Milan in verde, Merlier esulta, Philipsen saluta e Leoni commenta

07.07.2025
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«Le cadute ci sono perché le velocità sono basse», spiazza subito tutti Endrio Leoni. L’ex velocista che se la vedeva con Martinello, Cipollini, Minali, Abdujaparov, e ogni tanto li batteva pure, ha fatto un’analisi tecnica molto interessante di quel che è successo oggi a Dunkerque. La parola d’ordine odierna infatti è stata: paura. Pero fateci aggiungere anche gioia. Gioia per la maglia verde di Jonathan Milan.

Prima la caduta di Jasper Philipsen, che è stato costretto a salutare il Tour de France, poi le cadute in prossimità del traguardo e quell’involata che è stata a dir poco spettacolare. Per la cronaca la tappa è andata a Tim Merlier, che per un paio di centimetri o poco più ha battuto il nostro Jonathan Milan. Questa mattina il gruppo era partito sotto un fortissimo scroscio di pioggia.

L’arrivo al photofinish di Dunkerque fra Merlier e Milan (immagine fornita da Tissot)
L’arrivo al photofinish di Dunkerque fra Merlier e Milan (immagine fornita da Tissot)

Tra pioggia e speranza

Il tempo non prometteva nulla di buono, la temperatura era intorno ai 15 gradi. E l’umore che si respirava in partenza non era dei migliori per tutti. Non è mai facile, infatti, pedalare in queste condizioni. Ma tant’è.

Poteva essere davvero la giornata di Milan. I presupposti c’erano: la tappa era veloce, il finale ideale per lui. Ha un buon treno e oggi lo ha dimostrato, anche se manca ancora qualcosa per perfezionarlo al 100 per cento. E lui stesso ci è parso, come sempre, davvero tranquillo. Un controllo sereno, un vero atleta maturo. Tra l’altro, curiosità non da poco: la sua bici montava una corona da 54 denti.

I meccanici all’inizio non erano stati contentissimi delle foto che gli avevamo fatto, perché la corona, la catena e la trasmissione avevano un trattamento particolare, vista la pioggia, per mantenere la scorrevolezza a lungo. Un trattamento che probabilmente deriva anche dalla pista. E Jonathan è un gigantesco pistard, lo sappiamo.

Tuttavia questa accortezza non è bastata. Ai 1.200 metri il treno della Lidl-Trek era effettivamente corto. Due uomini sono pochi a quelle velocità per scortare Milan fino ai 250 metri, tanto più col vento contro. Tant’è vero che quando Stuyven si è spostato, ha lasciato l’altro compagno al vento, ma la velocità non era alta e gli altri lo hanno rimontato.

«Sono andato vicino alla vittoria, ma non è bastato – ha commentato Milan – Mi dispiace perché i miei compagni hanno fatto un grande lavoro, ma nel finale non è stato facile. C’è stata grande lotta per mantenere le posizioni. Di buono c’è che abbiamo altre opportunità. Chapeau a Merlier che ha fatto un’ottima volata».

La monocorona di Milan e la catena con trattamento (probabilmente a cera) di questa mattina al via da Valenciennes
La monocorona di Milan e la catena con trattamento (probabilmente a cera) di questa mattina al via da Valenciennes

Maglia verde

In tutto questo contesto, con la caduta di Philipsen e il secondo posto di Milan, Jonny si è preso la maglia verde. E non è poco, alla prima partecipazione al Tour. Da qui bisogna ripartire e andare avanti.

Tra l’altro, ci crede eccome a questo obiettivo. Uno che ha già conquistato la maglia ciclamino al Giro d’Italia, dove le salite sono anche più pendenti, ha tutte le carte in regola anche per la maglia verde.

«Adesso – ha detto Milan – cercheremo di mantenere questo primato. Per noi è molto importante. E’ un obiettivo sin dall’inizio. Oggi puntavamo alla vittoria di tappa e sono contento in parte, direi 50-50, tra gioia e delusione». Quando si dice il piglio del campione che non si accontenta…

L’ultimo italiano ad indossare questa maglia è stato Petacchi, che poi la portò a Parigi. A Milan serve la ciliegina sulla torta. Ma, come ha detto lui, le occasioni non mancheranno e rispetto ad altri sprinter ha dalla sua una squadra forte e completa.

Wellens in fuga per i punti dei Gpm e sfilare la maglia a pois a Pogacar, che senza premiazioni e interviste recupera prima
Wellens in fuga per i punti dei Gpm e sfilare la maglia a pois a Pogacar che senza premiazioni e interviste recupera prima

Parola a Leoni

E dal discorso delle squadre passiamo all’analisi di Leoni: «Le cadute – spiega l’ex sprinter – avvengono perché molti dei corridori coinvolti nelle volate di oggi non sono adatti, non autentici. Si limava anche una volta, forse più di oggi, ma questi incidenti accadono perché le velocità sono più basse. Mancano quei treni che mettevano tutti in fila. Oggi invece ci sono tante squadre, senza veri treni e con corridori poco adatti».

«Sono meno preparati tecnicamente e tatticamente. E anche senza caratteristiche fisiche specifiche. Ai miei tempi nei treni c’era gente che veniva dalla 100 Chilometri. Corridori come Poli, Vanzella… ti tenevano fuori a 55 all’ora per un bel po’. Oggi quegli atleti ci sono, ma sono Pedersen, Van Aert, Van der Poel… che sono capitani. Si va forte è vero, ma anche perché hanno bici che vanno 7-8 chilometri orari più veloci a parità di sforzo».

«Quando oggi si è spostato Stuyven, la velocità è calata e i PicNic-PostNL sono risaliti forti. Milan è quasi dovuto ripartire. Bravo Merlier, che ha vinto da mestierante. Mi ha ricordato me, che dovevo fare un continuo destra-sinistra. E lì spendi tanto. Oggi non puoi farlo, perché fai una volata e sei fuori. Ma Merlier è stato bravo lo stesso. Tatticamente per me è il migliore. Nonostante abbia sbagliato il colpo di reni: lo ha dato troppo tardi altrimenti avrebbe vinto con più margine, molto meglio Milan in tal senso».

Leoni parla poi anche delle altre cadute e di certi fondamentali che mancano. Remco Evenepoel, per esempio, si lascia sfilare all’improvviso al centro del gruppo e probabilmente è lui che indirettamente innesca la caduta ai 4 chilometri dall’arrivo (metro più, metro meno).

«In teoria, per regolamento, quella manovra neanche si potrebbe fare. Ti devi spostare a destra o a sinistra. Perché chi arriva da dietro ti prende. Magari è a testa bassa anche lui. E se non ti prende, frena forte e mette nei guai quelli dietro».

Infine Leoni dà un giudizio su due team poco in vista ma che ci hanno provato. «Non mi sembrano male Uno-X Mobility e i Picnic-PostNL, mi sembrano ben corposi per gli sprint, ma altrettanto non mi sembrano ben gestiti dall’ammiraglia».

Alla fine nello sprint fra Merlier e Milan la differenza è stata davvero esigua
Alla fine nello sprint fra Merlier e Milan la differenza è stata davvero esigua

Bravo Tim

Infine, non possiamo non chiudere con lui: Tim Merlier, il re di Dunkerque. Ha vinto senza un treno. Quello che avevamo scritto prima del Tour, parlando con Petacchi, si è avverato in parte.

La squadra, la Soudal-Quick Step, è giustamente tutta per Remco e alla fine Merlier aveva un solo uomo. Però è bastato a vincere: lo ha portato, si è mosso nel momento giusto al posto giusto e gli ha consentito di alzare le braccia sul traguardo.

«E’ stata una corsa molto complicata. Era difficile essere in una buona posizione. Abbiamo perso Bart prima dell’ultimo quarto di gara, quindi ho detto alla squadra di fare il loro lavoro fino agli ultimi 5 chilometri. E poi è iniziata la vera corsa. E’ stato davvero difficile trovare la posizione. Negli ultimi due chilometri sono riuscito a recuperare, a riposizionarmi, ed ero costantemente nel vento. E visto che era contrario ho anche speso più energie.
«E’ sempre difficile battere Milan. Sono contento di aver conquistato la mia seconda vittoria al Tour de France. All’inizio ero sicuro, ecco perché ho alzato le mani, ma dopo non lo ero più. Ho aspettato con ansia. Certo, la maglia gialla era l’obiettivo, ma va bene così».

