquadre ti obbliga a essere intelligente, ma anche altruista e generoso. Broccardo ci diceva che il corridore più forte deve essere quello più stanco all’arrivo, generalmente invece succede il contrario. E’ sempre il più forte quello che arriva, che generalmente è in grado di strappare nelle ultime tirate e che mette in crisi la squadra. Se invece arriva più stanco, vuol dire che sin dall’inizio ha dato più degli altri. A volte sento dire che i cambi vengono indicati dall’ammiraglia e questa è la cosa più folle. Cosa ne sanno dalla macchina come sta un corridore?

La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l'anno dopo a Richmond, negli USA
La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l’anno dopo a Richmond, negli USA
La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l'anno dopo a Richmond, negli USA
La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l’anno dopo a Richmond, negli USA
Qual era il segreto di Broccardo?

Dario ha portato un approccio intelligente e un gran lavoro a livello psicologico. Faceva la differenza anche solo nella comunicazione. L’anno dopo la prima vittoria, tutti ci guardavano e avevamo come riserva Peter Velits, che aveva vinto tre mondiali consecutivi. Quando arrivammo all’ultimo allenamento del giovedì, dopo dieci minuti, io saltai per aria, vedevo i mostri. Così in albergo dissi a Dario che forse sarebbe stato meglio far correre Peter.

E lui?

E lui arrivò in camera e mi disse: «Che botta di fortuna! Ogni volta che ho la squadra più forte e sono sicuro che vinciamo, c’è sempre uno che per qualche motivo va meno di come dovrebbe andare e io lo scopro solo in gara. Invece sappiamo già adesso che sarai tu, quindi abbiamo tre giorni per metterla a posto». Vi giuro che io la domenica feci la migliore gara della mia vita. Dario fa in modo che ogni sua parola abbia un grande impatto psicologico. E poi è un grande tecnico, come a Ponferrada…

Che cosa fece?

Non avevamo una riserva, correvamo in sei e come settimo era stato iscritto Atapuma, che però era uno scalatore. I primi 10 chilometri erano abbastanza veloci e poi venivano altri 8 tutti a sciacquoni impegnativi. E Dario ci disse: «Voglio che andiate regolari nei primi 10 chilometri. E poi dal decimo chilometro al diciottesimo, voglio che andiate al ritmo del sesto. Perché se andate al ritmo del sesto, quando saremo ai meno 30 dall’arrivo e se il sesto starà bene, ne avrò tre che volano. Infatti eravamo in ritardo dalla Quick Step, ma vincemmo per 15 secondi.

Nella cronosquadre della Parigi-Nizza, la Visma con Affini e PIganzoli ha chiuso al quarto posto
Nella cronosquadre della Parigi-Nizza, la Visma con Affini e Piganzoli ha chiuso al quarto posto
Nella cronosquadre della Parigi-Nizza, la Visma con Affini e Piganzoli ha chiuso al quarto posto
Nella cronosquadre della Parigi-Nizza, la Visma con Affini e Piganzoli ha chiuso al quarto posto
Anche una prova di rispetto…

Nella cronosquadre si devono rispettare tutti i compagni di squadra: zero ego. Ecco, forse la definizione giusta è quella di una performance in cui bisogna eliminare completamente l’ego. Nel ciclismo è molto difficile. Anche quando giri in doppia fila in allenamento, chi è più forte vuol farlo vedere, no? Invece eliminando l’ego, chi è più forte pensa agli altri e chi è meno forte tira meno perché sa che sennò non arriva in fondo.

Nel quartetto su pista ci sono corridori con caratteristiche diverse e ruoli diversi: è così anche in una cronometro a squadre?

Si ragiona anche lì del cambio di ritmo e del picco di potenza, però chi è cronomen puro è anche tra i più forti. Per cui magari conviene che dia le prime tirate come gli altri e poi, quando la gara entra in un chilometraggio superiore, può iniziare a tirare un po’ più lungo. Alla fine il trucco è mantenere la velocità, nessuno la deve far calare, non importa per quanto tempo tiri.

Capitava di scegliere i corridori in base al disegno del percorso?

Sì, è capitato. Si vedevano corridori che andavano molto bene a cronometro, senza essere esattamente dei cronoman. Penso a Boonen, che ha vinto un paio di mondiali. Io avrei dovuto chiudere la carriera a Bergen, sarebbe stata l’ultima gara della vita. Quando però ho visto che il percorso era molto impegnativo, ho fatto un figurone dicendo che avrebbero dovuto fa correre un altro. Mi dicevano tutti che ero stato onesto e corretto. In realtà fu il modo di risparmiarmi una figuraccia.

La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l'anno dopo a Richmond, negli USA
La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l’anno dopo a Richmond, negli USA
La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l'anno dopo a Richmond, negli USA
La BMC vinse due mondiali cronosquadre, nel 2014 a Ponferrada e l’anno dopo a Richmond, negli USA
E’ una prova democratica da inserire in un Grande Giro?

E’ una bella disciplina e secondo me sarebbe un peccato che si perdesse. Non ho una posizione netta sul fatto di farla come la Parigi-Nizza o come si fa tradizionalmente. Forse la formula di prendere il tempo sul primo dà ancora più la possibilità a una squadra forte di fare la differenza, ad esempio con un Pogacar. Meglio il modo classico, però magari non la farei troppo lunga. Starei sui 25 chilometri, in modo che i distacchi siano di poche decine di secondi.

Che cosa la rendeva una prova così bella?

Secondo me la cronosquadre è una disciplina molto più bella e con un livello agonistico più alto rispetto al Mixed Team Relay. Era anche bello per i club e per le marche di bici, si investiva sui materiali e sulla preparazione. Era una prova che si vinceva sui centesimi o comunque per pochi secondi, era bella da vedere. Secondo me aveva più senso. Quindi è un peccato che non ci sia più.

Alle radici del fenomeno Seixas, con la Francia sulle spalle

Alle radici del fenomeno Seixas, con la Francia sulle spalle

11.03.2026
6 min
Salva

Se c’era ancora qualche dubbio al riguardo, la Strade Bianche li ha dissipati tutti: Paul Seixas a 19 anni è già uno dei grandissimi nomi del ciclismo attuale. L’ennesimo trionfo di Pogacar non ha scalfito di un millimetro la sua prestazione, con l’attacco finale che ha piegato anche il “delfino” dello sloveno, Isaac Del Toro. Un secondo posto che aveva il dolce sapore della vittoria per il giovanissimo transalpino, sul quale il ciclismo d’oltralpe fa sempre più affidamento per ritrovare quegli entusiasmi risalenti – successi di Alaphilippe a parte – al secolo scorso.

In un momento storico nel quale l’intero sport francese (incredibilmente considerando gli ancora recenti fasti olimpici di Parigi) segna un po’ il passo, c’è forte bisogno di un nome che diventi un trascinatore e Seixas sembra avere le qualità per svolgere quel ruolo che travalica anche i confini ciclistici. Ma come viene visto il ciclista di Lione nel suo Paese? A rispondere è Alexandre Roos, responsabile della rubrica ciclistica su L’Equipe.

Il lionese con Del Toro, che ha cercato di stopparlo fino a cedere nel finale della Strade Bianche
Ecco Seixas con Del Toro, che ha cercato di stopparlo fino a cedere nel finale della Strade Bianche
Il lionese con Del Toro, che ha cercato di stopparlo fino a cedere nel finale della Strade Bianche
Ecco Seixas con Del Toro, che ha cercato di stopparlo fino a cedere nel finale della Strade Bianche

«Beh, la sua popolarità – dice – sta crescendo ed è già molto alta. In realtà, credo che sia iniziata ai campionati europei dell’anno scorso, perché si sono svolti in Francia e Paul è stato l’ultimo a piegarsi a Pogacar ed Evenepoel, facendo sognare. E penso che nel ciclismo francese tutti i suoi colleghi, gli altri ciclisti, siano molto contenti, perché avere un corridore con risultati del genere crea una sana competizione».

