Parigi-Tours 2025, Matteo Trentin vince per la terza volta, battendo Christophe Laporte

EDITORIALE / Il tecnico azzurro, i ragazzi dell’89 e la politica

13.10.2025
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La vittoria di Trentin alla Parigi-Tours è un magnifico lampo azzurro sul finale di stagione. La classica francese, che chiudeva la Coppa del mondo ed è stata estromessa dal WorldTour forse perché la Francia (ASO) ne aveva troppe o perché non si poteva all’indomani del Lombardia, vedeva alla partenza tutti i non scalatori. I corridori da classiche che una volta si dividevano il calendario con gli uomini delle salite, offrendo il loro spettacolo. Ugualmente, sul percorso francese hanno dovuto sciropparsi cotés e tratti sterrati, perché una corsa solo in asfalto non basta più per gli standard attuali.

La vittoria di Trentin vale tanto perché è la terza a dieci anni dalla prima (non vale come il secondo Tour di Bartali, ma vista la velocità del ciclismo attuale poco ci manca) e perché ci permette di raccontare una storia archiviata troppo in fretta. L’ispirazione ce l’ha data qualche giorno fa Diego Ulissi, anch’egli classe 1989, quando gli abbiamo chiesto di parlare dei commissari tecnici con cui ha lavorato e fra i quattro disse parole limpide su Cassani.

Parigi-Tours 2015, Matteo Trentin vince la prima a 26 anni
La prima Parigi-Tours di Trentin a 26 anni nel 2015. In questo ciclismo che brucia in fretta, Van der Poel rivincerà il Fiandre nel 2030?
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Quattro europei e un argento iridato

Nel 2018 Trentin è stato il primo dei quattro campioni europei della gestione di Davide in nazionale. Sul traguardo di Glasgow batté in volata Van der Poel e Van Aert (al quinto posto si piazzò Cimolai, pure del 1989). L’anno prima, nel 2017 a Herning, Kristoff aveva piegato Viviani in volata, ma nel 2019 Elia si prese la rivincita. Si correva ad Alkmaar, in Olanda, e il veronese arrivò con un secondo di vantaggio su Lampaert (settimo Trentin). Il 2020 del Covid fu quindi l’anno di Nizzolo, che pochi giorni dopo aver vinto il campionato italiano di Stradella, a Plouay in azzurro batté Demare e Ackerman (sesto Ballerini). Infine nel 2001 il trionfo spettò a Colbrelli, che a Trento riuscì a non farsi staccare in salita da Evenepoel e lo batté nella volata a due.

In quegli stessi anni, l’Italia di Cassani arrivò seconda ai mondiali di Harrogate con lo stesso Trentin, probabilmente per aver sottovalutato il ventiquattrenne Pedersen. Stava anche per vincere le Olimpiadi di Rio con Nibali, dopo una tattica perfetta e l’attacco giusto, a causa di quella maledetta caduta. E se non fosse stato per la caduta di Colbrelli a Leuven, forse anche il mondiale del 2021 sarebbe stato alla portata. Quell’anno Sonny volava. Aveva vinto l’europeo e la settimana dopo il mondiale (chiuso al 10° posto) vinse la Roubaix: il tutto nell’arco di due settimane.

Il progetto di Cassani

Anni in cui avevamo corridori e percorsi adatti. E se il mondiale era troppo duro, di certo l’europeo veniva tracciato con un occhio per gli altri. Ecco allora spiegato il link, anzi l’aggancio fra la vittoria di Trentin e la nazionale di Cassani. Tutti quei campioni europei erano ragazzi del 1989 (tranne Colbrelli che è del 1990) e tutti, ad eccezione di Trentin, hanno annunciato il ritiro.

Il primo è stato Nizzolo, già nel cuore dell’estate. Poi è stata la volta di Viviani, che nonostante alla Vuelta abbia dimostrato di essere ancora fior di corridore, si fermerà dopo i mondiali su pista. Mentre Colbrelli ha dovuto arrendersi al suo cuore e si è fermato pochi mesi dopo quelle vittorie.

Il progetto azzurro di Cassani, ereditato da Ballerini e Bettini e sviluppato fino a ottenere l’attuale gestione, è stato interrotto alla fine del quadriennio di Tokyo. La nuova gestione federale vedeva in lui un fedelissimo del presidente precedente e quindi il romagnolo non venne confermato. A poco valgono le parole pronunciate a caldo dall’attuale gestione sulle sue (presunte) scarse capacità: quando si guida la nazionale, contano i risultati. E’ innegabile tuttavia che Davide, mettendo probabilmente troppa carne al fuoco, avesse lavorato a stretto contatto con il presidente Di Rocco, dando man forte a Villa per il rilancio della pista, salvando l’attività giovanile nei mesi del lockdown, rimettendo in piedi il Giro U23 abbandonato da tempo, risultando decisivo nell’organizzazione dei mondiali di Imola, che furono un fiore all’occhiello per tutto il ciclismo azzurro e non per una sola parte.

Il mondiali del 2019 sono sfuggiti all’Italia per un soffio. Trentin perse la volata da Pedersen, corridore di 24 anni che nessuno conosceva
Il mondiali del 2019 sono sfuggiti all’Italia per un soffio. Trentin perse la volata da Pedersen, corridore di 24 anni che nessuno conosceva

Tecnici alla larga dalla politica

L’insegnamento che se ne trae è duplice. Il primo, quasi banale: se non si hanno corridori adatti ai percorsi, è inutile aspettarsi i risultati (semmai ti aspetti il carattere, ma questa è un’altra storia). Il secondo, altrettanto banale ma non sempre scontato: i tecnici fanno sempre bene a stare alla larga dalla politica, pensando solo all’aspetto sportivo e non a quello della propaganda. Altrimenti quello che oggi è toccato a uno, domani toccherà tranquillamente all’altro. E sbaglia la politica, se lo fa, a cercarli per ottenere il consenso. Ad esempio si temette per Ballerini, messo al suo posto da Giancarlo Ceruti, acerrimo avversario per Di Rocco. Ma Di Rocco si guardò bene dal rimpiazzarlo, forse perché il cittì della nazionale trascende gli interessi di parte o così almeno era sempre stato.

Gli ultimi anni invece hanno confermato un cambiamento di rotta. Dopo la mancata riconferma di Cassani, oltre all’assenza di risultati a Bennati è stato rimproverato di non essere stato sempre allineato alle richieste federali. Tutto legittimo, intendiamoci, nessuno impone contratti a vita e ciascuno – anche il cittì – è responsabile delle sue scelte. Semplicemente non si era mai visto prima, se non nel caso di Antonio Fusi, messo con scelta simile nel 1998 a fare il tecnico dei pro’ al posto di Martini (bruciandolo), dopo gli anni vittoriosi fra gli U23 e rimosso a fine 2001 per lasciare spazio a Ballerini.

Marco Villa, cui di tutto cuore auguriamo buon lavoro, è uno dei pochi che in questi anni sia rimasto al suo posto, pensando alla pista e adesso alla strada senza una parola di troppo. Un tecnico che fa il tecnico, che vuole l’ultima parola nel suo ambito e preferisce lavorare giorno e notte nel velodromo, piuttosto che apparire a eventi e comizi. Uno capace di dire più volte che avrebbe preferito restare nella pista, ma pronto ad accettare la volontà federale che lo ha voluto su strada. Uno che ha anteposto l’azzurro alle sue velleità. Forse grazie a questo sopravviverebbe a un cambio di gestione efferato come quello del 2021. Ma Alfredo Martini sarebbe stato cittì azzurro dal 1975 al 1997 se la politica sportiva avesse avuto già allora i toni di oggi?

Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)

Dati e lo stage in Cofidis: «Ho rubato il mestiere con gli occhi»

13.10.2025
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LISSONE – Uno stage in una formazione WorldTour è sempre una grande occasione per un ciclista che arriva da una squadra continental, in particolare se si è al primo anno elite e questa chance è costata fatica e molta determinazione, molta più di quanto ne sia servita ad altri. Tommaso Dati gli ultimi due mesi li ha vissuti a metà tra i colori della Biesse-Carrera-Premac e quelli della Cofidis. La realtà francese ha aperto le sue porte all’atleta toscano che in questa stagione ha centrato sei vittorie, tutte in corse nazionali. 