Castelli e la sfida del vento per Evenepoel e Merlier

04.07.2025
8 min
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Una marea di email da qualche giorno annuncia nuove maglie e nuove colorazioni per il Tour de France. Biciclette e caschi, persino le scarpe. Ma alla vigilia di una prima tappa che si deciderà allo sprint con probabile vento e della prima crono che mercoledì darà uno scossone alla classifica, l’incontro con Castelli per parlare dei materiali della Soudal-Quick Step è parso molto ghiotto. Da una parte Tim Merlier, campione europeo e velocista in odore della prima maglia gialla. Dall’altra Remco Evenepoel, campione del mondo della crono che a Caen potrebbe dare una prima impronta al suo Tour.

La parola a Koen Pelgrim, responsabile della performance nel team belga, e a Steve Smith, brand manager di Castelli, in una sorta di duetto trasversale rispetto agli studi, le esigenze degli atleti e le soluzioni trovate.

«Penso che molti di voi – dice Steve Smith – abbiano espresso un certo interesse a sapere quello che succede dietro le quinte. In realtà abbiamo trascorso molto tempo qui (dice mostrando una foto, ndr), nella galleria del vento del Politecnico di Milano. Per questo proveremo a mostrarvi alcuni dei lavori necessari per la preparazione di grandi obiettivi come il Tour de France per Tim Merlier e Remco Evenepoel. Nessun grande segreto in realtà, se non scoprire il processo che attuiamo con i nostri corridori e ciò che facciamo in termini di sviluppo del body più veloci».

All’incontro con i media erano presenti Steve Smith per Castelli e Koen Pelgrim, responsabile performance

Ogni dettaglio conta

La consapevolezza che la prima tappa del Tour si giocherà in volata e il fatto che la maglia gialla sia il grande sogno di Merlier ha spinto la squadra a investire su ogni dettaglio. E’ vero che finora nelle sue volate il belga ha vinto con ampio margine, ma più sale il livello e più le differenze si assottigliano.

«Ogni dettaglio può fare la differenza – spiega Smith – e avevamo l’idea che un body per lo sprint dovesse essere specifico e diverso da uno da crono. Per cui ci siamo messi a provarlo, per vedere se fosse possibile ottenere un guadagno aerodinamico. Perciò abbiamo cercato di lavorare nella galleria del vento in modo che ci permettesse di ragionare sulla posizione dello sprint. Non è facile. La posizione da crono tende a rimanere sempre uguale, nello sprint invece ci si muove molto di più. La stessa misurazione ha più criticità, perché la posizione non è mai costante. Il modo in cui il flusso d’aria gira intorno al corpo è totalmente diverso rispetto a qualsiasi altra posizione. Quindi i tessuti che usiamo dovrebbero essere sviluppati appositamente per questo».

Test prima della Sanremo

Anche i tessuti vengono scelti in funzione della velocità. Un completo veloce per i 40 orari non sarà probabilmente ugualmente veloce a 70. Per questo si sono fatti test a 60 all’ora e poi a 70 e anche con il corridore in piedi sulla bicicletta e Merlier è stato molto bravo a mantenere la posizione per tutto il tempo necessario alla misurazione.

«Anche stando in piedi – spiega Koen Pelgrim – abbiamo ottenuto una certa ripetibilità dei dati, anche se ovviamente c’era molto più rumore. Avevo un po’ paura prima di fare il test che stando in piedi ci sarebbe stata troppa variazione. Ma i risultati sono stati in realtà sorprendentemente costanti. Tim è molto composto anche nello sprint. E’ relativamente basso, la sua schiena è quasi completamente piatta e la sua testa è tra le spalle. Non sporge nel vento. Le sue braccia tendono a uscire un po’ e questo crea un flusso d’aria abbastanza specifico per lui, che non sarebbe esattamente lo stesso per un altro sprinter. Così siamo tornati indietro e abbiamo guardato il flusso d’aria teorico intorno a questa posizione e abbiamo preparato 11 nuovi prototipi da testare. Mancavano pochi giorni alla Sanremo, subito dopo il blocco della Parigi-Nizza. Siamo andati al Politecnico di Milano e abbiamo messo tutto nella galleria del vento. Quel posizionamento ha funzionato e siamo stati in grado di ripetere sia la posizione seduta che quella in piedi».

La stabilità di Merlier

Il dato emerso mostra che quando Merlier si alza a 70 chilometri all’ora, il suo CDA diminuisce: questo significa che in realtà è più aerodinamico in piedi che seduto. Il dato ha sorpreso Pelrgim, che con Merlier lavora e la spiegazione è affidata proprio ai materiali.

«Avevamo 11 nuovi prototipi e alcune cose che erano in qualche modo innovative – spiega Steve Smith – e pensavamo che avrebbero mostrato alcuni miglioramenti significativi. Ma quello che è emerso alla fine della giornata è stato che il body San Remo 8S, che Tim ha usato tutto l’anno ed è quello da strada per la squadra, si è rivelato il più veloce. Un body da strada deve essere progettato per velocità estremamente elevate. E così, anche se l’avevamo progettato per circa 60 all’ora, abbiamo visto che è ancora il più veloce che abbiamo per una velocità di 70 all’ora. Molto viene da quel tessuto delle spalle, simile a quello che avete visto in altre squadre, ma in realtà questo è Castelli. Abbiamo testato tutti i tessuti sul mercato e ne abbiamo creato uno esclusivo tutto nostro, che sta dando ottimi risultati. Un’altra parte in cui abbiamo trovato un guadagno significativo è un nuovo copriscarpe diverso da quello standard in uso al team, che funziona molto bene ad alta velocità».

La resistenza aerodinamica di Merlier decresce con l’aumentare della velocità (foto Castelli)
La resistenza aerodinamica di Merlier decresce con l’aumentare della velocità (foto Castelli)

Evenepoel, pochi ritocchi

Si passa quindi al capitolo Evenepoel e la prima sorpresa è fare la conoscenza del manichino con cui vengono effettuati i test che lo riguardano. Nel periodo della convalescenza per l’infortunio alla spalla, Remco non era in grado di tenere la posizione da crono e la sua… controfigura è stata chiamata agli straordinari.

«Evenepoel – spiega Smith – ha vinto ogni cronometro da quando è tornato. Perciò abbiamo fatto alcune modifiche molto lievi ai tessuti di corpo e gambe, riscontrando un calo di circa il 2% della resistenza aerodinamica, che si traduce in circa 1/2 chilometro all’ora quando è in piena velocità. Quando mercoledì arriveremo alla prima cronometro del Tour, speriamo che portino un grande margine di guadagno».

«Sappiamo tutti – fa eco Pelgrim – che se Remco è al suo miglior livello, è molto difficile da battere, anche se i rivali saranno molto duri. Quindi è stato bello aver trovato qualche piccolo miglioramento. Sappiamo anche di aver già lavorato così tanto con lui nei test in galleria del vento, parliamo di quasi 26 ore nell’ultimo anno. Abbiamo lavorato pure in pista, mettendo a punto quasi ogni piccola cosa che potevamo trovare, per cui era difficile fare ancora meglio».

Remco Evenepoel ha nella posizione su strada un atteggiamento simile a quello della crono (foto Castelli)
Remco Evenepoel ha nella posizione su strada un atteggiamento simile a quello della crono (foto Castelli)

La nuova visiera

Nessuna nuova posizione, insomma: le ultime modifiche risalgono allo scorso inverno. Fra queste, il ridisegno della visiera del casco la cui punta, se aveva la posizione ideale, toccava le sue mani, limitando i movimenti della testa.

«Così ne abbiamo provato una un po’ più corta e un po’ più rifinita – spiega Pelgrim – che ha migliorato la posizione della sua testa. Funziona bene anche per il flusso d’aria intorno a lui e attraverso il casco, quindi anche tagliare l’intera visiera non è la soluzione definitiva. L’abbiamo tagliata nella forma attuale, che si è rivelata molto veloce».

