Tiberi, parole da grande e lavori massimali progettando il Giro

12.12.2024
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ALTEA (Spagna) – Quinto al Giro d’Italia e miglior giovane, Antonio Tiberi si muove col passo felpato di chi ha in testa il ritmo giusto per fare le cose. Il mattino è stato dedicato alle visite mediche e ad una sessione fotografica, poi ci sono i giornalisti e le loro domande. La giornata è accecante di sole e mare, il riverbero del marmo a bordo piscina costringe a socchiudere gli occhi.

L’hotel Cap Negret è meno affollato del solito. Ci sono la Bahrain Victorious e la VF Group-Bardiani, come pure la FDJ Suez di Demi Vollering e Vittoria Guazzini. Il parcheggio però è mezzo vuoto, perché quest’anno la geografia dei team si è rimescolata. Ci sono stati anni in cui qui potevi incontrare anche sei squadre contemporaneamente: una sorta di caccia grossa per chi fosse in cerca di interviste.

Tiberi inizia la seconda stagione con la Bahrain Victorious, cui è arrivato a metà del 2023
Tiberi inizia la seconda stagione con la Bahrain Victorious, cui è arrivato a metà del 2023

La stessa flemma di Nibali

Per l’Italia che va in cerca di una nuova voce per i Grandi Giri, la carta Tiberi è il ponte più concreto fra il ricordo di Nibali e un futuro da scrivere. Di Vincenzo ha la flemma e per certi versi lo stile: la Trek-Segafredo aveva visto giusto nel metterli uno accanto all’altro, anche se alla fine il piano è caduto nel vuoto. Probabilmente al laziale manca ancora la capacità di inventare azioni vincenti, ma quella verrà quando le gambe saranno in grado di sostenerle. Il quinto posto al primo Giro è senza dubbio un bel trampolino da cui spiccare il volo.

Prima di raggiungerci, Tiberi si è coperto di tutto punto. Non tragga in inganno il sole: a volte si alzano delle folate di vento che suggeriscono prudenza in atleti che sono ancora lontani dal peso forma, ma si riguardano come meglio possono. Quando anche la mantellina è chiusa fino sotto il collo, Antonio si accomoda sullo sgabello di fronte.

«Vengo da un anno più che ottimo – dice – quindi sono qui per lavorare bene, cercare di crescere e fare qualcosa di ancora migliore per l’anno prossimo. Ho passato le vacanze a casa, un po’ a San Marino e un po’ dai miei genitori. Per me la vacanza è stare a casa, tranquillo e senza impegni. Sono sempre in giro a prendere aerei, quindi non ho molta voglia di prenderne altri anche a stagione finita».

Quinto al Giro e miglior giovane: il podio di Roma ha consacrato il primo grande risultato di Tiberi
Quinto al Giro e miglior giovane: il podio di Roma ha consacrato il primo grande risultato di Tiberi
Cosa si fa in questo primo ritiro?

Ci dedichiamo ai test, alle nuove foto, a provare nuove bici e il nuovo abbigliamento. E soprattutto avviamo la preparazione in vista del ritiro di gennaio, cui spero di arrivare con la gamba pronta per iniziare a lavorare sul serio.

Hai imparato qualcosa di più su Antonio nel 2024?

Ho imparato che facendo le cose con la testa e mettendoci impegno, riesco a ottenere degli obiettivi che prima neanche avrei immaginato. Sicuramente tutto quello che è venuto nella scorsa stagione mi ha dato più sicurezza e la maturità per iniziare la preparazione con maggiore concentrazione. E con la consapevolezza che, se faccio le cose al meglio, riesco ad ottenere comunque dei buoni risultati.

Il fatto di stare in salita con i migliori dipende dalla preparazione oppure in gara si alza anche la soglia del dolore?

E’ anche una questione mentale, giusta osservazione. Il lavoro conta tanto, perché a casa si allenano anche la sopportazione del dolore e della fatica. Il fatto di reggere certe andature è più che altro una questione di tempistiche e varia da persona a persona. Allenarsi tanto è necessario, ma per arrivare a un certo livello quello che fa tanta differenza è la testa. Penso che ogni persona abbia bisogno di arrivare al punto giusto di maturazione per riuscire a fare determinati sforzi e determinate prestazioni. Per metabolizzare bene lo stress e la fatica.

Su cosa devi crescere per essere ancora più incisivo?

Abbiamo fatto un’analisi delle mie prestazioni e quello che manca e che vorremmo migliorare è il cambio di ritmo, quello con cui Pogacar riesce a fare la differenza quando siamo tutti al limite. Ci lavoriamo già, l’idea è di alzare questa soglia, certe azioni non le puoi improvvisare.

Con la maglia bianca nel gruppo di Pogacar verso il Mottolino: il livello di Tiberi è in crescita
Con la maglia bianca nel gruppo di Pogacar verso il Mottolino: il livello di Tiberi è in crescita

Il cambio di ritmo

Il suo preparatore è Michele Bartoli, che lo ha preso in carico a metà 2023, ma ha potuto iniziare a lavorare con lui in maniera completa alla vigilia del 2024. Un anno di osservazione e lavoro ha portato appunto alla conclusione di cui parla lo stesso Tiberi.

«Faremo un programma di allenamenti intervallati – spiega il toscano – che durano secondi fino ad arrivare a pochi minuti. Andando avanti riesci a vedere più cose e guardandolo correre, abbiamo notato questo aspetto in cui possiamo lavorare per migliorare. Lavori che vanno da 30-40-50 secondi fino ad arrivare ai 3-4 minuti. Ma non ci si limita a quello. Si arriva a fare lavori massimali anche di 6-7-8-10 minuti, perché quello che ci serve e che serve ad Antonio è prettamente questo. Lavori con frequenti cambi di ritmo, da pochi secondi fino a pochi minuti.

«Ma non cominceremo subito – prosegue il toscano – perché Antonio ha corso fino a una gara in salita organizzata da Merida a Taiwan, quindi si è dovuto allenare dal Lombardia al 25 di ottobre, come se corresse ancora. Poi ha scaricato quattro settimane e siamo arrivati al 20 di novembre, quando ha ripreso a pedalare. Perciò sono due settimane che si allena e ora deve fare un po’ di base, non può caricare subito al massimo».

Nel tavolo accanto è seduto Colbrelli, con il computer aperto che all’esterno del monitor ha le foto delle sue vittorie più belle. Questi sono i giorni in cui si definiscono i programmi: per i direttori sportivi un vero rompicapo fra i desiderata degli atleti e le esigenze della squadra.

Caruso e Tiberi (di spalle), il fresco diesse Sonny Colbrelli e Stangelj: si parla di corse e programmi
Caruso e Tiberi (di spalle) e il fresco diesse Sonny Colbrelli: si parla di corse e programmi
Qual è stato il giorno più bello dell’anno?

Ne dico due. La penultima tappa del Giro, quella di Bassano, quando ho trovato i miei genitori dopo l’arrivo. E poi l’ultima tappa, quella di Roma, che a modo suo resta indimenticabile.

I mondiali potevano esserlo e non lo sono stati?

Diciamo che li ho presi come un’esperienza che sicuramente mi servirà in ottica futura, essendo stato comunque il primo mondiale. Sono andato a Zurigo con le aspettative alte, forse anche troppo per quello che era realmente il percorso. Speravo in qualcosa più adatto agli scalatori, che ci fossero delle salite dure. Invece era più esplosivo, per gente come Van Der Poel. Però il mondiale è sempre una gara particolare. L’ultima volta che lo avevo corso era da junior e bisogna dire che c’è una bella differenza tra juniores e professionisti. Si corre senza radio, è uno stile di gara molto molto diverso da quello cui siamo abituati.