Il suo impatto nel mondo dei professionisti finora ti ha sorpreso?

Prima ti avrei detto di no, ma sabato qualcosa è cambiato nella percezione generale su di lui, perché ha cercato di stare con Pogacar sul Monte Sante Marie e pur non tenendo il ritmo di Tadej, non si è arreso affatto, anzi. E’ rimasto forte e concentrato per tutta la gara fino a portare l’affondo contro Del Toro e gli altri. La sua prestazione ha spalancato le porte a prospettive davvero straordinarie. E’ rimasto coerente alla sua prestazione dando una grande prova di maturità, impensabili per un ragazzo di 19 anni.

Prima della Strade Bianche Seixas aveva vinto la Faun Ardeche con numeri prestativi clamorosi
Prima della Strade Bianche, Seixas aveva vinto la Faun Ardeche con numeri prestativi clamorosi
Prima della Strade Bianche Seixas aveva vinto la Faun Ardeche con numeri prestativi clamorosi
Prima della Strade Bianche, Seixas aveva vinto la Faun Ardeche con numeri prestativi clamorosi
Pensi che abbia le qualità necessarie per vincere il Tour de France in futuro?

E’ difficile rispondere, quando si tratta di un francese chiaramente il pensiero va lì. In linea di principio direi di sì, ha le qualità giuste perché sale bene, corre bene. Ma non bisogna esagerare con la pressione perché non abbiamo riferimenti sulle 3 settimane, quindi dobbiamo ancora vedere come se la caverà. Ha le qualità, forse non subito, ma tra 3 o 4 anni non c’è motivo perché non sia lì a lottare per la maglia gialla.

Considerando la sua età, come dovrebbe essere gestito per i Grandi Giri?

Penso che dovrebbe fare il Tour de France, iniziare a prendere confidenza. Il problema è la pressione esterna: se Seixas fa il Tour, tutti si aspetteranno che ottenga subito un grande risultato. E se non lo ottiene, tutti lo criticheranno, allora è normale che anche la squadra pensi di preservarlo. Dovrebbe provarci e se non arrivano squilli, non sarà la fine del mondo. Ha solo 19 anni, è abbastanza normale, anzi gli darà esperienza per gli anni a venire. In effetti, è già il miglior corridore della Decathlon, non potevano avere un’opzione migliore per il Tour de France, e in questo momento sta correndo come uno dei primi 5 corridori al mondo, quindi perché non dovrebbe farlo?

I miglioramenti a cronometro potrebbero essere la porta di accesso alla conquista di un grande giro
I miglioramenti a cronometro potrebbero essere la porta di accesso alla conquista di un Grande Giro
I miglioramenti a cronometro potrebbero essere la porta di accesso alla conquista di un grande giro
I miglioramenti a cronometro potrebbero essere la porta di accesso alla conquista di un Grande Giro
In quale classica lo vedi come contendente per la vittoria?

Beh, chiaramente la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro di Lombardia sono quelle che si attagliano meglio alle sue caratteristiche. Il podio di Siena ha detto che gli sforzi molto esplosivi da un minuto non sono ancora il suo punto forte. Non è il terreno in cui dà il suo meglio, ma su salite più lunghe come la Liegi-Bastogne-Liegi, dove a volte ci sono sforzi da 10 minuti su una singola ascesa o il Lombardia, che è una classica per gli scalatori, penso che possa ottenere buoni risultati. L’abbiamo visto ai campionati europei e persino ai mondiali di Kigali. I percorsi con lunghe salite gli si addicono.

Decathlon ha sempre cercato di proteggerlo, anche da un’eccessiva attenzione mediatica. E’ la scelta giusta?

Sì, per ora penso che il suo programma di gara sia in realtà abbastanza normale e classico per un corridore del suo talento. E’ fondamentale trovare un equilibrio tra esporlo, fargli correre dei rischi e proteggerlo. Ma penso che un corridore come Seixas, anche se ha solo 19 anni, sia già pronto. Anzi direi che è stato allenato per questo per anni. Quindi è anche più facile, sembra molto preparato mentalmente. In realtà, non sembra sentire la pressione in questo momento.

L'attacco di Seixas agli europei, esaltando i suoi tifosi, per andarsi a prendere il bronzo
L’attacco di Seixas agli europei, esaltando i suoi tifosi, per andarsi a prendere il bronzo
L'attacco di Seixas agli europei, esaltando i suoi tifosi, per andarsi a prendere il bronzo
L’attacco di Seixas agli europei, esaltando i suoi tifosi, per andarsi a prendere il bronzo
Dopo la Strade Bianche, si è parlato dell’interesse della UAE per ingaggiarlo. E’ giusto, o pensi che sarebbe meglio avere una squadra tutta sua?

Difficile dirlo, io intanto non credo molto a un reale interesse. E’ chiaro che gli Emirati Arabi Uniti possono investire, ma anche Decathlon e probabilmente altre squadre. Quindi si tratterà del progetto da costruire intorno a lui, è lì che si dovrà decidere. Qual è secondo lui il progetto migliore per il suo sviluppo.

Quale dovrebbe essere la sua valutazione?

Sa che alla UAE avrebbe tutte le risorse necessarie per progredire, ma dovrebbe anche affrontare la concorrenza interna. D’altro canto in Decathlon dobbiamo vedere se riescono a reclutare compagni di squadra di alto livello per supportarlo in montagna. E’ lui che deciderà cosa è meglio, in realtà e non sarà nemmeno una questione di soldi.

Seixas sta rapidamente scalando le gerarchie anche come sportivo popolare in Francia
Seixas sta rapidamente scalando le gerarchie anche come sportivo popolare in Francia
Seixas sta rapidamente scalando le gerarchie anche come sportivo popolare in Francia
Seixas sta rapidamente scalando le gerarchie anche come sportivo popolare in Francia
Quanto sarebbe importante per lo sviluppo del ciclismo francese, per la sua popolarità, avere finalmente un corridore nazionale che lotta per la maglia gialla?

Beh, sarebbe enorme. E’ quello che tutti aspettano da anni. La Francia non vince il Tour de France dai tempi di Bernard Hinault nel 1985. Abbiamo avuto qualche emozione con Romain Bardet, con Thibaut Pinot, un po’ con Julian Alaphilippe, ma senza mai crederci veramente. Forse nel 2019, un po’ con Pinot, ma non era proprio reale, in realtà era più un sogno. Ora, con Seixas, nei prossimi 4 o 5 anni si può intuire che potrebbe diventare qualcosa di vero. E si percepisce già che la gente lo sta solo aspettando. Questo avrà ripercussioni su tutto il ciclismo francese, sui club dilettantistici, sulle squadre professionistiche, sulla pratica del ciclismo, sull’interesse dei media. Quindi penso che possa essere enorme.

Jonas Vingegaard, Visma Lease a Bike, 2026

Vingegaard e il Giro: pro e contro della scelta, parla Nibali

11.02.2026
6 min
Salva

BUDAPEST (Ungheria) – Seduto su una sedia di tessuto, ai margini della presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort, Vincenzo Nibali incalza ogni nostra domanda. L’argomento che dà il via a tutto è la partecipazione di Jonas Vingegaard al prossimo Giro d’Italia. Il danese, due volte maglia gialla a Parigi, ha vinto a settembre la sua prima Vuelta Espana e arriva alla Corsa Rosa con in testa l’obiettivo della tripla corona. Un ospite importante alla ricerca di un traguardo ambizioso.

Gli ungheresi sono un popolo caloroso, al contrario di quanto molti possano pensare, e Vincenzo Nibali è la figura che raccoglie tanti sorrisi e foto. Esportare la nostra conoscenza e il nostro ciclismo è anche questo, non solo un progetto come quello italo-ungherese, ma anche le storie e i personaggi che lo hanno reso grande. 

