Ineos

Ineos: per ora tanto Ganna e tanto Bernal. Sentiamo Leo Basso

04.03.2026
6 min
Salva

Quando si parla di Ineos Grenadiers si pensa subito al grande squadrone che è stato. Quest’anno però il team britannico è partito molto bene. Tira un’aria nuova. E certamente l’ingaggio di Oscar Onley è stato il colpo di coda del ciclomercato. Anche secondo Giuseppe Martinelli e la sua esperienza, vedremo una Ineos in ripresa.

Leonardo Basso, uno dei direttori sportivi della Ineos, ci porta dentro la sua squadra. E soprattutto nei programmi nell’immediato e nelle corse italiane. Perché diciamola tutta: si sa che Onley sarà il leader al Tour de France, ma per il resto non si hanno grandi notizie. Bernal al Giro? Ci sono forti indizi (ancora di più dopo questa intervista), ma di ufficiale non c’è nulla. Insomma, sentiamo Leonardo.

Leonardo Basso (classe 1993) è sull’ammiraglia della Ineos Grenadiers dal 2024 (foto Instagram Ineos)
Leonardo Basso (classe 1993) è sull’ammiraglia della Ineos Grenadiers dal 2024 (foto Instagram Ineos)
Una buona partenza, Leonardo. Già al Tour Down Under avete alzato le braccia al cielo…

Sì, indubbiamente. Abbiamo iniziato bene l’anno, la squadra ha girato subito forte sia a livello tecnico, ma c’è anche un bel clima all’interno di tutti i reparti, dai corridori allo staff. Questo clima poi si ripercuote sulla performance. Non è sempre automatico, però nella maggior parte dei casi, se inizi bene e tutte le cose sono a posto, i corridori sentono la fiducia e possono performare. Ne esce una buona dinamica, il morale resta alto e le cose girano: non è una casualità. Ora cerchiamo di lavorare bene anche in questo mese che è cruciale, con appuntamenti importanti.

Mese cruciale soprattutto in Italia: che squadra porterete tra Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Sanremo? E quali saranno i leader?

Per la Strade Bianche naturalmente abbiamo Egan Bernal, che è già salito sul podio nel 2021 e sa come correrla. L’anno scorso è stato protagonista anche nella tappa del Giro d’Italia che comprendeva parte di quei settori. Pertanto ci affidiamo al suo talento. Lui sarà il nostro faro per sabato. Sempre Bernal resterà in Italia per fare poi la Tirreno-Adriatico insieme a Thymen Arensman: loro due saranno i nostri leader per la generale.

E Ganna?

Certamente, alla Tirreno avremo anche Filippo Ganna che, come di consueto, correrà per puntare soprattutto alle tappe. Intanto cerchiamo di iniziare bene con la cronometro, che è la frazione numero uno, poi con lui vedremo giorno per giorno.

Ineos
I nuovi si sono integrati bene, secondo Basso. Sam Welsford, per esempio, ha vinto subito. Eccolo conquistare la 3ª frazione del Down Under
Ineos
I nuovi si sono integrati bene, secondo Basso. Sam Welsford, per esempio, ha vinto subito. Eccolo conquistare la 3ª frazione del Down Under
Sarà una Tirreno anche in funzione della Sanremo? Sempre per Ganna intendiamo…

Diciamo di sì. Però il ciclismo moderno è cambiato. Oggi si cerca di capitalizzare ogni opportunità, rispetto a una ventina di anni fa in cui la Tirreno era quasi necessariamente corsa in funzione di altro. Adesso ogni appuntamento è importante. Chiaro che a livello fisico la Tirreno gli darà una marcia in più, perché una corsa a tappe influisce sempre sulla condizione, però vogliamo sfruttare al massimo la Tirreno e poi gestire bene la settimana di stacco prima della Milano-Sanremo.

Ci sarà qualche co-capitano vicino a Ganna alla Sanremo?

Ganna arriva da due podi, pertanto sarà lui il nostro riferimento per l’arrivo di via Roma. Cercheremo di supportarlo al meglio.

Poi la grande domanda: che Ineos vedremo al Giro d’Italia? Il duo Bernal-Arensman è un indizio?

Il discorso è ampio. Abbiamo una pianificazione in atto. Per Bernal questo potrebbe essere considerato un primo step, naturalmente. Però il ciclismo moderno è molto complesso, quindi abbiamo un piano, ma restiamo flessibili. Intanto vogliamo fare bene la Tirreno. Poi, se tutto andrà come deve, al Giro la nostra squadra non può esimersi dal tentare di essere protagonista in classifica generale. Senza però trascurare l’opportunità di capitalizzare anche qualche tappa. Serve il giusto equilibrio tra ambizioni di un giorno e classifica generale, per la quale siamo naturalmente strutturati.

Ineos
Ganna in azione nella crono dell’Algarve, da lui vinta. Pippo sarà leader della Ineos alla Sanremo
Ineos
Ganna in azione nella crono dell’Algarve, da lui vinta. Pippo sarà leader della Ineos alla Sanremo
Quindi non è sicuro che possa essere Bernal il leader per il Giro?

E’ troppo presto per fare questa dichiarazione, soprattutto prima, e a ridosso, della Tirreno-Adriatico. Facciamo passare la Corsa dei Due Mari e poi ci concentreremo sull’avvicinamento al Giro d’Italia.

Quanto è cambiata la Ineos Grenadiers con l’arrivo, quasi a sorpresa, di Onley?

E’ parte della nostra natura cercare sempre di rinforzarci. E’ indubbio che Oscar Onley sia un corridore molto importante e che abbia dato ulteriore forza all’organico. Devo dire che è stato bravissimo a integrarsi. L’ho visto adattarsi subito alle dinamiche di un team per lui nuovo. Ha legato bene con staff e compagni. Insomma, è lui che ci ha aiutato. Senza contare che si sono visti già buoni risultati all’Algarve. Con lui stiamo facendo un percorso per questa stagione, ma anche per i prossimi anni. E’ stato bravo a iniziare con il piede giusto.

Oltre alle corse italiane e al Tour, avete già una traccia per Vuelta e finale di stagione?

Direi di no. E’ vero che le squadre cercano di pianificare il più possibile, però prima ci sono Giro e Tour, e poi a cascata si definisce il resto del programma. Cerchiamo anche di non dare ai corridori informazioni troppo definitive, perché nel mezzo ci sono tanti mesi e le condizioni possono variare. Certamente noi abbiamo un’idea, ma non l’abbiamo ancora confermata neanche agli atleti.

Ineos, Bernal
Bernal, ex biker, ha un certo feeling con gli sterrati, per questo guiderà la Ineos a Siena
Ineos, Bernal
Bernal, ex biker, ha un certo feeling con gli sterrati, per questo guiderà la Ineos a Siena
E invece tu, Leonardo, come sta procedendo questa tua avventura?

Devo dire che la squadra e i ragazzi stessi mi hanno aiutato molto. Il fatto di essere stato alla Ineos Grenadiers da corridore per quattro anni mi ha agevolato. Per il resto sento questo ruolo da direttore abbastanza naturale, forse anche più di quanto lo fosse quello del corridore. Mi trovo a mio agio. La Ineos è una squadra di livello mondiale e questo comporta pressioni e responsabilità diverse, ma le sto vivendo bene. Se ci metti tutto l’impegno possibile, credo che i risultati arrivino. Insomma, dare il massimo come quando ero corridore.

C’è un tuo corridore che ti ha colpito non solo per i risultati, ma anche per il carattere?

Più che un singolo corridore mi ha colpito l’approccio dei giovani. In queste ultime stagioni il ciclismo ha raggiunto un livello di professionalità assoluto. La cura dei dettagli è elevatissima e i giovani hanno già queste attenzioni. Sono di una professionalità incredibile. Probabilmente è una cosa generalizzata, non solo del team Ineos. Hanno una conoscenza altissima della nutrizione e di tutti gli aspetti dello sport. Dovremo essere bravi noi a gestire la parte più istintiva, perché a un’età giovane devono anche conservare la gioia di correre, senza essere esclusivamente focalizzati sui dettagli. Però, ripeto, il loro livello di professionalità mi ha davvero stupito.