In un ipotetico avvicinamento al Giro, se sarà Giro, rifaresti tutto quello che hai fatto quest’anno oppure si può cambiare qualcosa?

Se fosse Giro, l’avvicinamento sarebbe molto simile. Magari potrebbe cambiare un pochino la prima parte, proprio l’inizio della stagione e forse sarà così. Probabilmente inizierò all’Algarve, ma il resto sarà quasi uguale all’anno scorso, magari facendo qualche ritiro in più con la squadra.

Il quinto posto del Giro ha fatto crescere la tua popolarità?

Leggermente, qualcuno mi riconosce quando sono in giro a casa o anche quando mi alleno. Mi fa piacere, è qualcosa che ti dà più morale, che dà orgoglio e ti stimola a fare ancora meglio.

Caruso si prepara per la campana dell’ultimo giro

17.10.2024
5 min
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A Ragusa il tempo è sempre bello e, quando fa brutto, di solito dura poco. Damiano Caruso è tornato a casa il giorno dopo il Lombardia. Il sabato si è fermato a Milano con i compagni per una pizza e la domenica ha preso un volo verso casa. Per i suoi gusti, dice ridendo, i 27 gradi degli ultimi giorni sono anche troppi, ma è pur vero che laggiù l’inverno non è mai rigido come in qualsiasi altra parte d’Italia. La stagione non è stata indimenticabile, piena più di imprevisti che di soddisfazioni, e questo fa pensare. Quando è a casa, Damiano si riconnette con le sue origini e il periodo senza bici diventa una fase di bilanci necessari.

«Cerchiamo di vivere come una famiglia normale – dice – dedico più tempo ai bambini che mi chiedono se li porterò io a scuola. Vedono gli altri papà che ci sono sempre, mentre io non posso quasi mai. Durante l’anno, se mi chiedono di fare un giro sullo scooter, magari devo dirgli di no perché sono stanco. Non sempre riusciamo a uscire per un gelato. E allora cerco di recuperare. Li accompagno a fare sport il pomeriggio. E dedico del tempo anche a Ornella, mia moglie: un pranzettino, una cena, quello che si può».

Il Lombardia di Caruso è stato una fuga dal chilometro zero, conclusa con il ritiro per i crampi
Il Lombardia di Caruso è stato una fuga dal chilometro zero, conclusa con il ritiro per i crampi

I sacrifici di tutti

Ristabilire il senso di normalità che lo stile di vita del corridore spesso impedisce. Anche perché i sacrifici non sono solo quelli degli atleti, ma investono il resto della famiglia.

«Mia moglie è abituata a stare da sola – ammette – a sbrigarsi le cose. Però i bambini nella loro sincerità, certe volte te lo dicono: “Papà basta, rimani a casa, non partire, rimani con noi”. Insomma, certe volte te ne vai anche con un po’ di male al cuore. Ti dici: “Cavolo, ma ha senso tutto questo?”. Per fortuna poi ricordo che siamo dei privilegiati e quindi vado a fare quello che devo fare, il mio lavoro, con altre motivazioni. In certi casi infatti tutto questo è anche uno stimolo. Nel senso che devi fare tesoro e far fruttare il tempo sottratto alla famiglia. Non sprecarlo bighellonando in giro, dargli un senso facendo bene il tuo lavoro».

Milan e Caruso, il giovane e il più esperto: fino allo scorso anno correvano insieme
Milan e Caruso, il giovane e il più esperto: fino allo scorso anno correvano insieme

Una stagione faticosa

Forse una stagione faticosa come l’ultima rende il distacco più faticoso, anche se a 37 anni sai benissimo cosa ti aspetta. Sai anche e soprattutto che non si può portare indietro il tempo e allora magari vai a cercare le motivazioni in altri angoli della mente.

«In questo momento non è la nostalgia che mi dà fastidio – spiega – quanto piuttosto il fatto che il fisico cominci a non rispondere e a recuperare come prima. Là fuori il livello è altissimo, quindi magari parti da casa sapendo che i tuoi numeri sono buoni, invece arrivi in gara e prendi una batosta. Forse bisogna cominciare a guardare in faccia la realtà. Se poi becchi una stagione come la mia, che è stata abbastanza complicata tra cadute e malanni, allora ti ritrovi tutto il tempo a inseguire. Solo che se inizi a inseguire da inizio stagione, spesso insegui tutto l’anno. A 37 anni, la paghi cara. E’ vero che di testa sei più forte e riesci a superare meglio il momento di difficoltà. Però a un certo punto ti accorgi che non bastano solo l’esperienza e la grinta. Ci vogliono anche le gambe».

Giro d’Italia, si va verso il Mottolino. Zambanini, Caruso e Tiberi nella scia di Pogacar: la Bahrain Victorious c’è
Giro d’Italia, si va verso il Mottolino. Zambanini, Caruso e Tiberi nella scia di Pogacar: la Bahrain Victorious c’è

Gregario di Tiberi

Il suo ruolo nel Team Bahrain Victorious, di cui è uno dei senatori, è stato per tutto il 2024 quello di stare accanto ad Antonio Tiberi, perché potesse fare esperienza con una maniglia importante al fianco.

«Posso dire che il Giro – ricorda Caruso – è stato il momento in cui ero più performante. Solo che per stare vicino al tuo capitano che fa classifica, devi essere forte quasi quanto lui. E comunque per raggiungere quel livello devi lavorare quanto lui e anche di più, perché lui magari è toccato dal talento. Quello che è stato dato a me, l’ho sfruttato al 100 per cento, ho raggiunto il massimo che potevo. Potevo forse svegliarmi prima, ma in quegli anni i giovani dovevano crescere con calma. Era un altro ciclismo, non era permesso bruciare le tappe. L’unica cosa che mi auguro per la prossima stagione è di divertirmi e avere un anno liscio, a prescindere dai risultati».

Anche la Vuelta nel 2024 di Caruso, che qui posa per un selfie con il grande meccanico Ronny Baron
Anche la Vuelta nel 2024 di Caruso, che qui posa per un selfie con il grande meccanico Ronny Baron

Suona la campana

Non sarà un inverno particolare, insomma. Non ci sono motivazioni da recuperare, quelle ci sono. Come lo chiami uno che cade a Burgos e quattro giorni dopo corre a San Sebastian con dieci punti nel ginocchio?

«La motivazione in più – ammette – sarà tutto quello che farò a partire da ora, dopo i 15 giorni di vacanza che mi attendono. Quando ricomincerò, suonerà la campana dell’ultimo giro e ogni cosa sarà per l’ultima volta. Sto cercando di auto-motivarmi, perché non voglio finire l’anno trascinandomi. Sicuramente mi piacerebbe tornare al Giro d’Italia con il massimo della condizione e divertirmi. Certo, il Lombardia mi ha dato da pensare. E’ vero che l’ho corso debilitato dal virus intestinale, ma è stato incredibile. Poche volte abbiamo affrontato una Monumento con l’atteggiamento di corsa da 150 chilometri. Da quando ho attaccato al chilometro zero a quando mi sono staccato per i crampi, non ho mai mollato una pedalata. Io qualche Lombardia l’ho fatto, però non avevo mai visto una roba così».

Tiberi e le corse di un giorno: ne ragioniamo con Bartoli

02.10.2024
6 min
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La prima presenza al mondiale per Antonio Tiberi ha portato tanta pressione, soprattutto dopo la vittoria al Giro di Lussemburgo, ma anche un’esperienza nuova. Ce lo aveva detto lo stesso corridore della Bahrain Victorious a fine gara.

«Fare corse di un giorno – ha detto alla fine della prova iridata – è sempre una fatica un po’ diversa dal solito. Ci sono degli sforzi che non si fanno abitualmente nelle gare a tappe, poi in un mondiale dove tutto si amplifica è veramente dura. La prima gara di un giorno che ho disputato quest’anno è stata la Liegi. Il mondiale, invece, è stata la seconda».