Da Ganna a Remco

Il dato divertente lo cita Steve Smith. Quando nel 2022 Castelli arrivò alla Soudal, aveva alle spalle i grandi risultati di Ganna. Erano convinti che sarebbe andato bene tutto anche per Evenepoel, invece si sbagliavano.

«Pensavamo di avere un setup abbastanza veloce e l’abbiamo riportato su Remco – spiega Steve Smith – ma non funzionava niente. E’ stata una vera lezione di umiltà dover tornare alle origini. Abbiamo capito che Remco è quasi unico nella sua aerodinamica. Con la testa così bassa, il suo casco e le mani fanno davvero una carenatura per il resto del corpo. Quindi l’abbigliamento è un po’ diverso. Siamo tornati all’inizio e abbiamo cercato cose che funzionassero per lui. E abbiamo scoperto che quel che va bene a lui, non va bene con altri corridori della squadra».

L’ultima annotazione riguarda anche Remco, che nella cronoscalata non userà lo stesso body di Caen poi la rumba del Tour riprende il sopravvento. Domani nella volata della prima maglia gialla si scontreranno anche i risultati delle ricerche tecnologiche sull’abbigliamento. Ed è bello pensare che in tutto questo ci sia sempre tanto, ma proprio tanto made in Italy.

I velocisti al Tour? Per Malucelli è una lotta a tre

03.07.2025
5 min
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«Jonathan Milan, Jasper Philipsen e Tim Merlier – ci dice Matteo Malucelli appena accenniamo all’argomento della chiamata – sono i tre velocisti più forti al Tour de France. Le sette volate previste se le spartiranno loro».

La Grande Boucle, che partirà da Lille sabato 5 luglio, non sarà solamente l’ennesimo banco di sfida tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard. Il Tour de France è la corsa a tappe più importante al mondo e di conseguenza diventa il palcoscenico sul quale ammirare i migliori ciclisti al mondo, qualsiasi siano le loro caratteristiche tecniche. 

secondo Malucelli la vittoria di tappa del Delfinato è un segnale molto positivo per Milan
secondo Malucelli la vittoria di tappa del Delfinato è un segnale molto positivo per Milan

Milan e la forza del team

Partiamo parlando di Jonathan Milan. Il velocista della Lidl-Trek arriva al Tour de France per la prima volta nella sua carriera. Un avvicinamento curato nei minimi dettagli e forte delle buone risposte arrivate dal Giro del Delfinato. Malucelli e Milan si sono incrociati al campionato italiano: vero che lui come tutti gli altri si è fatto mettere nel sacco da Conca e dalla Swatt Club, ma i segnali visti sono positivi. 

«Milan sta andando fortissimo – prosegue Malucelli – al Delfinato non è arrivato in una super condizione e ha fatto fatica. Però è stato giusto così, in una gara del genere non devi presentarti al 100 per cento. Anzi, meglio arrivare con qualcosa da migliorare. In altura ha lavorato tanto quindi ha perso qualcosa nello sprint secco e una corsa come il Giro del Delfinato serve per ritrovare la giusta brillantezza. Ha vinto una tappa e questo è un ottimo segnale. Vero che nella quinta è stato battuto, però dopo tanti chilometri e molti metri di dislivello ci sta. Domenica l’ho visto in azione all’italiano, dopo 230 chilometri aveva ancora gambe e stava molto bene».

«Se avesse avuto la squadra – dice ancora – avrebbe vinto il campionato italiano. Al Tour, Milan si presenta con la formazione più forte: Theuns, Stuyven e Consonni sono affiatati e lavorano benissimo insieme».

Merlier ha dimostrato di poter battere Milan anche in rimonta, come fatto al UAE Tour e alla Gent-Wevelgem
Merlier ha dimostrato di poter battere Milan anche in rimonta, come fatto al UAE Tour e alla Gent-Wevelgem

Merlier, il più forte

Tim Merlier sarà l’uomo veloce della Soudal Quick-Step. La formazione belga si schiererà però a favore di Remco Evenepoel con l’intento di lottare per la classifica generale. Il campione europeo in carica e il nostro Milan si sono scontrati poche volte quest’anno spartendosi però le vittorie in palio. 

«Penso che Merlier – racconta Malucelli – sia il più forte dei tre nomi citati. Lo confermano i numeri e la maglia di campione europeo che porta addosso. Tuttavia al Tour si presenta con una squadra votata ad altri obiettivi. Per vincere dovrà correre sulla ruota di Milan e del treno della Lidl-Trek, facile a dirsi ma molto più difficile a farsi. Tutti vorranno incollarsi al team più forte, anche lo stesso Philipsen.

«L’unico che può battere Milan in un testa a testa è Merlier. Il belga ha la forza per superare Jonathan anche quando è lanciato alla massima velocità. lo ha dimostrato diverse volte. Però senza il supporto dei compagni è difficile arrivare posizionati bene in una volata del Tour de France. Alla lunga questo fattore potrebbe incidere». 

Philipsen e il fattore VDP

Il terzo nome fatto da Matteo Malucelli è quello di Jasper Philipsen, l’unico dei tre ad aver vinto la maglia verde al Tour de France (era il 2023, ndr) e uno sprinter forte. Tuttavia questa stagione non ha sorriso molto al belga della Alpecin-Decuninck che ha conquistato due sole vittorie fino ad adesso. 

«Sicuramente la caduta alla Nokere Koerse – analizza “Malu” – non gli ha fatto bene e ha compromesso la Sanremo e le prime Classiche e semi classiche di primavera. Poi ha raccolto qualcosa, ma non ha brillato. Lui però è uno che al Tour ci arriva sempre pronto e i risultati del Baloise Belgium Tour e del campionato nazionale testimoniano una buona condizione. Lo metto comunque un attimo sotto gli altri due, però dalla sua parte gioca il fattore Van Der Poel. Quando il tuo ultimo uomo è un corridore del genere hai un qualcosa dalla tua parte che gli altri difficilmente possono avere.

«A livello tecnico – conclude Malucelli – Philipsen non ha la forza per superare Milan una volta lanciato, deve sorprenderlo. Lo può fare in un modo solo, a mio avviso, ovvero mettendosi alla ruota di Van Der Poel alle spalle del treno della Lidl-Trek. Ai 300 metri dal traguardo VDP apre il gas e anticipa, in questo modo Milan deve uscire allo scoperto e prendere vento. Ai 150 metri Philipsen lancia la volata e rimane in testa».

Malucelli ha escluso altri velocisti dalla lotta per gli sprint, anche il vincitore della maglia verde lo scorso anno Biniam Girmay
Malucelli ha escluso altri velocisti dalla lotta per gli sprint, anche il vincitore della maglia verde lo scorso anno Biniam Girmay

Tutto equilibrato

«La cosa bella – dice infine Malucelli – è che tutti e tre sono molto forti ma non c’è il velocista capace di annientare la concorrenza. Tutti hanno delle caratteristiche di forza e delle “debolezze” che gli altri possono sfruttare. Non vedo l’ora di guardarli in azione. E a Parigi per me si arriva in volata! E’ una regola non scritta del Tour». 

Kuurne a Philipsen. Tanti auguri all’uomo di Sanremo

02.03.2025
4 min
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La corsa di Kuurne, la città degli asini nel ricordo dei contadini che se ne servivano per raggiungere il mercato della vicina Kortijk, finisce nuovamente in volata. Tanti ci provano, ma pochi negli anni ci sono riusciti. Questa volta gli ultimi si sono arresi al primo passaggio sul traguardo, dopo che anche Van Aert aveva provato a rientrare sulla fuga per tentare il colpo da lontano. Ma quando nel gruppo ci sono le squadre dei velocisti, non c’è fuga che tenga. Wout s’è trovato alle spalle il freddo Adrià che non gli ha dato un solo cambio e ha dovuto rialzarsi. E alla fine la vittoria è andata a un cecchino di nome Philipsen, vincitore uscente della Milano-Sanremo e di altre otto corse nel 2024.

La quiete di Philipsen

Le grandi manovre sono iniziate quando poco prima che la corsa si ricompattasse. E al netto delle strappate e dei tentativi di mettere in fila il gruppo, ciò che ha davvero sorpreso per tutto il giorno è stata la calma serafica di Jasper Philipsen.