Egan Bernal

Bernal, Zipaquirà, il Giro: le news direttamente dalla Colombia

08.02.2026
5 min
Salva

Questa è la settimana del ritorno del grande ciclismo in Colombia, patria del pedale sudamericano. Tre giorni fa si è disputata la prova a cronometro, mentre oggi è la volta della gara in linea. I campionati nazionali si svolgono a Zipaquirà, città natale di Egan Bernal, che tra l’altro sarà, almeno sembra, uno dei leader del prossimo Giro d’Italia.

Il Sudamerica resta il secondo grande polo ciclistico mondiale, nonostante la globalizzazione abbia ormai distribuito atleti di alto livello in ogni angolo del pianeta. In questi giorni si è discusso molto del mancato Giro di Colombia, che anche quest’anno non verrà disputato. In tanti hanno sottolineato quanto questa assenza rappresenti una perdita culturale, tecnica ed economica per il ciclismo locale. Anche per questo motivo l’attenzione sui campionati nazionali è ancora maggiore.

Egan Bernal
Brandon Rivera ed Egan Bernal in allenamento sulle strade della loro Zipaquirà. I due oltre che compagni di squadra sono amici storici (foto @pochop8)
Egan Bernal
Brandon Rivera ed Egan Bernal in allenamento sulle strade della loro Zipaquirà. I due oltre che compagni di squadra sono amici storici (foto @pochop8)

A casa di Bernal

Ad aiutarci a capire il clima che si respira è un nostro collega colombiano, Lisandro Rengifo, giornalista di El Tiempo, quotidiano di Bogotá. E’ lui a portarci dentro l’atmosfera di Zipaquirà e a raccontarci cosa rappresenti questo appuntamento per Egan Bernal e per il movimento ciclistico colombiano.

«Per quanto riguarda i campionati nazionali – dice Rengifo – l’ambiente a Zipaquirà è sensazionale. Essendo la “casa” di Bernal, l’attesa è altissima. Al via ci saranno ciclisti di ogni livello e caratteristiche. Dopo la cancellazione del Tour Colombia, i campionati nazionali concentrano tutta l’attenzione del mondo del pedale nel Paese. Saranno presenti corridori come Egan Bernal, Daniel Martinez, Harold Tejada, Brandon Rivera e Santiago Buitrago: i nomi più importanti del ciclismo colombiano impegnati nel WorldTour».

E a proposito di Rivera, giovedì nella prova a cronometro, il successo è andato proprio al compagno di squadra di Bernal alla Ineos Grenadiers. Il percorso era pianeggiante ma molto impegnativo: una crono di 44 chilometri con appena 180 metri di dislivello, il tutto però oltre i 2.500 metri di quota. Rivera che è uno scalatore atipico, molto potente, ha rifilato quasi 2′ al secondo, Dani Martinez.

Rivera
Rivera ha stravinto la prova contro il tempo. Tanta la gente a bordo strada, figuriamoci oggi (foto Federciclismo Colombia)
Rivera
Rivera ha stravinto la prova contro il tempo. Tanta la gente a bordo strada, figuriamoci oggi (foto Federciclismo Colombia)

Non solo scalatori

Ma se la crono è era un piattone, che tipo di gara sarà quella in linea. Non possiamo credere che in Colombia non inseriscano neanche una salita. E infatti…

«Il percorso di oggi – prosegue Rengifo – favorisce i fondisti, coloro che sono abituati a gare di oltre 200 chilometri e che si allenano e rendono bene in altura. In conclusione, è un tracciato che avvantaggia soprattutto i ciclisti colombiani che fanno parte del WorldTour, gente di fondo, forte».

Un aspetto molto romantico, se vogliamo, di questa storia, anzi di questi campionati nazionali è l’impegno proprio di Bernal. Sembra che il classe 1997, abbia influito nell’organizzazione di questi Campionati Nazionali “in casa” e non solo come uomo immagine.

Rengifo fa luce: «Bernal ha influito totalmente nell’organizzazione. Egan è stato uno dei principali collaboratori nel disegno del percorso, che potrebbe essere il più duro nella storia dei Nazionali. C’è uno strappo di un chilometro con pendenze fino al 16 per cento, da affrontare per 13 volte. Non molti ciclisti riusciranno a portare a termine la prova».

E a proposito di Bernal, la sua stagione riparte proprio da qui, esattamente come un anno fa, anche se nel 2025 aveva già conquistato il titolo a cronometro.

«Come ci arriva Bernal? Tutto lascia pensare che Egan possa ripetere il successo dello scorso anno, non solo perché corre in casa, ma perché in Colombia non c’è un altro corridore con le sue caratteristiche: forte in montagna, fondista completo e con una mentalità vincente. Sì, può difendere il titolo conquistato dodici mesi fa».

Egan Bernal
Bernal sullo strappo dove si conclude il campionato nazionale colombiano. Bisognerà ripeterlo 13 volte (foto @pochop8)
Egan Bernal
Bernal sullo strappo dove si conclude il campionato nazionale colombiano. Bisognerà ripeterlo 13 volte (foto @pochop8)

Tra Giro e futuro

Questa di poter parlare con un giornalista colombiano è anche un’occasione per cercare di scoprire il futuro di Bernal. E per noi italiani la domanda principale è legata alla sua partecipazione al Giro d’Italia che, ricordiamo, ha vinto nel 2021.

«Non è stato detto nulla di ufficiale – spiega Rengifo – ma l’ipotesi più probabile è che possa ripetere la doppietta Giro-Tour, come l’anno scorso. E’ chiaro che con gli arrivi di Vauquelin e Onley si presuppone che al Tour vadano loro e possano essere leader, quindi Bernal avrebbe maggiori possibilità di guidare la Ineos in Italia».

In altri tempi, un percorso come quello del Giro di questa stagione sarebbe stato perfetto per lui: salite lunghe, non eccessivamente pendenti, simili a quelle di casa, e una lunga cronometro in cui guadagnare terreno sui rivali più puri in salita. Certo, non è più l’Egan di un tempo. O forse, semplicemente, oggi i rivali sono diversi.

«L’anno scorso ho parlato con lui – racconta Rengifo – e mi disse che l’obiettivo della Ineos nel 2025 era lottare per il podio del Giro, anche se poi ha chiuso settimo. Quest’anno, se andrà al Giro, l’idea sarà di nuovo quella di puntare al podio, perché il percorso gli è favorevole. Resta da capire contro quali avversari si troverà.

Bella infine la chiosa di Rengifo sia su Egan che sul ciclismo della sua Nazione: «Il ciclismo colombiano continuerà a dipendere, come negli anni passati, da ciò che farà Egan Bernal. Non c’è un altro corridore con le sue qualità ed è l’unico che può ambire a risultati davvero importanti. Allo stesso tempo va detto che oggi non ha le condizioni per lottare alla pari con Pogacar, Vingegaard o Evenepoel, come del resto accade alla maggior parte dei comuni mortali del gruppo. Ma terrà duro come sempre».

Campionati del mondo 2020, Imola, foto di gruppo per Davide Cassani, Federico Morini, Gianluca Carretta, Vincenzo Nibali

Gli infortuni senza ritorno: la lettura di Gianluca Carretta

06.10.2025
6 min
Salva

«Se butti nella mischia un atleta di alto livello – dice serio Gianluca Carretta – perché normalmente spingi per il recupero degli atleti top, rischi di ottenere l’effetto opposto. Anche gli atleti vertice, se non sono in condizione, con i ritmi di adesso vanno in difficoltà. Per cui il rischio è di mettere sotto stress un organismo che è già sotto stress. Perché ha già subito quelli del trauma e quelli di un recupero affrettato. Quando è così, il corpo reagisce e ci sta che vengano fuori dei flop. E’ sicuramente meglio un recupero graduale e corretto, a maggior ragione nel ciclismo di adesso in cui vanno sempre a tutta».