Al Giro di Lussemburgo Tiberi ha mostrato ottime qualità negli sforzi brevi richiesti dagli strappi
Al Giro di Lussemburgo Tiberi ha mostrato ottime qualità negli sforzi brevi richiesti dagli strappi

Piccoli passi

Tiberi ha poi espresso la voglia di migliorare in questo tipo di competizioni, dichiarando la volontà di inserirne altre nel calendario della prossima stagione. Riflessioni giuste e ambiziose di un ragazzo di 23 anni che solo nel 2024 ha mostrato di poter fare i passi giusti per entrare nella cerchia dei corridori di primo livello. Con lui, quando è entrato a far parte della Bahrain Victorious, lavora Michele Bartoli. Il preparatore toscano è la figura giusta da interpellare per analizzare al meglio il mondiale di Tiberi e parlarne apertamente. 

«A Zurigo – spiega Bartoli – Tiberi ha corso la seconda gara di un giorno della stagione, era logico potesse soffrire in qualche modo. E’ un tipo di sforzo al quale non è abituato ma, come in tutte le cose, se vorrà dedicarsi anche a questi appuntamenti dovremo prepararli con le giuste modalità. A seconda degli obiettivi si devono poi impostare allenamenti diversi».

La Liegi è stata la prima e unica corsa di un giorno disputata da Antonio prima del mondiale
La Liegi è stata la prima e unica corsa di un giorno disputata da Antonio prima del mondiale
Lo stesso Antonio ha detto di essersi accorto che gli manca l’esplosività per affrontare certi percorsi. 

Innanzitutto vorrei dire che di questo mondiale ognuno ha dato la sua interpretazione. Si era partiti con l’affermare che fosse per scalatori, ma se arriva terzo Van Der Poel non mi viene da pensare a un percorso per scalatori. Penso sia stato un mondiale opposto alle sue caratteristiche di base.

Quali sono?

Lui è un atleta da corse a tappe, considerando che nel 2024 ha disputato solo questo genere di appuntamenti è difficile immaginarlo in gare di un giorno. Poi può migliorare. Anzi, sono sicuro che se un domani dovesse correre di nuovo il mondiale, Antonio sarebbe in grado di competere con i più forti. Alla fine è arrivato terzo O’Connor. Però va tutto preso con calma, non dimentichiamoci da dove è partito Tiberi. 

Il ciociaro si è reso conto che anche in un grande Giro serve avere tanta potenza per rispondere agli attacchi dei più forti
Il ciociaro si è reso conto che anche in un grande Giro serve avere tanta potenza per rispondere agli attacchi dei più forti
Ovvero?

Nel 2024 ha dimostrato di poter ricoprire il ruolo di leader per un Grande Giro in una formazione WorldTour. Il suo quinto posto al Giro potrebbe entrare di diritto nelle più belle prestazioni dell’anno, se non ci fosse stato un certo Pogacar. Però arrivare in una squadra come la Bahrain e al primo anno dimostrare di poter fare il capitano, a soli 22 anni, non è poco. 

Come ha detto lo stesso Tiberi le corse di un giorno possono aiutare nel migliorare anche nelle gare a tappe?

Sicuramente. Anche perché gli sforzi anaerobici, come i lavori sui cinque minuti, alla soglia lattacida, VO2 Max e interval training sono entrati in pianta stabile nelle tabelle di lavoro anche dei corridori da corse a tappe. Chiaro che la differenza arriva a seconda del tempo che dedichi a questi allenamenti. Alla fine credo che si vinca con la prestazione. 

Tiberi ha programmato la stagione puntando su due grandi corse a tappe
Tiberi ha programmato la stagione puntando su due grandi corse a tappe
Spiegaci.

Le gare le vince chi riesce ad avere la miglior prestazione massimale, chi è abituato a soffrire. Anche per staccare gli altri in salita sei costretto a fare sforzi molto intensi e se non sei in grado di replicare alla prima risposta ti fanno fuori. I lavori lattacidi, come i cambi di ritmo, sono quel tipo di allenamento che migliora questo genere di prestazioni. Tiberi ha una caratteristica che lo può rendere un grande corridore.

Cioè?

La gestione del proprio sforzo. Riesce a non andare fuori giri mantenendo una prestazione altissima. Per altri corridori amministrarsi vuol dire abbassare tanto l’intensità dello sforzo. Antonio riesce a fare una prestazione massima senza mai subirla.

Al mondiale le premesse c’erano e secondo Bartoli, il suo preparatore, in futuro Tiberi potrà fare bene in questi appuntamenti
Al mondiale le premesse c’erano e secondo Bartoli, il suo preparatore, in futuro Tiberi potrà fare bene in questi appuntamenti
Un po’ come Pogacar, con i dovuti paragoni?

Per me guardare il super campione diventa controproducente. Pogacar può fare tutto, anche sbagliando, e non subire conseguenze. Gli basta un chilometro per recuperare totalmente e poi ripartire. Magari altri corridori un errore lo pagano e devono riposare una notte intera per recuperare pienamente. Tiberi per me è un super atleta e ha delle qualità che per la sua giovane età possono portare a tanto: un gran motore e ascolta bene il proprio fisico. 

Quindi si può pensare a un Tiberi protagonista nelle corse di un giorno?

Tanto dipende dal calendario. Se fa come nel 2024 dove ha corso Giro e Vuelta, è più difficile perché la programmazione ti porta a lavorare in un determinato modo. Se dovesse saltare il Giro potrebbe concentrarsi sulle Ardenne e prepararle al meglio. Oppure, se si sceglie di fare la corsa rosa dopo lo stacco di metà stagione, potrebbe lavorare in ottica San Sebastian e Lombardia. Questo lo deciderà lui insieme alla squadra. 

L’altra monumento corsa in carriera è stato Il Lombardia, nel 2021 con la Trek e nel 2023 con la Bahrain (qui in foto)
L’altra monumento corsa in carriera è stato Il Lombardia, nel 2021 con la Trek e nel 2023 con la Bahrain (qui in foto)
Era comunque la prima esperienza a un mondiale.

Una volta si diceva che per essere competitivi in gare come Fiandre o Liegi servissero due o tre anni. Ora solo perché uno o due corridori fanno bene subito, sembra che non ci debba essere il tempo di adattamento. L’opinione pubblica cambia con l’attualità dei fatti, ma non sempre questa è la regola. Le cose si costruiscono un mattone per volta, Bennati, che di ciclismo ne sa, ha già detto che Tiberi deve vivere certe gare per abituarsi e capirle. 

E poi non va buttato quanto di buono ha fatto, come la vittoria al Lussemburgo.

Quella era una corsa vicina agli sforzi che trovi in una gara di un giorno. Sforzi massimali sui 3 minuti e rilanci in cima allo strappo. Ero il primo a essere fiducioso in vista di Zurigo, poi però le giornate difficili capitano. Comunque va considerata l’emozione di vestire la maglia della nazionale e di correre un mondiale. Rimango della mia idea: se domani dovessero correre ancora Antonio lo metterei nuovamente tra quelli che possono fare bene.

Ciccone: «Gara nervosa, servirà restare attenti»

29.09.2024
5 min
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OPFIKON (Svizzera) – La vigilia del campionato del mondo su strada scorre lenta, con la pioggia che picchia sui vetri dell’hotel degli azzurri. Fuori gli aerei partono, non siamo lontani dall’aeroporto di Zurigo, facendo un gran rumore. I ragazzi scelti da Bennati, al suo terzo mondiale da cittì, scendono nella hall dell’albergo e si prestano alle varie interviste. Passano in rassegna davanti alla telecamera della RAI dove Ettore Giovannelli ne testa gli umori e i sorrisi. Le settimane che hanno anticipato la prova iridata sono state quasi monopolizzate dalla prestazione di Tiberi al Giro di Lussemburgo. Ma tra gli italiani non c’è solo il ciociaro pronto a dar battaglia, nel vociare generale si sente anche l’allegria e la determinazione di Giulio Ciccone. 