Durante i due mesi di stage è tornato saltuariamente a vestire la maglia della Biesse-Carrera-Premac, così quando parliamo con lui alla partenza della Coppa Agostoni lo facciamo davanti al camper della formazione di Marco Milesi e di Dario Nicoletti

Da sx: Dario Nicoletti, Tommaso Dati, Marco Milesi, Biesse-Carrera-Premac, Coppa Agostoni 2025
Partenza della Coppa Agostoni, da sinistra: Dario Nicoletti, Tommaso Dati e Marco Milesi
Da sx: Dario Nicoletti, Tommaso Dati, Marco Milesi, Biesse-Carrera-Premac, Coppa Agostoni 2025
Partenza della Coppa Agostoni, da sinistra: Dario Nicoletti, Tommaso Dati e Marco Milesi
Com’è andato questo stage?

Poteva andare meglio però è stata un’esperienza positiva, è stato bello correre con il team Cofidis, soprattutto alcune delle gare qui in Italia. 

Quali corse hai fatto con loro?

Mi sono diviso tra Francia e Italia, appunto. Ho esordito al Tour de l’Ain (in apertura foto Aurélien Regnoult/DirectVelo), poi Tour Poitou Cherentes e infine le classiche del calendario italiano: GP industria e Artigianato, Peccioli, Matteotti e Coppa Bernocchi. In totale poco più di dieci giorni di corsa. 

Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Tommaso Dati ha corso da stagista con la Cofidis per un mese e mezzo, qui al Tour de l’Ain (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Tommaso Dati ha corso da stagista con la Cofidis per un mese e mezzo, qui al Tour de l’Ain (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Un’esperienza conquistata con i risultati del 2025…

Il bilancio della stagione è sicuramente positivo, anche perché venivo dall’anno scorso dove ero alla ricerca di risultati che alla fine non sono arrivati. Mi è dispiaciuto, la squadra credeva molto in me. Quindi quest’anno sono partito molto motivato, volevo ripagare la fiducia che Milesi e Nicoletti mi hanno dato. 

Primo anno elite, come lo hai vissuto?

Abbastanza bene, ero tranquillo. L’unica cosa è che da elite fai fatica ad avere occasioni con squadre grandi, l’ho visto su di me. Nonostante facessi dei buoni risultati, era difficile farsi notare. Alla fine l’ho avuta e ne sono stato felice, ma molti altri corridori nella mia stessa situazione non sono stati così fortunati. 

Quanto è difficile passare da una continental al WordTour?

E’ un cambio importante, comunque in Cofidis ho visto come ci sia un approccio totalmente diverso. Si guarda a ogni dettaglio, ogni sfumatura conta. Diciamo che ho rubato il mestiere e il lavoro con gli occhi, è stato molto istruttivo. 

Cos’hai portato a casa?

Mi ha colpito l’approccio alle corse, come le studiano già dai giorni prima, guardando il percorso, i vari partenti. In gara poi si ha un approccio diverso, di squadra. Si sta tutti compatti e si cerca di restare nelle prime posizioni. Invece tra i dilettanti e gli under 23 questa cosa non succede. Ho cercato di portare un po’ di questa mentalità anche ai miei compagni, però nelle nostre gare è difficile riuscirci. 

Come ti sei trovato in gara?

Quelle in Francia non erano le mie corse. Il Tour de l’Ain era per scalatori, quindi ho cercato di dare una mano facendo del mio meglio. Mentre al Tour Poitou avevamo il velocista e tutta la gara era impostata sulla volata finale. Lì ho visto cosa vuol dire correre per stare tutti insieme e lavorare con un unico obiettivo. 

In questo mese e mezzo di stage hai continuato a correre con la Biesse-Carrera, vincendo in due occasioni. 

Sì, alla Firenze-Viareggio e alla Coppa Dalfiume. Vincere queste due gare è stata una bella conferma. Comunque nelle gare in Italia fatte con la Cofidis ho trovato altre conferme, ad esempio a Peccioli dove il percorso era adatto a me sono arrivato nel gruppo a 51 secondi da Del Toro. Può sembrare un risultato fine a se stesso, ma se si pensa agli atleti in corsa lo considero un buon risultato. 

Dopo questa esperienza ti senti pronto per il WorldTour?

E’ chiaro che se dovessero chiamare non mi tirerei indietro, probabilmente è ancora un gradino troppo alto. Dovrei lavorare anche fisicamente, soprattutto sul fondo e sulla capacità di replicare una prestazione massimale dopo tante ore. Difficilmente ho corso su distanze oltre i 200 chilometri. Nelle corse a tappe mi manca un po’ di recupero, ma sono tutti passi che si possono fare una volta che si è di là.

Bragato e le ragazze, in Cile con tante speranze

13.10.2025
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Anche per le donne è tempo di mondiali su pista a Santiago del Cile. Se per il settore maschile Salvoldi parte senza grandissime prospettive legate ai risultati, opposto è il discorso che riguarda le ragazze, perché Diego Bragato avrà a disposizione quasi tutto il meglio del settore. Quindi le attese sono ben diverse, anche se dei punti di contatto fra i due sessi ci sono, anche a livello di sperimentazione.

Il tecnico azzurro, al suo primo anno alla guida delle ragazze (ma con il supporto immancabile di Marco Villa, pronto anche a subentrargli visto che la moglie di Bragato è in dolce attesa) ha idee molto chiare sulla spedizione, alla quale tiene anche pensando a Los Angeles ’28.

«E’ vero – spiega Diego – che questi mondiali non valgono per la qualificazione olimpica, però ci danno i punti che ci permettono il prossimo anno di esserci nelle prove di Coppa del mondo e nei prossimi mondiali per poter iniziare la qualificazione. Quindi hanno un valore relativo ma non troppo, per quello è importante esserci ed è importante far bene. Noi lo prendiamo un po’ come un punto di ripartenza perché alle ragazze quest’anno non abbiamo chiesto super impegni. Avevamo gli europei a inizio stagione e poi abbiamo dato il secondo appuntamento a fine anno per i mondiali».

La Alzini nel quartetto azzurro, che punta senza mezzi termini alle finali per le medaglie
La Alzini nel quartetto azzurro, che punta senza mezzi termini alle finali per le medaglie
Hai avuto modo di lavorare con loro?

Ci siamo visti spesso in pista. E, devo dire, mi sono piaciute perché hanno chiesto loro di esserci e di lavorare, quindi le abbiamo lasciate libere, ma non hanno mai mollato la presa, dimostrando che ci tengono. Hanno partecipato a gare internazionali, Pordenone, Fiorenzuola, poi abbiamo fatto le gare ad Aigle, a Gand. E’ una ripartenza per un ciclo importante, ma sono fiducioso che andiamo con un gruppo che può far bene.

Le prospettive sono un po’ diverse rispetto al gruppo maschile. Salvoldi porterà molti giovani in questa occasione. Tu invece partirai proprio dallo zoccolo duro della nazionale… Come si presentano a questo appuntamento, visto che nelle ultime uscite su strada hanno mostrato di soffrire un po’ in questo periodo?

E’ vero che andiamo con lo zoccolo duro, ma sarà un’occasione per amalgamare il gruppo e reinserire Venturelli che per noi è una pedina importante. Dovevamo farlo agli europe, ma a causa di infortuni non siamo riusciti a lavorare bene per il quartetto, mentre qui vogliamo iniziare ad amalgamarla con il gruppo anche per la prova a squadre. Quindi per noi sarà l’occasione di vederla anche nel quartetto. Non nego che su strada ci sono stati degli alti e dei bassi, anche a causa di parecchi infortuni.

Per la Venturelli, reduce dal titolo europeo U23 a cronometro, sarà il primo test nel quartetto
Per la Venturelli, reduce dal titolo europeo U23 a cronometro, sarà il primo test nel quartetto
Per la Venturelli, reduce dal titolo europeo U23 a cronometro, sarà il primo test nel quartetto
Per la Venturelli, reduce dal titolo europeo U23 a cronometro, sarà il primo test nel quartetto
La cosa ti preoccupa?

