Velocista in Italia, la solitudine e il velodromo che non c’è

10.11.2021
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Fare il velocista (su pista) in Italia è molto suggestivo, ma in fondo è come vendere frigoriferi agli esquimesi. E d’altra parte le ultime scelte della Federazione fanno capire che l’intenzione di mettere mano al settore sia per ora piuttosto tiepida. Partendo da questo presupposto, sentire la voce di Matteo Bianchi è la cosa giusta da fare per raccontare che cosa significhi aver scelto le specialità veloci in Italia.

Matteo vive a Laives, sud di Bolzano. E proprio lì dove i più sognano i tornanti e le altezze delle Dolomiti, un bel giorno di qualche anno fa lui decise di guardare più in basso e di andare contro il comune modo di vivere il ciclismo.

«Velocisti si nasce o si diventa – sorride – io lo sono diventato. A un certo punto decidi se specializzarti nelle discipline di endurance o quelle veloci. Io ho corso su strada da allievo e fino al primo anno da junior, poi ho scelto. Il passaggio non è facile. In Germania ci sono squadre che fanno solo tornei di velocità, perché hanno un calendario completo. Qui non c’è niente di tutto questo. Le società danno la precedenza alla strada, devi avere la fortuna di trovarne una disposta a farsi carico della spesa in cambio di una visibilità davvero minima. Io per questo devo ringraziare tanto la Uc Trevigiani-Campana Imballaggi, perché ci crede e mi dà una grandissima mano. Essere velocista su pista da under 23 è un’altra cosa. Fai quasi un altro sport».

La voce sicura, vent’anni compiuti il 21 ottobre, il senso di ottimismo e fiducia che permea attraverso le parole. Matteo racconta di essersi diplomato, di essersi preso poi un anno sabbatico e ora di essere iscritto a Economia in una facoltà online che gli permette di conciliare lo studio e lo sport. Ma qua il problema è proprio il suo sport che non si concilia con quello che abbiamo a disposizione nella culla del ciclismo.

Che cosa fa un velocista?

Si allena e in teoria corre. Al velocista serve una parte di fondo, per cui esci con la bici da corsa. Ma siccome su strada i lavori specifici non puoi farli tanto bene, allora fai anche tanta pista e tanta palestra. D’estate mi sono allenato a Dalmine e a Montichiari. La mia ragazza vive a Milano, per cui ho una buona base logistica. Ma adesso Montichiari è chiuso e probabilmente dovrò allenarmi in velodromo all’aperto anche d’inverno, tra Dalmine e Busto Garolfo. Ci sarebbe anche quello di Mori, che è vicino casa mia, ma non c’è nessuno che possa aiutarmi dietro moto e allora non va bene. Di sicuro la stagione comincerà per tutti lo stesso giorno e quello che altri fanno al chiuso, dovrò riuscire a farlo comunque.

Si può parlare di solitudine del velocista?

E’ brutto da dire, ma è così. A volte parlo con amici e rivali olandesi e tedeschi e sentire il racconto di come vivono e si allenano loro fa pensare. In Italia siamo fermi, per colpa di tutti e di nessuno. Per fortuna da gennaio scorso assieme a Miriam Vece siamo entrati nel Gruppo Sportivo dell’Esercito, che ci aiuta con le spese. Ma l’Esercito non può costruire un velodromo per due-tre atleti.

Perché Amadio parlando di te ha fatto riferimento al Centro Uci di Aigle?

Sono un sacco di mesi che spingo per andarci. Il guaio è che non ci sono posti. Hanno un ostello che fa da base per i ragazzi della pista e ora sono pieni (il centro di Aigle nasce per dare supporto agli atleti di Paesi poco sviluppati, difficile reclamare un posto per gli italiani, oltre quello già ottenuto da Miriam Vece, ndr).

Quest’anno Villa lo ha portato in Coppa del mondo a San Pietroburgo
Quest’anno Villa lo ha portato in Coppa del mondo a San Pietroburgo
Sarebbe una soluzione?

La numero uno. Hai la pista, la palestra, un allenatore e talenti di alto livello con cui confrontarti e crescere. Nel 2019 mi invitarono per dieci giorni di stage e mi trovai benissimo. Poi concordo che vivere lassù in certi giorni possa essere duro affettivamente, ma sono cose da sopportare se hai un traguardo da raggiungere.

Essere velocista significa gonfiarsi come Harrie Lavreysen che domina il settore?

Negli ultimi dieci anni la velocità è cambiata. Mi sono confrontato più volte con Roberto Chiappa, che è stato l’ultimo velocista di alto livello dell’Italia, e sono cambiati i rapporti e il modo di fare le volate. Erano dei giganti anche loro, ma correvano in modo molto diverso da oggi.

Con che rapporti si corre?

Sono diversi in qualifica e in finale e per arrivare a quelli dei big, c’è da lavorare tanto. Da junior facevo il lancio con il 53×13, ora uso il 63×13-14. Quelli forti davanti mettono il 70. Ci si arriva per step, adesso non avrei la forza per lanciarlo. Negli anni di Chiappa usavano rapporti più corti e facevano sprint più brevi ad altissima frequenza di pedalata. Ora la volata finale del keirin dura praticamente per tre giri.

Come è fatta la settimana del velocista?

Varia in base ai programmi e alle gare. Di solito comunque fai 3 sedute in palestra, 3 in pista, a volte la doppia sessione e un giorno di recupero. Poi hai il giorno in cui esci su strada, inserendolo magari quando fai palestra, e lì dipende se hai o meno la disponibilità del velodromo.

La volata nel keirin ormai è lunghissima e dura per gli ultimi tre giri
La volata nel keirin ormai è lunghissima e dura per gli ultimi tre giri
Che cosa vuoi dire?

Che se hai la pista, i lavori specifici li fai lì. Ma se come adesso la pista non c’è, allora devi provare a farli su strada. Solo che la bici da strada non è abbastanza performante, non è fatta per certe sollecitazioni e allora ci sarebbe quasi da usare su strada la bici da pista.

Senza freni e col fisso: ti è mai capitato?

Non ancora, ma so che si fa. Devi trovare una strada poco trafficata per fare partenze da fermo, senza arrivare mai al picco massimo di velocità. Altrimenti su strada fai 3-4 ore ed è anche il modo per distrarti un po’, perché quando lavori in pista devi essere molto concentrato.

Hai già un’idea di calendario per il prossimo anno?

Di solito il primo picco stagionale è a luglio con gli europei. Per prepararli si fanno internazionali di classe 1-2 e magari da elite non vai alle gare under 23. Prima del Covid i Paesi più frequentati erano Repubblica Ceca e Germania.

Al momento, in partenza Bianchi usa il 63×13-14. I big spingono anche il 70
Al momento, in partenza Bianchi usa il 63×13-14. I big spingono anche il 70
In Italia cosa c’è?

A proposito di solitudine, in Italia non c’è niente. Dalle Sei Giorni estive il programma veloce è stato cancellato e magari li capisco se si trovano al via solo dieci atleti.

Allora perché un ragazzino dovrebbe appassionarsi a uno sport che non vede neanche in tivù?

Bella domanda (ride, ndr). In tivù riesci a vedere due gare all’anno, perché Eurosport almeno trasmette i mondiali. Ora è nata la Champions League, vediamo come andrà. Io mi appassionai da allievo, dopo aver partecipato ai tricolori. Prima facendo tutte le specialità, poi capendo che continuando nella velocità avrei avuto più risultati e più soddisfazioni.

In questa Italia che non si decide, le Olimpiadi di Parigi sono un obiettivo o un miraggio?