Bernal è tornato in gruppo dopo l’incidente del 2022, ma non ha mai ritrovato il suo livello precedente e ha spesso dovuto fermarsi (foto La Sabana)
Bernal è tornato in gruppo dopo l’incidente del 2022, ma non ha mai ritrovato il suo livello precedente e ha spesso dovuto fermarsi (foto La Sabana)

I campioni spariti

Gianluca Carretta (in apertura con la maglia bianca assieme a Cassani, Morini e Nibali) è uno degli osteopati più esperti che abbia lavorato nel mondo del ciclismo. Ha aiutato il recupero di decine di atleti: quelli delle squadre in cui ha lavorato e anche quelli che si presentavano al suo ambulatorio di Parma. E ora che ha lasciato il mondo delle squadre ed esercita la professione nel suo studio, ha passato il testimone a suo figlio Matteo, fresco di inserimento nello staff della XDS-Astana. Lo abbiamo coinvolto per dare una misura ai mancati ritorni alla piena efficienza di atleti come Froome, Bernal, Alaphilippe, Marta Cavalli. I campioni che dal 2019 in avanti, in seguito a infortuni piuttosto seri, sono rientrati in gruppo senza più ritrovare il loro livello. Dipende dal tipo di incidente, dalla fretta di recuperare o dal ciclismo di adesso che non ti perdona lo stop di un anno in cui cerchi di ricostruirti?

«C’è infortunio e infortunio – annuisce Carretta – se mi rompo il femore, una volta che l’osso è a posto e recupero la muscolatura della gamba, il lavoro è fatto. Se vai accanto alla spalla e magari trovi delle lesioni ai legamenti o ai tendini, il discorso diventa un po’ più complesso. Altra storia invece è subire dei politraumi come quelli che hanno subito Froome e Bernal. Io non conosco bene la loro storia clinica, ne ho letto sui giornali, però il concetto resta. Nel momento in cui si parla di politrauma, cioè hai varie fratture e magari vai accanto alla colonna vertebrale, come è successo per Bernal, è chiaro che le cose si complicano».

Il 2022 fu anche l’anno dell’incidente che, sia pure non all’istante, ha segnato la carriera di Marta Cavalli
Il 2022 fu anche l’anno dell’incidente che, sia pure non all’istante, ha segnato la carriera di Marta Cavalli
La colonna vertebrale è la vera discriminante?

Si va potenzialmente accanto al sistema nervoso centrale e al sistema neurovegetativo. Non dimentichiamoci che la colonna vuol dire plessi nervosi che gestiscono i movimenti, ma vuol dire anche plessi nervosi latero-vertebrali che gestiscono l’attività fisiologica viscerale, che permette il recupero. Se vengono influenzati i processi di recupero, si incide in modo abbastanza importante sulla funzionalità del corpo.

Si dice che gli atleti di vertice siano fenomenali anche nella rapidità del recupero. Nella carriera di Gianluca Carretta è mai capitato di dover forzare la mano?

Sono ragazzi giovani, che hanno dei tempi di recupero molto rapidi, ma ci sono dei criteri da rispettare. Il tempo dedicato al recupero dipende dalla squadra. Io sono stato in gruppi che hanno sempre rispettato i tempi, senza mai fare troppa pressione. Se non l’ultima volta, ma di comune accordo con l’atleta, quando si decise di forzare i tempi. Mi riferisco al Tour del 2018 in cui Nibali ebbe una frattura da compressione di una vertebra.

Si parlò molto del tipo di intervento, proprio per accelerare il recupero, dato che i mondiali di Innsbruck sembravano perfetti per lui…

Venne fatto un tentativo di recupero veloce, per permettergli di correre anche la Vuelta. Ricordo che finii anche in una mezza polemica, perché mi scappò detta una cosa a un giornalista, che lo scrisse. Dissi che avevamo tentato di recuperare alla svelta, non rispettando i tempi corretti. Era vero, ma in squadra ci fu un po’ di maretta. Lo facemmo di comune accordo, perché Vincenzo era consapevole di tutti i rischi. Voleva andare alla Vuelta, per cui nel giro di un mese fu abile per tornare, sebbene la frattura da compressione di una vertebra normalmente richieda un po’ più di pazienza.

Un mese dopo la frattura al Tour del 2018, Nibali si schierò al via della Vuelta: un recupero forzato, secondo Carretta, concordato fra atleta e squadra
Un mese dopo la frattura al Tour del 2018, Nibali si schierò al via della Vuelta: un recupero forzato, secondo Carretta, concordato fra atleta e squadra
La cosa funzionò?

Vincenzo venne rimesso in condizioni di correre la Vuelta, chiaramente però in una condizione non ottimale dal punto di vista atletico e andò come andò. In quel caso in effetti vennero fatte un po’ di pressioni. Per il resto non ho dovuto gestire grossi infortuni. Mi viene in mente Cancellara al Tour del 2015, quando era maglia gialla. Anche lui si era fratturato due o tre vertebre, ma in modo meno grave di Vincenzo. In quel caso non venne fatta troppa pressione, anche perché con Luca Guercilena certi tempi venivano rispettati. Oppure ricordo il bacino rotto di Michele Bartoli al Giro del 2002, ma rispettammo i tempi.

Evenepoel tornò in gara al Giro d’Italia sette mesi dopo l’incidente del Lombardia 2020, ma trovò un livello troppo alto e dovette fermarsi. Bernal è tornato e si è fermato più di una volta. Non sarebbe meglio rientrare quando si è davvero a posto?

Su questo con me trovate una porta aperta. Secondo me è sbagliato accelerare i tempi rispetto a certi infortuni, a meno che non si tratti di un infortunio banale.

Traduci banale?

Quando Lance Armstrong tornò a correre, poco prima del Giro del 2009 si ruppe la clavicola in una garetta in Spagna, se ben ricordo (nella prima tappa delle Vuelta Castilla y Leon, ndr). Venne operato, gli fu messa una placchetta in titanio sulla clavicola e dopo tre giorni era in bici. Con la placca, la clavicola rotta era più solida dell’altra: quello è un incidente banale.

Dopo l’incidente del 2019 Froome non è più stato neppure l’ombra del campione vincitore di 4 Tour, un Giro e 2 Vuelta
Dopo l’incidente del 2019 Froome non è più stato neppure l’ombra del campione vincitore di 4 Tour, un Giro e 2 Vuelta
Per quelli più complessi?

Per un atleta di prestazione è sicuramente meglio tornare in gara nel momento in cui fisiologicamente è completamente recuperato, dal punto di vista osseo e anche funzionale. Deve ritrovare la condizione, quindi accelerare i tempi significa sollecitare il corpo in modo eccessivo. Ribadisco: soprattutto in questo ciclismo che non ammette ritmi blandi. Io sono sempre dell’idea che sia meglio rispettare la fisiologia. Per cui, se mi chiedete se sono d’accordo su un recupero veloce o su un recupero lento e fisiologico, sicuramente scelgo la seconda.

Vuelta, tappa bellissima mozzata dalla protesta. Vince Bernal

09.09.2025
6 min
Salva

Gianmarco Garofoli, che stamattina ha lasciato la Vuelta a causa di un virus intestinale che lo ha colpito nella notte, lo aveva detto: «Qui in Spagna la questione palestinese è molto sentita, specie al Nord». E così oggi una tappa che si stava annunciando interessante e anche emozionante, vista la durezza del percorso, è stata mozzata sul più bello.

Per la cronaca ha vinto Egan Bernal, ma certo annunciare così una sua vittoria dispiace. Dispiace perché in fuga c’era con lui Mikel Landa. Due scalatori di rango, entrambi con un conto aperto con il destino e le cadute. Viene dunque da pensare cosa sarebbe potuto essere senza l’interruzione.

Il forcing di Bernal mette tutti in fila. Alla fine resteranno solo il colombiano (che otterrà la sua 22ª vittoria da pro’) e lo spagnolo
Il forcing di Bernal mette tutti in fila. Alla fine resteranno solo il colombiano (che otterrà la sua 22ª vittoria da pro’) e lo spagnolo

La vittoria triste di Bernal

Mancavano circa 16 chilometri quando la direzione di corsa ha ufficializzato l’accorciamento della tappa. «A causa di una protesta che ha bloccato la corsa, il vincitore di tappa e i tempi della classifica generale saranno decisi a 8 chilometri dal traguardo», così informava La Vuelta sul proprio sito ufficiale.

Stop dunque al cartello dei -8, proprio laddove iniziava la scalata finale verso Castro de Hervillo. A circa 3 chilometri dall’arrivo i manifestanti avevano occupato la sede stradale: la corsa non sarebbe potuta passare.