Non tanto, ma devo considerare come si arriva a questi mondiali. La stessa Alzini ha vinto, ma ha dovuto recuperare da una serie di infortuni e quindi è stata un’annata un po’ particolare, per lei come per altre. Però non stanno male. Agli ultimi europei Guazzini e Venturelli hanno fatto bene: Federica ha vinto, la Guazzini ha dato un contributo importante nel team relay. E anche Martina Fidanza l’ho vista bene in questi giorni, quindi io sono abbastanza fiducioso, possiamo andare a far bene e tornare a riconfermarci tra quelle prime quattro del mondo che è il nostro posto, relativamente all’inseguimento a squadre.

Con l’ingresso della Venturelli, tecnicamente quanto cambia il quartetto?

Molto perché diventa un terzo o quarto ruolo che effettivamente incide parecchio, ci permette anche di girare un po’ le carte e di muovere anche in posizioni diverse le altre ragazze. Non avremo Elisa Balsamo al mondiale, con lei l’avevamo concordato e non significa che non ci tiene. Anzi di recente ha partecipato anche a una gara internazionale ad Aigle proprio per avere i punti che le serviranno per la Coppa del mondo e quindi ci sarà molto probabilmente Venturelli al suo posto. Cercherò di inserirla senza dover cambiare molto le dinamiche per adesso.

Martina Fidanza è una delle ragazze più attese, anche per le prove di endurance
Martina Fidanza è una delle ragazze più attese, anche per le prove di endurance
Per quanto riguarda la Madison riconfermerai la coppia olimpionica?

L’idea è quella, perché sono ragazze che stanno crescendo e ci credono e quindi hanno voglia di continuare a cimentarsi. L’intenzione con Marco Villa è proprio quella di riconfermare quella coppia lì.

Che mondiale ti aspetti anche dal punto di vista della trasferta, della tipologia del velodromo?

La pista io non la conosco, quindi per me sarà un po’ una scoperta. Le ragazze ormai sono abituate a cambiare fusi e spostarsi per il mondo, quindi penso che non sia un grosso problema arrivare ed adattarsi. Vedremo poi la situazione che troveremo, ma siamo tutti quanti abbastanza abituati a questo. Partiamo con le idee chiare, andiamo lì sereni e concentrarci su quello che dobbiamo fare senza troppe distrazioni, perché siamo una squadra che deve diventare solida anche nell’approccio a gare importanti.

La Guazzini non ha convinto agli europei, ma negli allenamenti è parsa in bella ripresa
La Guazzini non ha convinto agli europei, ma negli allenamenti è parsa in bella ripresa
Parlavi della Venturelli, ma chi altro stai considerando anche per entrare nel gruppo e che possa essere utile già in questo quadriennio?

Il gruppo delle ragazze che c’erano a Parigi è giovane e su quello lavoreremo con l’aggiunta di Venturelli che comunque ha lavorato con le ragazze anche in quel periodo. Quest’anno abbiamo fatto uno sforzo per allargare la rosa delle atlete a partire dalle under 23, ma non solo, che possono darci supporto nel progetto e anche, perché no, ricambio a questo. Abbiamo anche ragazze che vogliono rientrare, come Vitillo, Barbieri che sono elite e comunque a disposizione. Altre ragazze mi stanno contattando per tornare a lavorare anche su pista e questo mi fa piacere. Quindi diciamo che il gruppo è solido e formato, ma intorno ci sono atlete che hanno voglia di farne parte e che possono anche mettere in crisi le nostre scelte. E da selezionatore è la condizione migliore che si possa avere…

Florian Vermeersch, vincitore mondiale gravel 2025

Una rincorsa durata due anni. Florian Vermeersch iridato gravel

12.10.2025
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MAASTRICHT (Olanda) – Probabilmente a fare la differenza è stata la motivazione e oggi Florian Vermeersch ne aveva più degli altri. Tanta più degli altri. Dopo due argenti, il belga è riuscito finalmente a conquistare l’oro iridato nel Mondiale Gravel UCI. Ma aveva anche tanta gamba. Pensate che è scattato quando mancavano quasi 130 chilometri all’arrivo.

In queste gare, così nervose e al tempo stesso veloci e tecniche, portarsi avanti resta sempre una soluzione vincente. Non bisogna credere che dietro si risparmino poi tutte queste energie, specie stando a ruota. Non vogliamo dire che c’è lo stress da Tour de France, ma avere una buona visibilità contribuisce ad avere una guida più sciolta, fluida e sicura. Senza contare che, se qualcuno si muove, risalire non è facile viste le strade strette e spesso sterrate.

Occhi su Pidcock

E a proposito di strade sterrate e veloci, stamattina ha parlato anche il responsabile del percorso, forse per togliersi qualche sassolino circa l’eccessiva scorrevolezza. Si tratta dell’ex pro Bram Tankink.

«Il percorso è anche veloce – ha detto Tankink – ma da febbraio, da quando abbiamo saputo di questo mondiale, ho cercato di studiarlo al meglio. Ci sono moltissime tipologie di terreno e questo costringe tutti a stare attenti. Io non lo sottovaluterei poi così tanto».

E infatti la corsa maschile, seppur tatticamente più ordinata rispetto a quella femminile, è stata durissima. Si è accesa presto e alla fine i corridori erano quasi tutti “incatramati” sul loro passo. Vermeersch a parte, tutti procedevano più o meno alla stessa velocità: Matej Mohoric non guadagnava sulla “mezza sorpresa” Frits Biesterbos e non perdeva sul gruppetto inseguitore di Tom Pidcock.

A proposito, Tom era il grande atteso, specialmente dopo il Giro di Lombardia concluso ieri al sesto posto (come oggi). Tutti gli hanno chiesto come potesse affrontare due eventi tanto impegnativi a distanza di poche ore.

«Fa parte del contratto – ha detto un po’ anonimo a Sporza – era stato deciso sin da inizio stagione che avrei fatto questa gara. Solo che all’epoca non era qui… (era a Nizza, ndr). Ho preso un volo privato ed eccomi. Cosa penso del percorso? La squadra mi ha fatto vedere un video che dura quattro minuti».

Nonostante tutto, Tom ci ha provato. Ma più che per una questione di gambe, è parso non cogliere l’attimo… come spesso gli accade anche su strada.

Mohoric invece si diceva fiducioso ma senza pressioni. «La stagione su strada non è stata super, cerchiamo di riscattarci qui». E in qualche modo ci ha provato. A quanto visto, dopo Vermeersch era quello con maggiore motivazione. E infatti è arrivato terzo. Matej ha dato spettacolo: ha guidato in modo incredibile, ma per lui le gambe non erano al top.

Gara dura

Come spiegavamo, la gara si accende presto. I primi 40-45 chilometri scorrono senza grosse novità apparenti. Anche se poi i corridori ci hanno detto che si è andato subito forte. Al termine del primo giro iniziano le scaramucce e nel mezzo ci sono subito nomi pesanti.

Non piove e fa anche più caldo di ieri. Nel corso della gara esce un timido sole. In questi ampi spazi, quando escono dai paesi, il gruppo è allungato e ogni drappello vede quello che lo precede. Sembrano le immagini della Parigi-Roubaix.

Vermeersch, Biesterbos, Politt (compagno di Vermeersch alla UAE Emirates) e Van Tricht guadagnano una manciata di secondi. E lì restano a lungo. Solo le “trenate” di Mohoric per un po’ riaccendono la corsa. Davanti però Vermeersch va che è un piacere: se li toglie tutti di ruota.

Politt ufficialmente ha un problema meccanico, ma in realtà dirà poi di essere cotto. Gli resta a ruota solo il giovane olandese. Ma non è uno qualunque: E’ il campione nazionale olandese gravel. E’ uno specialista. E’ stato anche un biker. Corre nella continental olandese Beat Cycling e oggi si è davvero messo in mostra. Classe 2002, magari riuscirà a trovare un contratto migliore. La stampa olandese lo ha assalito per conoscerlo meglio… tanto per dire.

Bravo Florian

Vermeersch si gode il chilometro finale. Si prende tutto l’applauso di Maastricht. Inseguiva questo titolo da anni. Passa un dito sul casco ad indicare la testa, poi fa vedere la gran gamba che aveva e infine solleva la sua Colnago. Subito dopo si concede all’abbraccio dello staff e della compagna, quasi più emozionata di lui.

