Si riparte. Azzeri il contachilometri. Infili la nuova maglia e cominci a guardare avanti. Così Francesco Lamon, campione olimpico di Tokyo nel quartetto ha resettato tutto e sta concludendo il ritiro con la Arvedi. Chiuderanno domani, poi si sposteranno a Montichiari per qualche giornata in pista. Il velodromo ha riaperto ed è stato come tornare a casa.
«Ma in realtà – sorride il veneziano – col fatto che il primo appuntamento in pista sarà a Glasgow per fine aprile, avere la pista chiusa e privilegiare il lavoro su strada è venuto anche bene. Abbiamo fatto un bell’inverno, con i ritiri fra Spagna, Canarie e Sicilia. Sarei dovuto partire a correre alla Vuelta San Juan in Argentina, che sarebbe stata utile per il caldo. Invece comincerò con la San Geo. In attesa di capire se Villa mi convocherà per qualche corsa in maglia azzurra, cercherò di fare più corse possibili su strada con la squadra».
Indossatore per Emotion Energy, linea di abbigliamento delle Fiamme Azzurre (foto Instagram)Indossatore per Emotion Energy, linea di abbigliamento delle Fiamme Azzurre (foto Instagram)
La Arvedi si è scissa dalla Biesse…
E adesso siamo quasi tutti ragazzi, anche i giovani, con esperienza in pista. Il direttore sportivo è Casadei e alla base c’è l’accordo con Villa. Gli sponsor tecnici sono gli stessi della Federazione. E’ una bella situazione, così come sono molto contento di come sta andando con le Fiamme Azzurre.
Ti hanno festeggiato dopo le Olimpiadi?
Sono con loro dal 2018 e l’oro di Tokyo è stata la prima vittoria olimpica, per cui erano e sono contentissimi. Alcuni li ho trovati all’aeroporto quando sono arrivato, davvero una splendida situazione.
Dopo un oro olimpico come si fa a resettare tutto?
Pensando ai prossimi obiettivi. La prima cosa sarà fare dei bei punti per la qualificazione di Parigi 2024. La prima occasione saranno gli europei e sarà bene qualificarsi presto in modo da essere tranquilli come prima di Tokyo.
Quattro chiacchiere fra Ganna e Lamon ai mondiali di Roubaix Quattro chiacchiere fra Ganna e Lamon ai mondiali di Roubaix
E’ cambiato qualcosa per te sul piano tecnico?
La posizione in bici è sempre quella, invece ho lavorato tanto di più sulla resistenza, che è quel che un po’ mi mancava. I tanti lavori fatti su strada sono certo che daranno i loro frutti anche in pista.
Sei stato finora il lanciatore del quartetto, pensi che sarà per sempre il tuo ruolo?
Non so dirlo, ci sta che emerga qualche giovane più forte. Non dirò mai che è il mio ruolo e basta. L’obiettivo è riconfermarmi al miglior livello, sapendo che il gruppo ha fiducia in me.
Chi potrebbe portarti via il posto?
Ci sono giovani che crescono e lo stesso Milan al mondiale ha dimostrato di essere tagliato per quel lavoro, anche se i tempi fatti sono stati diversi. So che per caratteristiche è un ruolo che mi appartiene.
Dice Consonni che ogni volta in pista è guerra per tenere il punto…
Dice così perché di base siamo… ignoranti e ci piace scherzare anche facendo tempi sempre migliori. Ma di certo quando ci giocavamo un posto per Tokyo, non ci siamo mai risparmiati. Fra atleti la voglia di dimostrare il proprio valore deve esserci.
Francesco Lamon, l’uomo delle partenza: un ruolo delicatissimoFrancesco Lamon, l’uomo delle partenza: un ruolo delicatissimo
Com’è stato andare in ritiro con le ragazze?
Alla fine siamo sempre quelli di quando andiamo alle gare. E a guardare il mondo fuori, eravamo gli unici con i due blocchi così distinti. Credo si possa lavorare bene, si percepisce che il gruppo è già ben amalgamato.
Pensi che avere solo tre anni prima di Parigi inciderà in qualche modo?
Avere davanti un anno in meno non cambia tanto, preferisco semmai pensare che abbiamo avuto un anno in più per costruire il nostro oro.
Jonathan Milan chiude l'anno in Cina vincendo e saluta il Team Bahrain. Tre anni di progressi e risultati, fino a diventare grande. Lo aspetta la Lidl-Trek
Allenare due fratelli non capita sempre. A volte può avere dei vantaggi, a volte degli svantaggi, ma una cosa è certa, un piccolo paragone è impossibile non farlo e infatti noi lo abbiamo fatto! Con Andrea Fusaz ci siamo “impicciati” dei fatti di Jonathan e Matteo Milan.
I friulani sono entrambi molto giovani. Il più “vecchio” è Jonathan, che è un classe 2000, mentre Matteo è un classe 2003 addirittura. Entrambi sono allenati dallo stesso Fusaz del CTF Lab.
I due non escono troppo spesso insieme, soprattutto d’inverno. Jonathan magari esce al mattino, mentre Matteo, che va ancora a scuola, esce il pomeriggio. Senza contare che il fratello maggiore è molto spesso fuori tra gare, pista, ritiri… Però d’estate le uscite insieme non mancano e a quanto pare sono anche divertenti. Lo stesso Jonathan ci ha detto che la volatina al cartello, o il forcing per il GPM non mancano e che gli piace molto uscire con Matteo.
Matteo (a sinistra) e Jonathan non escono spesso insieme, ma quando lo fanno si divertono ancheMatteo (a sinistra) e Jonathan non escono spesso insieme, ma quando lo fanno si divertono anche
Andrea, il papà di Milan, Flavio, ci ha detto che per certi aspetti Matteo è anche più scaltro di Jonathan… Tu cosa ne dici?
Dico che ha ragione Flavio! Jonathan quando è arrivato da noi era più acerbo, mentre Matteo è più maturo. Alla sua età sa già un po’ di più quel che vuole. Probabilmente anche perché il fratello gli ha aperto la strada e lui ha preso spunto. Come molti di noi sanno, Jonathan ha un po’ la testa fra le nuvole, complice il fatto che le cose gli vengono facili. Però qualsiasi cosa chiedi a questo ragazzo lui la fa e dà il massimo. Matteo invece mi sembra già più mentalizzato.
E invece a livello fisico, che differenze ci sono?
Sono entrambi abbastanza alti e potenti. Jonathan forse quando l’ho visto la prima volta era un po’ più magro. Però va detto che questo ragazzo in pratica è arrivato ai dilettanti come fosse un allievo, non si era mai allenato sostanzialmente. Matteo invece si vede che è stato già più seguito. Jonathan è un passista più veloce, Matteo invece è un passista più resistente e ha un po’ di massa da perdere.
Papà Flavio sostiene che Jonathan può tenere su salite fino a 4 chilometri…
Più o meno sì, però molto dipende anche dal tipo di salita. Quattro chilometri al 10% di pendenza non sono pochi. Se non sono troppo dure e durano fino ad un massimo di 8′-10′ un corridore come Jonathan può essere molto “fastidioso” e non facile da staccare.
i due fratelli sono molto veloci. Ecco Jonathan dominare una volata di gruppo…
Mentre Matteo ha vinto su un gruppetto a ranghi ridotti
i due fratelli sono molto veloci. Ecco Jonathan dominare una volata di gruppo…
Mentre Matteo ha vinto su un gruppetto a ranghi ridotti
E Matteo?
Ha molto margine, non solo per quanto riguarda la salita. Matteo va scoperto. In linea di massima è un passista ma bisogna vedere col peso come evolverà nel tempo e anche che spazio si ritaglierà all’interno della categoria under 23. Di sicuro lui è più resistente sulle salite anche un po’ più lunghe e dure, ma, ripeto, bisognerà vedere come si svilupperà la sua potenza.
Che rapporto hanno i due giovani Milan con il lavoro? Ce ne sono alcuni che patiscono di più?
Direi nessun problema particolare per entrambi, chiaramente anche loro hanno le giornate no nelle quali chiedono “pietà”. Però si affidano al 100% e semmai si parla dopo delle difficoltà nei vari esercizi.