Landa e Bernal restavano in due grazie alla foratura che aveva fermato il terzo fuggitivo, Clement Braz Afonso. I tre avevano fatto la differenza sull’Alto de Prado, una scalata durissima con punte al 18 per cento. Bernal mostrava grande gamba: quando tirava lui, il gruppetto si allungava e anche i colli degli altri fuggitivi. Landa era uno dei pochissimi a resistere, ma con fatica.

In volata, come previsto, non c’è stata storia. Landa non è mai stato uno sprinter e per di più, trovandosi davanti al momento del lancio in leggera discesa, ha finito per offrire il colpo di grazia al rivale in un arrivo che tanto sembrava quello di una corsa di cicloamatori di terzo ordine, tanto era improvvisato, senza transenne, senza tifo…

Vingegaard sereno dopo l’arrivo. Nella generale nulla di fatto a parte Pellizzari che sale al quinto posto. Mentre Almeida insegue sempre a 48″
Vingegaard sereno dopo l’arrivo. Nella generale nulla di fatto a parte Pellizzari che sale al quinto posto. Mentre Almeida insegue sempre a 48″

Vingegaard, un altro passetto

E poi c’è la battaglia per la classifica generale. Apparentemente nessun grande movimento, ma a guardare bene Jonas Vingegaard è parso brillante e disteso in volto come nei giorni migliori. Pedalava leggero anche in piedi sui pedali. Bene anche Joao Almeida, più agile del danese.

La UAE Emirates si è trovata scoperta dopo il forcing della Bahrain-Victorious, preoccupata per il rientro in classifica di Bernal, e ha richiamato Marc Soler che era davanti. Giusto una precauzione, più che l’idea di un attacco. L’unico vero brivido è stata la foratura di Vingegaard sull’Alto de Prado: immediato il cambio bici con quella di Ben Tulett, senza conseguenze.

A conti fatti, questa protesta ha fatto gioco al leader della Vuelta. E’ passata un’altra tappa e Vingegaard resta in maglia roja, evitando il pericolo dell’ultima scalata. Avrebbe potuto anche affondare il colpo lui, sia chiaro. Dopo il “traguardo” Jonas era sorridente, salutava le telecamere e festeggiava con i compagni.

L’assembramento lungo la salita finale. Già verso le 16,30 mentre salivano i mezzi quello della Israel-Premier Tech era stato bloccato (foto Marta Brea)
L’assembramento lungo la salita finale. Già verso le 16,30 mentre salivano i mezzi quello della Israel-Premier Tech era stato bloccato (foto Marta Brea)

La protesta inarrestabile

La notizia del giorno resta però la protesta palestinese. La percezione in Spagna sembra diversa dalla nostra, sia per impatto mediatico che per approccio politico e sociale a 360°. Lo aveva detto Garofoli, lo si vede dalle immagini trasmesse dalla Vuelta e dalle prese di posizione del premier Pedro Sanchez.

Il primo ministro spagnolo, giusto ieri, aveva rincarato la dose contro Israele e Benjamin Netanyahu. Aveva chiuso gli spazi aerei e navali per eventuali carichi di rifornimenti militari, dato supporto alla Global Simud Flotilla e preso posizione netta.

Ieri erano state fatte delle riunioni per la sicurezza in vista di queste tre tappe in Galizia, con l’obiettivo di blindare soprattutto la frazione 17, quella di domani con arrivo al Alto de El Morredero, secondo le fonti quella più a rischio. Era stata prevista una task force ulteriore di 147 agenti tra Guardia Civil, Unità di Mobilità e Polizia locale. I manifestanti, però, hanno anticipato.

Il direttore della Vuelta, Javier Guillen, ha ammesso di trovarsi davanti all’edizione più difficile dei suoi 16 anni di direzione. L’Israel-Premier Tech resta al centro della bufera. Fa da capro espiatorio, ma la sensazione (ripetiamo sensazione) è che la protesta sulle strade iberiche ci sarebbe lo stesso proprio perché c’è un’altra visone in merito alla guerra in Medio Oriente.

Guillen si trova in una posizione difficile. Non hai mai incentivato la Israel a lasciare, ma neanche si è espresso affinché restasse in gara. L’UCI da parte sua ha diramato un comunicato molto neutro: «La squadra ha il diritto di partecipare, non possiamo vietarlo». Di fatto tutto è in sospeso e questi sono i risultati.

Stefano Zanini (classe 1969) diesse della XDS in questa Vuelta
Stefano Zanini (classe 1969) diesse della XDS in questa Vuelta

Dalla Spagna, Zanini…

Abbiamo intercettato a caldo Stefano Zanini, direttore sportivo della XDS-Astana, per provare a capire quale atmosfera si vive sul campo.
«In effetti – ha detto Zazà – oggi c’erano tantissimi manifestanti lungo il percorso. Sembra quasi che la protesta cresca. Ci hanno avvertiti dello stop via radio mentre eravamo sulla quella salita durissima, l’Alto de Prado (quindi poco prima rispetto a noi, ndr) e lo abbiamo comunicato ai ragazzi».

Stefano, gli atleti hanno la sensazione di correre rischi?

Se bloccano la strada come oggi no, ma se succede come qualche giorno fa nella cronometro, o come quando quel tizio si è gettato addosso a Romo (oggi non partito per i traumi di quella caduta), allora sì: un po’ di timore credo lo abbiano.

I tuoi corridori ne parlano tra loro?

Abbiamo orari differenti, ma almeno negli ultimi due giorni non ne hanno discusso.

Avete mai condiviso l’hotel con la Israel-Premier Tech?

Sì, anche nel giorno di riposo e non ci sono mai state proteste. Tutto molto tranquillo.

Personalmente che sensazioni hai? E’ stata persino messa in discussione la tappa finale di Madrid… Cosa succederà?

La sensazione è che il problema c’è e non sarà facile. Parlavo con un giudice e mi diceva che anche tecnicamente riorganizzarsi ogni volta è complicato. Dover prendere i tempi a mano all’improvviso è come tornare a 40 anni fa. Quindi la mia sensazione è: “speriamo che vada bene”. Non so cos’altro dire. E’ una situazione insolita, in cui lo sport subisce la politica.

E’ così: questa è politica e il ciclismo si corre sulla strada. Storicamente è sempre stato così. Oggi parlare solo di sport è difficile, forse anche fuori luogo. Staremo a vedere quel che succederà e se davvero questa Vuelta ferita arriverà a Madrid. Qualcuno in Spagna inizia davvero a chiederselo, come è accaduto in un dibattito su Marca, il maggior quotidiano spagnolo, e anche in altre trasmissioni. Intanto domani c’è un altro arrivo in salita… forse.

Gavazzi: il Bernal “piemontese” e quel sorriso ritrovato

27.08.2025
5 min
Salva

Sorridente, disponibile, disteso, con la battuta sempre pronta, in una sola parola: felice. Egan Bernal ha messo piede in Italia per la partenza della Vuelta Espana con un piglio che sembrava aver quasi perso. Si era assaporato un po’ di quel buon umore al Giro d’Italia, ma si vedeva che l’animo del corridore colombiano era differente. Sulle terre piemontesi, che lo hanno visto sbocciare nel suo grande talento, Bernal sembra essersi totalmente ritrovato. Su queste strade ci ha vissuto per tanti anni, sono state loro ad accoglierlo quando era arrivato in Italia alla corte dell’Androni Giocattoli di Gianni Savio. 

Il sorriso sul volto di Bernal non è mai mancato, ma alla partenza della Vuelta, sulle strade piemontesi, ha un sapore speciale
Il sorriso sul volto di Bernal non è mai mancato, ma alla partenza della Vuelta, sulle strade piemontesi, ha un sapore speciale

Un sorriso per tutti

Egan Bernal era approdato nella professional italiana da perfetto sconosciuto, ad accoglierlo aveva però trovato la figura di Francesco Gavazzi. Il valtellinese, ritiratosi nel 2023, ora sta studiando per ottenere l’abilitazione UCI e diventare direttore sportivo. Nel frattempo lavora come gommista nell’azienda che prima era del nonno e ora è in mano ai suoi cugini. L’obiettivo è di salire in ammiraglia a partire dalla prossima stagione, ma questo è un’altra storia che ci auguriamo di avere modo e piacere di raccontare più avanti. 