«E’ incredibile – dice Florian con la voce tremolante – Non ci posso ancora credere. Le emozioni che provo non arrivano solo da questa gara, ma da una rincorsa durata anni. E’ fantastico vincere finalmente di nuovo dopo due anni difficili.

«Come è andata? E’ stata una partenza frenetica e ho forato una gomma dopo soli dieci chilometri e ce ne ho messi 20 per rientrare. Poi ho visto una buona opportunità per attaccare e l’ho colta. Sinceramente cosa sia successo dietro non lo so. Io ho fatto la mia corsa: prima dietro per chiudere, e poi davanti per scappare. Però una volta che ce ne siamo andati ho capito che era un’azione buona.

«Non avevo molte informazioni, solo qualche tifoso ogni tanto ci dava i distacchi. Io, negli spazi più ampi, mi voltavo e vedevo che non c’era nessuno. La cosa importante era concentrarmi su me stesso, ed è quello che ho fatto».

Nota di “colore”. Prima di chiudere l’articolo, mentre scorriamo le varie classifiche nella categoria 40-44 anni (il mondiale era aperto anche agli amatori) scopriamo che a vincerlo è stato un certo Nicolas Roche e quinto Philippe Gilbert. Poverini gli appassionati di quella fascia d’età!

Salvoldi riparte senza illusioni, destinazione mondiali su pista

12.10.2025
5 min
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In questi giorni le valigie di Dino Salvoldi sono in continuo rinnovamento: prima il Rwanda, poi la Francia per gli europei, poi i lavori di rifinitura a Montichiari e quindi il 16 la partenza per Santiago del Cile, per i mondiali su pista. Una rassegna delicata proprio perché postolimpica, scevra di obblighi legati alle qualificazioni per i Giochi di Los Angeles, ma nella quale il cittì azzurro ha deciso di fare esperimenti e far fare esperienza ai ragazzi più giovani, mettendo i risultati in secondo piano.

Per Salvoldi questi saranno i primi mondiali elite su pista da vivere come cittì maschile
Per Salvoldi questi saranno i primi mondiali elite su pista da vivere come cittì maschile
Per Salvoldi questi saranno i primi mondiali elite su pista da vivere come cittì maschile
Per Salvoldi questi saranno i primi mondiali elite su pista da vivere come cittì maschile

Un decano fra i più giovani

C’è da fare i conti anche con la lontananza e i costi, quindi sarà una spedizione abbastanza ridotta, non oltre 7 corridori chiamati a interpretare le prove di endurance, ma con che prospettive? «Sì saranno 7 atleti più Elia Viviani che ha questo desiderio sacrosanto di chiudere la sua carriera con questi mondiali in pista. Quindi avrò tre atleti, Viviani, Sierra e Stella, impegnati nelle gare di gruppo e in questi giorni dobbiamo definire la ripartizione per specialità, anche se è già deciso che nell’ultimo giorno di gare, Elia farà l’eliminazione, perché è la gara a cui tiene di più e Stella e Sierra saranno la coppia dell’americana. E’ chiaro che sono due ragazzi molto giovani, potranno correre senza pressione. Per quello che riguarda invece il quartetto e l’inseguimento individuale avremo un gruppo super giovane. Tolto Lamon, unico della vecchia guardia, avremo i giovani Favero, Giaimi, Grimod e uno tra Galli e Boscaro. Il raduno che abbiamo in questi giorni mi serve per definire questi dettagli».

Il corridore di Monfalcone insieme a Juan David Sierra agli ultimi europei. Una coppia molto promettente
Stella e Sierra, la giovane coppia madison: confermati per i mondiali, sarà un'esperienza fondamentale
Stella e Sierra, la giovane coppia madison: confermati per i mondiali, sarà un’esperienza fondamentale
Come si presentano i ragazzi all’appuntamento?

Al netto degli imprevisti, io sono veramente contento del periodo di allenamento che abbiamo fatto e della disponibilità dei ragazzi. Io sono uno molto esigente in allenamento e ho avuto buone risposte. Detto questo, non so che risultati aspettarsi non avendo visto le starting list, ma so che altre nazioni hanno fatto scelte più mirate all’evento. A me interessa fare una buona prestazione rispetto a noi stessi per quello che ci siamo allenati. Senza fare previsioni di piazzamenti, starei ben piantato con i piedi per terra e senza illusioni.

Il quartetto juniores di due anni fa è stato costruito da Salvoldi e sarà l'ossatura a Santiago
Il quartetto juniores di due anni fa è stato costruito da Salvoldi e sarà l’ossatura a Santiago
Il quartetto juniores di due anni fa è stato costruito da Salvoldi e sarà l'ossatura a Santiago
Il quartetto juniores di due anni fa è stato costruito da Salvoldi e sarà l’ossatura a Santiago
Quindi come metro di giudizio, soprattutto nel caso del quartetto, guarderai ai tempi del passato dei ragazzi stessi, di quando li hai avuti da junior e da under 23 per vedere se c’è questo processo di crescita?

Direi proprio di sì, considerando anche che il crono talvolta va correlato alle condizioni ambientali nelle quali ci si trova, perché influiscono molto sulla prestazione. Io comunque mi aspetto una crescita dei giovani rispetto a quando erano juniores, quello sì. Mi piacerebbe fare una buona prestazione di squadra e individuale affinché ognuno dei ragazzi intraveda delle opportunità per l’anno prossimo. Non posso dimenticare che quest’anno ho avuto i ragazzi solo a brevi periodi, con una preparazione a singhiozzo. Ma nell’ultimo periodo ce li ho tutti a disposizione. E’ mancata completamente la continuità che ti deriva da un anno di lavoro, da una programmazione annuale sia come preparazione che come calendario condiviso con le squadre. Per questo ho pensato che, essendo anno postolimpico è quello più utile per poter fare esperimenti, per provare nuove soluzioni.

In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell'eliminazione
In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell’eliminazione
In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell'eliminazione
In Cile si chiuderà la carriera di Elia Viviani che punta a un ultimo sigillo nell’eliminazione
Il quartetto, da come l’hai descritto, praticamente fonderà due elementi fra virgolette vecchi e due nuovi. Come si procede nel costruire un equipaggio completamente diverso? Nel cercare un amalgama non semplice e in tempi brevi?

Certi tempi cronometrici sono conseguenti alla crescita o all’abitudine di allenarsi a certi ritmi, necessitano di tempi di adattamento lunghi, più che quelli legati alla situazione tecnica, cioè ai cambi piuttosto che alla partenza o alle linee da seguire. E’ proprio una questione di preparazione, di abituarsi con il tempo a spingere rapporti più duri e più velocemente e ai giovani questo tempo va dato. Di fatto, da dicembre ad aprile e poi altri due mesi durante l’estate, fanno sei mesi dove i ragazzi sono venuti a girare pochissimo o mai. Si tratta di almeno 24 allenamenti in meno che ho fatto. Non metto le mani avanti, ma è un fattore che va considerato.

Stella e Sierra sono una coppia abbastanza consolidata nella madison, però sono molto giovani. Questa può essere un’esperienza fondamentale per la loro crescita, anche per quel discorso che abbiamo appena fatto dell’amalgama?

Sì, per far crescere i giovani serve anche l’evento di prestigio – conferma Salvoldi – Al di là del risultato che può portare, questo è un passaggio che va fatto, altrimenti succede che ti trovi ragazzi già maturi, ma che non hanno mai corso un campionato del mondo o una gara di un livello superiore, perché il risultato diventa sempre prioritario rispetto a tutto il resto. E allora si tende a portare solo i ragazzi che ti danno certezze di risultato. Questo è un momento “storico”, da sfruttare.

Francesco Lamon sarà in Cile l'unico reduce del quartetto oro a Tokyo 2020, per guidare i più giovani
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Il fatto che si gareggi in un luogo così lontano, in condizioni climatiche completamente diverse rispetto a quelle solite influirà molto sui risultati?