Il corridore della Lidl-Trek è seduto a un tavolo, nascosto da un muro ornato da disegni di legno intagliati. Con lui ci sono i membri dello staff della squadra americana. Si parla del più e del meno, ma l’argomento principale è il circuito finale di Zurigo, da ripetere otto volte e che non farà prigionieri. 

Giulio Ciccone alle prese con le domande della RAI nella vigilia del suo primo mondiale
Giulio Ciccone alle prese con le domande della RAI nella vigilia del suo primo mondiale

Un mese dopo

Ciccone si è ritirato dalla Vuelta alla decima tappa, era il 27 agosto. Oggi, più di un mese dopo torna in corsa e lo farà con una gara tosta e impegnativa. Le domande sulla sua condizione si sprecano, ma solo lui può sapere come sta, e noi glielo chiediamo. 

«A questo mondiale – racconta nel nostro faccia a faccia – arrivo sicuramente con una buona condizione. Diciamo che non è stata un’annata facile, però il mondiale era un obiettivo quindi sono riuscito a lavorare bene. Nell’ultimo periodo ho avuto belle sensazioni e mi sono messo alle spalle un bel blocco di lavoro, quindi siamo a posto. Fino al Tour de France andato tutto è andato abbastanza bene, poi dopo la Grande Boucle ho corso a San Sebastian e la Vuelta. In Spagna sono andato con l’obiettivo di dare supporto alla squadra e ritrovare la condizione in vista di Zurigo». 

Alla Vuelta l’abruzzese si è ritirato a causa di una caduta nella decima tappa
Alla Vuelta l’abruzzese si è ritirato a causa di una caduta nella decima tappa
Il ritiro è stato un intoppo sul cammino, come lo hai superato?

La caduta della decima tappa mi ha costretto ad andare a casa, ma lo sguardo è sempre rimasto verso il mondiale. Ho fatto un paio di giorni in cui mi sono riguardato, in prevenzione per il ginocchio e per curare un po’ le botte. Una volta accertato che stessi bene sono rimontato in bici in ottica corsa iridata. 

Il ginocchio come sta?

Bene, bene, diciamo che i due giorni dopo la caduta ho avuto un po’ di fastidio, non si capiva bene la situazione. Poi però tutto è andato per il meglio e mi sento pronto.  

Ciccone guida il gruppo azzurro nella prova percorso, il ritmo è sostenuto
Ciccone guida il gruppo azzurro nella prova percorso, il ritmo è sostenuto
Che emozione provi nell’essere qui?

Il mondiale è sempre il mondiale, quindi sicuramente c’è una motivazione extra e sarà sicuramente una bella giornata. (Ciccone ha corso diverse volte con la nazionale ma il mondiale mancava nella sua carriera, ndr). 

Venerdì avete pedalato sul percorso, cosa ne pensi?

Sarà durissimo per via della distanza e dell’altimetria, penso verrà fuori una gara molto nervosa. Ovviamente non ci sono salite lunghe. Però il tratto con il primo strappo e la salita che segue, dove lo sforzo supera i 10 minuti, si faranno sentire

Per lui un 2024 iniziato solamente al Romandia dopo i problemi al soprasella
Per lui un 2024 iniziato solamente al Romandia dopo i problemi al soprasella
Quello sarà il punto cruciale?

Sì. Da quel momento segue la parte tecnica con strappi e discese, quindi non c’è mai un vero punto dove si può recuperare. Scollini e non scendi mai fino per un po’ di chilometri, sarà importante stare davanti e tenere alto il ritmo. Prima della discesa che porta sul lago c’è un tratto con i due strappi e la discesa tecnica. Sicuramente verrà fuori un mondiale duro e anche tatticamente non sarà facile.

Perché?

Non c’è una strategia lineare da parte di nessuno. Ripeto, sarà dura, ma noi siamo pronti e con lo spirito giusto per far bene.

Al Tour de France una buona prova e l’undicesimo posto nella classifica finale
Al Tour de France una buona prova e l’undicesimo posto nella classifica finale
Che ruolo avrai? Ne hai già parlato con Bennati?

L’idea è quella di star lì davanti e farmi trovare pronto. E’ chiaro che non si possono aspettare le mosse dei migliori, staremo lì e proveremo a inventarci qualcosa. 

Gli otto passaggi su quella parte dura che dicevamo prima sono tanti.

Sì, bisogna essere un gruppo unito, muoversi con intelligenza ed essere sempre presenti. Questo è un po’ lo spirito che serve.

Grazie e in bocca al lupo. 

Crepi!

Tiberi sta bene: «Un mondiale da rischiare il tutto per tutto»

28.09.2024
5 min
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OPFIKON (Svizzera) – Sabato mattina. Le donne stanno uscendo per andare alla partenza, i professionisti hanno un rendez vous con i giornalisti presenti e poi dovranno decidere se uscire in bici o far girare le gambe sui rulli. Fuori ci sono 15 gradi e piove forte, non l’ideale per una sgambata. Tiberi ha il solito ritmo da battito calmo, che in tanti colpi d’occhio ricorda i passi lenti di Nibali. Sorride e si vede che sul suo cielo brilli adesso una buona stella. La vittoria al Giro del Lussemburgo gli ha permesso di salire un altro scalino, in una stagione che lo ha visto crescere nelle sicurezze e nella considerazione generale. Difficile capire se ci sia stato un solo motivo a far scattare la scintilla, la sensazione è quella di una crescita coerente globale.

«Per me è stato tutto un seguirsi di cose – spiega – a partire dalla brutta vicenda che mi ha portato a cambiare squadra. Quell’esperienza mi ha fatto crescere e dato tanti insegnamenti. Alla Bahrain Victorious sin da subito hanno puntato tanto su di me, con l’idea di farmi crescere come corridore da corse a tappe. Ho incontrato Michele Bartoli, con cui mi sono trovato veramente subito tanto bene e si è visto subito che ho avuto un bel miglioramento. E poi da cosa nasce cosa. I risultati portano fiducia in se stessi e più consapevolezza dei propri mezzi. E alla fine sono arrivato qui».

Prova percorso, lo spirito è giusto. Ulissi accelera, Tiberi risponde
Prova percorso, lo spirito è giusto. Ulissi accelera, Tiberi risponde
Hai visto il percorso, che impressione ti sei fatto?

E’ tanto tanto impegnativo, più che altro per la lunghezza e la quantità di giri che affronteremo sul circuito finale. Secondo me verrà fuori una gara tanto impegnativa. L’unico aspetto positivo è che non dovrebbe piovere. Per il resto, il percorso mi ha ricordato molto le strade che abbiamo affrontato in Lussemburgo. Salite non troppo lunghe, ma comunque abbastanza ripide. Un percorso che richiede tanta potenza e anche abilità di guida, perché è abbastanza tecnico. A parte gli ultimi due chilometri, non c’è un metro di pianura. Sempre sali, scendi, destra, sinistra… E’ veramente un percorso nervoso, dove sarà fondamentale la posizione.

Hai detto in una precedente intervista su bici.PRO di aver vinto il Lussemburgo con un attacco rischiatutto: o la va o la spacca. Questo è un percorso in cui rischiare allo stesso modo?

Questo è esattamente uno di quei percorsi da “adesso o mai più”: ancora più che in Lussemburgo. In primis perché siamo in un mondiale, poi per il livello che c’è. Sicuramente è un circuito dove bisogna essere sempre con il coltello fra i denti e sempre pronti. Bisogna saper leggere la gara e cogliere il momento giusto.

