Seixas e Finn, destini paralleli ma (per ora) lontani

Il francese e l’italiano, destini paralleli ma (per ora) lontani

14.04.2026
6 min
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Uno è francese e già vince prove del WorldTour, l’altro è italiano e porta con fierezza indosso la maglia di campione del mondo U23. Uno sfida già i fenomeni e tutti lo attendono all’esame che fa tremare i polsi: la Liegi contro Pogacar. L’altro prepara le sue prossime apparizioni contro i professionisti, come al Tour of the Alps ma resta per ora spettatore delle grandi classiche sicuro che le affronterà prossimamente.

La carriera di Paul Seixas e Lorenzo Mark Finn (in apertura foto Werner Müller-Schell) procede parallela senza incrociarsi, almeno per ora. I loro entourage hanno scelto evoluzioni completamente diverse, ma è palpabile nell’ambiente la contrapposizione fra due talenti puri, che tutti sperano possano scrivere pagine storiche di qui ai prossimi mesi.

Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti
Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti
Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti
Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti

Chi li osserva con occhio attento è l’ex cittì della nazionale Davide Cassani, che vede differenze fra i due dettate proprio dalle scelte fatte: «Sono praticamente coetanei, ci sono pochi giorni di differenza. Il francese è stato campione del mondo a cronometro, ma contro il tempo va forte anche Lorenzo Finn. Per quanto riguarda le corse a tappe, Seixas ha dimostrato di avere per adesso qualcosa in più, ha vinto il Tour de l’Avenir mentre Finn è arrivato quarto. Si vede che comunque sono corridori abbastanza simili, nel senso che sono polivalenti, vanno forte a cronometro e vanno forte anche in salita».

La scelta che ha fatto il francese di esordire così presto sarà un vantaggio che avrà nel prosieguo della carriera, almeno nei primissimi tempi dandogli questo carico di esperienza in più?

Tutto dipende da quello che hanno fatto in passato e lo sanno solo loro. Un ragazzo di vent’anni può essere diverso da un suo coetaneo, anche in base a quello che hanno fatto in precedenza. Ci sono dei ragazzi che maturano prima e altri che maturano dopo. Seixas è sempre andato fortissimo, da junior ha vinto il Giro della Lunigiana, ha vinto il campionato del mondo. Hanno deciso di farlo passare subito, come fece Evenepoel.

Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi Seixas ha dato a tutti una lezione in salita
Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi, il giovane francese della Decathlon ha dato a tutti anche lezioni in salita
Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi Seixas ha dato a tutti una lezione in salita
Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi, il giovane francese della Decathlon ha dato a tutti anche lezioni in salita
E’ stata la scelta migliore?

Non lo so, sta di fatto che comunque Seixas era pronto per passare, lo ha dimostrato l’anno scorso, lo sta dimostrando quest’anno. Ma io condivido anche la scelta di Lorenzo Finn, perché se guardiamo indietro lo stesso Pogacar ha fatto due anni tra i dilettanti e dopo aver vinto il Tour de l’Avenir è passato professionista. Probabilmente, se Finn avesse vinto l’Avenir l’anno scorso, quelli della sua squadra avrebbero pensato che fosse già pronto per passare professionista. Tenerlo nella categoria è stata una decisione forte.

Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro'
Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro’
Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro'
Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro’
Nel senso che ha vantaggi e svantaggi?

Esatto. In questo momento la scelta gli sta dando ragione visti i risultati, ma è naturale che facendo più corse tra i professionisti forse potrebbe avere qualche vantaggio in più nell’immediato, ma bisogna vedere poi nei prossimi anni.

E’ possibile identificarli come corridori per classiche o per corse a tappe?

E’ da vedere. Anche nei professionisti ci sono i corridori da corse a tappe e quelli da corse in linea. Togli Pogacar da questa categoria perché è un fenomeno a parte. Vingegaard è un corridore solo da corsa a tappe, Van der Poel e Van Aert da prove in linea. Evenepoel non lo sappiamo ancora cosa potrà diventare, perché ha vinto una Vuelta, ma l’ha vinta qualche anno fa e la Vuelta non è il Giro, non è il Tour mentre in linea ha un mondiale, un’Olimpiade e due Liegi. Quindi non lo sappiamo che indirizzo avrà.

Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da grandi giri?
Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da Grandi Giri?
Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da grandi giri?
Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da Grandi Giri?
Ti sta sorprendendo di più il francese per quello che sta facendo o l’italiano per quello che sta facendo nel suo ambito?

Negli under 23 Finn è nettamente il più forte e quindi non c’è storia. Mi sta sorprendendo quello che sta facendo il francese, perché è da quando ha cominciato la stagione che è sempre là davanti e soprattutto mi ha sorpreso alle Strade Bianche perché è stato l’ultimo a cedere a Pogacar e nonostante questo ha tenuto duro, è arrivato secondo. Poi è stato straordinario nelle prime due tappe dei Paesi Baschi dove ha dominato la cronometro e la tappa in salita.

Qualcosa di raro?

E’ semplicemente incredibile quello che sta facendo e quindi in questo momento Seixas mi sta sorprendendo di più rispetto a Lorenzo, dal quale mi aspettavo che vincesse quelle due corse perché comunque è forte.

La Strade Bianche ha svelato il talento di Seixas, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
La Strade Bianche ha svelato il talento del francese di Lione, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
La Strade Bianche ha svelato il talento di Seixas, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
La Strade Bianche ha svelato il talento del francese di Lione, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
Veniamo alla dimensione squadre per l’uno e per l’altro. Per il francese si parla insistentemente di un interesse della UAE. Sarebbe un errore andare nello stesso cantiere di Pogacar, che dovrebbe essere il suo avversario?

Io penso che la Decathlon non se lo farà scappare, perché se hanno investito quest’anno 10 milioni in più nella squadra lo hanno fatto anche perché c’era un corridore così e per di più francese. Già l’anno scorso si poteva intuire che potesse diventare molto, molto forte. Da sportivo non mi piacerebbe vederlo nella stessa squadra dell’iridato, perché negli anni prossimi potrebbe diventare davvero un suo avversario.

Per quanto riguarda Finn, la dimensione della Red Bull può essere quella giusta per farlo evolvere?

Credo proprio di sì, perché la Red Bull sta cercando di tutelare nel migliore dei modi la crescita di Lorenzo Finn. Gli fanno fare le corse tra i professionisti, ma intanto mantiene il feeling con la vittoria. Comincia a gestire la pressione che dà la maglia di campione del mondo: quando si presenta al via nelle corse U23 è sempre l’uomo da battere. E quindi penso che sia la strada giusta per crescere nel migliore dei modi.

La prima pagina de L'Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all'Itzulia Country Race
La prima pagina de L’Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all’Itzulia Country Race
La prima pagina de L'Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all'Itzulia Country Race
La prima pagina de L’Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all’Itzulia Country Race
Ognuno nel suo ambito ha una forte pressione addosso. Il pubblico francese spera che Seixas sia l’uomo giusto per chiudere la lunga parentesi del Tour de France. Su Finn, gli italiani sperano che sia l’uomo del rilancio. Può pesare la responsabilità nella crescita di questi ragazzi?

Sono giovani, ma hanno tutto quello che gli serve per diventare dei campioni, fin da junior hanno gestito queste attese. E’ naturale che la pressione ci sia, soprattutto su Seixas, basta vedere quello che ha fatto L’Equipe sulla sua vittoria basca. E’ dall’85 che non vincono il Tour de France, si rendono conto che possono avere un corridore che potrebbe farlo, ma deve essere bravo lui, deve essere brava la squadra, deve essere brava la famiglia per cercare comunque di farlo crescere.

E per l’italiano?