E appunto quali possono essere queste difficoltà?
Beh, Jonathan è passato professionista in un momento molto delicato, in pieno covid e non è stato facile. Più che di lui per me a volte c’è un problema generazionale che riguarda i giovani ed è la motivazione. Non è che non si impegnino, ma non hanno la “linea d’arrivo stampata davanti agli occhi”. Bisogna sempre ricordargli le cose. Posto poi che se come Flavio hai due figli così lo devi incorniciare! Oltre che forti fisicamente, Jonathan e Matteo hanno una buona famiglia che li ha cresciuti con i giusti valori. E non è poco.
Jonathan Milan in allenamento sulle strade di casa con la maglia del CTF, dove quest’anno è approdato MatteoJonathan Milan in allenamento sulle strade di casa con la maglia del CTF, dove quest’anno è approdato Matteo
È vero, la sensazione è che i ragazzi, anzi i ragazzini, di oggi facciano fatica ad individuare le loro mete… Anche se però, per certi aspetti, l’essere così distaccato di Jonathan è un punto di forza. Lui stesso ci dice chiaramente: «La preparazione non è un mio pensiero. C’è chi ci pensa per me e chi lo fa ne sa più di me. Io mi affido al loro».
Infatti Jonathan non mi da problemi. Se gli dico cosa deve fare lui lo fa. Raramente obietta. Una volta gli dissi che doveva fare un allenamento con la “catena sempre in tiro”. Un allenamento abbastanza corto ai 280 watt medi, che per lui non è un granché. E mi ribattè: Andrea, ma come faccio? Gli dissi che bastava si mettesse a 35 all’ora per un’ora e mezza e avrebbe fatto l’allenamento richiesto. Ebbene, mi mandò il file della seduta e fece un’ora e 20 minuti a 310 watt medi. Mi disse che non sentiva niente e così aveva ritenuto di aumentare un po’.
Che bei “problemi” ha Jonathan! E Matteo invece?
Matteo sinceramente è molto poco che lo alleniamo. A sensazione soffre un po’ di più gli sforzi più brevi e intensi, le ripetute secche da pistard, tipo le serie da 4×1′ a tutta. Però come ho già detto mi sembra più avanti di Jonathan alla sua età anche perché con la squadra da juniores ha lavorato sicuramente di più del fratello.
La prima volta che incontrammo Jonathan Milan era alla fine del 2019 e il gigante di Buja si era recato con suo nonno presso la sede del CTF Lab per mettere a punto la posizione. Villa lo aveva notato in pista e lo aveva convocato per un ritiro. Solo dopo qualche ora, parlando con il diesse Renzo Boscolo, facemmo il collegamento tra quel cognome e un corridore friulano classe 1969 che quasi trent’anni prima avevamo visto passare professionista con l’Amore e Vita. Era l’estate del 1992 e scaduto il blocco olimpico quasi 40 dilettanti italiani si riversarono tra i professionisti.
«Solo una decina di loro tenne banco – racconta Flavio Milan – i più, fra cui anche io, smisero nel giro di un paio di stagioni. In quegli anni era così, non eravamo poi così maturi per passare. E io in casa non avevo nessuno per consigliarmi, a parte mio padre che aveva imparato da sé. Per i miei figli è stato diverso. Avere in famiglia uno che ha corso fa una bella differenza».
Flavio Milan passò professionista nell’estate del 1992 (foto Amore & Vita)Flavio Milan passò professionista nell’estate del 1992 (foto Amore & Vita)
Flavio Milan, classe 1969
Flavio Milan è il padre di Jonathan e Matteo, figlio di quel nonno che tre anni fa accompagnò l’altissimo nipote biondo. Da dilettante in tre anni, Flavio vinse le internazionali più belle. Il Buffoni e il Belvedere, il Trofeo Zssdi e l’Astico-Brenta, il Trofeo Del Rosso e una tappa del Val d’Aosta, una tappa alla Settimana Bergamasca e il Trofeo De Gasperi. Se non avesse avuto davanti nomi come Bartoli e Casagrande, Pantani, Casartelli e Belli, probabilmente avrebbe meritato spazio in una squadra più grande.
I figli hanno seguito le sue orme – uno già professionista al Team Bahrain Victorious e campione olimpico e mondiale, l’altro U23 di primo anno al CT Friuli – anche se all’inizio lui fece di tutto perché provassero altro.
Un panino durante l’allenamento e poi si riparte: a sinistra Matteo, a destra JonathanUn panino durante l’allenamento e poi si riparte: a sinistra Matteo, a destra Jonathan
Li mettesti tu in bicicletta?
Le ho provate tutte perché si dedicassero ad altro. Jonathan ha fatto tennis, nuoto, judo e basket, però si vedeva che non fosse contento. Idem suo fratello Matteo. Finché ci trovammo con un amico, Marco Zontone con cui correvo fra gli amatori, e fondammo la Jam’s Bike TeamBuja, smettendo a nostra volta di far gare. Iniziò tutto così. Jonathan cominciò a 5 anni con la mountain bike. Ci tenevo che all’inizio fosse per gioco, sviluppando le abilità alla guida.
Che effetto fa ora pensare che quel bambino è un campione olimpico?
Un bell’effetto, ma anche strano. Non pensavo che sarebbe arrivato così rapidamente a certi risultati, così come che passasse così presto tra i professionisti. Per i nonni e per la mamma è una grandissima emozione. Per me che ho corso è diverso. Da ex corridore, avrei voluto correrle le Olimpiadi. Sono il sogno di tutti, ci vedo un po’ i miei sogni. Avevo vinto i mondiali militari 1988 nella Cento Chilometri, ma non sono riuscito ad andare ai Giochi.
La Jam’s Bike Team Buja, creata anche dal padre, è stata la squadra d’esordio per Jonathan e Matteo (foto Facebook)La Jam’s Bike Team Buja è stata la squadra d’esordio per entrambi (foto Facebook)
Che idea ti sei fatto dei tuoi figli come corridori?
Jonathan è un passista veloce, che però riuscirà a buttarsi anche nelle volate. Ha quel pizzico di follia che serve per farlo. E poi, avendo tutta questa resistenza sui 4 chilometri, potrà fare anche volate più lunghe.
Invece Matteo?
Matteo è tutto da capire, perché è giovane. Tiene bene sulle salite medie ed è veloce. Al confronto con Jonathan, lui somiglia a me, perché è più piccolino. Jonathan è più pesante, le salite di 4 chilometri sono il suo limite.
Sono due ragazzi molto educati.
Gli abbiamo dato i valori di una famiglia normale, in cui più che con le parole si insegna con l’esempio. Insegnamenti che imprimi quotidianamente.
I ragazzi sembrano molto legati fra loro.
Jonathan non lo dà a vedere, ma si preoccupa per Matteo. Lo controlla tramite i suoi compagni di squadra, i tecnici e lo stesso Andrea Fusaz del CTF Lab, che li prepara entrambi.
Le due vittorie di Matteo non hanno aiutato nella ricerca di un team U23 (foto Scanferla)Le due vittorie di Matteo non hanno aiutato nella ricerca di un team U23 (foto Scanferla)
Si è un po’ discusso lo scorso anno sull’età di Jonathan e sul suo passaggio…
Ha visto l’opportunità di passare e si è detto che magari il treno non sarebbe ripassato e che poteva succedergli qualcosa per cui non lo avrebbero più voluto e non si sarebbe riconfermato. Adesso non si passa più a 25 anni, adesso a 25 anni si smette. Per cui o si mettono delle regole, oppure si continua così.
Così come?
Tutti parlano di tenerli calmi, ma intanto iniziano a prepararli da esordienti. Io li ho fatti crescere entrambi tranquilli, ma col senno di poi, avrei potuto aumentare del 10 per cento i carichi ai 12-13 anni. Forse con qualche risultato di più, avrei avuto meno difficoltà a trovare una squadra per Matteo. Dicono di tenerli calmi da juniores e poi però vanno a vedere i risultati delle categorie precedenti. Secondo me è tutto sbagliato, ma succede perché i pro’ li cercano a 19 anni. Bisognerebbe che restassero per tre anni fra gli under 23.
Credi che Jonathan sia passato presto?