Un obiettivo. Bisogna vedere come evolve la situazione già quest’anno, perché mancano solo tre anni che nella vita di un atleta non sono tanti. Possiamo puntare alla qualifica, se però cambia il metodo di lavoro anche qua. Se potessi, andrei subito fuori. Forse, stando così le cose, è il solo modo per puntarci seriamente.

Amadio: «Ecco la mia squadra, ecco come è nata»

06.11.2021
6 min
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La presentazione dei nuovi tecnici a Milano ha chiuso il cerchio. Ora Amadio, che delle nazionali è il team manager, ha davanti un weekend di lavoro in vista dell’incontro di lunedì e martedì in cui tutti i tecnici cominceranno a parlare di programmi e faranno prove di intesa. Senza troppi preamboli, lo abbiamo perciò tempestato di domande.

E’ davvero come allestire una squadra?

A livello tecnico direi di sì, ma ci sono differenze rispetto al calendario. Un team WorldTour ha più impegni importanti nella stagione, la nazionale ha appuntamenti per 12 mesi, anche se il focus restano europei e mondiali.

Entriamo nella scelta dei tecnici.

La decisione spetta al Presidente e al Consiglio Federale, ma ovviamente ci siamo confrontati spesso, perché poi dovrò lavorarci io. Non è stato semplice. I risultati dimostrano che si stava lavorando bene, per cui cambiare non era semplice.

Salvoldi lascia la nazionale donne a tre anni da Parigi e passa agli juniores
Salvoldi lascia la nazionale donne a tre anni da Parigi e passa agli juniores
Spostare Salvoldi agli juniores, ad esempio?

Il tema juniores, di cui parlammo già al mio insediamento, sta diventando sempre più importante. A causa di pochi fenomeni, per procuratori e squadre è normale pescare fra i più giovani. Invece io credo che la categoria U23 sia importante e quello che sta succedendo mi sembra esagerato. Ci può essere l’eccezione, ma tutti gli altri non sono all’altezza di un simile passaggio, anche se li trattassero con i guanti bianchi.

E Salvoldi cosa deve fare?

Salvoldi è la persona adatta, uno dei tecnici più qualificati, per ricreare la giusta cultura nelle squadre. Faremo attività internazionale, ma uno junior non è un professionista. Devono andare a scuola, crescere, divertirsi. Non devono stremarli. Poi è chiaro che se arriva l’offerta della Ineos, uno ci pensa, altrimenti passano ragazzi privi della giusta maturità. Rischiamo di perderne tanti, mentre basta guardare Colbrelli e Caruso per capire che si può crescere in modo graduale e arrivare in alto.

Cosa fa dunque il tecnico della nazionale?

Dino è preparato per entrare nel merito della preparazione, individuare le criticità nelle squadre e provare a ripartire dalla base. In più lui e tutti gli altri avranno a disposizione un pool di allenatori, nutrizionisti e mental coach con cui affrontare le varie situazioni.

Marco Villa, Filippo Ganna, mondiali pista Berlino 2020
Marco Villa, qui con Ganna ai mondiali di Berlino 2020, è il responsabile di tutta la pista
Marco Villa, Filippo Ganna, mondiali Berlino pista 2020
Marco Villa, qui con Ganna ai mondiali di Berlino 2020, è il responsabile di tutta la pista
Intanto Villa deve gestire le ragazze della pista.

Marco ha raggiunto una conoscenza e una maturità tali da poter coordinare bene il settore, ma ovviamente non farà tutto lui. Gestirà un pool di collaboratori, fra cui per il settore specifico Diego Bragato.

Fatto salvo lo spostamento di Salvoldi, pensi si possa parlare di continuità?

Abbiamo fatto dei cambiamenti strategici, ma il nocciolo rimane quello. Ora serve che tutti i tecnici collaborino e portino le loro competenze. Il ciclismo è cambiato tantissimo, il fatto che 3/4 del quartetto provenga da squadre WorldTour fa capire la necessità di incontrarsi con i team e condividere il programma. A parte Ganna e Milan che fanno sembrare tutto facile, c’è bisogno di grande programmazione.

Lunedì e martedì si comincia.

Sarà fondamentale averli tutti. Lunedì, strada e pista. Martedì, il fuoristrada. Entriamo nel calendario, nella preparazione e nella logistica. Ma questi incontri si ripeteranno, magari più specifici: delle verifiche periodiche a uso dei cittì.

Il settore velocità sembra ancora fermo…

Abbiamo due atleti come Miriam Vece e Matteo Bianchi che stanno crescendo e per i quali il centro di Aigle è il miglior riferimento perché possano allenarsi con velocisti di alto livello. Nel frattempo, con Villa che è referente anche per la velocità, si sta facendo un lavoro di monitoraggio sugli juniores per creare una struttura a partire dal 2023. Il settore dà tante medaglie, ma in Italia si è persa la cultura. A livello mondiale ci sono Nazioni fortissime, ma ad esempio la Francia va avanti dai tempi di Morelon, mentre qui la storia si è fermata e non è semplice riallacciare i fili. Bisogna ripartire dai gruppi sportivi militari per offrire una prospettiva di guadagno, intanto la nascita della Uci Champions League può essere allettante per gli atleti perché permette altre entrate.

Velo diventa tecnico del settore crono: «Ha competenza – dice Amadio – e la stima degli atleti»
Velo diventa tecnico del settore crono: «Ha competenza – dice Amadio – e la stima degli atleti»
Si era parlato di Ivan Quaranta come tecnico della velocità.

Ivan sarà collaboratore di Villa per il settore, però dobbiamo ancora capire come impostarlo.

Quanto è agile la struttura?

La Fci è una macchina grande, con un’infinità di aspetti da gestire. Molto macchinosa. Per le nazionali stiamo cercando di snellire i processi. Ma mi sono reso conto, dopo una vita nel ciclismo, che è un contenitore di abitudini stratificate da anni e difficili da cambiare.

Pensi che i tecnici abbiano accettato subito bene l’arrivo di Amadio?

Il mio ruolo dovrebbe metterli nelle condizioni di lavorare al meglio, cosa che ho cercato di fare da subito. Si sono ritrovati con qualcuno che li osserva e vuole che le cose siano fatte al meglio. Probabilmente si sono sentiti messi in discussione e questo ci ha permesso di mantenere la concentrazione dopo le Olimpiadi.

Intanto Basso alla Eolo sta ricostruendo un pezzetto di Liquigas. Gli manca solo Scirea…

Mario ha acquisito competenza in Liquigas poi in Uae e sarà un utile raccordo fra la nazionale e i team. Con Ivan ho parlato (sorride, ndr), Scirea resta con noi. Si è ben integrato con Amadori e Velo e farà bene con Bennati.

Velo e le crono.

Resta nel suo ruolo. La crono è una specialità che si deve conoscere, nelle dinamiche che la precedono e in quello che comporta. L’ho osservato alle Olimpiadi e ai mondiali, ha competenza e soprattutto la considerazione dagli atleti. A lui toccherà il compito di stilare un calendario nazionale di crono che sia funzionale agli appuntamenti azzurri.

Bennati tecnico dei professionisti: la scelta più difficile per cui c’erano diversi candidati, di cui però Amadio è super convinto
Bennati tecnico dei pro’: la scelta più difficile, ma Amadio è soddisfatto
E alla fine s’è scelto Bennati…

Si sono fatti tanti ragionamenti. Avevamo pensato anche di puntare su qualcuno che fosse già su ammiraglie importanti, come Bramati, Tosatto e Volpi. Poi abbiamo pensato di prendere un diesse per i vari appuntamenti

Un cittì a gettone?