Merlier non faceva che sfilarsi e risalire. Milan ha fatto capolino un paio di volte ottimamente scortato da Stuyven. La Decathlon sgomitava per Bennett. Invece Philipsen, forse pensando che nel giorno del suo 27° compleanno poteva prendersela con filosofia, è sempre rimasto a centro gruppo. Era ben al coperto anche a 5 chilometri dall’arrivo, mentre Merlier faceva a spallate con Olav Kooij.

«E’ incredibile vincere il giorno del mio compleanno – ha detto dopo l’arrivo – sono già tutti in ottima condizione, ma ci siamo comunque presentati qui forti e siamo riusciti a gestire la nostra corsa quando sono finite le salite. Sono contento di come sono andate le cose. Negli ultimi anni per noi il weekend di apertura non è mai stato un successo. Ieri alla Omloop Het Nieuwsblad è stata una giornata con sentimenti contrastanti, il terzo posto dietro Wærenskjold era da capire. Diciamo che questa vittoria gli dà un significato diverso. Non una sconfitta, ma il primo passo verso la vittoria».

Milan è stato ottimamente supportato dalla squadra, ma si è perso nella volata
Milan è stato ottimamente supportato dalla squadra, ma si è perso nella volata

Groves per amico

Si pensava che potesse essere proprio Philipsen il favorito, ma non vedendolo dannarsi per guadagnare posizioni, qualcuno ha pensato che oggi sarebbe toccata ad altri. Lo stesso Milan, arrivato fra squilli dal UAE Tour, sembrava un possibile predestinato. Anche se il friulano, nelle interviste al via, aveva detto saggiamente che si trattava di ben altra corsa e sarebbe stata necessaria una grande concentrazione. Invece nell’ultimo chilometro, la Alpecin-Deceuninck ha ricordato al gruppo che il suo ultimo uomo di giornata era Kaden Groves, velocista che nel 2024 ha vinto tre tappe alla Vuelta. E a quel punto forse qualcuno ha capito che non sarebbe finita bene.

«Il lead-out è ovviamente uno dei nostri punti di forza – ha raccontato Philipsen – soprattutto oggi con Rickaert e Groves, che si sono divisi i compiti. Kaden è uno che può vincere da sé degli sprint contro i più forti e per quest’anno il piano è che venga anche al Tour. Siamo una combo molto forte».

Sul podio con Philipsen, Kooij e Hofstetter
Sul podio con Philipsen, Kooij e Hofstetter

Merlier disperso

Amara la riflessione di Merlier, che non è mai contento quando perde da Philipsen. E’ stato a causa sua, in qualche modo, che ha dovuto lasciare la Alpecin-Deceuninck. E anche se da lì è approdato alla Soudal-Quick Step, il tempio dei velocisti, fra i due belgi continua a serpeggiare una discreta antipatia.

«In realtà mi ero già perso a un chilometro dal traguardo – ha dovuto ammettere Merlier ai microfoni di Sporza – eravamo un po’ troppo lontani. In uno sprint a volte dipende dai dettagli e io nel finale ho dovuto anche saltare sopra un’isola spartitraffico. Questa è un’occasione mancata. E’ stata una corsa molto nervosa e io non l’ho interpretata come avrei voluto, ma sono sempre stato lì. Sono stato chiuso più volte, è stato frustrante, ma ci ho sempre creduto. Penso di avere le gambe per vincere, ma oggi non è andata bene».

Parlando di Milan, va segnalato il sesto posto ottenuto lanciando la volata dalle retrovie. Se fosse partito alla pari degli altri, le forze che ha messo per rimontarli, lo avrebbero portato alla vittoria. Ma al Nord non è sempre e solo un fatto di forza. Bisogna sapersi disimpegnare fra curve, rotonde e avversari che non cedono un metro. Jonathan impara in fretta e ha preso nota, la prossima volta saprà anche lui come muoversi.

Tra ciclocross e nuovo coach, l’inverno tribolato di Merlier

18.01.2025
5 min
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E’ proprio vero che in tanti casi il dolce viene alla fine. Analizzando l’inverno di Tim Merlier è proprio così. Settimane tribolate, con un magone nello stomaco che non poteva togliersi. Viso accigliato e quella sensazione di disagio che accompagnava le sue due uniche uscite nel ciclocross (che meritano un approfondimento, ma ci torneremo più avanti): «Sapevo da tempo che Erwin Borgonjon stava per lasciarmi e non potevo neanche dirlo. Un problema per il mio futuro che diventava più incerto, ma poi c’era anche l’aspetto umano, un rapporto di lavoro e d’amicizia che durava da 11 anni».

Una delle vittorie del belga al Tour, a Pontivy nel 2021. Ci tornerà quest’anno, come pure alla Vuelta
Una delle vittorie del belga al Tour, a Pontivy nel 2021. Ci tornerà quest’anno, come pure alla Vuelta

Il doloroso addio a Borgonjon

Borgonjon è stato per questo lasso di tempo il suo allenatore e Tim gli deve molti dei suoi successi, della sua crescita veemente fino a diventare uno degli sprinter di riferimento. Il tecnico ha scelto di dirigersi verso la Tudor, inquadrandosi nel grandioso progetto messo in piedi da Cancellara e per Merlier tutto è stato messo in discussione: «Non sapevo con chi sostituirlo – ha raccontato, a cose fatte, a Wielerflitscon Erwin avevamo una fiducia reciproca al 100 per cento. Mi conosceva più di quanto mi conosco io».

Poi, mentre Tim era ancora alla ricerca di un nuovo coach, la Soudal ha deciso per lui affiancandogli l’ex direttore tecnico della federazione belga Frederik Broché. Cambiare in corsa non è mai semplice, c’è stata da impostare tutta la stagione e soprattutto la preparazione in tempi ultrarapidi: «Con Frederik cambia molto, in termini di approccio e strategie ma potrebbe essere una scelta molto fruttuosa».

Per Merlier due sole gare di ciclocross quest’anno, ma il corridore di Wortegem ne avrebbe fatte altre (foto Corvos)
Per Merlier due sole gare di ciclocross quest’anno, ma il corridore di Wortegem ne avrebbe fatte altre (foto Corvos)

Che fatica con Iserbyt e Vanthourenhout

Qui entra in scena il discorso ciclocross. Cambiando con così poco tempo, c’è stato da decidere e Broché, che pure è favorevole all’attività invernale, ha dovuto optare per una presenza sporadica, ridotta a due sole gare nel periodo delle feste: «Il ciclocross dà un’intensità più profonda che il puro allenamento su strada e Broché è della mia stessa opinione – ha spiegato a Sporza il campione europeo su strada – la preparazione per l’attività invernale è utile anche per il miglioramento della tecnica di volata perché permette di affinare la guida e mantenere un alto livello di competitività. Avrei fatto altre gare, ma coincidevano con il periodo di preparazione in Spagna e non era il caso di saltarlo o interromperlo».

Eppure Merlier aveva sorpreso a Loenhout, soprattutto in quell’avvio dov’era l’unico a tenere il passo di Van der Poel, anche più di Van Aert andando poi in calando ma chiudendo comunque nono. Molto meglio di quanto aveva preventivato: «Nel ciclocross non t’inventi niente. Le gare belghe sono spesso altalenanti – diceva prima della partenza – e se parti molto indietro non puoi ambire al risultato, vedi quel che è successo a Toon Aerts nelle prime gare. Io non le ho preparate in modo specifico, anzi per dirla tutta ho fatto una sessione di allenamento con Iserbyt e Vanthourenhout, ma è stata troppo dolorosa…».

A Loenhout nella prima parte ha lottato ad armi pari con Van Aert e Van der Poel
A Loenhout nella prima parte ha lottato ad armi pari con Van Aert e Van der Poel

La protesta degli altri big

Intorno al campione della Soudal si era anche creato un vespaio. Merlier aveva paventato infatti l’idea di competere nella prova di Besançon della Coppa del mondo, ma poi aveva deciso di soprassedere per non mettere in difficoltà il cittì De Clercq. Questi avrebbe dovuto fargli avere una wild card, ma dagli altri capisquadra c’era stata un’autentica levata di scudi che aveva minato i già tenui equilibri in seno alla nazionale.