«Anche dopo aver vinto il Tour de France – racconta Gavazzi nella sua pausa pranzo – Bernal non è mai cambiato di una virgola. E’ sempre stato un ragazzo umile e aperto, forse troppo. Ha sempre concesso un sorriso e un autografo a tutti, e in alcuni casi eravamo noi a dovergli dire di muoversi perché la gara stava per iniziare. Adesso non lo vedo più dal vivo, ma quello che si vede in televisione o nelle poche gare alle quali assisto, è un ragazzo professionale e disponibile».

La serenità ritrovata di Bernal può essere un fattore chiave in questa Vuelta
La serenità ritrovata di Bernal può essere un fattore chiave in questa Vuelta
Com’è stato il tuo primo incontro con Bernal?

Eravamo in ritiro a Padova, nel novembre del 2015. Stavamo facendo un po’ di prove per i materiali e avevamo programmato un’uscita in bici. Gianni (Savio, ndr) era venuto da noi presentandoci questo ragazzo colombiano di diciotto anni. Ci aveva detto che arrivava dalla mountain bike e che era davvero molto forte. Poi siamo partiti con la pedalata.

Che è successo?

Ci ripetevamo di andare piano, dovevamo fare un giro sui Monti Berici e tornare indietro. Appena abbiamo approcciato una discesa, dopo tre curve, ci troviamo Bernal a terra. Lui si era rialzato subito, però dentro di noi abbiamo pensato: «Chissà che fine fa questo». Gli sono bastate poche settimane per farci capire che aveva doti fuori dal comune. 

A Limone Piemonte, primo arrivo in salita, il colombiano è quarto
A Limone Piemonte, primo arrivo in salita, il colombiano è quarto
Ha “rimediato” subito…

Non una presentazione in grande stile, ma in gruppo ci ha fatto vedere che sapeva stare. Seguiva i corridori più esperti e quando c’era da limare non si tirava indietro. Inoltre, fin da giovane, ha dimostrato un carattere solare e deciso. Non ha mai avuto paura di parlare ed esporsi. 

Sicuro di sé?

E delle sue idee. A quel tempo c’erano tanti corridori esperti in squadra, compresi Frapporti e io, lui non aveva paura a dire la sua. Ha sempre avuto le caratteristiche del leader, senza sovrastare gli altri. Sono doti che ho riscontrato anche in altri grandi campioni come Nibali e Pogacar. Questi corridori in bici si divertono, non li vedi mai stressati o rabbuiati. 

Bernal è arrivato in Piemonte grazie a Gianni Savio che dalla Colombia lo ha portato all’Androni Giocattoli nel 2016
Bernal è arrivato in Piemonte grazie a Gianni Savio che dalla Colombia lo ha portato all’Androni Giocattoli nel 2016
Hai notato questa cosa anche nel momento più difficile, dopo l’incidente del 2022?

Sinceramente sì. Non l’ho vissuto molto, anche perché l’anno successivo mi sono ritirato, ma non ha mai dato l’impressione di aver perso quelle sue caratteristiche umane che lo contraddistinguono. Magari ha perso serenità in bici, però con se stesso no. 

In questi primi giorni in Piemonte sembra ancora più sorridente, se possibile.

Ci sono luoghi che ti danno delle sensazioni positive, una scarica di energia unica, e improvvisamente ti senti ancora più forte e sicuro. Il Piemonte per Bernal è una seconda casa. La sua stella è nata lì, in tanti anni ha costruito amicizie e ha trovato tanti tifosi intorno a lui. 

Nonostante i suoi diciannove anni Bernal è diventato uno dei volti di riferimento del team di Savio insieme a corridori come Chicchi, Gavazzi e Pellizotti
Nonostante i suoi diciannove anni Bernal è diventato uno dei volti di riferimento del team di Savio insieme a corridori come Chicchi, Gavazzi e Pellizotti
Un qualcosa che può spingerlo per tutta la Vuelta?

Credo che Bernal potrà andare forte anche una volta arrivati in Spagna, è partito bene e questa cosa gli ha dato morale. Lui è un corridore che nella terza settimana migliora, serviva partire con il piede giusto. Gli ho sentito dire in un’intervista che si augurava potesse andare tutto bene, di non cadere o avere problemi. Evitare queste complicazioni lo farà sentire ancora più sicuro. Credo che il podio sia alla portata di Bernal. 

E domani iniziano le salite…

La testa è importante, ma come ho detto prima ha dimostrato di essere forte da questo punto di vista. Atleticamente Egan ha dalla sua ottime qualità sulla distanza e in salita.  

Vingegaard strozza l’urlo di Ciccone: Vuelta subito esplosiva

24.08.2025
6 min
Salva

LIMONE PIEMONTE – A un respiro dalla gloria rossa. Per qualche istante, la sagoma di Giulio Ciccone aveva fatto capolino nella nebbia e sembrava quella destinata a tagliare per prima il traguardo di Limone Piemonte, quassù dove di solito d’inverno si scia ed è di casa Marta Bassino. E, invece, con tutta la sua freddezza da killer, Jonas Vingegaard ha strozzato in gola l’urlo dell’abruzzese della Lidl-Trek, sfoderando il colpo di reni che in un sol colpo gli ha regalato tappa e maglia, la prima di leader della Vuelta della sua carriera.

Sul traguardo, Giulio è senza fiato, ma trova le parole per spiegare quanto lui davvero ci abbia sperato fino all’ultimo millimetro di asfalto: «Gli ultimi 500 metri c’è stato un po’ di casino e sono rimasto chiuso con Ayuso. Poi, sono partito con un rapporto troppo duro e infatti gli ultimi 50 metri ero troppo, troppo duro. Peccato perché oggi volevamo prendere la maglia e regalare una bella gioia a questo pubblico che mi spinge, ma ci riproveremo».

Ciccone si volta, Vingegaard vede che c’è ancora il margine per passarlo: si decide tutto in questi pochi metri
Ciccone si volta, Vingegaard vede che c’è ancora il margine per passarlo: si decide tutto in questi pochi metri

I dubbi di Vingegaard

E dire, che lo stesso Vingegaard non pensava più di ricucire sullo scatenato italiano: «A 100 metri dal traguardo – dice – non pensavo più di riuscire a vincere perché Giulio è andato fortissimo. Subito dopo la curva, credevo che lui fosse già vicino al traguardo, ma poi mi sono accorto che mancava più di quanto pensassi e così ho deciso di lanciarmi con tutte le forze e ce l’ho fatta».

Nonostante, il finale concitato, il danese della Visma-Lease a Bike si è subito reso conto di avercela fatta, alzando il braccio destro e baciando la fede nuziale. L’altro, sanguinante, non sembra preoccuparlo, così come il ginocchio sinistro, dopo la caduta occorsa per l’asfalto bagnato a una rotonda ai -25 chilometri dall’arrivo.

«Ho preso una bella botta, poi in realtà sono solo scivolato per parecchi metri. Il colpo più forte l’ha preso il ginocchio, ma subito mi sono reso conto che andata bene e per ora non sento particolare fastidio», ha aggiunto commentando il terzo successo di tappa nella Corsa spagnola dopo i due del 2023.

Ladri di biciclette

Peggio è andata al suo compagno Axel Zingle che, oltre a lussarsi la spalla sinistra e ad arrivare a più di 24 minuti, è rimasto anche a piedi per colpa di un ladro maldestro: «Mi sono slogato la spalla e ho dovuto rimettermela a posto da solo. Poi mi è successo una seconda volta mentre prendevo un gel, così mi sono dovuto fermare. Ho lasciato la bici a una persona che non parlava molto l’inglese, per tenerla quei 5/10 minuti mentre ero in ambulanza a farmi sistemare la spalla e questo tizio se n’è andato via. Per fortuna, sono arrivati con la bici di scorta dopo qualche minuto».

In realtà la versione di Zingle, evidentemente scosso, è stata più smentita dai fatti, dato che il suddetto tifoso aveva passato la bici agli addetti del camion scopa (tuttavia nella notte la Visma Lease a Bike avrebbe subito un furto ben più consistente in hotel).