La stessa cosa può capitare a Lorenzo Finn se comincia a vincere le corse tra professionisti nel giro di pochi mesi. Anche noi abbiamo bisogno di un campione e quindi la pressione c’è. Ma credo che anche il ligure sia pronto…

Tommaso Bambagioni, Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone (foto Massimo Fulgenzi)

I progressi di Bambagioni, pronto a diventare grande

09.04.2026
5 min
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Tommaso Bambagioni risponde con voce frizzante al telefono, ha appena finito di fare le sue quattro ore di allenamento, con un pranzo veloce e doccia annessa. In questi giorni in Toscana fa un gran caldo e si pedala che è un piacere. Messi alle spalle i giorni delle gare internazionali under 23 è il momento di pensare a nuove sfide e scenari differenti.

Nel 2026 per Tommaso Bambagioni sono cambiate tante cose, la prima è il colore della maglia visto che ora fa parte della Technipes #InEmiliaRomagna di Francesco Chicchi (in apertura foto Massimo Fulgenzi). Ma non solo, perché il corridore di Grosseto ha trovato la prima vittoria nella categoria under 23 e due piazzamenti di grande rilievo al Piva e al Belvedere

«La stagione è davvero iniziata al meglio – racconta Bambagioni – e con qualche novità. Innanzitutto sono stato per la prima volta ad allenarmi in Spagna, insieme al team siamo andati stati per quasi un mese e devo dire che la differenza si sente. Gli anni passati ero sempre rimasto a casa e mi allenavo da solo, invece fare questo passaggio con la squadra mi ha dato un grande stimolo e un qualcosa in più in termini di preparazione».

Vincere a Mercatale ha fatto scattare qualcosa?

Decisamente, l’anno scorso avevo fatto bene ma non ero mai arrivato a questi livelli. Trovare la vittoria, soprattutto in uno sport come il ciclismo, permette di sbloccarti e crescere ulteriormente. Se poi penso al mio percorso direi che quel successo vale decisamente tanto, erano due anni e mezzo che non vincevo. Alzare le braccia al cielo mi ha dato tanta consapevolezza nei miei mezzi e anche un modo diverso di approcciare le gare internazionali.

Spiegaci…

Ero partito bene già dalle prime gare di febbraio, con San Geo, Firenze-Empoli e GP La Torre, ma vincere a Mercatale è stato il boost che serviva. Al Piva e al Belvedere mi sentivo diverso in gara, più sicuro. Era una sensazione che avevamo tutti in squadra, tanto che al Belvedere ci siamo messi anche noi a lavorare insieme alla Red Bull-BORA per gestire la corsa

Tommaso Bambagioni, Fiera Mercatale 2026, vittoria, Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone
La prima vittoria da under 23 per Tommaso Bambagioni è arrivata alla Coppa Fiera Mercatale
Tommaso Bambagioni, Fiera Mercatale 2026, vittoria, Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone
La prima vittoria da under 23 per Tommaso Bambagioni è arrivata alla Coppa Fiera Mercatale
In mezzo ci sono state due gare a tappe, Giro di Sardegna e Coppi e Bartali, hanno aiutato?

Molto, in particolare a noi ragazzi che abbiamo corso entrambe. Tanti corridori di team continental ne sono usciti in crescendo, Lorello, Cattani, io stesso. Anche l’ottavo posto nella prima tappa della Coppi e Bartali è stato un bel segnale, sprintare contro Ulissi, Laurence e Schmid non è roba da poco. 

Un aspetto più mentale o di gambe?

Entrambe le cose. Sicuramente quelle prestazioni mi hanno fatto capire di essere in condizione, ma anche di testa nelle gare successive sono partito molto più libero. Magari quel secondo e terzo posto al Piva e al Belvedere sarebbero arrivati comunque. Diciamo che me li sono goduti. 

Tommaso Bambagioni, Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone (foto Massimo Fulgenzi)
Bambagioni in questi giorni si sta preparando in vista del Tour of the Alps, che correrà con la nazionale guidata da Marino Amadori (foto Massimo Fulgenzi)
Tommaso Bambagioni, Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone (foto Massimo Fulgenzi)
Bambagioni in questi giorni si sta preparando in vista del Tour of the Alps, che correrà con la nazionale guidata da Marino Amadori (foto Massimo Fulgenzi)
Sei al terzo anno under in un percorso di costante crescita…

La prima stagione l’ho fatta con la Work Service, volevo correre in una continental e loro sono stati gli unici a credere in me. Ho fatto un anno buono, tanto che poi hanno bussato altre squadre, ho scelto la Trevigiani per il progetto che aveva con Rocchetti. Purtroppo poi le cose sono cambiate, ma sono comunque riuscito a fare bene. Così che a metà del 2025 mi hanno chiamato Cassani e Chicchi per propormi il loro progetto

Che ti porterà anche a correre al Tour of the Alps con la nazionale.

Non vedo l’ora, sarà la prima volta in cui indosserò la maglia azzurra, è un orgoglio immenso. Inoltre sono curioso di fare un’esperienza di quel livello, una corsa difficile, dura dove servirà soffrire, ma sono pronto. 

Tommaso Bambagioni, Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone (foto Massimo Fulgenzi)
Bambagioni con l’arrivo alla Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone ha fatto un passo in avanti notevole in termini di prestazioni e performance (foto Massimo Fulgenzi)
Tommaso Bambagioni, Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone (foto Massimo Fulgenzi)
Bambagioni con l’arrivo alla Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone ha fatto un passo in avanti notevole in termini di prestazioni e performance (foto Massimo Fulgenzi)
Quest’anno hai cambiato qualcosa in termini di preparazione?

Qualcosa sì, sia nel metodo che nell’approccio. Ho deciso di fare un salto ancora per quanto riguarda la vita da corridore, concentrandomi al massimo su tutti gli aspetti. E’ un passaggio che ho sentito di voler fare, quindi non mi pesa. Alimentazione, allenamento, integrazione, nulla viene lasciato al caso. Mi sono posto l’obiettivo di provare a passare al termine di questa stagione, ma senza pressioni. 

Come ti senti ora che inizi ad attirare l’attenzione?

In questi giorni sto ricevendo tante chiamate, inizialmente solo conoscitive. E’ un momento particolare e delicato, dove non bisogna aver fretta di fare le cose. La mia fortuna è che accanto ho persone come Chicchi, che sono sempre pronte a darmi una mano.

Ivan Toselli, Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone, NEB18, maglia 2026

E’ NEB18 la maglia del Team Technipes #inEmiliaRomagna Caffè Borbone

17.02.2026
3 min
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Il Team Technipes #inEmiliaRomagna Caffè Borbone ha aperto ufficialmente la stagione 2026 svelando la nuova maglia da gara. Un kit che rappresenta al meglio l’identità della squadra. Moderna. Tecnologica. Pensata per la massima performance. La divisa è realizzata, così come è stato l’anno scorso, da NEB18, partner tecnico che continua a supportare il progetto con soluzioni all’avanguardia.

La maglia 2026 unisce design distintivo e contenuti tecnici evoluti. Ma racconta soprattutto una visione condivisa. Quella di un team continental che crede nello sviluppo dei giovani talenti del ciclismo italiano e nella promozione del territorio. Sul fronte della maglia spiccano i marchi dei main partner. Technipes, realtà solida con sede a Santarcangelo di Romagna, è al quarto anno nel ciclismo professionistico. Accanto, il progetto #inEmiliaRomagna, promosso da Apt Servizi Emilia Romagna e Consorzio Terrabici, conferma il forte legame tra sport e promozione territoriale. Completa il naming Caffè Borbone, partner sempre più centrale dopo l’ingresso nel 2024.