Secondo me no, nel senso che le squadre che andranno con i loro migliori elementi vanno a correre per fare risultato, ad esempio la Gran Bretagna farà prestazioni o cronometriche o individuali da campionato del mondo. Siamo quasi a livello del mare, con il clima che c’è in quel periodo che è quello primaverile nostro, influiranno le condizioni interne al velodromo, se farà caldo all’interno della pista. Ma chi vincerà le medaglie farà prestazioni da campionato del mondo, non sarà un mondiale sottotono. Ma attenzione: nessuno avrà così tanti come noi della generazione 2004-2006…

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12.10.2025
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Quattro ragazzi dal Friuli con il loro direttore sportivo si sono cimentati la scorsa settimana con la Philippe Gilbert Juniors. Due giorni di gara sulle strade della Liegi, volute dal campione belga che di recente è entrato con mani e piedi nell’organizzazione. E’ la storia della Gottardo Giochi-Caneva, che con il direttore sportivo Ivan Ravaioli è andata a toccare con mano le strade su cui il ciclismo scrive ogni anno pagine indimenticabili e ne è tornata con gli occhi che brillavano.

Niente di facile, ma una grande avventura. Soltanto due di loro l’hanno conclusa, gli altri hanno capito che su quelle cotés e con quel tempo da lupi, il ciclismo è un affare serio. A volerli al Nord è stato Florio Santin, italo-belga originario del Friuli, che fino a un paio di giorni prima della corsa era in giro per l’Italia con sua moglie e ha chiuso la vacanza bevendo spritz nella piazza di Sacile. Quello che anni fa fondò il club di Bettini, che poi fu ereditato da Visconti e ora da Busatto. Grazie a lui nel 2025 la VF Group Bardiani ha corso la Fleche Ardennaise U23. Il Team Tiepolo la Aubel-Thimister-Stavelot Juniors. La Gottardo Caneva è stata alla Philippe Gilbert Juniors. E per contro la VC Ardennes è venuta in Italia per la Quattro Giorni di Fiumane, in Friuli.

Trasferta alla Philippe Gilnert Juniors per la Gottardo Giochi-Caneva, ottobre 2025, Florio Santin, Philippe Gilbert, Ivan Ravaioli
Philippe Gilbert è parte attiva nell’organizzazione della corsa per juniores che porta il suo nome. Qui con Santin e Ravaioli
Trasferta alla Philippe Gilnert Juniors per la Gottardo Giochi-Caneva, ottobre 2025, Florio Santin, Philippe Gilbert, Ivan Ravaioli
Philippe Gilbert è parte attiva nell’organizzazione della corsa per juniores che porta il suo nome. Qui con Santin e Ravaioli

In cerca di squadra

Ravaioli racconta e le parole si sposano con quanto spiegato a inizio stagione. Ha appena recuperato l’ammiraglia e ha già la testa alla prossima corsa e alla squadra del 2026. Dei suoi corridori di quest’anno soltanto Cobalchini ha trovato un posto per il 2026, passando professionista alla MBH Bank-Ballan. Si sta lavorando per dare una chance a Portello, che ha vinto il Trofeo Sportivi di San Martino. Mentre Da Rios tornerà a fare cross sperando di farsi notare. E’ già difficile trovare una squadra negli juniores, quasi impossibile fra gli U23, perché ne sono rimaste poche e sono tutte a pieno organico. Andare all’estero significa alzare il valore dei propri atleti, ma le certezze sono davvero poche.

«Non vedevo l’ora di portare su i ragazzi – racconta Ravaioli – avremmo voluto farlo anche l’anno scorso. E’ chiaro che il Belgio è il Belgio. Però penso che correre in qualsiasi altro Paese, che sia la Francia, l’Olanda o la Repubblica Ceca, sia utilissimo. Vorremmo fare una trasferta del genere ogni anno, per misurarci con corridori stranieri e su percorsi di un certo tipo. Sapevo che le tappe gli sarebbero piaciute e il campo dei partenti era notevole. C’era anche il campione del mondo, che non ha vinto e ha dovuto accontentarsi del quarto posto nella seconda tappa. Per come ha vinto il mondiale, vuol dire che il livello alla Philippe Gilbert proprio scarso non era…».

Trasferta alla Philippe Gilnert Juniors per la Gottardo Giochi-Caneva, ottobre 2025, Nicola Padovan indossa la maglia dei giovani dopo il 6° posto nella prima tappa
Prima tappa a La Gleize, Padovan centra il sesto posto. Per lui la maglia bianca dei giovani
Trasferta alla Philippe Gilnert Juniors per la Gottardo Giochi-Caneva, ottobre 2025, Nicola Padovan indossa la maglia dei giovani dopo il 6° posto nella prima tappa
Prima tappa a La Gleize, Padovan centra il sesto posto. Per lui la maglia bianca dei giovani
Perché hai detto che i percorsi gli sono piaciuti?

Li ho visti contenti. Scendevano dalla bici e le prime parole che gli venivano fuori dalla bocca erano: «Che figata di percorsi! Che bello correre così, non mollano mai». Anche se avevano preso acqua, pioggia e freddo per 110 chilometri. Sicuramente sono stati contenti, sicuramente hanno imparato, sicuramente sono cresciuti, quindi l’esperienza è stata super positiva.

Che percorsi avete trovato?

Il primo giorno, da Aywaylle a La Gleize, c’era un percorso misto perché lassù, come sapete bene, di pianura vera e propria ce n’è poca. Gli anni scorsi era sempre finita con la volata di 40-50 corridori, anche se gli ultimi 8-9 chilometri, che si facevano tre volte, tiravano tutti in su. Era una salita da oltre 30 all’ora e sono arrivati effettivamente 50 corridori in volata. Nicola Padovan ha corso bene, ha tenuto duro perché quelle sono le sue corse. Ha fatto la volata e ha trovato il sesto posto che gli è valso la maglia dei giorvani del primo giorno.

La seconda tappa?

Ancora da Aywaylle (dove ha sede il fan club di Gilbert e dove è cresciuto, ndr) e fino a Remouchamps. Giù fino a Bastogne, poi giro di boa e sette cotés in fila. Nel finale si faceva una volta la Redoute, in cima si svoltava a destra nella discesa e poi si ripeteva, con l’arrivo a metà salita, dove c’è la lapide che la celebra. Sono arrivati uno per angolo, perché la Redoute dopo 120 chilometri e 1.300 metri di dislivello ha fatto il disastro. E ugualmente, dopo l’arrivo hanno detto: «Oh, non siamo andati bene, ma è stata una figata». La Redoute l’avevano vista solo in televisione ed era la prima volta che andavano in Belgio.

La Redoute è sempre stata la salita di casa di Gilbert, che qui la prova nel 2022 alla sua ultima Liegi
La Redoute è sempre stata la salita di casa di Gilbert, che qui la prova nel 2022 alla sua ultima Liegi
Gilbert si è fatto vedere?

E’ stato sempre presente. Si dà un gran daffare a livello organizzativo, cosa che fino a che correva (Gilbert si è ritirato nel 2022, ndr) non poteva e si occupavano di tutto i suoi due fratelli e i suoi genitori. Invece adesso la mattina era alle riunioni tecniche a prendere i numeri delle ammiraglie da consegnare ai direttori sportivi. Caricava i rifornimenti per gli addetti agli incroci. Ha seguito tutte le tappe facendo 7-8 tagli per vedere i ragazzi in più punti. Non è mancato a una premiazione. Diciamo che ha tempo e vuole essere presente per far crescere ancora di più la gara.

Tu da direttore sportivo che idea ti sei fatto?

Ho visto quello che sapevo già, nel senso che bisogna lavorare sull’adattarsi a qualsiasi tipo di condizione. Una situazione di gara, il meteo, gli imprevisti che succedono in corsa. Gli stranieri, da questo lato, sono un po’ più pronti dei nostri ragazzi.

Che cosa manca ai nostri?