Ne sono certo e gli mancano le corse a tappe. Al secondo anno da U23 ha fatto il Giro d’Italia, spero che ora possa farne in modo graduale. Non si può buttarli nei primi anni a fare i grandi Giri.
Quando ti sei accorto che avessero qualcosa di speciale?
Jonathan prendeva la bici come gioco anche una volta passato su strada, forse perché veniva dalla MTB. Non ci metteva la grinta necessaria. Se faceva una salita con il nonno, a metà si stancava di stringere i denti e si metteva a fare le impennate, con mio padre che si infuriava fuori misura. La prima volta in cui si è impegnato fu ai regionali su pista al primo anno da junior.
Jonathan Milan è passato dopo due anni da U23: qui nel 2019 (foto Scanferla)Jonathan Milan è passato dopo due anni da U23: qui nel 2019 (foto Scanferla)
Cosa successe?
Si trovò in finale contro Amadio. Jonathan partiva più forte, l’altro veniva fuori alla distanza. La pista gli piaceva forse perché le gare duravano solo 4 minuti. Così partì a tutta e poi tenne, con Floreani, il direttore sportivo del Team Danieli, che si stupì per il suo rendimento. La pista ce l’ha nel sangue…
Invece Matteo?
A lui la pista non piace, la trova stressante, fra rulli, gare e il pubblico addosso. A Matteo piace la strada e vuole migliorare in salita, ma credo che 2-3 anni da under 23 per lui saranno necessari. Con Fusaz che è molto bravo a leggere i dati.
Un ciclismo diverso dal tuo…
Qualcosa posso ancora spiegargli a livello di tattica. Per il resto ognuno si allena da solo, mentre noi uscivamo in gruppetti. Non è facile allenarsi sempre da soli, devi essere molto motivato. Quanto ad altri consigli… Dico loro di ascoltare tutti, anche il vecchietto che prima della partenza li avvisa di un passaggio particolare. Ascoltare tutti e poi farsi la propria opinione. E’ importante ragionare con la propria testa. Anche se il consiglio gli arriva dal padre…
Dopo due anni nel devo team della Lidl-Trek, Matteo Milan firma un triennale con la Groupama e punta sulle sue chance da velocista. Ora sfiderà suo fratello
I fratelli Sagan. Gli Yates e i Bessega, addirittura gemelli. I fratelli Bais e i due Consonni. Le sorelle Fidanza, per un po’ i Frapporti e tutti quelli che abbiamo sicuramente dimenticato. Quando il ciclismo diventa un affare di famiglia, è curioso andare a vedere in che modo condizioni le vite e il modo di pensare.
Così questa volta mettiamo nel mirino i fratelli Milan: Jonathan, classe 2000, campione olimpico e del mondo nell’inseguimento a squadre che corre al Team Bahrain Victorious; Matteo, classe 2003, due vittorie nel 2021 fra gli juniores, in procinto di passare al CT Friuli da cui è sbocciato anche suo fratello. Il papà, Flavio Milan classe 1968, fece una bella carriera da dilettante, vincendo corse come il De Gasperi, il Trofeo Zssdi e il Del Rosso.
Con un po’ di fortuna e se Matteo continuerà a crescere come i tecnici pensano possa fare, i due potrebbero ritrovarsi a correre assieme tra i professionisti, dato che la continental friulana ha un rapporto di collaborazione tecnica con il team WorldTour del Bahrein.
Difficilmente i fratelli si somigliano in tutto, persino i gemelli Yates sono completamente diversi. Perciò proviamo a leggere i due ragazzi di Buja attraverso le risposte che daranno alle stesse domande.
Jonathan Milan al via del secondo anno da pro’ Dal prossimo anno, Matteo Milan correrà al Cycling Team Friuli (foto Scanferla)Jonathan Milan al via del secondo anno da pro’ Dal prossimo anno, Matteo Milan correrà al Cycling Team Friuli (foto Scanferla)
Quando hai iniziato a correre in bici?
MATTEO: «Ho iniziato a correre in bici all’età di quattro anni, alla Jam’s Bike Team Buja».
JONATHAN: «Ho iniziato a correre da giovanissimo, avevo quattro anni».
Hai subito pensato che saresti diventato un corridore?
MATTEO: «Per me correre è sempre stato un divertimento e la passione è cresciuta piano piano, nel tempo».
JONATHAN: «All’inizio era molto un divertimento, ho iniziato con la mountain bike. Poi in età più avanzata sono passato alla strada e lentamente sono riuscito a scoprire le mie doti. Da lì piano piano ho iniziato a sognare di diventare un corridore forte e riuscire a passare professionista. E’ stata una cosa graduale».
Si diventa forti con le gambe o con la testa?
MATTEO: «Si diventa forte con entrambe, una cosa aiuta l’altra».
JONATHAN: «Avendo sia gambe che testa. Ci vuole molta testa per allenarsi e di conseguenza arriveranno anche le gambe».
Nel 2021 Matteo ha vinto due volte: qui il Giro dela Vallata Feltrina (foto Scanferla)Da under 23 lo scorso anno Jonathan ha vinto anche una tappa al Giro U23 (foto Scanferla)Nel 2021 Matteo ha vinto 2 volte: qui il Giro dela Vallata Feltrina (foto Scanferla)Lo scorso anno Jonathan ha vinto anche una tappa al Giro U23 (foto Scanferla)
Una cosa che hai imparato da tuo padre?
MATTEO: «Da mio padre la precisione nei dettagli e a dare sempre il massimo. Invece da mia madre ha imparato a cucinare».
JONATHAN: «La determinazione, cioè che comunque non bisogna mai aver paura di faticare, di rimboccarsi le maniche».
Due aggettivi per descrivere tuo fratello corridore?
MATTEO: «Io descriverei mio fratello come un grande passista veloce».
JONATHAN: «Determinato. Penso che determinato comprenda molte altre sue caratteristiche, quindi lo descriverei con una parola soltanto».
Sin da bambino la corsa dei sogni qual era?
MATTEO: «Sin da bambino la mia corsa dei sogni è sempre stata la Tirreno-Adriatico».
JONATHAN: «E’ sempre stata la Roubaix, ma adesso sinceramente sono molte. Però la Roubaix è una di quelle».
La vittoria di Tokyo è stata la consacrazione di un cammino molto rapidoLe sue vittorie fanno dire al futuro ds Boscolo, che Matteo ha grande acume tattico (foto Scanferla)La vittoria di Tokyo è stata la consacrazioneLe sue vittorie fanno pensare a grande acume tattico (foto Scanferla)
La prima volta che ti sei sentito orgoglioso di tuo fratello?
MATTEO: «Quando ha vinto il regionale in pista da juniores».
JONATHAN: «Ho sempre avuto orgoglio per mio fratello, qualsiasi obiettivo lui riuscisse a raggiungere. Quando si fissa una cosa e riesce a ottenerla con determinazione e impegno, questo è un orgoglio, perché vuol dire che ci sta mettendo del suo».
Siete sempre andati d’accordo?
MATTEO: «Tra noi c’è stata sempre una bella complicità. Ogni tanto è normale che litighiamo per stupidaggini, ma niente di che…».
JONATHAN: «Il nostro è un normalissimo rapporto fra fratelli. Ci sono volte in cui si discute, però mai discussioni accese. Magari i fraintendimenti ci stanno, ma abbiamo un bellissimo rapporto e sono contento di averlo».
Che cosa ti piace di Buja?
MATTEO: «Mi piace la posizione geografica, perché mi permette di passare da percorsi collinari a pianeggianti con facilità. E per quanto riguarda la popolazione, è molto presente sia quando si tratta di aiutare nel momento del bisogno, che quando c’è da festeggiare».
JONATHAN: «Mi piace la gente e mi piace soprattutto la città tranquilla. Ci si conosce più o meno tutti e mi piacciono le sue radici, la sua storia… Mi piace tutto di Buja, ecco!».
Matteo Milan vince a Reda tra gli juniores: è il 2 maggio 2021Quest’anno è arrivato l’inseguimento agli europei di GrenchenMatteo Milan vince a Reda tra gli juniores: è il 2 maggio 2021Quest’anno è arrivato l’inseguimento agli europei di Grenchen
Che cosa è per te la fatica?