Il Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone è stato fondato da Davide Cassani nel 2019
Il Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone è arrivato al suo settimo anno di attività
Il Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone è stato fondato da Davide Cassani nel 2019
Il Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone è arrivato al suo settimo anno di attività

Nuovi sponsor

Tra le novità più rilevanti della stagione 2026 c’è l’arrivo di Whuis.com. La piattaforma leader in Italia per visure e indagini immobiliari entra nel mondo del ciclismo professionistico come sponsor di primo piano. Il logo è posizionato sul petto e sulla tasca posteriore della maglia. Una scelta di grande visibilità. Un segnale chiaro dell’impegno dell’azienda nello sport come veicolo di valori. Trasparenza. Affidabilità. Lavoro di squadra. Performance.

Whuis.com fa parte di Go Next Group ed è utilizzata da oltre 9.000 professionisti. Ha già superato i 10 milioni di indagini online. Un riferimento per chi lavora con dati strutturati e verificati. Un approccio che si sposa perfettamente con il mondo delle corse. Precisione. Metodo. Riduzione del rischio.

Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone, NEB18, maglia 2026
La divisa è realizzata da NEB18, gli atleti della formazione continental utilizzeranno il modello Kona Plus
Team Technipes #InEmiliaRomagna Caffè Borbone, NEB18, maglia 2026
La divisa è realizzata da NEB18, gli atleti della formazione continental utilizzeranno il modello Kona Plus

La maglia è la Kona Plus

Dal punto di vista tecnico, il nuovo kit gara firmato NEB18 alza ulteriormente l’asticella. La maglia Kona Plus è studiata per l’agonismo di alto livello. Vestibilità slim. Taglio aerodinamico. Tessuti elasticizzati di ultima generazione. I pannelli laterali in mesh favoriscono la traspirazione anche nelle condizioni più impegnative. Le maniche aero presentano una costruzione ingegnerizzata. Le cuciture sono posizionate per ridurre la resistenza all’aria alle velocità di gara. Il taglio vivo, e l’elastico con silicone interno, garantiscono stabilità e comfort. La tripla tasca posteriore completa una dotazione pensata per le esigenze dei professionisti.

Il Team Technipes #inEmiliaRomagna Caffè Borbone nasce nel 2019 da un’idea di Davide Cassani, con l’obiettivo di accompagnare i giovani atleti nel passaggio verso il ciclismo che conta. Un percorso sportivo e umano. Un progetto che unisce aziende italiane, territorio e passione per la bicicletta. Il roster 2026 è composto da 13 atleti. Il calendario prevede gare di alto livello in Italia e all’estero.

Con la nuova maglia e il supporto di partner strategici, il team si presenta al via della stagione 2026 con basi solide e grande entusiasmo. Pronto a competere. Pronto a crescere. Pronto a rappresentare il ciclismo italiano sulle strade di tutta Europa.

NEB18

Parigi-Tours 2025, Matteo Trentin vince per la terza volta, battendo Christophe Laporte

EDITORIALE / Il tecnico azzurro, i ragazzi dell’89 e la politica

13.10.2025
6 min
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La vittoria di Trentin alla Parigi-Tours è un magnifico lampo azzurro sul finale di stagione. La classica francese, che chiudeva la Coppa del mondo ed è stata estromessa dal WorldTour forse perché la Francia (ASO) ne aveva troppe o perché non si poteva all’indomani del Lombardia, vedeva alla partenza tutti i non scalatori. I corridori da classiche che una volta si dividevano il calendario con gli uomini delle salite, offrendo il loro spettacolo. Ugualmente, sul percorso francese hanno dovuto sciropparsi cotés e tratti sterrati, perché una corsa solo in asfalto non basta più per gli standard attuali.

La vittoria di Trentin vale tanto perché è la terza a dieci anni dalla prima (non vale come il secondo Tour di Bartali, ma vista la velocità del ciclismo attuale poco ci manca) e perché ci permette di raccontare una storia archiviata troppo in fretta. L’ispirazione ce l’ha data qualche giorno fa Diego Ulissi, anch’egli classe 1989, quando gli abbiamo chiesto di parlare dei commissari tecnici con cui ha lavorato e fra i quattro disse parole limpide su Cassani.

Parigi-Tours 2015, Matteo Trentin vince la prima a 26 anni
La prima Parigi-Tours di Trentin a 26 anni nel 2015. In questo ciclismo che brucia in fretta, Van der Poel rivincerà il Fiandre nel 2030?
Parigi-Tours 2015, Matteo Trentin vince la prima a 26 anni
La prima Parigi-Tours di Trentin a 26 anni nel 2015. In questo ciclismo che brucia in fretta, Van der Poel rivincerà il Fiandre nel 2030?

Quattro europei e un argento iridato

Nel 2018 Trentin è stato il primo dei quattro campioni europei della gestione di Davide in nazionale. Sul traguardo di Glasgow batté in volata Van der Poel e Van Aert (al quinto posto si piazzò Cimolai, pure del 1989). L’anno prima, nel 2017 a Herning, Kristoff aveva piegato Viviani in volata, ma nel 2019 Elia si prese la rivincita. Si correva ad Alkmaar, in Olanda, e il veronese arrivò con un secondo di vantaggio su Lampaert (settimo Trentin). Il 2020 del Covid fu quindi l’anno di Nizzolo, che pochi giorni dopo aver vinto il campionato italiano di Stradella, a Plouay in azzurro batté Demare e Ackerman (sesto Ballerini). Infine nel 2001 il trionfo spettò a Colbrelli, che a Trento riuscì a non farsi staccare in salita da Evenepoel e lo batté nella volata a due.

In quegli stessi anni, l’Italia di Cassani arrivò seconda ai mondiali di Harrogate con lo stesso Trentin, probabilmente per aver sottovalutato il ventiquattrenne Pedersen. Stava anche per vincere le Olimpiadi di Rio con Nibali, dopo una tattica perfetta e l’attacco giusto, a causa di quella maledetta caduta. E se non fosse stato per la caduta di Colbrelli a Leuven, forse anche il mondiale del 2021 sarebbe stato alla portata. Quell’anno Sonny volava. Aveva vinto l’europeo e la settimana dopo il mondiale (chiuso al 10° posto) vinse la Roubaix: il tutto nell’arco di due settimane.

Il progetto di Cassani

Anni in cui avevamo corridori e percorsi adatti. E se il mondiale era troppo duro, di certo l’europeo veniva tracciato con un occhio per gli altri. Ecco allora spiegato il link, anzi l’aggancio fra la vittoria di Trentin e la nazionale di Cassani. Tutti quei campioni europei erano ragazzi del 1989 (tranne Colbrelli che è del 1990) e tutti, ad eccezione di Trentin, hanno annunciato il ritiro.

Il primo è stato Nizzolo, già nel cuore dell’estate. Poi è stata la volta di Viviani, che nonostante alla Vuelta abbia dimostrato di essere ancora fior di corridore, si fermerà dopo i mondiali su pista. Mentre Colbrelli ha dovuto arrendersi al suo cuore e si è fermato pochi mesi dopo quelle vittorie.

Il progetto azzurro di Cassani, ereditato da Ballerini e Bettini e sviluppato fino a ottenere l’attuale gestione, è stato interrotto alla fine del quadriennio di Tokyo. La nuova gestione federale vedeva in lui un fedelissimo del presidente precedente e quindi il romagnolo non venne confermato. A poco valgono le parole pronunciate a caldo dall’attuale gestione sulle sue (presunte) scarse capacità: quando si guida la nazionale, contano i risultati. E’ innegabile tuttavia che Davide, mettendo probabilmente troppa carne al fuoco, avesse lavorato a stretto contatto con il presidente Di Rocco, dando man forte a Villa per il rilancio della pista, salvando l’attività giovanile nei mesi del lockdown, rimettendo in piedi il Giro U23 abbandonato da tempo, risultando decisivo nell’organizzazione dei mondiali di Imola, che furono un fiore all’occhiello per tutto il ciclismo azzurro e non per una sola parte.