Tiberi ha vinto il Lussemburgo con un attacco improvviso nell’ultima tappa.
Tiberi ha vinto il Lussemburgo con un attacco improvviso nell’ultima tappa.
In Lussemburgo c’era Van der Poel ed è finito dietro. Che effetto fa ritrovarsi al mondiale in messo a certi nomi e provare a giocarsela?

Sicuramente un bel effetto, anche se ancora non mi sento al loro livello. Però al Lussemburgo ho capito che, senza aver paura o il timore di provare a fare qualcosa, ho le possibilità e le forze per sorprendere appunto corridori di quel calibro. Questo mi dà tanto morale e tanta fiducia. So che se si presenterà l’occasione e la gamba sarà buona, non avrò paura. Proverò qualche buona azione o qualcosa che comunque sorprenda i diretti avversari.

Qualche scelta tecnica particolare su questo percorso?

Più o meno sempre la stessa configurazione, cercando di replicare le scelte già fatte in Lussemburgo. Magari con qualche dettaglio simile a quelli che usiamo nelle gare a tappe sui percorsi di salita. Quindi la bici più leggera con ruote da 45. Un profilo né troppo alto né troppo basso, perché comunque è un percorso duro, ma anche tanto veloce. E poi i soliti rapporti, 54-40 davanti e 11-33 o 34 dietro.

Un debuttante (Zambanini) e un veterano della gestione Bennati (Rota), riferimento del cittì
Un debuttante (Zambanini) e un veterano della gestione Bennati (Rota), riferimento del cittì
Con tante curve, salite e discese, ci sarà abbastanza tempo per mangiare?

Anche quello sarà un aspetto da non sottovalutare e che bisognerà sempre tenere a mente. Su un percorso così lungo e con una temperatura che sicuramente non sarà troppo alta, l’alimentazione sarà fondamentale se non cruciale per arrivare nelle battute finali con energia sufficiente. Non sarà facile alimentarsi su questo percorso perché è tanto tecnico, veloce e duro. Quindi anche questo potrebbe essere un aspetto che darà vantaggio nel finale a chi riuscirà a curarlo meglio.

Invece quello strappo ripido del circuito l’hai provato?

E’ duro, ma sembra duro o durissimo in base alle gambe che uno ha. Lo abbiamo provato in allenamento, va su al 15-17 per cento. Forse per le mie caratteristiche sarà meglio farlo in agilità, viste anche le tante volte che lo faremo. Agili le prime volte e poi con più in potenza nelle fasi finali.

Vigilia del mondiale, il cittì Bennati risponde alle domande di Ettore Giovannelli
Vigilia del mondiale, il cittì Bennati risponde alle domande di Ettore Giovannelli
Ricordi quando a novembre scorso venimmo a casa tua per fare il test della tua Merida?

Sì, certo.

Se ti avessimo detto allora che saresti stato il miglior giovane del Giro, che avresti vinto il Lussemburgo e saresti stato una delle punte per i mondiali, che cosa avresti pensato?

Avrei pensato a un bell’augurio, però forse non l’avrei presa troppo sul serio. Sarebbe stata una cosa in cui sperare. Invece essere qui come uno dei leader azzurri al primo mondiale da professionista, dopo aver vinto in Lussemburgo davanti a nomi come Van Der Poel, sicuramente mi dà tanta felicità e consapevolezza dei miei mezzi.

Fuori ancora piove, lasciamo l’hotel in direzione di Uster per la partenza delle donne elite. Le ragazze di Sangalli hanno ottime carte da giocare, per seguire gli azzurri di Bennati dovremo aspettare ancora un giorno.

Il Lussemburgo di Tiberi e il precedente di Pasqualon

27.09.2024
5 min
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La vittoria di Antonio Tiberi al Giro del Lussemburgo ha fatto scalpore. Pur non essendo una prova WorldTour, la gara ha sempre avuto un parterre di grande rilievo essendo considerata una delle prove a tappe più prestigiose della fase finale della stagione. L’ultimo italiano che era riuscito a portarla a casa era stato Andrea Pasqualon nel 2018 e la cosa colpisce, vista la differenza tecnica fra i due, che tra l’altro sono anche diventati dal 2023 compagni di squadra.

Pasqualon non è certo specialista delle corse a tappe, c’è da credere quindi che le due edizioni della prova lussemburghese, a 6 anni di distanza l’una dall’altra, siano state diverse: «Effettivamente quando ho vinto io – ricorda il veneto – non c’era la cronometro e per Antonio è stata importante. Allora si correva un prologo di un paio di chilometri. Io costruii la mia vittoria grazie agli abbuoni, vincendo due tappe e finendo terzo nelle altre due. Era una corsa diversa, si disputava a inizio giugno prima del Tour, ma non era piatta, questo è sicuro, i percorsi erano abbastanza simili a quelli che ho visto, con continui saliscendi e occasioni di fuga».

Pasqualon sul podio del Giro del Lussemburgo 2018, sua unica vittoria in una classifica a tappe (foto Waldbillig)
Pasqualon sul podio del Giro del Lussemburgo 2018, sua unica vittoria in una classifica a tappe (foto Waldbillig)
Che similitudini vedi fra la vittoria tua e quella di Tiberi?

Poche perché abbiamo caratteristiche diverse. Per certi versi mi rivedo più in Van der Poel che ha perso la maglia l’ultimo giorno. Io la conquistai il terzo e l’ho gestita come stava facendo l’olandese, che non ha avuto però la squadra a supportarlo nell’ultima frazione. Ricordo che nell’ultima tappa molte squadre provarono ad attaccarmi e i miei compagni della Wanty-Groupe Gobert lavorarono tantissimo per tenere la corsa, ma nella parte finale dovetti muovermi io da solo, a chiudere sull’ultimo strappo. VDP si è trovato solo troppo presto, non poteva chiudere su tutti e a un certo punto ha dovuto rischiare lasciando spazio. Antonio è stato bravo ad approfittarne.

La sua vittoria ti ha sorpreso?

No, è un corridore adattissimo per quel tipo di corse. Soprattutto per un giro con poca pianura e dove si pedala sempre al limite, con strappi continui e dove l’evoluzione della corsa porta a far sgranare il gruppo. Tiberi è il classico passista veloce a suo agio su tracciati come quelli. Ma la sua è stata soprattutto una vittoria di testa.

Tiberi sul podio, la faccia delusa di VDP dice tutto sull’andamento dell’ultima tappa…
Tiberi sul podio, la faccia delusa di VDP dice tutto sull’andamento dell’ultima tappa…
Che cosa intendi dire?

Antonio ha avuto la genialità di attaccare, di non accontentarsi del piazzamento e provare a ribaltare la situazione leggendo la corsa e le difficoltà a cui sarebbe andato incontro VDP senza compagni intorno. Ha scelto il momento giusto, è andato fortissimo e gli è andata bene. Ha vinto perché ha saputo rischiare.

Effettivamente non accade spesso per un corridore italiano trovarsi nel vivo della corsa e giocarsi le sue carte, soprattutto per uno giovane e appartenente a un team del WorldTour. Perché?

Questo è un tema delicato. Teniamo innanzitutto conto che corriamo in un ciclismo con 4-5 fenomeni che sono abituati a intervenire, ad attaccare già a metà corsa. Questo anticipa i tempi, diventa difficile sorprenderli e si prova a farlo nelle fasi iniziali. Per questo si cerca la fuga dall’inizio, sperando che la corsa si metta in modo che permetta il loro arrivo. Ma questo significa anche altro.