MATTEO: «Per me la fatica è uno stimolo a fare sempre meglio».
JONATHAN: «La fatica per me è quella soglia in cui iniziamo ad avvicinarci ai nostri limiti, che sono soprattutto mentali. Per me la fatica è questo».
Che cosa è per te la salita?
MATTEO: «La salita non è una discesa…».
JONATHAN: «La salita per me è fatica, in pratica avevo già risposto nella domanda precedente».
Che cos’è per te la cronometro?
MATTEO: «Per me la cronometro è una disciplina che… la lascio a mio fratello!».
JONATHAN: «In primis una gara contro te stesso. Poi ovvio, devi basarti su un tempo e sul tempo che ha fatto l’altro. E’ anche una gara contro gli altri, però in primis contro se stessi. Spingerti contro gli ostacoli mentali e fisici, quindi si torna al concetto di fatica».
Ti sei emozionato mai per una vittoria di tuo fratello?
MATTEO: «Sicuramente la vittoria che mi ha emozionato di più è stata quella alle Olimpiadi che finora è stata anche la più grande».
JONATHAN: «Mi emoziono un po’ quasi tutte le volte, però non glielo dico. E’ un segreto fra di noi…».
Tra i due fratelli ci sono tre anni di differenza e caratteristiche tecniche diverse (foto Instagram)Tra i due fratelli ci sono tre anni di differenza e caratteristiche tecniche diverse (foto Instagram)
Una dote tecnica che lui ha e tu vorresti avere?
MATTEO: «Sicuramente la digestione veloce e boh… scherzo! La dote vera che vorrei avere la sua lucidità negli sprint».
JONATHAN: «E’ un ragazzo veloce, ma tiene molto bene anche sulle salite. In più sta iniziando a essere anche un bel passistone. A me piacerebbe tenere come lui nelle salite medio lunghe di 5/6 chilometri. Almeno fino a quest’anno è stato così, adesso farà il salto di categoria e si dovrà rivedere tutto, ma per me diventerà un ottimo corridore da classiche».
Una tua qualità che gli vorresti regalare?
MATTEO: «Saper cucinare!».
JONATHAN: «Non lo so, sinceramente è una domanda molto grande. Non lo so se ne ho… Sinceramente lo sprint un po’ più forte, ecco».
Piatto preferito?
MATTEO: «La pizza mozzarella di bufala e prosciutto».
JONATHAN: «Ce n’è più di uno. Il primo sono le lasagne e poi mettiamo dentro anche il tiramisù, sono veramente matto per questi due piatti!».
Quest’anno per Jonathan anche il mondiale del quartetto a RoubaixAnche Matteo ha fatto esperienza di quartetto con buoni piazzamenti a livello regionale (foto Instagram)Quest’anno per Jonathan anche il mondiale del quartetto a RoubaixAnche Matteo ha fatto esperienza di quartetto a livello regionale (foto Instagram)
Salita preferita?
MATTEO: «La mia salita preferita è Porzus, vicino ad Attimis».
JONATHAN: «Attimis, ci vado spesso. Una salita famosa dove si allenano anche Fabbro e De Marchi, quindi molto frequentata dalle mie parti. Ma di solito (fra virgolette e fra parentesi) non ne faccio molta di salita, essendo un passistone…».
Sognate in giorno di correre insieme?
MATTEO: «Sicuramente correre assieme è uno dei nostri sogni e, perché no, anche tirargli una volata qualche volta».
JONATHAN: «Mi piacerebbe un sacco correre insieme nella stessa squadra e quindi, dai, è un sogno che spero si realizzerà».
Milano accoglie il Giro e succede di tutto: i fuggitivi arrivano e vince il norvegese Dversnes Lavik, la Lidl-Trek di Milan non gira e la tappa viene neutralizzata
Allo Stablinski Velodrome si è da poco conclusa la qualificazione dell’inseguimento individuale, gara splendida che non si capisce per quale motivo sia stata tagliata fuori dal programma olimpico. Evidentemente lo skateboard attira di più. Chi attiri non si sa, visto che neanche gli skater sapevano ci fossero i Giochi per questa disciplina, ma tant’è e non possiamo fare altro che goderci ancora di più questa specialità in veste iridata. Specialità che in questo pomeriggio ci ha regalato sorprese clamorose: Filippo Ganna non va in finale per l’oro.
Si annunciava un triello fra Ganna, Lambie (il primatista del mondo) e Jonathan Milan. E invece succede che Pippo parte malissimo. E’ 24° su 24, al termine della prima tornata. Rimonta, ma non basta. E allora le speranze sono tutte riposte nel friulano con il quale abbiamo scambiato qualche parola in questi giorni francesi.
Jonny si gode la festa del quartetto iridato. Lo Stablinski non può far altro che applaudire gli azzurriJonny si gode la festa del quartetto iridato. Lo Stablinski non può far altro che applaudire gli azzurri
Jonny in finale
Stamattina quando ha lasciato l’hotel Jonathan era molto tranquillo. «Nessuna tensione», ci aveva detto con quella sua tipica aria serafica. Aveva dormito bene ed era carico per i 4.000 metri che lo attendevano. Dopo le prove di riscaldamento con Pippo, prima alla sua ruota e poi a parti invertite, al fresco campione europeo di specialità non restava che attendere il via.
Jonny parte forte, ma non fortissimo. Anche se Villa è di parere opposto. Poi va in progressione. Si distende. E nel finale sigla un buon 4’05”, che sembra essere davvero un ottimo tempo sulla pista non particolarmente rapida dello Stablinski. Il problema è che Ashton Lambie fa meglio di lui di oltre due secondi. Per entrambi una prova solida, ma nelle gambe del primatista mondiale abbiamo visto più forza.
Però è anche vero che la finale è un’altra cosa e Milan inizia ad essere abituato alla pressione. E poi c’è un piccolo dato a cui attaccarsi. Nel chilometro finale l’americano è calato un po’ di più rispetto all’azzurro e chissà che questa non possa essere una preziosa chiave di lettura e un bel segnale.
Ganna e Milan hanno girato insieme quando mancavano un paio d’ore alla loro provaGanna e Milan hanno girato insieme quando mancavano un paio d’ore alla loro prova
I consigli di Lamon
Ma prima di pensare alla finale di questa sera, non si può non fare un piccolo passo indietro al trionfo di ieri sera. Un trionfo che ha visto Milan nel ruolo di lanciatore, cosa un po’ insolita per uno della sua stazza e con leve tanto lunghe. Oltre al cambio tra Bertazzo e Lamon questa è stata una news curiosa. A Tokyo questa delicata fase era stata affidata a Francesco Lamon, divenuto ormai un esperto del lancio.
«E’ una novità – dice Milan – ma dovevamo farla. Avevo fatto la partenza solo una volta. Un paio di anni fa in Coppa del mondo in Australia. Feci due tirate di un giro e mezzo. A Montichiari invece l’avevamo provata. Ma un conto è la gara e un conto l’allenamento. Ieri sera ho fatto due giri un po’ la prima volta e qualcosa in più dopo. Tutto secondo i programmi. Non abbiamo sbagliato niente».
«Certo Lamon le fa sempre bene, non che io sia andato male. Anzì, ho fatto un’ottima prova, ma lui in generale è un’altra cosa. Ieri mi ha dato un sacco di consigli: Jonathan non partire troppo forte, qui fai così, lì fai così, se vai lungo poi è un problema per Ganna. Mi ha preso da parte e abbiamo parlato per un’ora. Anche se è dispiaciuto per non esserci stato (comunque Lamon ha fatto il primo turno, ndr) al gruppo ci tiene molto».
E il gruppo tiene a lui, visto che ieri sera appena scesi di bici Milan se lo è stretto sotto il braccio. E’ stato il primo che è andato a cercare. E poco dopo anche gli altri si sono uniti all’abbraccio e tutti insieme hanno sollevato Francesco.