Il corridore italiano ormai è molto schematico e ripetitivo nella sua routine. Ha i suoi allenamenti, il suo giretto del sabato o comunque del giorno prima della gara, il suo mangiare. Invece all’estero devi saperti anche adattare. Non è detto che trovi il ristorante italiano, anche se noi l’abbiamo trovato. Non è detto però che ti faccia la pasta De Cecco, con l’olio d’oliva e il grana. Devi mangiare quello che c’è e a volte fanno fatica. Ormai sin da esordienti hanno i loro rituali e quando arrivano negli juniores sono un po’ robotizzati. Quindi il fatto di farli vivere per qualche giorno anche fuori dal giardino di casa, pur senza fargli mancare niente, serve perché aprano gli occhi.

Senza fargli mancare niente?

Il sabato sono arrivato a cena mezz’ora dopo, perché ero in giro in un paesino a cercare una lavasciuga a monete per lavargli la roba. Io ho trovato la lavatrice il primo anno da professionista, ma nei quattro anni da under 23 mi lavavo tutto nel lavandino e poi stendevo fuori dalla finestra oppure arrotolavo nell’asciugamano, perché si asciugasse prima. Sono storie di 30 anni fa, se posso fargli risparmiare il tempo del bucato dopo una tappa sotto la pioggia, lo faccio volentieri. Però non siamo a casa e la routine viene un po’ a mancare. E per me non è una pecca, non è un danno, è una crescita per questi ragazzi che hanno 17-18 anni.

Eravate gli unici italiani?

Eravamo l’unica squadra italiana e in una mista con fra Team Cannibal e Bahrain, c’era Pietro Solavaggione del Team Giorgi.

C’era pubblico?

Pochissimo il sabato, poco la domenica durante la tappa. Invece c’era tanta gente sulla Redoute. Ero in ammiraglia con Florio e a un certo punto ha detto: «Cavoli, sembra di essere quasi alla Liegi, perché c’è davvero tantissima gente». E’ chiaro che vedendoli più volte ed essendoci l’arrivo, il richiamo è stato irresistibile.

Trasferta alla Philippe Gilnert Juniors per la Gottardo Giochi-Caneva, ottobre 2025, Philippe Gilbert firma la maglia della Gottardo Giochi-Caneva
Non si poteva ripartire da Belgio senza l’autografo di Gilbert sulla maglia della squadra
Trasferta alla Philippe Gilnert Juniors per la Gottardo Giochi-Caneva, ottobre 2025, Philippe Gilbert firma la maglia della Gottardo Giochi-Caneva
Non si poteva ripartire da Belgio senza l’autografo di Gilbert sulla maglia della squadra
Bilancio finale?

Torneremo, se lassù o altrove non lo so. Chi smetterà, perché sicuramente non tutti potranno continuare, avrà fatto un’esperienza che secondo me si ricorderà anche da grande. Chi proseguirà avrà arricchito il suo bagaglio.

Il grosso scoglio per certe trasferte sono i costi: siete stati ospitati oppure avete dovuto pagare tutto?

Tutto a costo del Caneva, chiaramente appoggiato dagli sponsor. Uno di loro ha contribuito maggiormente per questa trasferta, perché ha capito che era una cosa giusta da fare e che dava valore all’intera società. Ha pagato tutto il Caneva con gli amici sponsor al fianco.

Il Lombardia 2025, Tadej Pogacar, UAE Team Emirates-XRG

Pogacar fa 5 e saluta Majka, Evenepoel senza rimpianti

11.10.2025
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BERGAMO – Lo aveva detto Fausto Masnada ieri alla vigilia di questo Lombardia: «Il Passo di Ganda è il trampolino perfetto per Pogacar». Detto, fatto. Lo sloveno prende la rincorsa e spicca il volo verso il suo quinto Lombardia consecutivo, il record che tutti aspettavano è stato infranto e già c’è chi pensa al sesto. Quando si assapora il gusto dolce della vittoria è difficile pensare di smettere

«Ho battuto un record – racconta Pogacar in sala stampa – e ne sono felice. Dopo l’arrivo ho parlato anche con Ernesto Colnago ed è stato fantastico parlare con lui. Però continuo a sentire tanti paragoni con il ciclismo e i ciclisti del passato. Non è una cosa che mi fa sempre piacere, credo che nessuno sia felice di essere sempre accostato a qualcosa accaduto nel passato». 

Un cammino lungo 7 anni

Una mano aperta sull’arrivo, dal quale si intravede la fine della discesa che il campione del mondo affronta in totale controllo. Il maggior pensiero glielo hanno dato dei segnali spartitraffico che Pogacar ha schivato a gran velocità. Il pensiero è al suo quinto Lombardia, ma anche alla crescita che lo stesso Tadej e il UAE Team Emirates-XRG hanno avuto in questi anni

«Quando sono entrato in questa squadra nel 2019 – spiega il due volte iridato – era totalmente differente. Non dico che non fosse professionale, ma nelle ultime stagioni siamo cresciuti parecchio e in ogni dettaglio. Il primo grande obiettivo è stato il Tour de France, e lo abbiamo vinto per due volte nel 2020 e nel 2021. Poi la Visma Lease a Bike ci ha battuto nelle due edizioni successive, spingendoci a lavorare ancora più duramente. La UAE ha trovato i migliori materiali, corridori e ha scovato i giovani più promettenti».

«Dopo tanti anni – continua Pogacar – la motivazione arriva anche dal godersi la bellezza di un giro in bici. Trovare un bel posto dove allenarsi è qualcosa che dona una prospettiva differente. Anche queste sono vittorie, a modo loro, credo che nessun ciclista sia qui per vincere e basta».

Tutto come previsto

Il UAE Team Emirates ha controllato tutta la giornata, con l’aiuto della Decathlon AG2R LA Mondiale e della Red Bull-BORA-Hansgrohe nella parte iniziale. Nemmeno il vantaggio superiore ai due minuti con il quale Quinn Simmons ha approcciato la salita finale è sembrato impensierirlo. Anche se nel tratto di pianura prima della salita finale la Soudal-QuickStep ha preso in mano la situazione per chiudere il gap. 

È bastato il lavoro di Rafal Majka, all’ultima corsa della carriera, e di un immenso Jay Vine per riportare il gruppo (o quel che ne rimaneva) alla ruota di Simmons. Da lì l’assolo di Tadej Pogacar, ripercorrendo le stesse strade come due anni fa.

«Penso che questo Lombardia – dice ancora Pogacar – sia un po’ più speciale. Sapere che è stata l’ultima corsa di Rafal Majka l’ha resa unica e bellissima. E’ stato il mio mentore e il mio fratello nel ciclismo per gli ultimi cinque anni. Regalargli questa vittoria è un bel modo per salutarlo e credo che anche lui sia felice di questo grande risultato». 

Remco tra passato e futuro

Il secondo posto, come accaduto ai mondiali e agli europei è toccato a un sorridente Remco Evenepoel. Il belga quando Pogacar ha attaccato non si è messo alla sua ruota ma lo ha lasciato andare. Impossibile seguire lo sloveno, il suo distacco dal rivale, una volta superato il traguardo era di 1 minuto e 48 secondi.

«L’obiettivo a inizio giornata – spiega Evenepoel sorridente – era di avere un corridore in fuga, ed è stato bravo Pieter Serry a inserirsi. In questo modo noi altri siamo stati tranquilli in gruppo. Oggi non abbiamo sbagliato nulla, anche la mia posizione sul Passo di Ganda era corretta. Il ritmo era già elevato da alcuni minuti, quindi era questione di momenti prima dell’attacco di Pogacar. E’ stato impossibile reagire, ho trovato il mio passo e sono andato avanti. Alla fine posso solo essere felice di come ho corso nell’ultimo mese e mezzo e di come ho concluso la mia esperienza in Soudal-QuickStep. Sono felice di essere stato il capitano di questo team e di aver vinto tanto insieme. Volevo dare ancora il massimo per loro e ci sono riuscito. Gli ultimi sette anni sono qualcosa che porterò con me per il resto della mia vita. Ma penso che ora sia il momento di iniziare qualcosa di nuovo».

Simmons e il coraggio di provarci: stupito anche Tadej

11.10.2025
6 min
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Per vincere il suo quinto Lombardia di fila, questa volta Superman Pogacar ha dovuto sconfiggere Capitan America. In pochi, alla partenza da Como avrebbero scommesso che sarebbe stato il barbuto Quinn Simmons l’ultimo baluardo a resistere al supereroe sloveno, arrendendosi soltanto ai 33,7 chilometri dal traguardo, quando mancavano soltanto 2,6 km alla cima del Passo di Ganda. 