Decisiva per il veneto fu la vittoria nella terza tappa, guadagnando secondi preziosi con gli abbuoni
Decisiva per il veneto fu la vittoria nella terza tappa, guadagnando secondi preziosi con gli abbuoni
Ossia?

Se fossi oggi uomo da classifica mi metterei le mani nei capelli… Questo è il peggior periodo, per emergere devi avere numeri mostruosi. Guardate che cosa fa la Uae: non ha solo Pogacar, ma tutti gli appartenenti potrebbero essere capitani in altri team, è difficile andarci contro. Bisogna saper leggere le corse, cogliere ogni occasione e noi siamo abbastanza bravi nel farlo. Tiberi lo ha fatto, non si è accontentato del piazzamento di cui non avrebbe parlato nessuno, invece la sua vittoria ha avuto un risalto enorme ed è questo di cui il ciclismo italiano ha bisogno.

Veniamo a te, come va ora dopo la rinuncia al campionato europeo per il quale eri stato convocato?

A me la maglia azzurra non porta molta fortuna… Anche lo scorso anno fui costretto a rinunciare a correre il mondiale per la fatica accumulata nel sostenere Mohoric al Giro di Polonia. Quest’anno sono caduto in allenamento e le ferite riportate mi hanno costretto a due settimane di stop. Ora sono già al lavoro da una settimana e punto alle classiche di fine stagione, dall’Emilia all’Agostoni al Gran Piemonte, per essere competitivo e d’aiuto a Tiberi, Zambanini, Bilbao.

Tiberi ha costruito la sua vittoria sul 2° posto a cronometro, poi il giorno dopo ha chiuso 4°
Tiberi ha costruito la sua vittoria sul 2° posto a cronometro, poi il giorno dopo ha chiuso 4°
Come ti trovi in questa nuova dimensione di aiutante?

Mi piace molto il gregariato per come lo intendo io, ossia essere d’aiuto nelle fasi salienti della corsa, supportare i capitani nell’approccio ai momenti topici come anche pilotare Bauhaus nelle volate. Vedo che il team crede in me e io voglio aiutare a ottenere più risultati possibile, che sento anche miei, quelli di Tiberi al Giro come anche il 6° e 7° posto di Mohoric e Zambanini in Polonia. Dove c’è da sgomitare e prendere aria, io ci sono, i ragazzi mi ringraziano per quel che faccio e questo mi gratifica. Alla mia età ormai un piazzamento non darebbe nulla di più, questa dimensione mi si confà meglio per finire la carriera con dignità.

Lo squillo di Tiberi al Lussemburgo: un segnale meraviglioso

25.09.2024
6 min
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Antonio Tiberi raggiungerà domani la nazionale a Zurigo. Il cittì Daniele Bennati lo aspetta a braccia aperte, tanto più dopo l’ottima prestazione allo Skoda Tour de Luxembourg. Una prestazione che dopo questo suo racconto ci è parsa ancora più corposa di quanto sia stata vista da fuori.

Il laziale della Bahrain-Victorious usciva dalla batosta della Vuelta quando era stato costretto ad alzare bandiera bianca per un colpo di calore. Un po’ di recupero e poi eccolo, “cattivissimo” in Lussemburgo appunto.

Nona tappa della Vuelta: un colpo di caldo mette Tiberi ko. Da lì il ritiro… e la rinascita
Nona tappa della Vuelta: un colpo di caldo mette Tiberi ko. Da lì il ritiro e la rinascita
Antonio, partiamo dalla Vuelta. Immaginiamo sia stata una bella botta morale. Come l’hai superata?

Stavo andando bene fino alla nona tappa. Risultati e sensazioni erano buone. Ero messo abbastanza bene in classifica, tant’è che avevo anche la maglia bianca, fino al giorno della fatidica tappa, dove un colpo di calore mi ha costretto al ritiro. Però non mi sono scoraggiato più di tanto.

Come hai fatto?

Ho cercato di recuperare un po’ e poi di prepararmi subito, e ancora meglio, per il finale di stagione. E la prima occasione è stata in Lussemburgo. Puntavo ad arrivarci con un’ottima condizione per fare bene. Era una gara che un già conoscevo e mi piaceva.

Com’hai gestito tecnicamente quei giorni tra Vuelta e il Lussemburgo?

Non ho staccato troppo e ho cercato di tenere alta la condizione. I primi due giorni dopo il ritiro in Spagna ho mollato un pochino, ma dopo ho subito aumentato la pressione con allenamenti intensi, tant’è che sono andato in Toscana con il mio preparatore Michele Bartoli. Con lui ho fatto diversi giorni dietro scooter, parecchi lavori in salita… anche sul Monte Serra.

Nelle settimane post Vuelta, il laziale in qualche modo ha simulato la corsa spagnola con tanto dietro motore. Qui eccolo con il papà
Nelle settimane post Vuelta, il laziale in qualche modo ha simulato la corsa spagnola con tanto dietro motore. Qui eccolo con il papà
Conoscendo Bartoli, ci avete dato sotto… 

Ricordo che a fine allenamento sono stato parecchie ore sul letto per riprendermi! E anche a casa mia ho continuato a fare dietro moto con mio papà che mi aspettava con la Vespa. Quindi le settimane dopo la Vuelta sono state ideali per tenere alta l’intensità.

E poi è iniziato questo Lussemburgo. Sei stato sul pezzo: su cinque tappe di gara non sei mai uscito dai primi dieci…

I percorsi erano abbastanza nervosi. Di pianura ce n’era veramente poca e gli arrivi erano abbastanza tecnici. Bisognava stare davanti per cercare di non perdere secondi. La battaglia era anche per gli abbuoni. Insomma ero sempre pronto ad eventuali attacchi.

In tutto ciò la crono è diventata decisiva?

Sì, la crono ha ordinato la classifica. Ci puntavo particolarmente ed è andata più che bene: secondo a 7” da Ayuso. Con questa tappa ho recuperato un po’ di secondi ai diretti avversari e nell’ultima frazione mi sono giocato il tutto per tutto. Mi sono detto: “Proviamo a ribaltare un po’ la situazione e vediamo cosa succede”.

Sempre più leader, come al Giro e alla Vuelta, anche allo Skoda Tour la Bahrain ha lavorato compatta per Tiberi
Sempre più leader, come al Giro e alla Vuelta, anche allo Skoda Tour la Bahrain ha lavorato compatta per Tiberi
Da quelle parti non c’è nessuna grande salita e tu sei uomo da grandi Giri: come hai interpretato appunto queste singole tappe nervose? Alla fine se andiamo a rivedere i leader sono stati Pedersen e Van der Poel che solitamente non sono i tuoi avversari…

Siamo partiti con l’idea di non farci mai cogliere impreparati. Da quando partivo a quando arrivavo sapevo che per quelle quattro ore dovevo essere concentrato al massimo, con il coltello fra i denti e pronto a tutto. In percorsi così ci si può sempre aspettare un attacco da chiunque. Basta che qualcuno arrivi con 30” che poi è difficile riprenderlo. Quindi anche con la squadra siamo stati sempre nel vivo della gara e qualche volta abbiamo provato noi a fare l’azione piuttosto che subirla. Poi quando la gamba è buona tutto è anche più facile. Molto importante per me è stata la prima tappa, dove ho fatto sesto.

Perché?

L’arrivo era su uno strappo impegnativo e bisognava essere pimpanti sin da subito. A volte mi capita di soffrire un po’ nelle prime tappe, stavolta invece stavo bene.

E da lì l’imprinting dell’intero Lussemburgo è cambiato?

Un pochino sì, anche se ero partito ben mentalizzato. Dopo la prima tappa ho detto: «Okay, voglio provare a fare top 10 in tutte le frazioni». Volevo questo obiettivo, ma non pensavo di vincere l’intera gara visti i percorsi e la presenza di corridori come Van der Poel o Hirschi, più scattisti e più potenti di me.