Jonathan Milan mentre ci spiega le “gobbe” della pista (anche con i gesti) Jonathan Milan mentre ci spiega le “gobbe” della pista (anche con i gesti)
Pista “strana”
Ma questi sono anche momenti di dietro le quinte. In un velodromo si parla di tutto e così si scopre che: «Che è una pista strana», dice Jonathan Milan che di fatto riprende le parole di Martina Fidanza. Il gigante friulano ci spiega che l’anello dello Stablinski ha delle curve molto strette che non sono il massimo per fare velocità.
«Non che sia una pista lenta, ma di sicuro non è veloce come quella di Tokyo. E’ anche caldo, ma… insomma non credo che il record del mondo uscirà da qui. E poi vedi – e indica la curva che precede l’arrivo – all’ingresso c’è una specie di gobba. E’ molto fastidiosa.
«Okay, ormai abbiamo capito dove sta e come fare, ma in allenamento ci riesci, in gara no! In gara sono 16 curve diverse… Nel quartetto dovevi stare anche attento al cambio, rischi che ti spari un po’ fuori, sopra la linea rossa».
Lambie si scalda per l’inseguimento individuale. L’americano appare molto sicuro di séLambie si scalda per l’inseguimento individuale, mentre al tabellone osserva i tempi dei suoi avversari
Rapporti più corti
E anche in virtù di questa situazione tecnica della pista, si è intervenuti un po’ sulle bici. A cominciare dai rapporti. Gli azzurri hanno optato per un 62×14, tutti. Nel complesso quindi si viaggia un po’ più agili rispetto a Tokyo.
«Esatto, un po’ per la pista e un po’ perché la condizione non è la stessa – conclude Milan – Non abbiamo il record del mondo in questo momento nelle gambe. A Tokyo addirittura io avevo usato il 64 in semifinale e finale, gli altri il 63. Però stiamo bene. Il fatto che per due volte abbiamo fatto 3’46” e che abbiamo finito in quattro la dice lunga».
Adesso non c’è che da attendere la finale dell’inseguimento individuale. L’appuntamento è per le 20:36, noi stiamo fremendo per questo Italia-Stati Uniti, ovvero Milan-Lambie. E non scordiamoci che in ballo c’è anche un bronzo con Pippo. Il mondo ci guarda. Noi tifiamo…
Colbrelli resiste a tutti gli scatti di Van der Poel e poi lo attacca a sua volta. E nella volata, a capo di una corsa fradicia, lo piega e vince la Roubaix
Il corridore più forte del Tour e l'uomo più veloce. Pogacar e Milan. Si parla di nutrizione in gara e fuori. Due mondi diversi con qualche punto in comune
Quelle di ieri sera e quelle di stamattina sono ore decisive per gli azzurri della pista. Marco Villa è chiamato a risolvere alcuni enigmi e a tirare giù un preciso programma di gare: chi correrà cosa. L’ultimo ad aggregarsi alla spedizione azzurra ai mondiali di Roubaix è stato Elia Viviani, che ha corso fino all’ultimo su strada.
«L’aria è buona – dice il cittì Marco Villa – hanno levigato la pista perché avevano problemi con il legno. Me lo ha detto un esponente di Velotrack che la stava trattando, ma quali fossero questi problemi non lo so. Comunque non l’hanno fatto per renderla più veloce: hanno levigato e rimesso l’impregnante. E spero lo abbiano messo per tempo. Ai mondiali in Polonia i ragazzi al secondo giro di prova finirono in terra perché la vernice non si era asciugata!».
I ragazzi di Villa sono pronti a dare battaglia anche a RoubaixI ragazzi di Villa sono pronti a dare battaglia anche a Roubaix
Ganna e il quartetto
«Pippo – dice il cittì – ha avuto dei problemi al costato e ha perso due mezze giornate di allenamento. Due sedute, poca roba. Piano piano poi ha ripreso. La caduta in allenamento lo ha un po’ penalizzato, ma adesso sta bene».
I “dubbi” maggiori che riguardano Gannaperò non sono tanto sui postumi della caduta, ma sulla tenuta, anche mentale, di una stagione per lui lunghissima. E’ riuscito a mantenere alta l’attenzione dopo il tripudio mondiale in Belgio?
«Per me sì – dice Villa – Pippo lo vedo concentrato e anzi, in accordo con la squadra, ha deciso di saltare alcune gare su strada per preparare al meglio questo mondiale su pista. E’ il suo grande finale di stagione. No, no… massima professionalità da parte sua».
Ganna sarà impegnato sia nell’inseguimento a squadre che in quello individuale, una bella mole di sforzi. Anche ieri si parlava della possibilità di risparmiargli qualche turno, ma Villa in tal senso ci è sembrato molto più fermo.
«In queste due giornate di prove sto raccogliendo i dati e le ultime sensazioni dei ragazzi per decidere – spiega Villa – Ho tempo fino ad un’ora dal via per decidere quale quartetto schierare. Ma questo discorso del cambio non riguarda Ganna. Se, facciamo gli scongiuri, dovessimo andare avanti ci sarebbe solo la finale prima dell’individuale. In pratica solo quattro chilometri e per uno che ci è abituato e che ha già fatto due Giri d’Italia non credo sarà un grande problema».
Le scelte poi non sono influenzate dall’eventuale qualificazione olimpica in ottica di Parigi 2024. Tutto partirà dall’anno prossimo. Tuttavia secondo Villa è importante mantenere la leadership del ranking, o giù di lì, per poter partire per ultimi e correre sui tempi degli altri. «Impostare la tabella di marcia secondo i tempi altrui e senza dover andare per forza oltre i limiti».
In ogni caso i tre quarti del team pursuit dovrebbero essere certi: Lamon partente, Milan in terza posizione e Pippo in quarta.
Jonathan Milan ha vinto europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finaleJonathan Milan ha vinto europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finale
Milan e Viviani…
L’altro grande big si chiama Jonathan Milan. Il ragazzotto friulano è fresco di titolo europeo nell’inseguimento. Da lui ci si aspetta tanto. E lui stesso vuole molto.
«Jonathan sta andando molto forte. Il titolo europeo gli ha dato più sicurezza… e gli serviva. E poi, ragazzi, ha fatto 4’05”, segno che sta bene. Se il podio nell’individuale è alla portata? Vedendo quel tempo non credo che in tanti al mondo riescano a farlo. Sarebbe un’onore una finale tutta italiana. Non è facile, ma come detto quel tempo lo fanno in pochi e non credo che in 4-5 mesi siano arrivati 7-8 atleti in grado di fare 4’05”. Certo, Lambie (l’americano primatista del mondo, ndr) è il favorito. Vedremo se si recupererà».
E poi c’è il capitolo Viviani, cosa farà Elia?
«Elia è arrivato un po’ dopo gli altri. Si presenta con qualche specifico in meno. Ha corso su strada fino a tre giorni fa, ma so che ha un’ottima condizione e comunque si è allenato anche su pista.
«E’ importante capire cosa vuol fare, su cosa vuol puntare di più: se sull’Omnium o sull’Eliminazione, ma io direi anche lo Scratch, che è uno dei miei crucci. Ma per questo devo capire bene anche cosa passa nella sua testa e in quella degli altri».
Agli ultimi europei Consonni e Viviani (in foto) non hanno corso insieme la MadisonAgli ultimi europei Consonni e Viviani (in foto) non hanno corso insieme la Madison
Un lavoro di squadra
«La mia idea infatti – continua Villa – è di far correre tutti quelli che ho convocato. Nell’inseguimento individuale per esempio ne schieriamo tre: i due convocati, più Ganna che è il campione in carica. E infatti correrà anche il giovane, Manlio Moro che dopo i buoni europei che ha disputato sapeva che lo avrei portato qui a Roubaix. Davide Boscaro, invece farà il chilometro. E anche in base appunto alle scelte che prenderò con Viviani, vedremo cosa fare con Liam Bertazzo e Michele Scartezzini per la Madison».
E qui Villa rilancia come un fiume in piena…
«Perchéio in vista di Parigi sulla Madison voglio lavorarci e tanto. E’ una delle specialità preferite e in cui possiamo fare bene. E per questo non basteranno solo due uomini e “Scarte” è uno di quelli. No, no per la Madison c’è da lavorare sin da adesso. Non si diventa specialisti negli ultimi due mesi prima delle Olimpiadi.