Il mondiali del 2019 sono sfuggiti all’Italia per un soffio. Trentin perse la volata da Pedersen, corridore di 24 anni che nessuno conosceva
Il mondiali del 2019 sono sfuggiti all’Italia per un soffio. Trentin perse la volata da Pedersen, corridore di 24 anni che nessuno conosceva

Tecnici alla larga dalla politica

L’insegnamento che se ne trae è duplice. Il primo, quasi banale: se non si hanno corridori adatti ai percorsi, è inutile aspettarsi i risultati (semmai ti aspetti il carattere, ma questa è un’altra storia). Il secondo, altrettanto banale ma non sempre scontato: i tecnici fanno sempre bene a stare alla larga dalla politica, pensando solo all’aspetto sportivo e non a quello della propaganda. Altrimenti quello che oggi è toccato a uno, domani toccherà tranquillamente all’altro. E sbaglia la politica, se lo fa, a cercarli per ottenere il consenso. Ad esempio si temette per Ballerini, messo al suo posto da Giancarlo Ceruti, acerrimo avversario per Di Rocco. Ma Di Rocco si guardò bene dal rimpiazzarlo, forse perché il cittì della nazionale trascende gli interessi di parte o così almeno era sempre stato.

Gli ultimi anni invece hanno confermato un cambiamento di rotta. Dopo la mancata riconferma di Cassani, oltre all’assenza di risultati a Bennati è stato rimproverato di non essere stato sempre allineato alle richieste federali. Tutto legittimo, intendiamoci, nessuno impone contratti a vita e ciascuno – anche il cittì – è responsabile delle sue scelte. Semplicemente non si era mai visto prima, se non nel caso di Antonio Fusi, messo con scelta simile nel 1998 a fare il tecnico dei pro’ al posto di Martini (bruciandolo), dopo gli anni vittoriosi fra gli U23 e rimosso a fine 2001 per lasciare spazio a Ballerini.

Marco Villa, cui di tutto cuore auguriamo buon lavoro, è uno dei pochi che in questi anni sia rimasto al suo posto, pensando alla pista e adesso alla strada senza una parola di troppo. Un tecnico che fa il tecnico, che vuole l’ultima parola nel suo ambito e preferisce lavorare giorno e notte nel velodromo, piuttosto che apparire a eventi e comizi. Uno capace di dire più volte che avrebbe preferito restare nella pista, ma pronto ad accettare la volontà federale che lo ha voluto su strada. Uno che ha anteposto l’azzurro alle sue velleità. Forse grazie a questo sopravviverebbe a un cambio di gestione efferato come quello del 2021. Ma Alfredo Martini sarebbe stato cittì azzurro dal 1975 al 1997 se la politica sportiva avesse avuto già allora i toni di oggi?

Campionati europei 2025, Drome et Ardeche, Diego Ulissi

Da Bettini a Villa, con Ulissi diamo i voti ai cittì azzurri

07.10.2025
7 min
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Dopo gli europei corsi bene in appoggio a Scaroni, leader di nazionale e compagno di squadra alla XDS-Astana, Diego Ulissi sta ricaricando le batterie a Lugano, prima del rush finale della stagione. I suoi 36 anni ne fanno un osservatore d’eccezione sulla nazionale: il cittì Villa è il quarto con cui ha lavorato, ma in precedenza aveva avuto modo di interagire anche con Alfredo Martini e Ballerini. I due mondiali vinti da junior lo avevano fatto entrare infatti nel giro azzurro e certi incontri non si dimenticano. Così gli abbiamo proposto un viaggio fra i suoi tecnici in nazionale. Partendo da Villa che lo ha convocato per gli europei e tornando poi indietro a Bettini, Cassani e Bennati.

Sopralluogo mondiali 2013 Firenze, Paolo Bettini, Diego Ulissi
Bettini fece debuttare Ulissi in nazionale a Firenze 2013, a 24 anni
Sopralluogo mondiali 2013 Firenze, Paolo Bettini, Diego Ulissi
Bettini fece debuttare Ulissi in nazionale a Firenze 2013, a 24 anni
Che nazionale hai trovato con Villa?

Marco lo conoscevo già, perché è stato sempre in ambito nazionale e mi è capitato di lavorarci spesso e nel corso degli anni. E’ veramente una grande persona, basta vedere quello che ha fatto in questi anni con la pista. Ha portato il suo progetto fino al tetto del mondo, per i risultati che hanno ottenuto. E’ una persona con cui a livello umano si lavora benissimo, parlo per me stesso. Mi ha reso partecipe già a giugno, dopo il Giro d’Italia, che gli serviva la mia esperienza accanto a diversi giovani per gli europei. E’ una persona con le idee ben chiare, ci si lavora benissimo.

Marco stesso ha ammesso che non avendo grande esperienza, si è appoggiato molto al gruppo. E il gruppo è stato coeso.

E’ normale che quando arrivi in un mondo diverso da quello cui eri abituato, bisogna affinare certi meccanismi. Però l’esperienza gli ha permesso di fare gruppo e comunicare bene con tutti e questo è cruciale per mettere armonia tra di noi. Dovendo fare gruppo in pochi giorni, non facendo ritiri o altro, la comunicazione e la giusta pianificazione sono importanti. In modo che ognuno sappia cosa deve fare e in pochi giorni si possano mettere a fuoco tutti i meccanismi. Devo dire che su questo aspetto ci sa fare molto.

Il primo cittì che ti ha convocato da professionista è stato Bettini, due volte iridato, campione olimpico e via elencando…

Forse anche per il fatto che portava avanti tante idee di Ballerini, sopra ogni altra cosa la coesione del gruppo, era un cittì con le idee chiare. Su chi fossero i capitani e chi dovesse lavorare e chi fare il regista in corsa. “Betto” voleva un’impronta di gara all’attacco ed era esigente. Mi ricordo che lo facemmo sia mondiali di Valkenburg sia quelli di Firenze. Appena entrammo nel circuito di Firenze, che ancora pioveva, prendemmo in mano la situazione. Era lui che voleva questo e ci dirigeva. Sono appassionato di calcio e ogni cittì è come un allenatore: ciascuno ha la sua identità e il suo stile, anche in base ai corridori che ha a disposizione.

Campionati del mondo firenze 2013, casa di Alfredo Martini, visita della nazionale
Prima dei mondiali del 2013, Bettini portò gli azzurri a casa di Alfredo Martini, storico e indimenticato cittì azzurro dal 1975 al 1997
Campionati del mondo firenze 2013, casa di Alfredo Martini, visita della nazionale
Prima dei mondiali del 2013, Bettini portò gli azzurri a casa di Alfredo Martini, storico e indimenticato cittì azzurro dal 1975 al 1997
Firenze è stato il solo mondiale che hai corso in Italia, anzi in Toscana: che effetto ti fece?

Fu particolare correre così vicino a casa. Sicuramente ero molto giovane, c’era tantissima emozione. Ci ritrovammo in ritiro a Montecatini una settimana prima e io capitai in una grande camera tripla con Scarponi e Nocentini. Penso sia stata la settimana più bella di tutta la mia carriera, veramente. Si lavorava bene e mi sono veramente divertito tanto. Eravamo una nazionale forte, eravamo coesi l’uno con l’altro. E’ una delle settimane che ricordo più volentieri di tutta la mia carriera.

Un giorno, a proposito di cittì, andaste anche a trovare Alfredo Martini nella sua casa di Sesto Fiorentino. Ricordi qualcosa?

Penso di avere ancora delle foto salvate. Partimmo in allenamento e andammo direttamente a casa sua per salutarlo. Per me, un giovane di 24 anni che seguiva il ciclismo da sempre, fu straordinario. Mi ero anche documentato sulla storia precedente, che non ho potuto vivere. Fu un susseguirsi di emozioni.

L’anno dopo arrivò Cassani. Il primo mondiale con lui lo facesti a Richmond nel 2015.