Tanta Italia sul palco di Budapest, con Simoni, Norma Gimondi, Nibali e Tafi (foto Think Bold)
Tanta Italia sul palco di Budapest, con Simoni, Norma Gimondi, Nibali e Tafi (foto Think Bold)
Tanta Italia sul palco di Budapest, con Norma Gimondi, Nibali e Tafi (foto Think Bold)
Tanta Italia sul palco di Budapest, con Norma Gimondi, Nibali e Tafi (foto Think Bold)

L’ottavo Re

Vincenzo Nibali è tirato per la giacca, in maniera metaforica in ogni momento, e dopo averlo lasciato alle domande delle televisioni e dei colleghi ungheresi è il nostro turno. Ma per questo discorso serve calma e concentrazione.

«Vingegaard – attacca subito Nibali appena messo sul tavolo il discorso – arriva da una vittoria come quella della Vuelta. Essere al Giro potrebbe dare continuità al risultato ottenuto in Spagna. Venire in Italia credo sia la scelta giusta, oltre al fatto che potrebbe diventare l’ottavo corridore a conquistare la tripla corona (Nibali fu il settimo e la conquistò grazie alla vittoria del Tour de France nel 2014, ndr)».

Vingegaard e Visma Vuelta 2025
Dopo la vittoria alla scorsa Vuelta Vingegaard ha deciso di venire al Giro, un modo per cercare continuità nei risultati
Vingegaard e Visma Vuelta 2025
Dopo la vittoria alla scorsa Vuelta Vingegaard ha deciso di venire al Giro, un modo per cercare continuità nei risultati
In ottica Tour de France, la scelta di Vingegaard la ritieni corretta?

Sì, emotivamente e moralmente arriva al via del Tour dopo aver vinto due Grandi Giri consecutivamente potrebbe essere interessante. Certo che fare Tour e Vuelta, come ha fatto lo scorso anno, è molto diverso dal fare Giro e Tour. 

Potrebbe pagare nel confronto diretto con Pogacar?

Tadej fa un pacchetto di gare molto impegnativo, quello delle Classiche, e anche quello porta via tante energie. Non come una grande corsa a tappe, vero. Ma penso arriveranno al Tour più o meno ad armi pari. Una cosa del genere, la doppietta Giro e Tour, è possibile farla in maniera molto più scientifica grazie ai metodi di allenamento e recupero. 

Negli anni abbiamo visto tanti corridori provare a fare la doppietta Giro e Tour, l’ultimo è stato proprio Pogacar…

Vero, in passato ci aveva provato anche Contador, Froome, Dumoulin, anche io. Personalmente non l’amavo molto, perché dopo dieci giorni al Tour “esplodevo”. Non riuscivo a restare concentrato così tanto tempo. 

Lo scontro tra Vingegaard e Pogacar inizierà a distanza, se il danese dovesse vincere il Giro avrà conquistato la Tripla Corona prima del rivale
Lo scontro tra Vingegaard e Pogacar inizierà a distanza, se il danese dovesse vincere il Giro avrà conquistato la Tripla Corona prima del rivale
E’ un motivo solo di concentrazione o può essere anche di condizione?

Anche di condizione, perché anche se con la testa volevo essere lì a competere sentivo delle differenze a livello fisico. Le gambe mi abbandonavano. Alla fine in quegli anni il Giro era il mio principale obiettivo stagionale, far sì che lo fosse anche il Tour diventava molto difficile. 

Quindi Vingegaard dovrebbe arrivare al Giro con una condizione non al 100%, ma può essere sufficiente?

Potrebbe. Però ultimamente il Giro d’Italia propone sempre degli inizi non facili. Anche il prossimo, che partirà dalla Bulgaria, prevede tre tappe insidiose. Nulla di troppo difficile, ma sicuramente complicato. Arrivati in Italia si riparte con il Blockhaus e altre tappe toste. Insomma, è un Giro che costringerà i partecipanti ad essere in forma fin da subito. Adesso la ricerca e lo sviluppo in termini di allenamento e integrazione permettono di lavorare al meglio, calcolando tutto. 

Secondo Nibali la rincorsa al Tour ha logorato Vingegaard, un approccio diverso può aiutare a trovare nuove forze
Secondo Nibali la rincorsa al Tour ha logorato Vingegaard, un approccio diverso può aiutare a trovare nuove forze
Nulla toglie che nei 3.500 chilometri da fare al Giro possa trovare qualche insidia… 

E’ una corsa molto imprevedibile. Arriva in periodo dell’anno in cui ci possono essere giornate molto calde alternate ad altre fredde. L’incognita meteo alza il rischio di correre su strade bagnate e imprevedibili. E l’asfalto del Giro non è quello del Tour o della Vuelta. Ogni corsa a tappe ha il suo “terreno”. 

Non conoscere le strade può essere un problema? Servono le ricognizioni?

Solo per vedere percorsi particolari, come possono essere le strade bianche o il pavé. Altrimenti giusto qualche passo di montagna. La miglior cosa per prendere confidenza è correrci sopra.

Finito il Giro quale può essere il miglior avvicinamento al Tour per Vingegaard?

Concentrarsi sul recupero, se possibile farlo in altura. Questo perché ti aiuta a ripristinare meglio le energie e fare buoni allenamenti senza dover forzare. Si tratta di mantenere la condizione, con allenamenti più corti e mirati. 

Vingegaard ha corse poche gare a tappa in Italia, due volte la Tirreno-Adriatico (fu 2° nel 2022 e poi la vinse nel 2024) e la Coppi e Bartali, vinta nel 2022
Vingegaard ha corse poche gare a tappa in Italia, due volte la Tirreno-Adriatico (fu 2° nel 2022 e poi la vinse nel 2024) e la Coppi e Bartali, vinta nel 2022
Vincere il Giro può dare al danese una consapevolezza in più? Cosa che magari in questi anni è mancata…

A mio avviso andare ogni anno direttamente al Tour era un errore. Fare un cammino intermedio dà modo di attivare il fisico, rodare le gambe e la testa. Arrivare alla partenza della Grande Boucle con la maglia rosa in bacheca dà una bella iniezione di fiducia. Scusate il gioco di parole, ma vincere aiuta a vincere. Togli dubbi, pensieri, tensione. Paradossalmente magari meno stress. 

Poi c’è questa sfida a distanza per arrivare per primo alla tripla corona.

Ho sempre creduto che Pogacar prima o poi andasse alla Vuelta per provare a chiudere il cerchio. Se Vingegaard dovesse conquistarla prima dello sloveno, sarebbe comunque un mettergli pressione. Prima o poi anche Pogacar ci proverà, non so se sia meglio conquistarla prima o dopo. Se anticipi alzi l’asticella, se lo si fa dopo rischi di rubare la scena all’altro. 

Però rimandare alza il rischio di avere una sola stagione buona per provarci, no?

Questo è vero. Credo che magari Pogacar arriverà a chiudere il Tour e poi da lì deciderà se eventualmente puntare ancora l’accoppiata mondiale e Lombardia o se fare la Vuelta.

Ursus Arya R 50

Ursus Arya R, la ruota leggera e reattiva: dal laboratorio al WorldTour

31.01.2026
4 min
Salva

Ursus continua il suo cammino di crescita e di sviluppo legato alle ruote ad alta performance e, dopo mesi di lavoro e di test sul campo, arrivano le nuove Arya R. Un prodotto nato dalle idee dei tecnici e dagli studi in laboratorio, che hanno studiato e progettato questa nuova ruota. Accanto a tutto ciò ci sono stati anche i test su strada, nei quali hanno giocato un ruolo chiave i corridori professionisti con i quali il marchio veneto lavora. 

Le ruote Arya R sono nate da un processo lungo e delicato che ha visto come ultimo gradino quello più complicato da scavalcare, le corse WorldTour. Infatti queste ruote sono state protagoniste nella corsa a tappe più esigente e difficile di tutto il calendario: il Tour de France, nel quale hanno affiancato il Team Picnic PostNL. In particolare sono state protagoniste nel quarto posto finale di Parigi conquistato da Oscar Onley. 