«La Madison quindi che schiererò è da valutare. Non è detto che siano per forza Simone Consonni ed Elia Viviani, tanto più pensando che domenica c’è l’Eliminazione alla quale so che Elia tiene molto. Vedremo».
L'inverno è stato l'occasione per rivedere la posizione in sella di Milan. L'obiettivo era di renderlo più composto in volata. Il punto con coach Azzolini
Come sia passare dalla peggior Roubaix degli ultimi vent’anni alla scorrevolezza estrema del velodromo è un mistero che Jonathan Milan dovrà spiegarci a tutti i costi. Perciò, approfittando del suo ritorno a casa e con il sottofondo delle campane, gli abbiamo chiesto di spiegarci come abbia fatto a vincere l’europeo dell’inseguimento individuale, con tempo di 4’04”, aggiungendo un’altra gemma alla stagione dell’oro olimpico. La prima volta che andammo per lui a Bujamancavano due giorni all’ultimo Natale, ma sembrano passati due anni.
«E’ stato un anno lungo – dice – e sinceramente non mi sento proprio al massimo. Mentalmente sono stanco, ma sapevo di poter fare bene agli europei e alla Roubaix. Lo volevo. Mi sono detto “Johnny, non mollare!”, ma onestamente non pensavo di spingere così. Non andavo in pista da un mese e mezzo, gli altri avevano fatto i lavori giusti».
Non ha concluso la Roubaix, ma ne è uscito con grandi motivazioniNon ha concluso la Roubaix, ma ne è uscito con grandi motivazioni
E’ la condizione di Tokyo oppure stai risalendo ancora?
Dopo Tokyo sono riuscito a staccare un attimo, a prendere soprattutto riposo mentale. Poi mi sono dedicato soprattutto alla strada, lavorando sul fondo. Non sono mai più andato in pista e questo mi ha permesso di staccare da quel tipo di concentrazione. Il recupero lo abbiamo calcolato bene con Marco (Villa, ndr) per arrivare al 100 per cento per europei e mondiali e meglio di così non poteva venire.
Un mese e mezzo senza pista e oro nell’inseguimento…
Mi è servito il quartetto fatto prima, forse se avessi debuttato con l’inseguimento individuale non avrei trovato il passo. Il quartetto mi ha aiutato a sbloccarmi, a mettermi a confronto con gli altri. Nell’inseguimento individuale sei solo con te stesso, grazie al quartetto invece ho superato le mie paure. Quella di non essere in condizione, quindi di non essere all’altezza. Invece…
Invece?
Con il passare dei giri ho cominciato a sentire che spingevo bene, sempre meglio. Avevo il 64×15 e meglio di così davvero non poteva andare.
Il quartetto gli ha permesso di ritrovare il ritmo per l’inseguimento individualeIl quartetto gli ha permesso di ritrovare il ritmo per l’inseguimento individuale
ll bello è che arrivavi dalla Roubaix…
Ho avuto un po’ di sfortuna, con un paio di cadute. Eppure mi è venuta la voglia di continuare a insistere, farne la corsa dei miei sogni. Non mi sono scoraggiato. Mi piace. Mi mette la cattiveria che altre corse non mi danno. Nella ricognizione dei giorni precedenti, ho pensato che fosse davvero fantastica. Per fare bene servono gambe e stile, lo stile di guidare la bici lasciandola correre.
Vittoria di Colbrelli, come al campionato italiano: magari gli porti fortuna?
Se è per questo c’ero anche al Benelux. E’ stato bellissimo. La sera siamo andati al ristorante, abbiamo brindato. Eravamo tutti contenti per Sonny. Si è fermato anche chi sarebbe dovuto ripartire, come Sieberg che a fine anno si ritirerà, per cui la Roubaix era l’ultima gara. Vederlo lì con noi è stato bellissimo.
E adesso si va ai mondiali?
La prossima settimana sarà come quella prima di Tokyo. Serviranno certezze da parte di tutti, per capire se saremo in grado di fare ancora bene. Dovremo affinare la gamba, che agli europei è un po’ mancata. Ma tra noi c’è grande fiducia, sono sicuro che daremo il 102 per cento, come abbiamo sempre fatto. Con armonia e con tranquillità. Lunedì andremo a Montichiari e ci resteremo fino a venerdì. Sabato avrei il volo per Roubaix.
Milan ha vinto gli europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finaleMilan ha vinto gli europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finale
Ci pensi mai andando in giro per le strade di casa che sei diventato campione olimpico?
La verità? Ogni tanto ci penso. E devo dire che ancora mi fa un po’ strano.
Jonathan Milan, 21 anni compiuti il primo ottobre. Due anni fa quasi non sapevano chi fosse, oggi è uno dei pilastri del nostro ciclismo. Cresciuto al Cycling Team Friuli e ora al Team Bahrain Victorious. Campione olimpico a Tokyo nell’inseguimento a squadre. Campione europeo di quello individuale riprendendo il rivale Gonov prima dei 3.500 metri. Il futuro è appena cominciato.
Oro alle spalle, Francesco Lamon sta lavorando sodo per ottenere il miglior livello e confermarsi lanciatore del quartetto. Dietro, i giovani incalzano
Parliamo di cronoman. Malori è a casa con la bimba sulle gambe e intanto il discorso fluisce. Si parla di juniores al Lunigiana e si parla finalmente dell’abbondanza di cronoman azzurri. Una fase che non si viveva da anni e che permetterà ai tecnici della nazionale di scegliere in base ai percorsi e non in base al fatto che ce ne sono soltanto due e tocca sempre a loro. Si parla di Ganna, Affini, Sobrero, Cattaneo e Jonathan Milan, il cucciolo di casa. Un cucciolo con due zanne lunghe così, se è vero che a soli 20 anni s’è portato a casa l’oro olimpico del quartetto.
Affini ricorda Ganna, ha bisogno di maturare, poi sarà allo stesso livelloAffini ricorda Ganna, ha bisogno di maturare, poi sarà allo stesso livello
Di Pippo abbiamo detto tante cose, secondo te la crono delle Olimpiadi ha dimostrato ancora di più quanto sia forte, perché nonostante il percorso così duro era arrivato praticamente a medaglia?
Assolutamente. Anche perché si era preparato prevalentemente per la pista, sapeva di essere tra amici e di avere la possibilità dell’oro, con Villa ci lavorava da quasi sette anni. Invece a fronte di un percorso crono molto duro, ha fatto vedere di avere qualità innate e la capacità di adattarsi.
Esiste un limite di dislivello per uno così oltre il quale non è più competitivo, oppure se si prepara al 100 per cento può giocarsela sempre?
In teoria lui è competitivo su tutti i percorsi se si prepara per la crono. Però finché ci saranno in giro Roglic, Pogacar e Van Aert, nelle crono dure non c’è storia. Roglic alle Olimpiadi oggettivamente ha dato una ripassata a tutti. Se anche Ganna fosse stato al top, un minuto e mezzo non lo recuperava. Roglic ha dato un minuto a Dumoulin e Dennis, quindi su certi percorsi è di un altro pianeta.
Sobrero va forte in salita e quando è in condizione vola anche a cronoSobrero va forte in salita e quando è in condizione vola anche a crono
Parliamo di Affini, somiglia a Ganna, forse gli manca qualcosa sui percorsi duri…
Secondo me è un cronoman molto simile a Ganna. Quello che ha meno di Pippo sono semplicemente dei cavalli. Sono atleti simili, grandi, molto pesanti, che vanno bene su percorsi veloci, però Ganna è semplicemente più potente. Affini mi dà l’idea di non essere la fuoriserie che esplode subito, ma secondo me nel giro di due anni può arrivareallo stesso livello.
Allo stesso livello di Ganna?
Ci metterà un pochino più di tempo, anche perché Ganna è alla Ineos già da due, tre anni, nella squadra in cui è tirato a lucido. Mentre Affini è solo al primo anno alla Jumbo, prima era alla Mitchelton e prima ancora in continental. Quindi sul discorso crono, è al primo anno in una squadra giusta sul fronte dei materiali e dello sviluppo. Diamogli tempo, ma fra un paio di anni potrà giocarsi anche un mondiale.
Conta anche la maturazione fisica?