Una cosa del genere, che si è fermata per il rischio di conflitti di interesse, che secondo me non ci sarebbero stati perché conosco la professionalità delle persone in ballo. Credo in ogni caso che Bennati sia la scelta migliore. Conosce l’ambiente. Ha smesso da poco. Ha fatto i corsi da direttore sportivo. Mi ha sempre dato ottime sensazioni, anche quando correva. E’ pacato, sa parlare al momento giusto e gestire le emozioni anche nella concitazione degli arrivi. Negli ultimi anni la sua crescita come atleta è andata nella direzione della gestione del team. Avrà il supporto di Velo e Scirea, sarà un ottimo tecnico.

Che rapporto ci sarà fra team manager e il cittì?

Lo stesso che c’è fra il team manager e il primo direttore sportivo. Ci sentiremo spesso, ma io sono a disposizione di tutti. Il cittì è Bennati, guiderà lui la squadra.

Acsi e Federazione, prove di intesa a Roma sulla sicurezza

03.11.2021
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«Quello della sicurezza non è un tema nuovo purtroppo – dice Nibali al tavolo dell’Acsi – per questo anno dopo anno sono stati aggiunti nuovi strumenti. Il primo fu l’uso obbligatorio del casco in corsa. E’ normale, con la grande cultura del ciclismo in Italia, che tanti ragazzi si avvicinino alla bicicletta, in più l’e-Bike ha messo in sella tante persone alle prime armi. Il popolo italiano è cresciuto con le auto e anche se un po’ sta cambiando, i numeri degli incidenti che coinvolgono le bici sono impressionanti. Come utenti più esperti, riusciamo ad anticipare i problemi. Per gli altri la situazione è più complicata…».

Il forum sulla sicurezza voluto dall’Acsi si è svolto nel Salone d’Onore del Coni a Roma
Il forum sulla sicurezza voluto dall’Acsi si è svolto nel Salone d’Onore del Coni a Roma

Nibali e Agnoli

Roma, pomeriggio d’inizio novembre, Salone d’Onore del Coni al Foro Italico. L’Acsi ha organizzato un forum sulla sicurezza e ha scelto per farlo la casa dello sport italiano. Il presidente Malagò passa per gli onori di casa, risponde con due frasi di maniera, poi torna a un meeting sugli aspetti fiscali delle associazioni sportive. Fra gli ospiti chiamati a intervenire ci sono la Federazione e vari soggetti che di questa battaglia hanno fatto una ragione di impegno quotidiano. Per cui si riconoscono l’avvocato Federico Balconi, creatore di Zerosbatti, il Prefetto Sgalla in collegamento su Zoom, la stampa di settore e appunto Vincenzo Nibali. 

Il siciliano è arrivato da Fiuggi, dov’è ospite dei suoceri, assieme a Valerio Agnoli. La mattina l’hanno passata in gravel a coprirsi di fango. Il tempo di un saluto al telefono al neo cittì azzurro Bennati, scherzando sui 150 battiti medi di Valerio in appena due ore mentre lo Squalo si è fermato a 100, e il discorso prende il largo.

Tutto lo staff di Acsi, con Nibali. Da sinistra, il presidente Antonino Viti e accanto il suo vice Emiliano Borgna

Nel 2019, 253 morti

Antonino Viti è il presidente dell’Acsi. E’ un signore discreto che trasmette buone maniere, che prima racconta che l’associazione che presiede nacque proprio a Roma nel 1960 in occasione delle Olimpiadi. Ma quando snocciola i numeri, nella sala cala il silenzio.

«I dati Istat riferiti al 2019 – dice – parlano di 3.173 morti sulla strada, di questi 253 sono ciclisti, con un aumento del 15 per cento dal 2018. Nel 2020 la pandemia ha fatto esplodere il numero dei praticanti. La bici è sempre più amata, per allenamento, gara e turismo. Parliamo per l’Italia di 55 milioni di pernottamenti di turisti in bicicletta. Il prossimo passo è abbattere la barriera tra professionisti e praticanti per condividere le stesse esigenze e le problematiche comuni».

Il casco obbligatorio

Roberto Sgalla ha un curriculum imponente. E anche se adesso è direttore del Centro Studi Americani, in passato ha rivestito anche il ruolo di direttore della Polizia Stradale, per cui sul tema sicurezza ha sempre avuto l’occhio critico e la propensione a non… propendere necessariamente dalla parte dei ciclisti, ravvisandone spesso i comportamenti impropri. La Federazione però l’ha inserito nella Commissione sicurezza e in questa veste parla nel microfono del suo iPad.

«Il ciclismo – dice – è lo sport con più alta mortalità in rapporto al numero dei praticanti. In Italia c’è un numero eccessivo di gran fondo, che espongono i partecipanti a rischi impensabili. Abbiamo dei video che lo dimostrano (dirlo a casa di chi ha nelle gran fondo la sua ragione sociale è piuttosto singolare, ma il tema c’è, ndr). L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui il casco non è ancora obbligatorio. In cui sotto Covid si sono fatte ciclabili semplicemente comprando secchi di vernice e tracciando righe bianche, mentre ci sarebbe bisogno di infrastrutture più stabili».

Crisafulli, consigliere Fci, ha parlato di azione nell scuole e di scuola guida
Crisafulli, consigliere Fci, ha parlato di azione nell scuole e di scuola guida

Iniziare dalle scuole

Ci sarebbe bisogno soprattutto di concretezza, viene da pensare ascoltando gli interventi. E forse, come fa notare Nibali, anche una semplice striscia di vernice bianca sulla strada consente alle auto di sapere quale sia la loro corsia e mostra alle bici dove stare.

«Bisogna intervenire nelle scuole – spiega Gianantonio Crisafulli, consigliere federale addetto al cicloturismo – partendo magari dai ragazzi delle superiori, che si avviano a prendere la patente. Bisogna che si parli di più di biciclette nei corsi di scuola guida. I fondi europei per la ripartenza dal Covid hanno stanziato 750 milioni di euro per la creazione di ciclovie e per la ciclabilità urbana. In Italia la pista ciclabile è promiscua, ci sono ciclisti e pedoni, all’estero no. E’ bello andare al lavoro in bici, ma bisogna essere certi di ritrovarla all’uscita, per cui servono depositi sicuri. La manutenzione delle nostre strade è da Terzo Mondo. E da ultimo, bisognerebbe che i ciclisti fossero più educati. Sarà un percorso lungo, il Governo è a fine legislatura, magari non è il momento di affrontare il tema, sperando che nel frattempo quelle risorse vengano spesi nel modo giusto».

Il vero appello alla concretezza è arrivato da Emiliano Borgna, presidente di Acsi Ciclismo
Il vero appello alla concretezza è arrivato da Emiliano Borgna, presidente di Acsi Ciclismo

Basta parole

Valerio Piccioni, giornalista della Gazzetta che conduce il dibattito con Antonello Orlando della Rai, fa notare che anche l’ultima volta il Governo era in scadenza e si disse che non fosse il momento di parlarne. E a un tratto ti assale la sensazione che l’esercizio verbale abbia preso nuovamente il sopravvento sulla concretezza, che però torna quando parlano Emiliano Borgna e Federico Balconi: loro la concretezza l’hanno sposata.

«Dopo il lockdown – dice Borgna, vicepresidente Acsi e presidente di Acsi Ciclismo – sulle strade si è riversata un’utenza nuova e concordo sul fatto che per creare una cultura diversa servirà del tempo. Però intanto dobbiamo fare formazione per chi utilizza la bici e dobbiamo farlo insieme. Come Acsi ci occupiamo di sport di base, la Fci di sport olimpico: il nostro sforzo deve essere comune per il bene di chi va in bici».