Con Davide è stato un crescendo. Ha sempre seguito le gare, però arrivava da un altro tipo di lavoro e bisognava annusarsi e prendersi le misure. Si è messo in ammiraglia e i primi due anni si sono serviti di assestamento. Poi anche con lui abbiamo creato un grande gruppo. Si è ritrovato tutti i ragazzi del 1989 e del 1990 con cui si riusciva a fare bene perché eravamo molto uniti. Lui l’ha capito e ha ottenuto dei grandi risultati. Quattro europei vinti, un argento mondiale che era quasi oro e se Nibali non fosse caduto a Rio, magari ci scappava anche la medaglia olimpica. Davide cerca di capire e di farti capire se sei in forma, se veramente puoi essere utile per la squadra. Mi ha chiamato tantissime volte in causa, perché gli piaceva il modo in cui gestivo la gara. E poi, è sempre stato chiaro.

Diego Ulissi assieme a Davide Cassani
Con Cassani, Ulissi ha sempre avuto un rapporto franco e sincero. Con il cittì vinse la preolimpica 2019 a Tokyo
Con Cassani, Ulissi ha sempre avuto un rapporto franco e sincero. Con il cittì vinse la preolimpica 2019 a Tokyo
In che modo??

Mi ricordo una volta, era il 2016 e si puntava verso le Olimpiadi di Rio. Io quell’anno andavo forte perché ero nei primi dieci del ranking mondiale e avevo appena fatto un grande Giro d’Italia, con due tappe vinte. Davide aveva l’idea di portarmi, però doveva prendere delle decisioni. Mi chiamò a due settimane dalla partenza. Mi volle incontrare di persona, perché certe cose è diverso dirle guardandosi in faccia. Sicuramente meritavo di andare alle Olimpiadi però toccava a lui prendere la decisione e fu lo stesso per Tokyo. Con lui ho sempre avuto un rapporto diretto. Io gli dicevo quello che pensavo, lui mi diceva quello che pensava e siamo andati veramente d’accordo.

Resta il fatto che ti ha escluso dalla rosa di due Olimpiadi…

Per quello che è il mio carattere e quello che ho imparato nel corso degli anni, sia verso i cittì sia verso i direttori sportivi, ho cercato sempre di mettermi nei loro panni. Devono prendere delle decisioni e non possono accontentare tutti. Io pensavo di meritare entrambe le convocazioni, ma il suo lavoro di selezione non era facile. Prendiamo i mondiali di Richmond…

Con Ulissi capitano…

Senza sapere che tipo di corsa sarebbe venuta fuori. Senza gli strumenti tecnologici di oggi che ti permettono di capire una strada a distanza. Come fai le scelte se non puoi vedere il percorso? Dieci anni fa era più difficile…

Ulissi ha corso nella nazionale di Bennati soltanto lo scorso anno a Zurigo. E’ il quarto da destra

Ulissi ha corso nella nazionale di Bennati soltanto lo scorso anno a Zurigo. E’ il primo da destra

E poi Bennati, con cui hai corso lo scorso anno a Zurigo.

Mi voleva convocare anche per i mondiali in Australia, ma la squadra non mi mandò. Dissero che era una trasferta lunga e c’era già il discorso dei punti e con la UAE Emirates si lottava già per le posizioni di vertice. C’erano già diversi corridori che andavano e io ho dovuto accettare la decisione. Penso sia stata una delle scelte più sbagliate che ho fatto in carriera, perché alla maglia della nazionale non si dice di no mai e poi mai. Con “Benna” un mondiale l’ho anche corso…

A Bergen nel 2017?

Esatto! E ho sempre avuto una grandissima stima da corridore e poi da tecnico. Che cosa gli vuoi dire? Bisogna avere anche la fortuna poi di trovare le nazionali giuste e corridori adatti ai percorsi. Purtroppo miracoli non ne fa nessuno e l’anno scorso a Zurigo chi doveva fare la corsa forse non era nelle condizioni giuste e il percorso non era adattissimo ai nostri capitani. E’ stata una somma di cose.

Tornando a te, che esperienza è stata questo europeo?

Bella. Eravamo un numero ridotto di corridori, però siamo partiti subito con l’idea chiara che Scaroni era il nostro leader. Ruolo più che meritato per la stagione che ha fatto e il livello che ha dimostrato. Il mio compito era proprio quello di stare accanto a lui fino a che non esplodeva la gara, metterlo nelle condizioni giuste perché si potesse esprimere al meglio. L’avevo già fatto altre volte in questa stagione. I ragazzi si sono mossi bene, ci siamo mossi tutti bene.

Campionati europei 2025, Drome et Ardeche, Diego Ulissi
Agli europei 2025, il compito di Ulissi è stato quello di scortare Scaroni (alla sua ruota) fino alle fasi decisive di corsa
Campionati europei 2025, Drome et Ardeche, Diego Ulissi
Agli europei 2025, il compito di Ulissi è stato quello di scortare Scaroni (alla sua ruota) fino alle fasi decisive di corsa
A Scaroni sono mancati 50 metri sullo strappo, altrimenti ci giocavamo il bronzo…

Probabilmente è più veloce di Seixas e se la poteva giocare. Anni fa, quando sono passato io era impossibile vedere un 19enne che si giocava il podio in una competizione internazionale. Si può dire che è cambiato il mondo. Io a 19 anni, nonostante avessi vinto due mondiali, ero uno junior. Vedere invece gli allenamenti che fanno questi ragazzi, fa capire che sono già professionisti. Io non sono molto in linea con questa filosofia, però adesso funziona così…

Mondiale Rwanda 2025

Come si disegna un mondiale equilibrato? risponde Cassani

03.10.2025
5 min
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Ancora alla vigilia del mondiale di Kigali in diversi si erano interrogati su come fosse possibile, su un tracciato così selettivo, con oltre 5.000 metri di dislivello, battere Tadej Pogacar. E in effetti il fenomeno sloveno non ha lasciato spazio ad interpretazioni, facendo la differenza già a 105 chilometri dal traguardo. Cioè ancora prima del 2024, quando era scattato a 101 dall’arrivo, cosa che già pareva oltre il limite dell’immaginabile.

Ma come si disegna il tracciato della corsa più importante dell’anno? Come si trova il giusto equilibrio tra selettività e spettacolo? L’abbiamo chiesto a Davide Cassani che, oltre ad essere stato cittì della Nazionale italiana, è stato anche in prima linea nell’organizzazione (fulminea) del mondiale del 2020.

Davide Cassani 2025
Davide Cassani, ex cittì della Nazionale, è stato in prima linea nel disegnare il percorso del mondiale di Imola del 2020
Davide Cassani 2025
Davide Cassani, ex cittì della Nazionale, è stato in prima linea nel disegnare il percorso del mondiale di Imola del 2020
Davide, come ti è sembrato il percorso del mondiale in Rwanda? Molti hanno detto che fosse troppo duro.

Mi sembra che fosse sì, certamente duro e impegnativo, ma credo che ogni tanto un percorso duro ci voglia, perché premia i corridori più forti. Anche perché è vero che al traguardo sono arrivati in pochi, ma è anche perché li hanno fermati giro dopo giro. 

Quindi duro sì, ma non troppo? 

Forse sì e forse no. I mondiali di solito, negli ultimi anni o decenni, si decidevano quasi sempre nell’ultimo giro. E’ da quando sono arrivati questi corridori che esplode prima. L’anno scorso è stato reso durissimo perché i corridori hanno attaccato  a 100 dall’arrivo. Per dire che tante volte sono i corridori a rendere duro un percorso. Per fare un esempio, se ci fosse stato un Pogacar ad Imola, forse la gara si sarebbe decisa ad 80 chilometri dall’arrivo, e non all’ultimo giro.