In serata, come spiega anche Grisha Niermann, si valuterà se potrà ripartire domani da San Maurizio Canavese, in attesa che si sveli il mistero sulla bici sottratta: «Sono caduti sei su otto dei nostri e questo ha scombussolato un po’ i piani, ma per fortuna Jonas è rimasto concentrato e ce l’ha fatta. Devo dire che c’è stato anche grande fairplay in gruppo, al netto della situazione caotica che si era creata. La squadra si è comportata alla grande, ma sapremo solo dopo alcuni accertamenti se Axel potrà continuare la Vuelta».

Botte e risposte

Dunque, Vingegaard ha fatto centro al primo arrivo in salita, ma sottolinea subito che «se ci sarà una fuga, non sarà un problema perdere la maglia nei prossimi giorni». Niermann conferma: «A noi interessa che Jonas la indossi sul podio di Madrid, null’altro».

Fatto sta che le altre squadre dovranno inventarsi qualcosa per ribaltare tutto. La Uae Emirates ci aveva provato oggi, lanciando in avanscoperta Marc Soler ai 600 metri (subito dopo il forcing di Giulio Pellizzari). Almeida (5°) e Ayuso (8°) non hanno avuto però le gambe per seguire Ciccone e Vingegaard.

Lo spagnolo, comunque, è fiducioso: «Penso di aver superato questo primo test – dice Ayuso – e sono convinto di migliorare già verso Andorra, che sarà il momento chiave della settimana iniziale della Vuelta. Jonas e Ciccone erano favoriti, ma sia io e Joao abbiamo ancora tanta strada per dimostrare quanto valiamo».

Almeida gli fa eco: «E’ stata una giornata un po’ caotica, con la pioggia arrivata nei chilometri finali, le cadute e il nervosismo in gruppo. Per fortuna è andato tutto bene. Io, Juan e anche Marc siamo andati molto forte, gli altri sono stati più forti di noi, ma dobbiamo solo continuare a spingere. Il finale di domani presenta alcune curve insidiose, per cui cercheremo di stare davanti».

Il quarto posto di Bernal fa il pari con il sorriso del colombiano, che sembra molto in forma
Il quarto posto di Bernal fa il pari con il sorriso del colombiano, che sembra molto in forma

E la terza, breve frazione (134,6 chilometri) da San Maurizio Canavese a Ceres, sarà speciale per Egan Bernal, che tornerà sulle strade su cui è cresciuto agli ordini di Gianni Savio. Il quarto posto di oggi ha sorpreso lo stesso colombiano: «Non mi aspettavo di riuscire a lottare per il successo. Mi sono trovato là davanti e ci ho provato. E’ una bella iniezione di fiducia per il mio morale questo risultato e ringrazio Ben, Pippo e Kwiato (rispettivamente Turner, Ganna e Kwiatkowski, ndr) per avermi tenuto fuori dai guai».

Ellena custode del Colle del Nivolet (palestra di Bernal)

10.08.2025
6 min
Salva

E’ il 24 maggio 2019 quando il Giro d’Italia affronta le rampe di Ceresole Reale. E’ la tappa numero 13 e la corsa rosa entra nel vivo con le grandi, anzi grandissime montagne. Il finale è nello splendido scenario del Colle del Nivolet, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, uno degli angoli più suggestivi delle Alpi Graie (in apertura foto roadbookmag).

Quel giorno la classifica generale non subisce grandi scossoni, ma avviene un episodio che segnerà l’intero Giro. Vincenzo Nibali e Primoz Roglic discutono su chi debba chiudere il gap su Mikel Landa e Richard Carapaz, che si erano avvantaggiati. Nibali, irritato dalla passività dello sloveno, gli ricorda che in casa ha già degli altri trofei del Giro mentre lui no. Dal canto suo Primoz non la prende bene.

Il giorno dopo, nel continuo marcarsi, i due perdono di nuovo terreno nei confronti di Carapaz. A Courmayeur, negli ultimi chilometri, i più facili, Roglic e Nibali sono praticamente fermi, e l’ecuadoriano va a vestirsi di rosa. Rosa che terrà fino a Verona.

Roglic e Nibali quel giorno sul Nivolet…
Roglic e Nibali quel giorno sul Nivolet…

Ellena, custode del Nivolet

Nonostante la sua magnificenza e la sua bellezza, il Colle del Nivolet non è una salita super nota al ciclismo. La strada è chiusa per buona parte dell’anno e non rappresenta un valico di collegamento. Si sale e si scende (su asfalto) da un solo versante. Per di più la strada è stretta e non consentirebbe l’alloggio di cui necessitano i grandi eventi come il Giro. Tuttavia per alcuni è una vera palestra, un punto di riferimento che va oltre l’essere una semplice salita. Uno di questi è Giovanni Ellena, oggi direttore sportivo della Polti-VisitMalta, che del Nivolet è un po’ il custode.

«Questa è la mia salita sin da quando correvo – racconta Giovanni – parliamo degli anni ’80. All’epoca il tracciato era diverso: la strada che ora passa in galleria non c’era e si saliva per la vecchia via esterna, più panoramica. Oggi però questa via è di nuovo percorribile. Ed è bellissima. Dopo la tappa del Giro 2019, infatti, quella parte è stata riasfaltata come pista di soccorso, così chi pedala può evitare i tre chilometri e mezzo di tunnel».

La salita inizia di fatto a Noasca con due strappi secchi. «Il primo – racconta Ellena – va su al 15 per cento, poi c’è un tratto più dolce e di nuovo un altro muro durissimo. Dopo circa 9 chilometri si entra a Ceresole Reale e la strada sale regolare. Seguono 3 chilometri quasi pianeggianti lungo il lago di Ceresole. Poi ecco una rampa verso il Serrù con pendenze al 7-8 per cento, un breve tratto in discesa ed infine gli ultimi 5-6 chilometri verso il Nivolet. Questo tratto è abbastanza regolare, sul 7 per cento, ma è duro visto che si va sopra quota 2.200 metri. L’altitudine comincia a farsi sentire tanto che si scollina a 2.612 metri».

Ellena conosce il Nivolet metro per metro: «Lo facevo almeno venti volte ogni estate quando ero un corridore e continuo a salirlo ancora oggi, almeno una volta l’anno. La passata stagione scorso, nonostante un infortunio pesante, sono salito da Ceresole fino in cima. Non vi dico che dolori e quanto ci ho messo, ma è stata una soddisfazione importante. Quest’anno ancora non l’ho fatto, ma ci tornerò».

Quanti ricordi…

Il legame di Ellena con il Nivolet è anche emotivo. Qui si intrecciano memorie personali e storie di corsa. «Mi ricordo – prosegue il tecnico della Polti – un Giro della Valle d’Aosta, quello del 1986 mi sembra, quando non correvo. Sempre un Valle d’Aosta ma del 2009 e una tappa del Giro d’Italia femminile (era il 2011 e vinse Marianne Vos, ndr). Ma la vera consacrazione è arrivata con il Giro 2019. Rivedere quelle strade in mondovisione è stato speciale per me».

La salita, però, non è solo asfalto e pendenze: è un luogo che unisce due mondi. «Dalla cima si può scendere in Val d’Aosta solo a piedi o con tratti di mountain bike a spalla. Durante la seconda guerra mondiale era un sentiero usato dai partigiani per portare in salvo prigionieri e trasportare armi. Qualcuno in bici lo fa, ma ci si deve comunque portare dietro le scarpe da ginnastica, perché per almeno 20′-30′ c’è da proseguire con la bici in spalla prima di arrivare a Pont, in Valsavarenche».

«Poco dopo lo scollinamento l’asfalto continua per un po’. C’è un rifugio. Quando correvo, erano i tempi della Brunero, un giorno facemmo questa salita. Arrivammo al rifugio, ci mettemmo a mangiare, poi scese un po’ di nebbia. Nell’attesa ci addormetammo. Al risveglio erano le sei di sera. Impossibile scendere da lassù. Il freddo era pungente e ci voleva tempo. Così chiamammo i nostri della squadra che ci vennero a riprendere dalla pianura. Arrivarono su che era ormai buio. Vi lascio immaginare le parole che ci prendemmo!».