Il patto tra Fci e Acsi l’ha annunciato a parole Crisafulli prima di scappare verso l’aeroporto ed è qualcosa su cui terremo lo sguardo, viste le tante promesse del passato. Fra i due enti non corre buon sangue. La Fci non vede di buon occhio l’Acsi per i numeri del tesseramento totalmente dalla loro parte, grazie a tariffe più abbordabili e a un’elasticità organizzativa che in Federazione per ora non sono in grado di garantire. E adesso che alla tessera Acsi si aggiunge l’iscrizione gratuita a Zerosbatti e l’accesso gratuito alla tutela legale, il pacchetto è completo.

Balconi e Nibali, Zerosbatti ha preso il volo grazie alla loro collaborazione
Balconi e Nibali, Zerosbatti ha preso il volo grazie alla loro collaborazione

L’omicidio stradale

Federico Balconi, che con Nibali e Johnny Carera, anche lui presente, s’è inventato Zerosbatti infatti chiude con parole nette e finalmente chiare. Intanto racconta la breve storia della sua associazione, che già da tempo vi abbiamo raccontato, poi fa notare che nell’ultimo anno, i 350 casi gestiti hanno visto incidenti fra ciclisti solitari e automobilisti distratti, dal telefono o chissà cos’altro. Il loro intervento è di supporto e mediazione. La base degli avvocati si è estesa a tutta Italia, con una rete territoriale che sta diventando sempre più importante (Nibali conferma ad esempio che Fausto Malucchi, suo avvocato di sempre, è entrato nella squadra).

«Anche se il codice della strada si riferisce alle bici in modo superato – chiude Balconi – vi è prevista la fattispecie del sorpasso delle bici ed è previsto anche il reato di omicidio stradale. Perciò, rivolgendomi anche e soprattutto agli amici della stampa, quando vi trovate davanti a un ciclista ucciso, smettete di usare parole come fatalità e parlate di omicidio. Forse è il modo perché la gente apra finalmente gli occhi».

C’è concretezza anche nell’annuncio che in settimana Antonino Viti sarà a colloquio con Valentina Vezzali, Sottosegretario allo Sport nel Governo Draghi, e le sottoporrà anche il delicato tema della sicurezza. Quei 253 morti e quelli che purtroppo verranno meritano leggi e non parole.

Bennati cittì: succede a Cassani. A Milano i nuovi tecnici azzurri

02.11.2021
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«Ballerini mi ha insegnato una cosa importante – dice Bennati mentre è in auto di ritorno verso casa – che l’amicizia per un corridore è una cosa e il lavoro di tecnico è un’altra. Io e lui eravamo super amici, è stato anche mio testimone di nozze. Eppure nei due mondiali vinti da Bettini, io sono stato il corridore escluso. C’era una ragione tattica superiore e Franco tirò dritto».

Bennati cittì dell’Italia

Daniele Bennati succede a Davide Cassani nel ruolo di commissario tecnico dei professionisti (i due sono insieme nella foto di apertura alla Vigilia di Ponferrada 2014, quando il toscano fu per la prima volta regista della nazionale del romagnolo). Lo hanno ufficializzato stamattina a Milano durante una conferenza stampa organizzata dalla Federazione, ma se ne parlava da un pezzo. Con lui poi se ne ragionava da almeno quattro anni, da quando tra il serio e il faceto si cominciò a parlare di un possibile passaggio di Cassani alla guida del Giro d’Italia e dell’ammiraglia azzurra da occupare con qualcun altro. Le cose sono andate come tutti sappiamo e il risultato è che il Benna, 41 anni lo scorso 24 settembre, dal 2022 avrà le chiavi di quell’auto e tutte le incombenze che il ruolo comporta.

La strada corre sotto le ruote. Il navigatore l’ha mandato verso Cesena e poi da lì affronterà l’Appennino sulla via per Arezzo, dato che a Sasso Marconi a causa di un incidente la coda sembrava proibitiva

Oggi a Milano sono stati annunciati i nuovi tecnici federali. Bennati ai pro’, Salvoldi agli juniores
Oggi a Milano sono stati annunciati i nuovi tecnici federali
Da quanto tempo ci pensavi a questo incarico?

In realtà mi sono sempre ispirato alla figura di Alfredo Martini, che pure è inavvicinabile. I suoi modi mi hanno sempre affascinato. Poi sono diventato amico di Franco (Ballerini, ndr) con cui è nato un bellissimo rapporto. Mi è sempre piaciuto il suo carisma, la capacità di confrontarsi con gli atleti guardandoli negli occhi. Poi quando a fine carriera ho cambiato ruolo, mettendomi a fare il regista in corsa, erano gli altri a dirmelo

Dirti cosa?

Che ero tagliato per quel ruolo, che potevo fare il tecnico della nazionale. E a forza di sentirmelo dire, ho cominciato a farmelo frullare per la testa. Nel frattempo durante il covid ho preso i tre livelli da direttore sportivo, ma non pensavo ancora a questo ruolo. Mi ero portato avanti, avevo parlato con Ineos e Movistar, ma non avevo la necessità impellente di salire su un’ammiraglia.

E allora come è successo?

Una mattina mi squilla il telefono e leggo il nome di Dagnoni. Avevo il numero perché durante le Olimpiadi, con Iuri Chechi s’era fatta una trasmissione dal Vigorelli e mi era servito il suo contatto. Non lo conoscevo, visto il risultato delle elezioni, ci avevo messo una pietra sopra. Invece mi chiama e dice che avrebbe piacere a incontrarmi. Non ci ho messo molto a capire il perché. Così c’è stato il primo incontro con lui. Al secondo c’era anche Roberto Amadio. E poi sono iniziate varie consultazioni.

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E ora ci ritroviamo con Bennati tecnico della nazionale…

Oggi ero in quella conferenza stampa con la maglia azzurra che non vestivo da Bergen 2017. Devo ancora metabolizzare la cosa. Sono sincero! Ho delle idee per la testa che mi piacerebbe mettere in atto, ma ancora devo ordinare i pensieri e incontrarmi con gli altri tecnici. Una cosa l’ho ben chiara e oggi l’ho detta. E’ bella questa cosa di far provare il professionismo ai giovani portandoli alle gare italiane con la maglia azzurra, ma quella maglia va assolutamente meritata. Forse perché ricordo bene quanto ho dovuto sudarla la prima volta per metterla in una gara internazionale in Italia nel 1997 da junior.

E’ un ruolo di scelte e decisioni da comunicare…

Bettini mi ha detto spesso che si tratta della fase più delicata e non stento a credergli. E’ un ruolo in cui si devono prendere decisioni e l’esempio di Ballero che mi lasciò fuori quelle due volte me lo porto dentro.

Obiettivo maglia iridata?

Per forza. Firmerei anche subito per i quattro campionati europei vinti da Cassani, ma la priorità è il mondiale che manca dal 2008. Lo vinci se hai il fuoriclasse, oppure se hai tanti buoni corridori, che in Italia non mancano. Nel 2019 Trentin ha perso un mondiale che sembrava già vinto contro Pedersen, che non è un fuoriclasse, ma un buon corridore. In Italia abbiamo almeno 5-6 corridori di quello spessore. Il ciclismo sta cambiando, ma possiamo dire la nostra. Per cui serviranno fortuna e lavorare bene, ma si può provare a vincerlo.