Dicevamo però all’inizio che il dolce viene alla fine. In occasione del media day del team è stato infatti reso noto che Merlier ha prolungato il suo contratto per altri 4 anni: «Fin da quando ero giovanissimo sognavo questo team, quello del Wolfpack e prolungare il contratto per altri due anni significa molto. Ho già vinto molto con questa maglia, potrò farlo anche di più insieme a Bert».

Merlier con Bert Van Lerberghe, amico d’infanzia e suo uomo fidato per le volate
Merlier con Bert Van Lerberghe, amico d’infanzia e suo uomo fidato per le volate

Un uomo solo per il Tour

Bert è Bert Van Lerberghe, che era arrivato con lui e con il quale condivide un’amicizia sin da quando erano bambini: «La nostra intesa si traduce in un forte legame anche in corsa e il fatto che abbiano rinnovato il contratto anche a lui mi dà ancora più fiducia. E’ l’uomo ideale per guidare le mie volate, anzi ho già detto che per il Tour avrò bisogno solo di lui per giocarmi le mie chance di conquistare una tappa».

Già, perché nel programma di Merlier c’è anche la Grande Boucle, insieme alla Vuelta. La sua presenza al Tour era sfumata lo scorso anno perché i tecnici giudicavano impossibile impostare una squadra su due obiettivi, la classifica di Evenepoel e le sue volate. La soluzione proposta dallo stesso Merlier ha dissolto le nubi e quindi alla prossima edizione si lavorerà per fare il meglio in entrambe le direzioni. Prima ci sarà da pensare però alle classiche.

Merlier vanta un ottimo passato nel ciclocross, con ripetuti podi tra il 2013 e il 2018 (foto Corvos)
Merlier vanta un ottimo passato nel ciclocross, con ripetuti podi tra il 2013 e il 2018 (foto Corvos)

Appuntamento a Kuurne

Merlier farà il suo esordio all’AlUla Tour e poi si concentrerà sulle classiche: «Ci riproverò alla Gand-Wevelgem, ma bisogna che i pezzi del puzzle vadano a combinarsi nel dovuto modo, mentre la Roubaix si sa che è legata molto alla fortuna. Per il resto, senza Asgreen e Alaphilippe, il nostro modo di correre le classiche cambierà e saremo di più a poter emergere. Attenzione ad esempio a Lampaert, Vangheluwe e Van Gestel, sono tutti in grado di fare molto bene. E poi c’è Magnier, che per me è come Van Aert, anzi è anche più veloce».

Il belga ha già scelto comunque la gara su cui puntare e la scelta stupisce: «Se devo dirne una, penso alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne perché ha il percorso ideale per me». Poi fa una promessa: «Un giorno farò tutta la stagione del ciclocross, preparandola come si deve. Perché sarà la stagione del mio addio».

Lo chiamano velocista gentile, ma questo Merlier non fa sconti

18.09.2024
6 min
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Domenica sera due uomini ad Hasselt non stavano nella pelle: Sven Vanthourenhout e Tim Merlier. Il tecnico della nazionale belga e il fresco campione europeo hanno visto i loro sogni esauditi. Anche se, rileggendo il film della corsa e dei giorni che l’hanno preceduta, sarebbe più corretto parlare di un piano ben riuscito. Si dubitava della possibile convivenza fra Merlier e Philipsen. E pur con l’assenza di Van Aert caduto alla Vuelta, pochi si erano soffermati sulla presenza in squadra di Jordi Meeus, vincitore lo scoro anno sui Campi Elisi a fine Tour. Invece Vanthourenhout ha realizzato un vero capolavoro. E dopo Wollongong 2022 con Evenepoel e la doppietta olimpica ugualmente con Remco (e il bronzo della crono con Van Aert), si è portato a casa anche il titolo europeo su strada. Quando il prossimo anno cambierà incarico, nessuno potrà rimproverargli di non essere stato un tecnico vincente.

Merlier esulta con la compagna Cameron (figlia di Frank Vandenbroucke) e loro figlio Jules
Merlier esulta con la compagna Cameron (figlia di Frank Vandenbroucke) e loro figlio Jules

Il treno per Philipsen

Contrariamente alle previsioni, il piano del Belgio era quello di dare a Philipsen il vero treno. Merlier invece, che ama muoversi con più libertà, si sarebbe arrangiato con la collaborazione di un solo uomo: Bert Van Lerberghe, suo amico dai tempi della scuola e suo leadout alla Soudal Quick-Step. Raccontano i corridori che all’uscita della riunione tutti erano convinti della scelta. I due velocisti più forti sono tornati nella loro camera d’albergo certi di avere la situazione per loro più confortevole. Pare che Vanthourenhout abbia avuto l’idea già dai giorni della Scheldepriijs, quando Merlier aiutato dal solo Van Lerberghe batté Philipsen che invece aveva schierato il treno della Alpecin.

Come ha raccontato dopo la corsa l’ultimo uomo del vincitore, perché certi finali vadano come si vuole, occorre che tutto prenda la piega giusta. Che il gruppo si apra davanti quando è il momento di lanciarsi e che la bici non abbia problemi di alcun tipo. Hanno raccontato che a Merlier sia caduta la catena ai 400 metri. Di solito per un problema del genere, non si riesce a fare la volata. Invece Tim l’ha fatta e anche forte. A capo di una corsa di 222,8 chilometri (dislivello di 1.261 metri), percorsa in 4 ore 37’09” alla media di 48,234, i dati Strava raccontano di una velocità massima di 72,9 chilometri raggiunta nello sprint.

Nel team belga, Philipsen aveva un treno tutto per sé. Per Merlier, il solo Van Lerberghe
Nel team belga, Philipsen aveva un treno tutto per sé. Per Merlier, il solo Van Lerberghe

La catena di Merlier

Il nuovo campione europeo, che per due volte era già stato campione nazionale, ci ha messo un po’ a capire di aver battuto tutti i velocisti più forti d’Europa. Ha confermato il salto di catena e quindi di non aver potuto fare la volata che aveva in mente. Il tempo di rimetterla su e si è lanciato, scacciando via l’alone di sfortuna che sembrava averlo ammantato nelle ultime settimane.

«Non ho capito bene cosa sia successo né come sia andata la volata – ha raccontato – so che all’improvviso la catena è caduta dal davanti. Ho cercato di farla risalire il più rapidamente possibile e in qualche modo sono riuscito a riprendere velocità. Forse è stata la mia fortuna, altrimenti sarei partito un po’ prima e con quel vento l’avrei pagata. Ho sentito le critiche. Ho lasciato il Renewi Tour per una caduta dopo un solo sprint. Sono caduto di nuovo ad Amburgo. E a quel punto ho pensato di rivolgermi al nostro mental coach, ma non l’ho fatto. Lunedì ho pedalato per quattro ore verso il confine francese, passando da un acquazzone all’altro. E’ andata meglio mercoledì e giovedì, con l’aiuto di Mario De Clercq che mi ha fatto allenare dietro moto. Sono arrivato al via con parecchia pressione addosso, è stato così per tutti».

Merlier a terra con Groenewegen nella prima tappa del Renewi Tour. Si ritirerà l’indomani dopo la crono
Merlier a terra con Groenewegen nella prima tappa del Renewi Tour. Si ritirerà l’indomani dopo la crono

Il ruolo di Van der Poel

Ai media piace così, a quelli belgi poi in maniera particolare. E questo ha fatto sì che i primi chilometri non siano stati esaltanti per Merlier, che pure un po’ da solo nella squadra deve essersi sentito. Nel gruppo davanti Mathieu Van der Poel, grande amico e compagno di squadra di Philipsen, faceva il diavolo a quattro. Correva per sé, per Kooij o per il compagno di squadra? E mentre per le prime due ore Merlier non ha avuto sensazioni eccezionali, quando la corsa si è infilata nel primo tratto di pavé, lo scenario è cambiato.