L’aria rarefatta, i laghi alpini e la sensazione di essere sospesi tra cielo e terra fanno del Nivolet un posto che, per chi ama la montagna, diventa un rifugio dell’anima e meta ambita per tanti ciclisti che d’estate non mancano mai. «Ogni volta che torno su – confessa Ellena – è come incontrare un vecchio amico: so già dove mi farà sorridere e dove mi farà soffrire».

Bernal e Sosa in cima. Dall’altra parte la Valle d’Aosta (foto Instagram)
Bernal e Sosa in cima. Dall’altra parte la Valle d’Aosta (foto Instagram)

Le SFR di Bernal

Il Nivolet è anche la “salita di casa” per i colombiani che Ellena ha avuto in squadra. E qui scattano i veri ricordi, quelli più forti e recenti legati ai corridori. Il primo a salirci fu un allora quasi sconosciuto Egan Bernal appena arrivato in Italia. «Gianni Savio, vista la sua giovane e anche quella di Sosa, mi disse di portarli vicino a casa mia per seguirli meglio. Quando lo portai sul Nivolet, si mise a fare le SFR a 2.000 metri. Gli dissi di lasciar perdere che non era il caso di fare certi lavori a quelle quote, ma lui mi rispose: “Giovanni, ma io vivo a 2.600 metri, qui sono ancora basso”. Rimasi in silenzio!».

Un altro aneddoto riguarda il lago Serrù: «Ci fermammo un attimo e gli indicai il sentiero verso il Col de l’Iseran. Si illuminò, perché sentiva la connessione tra quelle montagne e il Tour de France. Erano nomi che aveva solo visto in tv o sentito nominare. Quando era ai massaggi dopo quella grandinata proprio sull’Iseran, gli scrissi chiedendogli se si ricordava di questa storia. Egan rispose che se la ricordava eccome. Incredibile prese la maglia gialla proprio lassù».

Dopo i colombiani dell’Androni il legame fra Ellena e i sudamericani prosegue. Oggi è Germán Darío Gómez ad andarci e in qualche modo l’idea dell’alta quota è un richiamo per loro. «Mi chiedono sempre di salirci. Proprio Gomez quest’anno è arrivato da noi a marzo, ha fatto la Milano-Torino e la settimana dopo era già lassù. Un giorno mi manda la foto che era sulla neve del Nivolet. Anche prima gli altri ragazzi mi inviavano non so quante foto, anche a primavera quando c’era ancora neve e la strada era chiusa. Per loro è casa. A quelle quote si muovono con una naturalezza impressionante, mentre per noi europei ogni pedalata richiede uno sforzo diverso. E’ questo che ogni volta mi colpisce».

Bernal e la dura rincorsa per riunire le gambe con la mente

29.05.2025
6 min
Salva

BORMIO – Dodicesimo a 1’10” da Del Toro, Egan Bernal non riesce ancora a essere continuo. Il Mortirolo lo ha visto faticare più di quanto ci saremmo aspettati. E’ evidente che il colombiano sia sulla via del recupero, ma ancora manca qualcosa. Per la Ineos Grenadiers il bilancio è tuttavia positivo. Le loro storie sono intrecciate. L’incidente di Bernal ha privato la squadra del suo ultimo vincitore del Tour, aprendo per i britannici due stagioni di siccità, con la sola parentesi del Giro di Tao, passato nel frattempo alla Lidl-Trek.

Lo spiega molto bene Zak Dempster, direttore sportivo classe 1987, arrivato nel 2023 sull’ammiraglia della squadra britannica. E’ lui al Giro il riferimento di Bernal ed è lui a spiegare alcuni passaggi e ad offrirci diverse prospettive. «Se davvero il suo corpo gli permetterà di fare ciò che la sua mente vuole – dice – allora potrebbe essere davvero speciale».

Qualche giorno fa, Egan ha detto: «Siamo il Team Ineos, dobbiamo fare qualcosa!». Che cosa intendeva?

Penso che questa squadra abbia una storia gloriosa basata sulla vittoria. Quindi l’obiettivo deve sempre essere vincere ed è per questo che siamo qui e faremo tutto il necessario per cercare di raggiungere questo obiettivo.

Ti aspettavi di nuovo Bernal a un livello così alto?

Penso che abbia avuto un inizio davvero sfortunato. Veniva dalla Colombia, dove ha accumulato molta fiducia. Si è allenato senza il mal di schiena e, ad essere sinceri, si sentiva al settimo cielo. E anche noi avevamo piena fiducia in questo processo. Siamo arrivati in Catalogna e lui era ancora molto cauto a causa della clavicola, temendo di essere rientrato troppo presto. E da lì abbiamo mantenuto il piano di rimandarlo in Colombia per prepararsi, come stabilito inizialmente. E’ stato un rischio.

Col fiato strozzato dopo l’arrivo di Monte Berico, in cui ha chiuso 10° a 5 secondi
Col fiato strozzato dopo l’arrivo di Monte Berico, in cui ha chiuso 10° a 5 secondi
Perché?

Abbiamo discusso se includere il Tour of the Alps o il Romandia o qualcosa del genere. Poi abbiamo deciso di no, di avere fiducia che si sarebbe preparato nel modo giusto e penso che nelle ultime due settimane i segnali siano stati davvero buoni. Abbiamo sempre creduto che se tutto fosse andato bene, avrebbe potuto lottare per un risultato.

Trovi che in squadra si sia ricreata la mentalità del Team Sky di leader fortissimi come Froome e il gruppo tutto per loro?

E’ diverso, quella del Team Sky è una lunga storia. Ci sono ancora in giro delle persone che c’erano già allora, ma io ad esempio sono relativamente nuovo nella squadra. Sono nella mia terza stagione e penso che l’anno scorso non sia andata proprio bene. Bisogna essere realisti, gli ultimi tre mesi si sono trascinati a dismisura e questo alla fine ci ha aiutato a forzare il cambiamento.

La Ineos Grenadiers è stata rifondata. Qui Heiduk e dietro Castroviejo, che a fine anno lascerà il ciclismo
La Ineos Grenadiers è stata rifondata. Qui Heiduk e dietro Castroviejo, che a fine anno lascerà il ciclismo
In che modo?

Abbiamo fatto discorsi chiari perché finalmente tutte le persone che lavorano per questa squadra vogliano fare parte di qualcosa di speciale. Quest’inverno abbiamo riflettuto, abbiamo parlato di come corriamo, di come vogliamo comportarci. Abbiamo apportato anche alcuni cambiamenti in alcuni processi di preparazione.

E ha funzionato?

Abbiamo fatto un’analisi approfondita di cosa stiamo facendo. Ed è stato davvero bello vedere che ciò di cui abbiamo parlato è stato messo in pratica. Non è tutto perfetto, perché commettiamo errori e dobbiamo accettarlo. Ma allo stesso tempo, penso che possiamo essere davvero orgogliosi della mentalità e dello spirito che abbiamo portato. Ritengo che se continuiamo così – pensando in modo critico e valutando come stiamo andando e prendendo decisioni basate sulla vittoria – allora creeremo tutti qualcosa di cui essere davvero orgogliosi. In realtà lo stiamo già facendo.

Arensman sta vivendo la sua classifica personale, ma potrebbe mettersi a disposizione di Bernal
Arensman sta vivendo la sua classifica personale, ma potrebbe mettersi a disposizione di Bernal
Vedi Bernal come un leader o deve ancora guadagnare la fiducia dei compagni?

E’ un leader, per le sue azioni o quello che dice. Le sue parole hanno peso nei meeting. Abbiamo Arensman che è arrivato sesto in due Grandi Giri ed è uno che nella terza settimana si comporta bene come i migliori. Quindi abbiamo due carte da giocare e le manterremo, ma è probabile che uno dei due dovrà sacrificare il suo risultato per l’altro. Questa è una delle cose che ci stanno a cuore come squadra. Si fidano l’uno dell’altro, comunicano apertamente e gareggiano per vincere. Quindi sono sicuro che a un certo punto quella decisione arriverà e non peserà.

Parliamo di Egan: il suo ritorno sta nelle gambe o anche nella mente?