Marino Amadori con Gazzoli: il romagnolo è stato confermato alla guida degli under 23
Marino Amadori con Gazzoli: il romagnolo è stato confermato alla guida degli under 23
Nella tua storia ci sono stati due mondiali controversi. Nel 2011 eri capitano e la squadra ti ha voltato le spalle. Nel 2016 eri il più forte, ma ugualmente si è corso per altri…

Il 2011 è stato una brutta parentesi personale. Magari non avrei vinto, ma potevo giocarmi il podio o perlomeno provarci. Non andavo piano. Ero uscito bene dalla Vuelta e in allenamento ero arrivato a fare 1.700 watt. Quella nazionale però era troppo giovane e io evidentemente non fui abbastanza leader. A causa di quel mondiale si rovinarono i miei rapporti con Bettini e anche lui in seguito ammise di aver sbagliato qualcosa nei miei confronti. Ci è capitato di parlarne, perché col tempo il rapporto si è ristabilito e adesso siamo buoni amici.

E il 2016?

Il 2016 e quello che feci forse sono il motivo per cui sono qui a fare il tecnico azzurro.

In che senso?

Il mondiale di Doha fu il giorno in cui io sono andato più forte di sempre sulla bici. Tutti sapevano che ero il più in forma, ma io da parte mia non potevo tradire i compagni e il tecnico con cui mi ero impegnato a lavorare per arrivare in volata. Non mi pento di quello che ho fatto, né in corsa ho mai pensato di rimangiarmi la parola. Quel mondiale è un esempio che porterò ai miei ragazzi parlando dei ruoli. Anche se nei giorni successivi feci fatica a dormire, perché se fossi stato un altro uomo, avrei potuto sfruttare l’occasione.

Salvoldi non seguirà più le donne, ma gli juniores. Il ruolo è di assoluto rilievo, ma il colpo per lui è stato duro
Salvoldi non seguirà più le donne, ma gli juniores, ruolo di assoluto rilievo
Bennati sarà un tecnico capace di cambiare idea?

Nella vita normale sono capace di farlo. Ci deve essere la capacità di ripensare a un decisione presa, anche per avere un piano di riserva che non guasta. Certo al mondiale si complica tutto, perché non ci sono le radioline e ti devi fidare ciecamente dei tuoi compagni… Dei tuoi compagni, Benna… Non sei più un corridore (ride, ndr). Ti devi fidare dei tuoi uomini ed essere chiaro con loro prima del via.

Si parla di nazionale come un team, cosa vedi di diverso?

Ho corso quattro mondiali, non ho mai visto come venivano preparati dietro le quinte. Arrivavo in hotel che era tutto pronto. Vedo però che Amadio vuole dare il senso di una sola grande squadra, per cui ci troveremo a Milano la prossima settimana per impostare programmi che siano legati dallo stesso filo. Come idea mi è piaciuta dall’inizio, ma devo metabolizzare il tutto, conoscere le persone e il loro modo di lavorare.

E a casa Bennati come l’hanno presa?

Forse si sono abituati loro all’idea più di me. Dopo il secondo incontro erano sicuri, io mi ero preso del tempo per rifletterci ancora. Ma sono contenti, molto contenti…

EDITORIALE / Perché Tiberi non ha corso la crono under 23?

20.09.2021
4 min
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Ai mondiali di Harrogate, facendosi notare per un rocambolesco cambio di bici nei primi metri di corsa, Antonio Tiberi portò a casa l’oro della crono juniores. Un grande risultato che faceva immaginare un futuro radioso sia per la sua carriera di club, sia ovviamente in nazionale. Uno che vince l’oro da junior te lo aspetti in azzurro anche da under 23. Ti aspetti che i tecnici federali se lo contendano, lo seguano, lo mettano al centro di un progetto che lo porterà negli anni successivi a giocarsi il titolo fra i grandi.

Il 2020 è stato l’anno balordo che tutti ricordiamo, per cui gli under 23 non hanno avuto vetrine internazionali. Quest’anno qualche segnale fra i grandi Tiberi lo ha lanciato e giusto la scorsa settimana ha centrato un nono posto nella cronometro dello Skoda Tour of Luxembourg. E allora perché non è stato convocato per i mondiali under 23 della crono in Belgio? Perché non è stato organizzato per lui un piano di avvicinamento alle sfide di Bruges? E perché, volendo ampliare l’angolazione, non è stato portato al Tour de l’Avenir? 

Prima del via, Baroncini parlava di bici con Irizar e De Kort della Trek: l’anno prossimo sarà ai mondiali della crono?
Prima del via, Baroncini parlava di bici con Irizar e De Kort della Trek: l’anno prossimo sarà ai mondiali della crono?

Nessuna regola

L’Unione ciclistica internazionale non ha regole che impediscano agli atleti WorldTour di essere convocati, vige pertanto una sorta di blocco tutto italiano, per cui si preferisce puntare sugli atleti delle continental e delle squadre di dilettanti, aprendo al massimo la porta a quelli che provengono dalle professional, come confermano le ripetute convocazioni di Zana. Filosofia rispettabile, ma non condivisibile. Tiberi non avrebbe il diritto (sportivo) di continuare a crescere nella specialità con la quale ha reso grande il suo Paese? E non avrebbe lo stesso diritto Filippo Baroncini, che giusto oggi ha ottenuto il nono posto fra gli under 23, anche se dal prossimo anno sarà anche lui alla Trek-Segafredo?

Struttura unica

Per ammissione di Roberto Amadio, responsabile delle nazionali, con la sua organizzazione sportiva l’Italia rappresenta un’eccezione. E questo, ad avviso di chi scrive, rischia di penalizzare i nostri atleti se la Federazione per prima non deciderà di recitare nuovamente un ruolo da protagonista. Il punto forse è fare chiarezza su quale debba essere l’atteggiamento delle nazionali giovanili in questo Paese, culla del ciclismo e capace allo stesso tempo di aggrovigliarsi su se stesso, perdendo occasioni d’oro.

Come abbiamo già visto analizzando la situazione degli juniores, il tecnico federale fa il selezionatore e sta ai direttori sportivi preparare gli atleti. Un cambiamento introdotto quando il Centro Studi distribuì in giro la preziosa qualifica e ritenne che la Federazione potesse lavarsi le mani della preparazione degli atleti di interesse azzurro. I direttori sportivi sarebbero stati in grado, si disse, di gestire la preparazione dei ragazzi. Solo che, senza il filtro e la vigilanza federale, alcuni lo hanno fatto con l’ottica di farli crescere e altri avendo come unica stella polare il risultato.

Tiberi ha vinto il mondiale della crono nel 2019 nello Yorkshire. Qui con il tecnico De Candido
Tiberi ha vinto il mondiale della crono nel 2019 nello Yorkshire. Qui con il tecnico De Candido

Dubbio under 23

Che cosa si deve fare fra gli under 23? L’atleta che conquista un titolo mondiale va considerato un capitale dell’intero movimento nazionale e come tale gestito a quattro mani, fra il club e la Federazione? Oppure si volta la pagina e ci si lascia alle spalle la preziosa occasione di farlo crescere perché un domani porti a casa altre medaglie? Basterebbe semplicemente dirsi chiaramente quali siano gli obiettivi e attenersi alla normativa internazionale. Tutto il resto complica le cose e non rende giustizia ai corridori. Affrontare un mondiale contro i pari età è il solo modo per crescere ed è la chiave grazie alla quale la Federazione può monitorare gli step di crescita dei suoi atleti. Limitarsi a selezionarli, avendo identiche possibilità di vincere o perdere, non è gratificante per nessuno. Un tecnico federale dovrebbe avere il diritto, la possibilità e soprattutto la voglia di fare di più.

Bettini, dica lei: come è fatto il cittì della nazionale?

17.09.2021
6 min
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Chissà se al momento di cercare un sostituto per Cassani qualcuno ha pensato per un secondo a Paolo Bettini. Il campione olimpico di Atene lasciò la nazionale alla fine del 2013, dopo aver visto sfumare il mondiale di Firenze con la caduta di Nibali. Alla partenza dal diluvio di Lucca, tutto l’ambiente si era accorto della presenza di Fernando Alonso. Il pilota spagnolo aveva rotto gli indugi e sembrava sul punto di lanciare la sua squadra di ciclismo. Bettini gli diede fiducia. Rinunciò a essere il cittì azzurro, ma alla fine non se ne fece niente.