«Dicono spesso che per battere Merlier – ha raccontato – bisogna rendere la gara dura. In realtà di solito dopo le gare impegnative faccio delle belle volate, si è visto anche al Giro d’Italia. E ho capito che forse le cose stavano cambiando quando nel tratto di pavé di Manshoven ho bucato e ho trovato subito un uomo della nazionale con la ruota pronta. Solo dopo mi hanno detto che era Carlo Bomans (ex pro’ ed ex tecnico della nazionale, ndr). Nel giro precedente avevo visto che in quel punto c’era qualcuno con la felpa della nazionale. E dire che non foro quasi mai. Ho pensato che la sfortuna stesse per ricominciare e invece domenica se l’è presa con qualcun altro».

Ad Hasselt sotto il podio una folla oceanica: la vittoria di un corridore di casa ha fatto esplodere la festa
Ad Hasselt sotto il podio una folla oceanica: la vittoria di un corridore di casa ha fatto esplodere la festa

Il ciclismo che cambia

Ed è stato così che il velocista gentile ha marcato un bel punto a suo favore. Probabilmente questo non farà cambiare la considerazione generale nei suoi confronti, ma certo resta un bel punto a suo favore. 

«Sono un corridore cresciuto per gradi – ha raccontato – e forse sto crescendo ancora. Alcuni non mi considerano al livello dei migliori e noto che se non vieni elogiato dai media, sei destinato a rimanere piccolo. Io posso solo rispondere con i risultati. Il ciclismo è cambiato tanto negli ultimi dieci anni e a volte vedo juniores che lavorano più di quanto faccia io da professionista esperto a tempo pieno. Il livello delle gare è ogni anno più alto. Lo vedi dai numeri, dalle velocità in gara e quelle degli sprint. Guardate anche lo sprint di Hasselt. A 400 metri dal traguardo eravamo tutti lì, larghi quanto la strada, mentre una volta a quel punto della corsa c’era solo chi avrebbe fatto lo sprint. Per questo i tempi di lancio e posizionamento sono ancora più importanti. C’è sempre meno spazio e tanti fattori giocano un ruolo che può fare la differenza tra vincere o perdere».

Una foratura sul pavé, poi il salto di catena, ma alla fine Merlier e la sua bici ce l’hanno fatta
Una foratura sul pavé, poi il salto di catena, ma alla fine Merlier e la sua bici ce l’hanno fatta

Merlier è fatto così. La gentilezza, che a volte gli viene appuntata addosso quasi come un limite, fa parte di un modo di essere di cui va fiero. Nel confronto con gli altri sprinter forse paga in termini di immagine, ma di questa diversità si fa un vanto.

Il 2024 gli ha portato finora 15 vittorie e una maglia che potrà indossare ogni santo giorno sino al prossimo anno. Nessuna rivendicazione, salvo rispedire al mittente i dubbi di quanti credevano che il Belgio sarebbe tornato a casa con le ossa rotte. A lui sono bastati una chance e un solo compagno al fianco. Ma non era scontato che bastassero.

L’abbondanza del Belgio ci ricorda Zolder 2002. Parola a Petacchi

01.09.2024
6 min
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Con Alessandro Petacchi vogliamo fare un viaggio nell’abbondanza tecnica del Belgio. Quell’abbondanza di cui già vi avevamo parlato in vista del campionato europeo, quando nel mazzo erano finiti Tim Merlier e Jasper Philipsen, i due velocisti “di Bruxulles”… Il tutto senza contare un certo Wout Van Aert. Giusto qualche giorno fa, Sven Vanthourenhout, il commissario tecnico belga, ha diramato le convocazioni. Ebbene ci sono tutti e tre. Come farà a metterli d’accordo?

Questa vicenda, e forse anche il luogo dove si disputerà l’europeo, cioè nel Limburgo, ricordano un po’ il famoso mondiale di Zolder 2002, con Mario Cipollini capitano e una serie di uomini tutti attorno a lui, tra i quali Alessandro Petacchi.

Il tecnico del Belgio, Sven Vanthourenhout, durante la proclamazione dei convocati: «Una nazionale difficilissima da fare» (foto Photonews)
Il tecnico del Belgio, Sven Vanthourenhout, durante la proclamazione dei convocati: «Una nazionale difficilissima da fare» (foto Photonews)
Alessandro, dicevamo dei problemi di abbondanza per il Belgio. Lefevere diceva di schierarli entrambi, per esempio…

Con due velocisti più Van Aert non è una cosa semplice per Vanthourenhout. Ovvio che Lefevere vorrebbe il suo atleta in corsa ed è normale che abbia spinto per quello. Ma Philipsen viene dal Tour, dove ha vinto, mentre Merlier ha ripreso adesso a correre. Tim veniva dal Giro d’Italia, dove aveva vinto anche lui. Sono la squadra super favorita. Hanno anche Van Aert che sta andando molto forte alla Vuelta e magari alla fine sarà lui il capitano del Belgio.

Perché?

Perché il percorso è veloce, ma presenta anche qualche piccola difficoltà e poi c’è anche del pavè. Per me non è così facile. Loro dovranno tenere la corsa, e con due uomini veloci più Van Aert, dovranno farlo in cinque.

Uno dei quali è Jordi Meeus, che in pratica è un velocista aggiunto…

A questo punto, fossi stato il cittì del Belgio, avrei portato un velocista in meno e un uomo in più da far lavorare.

Dopo aver vinto al rientro in gara al Polonia, pochi giorni fa Merlier (a destra) è caduto al Renewi Tour
Dopo aver vinto al rientro in gara al Polonia, pochi giorni fa Merlier (a destra) è caduto al Renewi Tour
Merlier e Philipsen sono compatibili? Ed eventualmente come potrebbero convivere?

La vedo difficile. Se gli chiedi di fare l’europeo o il mondiale, entrambi ti dicono di sì. Ma sono rivali prima di tutto. Il discorso è un po’ diverso da quello che fu tra me e Cipollini all’epoca. Primo, lui era già Cipollini, in più quell’anno aveva vinto la Sanremo, la Gand… dava più garanzie per certe corse e certe distanze rispetto a me. Philipsen e Merlier sostanzialmente sono sullo stesso livello, stanno vincendo adesso in questa fase di carriera. Io credo che Vanthourenhout abbia già scelto il leader, tra i due.

Chi è?

Credo abbia scelto sulla base di quanto ha visto quest’anno e quindi Philipsen (che ha vinto anche ieri, ndr). In primis, per il secondo in una corsa lunga e dura come la Roubaix, poi per la Sanremo. Jasper ha dimostrato che dopo 250-300 chilometri il suo sprint non perde troppa potenza. Sono vittorie di un altro livello rispetto a quelle di Merlier, danno più garanzie. 

Merlier non potrebbe fare l’apripista?

Meglio uno Stuyven allora (che non è stato convocato, ndr) che è più forte e ha dimostrato di saperlo fare. Lo abbiamo visto al Giro con Milan. Merlier non so com’è in questo ruolo. Magari è bravissimo, ma ribadisco che sono rivali e che tutto sommato stanno vivendo una carriera parallela. 

Chiaro…

Sarebbe davvero brutto in un europeo, per di più in Belgio, vedere due atleti della stessa nazione disputare lo sprint. L’unica cosa che al massimo potrebbero fare è essere super onesti e ad un certo punto della corsa chi dei due non è super, decide di mettersi a disposizione dell’altro. Ma se fossi nei loro panni, direi di no.

Anche Philipsen è tornato in gara dopo il Tour. Qui è battuto da Milan, ma sta già ritrovando la sua brillantezza
Anche Philipsen è tornato in gara dopo il Tour. Qui è battuto da Milan, ma sta già ritrovando la sua brillantezza
Facciamo un passo indietro, Alessandro: Zolder 2002. Situazione vagamente simile. Anche quella volta c’erano tre velocisti: tu, Lombardi e Cipollini…

Lombardi era lì perché era l’ultimo uomo di Mario e non perché fosse un velocista. Io ero lì perché ero andato bene in primavera e al Giro. Nella prima parte di stagione Cipollini lo avevo anche battuto, ma come detto, lui aveva inanellato una serie importante di vittorie e sarei andato per aiutare. Ero adatto a quel percorso. Già se fosse stato l’anno dopo, il 2003, probabilmente non avrei accettato.