Un anno di sviluppo

Per realizzare le nuove ruote Arya R in Ursus si è partiti un anno fa, quando l’azienda di Rosà è entrata nel WorldTour accanto al team olandese Picnic PostNL. La sfida di essere al massimo livello del ciclismo mondiale ha portato nuovi traguardi e orizzonti. 

«L’idea era di portare una ruota da utilizzare in un contesto diverso – racconta Marco Giacomin, Product Manager di Ursus – anche se in casa avevamo già la Proxima, che il team ha utilizzato per la prima parte del 2025. Ci siamo focalizzati su due temi: alleggerire e irrigidire. Un’azienda come la nostra ha sempre il focus sull’innovazione e la continua ricerca del massimo sviluppo».

Ursus Arya R, mozzo
Il mozzo U-RD60 Xeramik con sistema U-Press è stato progettato su misura per le Arya R
Ursus Arya R, mozzo
Il mozzo U-RD60 Xeramik con sistema U-Press è stato progettato su misura per le Arya R

Target elevati

Alleggerire e irrigidire, con questi due obiettivi i tecnici di Ursus si sono messi al lavoro per trovare l’equilibrio giusto e realizzare un nuovo modello di ruota. 

«Per riuscire a costruire quello che avevamo in mente, ovvero la nuova Arya R – prosegue Marco Giacomin – ci siamo messi all’opera andando a studiare ogni dettaglio e l’interazione di ogni componente del gruppo ruota. Test e studi sono fatti tutti internamente all’azienda, aspetto che ci ha permesso di avere sempre sotto controllo ogni dettaglio. A livello tecnico le ruote Arya R presentano come novità quella di utilizzare dei raggi in carbonio. Aspetto che offre una maggiore rigidità e un peso veramente contenuto.

«Al fine di unire al meglio tutti i particolari e gli aspetti tecnici siamo andati anche a rinnovare il mozzo, prodotto internamente da noi. Abbiamo notato che con i raggi in carbonio si deformano meno con l’aumento del carico, cosa che dà una maggiore rigidità alla struttura. Il mozzo che abbiamo sviluppato offre anche una grande uniformità per quanto riguarda i livelli di tensionatura».

Dati e numeri

Le ruote Arya R, realizzate in due versioni, con profilo da 35 millimetri e da 50 millimetri (in apertura), passano da 24 raggi a 21. Il peso passa dai 1.250 grammi (a coppia) per il profilo più basso, ai 1.350 grammi per quelle con il profilo più alto.

«La ruota Arya R – conclude Marco Giacomin – sono adatte a percorsi con tanto dislivello, infatti sono state protagoniste nelle tappe di montagna dello scorso Tour de France. Permettono di avere una maggiore risposta nei rilanci e una grande reattività di guida, migliorando anche la precisione in curva. Rispondono perfettamente alle esigenze dei ciclisti che sono alla ricerca di prodotti con un alto livello tecnico, in grado di migliorare anche la performance».

Prezzo: 2.500 euro

Ursus

Tour de France 2025, Vincenzo Albanese, Ben Healy conquista la maglia gialla (foto Ashley Norris Gruber)

Albanese, tante classiche e niente Giri: 7 giorni al debutto

30.01.2026
5 min
Salva

In mancanza del ritiro che per molte squadre è prassi ( non così per la Ef Education-EasyPost), Vincenzo Albanese ha trascorso le Feste a Salerno dai parenti e poi ha guidato fino al Rifugio Sapienza per un personale stage in altura di due settimane. Solo che quest’anno il meteo siciliano è stato tutto fuorché clemente. E così il tifone Harry, che ha devastato chilometri di costa e provocato la frana che tiene in apprensione gli abitanti di Niscemi, ha portato sull’Etna una nevicata a dir poco imponente. Un metro e mezzo di coltre in 36 ore, ma a quel punto Albanese era già ripartito, portando con sé soltanto i buoni ricordi del lavoro fatto.

«A dicembre non facciamo ritiri – spiega – a gennaio hanno fatto una decina di giorni a Girona, però io ero già sull’Etna e sono scappato via prima della bufera di neve. Sono stato lì fino alla domenica, ma si sapeva che avrebbe nevicato, mentre a Catania c’era allerta rossa. Sono andato via in tempo e ora sono a casa».

Albanese è nato il 12 novembre 1996 a Oliveto Citra (Salerno), ma è cresciuto in Toscana. E’ pro’ dal 2017
Albanese è nato il 12 novembre 1996 a Oliveto Citra (Salerno), ma è cresciuto in Toscana. E’ pro’ dal 2017

Senza i Grandi Giri

Dopo diversi debutti nelle corse di Mallorca, la stagione di Albanese, classe 1996, inizierà il 7 febbraio al Tour of Oman, tanto che martedì prenderà il primo volo dell’anno, dopo un inverno senza intoppi. Partenza più tranquilla, dunque, e un calendario rivoluzionato.

«Non farò Grandi Giri – spiega Albanese – perché da quest’anno ricomincia il triennio dei punti e la squadra ha progettato per me un calendario orientato su gare di un giorno. Diciamo che mi ritroverò a correre come quando ero all’Arkea, anche se qui siamo molto più organizzati anche sul piano tattico, non si corre allo sbaraglio. Ci sarà il giorno in cui dovrò aiutare qualcuno e il giorno dove potrò giocarmi un risultato».

Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen
Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen
Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen
Nel 2025 Albanese ha vinto la seconda tappa del Giro di Svizzera a Schwarzsee, battendo Fabio Christen

A disposizione dei compagni

Un cambiamento di attitudine che non passa inosservato. Il corridore uscito senza acuti dai quattro anni con la Bardiani, voluto e rivitalizzato da Zanatta e Basso alla Eolo e poi approdato nel WorldTour con la Arkea e ora con gli americani, ha dismesso i panni dell’aspirante leader.

«L’anno scorso ho vinto una tappa al Giro di Svizzera  – dice – ma c’è voluta anche fortuna, nel senso che tante volte sono stato meglio, eppure non è arrivato nulla. Nel complesso il 2025 è stato un’ottima stagione, soprattutto perché non essendo un grande vincente, sono riuscito a fare la mia parte. Sono un corridore discreto, non faccio la differenza, per questo cerco di farmi voler bene e mi metto a disposizione. Credo che in questo ciclismo, tolti i veri fenomeni, nelle squadre servono anche ragazzi onesti che si sanno aiutare. La squadra è contenta, me lo hanno detto al momento di fare i programmi, quindi… va bene così».

Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan
Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan
Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan
Tour 2025, per Albanese 148 km di fuga verso Valence. Presto inizierà a piovere, la tappa finirà in volata con vittoria di Milan

Un Tour da ricordare

I panni del luogotenente di valore e il calendario che non prevede Grandi Giri. Così la curiosità dopo il debutto al Tour del 2025 ci tocca riporla in tasca. La EF Education-EasyPost non vorrà ridursi all’ultimo nella lotta per mantenere il WorldTour, ma è palese che schierare sin da subito i corridori per la smania di fare punti è uno degli effetti più evidenti del nuovo ciclismo.

«Dico la verità – spiega Albanese – il Tour resta una bella esperienza. Ho lavorato tanto per Healy, ma è normale supportare uno così forte. Poi ha pure preso la maglia gialla, quindi nei giorni successivi ci siamo sacrificati giustamente (in apertura i due festeggiano il primato nella foto di Ashley Norris Gruber, ndr). Così quando alla fine sono arrivate opportunità anche per noi, eravamo tutti un po’ stanchi. Però sono contento, sono sincero. Alla fine ti rendi conto, anche avanzando con l’età, che è meglio mettersi a disposizione e diventare un uomo squadra per i ragazzi più forti che si giocano le corse importanti».

Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani
Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani
Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani
Quarto al Memorial Pantani 2025, ecco Albanese con Paolo e Tonina Pantani

Da Het Nieuwsblad a Roubaix

L’obiettivo è dunque arrivare forte a marzo, il mese più importante, in cui servirà avere la freschezza giusta. E mentre spiega come immagina la sua stagione, Albanese racconta anche di aver diviso la camera con Mattia Agostinacchio, che con i suoi 18 anni, è l’acquisto più interessante della EF Education-EasyPost.

«Farò più o meno come l’anno scorso – dice – con la Parigi-Nizza, poi tutte le classiche dalla Sanremo alla Roubaix, quindi da marzo inizierà un mese abbastanza intenso. Ho fatto l’altura e spero di arrivare bene già all’Opening Weekend di fine febbraio in Belgio, sapendo che le corse lassù me le farò tutte. Però fra le classiche, forse quella che mi piace di più è la Sanremo. Ma non credo (ride, ndr) che Van der Poel perderà il sonno sapendo che ci sarò anche io…».

Jonas Vingegaard, presentazione squadra e programmi 2026 (foto Visma Lease a Bike)

Vingegaard al Giro, assalto alla Tripla Corona

13.01.2026
5 min
Salva

Se vincerà il Giro d’Italia, Vingegaard stabilirà un record che nessuno potrà togliergli: conquistare la Tripla Corona prima di Pogacar. E il primato – in questo duello estenuante e apparentemente scontato – rimarrà suo per sempre. Forse anche per questo, il danese ha confermato le voci che lo davano al via della corsa rosa. Giusto oggi infatti ha annunciato che a 29 anni farà il debutto nel Giro che in Bulgaria brinderà all’edizione numero 109.

Vingegaard non ha mai corso il Giro né in passato ha mai dato la sensazione di volerlo fare a tutti i costi. C’era soltanto il Tour, vinto per due volte. Poi lo strapotere di Pogacar e le emozioni provate vincendo la Vuelta del 2025 lo hanno persuaso ad ampliare l’orizzonte. Al punto da aver dichiarato, cogliendo molti alla sprovvista, che il ciclismo non è fatto soltanto di Tour.

«Aver vinto la Vuelta – ha spiegato ieri – ha avuto un ruolo nella mia decisione. Ho già vinto in Francia e in Spagna, ora voglio fare lo stesso in Italia. Questo sembra il momento perfetto per partecipare al Giro. Mi piacerebbe aggiungere la maglia rosa alla mia collezione».

L'inverno di Vingegaard è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L’inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L'inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L’inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)

14 giorni prima del Giro

Il programma è ridotto all’osso. Debutto al UAE Tour (16-22 febbraio), poi Volta a Catalunya (23-29 febbraio) e da lì rotta sul Giro. Quattrodici giorni di gara e il consueto zaino pieno di altura, sopralluoghi e allenamenti precisissimi.

«Oltre alla volontà di Jonas – ha commentato il direttore sportivo Grischa Niermann – siamo convinti che correre il Giro migliorerà il suo livello al Tour. Certo che punteremo alla vittoria in Italia, ma il Tour rimane l’obiettivo più importante». 

Nel 2024 delle meraviglie, Pogacar arrivò al Giro con appena 10 giorni di corsa, riuscendo a vincerne sette: Strade Bianche, 4 tappe più la classifica del Catalunya e la Liegi.

Vuelta Espana 2025, Bola del MUndo, Jonas Vingegaard, Matteo Jorgenson
Il Tour resta centrale, ma la vittoria della Vuelta 2025 ha fatto capire a Vingegaard che la maglia gialla non è tutto
Vuelta Espana 2025, Bola del Mundo, Jonas Vingegaard, Matteo Jorgenson
Il Tour resta centrale, ma la vittoria della Vuelta 2025 ha fatto capire a Vingegaard che la maglia gialla non è tutto

Il sogno del Tour

Con due Tour vinti e l’ultima Vuelta nel cassetto, Vingegaard andrebbe inserito fra i più forti di sempre, eppure l’ombra della maglia gialla non gli permette di godere delle conquiste riportate. Va bene che il Tour non è tutto, ma è una bella fetta del totale.

«Il 2025 è stato un anno positivo – ha commentato – ma non eccezionale. Ho già vinto il Tour due volte, ma per me una stagione di vero successo dipende ancora dalla maglia gialla. Festeggiare un’altra vittoria a Parigi è quello che continuo a sognare».

Nei precedenti della sua squadra, Roglic vinse il Giro del 2023, poi mise da parte il Tour e fu terzo alla Vuelta. Mentre lo scorso anno, Simon Yates conquistò la maglia gialla, poi andò al Tour vincendo una tappa e aiutando il capitano danese nel duello contro Pogacar.

In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall'intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall’intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall'intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall’intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)

Percorso non durissimo

Per Vingegaard, seguendo le indicazioni di Niermann, la partecipazione al Giro segna un nuovo approccio con il Tour. Si potrebbe anche pensare che la scelta sia stata dettata dal percorso che è sì impegnativo, ma non ai livelli di altre edizioni.

«Negli ultimi cinque anni – ha detto Vingegaard – la mia preparazione al Tour è stata sostanzialmente la stessa. Questa volta abbiamo scelto qualcosa di nuovo. L’organizzazione ha progettato un percorso fantastico. Forse non così impegnativo come negli ultimi anni e questo rende la combinazione di Giro e Tour un’opzione vantaggiosa per noi».

Le possibilità per lui non mancano, a cominciare dal primo arrivo in quota sul Blockhaus. Dominando la Tirreno-Adriatico del 2024, Vingegaard ha mostrato di apprezzare molto le pendenze del Centro Italia: gli avversari sono avvisati.

Tirreno-Adriatico 2024, 8 marzo: l’attacco di Vingegaard sulla salita di San Giacomo. Il danese si muove bene sulle salite del Centro Italia
Tirreno-Adriatico 2024, 8 marzo: l’attacco di Vingegaard sulla salita di San Giacomo. Il danese si muove bene sulle salite del Centro Italia

Il fantasma di Tadej

Pogacar non c’era poco fa quando Vingegaard ha annunciato i suoi programmi, ma era il classico convitato di pietra: l’innominabile, colui che ha il potere di mettersi di traverso e guastare i piani degli avversari.

«Vincere in Francia per la terza volta – ha spiegato Vingegaard – sarebbe incredibile, ma anche molto difficile. Potrebbe essere un’edizione più emozionante delle ultime due. Il Tour è diverso rispetto agli ultimi anni, i distacchi potrebbero essere inferiori. Tuttavia, si dovrà essere subito pronti per la cronosquadre di Barcellona. E’ una disciplina in cui investiamo molto tempo come squadra e sarà un modo speciale per iniziare la corsa. Ma l’attenzione è rivolta prima al Giro e poi al Tour. Questi sono i miei obiettivi principali. E sono estremamente motivato».

Pensate però che storia se Tadej scegliesse di partecipare al Giro prima del Tour (nei giorni del ritiro spagnolo, la voce in realtà girava). Se riuscisse a impedire che Vingegaard faccia centro, potrebbe poi andare a prendersi la tripla corona vincendo la Vuelta che ancora gli manca. Al campione del mondo non piace arrivare secondo. Ma questa ovviamente è fantascienza. Per ora teniamoci stretti la notizia di Vingegaard al Giro, cominciamo a capire dove potrà lasciare il segno e chi sarà capace di constrastarlo.

Corridori giovani e Grandi Giri: un equilibrio delicato

08.01.2026
6 min
Salva

L’età alla quale si passa professionisti è scesa drasticamente negli ultimi anni, non lo scopriamo di certo oggi. Questo fattore ha però portato alla luce diversi parametri da tenere in considerazione nel momento in cui si ha a che fare con giovani campioni. La crescita e la maturazione fisica e mentale sono due di questi. In un’intervista rilasciata a L’Equipe qualche mese fa si parlava della possibilità di vedere Paul Seixas alla partenza del prossimo Tour de France. Un’opzione possibile, ma allo stesso tempo ancora da comprendere e da valutare fino in fondo. Le incognite sono parecchie quando si mette un ragazzo così giovane (anche se di assoluto talento) davanti a corse impegnative come possono essere i Grandi Giri.  