Paolo era diventato cittì subito dopo la morte di Ballerini, per una sorta di obbligo morale dopo la lunga strada percorsa accanto all’amico Franco. La sua gestione azzurra, a parte alcune tensioni con il presidente Di Rocco, aveva avviato la nazionale lungo la direzione poi ripresa e sviluppata da Cassani. E soprattutto, nella nazionale di Bettini, i corridori stavano bene. C’erano i ritiri con i giovani delle altre categorie. I piloti dei caccia militari che parlavano di motivazioni. C’era l’orgoglio di appartenere a un club esclusivo, il cui comandante era uno di loro. Sceso da poco di bici, dopo aver vinto appunto tutto quello che c’era da vincere.

Bettini scelse di ritirarsi con la maglia azzurra: il mondiale di Varese fu la sua ultima gara
Bettini scelse di ritirarsi con la maglia azzurra: il mondiale di Varese fu la sua ultima gara
Perciò, caro Paolo, diccelo tu: cosa serve per fare il tecnico della nazionale?

Devi essere un grande psicologo con un’altrettanto grande esperienza sul campo. Un selezionatore che non prepara i suoi atleti. Nessun cittì dei professionisti prepara i suoi atleti, malgrado quello che a volte si sente dire. Il cittì attinge al patrimonio nazionale e crea il miglior gruppo squadra per caratteristiche personali e resa. Non è la pallavolo in cui scegli in base agli avversari. Da noi comanda il percorso.

Un… gioco facile, insomma?

Non scherziamo. La parte più brutta è scegliere. Lo capii al debutto, nel 2010. Non era un mistero che Pozzato e Bennati non si prendessero e io non ero Alfredo Martini, che era capace di mettere insieme Moser e Saronni. Perciò per Geelong scelsi Pippo e significò rovinare i rapporti con Bennati. Li abbiamo ricuciti da poco, ora andiamo d’accordo, ma non fu facile.

Bello poter scegliere…

Allora c’erano tanti corridori, più di adesso. Le generazioni non sono mai uguali, ma non significa che fosse più facile. Devi comunque amalgamare il gruppo e Cassani lo ha fatto bene, riprendendo il mio lavoro che a sua volta seguiva da quello di Ballerini. Con lui si può essere critici quanto si vuole, ma al suo palmares manca solo il mondiale. Il resto l’ha vinto.

Per il primo mondiale nel 2010, Bettini puntò su Pozzato, che arrivò quarto
Per il primo mondiale nel 2010, Bettini puntò su Pozzato, che arrivò quarto
Che cosa può aver sbagliato?

Detto che ha lavorato bene, siamo diversi perché io sentivo la gara come un corridore. A Londra vennero i grandi del Coni e provarono a forzarmi la mano per portarmi alla cerimonia inaugurale. Mi dissero che non era possibile che prima da corridore e poi da tecnico io non avessi mai visto quell’evento. Ce la misero tutta, ma io dissi che sarei rimasto senza anche quella volta. I miei ragazzi avevano bisogno di me. In quei momenti, anche se nella vita di ogni giorno fanno i fenomeni, hanno bisogno di appoggio. Una vicinanza psicologica e il cittì deve esserci. Prima, durante e dopo la gara. Ricordate le barzellette di Alfredo ?

Impossibile dimenticarle…

Con le sue battute e i suoi racconti che contenevano il mondo, facevamo anche mezzanotte la sera prima del mondiale. Quest’anno Davide si è isolato con la squadra prima degli europei di Trento e ha parlato della vigilia più bella. Ecco, se posso, le vigilie avrebbe dovuto viverle tutte così. Senza dover seguire le prove di tutte le categorie, insomma. E se mi permetto questa critica, è perché queste cose le ho fatte.

Adesso alla guida delle nazionali c’è Amadio.

Credo che sia la persona migliore in quel ruolo. Prima delle elezioni mi chiesero di fare un nome per il possibile commissario tecnico e io feci il suo, ma così è anche meglio. Mi ricordo nel garage di Stoccarda quando Ballerini gli disse che dopo l’esclusione di Di Luca non avrebbe fatto correre Nibali, ma avrebbe richiamato Tosatto. Ricordo gli urli di quel giorno. Per cui quando vennero i mondiali del 2013, in cui non avrei convocato nessuno dei suoi atleti della Liquigas, ero pronto a discuterci. In più, avrei dovuto chiedergli la presenza di Archetti come meccanico e il camion officina. Invece mi spiazzò. Mi disse che capiva che stavo facendo delle scelte e mi disse di chiedere quello che mi serviva e lui me l’avrebbe dato.

Ai mondiali 2011 l’Italia corse con Bennati capitano, qui con Visconti
Ai mondiali 2011 l’Italia corse con Bennati capitano, qui con Visconti
Dicci la verità, ti hanno proposto di tornare?

La verità? No e penso che la minestra riscaldata non sia buona. Ma parliamo di nazionale e avrei mancato di rispetto alla maglia azzurra se, qualora me lo avessero chiesto, non ci avessi almeno pensato.

Si parla di Fondriest, Pozzato, Bennati…

Maurizio è un grandissimo amico. Abbiamo condiviso tanti viaggi crociere con la Gazzetta e Giri d’Italia con Mediolanum. Però fa anche il preparatore e il procuratore. Pozzato uguale. Il più libero al momento è proprio Bennati. Ma questi sono discorsi teorici, perché se vale la regola che non devono esserci altri incarichi, Cassani sarebbe stato il primo a non poter essere nominato. Io fui etichettato come “cittì marchettaro”, perché il primo Giro d’Italia da tecnico lo feci con Mediolanum, senza costare un euro alla Federazione. Una parte della stampa mi asfaltò, mentre ora non ci si fa più caso.

Sei d’accordo con l’idea di un cittì a giornata?

Neanche per sogno. Significherebbe che la nazionale è diventata una baracchetta e il ciclismo smetterebbe di essere il secondo sport nazionale. Piuttosto, inventiamo il mestiere di tecnico della nazionale. Guardiamo ad esempio quanto guadagna quello del basket. Facciamo che il nuovo tecnico debba lasciare tutto quello che ha in ballo e firmi con la Federazione un contratto a progetto di 4 anni ben retribuito. Io sono andato avanti con contratti annuali, esposto alle critiche di 40 milioni di commissari tecnici. Ero l’ultimo a dover accettare quell’incarico, ma dissi di sì per rispetto verso Martini e Ballerini.

Il suo ultimo mondiale da tecnico fu Firenze 2013: qui con Nibali, in ricognizione sul percorso iridato
Il suo ultimo mondiale da tecnico fu Firenze 2013: qui con Nibali, sul percorso iridato
Quindi la strada giusta resta la loro?

Secondo me sì. Sono convinto che sia un ruolo talmente importante da dover essere un punto fisso. Il calendario ormai è strapieno di impegni, pari a quello delle altre discipline olimpiche, in cui il tecnico della nazionale è una figura di riferimento. E va pagato, come accade nelle altre federazioni.