Penso davvero che se il suo corpo gli permetterà di fare ciò che la sua mente vuole, allora ne vedremo delle belle. Ha avuto forti problemi di mal di schiena: dopo l’incidente con il pullman, è fortunato a poter ancora camminare, figuriamoci correre. E’ stato un processo lungo e frustrante per lui, perché non sai mai cosa ti riserverà la vita. Ma da come l’ha gestita, ne è uscito più resiliente che mai

Bernal è al Giro mostrando finalmente sprazzi della vecchia intraprendenza
Bernal è al Giro mostrando finalmente sprazzi della vecchia intraprendenza
L’hai visto cambiare durante l’anno a fronte dei miglioramenti?

Sì, penso che lui sia ansioso di essere lì davanti e ha aspettato davvero tanto per tornarci. Era lì ogni settimana a competere con i migliori. Quando ha vinto il primo Tour, la maggior parte di noi era convinta che avrebbe continuato a vincerne altri. Poi ha vinto il Giro ed è stato chiaro che Egan fosse uno di quei 3-4 corridori più forti del gruppo. Ma la vita ti lancia delle sfide ed il suo è stato un lungo processo per tornare. In queste ultime tappe lo vedo desideroso di godersi il fatto di essere lì. Ma allo stesso tempo è un killer.

Un killer?

Ci dimentichiamo di come fosse all’inizio della carriera: competitivo con i migliori su finali di potenza e cose del genere. Ma penso che questi istinti si affineranno e quel giorno inizierà a ottenere anche delle vittorie.

Non è passata salita in cui Bernal non abbia provato ad attaccare Del Toro, che è stato però pronto a rispondere
Non è passata salita in cui Bernal non abbia provato ad attaccare Del Toro, che è stato però pronto a rispondere
Sentite come squadra di essere sulla porta di due giorni molto importanti?

Sì, sicuramente. Se si guarda al dislivello, la tappa di San Valentino è stata una delle più impegnative che abbiamo avuto nel Giro in questa terza settimana. Abbiamo già avuto alcune tappe decisive, ma ce ne sono state anche tante in cui abbiamo sofferto senza aspettarcelo. Cadute sotto la pioggia. Abbiamo avuto la tappa delle Strade Bianche che è stato un vero caos. La cronometro sul bagnato con tanto di caduta. Le prossime due sono le tappe più importanti. Due giorni davvero decisivi e penso che bastino 20 minuti ben fatti perché tutto possa ancora cambiare.

Primi attacchi alla maglia rosa: Carapaz e Bernal fanno sul serio

25.05.2025
5 min
Salva

ASIAGO – Le cadute fanno male soprattutto il giorno dopo. Quando Roglic ha tagliato il traguardo aveva l’espressione svuotata, come di chi ha provato a difendersi, ma non ha trovato le risorse per opporsi ai colpi: non era dove doveva essere. Pellizzari e Martinez lo hanno scortato, dando la sensazione di perderlo se per caso una pedalata fosse stata più energica. Anche Tiberi inizialmente è parso bloccato e solo scaldandosi è riuscito a improntare una difesa convincente. E così sulle prime montagne vere del Giro, prima il Monte Grappa e poi la salita di Dori in direzione di Asiago, solo pochi scalatori hanno provato a mettere in difficoltà la maglia rosa. Bernal prima di tutti, con l’aiuto di Arensman. Poi Carapaz. E solo alla fine ha messo fuori il naso anche Simon Yates. Piccoli colpi di assaggio, nulla di irresistibile, anche perché le pendenze dell’ultima scalata erano tutt’altro che proibitive. Eppure è bastato per mostrare un Del Toro super concentrato, pronto e tonico, come chi ha la vittoria cucita addosso e sente la forza sprizzargli dalle gambe. Reggerà così per tutta la settimana?

Roglic ha tagliato il traguardo 1’59” dopo Verona, 1’30” dopo la maglia rosa. Ora è 10° a 3’53”
Roglic ha tagliato il traguardo 1’59” dopo Verona, 1’30” dopo la maglia rosa. Ora è 10° a 3’53”

Il ritorno di Bernal

Ecco cosa hanno detto alcuni dei protagonisti. A cominciare dal pimpante Bernal, all’attacco sul Grappa, che forse per domani avrebbe preferito un altro tappone e non il giorno di riposo.

«Non ero al top stamattina – ha detto il colombiano – sapevo che non sarebbe stata la mia giornata. E’ stato un bene che la prima parte fosse pianeggiante perché mi ha permesso di cambiare umore. Nella prima parte della salita del Monte Grappa abbiamo adottato un approccio un po’ più conservativo, ma poi nella seconda abbiamo deciso di cambiare. Come abbiamo già detto un paio di volte, non abbiamo nulla da perdere, ma molto da guadagnare. E’ stata una giornata divertente e durissima. Il mio attacco? Ho solo cercato di dare il massimo, Arensman è stato bravissimo e Carapaz è il miglior alleato con cui affrontare la salita. Non so cosa sia successo a Roglic. L’ultima salita non era ripidissima, ma era il tipo di strada su cui si può perdere un sacco di tempo una volta staccati. Abbiamo fatto bene a provarci. Siamo il Team Ineos e dobbiamo sempre provare qualcosa. Sto bene, dopo tre anni vado in bici senza dolore e ora finalmente posso diventare l’ago della bilancia. Sono felice di essere tornato. Questa corsa mi darà qualcosa in più. Può essere un grande passo avanti».

Tiberi ha reagito bene al mal di schiena e ha avuto le gambe e la grinta per tenere i migliori, ma la maglia rosa non l’ha perso di vista
Tiberi ha reagito bene al mal di schiena e ha avuto le gambe e la grinta per tenere i migliori, ma la maglia rosa non l’ha perso di vista

Il sollievo di Tiberi

Tiberi, che ieri ha innescato la caduta sul pavé di Gorizia, ha risposto bene alle accelerazioni, avendo accanto un Damiano Caruso che, a dispetto degli anni, mostra ogni giorno di più il fondo e l’autorità per rispondere in prima persona agli attacchi dei campioni.

«Sono contento di come sono riuscito a gestirla – ha detto Tiberi – ma all’inizio non riuscivo a spingere, per questo ho attaccato Ca’ del Poggio abbastanza indietro e ho preso il buco. A quel punto la squadra si è fermata per riportarmi sotto e hanno fatto un lavoro veramente spettacolare. Sono serviti tanto, anche mentalmente e il supporto che mi hanno dato è stato veramente importante. Poi per fortuna anche il fisico ha iniziato a reagire bene. Scaldandomi e iniziando a spingere ho iniziato infatti a sentire un po’ meno dolore, anche se comunque il mal alla schiena c’è ancora. E’ stata comunque una tappa importante. Sono contento di come sono riuscito a reagire e quindi moralmente anche è stato importante non aver subito appunto un’altra sconfitta».

Il confabulare fra Yates, Majka e Del Toro in rosa dopo l’arrivo: la UAE Emirates è parsa in controllo
Il confabulare fra Yates, Majka e Del Toro in rosa dopo l’arrivo: la UAE Emirates è parsa in controllo

La leggerezza di Del Toro

Su tutti loro, la leggerezza e l’autorità di Del Toro fanno pensare che il messicano avrà pure davanti a sé dei punti di domanda, ma per ora fronteggia bene ogni tipo di imprevisto. Ha risposto in prima persona agli attacchi di tutti. Anche a quello di Derek Gee, che quando si è voltato e se lo è visto addosso tutto rosa, ha avuto un sussulto.

«Nella mia posizione – ha detto il messicano – mi sento nervoso perché sono come un tifoso che corre in mezzo ai suoi idoli. Ora devo seguire gli attacchi e di sicuro so che arriveranno. Devo solo aspettare quando e capire se sarò in grado di seguirli tutti. Sono super attivi e competitivi, sapevo che oggi avrebbero iniziato a scattare. Non posso dire con certezza che qualcuno riuscirà ad andarmi via. Per questo a un certo punto ci siamo messi davanti noi e abbiamo aspettato che cominciassero gli attacchi, perché sapevamo che sarebbe successo. Ho cercato di capire quando. Ma sono certo che tanti vogliano vincere e ci proveranno ancora. Per oggi sono riuscito a seguire tutti e a gestire più o meno la situazione. Si riparte fra due giorni e cercheremo di capire anche quale sarà il nostro assetto come squadra».