Allo stesso modo Jakob Omrzel, vincitore del Giro Next Gen 2025, non prenderà parte a nessun Grande Giro nella prossima stagione. Nel 2026, quindi, c’è la probabilità di non vedere entrambi i vincitori delle corse a tappe di riferimento della categoria under 23 in un Grande Giro. 

Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025, al suo primo anno nel WT non correrà nessun Grande Giro (foto La Presse)
Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025, al suo primo anno nel WT non correrà nessun Grande Giro (foto La Presse)

Sempre più pronti

Più che delle parole dei direttori sportivi o degli addetti ai lavori c’è da affidarsi a quelle di un preparatore, perché preservarli? La scelta a nostro avviso è corretta, ma per capirla si deve entrare nel merito, siamo così andati da Giuseppe De Maria, preparatore del Team Polti VisitMalta che ha seguito negli ultimi anni l’avvicinamento di Davide Piganzoli al professionismo e il suo debutto al Giro d’Italia. 

«Tanti corridori passano professionisti molto presto – analizza Giuseppe De Maria – qualcuno salta direttamente la categoria under 23, mentre altri ci rimangono per poco tempo. Questi ragazzi arrivano molto preparati nel WorldTour, ormai fanno la categoria juniores ad alti livelli e il gap si chiude prima. Il fattore da tenere in considerazione, in un Grande Giro, è quanto sia lungo. Tre settimane sono un periodo di tempo che si fa fatica a concepire fino a quando non lo si vive, che poi diventano quattro settimane se si considera tutto il contorno».

Paul Seixas ha vinto l’Avenire, gara di riferimento per i giovani campioni del futuro, dopo un anno alla Decathlon AG2R (foto Tour de l’Avenir)
Paul Seixas ha vinto l’Avenire, gara di riferimento per i giovani campioni del futuro, dopo un anno alla Decathlon AG2R (foto Tour de l’Avenir)
Catapultarlo subito in una realtà del genere è un vantaggio o uno svantaggio?

E’ un’arma a doppio taglio, perché magari il suo profilo tecnico-metabolico gli consente di fare bene, ma comunque non credo che fare una gara a tappe di tre settimane sia una necessità per un ragazzo giovane. Nei Grandi Giri trovi sempre un livello altissimo, i primi quaranta in classifica generale sono corridori in grado di vincere e sanno come farlo. Per questo penso ci siano percorsi migliori di crescita.

Quali?

Portare un ragazzo di primo anno al Tour of the Alps o al Delfinato (come ha fatto la Decathlon AG2R con Seixas, ndr) è un bel banco di prova. Queste sono gare dove i corridori che trovi sono gli stessi ma in un tempo più breve, magari farà sempre fatica ma diventa un’esperienza positiva.

Piganzoli al suo primo anno da professionista, nel 2023, non ha partecipato a nessun Grande Giro (foto Maurizio Borserini)
Piganzoli al suo primo anno da professionista, nel 2023, non ha partecipato a nessun Grande Giro (foto Maurizio Borserini)
Hai parlato di qualità atletiche e fisiche, i giovani quindi sono pronti per grandi sforzi?

Sì, lo sono, ma non sono pronti per replicarli su tre settimane, o per lo meno non sono pronti subito. Serve un periodo di adattamento. Lo si vede nelle corse a tappe juniores come il Lunigiana o in quelle under 23, i parametri e i valori sono alti, ma per trasportarli su un Grande Giro il passo è lungo. 

Come si capisce se un corridore ha il profilo adeguato per i Grandi Giri?

Dal VO2 Max e dal Lav Max. Il primo indica una elevata capacità di recuperare dagli sforzi. Il secondo è il VLaMax, che indica la massima potenza anaerobica. Ma non ci si può basare sul profilo metabolico, si deve guardare alla maturità generale dell’atleta. Quanti step ha fatto dal punto di vista esperienziale? Quanto è maturato? Inoltre c’è un fattore non calcolabile ma che fa tutta la differenza del mondo.

Pellizzari ha fatto una crescita graduale, prima in Bardiani e poi con la Red Bull-BORA, l’anno prossimo vestirà i panni del capitano al Giro d’Italia
Pellizzari ha fatto una crescita graduale, prima in Bardiani e poi con la Red Bull-BORA, l’anno prossimo vestirà i panni del capitano al Giro d’Italia
Quale?

La terza settimana di un Grande Giro, non si può replicare in nessun modo. In allenamento è impossibile e inutile fare tre settimane di carico, per avere dei vantaggi e una crescita evidente ne bastano due. La terza settimana è quella che fa la differenza tra un corridore adatto o non adatto ai Grandi Giri, ma lo si può scoprire solo facendogliela fare.

In questo modo sembra corretto il pensiero di portare i giovani subito ai Grandi Giri…

No. Perché quei parametri che emergono nella terza settimana, come il riposo, la capacità di recupero e tanti altri fattori, migliorano con il passare del tempo e facendo esperienze. Bisogna bilanciare la loro quotidianità e quindi con prudenza, prima gli fai fare un percorso di avvicinamento graduale, poi possono fare l’esordio in un Grande Giro.

Le ore di allenamento necessarie per preparare un Grande Giro possono essere un ostacolo per un giovane?

No, parliamo comunque di ragazzi che hanno un motore potente e importante. Sono corridori che anche se giovani sono in grado di reggere le 30 ore di allenamento a settimana. Magari è un’accelerazione di cui non c’è strettamente bisogno per la loro crescita a lungo termine, ma tendenzialmente lo possono fare.

Del Toro al termine del primo anno nel WT, il 2024, ha corso la Vuelta che gli è servita per l’exploit dello scorso anno al Giro
Del Toro al termine del primo anno nel WT, il 2024, ha corso la Vuelta che gli è servita per l’exploit dello scorso anno al Giro
Si tiene ancora conto della maturazione fisica, che porta a un miglioramento nell’endurance?

In realtà sì però nella pratica vediamo che i ragazzi di vent’anni vincono in Grandi Giri o comunque fanno bene, quindi non proprio. Per carità parliamo di atleti estremamente dotati e di alto livello, se guardiamo agli altri allora questa considerazione ha ancora più valore. 

Del Toro è un esempio di corridore che è andato subito a un Grande Giro…

La Vuelta che ha corso al suo primo anno nel WorldTour, nel 2024, è stata fondamentale per costruire il Giro d’Italia della scorsa stagione. Esordire a un Grande Giro a fine stagione permette di metabolizzare il lavoro fatto durante l’anno. Quando noi lasciammo fuori dal Giro Piganzoli, al suo primo anno da professionista, lo facemmo con l’idea di lasciargli i giusti tempi di crescita e progressione. 

Il ritorno dei fratelli Schleck. Si adegueranno al “nuovo” ciclismo?

Il ritorno dei fratelli Schleck. Si adegueranno al “nuovo” ciclismo?

04.01.2026
6 min
Salva

Il 2026 riporta nel WorldTour una coppia di fratelli che ha avuto un grosso peso fino a qualche anno fa. Parliamo dei fratelli Frank e Andy Schleck (in apertura, foto Getty Images), per lungo tempo protagonisti di classiche e Tour de France. Rivederli in carovana fa un certo effetto: in fin dei conti non è passato tanto tempo da quando erano nel gruppo (Andy si è ritirato nel 2014, Frank due anni dopo) eppure la loro epoca sembra lontana anni luce.

I due lussemburghesi, che hanno riportato in auge il piccolo principato, mai a quei livelli dai tempi di Charly Gaul, erano espressione di un ciclismo certamente più settorializzato di quello odierno. Il Tour era l’obiettivo centrale di ogni stagione, anche se poi il loro curriculum si è andato riempiendo anche di traguardi importanti come l’Amstel di Frank nel 2006. Erano anche anni oscuri, con mille trabocchetti e quest’ultimo ci è caduto in pieno, nel 2013, perdendo un anno di attività per questioni di doping.