Certamente, che non è legata solo all’età. Pippo sono anni che con la pista è al top, quindi anche a livello di consapevolezza e sicurezza nei propri mezzi è più avanti. Secondo me è questione di un paio d’anni, ma Affini arriverà ad essere alla pari.
Cattaneo ha bisogno di percorsi duri: ha grande predisposizioneCattaneo ha bisogno di percorsi duri: ha grande predisposizione
E intanto Sobrero, zitto zitto, s’è portato a casa l’italiano…
Il percorso era duro, anche perché lo ha fatto un ragazzo che alleno e mi ha confermato quanto fosse impegnativo. Nell’ultima crono del Giro d’Italia, se non avesse avuto la sfortuna di trovarsi la macchina in mezzo ai piedi, quasi quasi lo scherzetto a Ganna lo combinava anche prima. Quindi sicuramente Sobrero ha finito il Giro in crescita, mentre Ganna invece era un po’ stanco, perché rispetto all’anno scorso, gli è toccato tirare di più. Poi indubbiamente in una crono dura, Sobrero ha qualcosa in più rispetto agli altri italiani. Lo ha dimostrato, ha un fisico che va forte anche in salita. I cronoman italiani sono divisi in due squadre…
Due squadre?
Ci sono Affini e Ganna da una parte, Sobrero e Cattaneo dall’altra. Anche per Mattia va bene il discorso fatto per Sobrero, è molto forte però ci vuole una crono dura perché vada bene. Ganna invece va sempre forte e anche quando non è al top, comunque può difendersi bene. Quella è la dote del cronoman. Come per gli scalatori. Se prendiamo Carapaz, in salita va forte anche se non è al top della forma. Il punto in cui perde è quello dove gli altri menano forte. Faccio l’esempio su di me. Quando ero al top della forma, in partenza al Tour de France ero lì che scattavo anche in salita per andare in fuga. Se invece ero poco sotto al top, a crono mi difendevo, ma in salita ero a lustrare il lunotto del camion scopa.
Milan è il più giovane del lotto: ha predisposizione, verrà fuori al topMilan è il più giovane del lotto: ha predisposizione, verrà fuori al top
Cattaneo forse è più potente di Sobrero?
Forse sì, perché ha un fisico diverso, leve più lunghe da crono pianeggiante, ma entrambi hanno bisogno di un percorso duro per far bene. Secondo me non portare Cattaneo alle Olimpiadi è stato un grave errore, sia per come andava, sia perché faceva il Tour. E va bene che i nomi sono stati dati il 5 luglio, ma era sempre uno in gran forma che aveva fatto il podio ai campionati italiani. A uno che veniva dal Tour la fiducia dovevi dargliela, invece di portare gente che non correva da tempo e che era andata forte a maggio. Cassani ha giocato un terno al lotto e gli è andata male
Tornando alle due squadre di cui parlavi, la sensazione, osservando la posizione e la cadenza di pedalata, è che Ganna e Affini siano più specialisti…
Ovviamente sia Cattaneo che Sobrero non sono sicuramente due specialisti, ma sono due che quando quando vanno forte, possono fare delle buone crono. Al campionato italiano uno veniva dal Giro e ne era uscito bene, mentre l’altro preparava il Tour e andava come un caccia. Sicuramente è diverso se dovessero preparare un mondiale, la crono secca. Farebbero molta più fatica.
Malori e Pinotti erano la coppia fissa delle crono azzurre. Qui con Bettini a Valkenburg 2012Malori e Pinotti erano la coppia fissa delle crono azzurre. Qui con Bettini a Valkenburg 2012
All’appello manca il più giovane di tutti, un altro che verrà fuori: Jonathan Milan
Secondo me anche lui presto o tardi viene fuori, questo è sicuro. Però ha 20 anni e non l’ho ancora visto bene fra i professionisti, quindi faccio fatica a parlarne.
Il fatto di aver vinto il tricolore da U23 gli darà consapevolezza nell’andare avanti?
Quello e le cose grandiose che ha fatto a Tokyo gli daranno la sicurezza di poter competere per qualsiasi obiettivo. Il fatto di essere stato campione italiano sarà il modo di non staccare con il pregresso, un ricordo che non gli farà dimenticare da dove viene. Faccio il mio esempio. Quando passai alla Lampre, il primo anno che andassi bene o male a crono non importava a nessuno. Lo stesso io le preparavo, mi scaldavo, facevo tutto quello che sapevo fosse necessario. Non ho interrotto il flusso, diciamo.
Ai tuoi tempi, la coppia crono azzurra eravate tu e Pinotti, vedi un po’ di Marco nei cronoman di cui abbiamo parlato?
Con Marco ero spesso in camera. Studiava tanto, guardava i watt, la curva di potenza e le curve della strada. Io allora ero molto più forza bruta e ho imparato tanto anche da lui. Parlavamo, mi ha spiegato le sue idee e poi io ho fatto miei quegli insegnamenti. Diciamo che a fine carriera ero la sintesi fra il mio prima e le cose che mi ha passatolui. Prima che il misuratore di potenza appiattisse tutto.
Che cosa vuoi dire?
Adesso solo con la forza bruta non vai da nessuna parte, ma anche senza il misuratore di potenza. La differenza fra cronoman e scalatore una volta era data dalla sensibilità e l’esperienza. Il cronoman era quello che sapeva dosare lo sforzo, invece lo scalatore andava a strappi, si distraeva, rallentava per prendere l’acqua, aumentava e calava e così venivano fuori i distacchinelle crono. Oggi sai che devi stare a 400 watt, ti metti lì e se nel finale vedi che ne hai ancora, vai a 430. I misuratori hanno cancellato il mestiere del cronoman più del progresso tecnologico.
Contador si difendeva anche a crono. E’ stato fra i primi a proporre l’abolizione del potenziometro in corsaContador si difendeva anche a crono. E’ stato fra i primi a proporre l’abolizione del potenziometro in corsa
Spiega.
Si parla di crono e prestazioni con tanti watt in più. In realtà io credo che un cronoman forte del 1998 avesse gli stessi numeri di un cronoman forte di oggi. Solo che nel frattempo l’aerodinamica, l’abbigliamento, il casco, gli occhiali, le ruote, i cuscinetti… lo sviluppo tecnologico ha permesso e permetterà sempre più di raggiungere prestazioni superiori. In proporzione, il ciclismo ha abbassato i suoi tempi di tanto. Molto più rispetto all’atletica leggera, perché loro possono intervenire solo su piste e scarpe.
Il misuratore di potenza in effetti ha cambiato le cose anche in salita.
E io infatti sono d’accordo con Valverde e Contador e in corsa lo abolirei. Se sei un professionista, sai come stai e come gestirti. Se non lo sei e ti si spengono gli strumenti, sei spacciato. Se lo dai a uno junior, quando mai imparerà a conoscersi? In allenamento va bene, giusto tirare fuori il proprio massimo, in corsa devono comandare anche altri fattori.
Ovvio che nessuna squadra, volendosi garantire il risultato, sarà mai d’accordo…
Allora vuol dire che stiamo diventando vecchi e rimpiangiamo qualcosa che non potrà mai tornare. Qualcosa che ai miei tempi si chiamava ciclismo. Oggi come potremmo chiamarlo?
Discorsi di strada, mentre il paesaggio fuori sprofonda nel buio. Caruso racconta, le parole hanno il ritmo fluente del lungo viaggio. Dopo la tappa del Barraco, ci sono altri 418 chilometri fino a Santander. La Vuelta è anche questa, con i pullman delle squadre che navigano verso il prossimo approdo. Oggi i corridori trascorreranno il giorno di riposo all’ombra del mitico Alto del Naranco e da domani inizieranno l’ultima settimana, la più dura.
La corsa di Damiano sta per finire con il bel ricordo del successo all’Alto de Velefique e con la Vuelta finirà una stagione che sul piano dei risultati è stata forse la migliore da quando corre. Ha portato vittorie e consapevolezza, ma è costata tanto per la lontananza da casa. Perciò, marinaio che vede ormai il porto, Caruso inizia a sentire addosso una piacevole leggerezza.