Solo a 82 km dall’arrivo

Tutti si aspettavano un monologo del bicampione del mondo e, invece, la lunga fuga di giornata che ha visto tra gli altri protagonisti anche un redivivo Michael Matthews e il nostro Filippo Ganna è stata l’azione che ha animato la classica delle foglie morte. Una giornata più estiva che autunnale viste le temperature sempre superiori ai 20 gradi. Con un vantaggio sempre attorno ai 3 minuti, gli attaccanti hanno tenuto viva la corsa e ai -82 chilometri da Bergamo. E’ stato proprio il ventiquattrenne del Colorado che ha lasciato la compagnia e ha provato l’impresa, facendo risplendere al sole la sua maglia a stelle e strisce. 

«Non mi aspettavo di arrivare così lontano – ci ha raccontato mentre si faceva largo come un funambolo tra i tantissimi tifosi che l’acclamavano sulla via del ritorno al bus della Lidl-Trek – quando sono scattato. Speravo di essere l’uomo di riferimento per “Skjel“ (Mattias Skjelmose, ndr), ma poi mi hanno detto alla radio che non stava bene e stava già soffrendo. Così ho deciso di provarci in prima persona e di vedere fino a dove avrei potuto spingermi».

Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons sul passo Gandia tra ali di folla
Simmons ha attaccato il Passo di Ganda con 2 minuti su Pogacar ed è stato ripreso a 3,4 chilometri dallo scollinamento
Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons sul passo Gandia tra ali di folla
Simmons ha attaccato il Passo di Ganda con 2 minuti su Pogacar ed è stato ripreso a 3,4 chilometri dallo scollinamento

Pogacar, qualcosa di disumano

Quando Tadej l’ha affiancato ai -34, il campione nazionale statunitense ha sbuffato e provato a resistere per 300 metri, ma ha subito capito che non era il caso. «La velocità a cui saliva Pogacar era qualcosa di disumano», ha risposto, prima di abbandonarsi all’abbraccio della futura moglie Sydney, alla quale ha fatto la proposta di matrimonio lo scorso luglio ai Campi Elisi al termine di un Tour de France all’arrembaggio.  Nelle interviste post-gara, lo stesso alieno sloveno ha ammesso di non aspettarsi Quinn come maggiore minaccia alla sua cinquina in serie da primato. 

Il terzo gradino del podio è sfuggito di appena 25 secondi, ma Simmons ci è salito lo stesso per ricevere il premio Pier Luigi Todisco, per il primo corridore che transitava in vetta al Ghisallo, la salita preferita della compianta firma della Gazzetta dello Sport. «Io però speravo di salire sul vero podio dei primi tre. Sarà per la prossima volta», ha ribadito prima di infilarsi all’interno del bus.

Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons, podio per il Premio Todisco
Sul podio Simmons c’è salito per ricevere il Premio Todisco, essendo passato per primo sul Ghisallo
Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons, podio per il Premio Todisco
Sul podio Simmons c’è salito per ricevere il Premio Todisco, essendo passato per primo sul Ghisallo

Lottare per il podio

A raccontarci altri particolari di questo folle Lombardia in casa Lidl-Trek ci ha così pensato il diesse Maxime Monfort, che ha ricostruito i piani studiati il mattino alla partenza di Como.

«L’azione era pianificata a tavolino – spiega – perché volevamo mandare avanti un nostro uomo, ma non ci aspettavamo che avrebbe preso così piede. La composizione della fuga era perfetta con 14 uomini, esattamente come speravamo per poter piazzare uno dei nostri che avrebbe potuto essere una pedina importante ai piedi del Ganda. All’inizio della salita però, il vantaggio era di 2 minuti e mezzo, per cui ci siamo resi conto che Quinn poteva davvero lottare per il podio. E’ stato inaspettato, ma al tempo stesso fantastico».

In quegli istanti, in cui uno dei tre gradini era ancora alla portata, Monfort ha provato a galvanizzare il suo ragazzo. «Gli ho detto di non provare a seguire Pogi perché tanto in un modo o nell’altro l’avrebbe staccato e lui sarebbe esploso. Dietro c’era un bel gruppo e speravo che riuscisse a rimanere con Remco fino alla cima della salita, così avrebbe avuto ancora qualche chance sull’ultimo strappo verso Bergamo (la Boccola; ndr). Non è andata così, ma siamo comunque felicissimi per questo quarto posto». 

Dopo tutto il giorno in fuga, l’arrivo di Simmons a Bergamo è stato vissuto come un successo
Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons, arrivo sul traguardo di Bergamo
Dopo tutto il giorno in fuga, l’arrivo di Simmons a Bergamo è stato vissuto come un successo

Per la Liegi o il Lombardia

Di sicuro un piazzamento che apre nuovi orizzonti per la prossima stagione, anche perché già alle Tre Valli Varesine, Capitan America aveva provato a lasciare il segno. Oggi è stato, a detta di tutti, l’unico a provare a scompaginare un copione già scritto.

«Ha fatto più di 200 chilometri a tutta e anche sul Ganda – prosegue Monfort – ha tenuto un grandissimo passo al netto della stanchezza. Una giornata come questa ci obbliga a fare dei bei ragionamenti e riconsiderare tutto. Lui diceva di non riuscire a performare su salite superiori ai 10 minuti e, invece, oggi abbiamo come si è comportato su una da mezz’ora. Ci dimentichiamo sempre che è ancora molto giovane, forse perché è nel giro da tanti anni. A volte sembra un veterano di 28/29 anni, ma ha ancora tanto da migliorare e dobbiamo studiarci il calendario per bene. Può davvero dire la sua in corse come la Liegi o il Lombardia. Questo piazzamento ci permettere di terminare la stagione alla grande e non è un caso che chiuderemo l’anno al terzo posto nel WorldTour».

Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons, abbraccio con la sua ragazza
Alla fine di tutto, con il quarto posto in salvo, Simmons si condede all’abbraccio della futura moglie Sydney
Giro di Lombardia 2025, Quinn Simmons, abbraccio con la sua ragazza
Alla fine di tutto, con il quarto posto in salvo, Simmons si condede all’abbraccio della futura moglie Sydney

L’arrivo di Ayuso

Anche Jacopo Mosca, prima di imboccare la strada di casa, elogia il compagno: «Quinn ha fatto davvero un bel numero. Non era il nostro piano iniziale, ma quando hai una squadra così forte, puoi giocarti tutte le carte. In una giornata un po’ matta come questa, lui ha saputo inserirsi alla perfezione». Sul dominio Uae nelle corse di un giorno, il piemontese aggiunge: «Bisogna essere realisti. Pogi ha dimostrato quanto va forte, ma bisogna sempre trovare il modo di combattere. E penso che l’azione odierna di Quinn abbia dimostrato che un modo c’è, per cui andiamo in vacanza felice». 

Anche perché per il 2026, la Lidl-Trek ha ulteriormente rafforzato l’organico, con l’innesto di Juan Ayuso. In tanti hanno dubbi sull’inserimento a livello caratteriale dello spagnolo, come dimostrano anche le scaramucce verbali a distanza con Skjelmose, ma Mosca ha è di tutt’altro avviso.

«Arrivano corridori sempre più forti – dice – e intanto crescono quelli che abbiamo già in squadra. La prossima stagione si prospetta bene e non mi esprimo sul carattere di Juan perché quello che dicono gli altri non mi interessa affatto. Sono sicuro che sarà un ragazzo eccezionale, che si troverà benissimo nel nostro gruppo e ci penserà la strada a mettere a tacere le polemiche dei giornalisti. Sono pronto a scommettere su questo». E come già dimostrato con l’incredibile Simmons, la Lidl-Trek è pronta a stupire ancora.

mondiale gravel 2025 donne, Lorena Wiebes, Marainne Vos, Silvia Persico, podio

A Maastricht Wiebes regina, ma sul podio c’è anche Persico

11.10.2025
8 min
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MAASTRICHT (Olanda) – Shirin van Anrooij passa sotto al triangolo rosso dell’ultimo chilometro con 10” di vantaggio. Sembra fatta. Resta uno “zampellotto” di 150 metri e poi lo sterrato, più che altro un ghiaino su fondo in cemento, che scende fino all’arrivo. Il problema per lei è che in quei 150 metri Lorena Wiebes e Marianne Vos volano. Fanno il diavolo a quattro e alla loro ruota, come un francobollo, c’è Silvia Persico.