Frank Schleck è stato assunto dalla Lidl-Trek per occuparsi del team femminile
Frank Schleck è stato assunto dalla Lidl-Trek per occuparsi del team femminile
Frank Schleck è stato assunto dalla Lidl-Trek per occuparsi del team femminile
Frank Schleck è stato assunto dalla Lidl-Trek per occuparsi del team femminile

Frank, in anticipo sul fratello

Il loro destino era quasi segnato, considerando la figura del padre Johny professionista che ha anche corso al fianco di Eddy Merckx. Frank è il più grande, 5 anni di differenza e questo gap ha sempre contraddistinto la loro storia: il fratello maggiore ha iniziato prima, è approdato al professionismo nel 2003 contro il 2005 di Andy, anche il rientro nelle file della Lidl-Trek, con ruoli diversi, ha visto il grande ufficializzare il suo ruolo almeno un mese in anticipo rispetto all’altro.

Ci sono però anche dei punti in comune, ad esempio il fatto che entrambi hanno iniziato nel Team CSC di Bjarne Riis e che tutti e due avevano una forte propensione per i percorsi tortuosi, le corse a tappe. Le classiche delle Ardenne erano sempre terreno di caccia, le salite il loro vero banco di prova.

Andy Schleck approda al team americano come vicedirettore. Curerà la parte agonistica ma anche commerciale
Andy Schleck approda al team americano come vicedirettore. Curerà la parte agonistica ma anche commerciale
Andy Schleck approda al team americano come vicedirettore. Curerà la parte agonistica ma anche commerciale
Andy Schleck approda al team americano come vicedirettore. Curerà la parte agonistica ma anche commerciale

Due carriere con risvolti inattesi

Se guardiamo le loro carriere, alla fin fine le cose hanno avuto un’evoluzione imprevista. Ad esempio Andy si è visto piovere addosso addirittura una maglia gialla. E’ quella dell’edizione 2010, che aveva visto il successo (poi revocato per squalifica) di Alberto Contador con 39” di vantaggio su di lui. Andy ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la Grande Boucle cogliendo due piazze d’onore nel 2009 e 2011, mentre al Giro è stato solo nel 2007, battuto da Danilo Di Luca e correndo la Vuelta solo nel 2009 e 2010, finendo sempre ritirato.

Il Tour de France è stata la corsa che ha definito la loro eredità. I fratelli Schleck hanno spesso corso con l’obiettivo comune di vincere la maglia gialla, a volte sognando di vincerla un anno a testa. Andy, dopo il triennio delle piazze d’onore (ancora non sapeva della conquista del 2010) si mise in testa di sfatare il tabù e la sua attività era tutta focalizzata sulla corsa francese, ma la fortuna esigeva un prezzo. Nel 2012 al Criterium du Dauphine una caduta gli costò la frattura del coccige e la rinuncia a Tour e Giochi Olimpici di Londra. L’anno dopo fu una continua caccia alla miglior condizione. Nel 2014 partì per aiutare il fratello ma nella tappa di Londra cadde lesionandosi gravemente il ginocchio destro e la sua carriera si chiuse praticamente lì.

Il più importante successo di Frank Schleck, all'Amstel 2006 con 22" su Wesemann (foto ANP)
Il più importante successo di Frank Schleck, all’Amstel 2006 con 22″ su Wesemann (foto ANP)
Il più importante successo di Frank Schleck, all'Amstel 2006 con 22" su Wesemann (foto ANP)
Il più importante successo di Frank Schleck, all’Amstel 2006 con 22″ su Wesemann (foto ANP)

Frank, un vero uomo-squadra

E Frank? Il suo anno migliore è stato il 2006, l’anno dell’Amstel ma anche del suo trionfo all’Alpe d’Huez, al Tour de France, dando scacco matto a Damiano Cunego che chiuse a 11”, con Garzelli terzo a 1’10”. Frank correva in supporto a Carlos Sastre, che chiuse 4° nell’edizione vinta sul campo da Floyd Landis, ma poi attribuita all’altro iberico Oscar Pereiro.

Anche nel suo caso, la carriera è costellata di occasioni perse per la cattiva sorte: il Lombardia 2007, ad esempio, quando cade a pochi chilometri dall’arrivo non potendosi così giocare un possibile successo. Frank però aveva una dote: saper giocare di squadra.

Nel 2008, dopo aver staccato Evans a Prato Nevoso veste la maglia gialla, ma non pensa neanche un attimo a sovvertire le gerarchie e nella frazione dell’Alpe d’Huez lavora per il capitano Sastre, che vincerà frazione e alla fine anche il Tour. Frank sarà sesto, ma felice del suo contributo.

Il podio del Tour 2010. Andy Schleck indossa la maglia bianca, ma anni dopo avrà anche quella gialla tolta a Contador
Il podio del Tour 2010. Andy Schleck indossa la maglia bianca, ma anni dopo avrà anche quella gialla tolta a Contador
Il podio del Tour 2010. Andy Schleck indossa la maglia bianca, ma anni dopo avrà anche quella gialla tolta a Contador
Il podio del Tour 2010. Andy Schleck indossa la maglia bianca, ma anni dopo avrà anche quella gialla tolta a Contador

Una storia da cinema

La storia dei fratelli Schleck è un racconto di grande talento, successi condivisi, ma anche errori e sfortuna. Hanno ispirato un documentario, “The Road Uphill”, che racconta le loro performance al Tour del 2011. Dopo il ritiro, Andy ha aperto un negozio di biciclette in Lussemburgo, è stato uomo immagine di Skoda, poi improvvisa è arrivata l’offerta della Lidl-Trek.

Frank sarà diesse del team femminile, proprio per dare quel quid in più all’insegna del lavoro comune: «Per me – dice Frank – significa molto, è quasi una rivincita tornare nel mondo che mi ha accolto per anni. Il progetto mi piace molto, soprattutto la direzione che gli è stata data e voglio dare il mio contributo per far fare altri passi avanti al team».

Per Andy il trionfo il solitudine alla Liegi-Bastogne-Liegi 2010, anno del suo Tour ""posticipato" (foto mental.lu)
Per Andy il trionfo il solitudine alla Liegi 2010, anno del suo Tour “posticipato” (foto mental.lu)
Per Andy il trionfo il solitudine alla Liegi-Bastogne-Liegi 2010, anno del suo Tour ""posticipato" (foto mental.lu)
Per Andy il trionfo il solitudine alla Liegi 2010, anno del suo Tour “posticipato” (foto mental.lu)

Ad Andy le chiavi del team

Ruolo diverso per Andy, che torna nel team dove ha militato dal 2011 al 2014. Lui ha una maggiore esperienza nel campo, ha diretto un team femminile, è stato organizzatore del Giro del Lussemburgo. Entra come vicedirettore e lavorerà sia sul versante agonistico che su quello commerciale: «Io – spiega Andy – ho vestito la maglia gialla, so che cosa significa sopportare la pressione. Ho visto ogni aspetto di questo sport e ora voglio dare la mia conoscenza al team perché possa raggiungere grandi obiettivi».

I fratelli Schleck tornano quindi insieme, anche se su fronti diversi (e considerando la concomitanza di prove come le classiche, neanche tanto lontani…). La grande sfida sarà ora adeguarsi a un ciclismo che in poco più di 10 anni è diventato però qualcosa di molto diverso da quello nel quale hanno vissuto.

Tour de France 2025, Parigi. Wout Van Aert

Capodanno con Van Aert e due sorrisi del 2025

31.12.2025
6 min
Salva

L’inverno meno stressante voluto fortemente da Van Aert per presentarsi al meglio alla stagione su strada sta producendo prestazioni non esaltanti nel cross. La sensazione tuttavia è che il grande belga abbia deciso di non farsene un cruccio. Gli anni sono ormai 31 e il livello delle corse si è così alzato da non ammettere deviazioni dalla linea stabilita.