«Tre blocchi di altura di tre settimane – dice scandendo bene le parole – il viaggio per le Olimpiadi e due grandi Giri. Oggi comincia la quarta settimana che sono via da casa. Nella stagione di un professionista non c’è solo la performance, ma c’è anche da considerare l’aspetto psicologico».
Il Team Bahrain Victorious è venuto alla Vuelta per Landa e ora lavorerà per Haig, il terzo nella fotoIl Team Bahrain Victorious è venuto alla Vuelta per Landa e ora lavorerà per Haig, il terzo nella foto
Intanto oggi (ieri per chi legge, ndr) è andata in porto la fuga di Majka. Non è curioso, come è successo anche a te, che arrivino fughe solitarie da così lontano?
Sono tutte tappe molto complicate. Dure. Nervose. Corse a medie davvero importanti. Quindi controllare è molto dispendioso e il fatto che la Jumbo-Visma abbia lasciato la maglia ne è la conferma più evidente. E comunque non sono fughe che nascono per caso. Vanno via tutte di forza da un gruppo che giorno dopo giorno è sempre più stanco.
Eravate venuti per Landa, invece…
Eravamo venuti per sostenere Mikel, con una bella guardia composta da Gino Mader, Jack Haig e il sottoscritto. Invece non sempre i programmi vanno a buon fine e abbiamo messo in atto il piano B, cioè fare classifica con Haig, che pedala bene.
Il piano B non potevi essere tu come al Giro?
No, non sono venuto con la testa per fare classifica. Volevo aiutare e vincere una tappa e sono contento di esserci riuscito.
Perché il piano Landa non ha funzionato?
L’idea che mi sono fatto è che Mikel volesse recuperare il Giro sfortunato. Ma in questo ciclismo così livellato, non basta arrivare al 90 per cento e sperare di vincere. Perché di sicuro il giorno storto arriva e con lui è stato puntualissimo.
La vittoria all’Alto de Velefique segue quella del Giro all’Alpe di Mera. Quel sorriso vale più di mille paroleLa vittoria all’Alto de Velefique segue quella del Giro all’Alpe di Mera. Quel sorriso vale più di mille parole
Non sarà che forse ha un limite che gli impedisce di essere capitano?
Mikel è uno dei più forti scalatori in circolazione. Quando sta bene, in salita fa cose che per gli altri sono impossibili, può fare la differenza. Ma è stato anche sfortunato e anche per questo non ha ottenuto grandi risultati. L’anno scorso, stando bene, è arrivato quarto in un Tour in cui c’erano davvero tutti i migliori e tutti caricati a molla. Non è un risultato da poco.
Roglic ha già la Vuelta in tasca?
Sembra avere la situazione sotto controllo. Però la terza settimana non è così scontata e sono curioso di vedere all’opera l’accoppiata della Movistar, con Mas e Lopez quarto e quinto. Poi c’è il nostro Haig. Ma certo per ora Primoz sta correndo da padrone di casa.
E’ giusto dire che il 2021 sia la tua stagione migliore?
Per i risultati di sicuro. Non sono mai stato un gran vincente e sono venute due tappe in due grandi Giri. Poi il podio di Milano che ha un peso davvero importante. Però non è tutto una sorpresa, era un po’ che ci giravo attorno.
Hai detto che il vento è cambiato quando hai smesso di andare alle corse con la pressione addosso.
E lo confermo. Sono arrivato in questa squadra come gregario di Vincenzo (Nibali, ndr), poi lui se ne è andato e io mi sono ricavato il mio spazio. Non sono capitano nel senso che si aspettano da me le vittorie, ma sono leader e riferimento per i compagni e questo mi piace. Do il massimo con la testa libera, questo fa la differenza.
Ha tenuto la maglia a pois dei Gpm fino all 13ª tappa. Qui due parole con Bernal, in maglia biancaHa tenuto la maglia a pois dei Gpm fino all 13ª tappa. Qui due parole con Bernal, in maglia bianca
Però hai anche detto che nel 2022 potresti essere capitano al Giro. Questo non porterà di nuovo le pressioni?
Ho detto anche che prima bisognerà vedere i percorsi. Averli in mano e capire bene. Ma se anche fosse, non avrei nulla da perdere, per cui non avrei addosso l’attesa che a volte ti schiaccia. Serve avere la pressione giusta, quella che mi metto da solo nel lavorare sempre con tranquillità e bene e che permetterà di avere un Damiano competitivo.
A proposito della squadra, state girando davvero tutti bene.
Non dovrei essere io a dirlo, ma stiamo andando tutti forte. Abbiamo un centrocampo fortissimo, con alcuni corridori che possono lottare per vincere. Rispetto ai primi tempi è cambiato tanto. Il management ha lavorato perché ciascun atleta venisse valorizzato e gratificato. Hanno investito tanto sui ritiri di preparazione e sulla nutrizione e dopo un anno di lavoro continuo e ben fatto, i risultati si vedono.
Fra i grandi risultati di questo 2021 c’è l’oro olimpico di Milan nel quartetto. Te lo aspettavi?
Giusto ieri (ride, ndr) mi sono sentito al telefono con Colbrelli, per sapere come gli andassero le cose, e ho scoperto che era al Benelux Tour proprio in camera con Jonathan. E allora ridendo gli ho chiesto chi dei due adessoprepari la valigia all’altro. Perché lui è campione italiano, ma l’altro è un gigante di due metri che a soli vent’anni è entrato a gamba tesa nella storia del ciclismo. Che Milan fosse un talento lo si vedeva e lo sapevamo, ma in squadra sono stati bravi a dargli i suoi spazi e disegnare per lui un calendario adatto per programmare i suoi obiettivi.
Prima vittoria di tappa al Giro per Damiano Caruso e 2° posto in classifica
Bernal non lo ha mai perso di vista, avando intuito la sua forza
Per Caruso sul traguardo di Milano l’abbraccio della moglie Ornella
Sul podio con Bernal in rosa e Simon Yates
E alla festa di Ragusa c’è anche Oscar, il primogenito. E’ il successo di tutti
Ai Giochi di Tokyo Caruso ha fatto la sua parte, provando a lavorare per il team
Prima vittoria di tappa al Giro per Damiano Caruso e 2° posto in classifica
Bernal non lo ha mai perso di vista, avando intuito la sua forza
Per Caruso sul traguardo di Milano l’abbraccio della moglie Ornella
Sul podio con Bernal in rosa e Simon Yates
E alla festa di Ragusa c’è anche Oscar, il primogenito. E’ il successo di tutti
Ai Giochi di Tokyo Caruso ha fatto la sua parte, provando a lavorare per il team
Dopo la Vuelta c’è ancora spazio per altro o ci mettiamo un punto?
Un punto, un punto esclamativo, qualche virgola… ci mettiamo tutta la punteggiatura possibile. Sono sfinito e pienamente soddisfatto della mia stagione. Adesso voglio fare un lungo periodo di riposo, come nel lockdown, anche se quello ci venne imposto. Sono parole strane da dire, ma nel brutto di quel periodo io ho imparato cose nuove su di me.
Che cosa vuoi dire?
Avevo la convinzione errata che alla mia età lo stop lungo fosse deleterio, invece dopo il lockdown del marzo 2020 il mio livello si è alzato. Quel blocco di riposo, pur forzato, mi ha fatto bene. Perciò ora voglio impormene uno da me. Quindi a settembre continuerò a pedalare come in un lungo defaticamento. A ottobre starò fermo. Mentre a novembre ricomincerò ad allenarmi gradualmente, approfittando del clima ancora primaverile della Sicilia, per avvicinarmi nel modo giusto al primo ritiro.
Hai detto però che se capita, in questa Vuelta ci provi ancora…
Ma prima voglio aiutare Jack Haig, perché se lo merita. La condizione è buona, se vedo il varco giusto, ci provo ancora.
Quanti chilometri mancano?
Adesso sono 277. Un paio d’ore e ci siamo. Domattina (oggi per chi legge, ndr) farò un giretto in bici, fossero soltanto 40 chilometri per sgranchire le gambe e passare la mattinata. Sennò più che un riposo si trasforma in un giorno interminabile…
Ornella è la moglie di Damiano Caruso. Sta seguendo il Giro da Ragusa, dove vivono. E ci parla della famiglia, di suo marito, della corsa che sta facendo