Amadio Tokyo 2021

Amadio: «Ora con il Coni pianifichiamo Parigi»

16.09.2021
4 min
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L’argomento è delicato, ma il tempo stringe, perché potrà anche non sembrare, ma le Olimpiadi di Parigi sono già dietro l’angolo. L’intervista con il Segretario Generale del Coni Carlo Mornati ha fatto rumore, in casa Federciclismo il discorso relativo alla Preparazione Olimpica è un tema caldo. Il nuovo responsabile delle nazionali Roberto Amadio (in apertura con Villa e Salvoldi) lo sa bene e ha accettato di buon grado di affrontarlo, anche se non va dimenticato come sia entrato nella “macchina federale” solamente a meno di un mese dai Giochi di Tokyo, ma proprio l’esperienza giapponese gli ha dato molti spunti.

Quando chiudi una rassegna olimpica con un oro e tre medaglie, è chiaro che il bilancio sia ben più che positivo. Amadio però sa che non si può minimamente riposare sugli allori. Riprendiamo allora alcuni degli argomenti trattati con Mornati proiettandoli più direttamente sul nostro mondo. Iniziamo dalla gestione della trasferta.

«Quando si parla di Olimpiadi – afferma Amadio – la logistica è completamente curata dal Coni, ma chiaramente vengono salvaguardate le singole esigenze federali. Noi ad esempio avevamo bisogno di un hotel nella zona delle gare su strada, abbiamo segnalato la nostra preferenza, poi il Coni ha provveduto».

Malagò Tokyo 2021
Il presidente del Coni Malagò ha seguito da vicino molte gare ciclistiche olimpiche
Malagò Tokyo 2021
Il presidente del Coni Malagò ha seguito da vicino molte gare ciclistiche olimpiche
Il rapporto tra Coni e Fci, parlando di Olimpiadi nel loro complesso e quindi comprendendo tutto il quadriennio olimpico, come è strutturato?

Il Coni mette a disposizione le sue migliori risorse per ottenere il massimo risultato, poi ogni federazione deve modulare le sue esigenze. Noi ad esempio abbiamo avuto un fantastico supporto dall’Istituto di Scienza dello Sport, nelle persone di Dario Della Vedova e Giovanni Pastore, per massimizzare i risultati del quartetto. Il lavoro nelle gallerie del vento è stato decisivo: a Torino si è lavorato sulla posizione in bici, al Politecnico di Milano su tutti i materiali.

Un lavoro che andrà avanti?

Sin da subito: hanno competenze delle quali dobbiamo servirci per rimanere all’avanguardia. Ma non solo con loro: abbiamo ad esempio in programma di dotare il velodromo di Montichiari di tutta la strumentazione tecnica, con computer e video per telemetria, con cronometraggio fisso come se ogni giorno fosse una gara. Ma tornando all’Istituto, attendiamo di concludere la stagione e avremo subito un incontro per pianificare il da farsi verso le prossime Olimpiadi.

Viviani galleria vento 2020
Elia Viviani nella galleria del vento: il lavoro al Politecnico di Milano è stato fondamentale non solo per lui
Viviani galleria vento 2020
Elia Viviani nella galleria del vento: il lavoro al Politecnico di Milano è stato fondamentale non solo per lui
Mornati sottolineava come dopo Rio si fosse compreso che bisognava dare alle Federazioni qualcosa in più come supporto. L’idea di un settore Preparazione Olimpica che faccia un po’ da legame fra le varie federazioni nell’arco di tutti i 4 anni ti trova favorevole?

Dipende da quel che si intende. I responsabili del Coni sono stati con noi, hanno studiato a lungo il lavoro di Villa e Salvoldi . Ci siamo confrontati anche su altri aspetti tecnologici perché a Tokyo abbiamo visto tante novità, dalla catena delle bici degli inglesi ai rapporti della Nuova Zelanda e gli stranieri hanno studiato ad esempio i manubri delle nostre Pinarello. Il progresso tecnologico avanza a passi da gigante e dobbiamo essere pronti. Il Coni si mette a disposizione, ma poi sta alle singole federazioni lavorare e seminare.

Hai notato una tendenza a guardare solo alle medaglie possibili? A Tokyo ad esempio eravamo ancora completamente assenti nella velocità che pure mette a disposizione ben 6 titoli…

Abbiamo affrontato il tema, ci è stato chiesto, sanno e sappiamo che bisogna mettere in piedi un progetto, senza nasconderci che i risultati li vedremo a lungo termine, c’è tantissimo da fare. Dobbiamo pensare ad esempio a trovare ragazzi adatti alla disciplina che praticano altri sport, come ha fatto l’Olanda che è andata ad attingere anni fa nell’atletica e ora ne gode i frutti, ma parliamo di giovanissimi, da affiancare agli specialisti puri. Ci vorrà almeno un paio di cicli olimpici per poter cominciare a raccogliere.

Velocità Tokyo 2021
La finale olimpica della velocità vinta dalla canadese Mitchell: quando tornerà l’Italia a questi livelli?
Velocità Tokyo 2021
La finale olimpica della velocità vinta dalla canadese Mitchell: quando tornerà l’Italia a questi livelli?
Saresti favorevole a un organo “super partes” che segua tutto il cammino di qualificazione olimpica per ogni sport? Una volta avveniva…

Ci sono troppe specificità legate non solo alle singole federazioni, ma anche alle diverse tipologie di qualificazione. Sicuramente avere modo di confrontare le esperienze è importante, poter sfruttare tutte le eccellenze che abbiamo in tanti sport, avere una visione globale, ma questo posso dire che il Coni già lo fa. L’importante è confrontarsi sui vari temi, anche su quelli spinosi, sapendo che un’Olimpiade perfetta, dove ogni sport ottiene il massimo è impossibile. Non ci riescono neanche gli Stati Uniti…

Fondriest, a breve l’incontro. E poi sapremo se sarà lui il cittì

25.08.2021
4 min
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Neanche il tempo che uscisse l’indiscrezione e la pioggia dei messaggi ha inondato il telefono di Maurizio Fondriest, 56 anni, candidato prescelto come cittì della nazionale dei professionisti che a ore avrà un incontro con la struttura federale per capire che cosa gli proporranno. E’ chiaro che ci sia più di un’idea e che molto probabilmente le cose andranno così, ma c’è prima tutta una serie di tasselli da mettere a posto. Primo fra tutti il suo impegno con un gran numero di atleti che in lui e in Paolo Alberati hanno riposto fiducia per la loro crescita nel ciclismo e dovranno rassegnarsi a fare senza.

Maurizio sta vivendo giornate complicate, la presenza della Federazione in Val di Sole per i mondiali di mountain bike renderà se non altro più agevole la logistica dell’incontro, dato che nel weekend il campione del mondo di Renaix 1988 partirà per due settimane.

Cordiano Dagnoni e Maurizio Fondriest si conoscono da un pezzo. Maurizio lo ha sostenuto alle elezioni Fci
Cordiano Dagnoni e Maurizio Fondriest si conoscono da un pezzo. Maurizio lo ha sostenuto alle elezioni Fci
Che cosa manca perché ci sia la fatidica firma?

Che me lo chiedano ufficialmente. Quando poi questo accadrà, dovrò fare le mie valutazioni in base a quello che potrò fare come cittì.

Fai il prezioso oppure ci sono davvero degli impedimenti?

Ho un impegno morale con i miei corridori, dovrò vedere cosa fare. Per alcuni juniores sono un riferimento. E’ vero che passano under 23 e non ho da trovargli un contratto, ma il nostro lavoro con loro è farli crescere. Seguire la preparazione. Confrontarci dopo le gare. Provare a farne dei corridori perché un giorno possano diventare professionisti e a quel punto proporli a squadre che sappiano valorizzarli. E’ un ruolo importante che mi sono costruito negli anni e a cui tengo.

Ci sono anche altri impegni con sponsor, probabilmente…

C’è Alpecin di cui sono immagine. C’è Mediolanum. C’è la collaborazione con le crociere della Gazzetta. Non posso alzarmi una mattina e dire a tutti che dovranno arrangiarsi. E poi voglio vedere se con la mia mentalità sarò compatibile con quello che mi proporranno.