Alaphilippe mondiale 2020
L’attacco decisivo di Alaphilippe nel 2020, in un tracciato selettivo ma equilibrato
Alaphilippe mondiale 2020
L’attacco decisivo di Alaphilippe nel 2020, in un tracciato selettivo ma euilibrato
Parliamo appunto del mondiale di Imola 2020. Come avete disegnato il percorso?

Sai, quella era una situazione particolare. Abbiamo dovuto organizzare tutto in meno di un mese. Io avevo in mente il percorso del mondiale del ‘68, poi L’UCI ci ha chiesto di adeguarlo all’altimetria del percorso svizzero già in programma e allora l’abbiamo modificato.

E come avete fatto?

Abbiamo aggiunto due salite, quella di Mazzolano e la Gallisterna. Io sono quello che ha avuto l’idea e l’ho proposta alla Regione, poi sono loro che assieme agli organizzatori l’hanno portata avanti.

Mondiali 2025 Ciccone Ayuso
Che gli ultimi mondiali siano stati tra i più duri della storia lo conferma il numero degli atleti arrivati al traguardo, soltanto 30 su 165 partenti
Mondiali 2025 Ciccone Ayuso
Che gli ultimi mondiali siano stati tra i più duri della storia lo conferma il numero degli atleti arrivati al traguardo, soltanto 30 su 165 partenti
Un’idea che sembra aver funzionato…

Devo dire che la Regione è stata perfetta. L’asfalto è stato sistemato subito, per esempio, e gli organizzatori sono stati eccezionali, certo anche facilitati dall’arrivo dell’autodromo, che ha reso tutto più semplice. Ma anche quello faceva parte del nostro progetto. Non a caso, credo, dall’UCI poi sono arrivati i complimenti per l’abilità di mettere in piedi un mondiale in così poco tempo. 

A proposito di tempo, a parte la vostra esperienza, gli organizzatori quanto prima devono pensare al tracciato? Possono costruirlo già in base ai corridori o si inizia troppo presto?

La mia unica esperienza è quella di Imola, cioè di qualcosa fatta in un mese o anche meno. Secondo me, sia nella mia esperienza da corridore che da cittì, il comitato organizzatore propone e poi l’UCI manda i propri tecnici a vedere se funziona. Anche quando correvo, i mondiali me li trovavo così, di volta in volta, senza una grande programmazione a monte.

Podio mondiale Glasgow 2023
Il podio del mondiale del 2023, uno dei più belli degli ultimi anni: corridori da classiche che si sono sfidati con corridori da grandi giri
Podio mondiale Glasgow 2023
Il podio del mondiale del 2023, uno dei più belli degli ultimi anni: corridori da classiche che si sono sfidati con corridori da grandi giri
Torniamo al presente. Se potessi decidere oggi il tracciato migliore del prossimo mondiale, come lo disegneresti?

Farei un percorso abbastanza impegnativo, ma non troppo. In modo da avere tutti i più grandi campioni a giocarselo. Lo farei un po’ meno duro di quello di quest’anno, per invogliare tutti i corridori più forti del panorama a venire a darsi battaglia per in una gara così importante. Evitando, per esempio, di non avere gente come Van der Poel o Van Aert, come è successo quest’anno.

Il percorso che più ti è rimasto nel cuore, tra quelli vissuti sia da corridore che da cittì?

Bella domanda. Forse, alla fine, quello di Varese. Mi sembra sia stato molto interessante perché era duro, ma non durissimo. Con due salite sì impegnative, ma non impossibili, che hanno lasciato comunque aperta la corsa. Poi certo, lì abbiamo avuto anche un gran bel finale.

Davide, ultima domanda. Come vedi il tracciato dell’anno prossimo, più o meno aperto di quello del 2025?

Se ho capito bene dovrebbe rispecchiare abbastanza  il GP di Montreal. Quindi un percorso non durissimo, ma comunque impegnativo, che Pogacar ha già vinto più volte e che quest’anno ha regalato ad un compagno di squadra. Quindi in teoria dovrebbe essere più abbordabile anche per corridori da classiche ed essere più aperto. Ma se Pogacar rimarrà a questo livello batterlo sarà comunque dura, durissima, per chiunque altro.

Italian Bike Festival, ci siamo. Ma prima si parla di sicurezza

05.09.2025
6 min
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MISANO ADRIATICO – «Proviamo a ragionare uniti – dice a un certo punto Gianluca Santilli – e a raggiungere qualcosa di concreto. La sicurezza stradale non riguarda solo ciclisti e pedoni, ma le migliaia di persone che muoiono ogni anno sulle strade italiane. Tutti sbagliano, ma l’utente debole la paga troppo cara. Bisogna immaginare che determinate strade andrebbero vietate alle biciclette, almeno finché qualcuno non garantisce che siano sicure. Usciamo di qui con un progetto. Se dovesse essere l’ennesima riunione di sole chiacchiere, è l’ultima volta che mi vedete».

Italian BIke Festival apre stamattina i cancelli: ieri era tutto un lavorare
Italian BIke Festival apre stamattina i cancelli: ieri era tutto un lavorare

Dieci anni allo stesso modo

Italian Bike Festival apre i cancelli fra due ore. Ieri sera il parcheggio dell’autodromo era come una cittadina brulicante di uomini e mezzi. Stand da riempire, biciclette da montare sugli espositori. Intanto nella terrazza della grande tribuna centrale un convegno sulla sicurezza stradale ha raccolto diversi personaggi già molto attivi sul territorio nazionale. Persone di spessore, ciascuno nel suo settore. L’idea è quella di costituire un soggetto unico, composto da diversi attori, ma portatore di una sola voce. Almeno si è capito che la frammentazione fra i tanti soggetti non porta da nessuna parte. Lo ha detto ben chiaramente Davide Cassani.

«In dieci anni – ha detto il romagnolo, presidente di APT Emilia Romagnala situazione non è migliorata di nulla. La maleducazione è aumentata e parlo di ciclisti e anche di automobilisti. Quando parlo con i ragazzi, dico sempre che bisogna pensare a quello che fanno gli altri. Il fatto di avere la precedenza non significa essere al sicuro».

Il grafico mostra le regioni italiane con il maggior numero di incidenti
Il grafico mostra le regioni italiane con il maggior numero di incidenti

Trenta morti ad agosto

I numeri sono raccapriccianti. I morti al 31 agosto 2025 sono 155, 30 quelli morti soltanto ad agosto. Li snocciola Giordano Biserni, presidente di ASAPS, il portale della sicurezza stradale. Ribadisce che si è fatto ancora poco, ma sottolinea che le strade non sono presidiate a sufficienza dalle forze di Polizia. La Lombardia guida il ranking degli incidenti, seguiti da Lazio, Emilia Romagna, Toscana e Veneto. Se però si fa il rapporto fra il numero dei morti e quello dei residenti, la Lombardia scende all’ultimo posto dell’infausto ranking. Le regioni ad alta vocazione ciclistica hanno anche un superiore numero di incidenti.

«Il metro e mezzo – dice Paola Gianotti – è un passo avanti, una conquista culturale, per far sapere che ci sono anche le bici. I Comuni ci chiamano per montare i cartelli e l’arrivo delle bike lane è un altro passo avanti. L’obiettivo sarebbe quello di collegare i paesi con queste corsie riservate alle bici».

Fra i presenti, l’avvocato Balconi, Andrea Albani (CEO dell’autodromo), Jolanda Ragosta della FCI e Marco Scarponi

Il metro e mezzo serve?

Non sono d’accordo su tutto, lo capisci quando Santilli ribatte che a suo avviso il metro e mezzo non ha risolto nulla. E a quel punto la parola va a Federico Balconi, l’avvocato che s’è inventato Zerosbatti e ha gestito finora 1.500 sinistri in cui sono state coinvolte delle bici.