«Di sicuro – racconta – mentalmente è stato un inverno molto migliore, in cui ho avuto davvero tempo per rilassarmi e godermi un po’ la vita. Col senno di poi, forse l’anno scorso ho preso la decisione sbagliata di non prendermi una vera vacanza. Ma in quel momento venivo dalla caduta della Vuelta e volevo iniziare a lavorare il prima possibile. Ho avuto la pressione costante di quando lotti contro il tempo. Non è stato rilassante, come invece mi è sembrato in questo inverno. E ora mi rendo conto che era qualcosa di cui avevo davvero bisogno già da tempo. Come una pausa più lunga dalla grande pressione che dobbiamo sopportare come professionisti».

Scoramento dopo il 2° posto alla Dwars door Vlaanderen, quando però Van Aert ha capito di aver ritrovato la condizione alla vigilia del Fiandre
Scoramento dopo il 2° posto alla Dwars door Vlaanderen, quando però Van Aert ha capito di aver ritrovato la condizione alla vigilia del Fiandre

Verso il primo Giro

Il 2025 di Van Aert resta un saliscendi di emozioni, con tanti bocconi amari e due momenti da incorniciare. Forse tre, volendo aggiungere alle tappe di Siena (Giro d’Italia) e Parigi (Tour de France), il capolavoro del Colle delle Finestre che ha aperto per Simon Yates la porta della maglia rosa. Ma su quel giorno, Wout mostra un cauto entusiasmo.

Sta di fatto che quando si è presentato al via del suo primo Giro, alle attese roboanti dei media corrispondeva il suo umore basso e per nulla entusiasta. La campagna del Nord lo aveva visto buttare via la Dwars door Vlaanderen, lottare bene contro i due grandi rivali al Fiandre e poi pagare il conto alla sfortuna alla Roubaix. Finché dopo un’Amstel Gold Race accettabile, chiusa al quarto posto, Wout si è ammalato ed è arrivato al via da Tirana con la sensazione di aver perso la forma.

«Nella cronometro – racconta – non ho potuto nascondere che le gambe non erano come volevo e a quel punto la concentrazione se ne è andata. Abbiamo anche pensato che se non fossi migliorato, avrei dovuto iniziare a pensare il Giro come ottimo avvicinamento per il Tour. Invece nel giorno di Siena è cambiato tutto. Se me lo avessero chiesto prima del Giro, avrei risposto che quella tappa fosse adatta a me, ma per come stavano andando le cose, la fiducia era bassina…».

18 maggio, tappa di Siena: Del Toro lo mette a dura prova, ma questa volta Van Aert non molla un metro
18 maggio, tappa di Siena: Del Toro lo mette a dura prova, ma questa volta Van Aert non molla un metro

Il giorno di Siena

E’ il giorno delle strade bianche in cui Wout Van Aert si è scosso di dosso la sfiducia e le delusioni delle settimane precedenti e ha pescato nelle sue capacità di vincitore per ruggire come nei giorni migliori.

«Al mattino – racconta – pensavamo che sarebbe andata via una grande fuga, invece sono partiti in cinque e io non c’ero. Ho pensato che fosse finita, ma ugualmente sono rimasto sulla ruota di Bernal e Del Toro, avendo Simon (Yates, ndr) dietro di me e ovviamente non spettava a me lavorare avendo tanta compagnia. Del Toro mi ha dato davvero filo da torcere fino al traguardo. Poi la mia esperienza e la mia mentalità da vincitore sono venute fuori negli ultimi chilometri. Ero completamente esausto, ma credevo ancora di avere una possibilità. Conoscevo a memoria le ultime curve e sapevo dove avrei dovuto superarlo.

«Da una parte sapevo di poterlo fare – analizza nel podcast Inside the Beehive della Visma-Lease a Bike – dall’altro avevo paura di finire ancora secondo. Tra la fiducia e la paura di ciò che sarebbe potuto succedere c’era una linea molto sottile, ma sono riuscito a trasformarla in qualcosa di positivo. Per questo all’arrivo ho avuto una grande esplosione di felicità. Ho ancora la pelle d’oca se penso a quel momento e il momento in cui ho incontrato la mia famiglia dopo 10 giorni di gara. Erano lì ad aspettarmi prima del giorno di riposo. Forse è un po’ esagerato dirlo, ma ho pensato che fosse destino che andasse così. E’ stato uno dei momenti più belli dell’anno».

La vittoria di Siena è stata definita da Van Aert come uno dei momenti più belli di tutto il suo 2025
La vittoria di Siena è stata definita da Van Aert come uno dei momenti più belli di tutto il suo 2025

Sfortuna verso il Tour

L’avvicinamento al Tour è stato quasi una copia conforme del Giro. Un infortunio in ritiro a Tignes, la ripresa degli allenamenti e poi nuovamente una malattia dopo i campionati nazionali di fine giugno. Una maledizione dopo l’altra che hanno reso il 2025 un anno di alti e bassi da far arrossire i muri del Fiandre.

«Il mercoledì prima del Tour – ammette Van Aert – dovevo fare un allenamento intenso con alcuni sforzi. Dopo tre ore invece ero completamente distrutto e non è stato il modo migliore per cominciare. Non ero abbastanza forte per ottenere risultati personali, che era in realtà l’obiettivo prima della gara. Non ero abbastanza forte nemmeno per aiutare la squadra. Mi sono passate un sacco di cose per la testa. Nella prima settimana volevamo rendere la gara difficile e io non sono stato all’altezza.

«Poi la situazione è migliorata, ma sarei falso se dicessi che avevo già messo nel mirino la tappa di Parigi. Solo il giorno prima ho cominciato a pensare che non molti sarebbero stati forti abbastanza per fare bene nell’ultima tappa. Mi sono scoperto molto concentrato e dal penultimo giorno, Parigi è diventato il mio obiettivo principale e ho cominciato a credere di poter vincere».

Tour de France 2025, Parigi, Montmartre, Wout Van Aert attacca, alle spalle c'è Tadej Pogacar
Solo il giorno prima Van Aert ha pensato di poter vincere a Parigi. Non era scontato che potesse staccare Pogacar a Montmartre
Tour de France 2025, Parigi, Montmartre, Wout Van Aert attacca, alle spalle c'è Tadej Pogacar
Solo il giorno prima Van Aert ha pensato di poter vincere a Parigi. Non era scontato che potesse staccare Pogacar a Montmartre

Il giorno di Parigi

E’ il giorno del circuito di Montmartre, della pioggia, della corsa neutralizzata al primo passaggio e di Pogacar che con il suo giallo rischiara la gara. Sono le strade del circuito olimpico su cui l’anno prima Evenepoel colse l’oro, con Van Aert che lo aiutò per fare la selezione. Anche quel giorno, come pure a Siena poche settimane prima, il belga conosce ogni metro del percorso.

«Era piuttosto tecnico – racconta – vista la pioggia. Era anche scivoloso, ma non così tanto. Mi sentivo abbastanza sicuro sulla bici, le gambe finalmente c’erano. La situazione di gara era buona, eravamo in pochi, per cui negli ultimi chilometri ho corso dei rischi. La gara era molto breve, la parte iniziale era facile. Quindi ho scommesso su pneumatici più larghi, gonfiati a una pressione molto bassa, perché non avrei perso troppo grazie alla partenza facile. Nel finale mi sono ritrovato con la configurazione perfetta.

«Arrivare da solo su traguardo è stato l’esatto contrario degli Champs Elysees che conosciamo, dove sembra che le persone siano a chilometri di distanza perché la strada è larghissima. Ero così concentrato che solo sul rettilineo finale mi sono reso conto di essere molto più avanti degli altri. Alla radio non riuscivo a sentire più niente, quindi solo negli ultimi istanti ho capito cosa stava succedendo. Gli abbracci con Richard Plugge e mia moglie, poi l’ultima istantanea con la squadra sul podio sono il ricordo che mi porto dentro di quel giorno». I due sorrisi più belli del 2025.