E’ un incarico che ti sarebbe sempre piaciuto, questo si sa…

Certo, ma come ho appena detto a mia moglie, non voglio andare avanti nel pensiero finché non saprò esattamente di cosa stiamo parlando. Ho parlato di questo anche con Cassani, che fino al 30 settembre è il cittì della nazionale, con cui sono da sempre in ottimi rapporti. 

Si parlò di te come cittì anche prima della nomina di Ballerini e poi saltasti nuovamente fuori prima che venisse scelto proprio Cassani.

Il mio nome viene spesso fuori, ma di fatto anche in quelle occasioni nessuno mi disse nulla. Chi mi dice che assieme a me in queste settimane non abbiano parlato anche con altri? Ma per me non è un problema.

Che rapporti hai con Dagnoni?

Ero andato a trovarlo nel suo ufficio tempo fa assieme a Giuseppe Saronni, per il progetto sui campioni del mondo. Beppe era curioso di vedere che cosa avesse in mente, ma di questa cosa non si è proprio parlato. Siamo amici, siamo stati in stanza insieme alla mia prima convocazione in nazionale. Andai a fare il Giro di Grecia con gli stayer, guidati da Domenico De Lillo, e divisi la stanza con lui. Sono passati tanti anni e durante le elezioni federali ho spinto per lui, perché credo che sia una persona in gamba con delle buone idee.

Se la proposta ti convince, credi che la situazione più insormontabile sia quella legata ai corridori che segui?

Da una parte è complicato, ma Paolo (Alberati, ndr) è cresciuto tanto in questi anni. Credo che facendo le giuste mosse, si potrebbe organizzare la mia uscita.

A breve l’incontro. Poi probabilmente Maurizio si prenderà il suo tempo per decidere. Con lui, come Vialli per Mancini sulla panchina della nazionale di calcio, potrebbe arrivare con un ruolo di importante consulenza anche Gianni Bugno. Ma una cosa è certa, il lavoro per rifondare l’attività della nazionale per come la immaginano Dagnoni e Amadio richiede tempo. Come ha appena detto anche lui però, stiamo a vedere che proposta gli faranno. E se, come sempre Maurizio ha fatto notare, nel frattempo la Federazione ha portato avanti altre piste.

Il punto con Martinello, sull’endurance e la velocità sparita

09.08.2021
5 min
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Ieri si è messo il punto sulle Olimpiadi di Tokyo 2020. E’ stata una spedizione storica per l’Italia con 40 medaglie totali (record assoluto) e vere e proprie imprese sportive in tantissime discipline (19 diverse, record anche questo). Il ciclismo non ha fatto mancare il suo apporto, in particolare quello su pista, e su Facebook abbiamo avuto il piacere e l’onore di commentarlo con un campione olimpico come Silvio Martinello, anche in diretta, nella rubrica #ATokyoConMartinello. Qui ci avvaliamo ancora una volta delle sue opinioni acute, a volte anche coraggiose, per fare a mente fredda un bilancio sulle gesta dei nostri e le nostre pistard, i risultati ottenuti e cosa si poteva fare di più.

Il quartetto azzurro è volato senza esitazioni verso il titolo olimpico e il record del mondo
Il quartetto azzurro è volato senza esitazioni verso il titolo olimpico e il record del mondo

Alla grande, ma si può migliorare

Martinello, tiriamo un po’ le somme, com’è andata per gli azzurri e le azzurre della pista?

Partiamo dal settore dell’endurance maschile. Il bilancio non può che essere positivo con due medaglie e tra queste la perla dell’oro nell’inseguimento a squadre con tanto di record del mondo e impresa storica. C’è un po’ di amaro in bocca per la madison, anche se a dir la verità io da quando seguo Viviani e Consonni ho sempre trovato qualche limite dal punto di vista del gesto tecnico e delle tempistiche dei cambi. E vedendoli in azione mi sembra che miglioramenti non ce ne siano stati.

Sono stati limiti determinanti per la prova?

Questi errori a lungo andare si ripercuotono anche sulla prestazione atletica. La condizione alla vigilia sembrava ottima tra l’oro di Consonni nell’inseguimento e il bronzo di Viviani nell’omnium, poi invece non si è rivelata all’altezza. Ma al di là di questo, le loro lacune principali sono in questi cambi fuori tempo o sbagliati. Difatti Elia ha anche dichiarato che per l’appuntamento di Parigi si prepareranno allenandosi di più insieme. Detto ciò, ribadisco che è stata una trasferta di successo per l’endurance maschile.

Azzurre giovani, brave e… sfortunate

Per quanto riguarda le donne invece?

Anche l’endurance femminile si può considerare positiva. Non sono arrivate medaglie, ma il quartetto ha fatto il record italiano ed è molto giovane. Nella madison tutto è stato condizionato dalla caduta di Elisa Balsamo, involontaria perché tamponata da dietro. Certo sarebbe stato difficile contrastare le britanniche che hanno fatto quello che volevano, ma si poteva obiettivamente pensare di lottare per il podio.

E nell’omnium?

Discorso simile alla madison con la caduta della Balsamo nello scratch che l’ha condizionata pesantemente, quindi ingiudicabile anche qui. A me lei piace moltissimo per come corre, tatticamente e per l’intelligenza superiore alla media. Anche lei giovanissima e con ampi margini di miglioramento. Guardiamo quindi a Parigi 2024 e al futuro con fiducia. E poi…

La velocità sparita

C’è dell’altro?

Direi proprio di sì, il punto è un discorso che feci anche 5 anni fa commentando le Olimpiadi di Rio 2016 in televisione, prendendomi per questa mia critica anche un richiamo ufficiale a Rai Sport dal presidente della Federciclismo Di Rocco.

Qual era questo discorso?

Il discorso era ed è che continuiamo a disinteressarci del settore della velocità, il quale mette in palio sei titoli proprio come il settore endurance. Così come cinque anni fa festeggiai la medaglia storica di Elia e allo stesso tempo nel bilancio della spedizione olimpica in TV sottolineai che ai Giochi ci sono anche sei prove veloci alle quali non partecipammo, così devo farlo anche adesso per Tokyo, visto che è andata uguale. In cinque anni non è stato assolutamente impostato nulla.

Non c’è stato proprio nessun segnale?

Nel femminile c’è un’atleta che si chiama Miriam Vece che ha fatto dei miglioramenti enormi. Il punto però è che anche lei però per diventare una velocista di livello internazionale e per provare a guadagnarsi un posto a Parigi 2024 è dovuta emigrare e andare al World Cycling Center di Aigle, in Svizzera. Un centro che è stato creato per sostenere le federazioni che non riescono a supportare i loro atleti più talentuosi, quindi per quei cosiddetti “Paesi del terzo mondo”. Ma la nostra federazione ed il nostro Paese, almeno a livello ciclistico, non dovrebbe essere considerato tale.

Quindi un esempio positivo, ma che non cambia il discorso?

Esatto, un’eccezione al di là della quale mi trovo comunque costretto a constatare che non abbiamo ancora impostato minimamente il settore della velocità, anzi che di fatto non esiste proprio. Non so se questa nuova dirigenza federale abbia un progetto serio a riguardo. Salvoldi e Villa sono bravissimi, ma non possono occuparsi anche di questo, perché semplicemente non è il loro. Nel frattempo comunque abbiamo scelto di nuovo che quei sei titoli olimpici in palio non ci interessavano. Questa è una scelta, appunto, e come tale la commentiamo e la dobbiamo tenere in considerazione facendo il punto complessivo sulla spedizione.