«Ci sono vuoti normativi – dice – e non sempre le Forze dell’Ordine intervengono quando cade una bici. Se l’incidente dipende dalle cattive condizioni della strada, non si muove nessuno. La normativa non è adeguata. Non si capisce perché i Italia sia vietato pedalare in fila per due. Se non altro l’automobilista si accorge meglio delle bici e sa che non può superarle tutte in una volta».

L’Italia, gli fa eco Massimo Gaspardo Moro di FIAB, è cinque volte meno sicura dell’Olanda. Perché da noi circolano più auto che negli altri Paesi europei. A Roma il 64 per cento della mobilità è composto da auto e moto, mentre a Berlino la ripartizione è ben più equilibrata. Le bike lane sono utili aggiunge, ma non ci sono i decreti attuativi che le prevedono e soprattutto mancano i controlli.

La pista sarà teatro di test ed eventi per tutto il lungo weekend
La pista sarà teatro di test ed eventi per tutto il lungo weekend

Le scuole e le famiglie

Quello della sicurezza stradale è un problema culturale, ormai è evidente. Lo sottolinea Bruno Di Palma, Direttore Ufficio Scolastico Regionale Emilia Romagna. «In Italia ci sono 7.500 scuole – dice – tanti studenti e in media due genitori per studente. E i genitori devono essere di esempio per i figli. All’inizio del percorso scolastico si firma il patto di corresponsabilità e non è accettabile che nelle scuole si insegni qualcosa e a casa venga tradita. Abbiao firmato un protocollo di intesa con l’Osservatorio regionale sulla sicurezza stradale e l’abbiamo inserita nei corsi di educazione civica».

Cultura, gli fa eco Marco Scarponi, segretario della Fondazione che porta il nome di suo fratello Michele. «Si fa fatica a comunicare – dice – anche a trovare l’accordo sui termini. Si usa spesso la parola incidente, ma quando qualcuno guida usando il cellulare, oppure va a 100 all’ora nei tratti con limite a 50 e ammazza qualcuno, è incidente oppure è violenza? Servono cultura, comunicazione e controlli. Davanti alle nostre scuole abbiamo messo un vigile che costringe i genitori a rallentare sulle strisce».

E di formazione, che genera cultura, parlano anche Andrea Onori in rappresentanza delle scuole guida, e Jolanda Ragosta della Federazione ciclistica italiana.

Italian Bike FEstival richiama anche quest’anno le principali aziende del mondo del ciclismo
Italian Bike FEstival richiama anche quest’anno le principali aziende del mondo del ciclismo

La legge di Pella

C’è in collegamento anche l’onorevole Roberto Pella, il presidente della Lega Ciclismo, che si collega da Roma dove si sta lavorando alla Legge di Bilancio. Le sue parole di sindaco e onorevole sono un netto richiamo alla realtà.

«Molte delle cose che sono state dette – spiega – cozzano con le attuazioni delle esigenze delle singole parti. A fine luglio abbiamo presentato una legge che porterà il mio nome, ma non perché l’abbia scritta io. E’ stata scritta con i Prefetti e con i campioni che collaborano con la Lega, da Gianni Bugno a Francesco Moser, Saronni e Nibali, Fondriest e Ballan. Ho voluto raccogliere le loro istanze. Una proposta concreta in tema sicurezza che possa essere integrata con altre norme».

L’intervento dell’Onorevole viene ascoltato e recepito, anche se qualcuno annota con stupore che nessuno fosse al corrente della volontà di depositare una proposta di legge. Ciascuno dei presenti avrebbe dato volentieri il suo contributo. Quando alle 18, dopo tre ore, tutti si alzano dalle sedie, la promessa è quella di risentirsi alla svelta. Il fuggi fuggi fa sì che dopo tre minuti non ci sia più nessuno. Sono tutti grandi e vaccinati. Se sarà stata l’ennesima riunione che non porta a nulla, lo capiremo nel giro di pochi mesi. Noi siamo a disposizione, perché la comunicazione è una delle chiavi per il successo. Nel frattempo, Nostro Signore della strada, tieni una mano sul capo dei tuoi figli che ogni giorno sfidano le strade su una bicicletta.

Cassani e il Giro della Lunigiana del 1979: ricordi e aneddoti

15.12.2024
4 min
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Capita, nello scrollare tipico dei social, di imbattersi in qualcosa che richiami la nostra attenzione, che la catturi. In un pomeriggio invernale succede di vedere condivisa la lista partenti del Giro della Bassa Lunigiana del 1979. In quel gran susseguirsi di nomi che poi hanno scritto la storia di quel ciclismo c’era quello di Davide Cassani. Alla fine degli anni ‘70 era al suo secondo anno nella categoria juniores, in rampa di lancio per diventare un ciclista professionista. Era la quinta edizione di quella che ora è diventato l’attuale Giro della Lunigiana, ma già all’epoca meritava il soprannome di Corsa dei Futuri Campioni. 

«Il Giro della Bassa Lunigiana, come si chiamava ai tempi – racconta Cassani – l’ho corso due volte. La prima nel 1978, la seconda nell’anno successivo: il 1979. Ricordo che fu la mia prima esperienza in una gara a tappe e avevo la sensazione di essere diventato grande. In una tappa arrivai addirittura terzo, dietro Bontempi e Ciuti».

Davide Cassani in maglia di campione regionale Emilia-Romagna 1979
Davide Cassani, maglia campione regionale Emilia-Romagna 1979

Diventare grandi

Sono passati 46 anni da quella prima volta, ma l’aria che si respirava al Giro della Bassa Lunigiana era già di un ciclismo importante. Anche se si era lontani dal sentirsi arrivati tanta era la strada da fare prima di vedere il proprio nome tra quello dei professionisti. 

«Fu un primo assaggio di cosa volesse dire partecipare ad una corsa importante – continua Davide Cassani – perché si stava fuori a dormire, avevamo i massaggiatori al seguito. Insomma era a tutti gli effetti un appuntamento di grande importanza. Era la gara a tappe di riferimento della categoria, come lo è ora. L’emozione principale che ci muoveva era l’orgoglio di indossare la maglia della rappresentativa regionale, nel mio caso dell’Emilia-Romagna. Per un ragazzo di 17 o 18 anni era il massimo. Anche perché non tutti, me compreso, riuscivano a indossare la maglia della nazionale. Iniziavano a esserci appuntamenti importanti, come la Corsa della Pace e i mondiali, ma non erano di certo tanti come ora».

Davanti Maurizio Conti detto “Garibaldi” e alle sue spalle Davide Cassani
Davanti Maurizio Conti detto “Garibaldi” e alle sue spalle Davide Cassani
Che sensazioni provava un ragazzo nel partecipare al Giro della Bassa Lunigiana?

Quella di essere sulla strada giusta, correre in certi appuntamenti ti permetteva di sentire il profumo di un sogno. Per me partecipare a quella corsa era un obiettivo, sapevi di avere buone chance di passare dilettante. In quell’anno (il 1979, ndr) militavo in una delle squadre più forti e avevo vinto nove corse. Anche come rappresentativa dell’Emilia-Romagna eravamo tra i favoriti, con me correvano Giardini e Federico Longo. Due veri campioni dell’epoca. 

Sentivate crescere l’attenzione intorno a voi?

Sì. Anche perché il primo anno che partecipai (1978, ndr) ci chiamò, a inizio stagione, il responsabile del Comitato regionale per consegnarci una sorta di agenda da compilare. Dovevamo scrivere i chilometri fatti e rimandarli poi al Comitato a fine anno. Era il primo contatto con i vertici della Federazione.

Allora come oggi il Giro della Lunigiana è la gara a tappe di riferimento del panorama juniores (Foto Duz Image/Michele Bertoloni)
Allora come oggi il Giro della Lunigiana è la gara a tappe di riferimento del panorama juniores (Foto Duz Image/Michele Bertoloni)
Insomma, avevate capito l’importanza del momento…

Ti sentivi sotto osservazione, a 17 o 18 anni inizi a capire cosa puoi fare da grande. Comunque già a quell’epoca andare forte tra gli juniores era un bel segnale

Cosa ricordi della gara?