Comprensibile…

Quella era una squadra forte con un solo unico leader ed un obiettivo e non poteva non andare così. Abbiamo preso in mano la corsa sin da subito. Non ci sono mai stati rivali in campo, abbiamo fatto e gestito noi azzurri tutta la gara. Quella nazionale era fortissima per quel tipo di percorso.

Che lavoro fece Ballerini? Ricordiamo anche di qualche polemica che girava prima del mondiale: qualcuno metteva in dubbio che avresti rispettato i ruoli…

So bene a cosa vi riferite. Tutto nacque da Giancarlo Ferretti, mio diesse alla Fassa Bortolo, che un po’ spingeva per me e un po’ non amava molto Cipollini. Fece delle dichiarazioni e i giornalisti iniziarono a parlare di questa cosa. E io rischiai persino di fare la riserva! Al mondiale ero in camera con Bramati, corridore importante, esperto e uomo fidato di Ballerini. Ogni sera in hotel, mi parlava un’ora, un’ora e mezza della corsa. Voleva fare gruppo, sincerarsi che stessi ai patti e che accettassi il lavoro da fare… Ma non ce n’era bisogno. Io non dissi mai di non essere d’accordo.

Che storie!

Solo il venerdì sera ebbi un incontro da solo con Ballerini. Gli risposi che se fossi venuto per fare la mia corsa con Cipollini in squadra, me ne sarei stato a casa. Gli dissi che poteva contare su di me, che mi sarei messo a disposizione. Poi è chiaro che se Mario avesse avuto dei problemi, se fosse caduto, a quel punto si sarebbe corso per me.

Ballerini e Petacchi a colloquio. Ma nel mondiale di Zolder per il Peta non ci sarebbe neanche stato bisogno di parlare
Ballerini e Petacchi a colloquio. Ma nel mondiale di Zolder per il Peta non ci sarebbe neanche stato bisogno di parlare
Il che era anche scontato…

Fare quel mondiale sarebbe stata comunque un’occasione, anche se avessi lavorato per lui. Se fossi rimasto a casa perché volevo essere io il leader quell’occasione non l’avrei avuta a prescindere. Quindi diedi la mia parola a Ballerini e la mantenni.

E tirasti anche forte nel finale. Dai 750 metri…

Diciamo dal chilometro e cento – interrompe con fermezza e orgoglio Petacchi – ai 350 metri (qui il video dei 1.500 metri finali, ndr). Davanti a me infatti ci sarebbe dovuto essere Bettini. Ma Paolo rimase intruppato in un contatto con Freire e non riuscì a risalire. Per non rallentare il treno entrai subito in scena io e tirai il più possibile. Fu una situazione complicata. Se mi fossi spostato prima non sarebbe stato uno scandalo.

Già fare 400 metri al vento in quelle situazioni è qualcosa di mostruoso. Figuriamoci 700 metri…

Avrei poi lasciato lungo Lombardi e magari Cipollini non avrebbe vinto. A quel punto immaginate che discussioni che sarebbero emerse. “Petacchi non si è tirato indietro, non ha fatto lui la volata, ma ha cercato di fargliela perdere”. Per questo dico che tra Merlier e Philipsen non sarà facile.

Belgio al bivio: agli europei con Merlier o Philipsen?

26.08.2024
5 min
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Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Alfredo Martini, eppure c’è chi in Belgio avrebbe bisogno della sua arte e della sua saggezza. Per fare la squadra da schierare ai prossimi campionati europei e mettere d’accordo Philipsen e Merlier (i due sono insieme a Matthews nell’apertura) sarebbe davvero preziosa la capacità di sintesi di chi ha schierato Moser con Saronni. Oppure Bugno, Fondriest e Argentin. Ma Alfredo non c’è più e per Sven Vantohurenhout la scelta si prospetta come una bella gatta da pelare. Al punto da avergli fatto dichiarare di trovarsi nel momento più difficile della carriera.

L’ultimo capolavoro di Vanthourenhout (il terzo da destra) è stato l’oro olimpico di Evenepoel (photonews.be)
L’ultimo capolavoro di Vanthourenhout (il terzo da destra) è stato l’oro olimpico di Evenepoel (photonews.be)

La provocazione di Lefevere

A rendergli il compito ancor più scomodo ci si è messo Patrick Lefevere, manager di Merlier alla Soudal-Quick Step. Dopo aver lodato le capacità del tecnico, il vecchio belga si è detto certo che agli europei Vantohurenhout porterà il suo corridore. Perché a suo dire lo merita più dell’altro. Perché è vero che Philipsen ha vinto tre tappe al Tour, cui Merlier (che ne ha vinte 3 al Giro) non ha partecipato dovendo lasciare spazio a Evenepoel, ma lo avrebbe fatto solo grazie a Van der Poel.

«Spero che alla base di questa scelta – ha detto – non ci siano giochi politici. So che i corridori stessi non ne sono entusiasti, ma se fossi il tecnico della nazionale, selezionerei sia Merlier che Philipsen, perché entrambi possono fare la propria corsa. In una gara a tappe, una squadra con due velocisti non è mai una buona idea, ma i campionati europei durano un giorno. A volte la scelta migliore è non fare una scelta».

Nel 2002 il capolavoro di Ballerini fu vincere il mondiale con Cipollini mettendo al suo servizio Petacchi
Nel 2002 il capolavoro di Ballerini fu vincere il mondiale con Cipollini mettendo al suo servizio Petacchi

Come a Zolder 2002

In realtà ci sarebbe bisogno anche di Franco Ballerini. Il cittì toscano, che in quei giorni aveva comunque Martini al fianco, si trovò a fare la squadra per i mondiali di Zolder. La zona è la stessa e anche il percorso è simile: 222 chilometri con appena 1.273 metri di dislivello. E quella volta, Ballero per tirare la volata a Cipollini portò Petacchi e Lombardi, con il giovane Bennati come riserva. Ci fu una sorta di patto d’onore fra gli azzurri e tutto funzionò alla perfezione. I belgi saranno in grado di fare lo stesso?

«Ogni giorno rispondo al telefono e sono in contatto con i corridori – dice Vanthourenhout – voglio dare presto la squadra. In realtà guardiamo tutti a quei due nomi, ma la rosa è parecchio più ampia. Abbiamo anche Meeus, Thijssen, Van Aert o De Lie. Ci sono tanti bravi velocisti in questo momento. Ma certo, se parliamo di velocisti puri di altissima qualità, torniamo a Philipsen e Merlier. Se ci sarà da lasciarne a casa uno, sarà molto importante comunicare chiaramente il motivo per cui ho preso la decisione. Ma con Jasper e Tim è una cosa molto difficile. Non ci sono argomenti a favore di uno sull’altro».

La variabile Van Aert

Il discorso porta nella stessa direzione indicata da Lefevere, a patto però che alla fine entrambi convergano su una sola volata e non su due sprint paralleli. La soluzione potrebbe gettare nello scompiglio gli avversari, ma potrebbe anche sgretolare la forza della squadra belga.

«Stiamo valutando se è possibile averli entrambi», spiega Vantohurenhout, che ha già gestito la convivenza di Evenepoel con Van Aert a Wollongong e Parigi. «Tuttavia il mio punto di vista è sempre stato che una squadra con due velocisti sia molto difficile da guidare. Tim e Jasper conoscono la mia posizione».

I due hanno corso insieme nel 2021 e 2022 e gli capitava spesso di partecipare alle stesse corse, però allora Merlier era il velocista già affermato e Philipsen il giovane che spingeva per uscire. Ora i due sono quantomeno alla pari, salvo che nel frattempo Philipsen ha vinto la Sanremo ed è arrivato secondo alla Roubaix.

L’attuale Van Aert della Vuelta potrebbe essereun autorevole candidato al ruolo di leader agli europei
L’attuale Van Aert della Vuelta potrebbe essereun autorevole candidato al ruolo di leader agli europei

«So che potrebbero farlo – annota Vantohurenhout – ma alla fine sarò sempre io che prendo la decisione: li ascolterò e poi seguirò il mio istinto. Se non dovesse finire bene, starà a me renderne conto. E se poi Van Aert dovesse dire di voler partecipare, le cose saranno ancora più complesse, perché a quel punto non è detto che servano entrambi i velocisti. Non è che perché uno fa sempre e solo le volate, in nazionale non possa fare qualcosa di diverso. Comunque a breve arriverà la squadra. Non penso sia colpa mia, al momento però abbiamo un’abbondanza enorme di corridori con le stesse caratteristiche. E’ un enigma difficile da risolvere, ma questa settimana vorrei sciogliere gli ultimi nodi».