Ecco, come è stato possibile secondo te batterli sul loro terreno?

Come detto, percorsi così sono adatti agli attacchi e nell’ultima tappa ho sfruttato un po’ la stanchezza generale, specie dopo la cronometro. Quel finale lo avevamo già fatto. C’era uno strappo impegnativo, dove c’era anche lo sprint intermedio, seguito da un tratto più lungo che saliva con costanza. Immaginavo che ci sarebbe stata battaglia per quel traguardo volante e che dopo magari si sarebbero calmati. E così è stato.

L’azione decisiva nell’ultima tappa del Lussemburgo. Tiberi scappa con a ruota Gaudu e Simmons che avevano attaccato prima di uno strappo
L’azione decisiva nell’ultima tappa del Lussemburgo. Tiberi scappa con a ruota Gaudu e Simmons che avevano attaccato prima di uno strappo
Che lucidità, Antonio. Vai avanti…

Prima quel segmento c’era un tratto tecnico in discesa. Lì Gaudu e altri hanno attaccato: sono stato proprio io a chiudere. Mi sono girato e ho visto il gruppo tutto in fila e con qualche buco. In quel tratto di salita più regolare e lungo e ho pensato: “Adesso o mai più”. Anche in radio mi dicevano: “Vai a tutta, quando arrivi in cima ti giri e vedi chi c’è”. A quel punto ho switchato in modalità crono. Ho fatto ancora un paio di scatti e poi mi sono messo di passo. Eravamo rimasti in quattro e neanche ho chiesto i cambi. Anche perché non me li avrebbero dati: ero quello messo meglio in classifica. In più non volevo perdere tempo a discutere.

Antonio, il percorso di Zurigo è simile e più duro di quelli in Lussemburgo, per Bennati sei un leader: come ci arrivi al mondiale?

Quest’annata mi ha dato più sicurezza e più certezze nei miei mezzi. E’ il primo Mondiale da professionista e di certo sarà un momento speciale per me. Sono consapevole del fatto che la condizione è buona e il percorso può essere adatto a me. Cercherò di fare il massimo e magari d’inventarmi anche qualcosa… un po’ come ho fatto al Lussemburgo, per cercare di stupire o di battere magari anche quello che si pensa sia imbattibile.

Tiberi e Vergallito, lampi d’Italia nella Vuelta che decolla

24.08.2024
5 min
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Non sarà come quando al Giro del 2010 la fuga dell’Aquila costrinse la Liquigas ai lavori forzati per riprendere e staccare Arroyo, se non altro perché il margine di allora sfiorava i 13 minuti. In ogni caso la fuga con cui tre giorni fa Ben O’Connor ha conquistato la maglia rossa della Vuelta vincendo a Yunquera ha messo i principali favoriti della Vuelta nella condizione forzata di inseguire. Non a caso, dopo la vittoria di Roglic sul traguardo di oggi a Cazorla, i giornali spagnoli hanno titolato sull’inizio della rimonta.

«E’ stata una tappa difficile – ha detto Primoz, che la maglia l’aveva presa a Pico Villuercas – ho rinunciato ad attaccare da lontano, ma alla fine c’era l’opportunità di puntare alla vittoria di tappa e l’ho fatto. La salita finale mi andava bene e avevo buone gambe. Sono felice di essermi ripreso parte del mio tempo, ma sto vivendo la Vuelta un giorno alla volta. Domani potrei perdere nuovamente terreno. Sento ancora l’infortunio alla schiena dovuto al Tour».

Almeida ha scalato la salita finale accanto a Stefan Kung, segno che qualcosa davvero non andasse
Almeida ha scalato la salita finale accanto a Stefan Kung, segno che qualcosa davvero non andasse

La scelta della UAE

Nel giorno in cui Roglic e Mas hanno iniziato a risalire la china, con Tiberi giusto alle spalle, chi ha perso terreno in modo significativo e inatteso è stato Joao Almeida, che da più parti era stato indicato a ragione come il favorito della Vuelta. Il portoghese ha tagliato il traguardo a 4’53” dal vincitore, fiaccato a quanto si dice dalla positività al Covid.

Chissà se è vero quanto ha detto il tecnico della nazionale spagnola sul fatto che Ayuso in realtà stia benissimo e sarebbe stato lasciato a casa per il comportamento del Tour. Sia quel che sia, anche oggi nella scalata a Cazorla si è capito che la UAE Emirates senza Pogacar (o la promessa della sua imminente presenza) non è lo squadrone che abbiamo ammirato al Giro, allo Svizzera e al Tour de France. Con Yates mai realmente della partita e l’Almeida claudicante di oggi, se il risultato finale sarà che Ayuso rimarrà nel team, allora il team avrà ottenuto una qualche forma di risultato. In caso contrario, finirà come per il marito che per punire la moglie ha scelto di infierire sulla propria virtù.

L’errore di O’Connor

Il finale di tappa era perfetto per lo sloveno: l’unico a non averlo capito è stato il leader Ben O’Connor. Forte di un margine a dir poco importante, l’australiano ha creduto di avere un livello paragonabile a quello di Roglic. E anziché amministrare con sapienza il proprio margine, si è messo in testa di rispondere a Primoz, che al terzo affondo se lo è tolto di ruota e lo ha lasciato sprofondare nel fiato corto.

«La fase di apertura della tappa era già molto dura – ha cercato di spiegare O’Connor – sono sempre stato davanti, ma ovviamente sono un po’ deluso per come è finita. Non mi aspettavo di perdere così tanto, ma penso che le salite di domani intorno a Sierra Nevada saranno meno moleste per me. Spero di avere una giornata migliore e di tenere la maglia».

A suo agio anche sulle pendenze arcigne di Cazorla, il passivo di Tiberi è di 17″
Tiberi si è trovato a suo agio anche sulle pendenze arcighe di Cazorla: il suo passivo è di 17″

Tiberi sornione

Antonio sta lì e per ora segue. Lo senti parlare e riconosci una sicurezza superiore a quella del Giro dove tutto era scoperta. Sarà perché ha già corso per due volte la Vuelta negli anni alla Trek-Segafredo o perché dopo la maglia bianca del Giro, l’asticella s’è alzata per davvero. Oggi sul traguardo, Tiberi è stato il primo dopo Roglic, Mas e Landa, pagando appena 17 secondi, figli più delle caratteristiche di ripidezza della salita che di un’effettiva difficoltà.

«Oggi è stata un’altra tappa dura dall’inizio – spiega il corridore della Bahrain Victorious – con un ritmo davvero elevato, almeno fino a quando non è partita la fuga. Poi si è continuato ad andare forte per tutto il giorno. L’ultima salita l’abbiamo presa forte dall’inizio ed era molto ripida. Ho cercato di fare del mio meglio per tenere il ritmo e alla fine ho dato davvero tutto. Ho seguito i migliori e sono arrivato quarto. E’ molto bello per me su questo tipo di salita, perché non è adatta a me. Ma se oggi sono riuscito a guadagnare qualcosa, allora vuol dire che sto bene e cercherò di continuare così».

Vergallito è rimasto in fuga per 95 chilometri, cedendo solo a pochi passi dal traguardo
Vergallito è rimasto in fuga per 95 chilometri, cedendo solo a pochi passi dal traguardo

E intanto Vergallito…

A proposito di italiani, registrata la tenace difesa di Tiberi, non si può dimenticare la lunga fuga di Luca Vergallito, rimasto allo scoperto per quasi 100 chilometri con Tejada, Lazkano, Schmid, Oomen, Izagirre e Le Berre. E poi, mano a mano che i chilometri passavano, il milanese della Alpecin-Deceuninck si è ritrovato testa a testa con Tejada e Lazkano. E se lo spagnolo alla fine ha ceduto le armi, solo Tejada ha fatto meglio di lui, piazzandosi al settimo posto a 24 secondi da Roglic. Per Vergallito è venuto il dodicesimo posto a 36 secondi dal vincitore. Secondo miglior italiano di giornata nel primo Grande Giro della carriera.