Quattrocento metri, trecento… Shirin è lì. Duecento metri ancora avanti. Cento metri: la prendono e la saltano a velocità quadrupla. E’ la dura legge del ciclismo. Sul traguardo spesso è tutto o niente. Per “noi”, e quel “noi” sta per Silvia Persico, è bronzo. Per Lorena Wiebes è oro, per Marianne Vos argento. La povera Shirin Van Anrooij è niente. Finisce addirittura quinta, scavalcata dall’altra orange Yara Kastelijn.

Per il Limburgo del Sud è stata una vera cartolina pubblicitaria. La zona si presta ottimamente al gravel (foto SWpix)
Per il Limburgo del Sud è stata una vera cartolina pubblicitaria. La zona si presta ottimamente al gravel (foto SWpix)

Pontoni? L’aveva vista giusta

Il cielo è plumbeo nel Limburgo del Sud. Non piove. Ed già è una notizia. La corsa parte e la selezione, come aveva previsto Daniele Pontoni, non arriva da subito ma da dietro. Per quasi due terzi di gara le ragazze restano compatte. Un paio di volte si muove Vos e Persico la segue. Solo a un certo punto si crea un buco…

«Un buco di 4 secondi», racconta Pontoni. Siamo a circa 50 chilometri dall’arrivo e deve succedere qualcosa., qualcosa che non vediamo bene neanche dai monitor. All’improvviso davanti si ritrovano in cinque. Persico è nel gruppo dietro, a oltre 40 secondi. Il tira e molla va avanti a lungo. Le fuggitive restano lì, ma il buco non si chiude. «La situazione non era facile. Nelle feed zone successive fortunatamente il distacco è sceso e le ho detto di provarci. Ai -15, persa per persa, le ho detto di tirare e chiudere, e Silvia l’ha fatto».

«Questo podio non è una maglia iridata ma vale come un titolo – aggiunge Pontoni – l’ho detto anche ad Amadio. Oggi di più non si poteva fare. Le ragazze sono state brave. Ne avessi avuta qualcuna in più… Alla fine era una corsa su strada, e lo sapevamo. E le olandesi non hanno corso da nazionale, e sapevamo anche quello. Abbiamo giocato benissimo le nostre carte».

Scelte tecniche differenti

Mentre le ragazze salgono sul podio e Van Anrooij, seduta in disparte, si tiene la testa fra le mani – la delusione cocente è comprensibile – abbiamo modo di osservare le bici del podio. Quante scelte diverse.

In particolare la Colnago G4X di Persico montava gomme Continental tassellate da 40 millimetri, mentre Wiebes optava per pneumatici da 45 ma molto lisci. Una via di mezzo per Vos: posteriore da 42 millimetri liscio al centro e tassellato ai lati, e 45 tassellato all’anteriore. Manubrio da strada per Persico e Wiebes, manubrio da gravel per Vos. Monocorona per Wiebes (48 denti) e Vos (46 denti), doppia 50-34 per Persico, che racconta di aver usato più del previsto quel 34. Tutte e tre, invece, con pedali da strada: esattamente come aveva suggerito Pontoni. Il tecnico si era studiato alla grande questo mondiale, curando ogni particolare.

Il grande assente è stato il vento, dato forte alla vigilia ma quasi nullo in corsa. La media oraria di 33 all’ora conferma quanto il tracciato fosse scorrevole. Qui si stima che domani, nella prova maschile, gli uomini potranno arrivare a 42.

Coltelli che volano…

L’arrivo è posto in una zona ampia e periferica della splendida Maastricht. All’inizio non c’è molta gente, ma poi arriva il mondo. Quassù il ciclismo non tradisce mai. Gli olandesi si godono le imprese delle loro “orange”. Sono in netta superiorità numerica e anche in quanto a qualità non scherzano: Vos, Wiebes, Van Anrooij, ma anche Rooijakkers, Bredewold e tante altre.

Tuttavia lo spirito di squadra non è stato ideale, come ha sottolineato Van Anrooij dopo la gara, alquanto contrariata soprattutto con l’allungo di Kastelijn. Wiebes che ringrazia pubblicamente la compagna di squadra, ma non di nazionale, Kopecky. Vos che in mix zona, ma dice e non dice e si limita a commentare che allo sprint Wiebes era troppo più forte di lei. Il segreto di Pulcinella. Lorena è l’incubo delle velociste, figuriamoci di chi sprinter non lo è.

E il tecnico della nazionale olandese, Laurens Ten Dam che a Wielerflits ha detto: «Non dovevamo permettere che la situazione si riducesse a un problema di giochi di squadra. Mi dispiace per Van Anrooij, meritava lei il titolo per come ha condotto la gara. Capisco che 9 delle prime 12 sono tutte olandesi e tutte volevano vincere, ma non hanno corso come una vera squadra. Non hanno fatto domenica scorsa agli europei».

E un bronzo che brilla

Silvia, invece in mezzo a tutto questo tatticismo non si è fatta prendere dalla foga né dal panico. In zona mista la sua medaglia brilla come fosse oro, e quel mazzo di fiori si sposa benissimo con l’azzurro della maglia.

Silvia, per chi sono questi fiori?

Non lo so, per me! Non so neanche se li porterò sull’aereo stasera.

Come è andata? Un finale incredibile…

Ho dato tutto quello che avevo perché volevo davvero una medaglia. A circa 20 dall’arrivo ho chiesto un po’ di collaborazione perché le prime erano a 10-15 secondi. A quel punto ho chiuso io su Wiebes e Vos, poi sono tornate le altre e ha attaccato van Anrooij. Poi si è messa a tirare Julia Kopecký…

In effetti l’unica della Repubblica Ceca si è messa a tirare e guarda caso è compagna di club della Wiebes. Possiamo dire che le olandesi non hanno corso da squadra?

E per fortuna! Erano 26 al via, troppe. Noi in cinque e ho fatto quasi tutto da sola per stare davanti. Mi ha aiutato un po’ all’inizio Maria Giulia Confalonieri. Non abbiamo mai parlato in gruppo, ma nel finale era importante stare attente: dovevo solo rimanere a ruota. Nel finale hanno spinto in modo incredibile.

Ti abbiamo vista molto aggressiva in curva, “cattiva”. E’ così?

Le mie compagne mi dicono sempre che sono troppo buona, ma oggi, su questo tipo di terreno, un terreno sul quale mi trovo a mio agio, ho guidato bene. Insomma, dove potevo limare… ho limato.

Lo splendido bronzo di Silvia Persico, che è anche la medaglia numero 23 conquistata da Pontoni da quando è commissario tecnico
Lo splendido bronzo di Silvia Persico, che è anche la medaglia numero 23 conquistata da Pontoni da quando è commissario tecnico
Cosa è successo quando mancavano circa 50 chilometri all’arrivo e da gruppo pressoché compatto ti abbiamo vista nel gruppetto dietro?

Loro sono andate via. Hanno preso qualche secondo e poi nessuna voleva più collaborare. Ho provato un sacco di volte a rientrare, però alla fine nessuno voleva darmi una mano. Alla fine sono rientrata io sulle prime due, quando mancavano 15 chilometri.

L’altro momento chiave è stato il finale…

Nell’ultimo chilometro e mezzo si andava fortissimo, ma credo che van Anrooij fosse un po’ cotta, perché era fuori da tanto. Il timore di non chiudere c’era stato prima, quando davanti erano in cinque con dentro Wiebes e Vos. Nel finale, quando ho visto che dopo Kopecky che tirava è partita Kastelijn, ho detto: “E’ fatta”. E infatti…

In generale, Silvia, come stai?

Bene direi. Alla fine è stata una stagione lunga, sono molto stanca, non vedo l’ora di recuperare sinceramente. L’off-season è vicina. Prima però vediamo di vin… di fare bene mercoledì al Giro del Veneto Women.