Avevamo una grande squadra. Con noi c’era anche un lombardo: Maurizio Conti, detto “Garibaldi”. Faceva parte della nostra rappresentativa regionale, ma per il resto dell’anno era un avversario. Ci scontravamo con lui e riusciva spesso a vincere. Ricordo anche che l’ultima tappa di quell’edizione, una cronoscalata su Monte Marcello, rischiò di saltare a causa di un incendio. Riuscirono a farla, ma in alcune zone era ancora presente sulla strada il liquido usato per domare le fiamme. 

Tanti juniores passano direttamente pro’, è il caso di Seixas che dal team U19 della Decathlon AG2R passa nel WT (Foto Duz Image/Michele Bertoloni)
Tanti juniores passano direttamente pro’, è il caso di Seixas che dal team U19 della Decathlon AG2R passa nel WT (Foto Duz Image/Michele Bertoloni)
Anche all’epoca il Giro della Lunigiana apriva uno spiraglio sul professionismo?

Era impensabile per uno junior passare professionista, i carichi di lavoro erano di gran lunga diversi. Ora questo accade con più frequenza perché i ragazzi sono allenati molto più preparati. Alcuni di loro, come accade alla Bardiani, fanno un buon calendario under 23. Penso però che certe scelte si debbano fare con attenzione. I devo team sono una risorsa preziosa, ma non aprono automaticamente le porte del professionismo.

Si deve ponderare bene la scelta…

Soprattutto perché il nostro primo anno da under 23 coincide con l’ultimo anno di scuola. Anche questo è un fattore da prendere in considerazione quando si decide cosa fare alla fine della categoria juniores. Magari potrebbe essere utile approdare in un devo team nell’anno successivo alla maturità.

L’onda lunga del Tour. In Emilia ora fanno i conti

06.10.2024
5 min
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A distanza di qualche mese dal passaggio della carovana del Tour de France sulle strade dell’Emilia Romagna, tre giorni di grande ciclismo che hanno smosso enormi interessi, la Regione ha tirato le somme di quanto avvenuto, sulla base di uno studio commissionato alla società specializzata SG Plus e all’Università degli Studi di Parma, che hanno analizzato ogni singolo aspetto di quanto avvenuto giungendo alla conclusione che economicamente è stato un vero successo considerando che per ogni euro speso ne sono stati guadagnati ben 24.

Giammaria Manghi e Davide Cassani alla presentazione dello studio analitico sugli effetti del Tour
Giammaria Manghi e Davide Cassani alla presentazione dello studio analitico sugli effetti del Tour

Oltre ogni aspettativa

Spulciando il compendio di numeri proposto si scopre che il Tour ha coinvolto 5 province (Rimini, Forlì-Cesena, Ravenna, Bologna e Piacenza) e ben 29 Comuni. Altissima l’audience televisiva, con 150 milioni di spettatori per ben 185 ore di trasmissione, e altissima anche l’interazione sui social, oltre 14 milioni.

Sulla base di questi responsi, Davide Cassani, ex cittì oggi presidente dell’Apt Emilia Romagna ha espresso un certo stupore. Soprattutto considerando il totale dell’indotto economico scaturito dai tre giorni di gara: «Possiamo parlare di oltre 124 milioni di euro, un risultato che va oltre ogni più rosea aspettativa. Si sapeva che l’evento era una scossa per l’economia regionale. Mi fa piacere che quanto avvenuto confermi in maniera ancora più forte come la direzione che avevamo preso contattando l’Aso fosse quella giusta».

Pogacar e Vingegaard in azione nella seconda tappa, davanti a una folla enorme
Pogacar e Vingegaard in azione nella seconda tappa, davanti a una folla enorme

Sulla scia di grandi eventi sportivi

A Cassani fa eco Giammaria Manghi, sottosegretario alla Presidenza della Regione, che allarga il discorso: «In Emilia stiamo seguendo la strada dei grandi eventi sportivi da tempo: Formula 1, Coppa Davis, GP di motociclismo sono solamente alcuni esempi e il ciclismo è un cardine in questo campo. Noi continueremo su questa strada sulla base proprio di quanto visto con il Tour. Infatti la nostra agenda sportiva per il 2025 è già più ampia di quella di quest’anno.

«Quando abbiamo preso contatto con l’organizzazione del Tour – ricorda Manghi – avevamo fatto un’analisi spettrale per capire quanto potevamo aspettarci e il responso finale va oltre i preventivi. Ma io guardo anche altri fattori, non solo quello economico. Ad esempio quello riguardante le presenze: fra partenze e arrivi sono state calcolate ben 1.403.589 persone, compreso il percorso e a questi numeri io credo fermamente, perché mi rimarrà sempre negli occhi l’immagine dei 16 chilometri ininterrotti di folla all’uscita da Cesenatico per la seconda tappa. Qualcosa di clamoroso».

L’afflusso costante degli appassionati verso le località toccate dal percorso della Grande Boucle
L’afflusso costante degli appassionati verso le località toccate dal percorso della Grande Boucle

Un target avanti con l’età

A proposito delle presenze però Cassani mette in luce un dato relativo all’età: a fronte del 13,8 per cento di Under 30 c’è ben il 33,1 per cento di Over 60: «Il popolo del ciclismo è avanti con l’età, è anziano e non dobbiamo negarlo. Lo capiamo anche da coloro che guardano le corse in Tv o vengono ad assistere alle gare, dalle fasce d’età delle Granfondo o da quelle cicloturistiche. Il ciclismo è un prodotto che va svecchiato, promosso, diffuso presso le giovani generazioni senza aspettare il classico Sinner che faccia da traino. Noi dobbiamo investirci sopra ora, saper vendere il tanto di buono che propone».

Non è un caso però se tanto successo si sia riscosso proprio in Emilia: «La nostra regione ha due elementi fondamentali per il ciclismo – afferma Manghi – innanzitutto una forte identità storica che affonda le radici nel tempo, con campioni prodotti con continuità e un movimento di praticanti che è sempre stato diffuso. Poi anche la produzione di eventi con costanza: il Giro passa sempre per le nostre parti e il Giro dell’Emilia avete visto tutti che successo è stato e quale risonanza abbia avuto, una vera rivincita del mondiale appena svolto.

Durante le tappe anche scene curiose come quella legata allo spagnolo Aranburu
Il Tour spesso parte dall’estero. L’impatto italiano è stato quello più produttivo economicamente

Investimenti a pioggia sul ciclismo

«A proposito di mondiale, l’edizione del 2020 a Imola è stata un successo enorme. Al punto che decidemmo di tabellare tutto il tracciato e questo ha fatto sì che ogni domenica sia affrontato da tantissimi appassionati, che si mettono alla prova su quei tracciati. Lo stesso dicasi per le salite che hanno reso famosa la Novecolli e sono state affrontate anche dalla tappa del Tour. Noi vogliamo continuare a investire capitalizzando anche il patrimonio delle Granfondo, tutelando quelle storiche come Novecolli o Squali e proponendone sempre di nuove perché attirano tanti a conoscere la nostra realtà».

Tour ma non solo. Ora il Piemonte vuole rilanciare e l’anno prossimo ospiterà la partenza de La Vuelta. Sarà la stessa cosa? «Il Tour è uno dei 3-4 eventi più grandi al mondo – risponde Cassani – ma considerando il clamore che anche la Vuelta sa suscitare, credo che l’impatto sarà molto grande anche in quel caso. Questo è un segnale positivo, dimostra che c’è chi crede nel ciclismo e vuole investirci sopra, rientra in quel discorso di promozione dell’attività di cui parlavamo prima. Tante regioni devono fare la stessa cosa. Noi in Emilia continueremo sulla stessa strada, questo è sicuro…».