«Durante la fuga ci sono stati momenti in cui speravamo di farcela e altri dove invece vedevo al fine segnata. Ai meno 20 però ho capito che arrivare sarebbe stato quasi impossibile. Anche la prossima potrebbe essere una tappa adatta, ma oggi ho speso tanto e non credo potrò essere al cento per cento. Qui c’è un livello altissimo, sono nell’elite del ciclismo, ci metto tutto me».

La Vuelta è ancora lunga, ma il motore della corsa sta decisamente prendendo giri. Domani l’arrivo di Granada metterà ancora di più alla prova gli uomini di classifica e a quel punto capiremo se O’Connor potrà durare ancora a lungo o se il suo regno ha i giorni contati.

Come il gatto col topo, Roglic dà la zampata e riprende la maglia

20.08.2024
5 min
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In cima al Pico Villuercas fa davvero tanto caldo. E forse proprio la fornace spagnola ha trasformato il primo arrivo in salita della Vuelta in un calvario. Gli improvvisi passi a vuoto di grossi nomi come Yates, Kuss, Rodriguez e Carapaz fanno pensare che non sia stata soltanto la salita, che pure è stata di tutto rispetto. Quattordici chilometri e mezzo, con una strappata dal decimo al tredicesimo con pendenze fra 11,8 e 14,6 per cento. Un drittone cementato per trattori, la scorciatoia per evitare i chilometri di troppo della strada principale. E su in cima, anche se il tratto finale spianava scendendo a un più mite 7,6 per cento, il vecchio Roglic ha spiegato le regole del ciclismo al giovane Van Eetvelt. Come il gatto col topo. Il belga aveva praticamente vinto ed era così contento da aver alzato il braccio, nel momento stesso in cui lo sloveno ha dato il colpo di reni, superandolo.

«Quando sei fra i giovani – dice Van Eetvelt – impari che devi continuare a sprintare fin oltre il traguardo. Non ero del tutto sicuro di aver vinto, non ho sentito Roglic arrivare e pensavo di avercela fatta. Non è stato così. Ho un duplice sentimento. Da una parte sono molto soddisfatto della forma che mi permette di giocarmi la vittoria di tappa. Gli ultimi mesi non sono stati facili perché ho combattuto con un infortunio al ginocchio e quindi sono contento. Allo stesso tempo mi sento anche stupido, ma ci saranno ancora opportunità».

Nonostante le grandi pendenze che non ama, Tiberi ha chiuso al quarto posto dietro i migliori
Nonostante le grandi pendenze che non ama, Tiberi ha chiuso al quarto posto dietro i migliori

Tiberi in bianco

A margine dell’incresciosa ingenuità, Van Eetvelt si è detto dispiaciuto di non aver conquistato la maglia bianca, che sarebbe stata un privilegio. Quella infatti se l’è presa in virtù della crono e del piazzamento odierno il nostro Antonio Tiberi, già miglior giovane del Giro d’Italia.

«Sono davvero felice e orgoglioso della tappa di oggi – dice l’azzurro del Team Bahrain Victorious – e dal momento che non ci aspettavamo di fare così bene, per tutto il giorno abbiamo lavorato con la squadra per restare al riparo e al fresco, anche ricorrendo a ghiaccio e acqua. Abbiamo fatto un ottimo lavoro, anche se è stata una tappa super dura per il ritmo imposto dalla Red Bull e per il caldo. Era una salita super ripida, non di quelle che preferisco, ma sono andato più forte che ho potuto. E forse mi sono sorpreso un po’ anche io, dato che normalmente nella prima settimana di un Grande Giro ho sempre bisogno di più tempo per prendere il ritmo. Qui alla Vuelta è un po’ diverso. Mi sento bene davvero da subito, quindi spero di continuare così. Sono super felice di aver indossato la maglia bianca, mi dà un sacco di morale per continuare in questo modo».

Sua maestà della Vuelta

Sua maestà della Vuelta, per averne già vinte tre, s’è ripreso la maglia rossa. Roglic dice che non prevedeva di vincere la tappa e che forse non era neppure nei suoi piani, ma per tutto il giorno è parso eccezionalmente tranquillo e in controllo. Seppure Enric Mas abbia dato a lungo la sensazione di essere ottimamente a suo agio, lo sloveno ha colpito con la ferocia di un cecchino. E dopo il cambiamento di squadra, il ritiro dai Paesi Baschi dopo la caduta in cui tuttavia non subì danni e quello dal Tour con ben più conseguenze, finalmente ha trovato il modo per sorridere.

«Vincere di tappa non era l’obiettivo principale oggi – dice – ma quando vedi i compagni di squadra lavorare così duramente con il caldo, sono felice di essere riuscito a portarla a termine. Di certo non ho chiesto io di fare quel lavoro sulla testa. Se me lo avessero chiesto, avrei detto che non era necessario. E stata una salita dura, molto ripida. Dopo il mio ritiro dal Tour, sto ancora recuperando. Dopo tante ore in bici ho sentito la schiena dare problemi. Speriamo che nei prossimi giorni la situazione non peggiori. Ho continuato a viverla giorno dopo giorno. Perciò adesso cerco di godermi questa vittoria di tappa, perché alla mia età non si sa mai quando sarà l’ultima».

Terzo al traguardo, Almeida ha rintuzzato tutti gli attacchi tranne l’ultimo
Terzo al traguardo, Almeida ha rintuzzato tutti gli attacchi tranne l’ultimo

Almeida sornione

Il vincitore uscente Sepp Kuss si è detto soddisfatto per il passivo di soli 28 secondi alle spalle del suo ex capitano, che aspettava vincente quassù. Dice di non aver avuto le migliori sensazioni, perché il caldo è stato duro e all’inizio dell’ultima salita il gruppo era ancora numeroso e c’era parecchio nervosismo. Chi invece s’è salvato molto bene (al contrario del compagno Adam Yates) è il solito Almeida, che si stacca sugli scatti e poi rientra da par suo.

«E’ stata una giornata molto, molto calda – dice il portoghese – sin dalla partenza. Penso che probabilmente abbia battuto qualche record di temperatura. Il team ha fatto un ottimo lavoro con le borracce e il ghiaccio per tenerci freschi e mantenere alta l’idratazione. E quando siamo arrivati all’ultima salita, eravamo in posizione perfetta, ma ci siamo accorti che era davvero dura. Io mi sono ritrovato con gambe abbastanza buone e in qualche modo sono arrivato terzo al traguardo. E’ stata una giornata positiva per me, per cui continuiamo a far girare la palla e speriamo di riuscire a fare meglio. Spero che Adam (Yates, arrivato a 1’29”, ndr) stia meglio già da domani, in modo che abbia presto risultati e sensazioni migliori».

Kuss immaginava la vittoria di Roglic, ma forse non di perdere 28 secondi
Kuss immaginava la vittoria di Roglic, ma forse non di perdere 28 secondi

Van Aert ha lasciato la maglia rossa all’ex compagno Roglic, raggiungendo il traguardo con 16’44” di ritardo, felice tutto sommato che la gloria sia andata all’amico che ha il suo bel conto aperto con la sfortuna. Domani si arriverà veloci a Sevilla, ma l’indomani si tornerà a salire. La Vuelta è cominciata. E anche se patron Guillen dice che il caldo non sarà determinante, quello che si è visto oggi a 1.526 metri di quota qualche preoccupazione addosso in effetti l’ha messa.