Sbaragli, l’obiettivo tricolore e le sfide fra Philipsen e Merlier

22.06.2024
7 min
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Storie di campionati nazionali e strani incroci. Domani sul traguardo di Sesto Fiorentino conosceremo il successore di Velasco, mentre in Belgio sarà Zottegem a salutare l’erede di Evenepoel. Storie di campionati nazionali e strani incroci. Lo scorso anno sul traguardo di Comano Terme, proprio alle spalle di Velasco e Lorenzo Rota, Kristian Sbaragli ottenne il miglior risultato degli ultimi mesi: terzo. Poi partecipò al mondiale di Glasgow e dopo quattro anni di onorato servizio scoprì di doversi trovare una squadra. La Alpecin-Deceuninck non lo avrebbe tenuto e approdò così al Team Corratec: il campionato italiano di domani potrebbe essere il modo di affacciarsi su un palcoscenico più prestigioso.

Contemporaneamente in Belgio due suoi ex compagni di squadra della Alpecin si troveranno contrapposti dopo una settimana di schiaffoni dati e presi al Baloise Belgium Tour. Merlier e Philipsen, due tappe per il primo e una per il secondo, a tenere viva una rivalità iniziata quando già condividevano maglia e datore di lavoro. Chi meglio di Sbaragli può farci da guida in questo intreccio di storie e nomi? Caso curioso per un tricolore che si assegnerà sulle strade toscane, il favorito numero uno sarà uno dei suoi migliori amici – Alberto Bettiol – con cui ha diviso a lungo allenamenti e sogni (i due sono insieme nella foto di apertura alla Grosser Preis des Kantons Aargau, vinta il 7 giugno da Van Gils con Bettiol al secondo posto).

Kristian è rientrato da poco dall’allenamento, domani (oggi, per chi legge) farà appena una sgambata e poi aspetterà la corsa. Sulla Toscana, come già a Grosseto per le crono, grava un cielo grigio e pesante che sa di caldo, anche se le previsioni per domenica danno anche la possibilità che piova.

Il podio al tricolore del 2023 fu per Sbaragli il lancio verso la convocazione per i mondiali di Glasgow
Il podio al tricolore del 2023 fu per Sbaragli il lancio verso la convocazione per i mondiali di Glasgow
Come arrivi al campionato italiano?

In modo un po’ diverso, perché non avendo fatto il Giro, magari c’è un po’ di base in meno. Però ho fatto diverse corse, come periodo in generale ho lavorato abbastanza bene per arrivare competitivo al campionato italiano, che è un obiettivo importante della stagione.

Il fatto di conoscere le strade e che si corra vicino casa dà qualche vantaggio?

Alla fine realmente cambia poco. Penso che le strade le avranno viste tutti: quelli che hanno già corso la Per Sempre Alfredo conoscono la salita e la discesa. Faremo cinque giri del circuito, avranno tempo di prendergli le misure, non è una gara in linea in cui ti puoi inventare qualcosa. Naturalmente però correre vicino a casa è uno stimolo in più, è il primo campionato italiano che mi capita di fare in Toscana.

Fare bene l’italiano può essere il modo di dare una svolta e un rilancio alla carriera?

Sicuramente. Penso che oggettivamente ci sono tanti corridori che stanno andando forte, che magari alla partenza sono più favoriti di noi. Però faremo il massimo e l’obiettivo è sempre uno: è un obiettivo importante.

Nel 2023 Sbaragli ha corso il mondiale di Glasgow: è andato in fuga e alla fine ha chiuso al 34° posto
Nel 2023 Sbaragli ha corso il mondiale di Glasgow: è andato in fuga e alla fine ha chiuso al 34° posto
La cosa singolare è che uno dei favoriti potrebbe essere il tuo “amicone” Bettiol…

Alla fine, se si vanno a vedere i risultati e la condizione attuale dei corridori, penso che Alberto sulla carta sia il favorito numero uno. Farà una bella corsa, per cui domenica sera si tirerà una riga e vedremo come è andata.

Negli anni scorsi facevi classiche, Giro oppure Tour: cosa ti pare di questa stagione lontano dalle luci della ribalta?

E’ un po’ diverso. E’ un ambiente più tranquillo, c’è meno stress dal punto di vista del risultato in sé per sé. Come in tutte le cose, ci sono lati positivi e lati leggermente più negativi. Non essere invitati al Giro d’Italia è stata una delusione che ha cambiato i piani nella prima parte di stagione. Mi sono trovato a fare delle gare che non conoscevo, però a livello di performance sono abbastanza soddisfatto, anche se a livello di risultati non abbiamo raccolto tanto. Però c’è ancora una bella fetta di stagione, quindi penso che ci sia la possibilità di rifarsi.

Invece cosa puoi dire dei tuoi ex colleghi: andavano d’accordo quando correvano insieme?

Diciamo che la rivalità interna c’è stata al Tour del 2021. Eravamo lì con una squadra per le volate, anche se poi abbiamo tenuto la maglia gialla per la prima settimana con Mathieu. Mi pare che la prima volata la vinse Merlier e Philipsen fece secondo. Jasper ha sei anni di meno e doveva ancora diventare quello che è oggi. Per noi il velocista di riferimento era Tim e quindi oggettivamente c’era un po’ di sana rivalità.

Philipsen faceva l’ultimo uomo di Merler?

Era un vincente, forse quel ruolo gli stava stretto. Quando Tim vinse la prima volata, i ruoli rimasero quelli, fino a che Merlier finì fuori tempo massimo e dovette tornare a casa. Per cui nella seconda parte del Tour fu Philipsen a fare le volate. Fece un paio di podi (arrivò due volte terzo e poi secondo a Parigi dietro Van Aert, ndr) e non riuscì a vincere, infatti mi ricordo era un po’ deluso. Invece nel 2022 si è rifatto bene e l’anno scorso ancora di più.

Quindi era prevedibile che nel 2023 Merlier andasse via?

Sì, oggettivamente, anche vista dall’interno, era un po’ prevedibile. In tutti i team, è molto difficile tenere due corridori con le stesse caratteristiche. Magari se c’è uno scalatore o un velocista, anche se non hai un budget altissimo, si trova spesso la possibilità di tenerli. Invece due corridori con le stesse caratteristiche sono proprio un problema. Anche se non fosse un fatto economico, potrebbe diventare un problema di calendari, perché alla fine noi eravamo una squadra basata sulle gare d’un giorno e sulle tappe. Non avevamo corridori da classifica, quindi alla fine le occasioni sono quelle. E se hai due leader, è difficile che la convivenza sia possibile. Per cui alla fine fu presa una decisione.

Al Giro del Belgio se le sono suonate di santa ragione, secondo te fra loro c’è una sana rivalità o un po’ di veleno?

Non credo ci sia veleno, penso più a una bella rivalità. Anche perché soprattutto Tim è una persona veramente tranquilla, pacifica. E’ difficile discuterci, è veramente super rilassato e comunque anche al Giro d’Italia ha dimostrato di essere competitivo e sono contento anche per lui. Si portava dietro la fama di quello che non riusciva a finire i Grandi Giri, invece quest’anno ha vinto bene all’inizio e ha vinto bene anche la tappa di Roma. Penso che per lui sia stata una vera soddisfazione.

Può aver inciso nella scelta il fatto che Philipsen sia così amico di Van der Poel?

Quelle sono cose un po’ più personali. Credo che le scelte vengano fatte al 99 per cento sull’aspetto tecnico e poi sul resto. Quindi immagino sia stato solo valutato quello che Jasper poteva portare di più alla squadra e con il senno di poi, penso che ci abbiano guadagnato entrambi. Quindi alla fine, tutti contenti…

Per il giorno di vigilia (oggi) sgambatina oppure riposo?

Sgambatina. Un’oretta e mezza, due al massimo. Tranquillo. E’ il giorno prima della gara, per fare fatica ci sarà tempo domenica.