Galati, pace fatta col ciclismo. Ora lo insegna ai giovani

20.01.2023
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Vincenzo Galati ha vissuto il ciclismo in modo intenso, conoscendone suo malgrado anche le pieghe più brutte. Ora ci è rientrato solo dopo averci fatto pace per prestare la sua esperienza al servizio dei giovani dell’Onec Team di Parma.

Il 54enne palermitano era uno scalatore pimpante e non è stato uno qualunque a cavallo degli anni Novanta. Da junior nel 1987 conquista il secondo posto al Lunigiana dietro Zanini, nel 1992 stesso piazzamento dietro il grande Pantani nella generale del Giro d’Italia Dilettanti, categoria nella quale Galati ottiene otto vittorie e dodici secondi posti. Tutti risultati che gli valgono un contratto tra i pro’ con la Amore&Vita. Poi però nel ’94 qualcosa non va per il verso giusto e la sua carriera si interrompe, vivendo difficili momenti sul piano psicologico e personale. Partiamo da qui per capire quale sia stata la molla che lo ha fatto tornare nel mondo del pedale dopo tanti anni e come lo ha ritrovato.

Vincenzo come mai ha smesso di correre?

Mi sono trovato di fronte a un bivio. Già a fine ’92 avevo perso gli stimoli però Giorgio Vannucci, l’allora diesse dell’Amore&Vita, voleva prendermi perché credeva in me. Accettai volentieri perché alla fine era il mio sogno. Ripresi morale, stavo bene e nel ’93 disputai il Giro d’Italia. Nonostante non fossero arrivati i risultati, fu una buona stagione. L’anno successivo mi dissero di prepararmi che avrei corso nuovamente il Giro per farmi trovare pronto soprattutto dalla seconda settimana in avanti. L’avvicinamento fu buono. Andai bene all’Appennino e al Trentino (attuale Tour of the Alps, ndr). Poi arrivò la mazzata…

Cosa successe?

Vannucci se ne era andato dalla squadra e per me si complicarono le cose. Infatti a poche settimane dall’inizio del Giro, mi dissero che ero già troppo avanti con la condizione, che la squadra aveva puntato sui velocisti e che quindi serviva gente che andasse forte in pianura. In pratica non gli servivo più. Per me fu la goccia che fece traboccare il vaso. La presi molto male. Conclusi la stagione, ma non ne volevo più sapere del ciclismo. Mi dava fastidio anche solo vedere girare una ruota. Da quel momento non mi vergogno a dire che ho passato circa otto anni di depressione. E capisco gli stati d’animo vissuti dal povero Marco. Che corridore che era, quello andava forte davvero in salita. Ho avuto la fortuna di duellare con lui e quel secondo posto per me vale una vittoria (sospirando e riferendosi a Pantani, ndr)…

Lungo corso: il diesse dell’Onec Team è Olivano Locatelli
Lungo corso: il diesse dell’Onec Team è Olivano Locatelli
Adesso però la ritroviamo in una formazione di U23. Come ci è arrivato?

La vita mi ha portato a vivere a Salsomaggiore Terme. E contemporaneamente a riallacciare il rapporto col ciclismo. Un po’ di anni fa ho conosciuto Allegri, il presidente dell’Onec Team, che mi chiedeva dei consigli. Aveva suo figlio che correva, ma non aveva riferimenti. Così abbiamo iniziato a frequentarci, finché lui a metà 2022 ha rilevato la società che aveva diverse difficoltà e mi ha chiesto di entrare nello staff. Non posso fare il diesse, perché non ho la tessera e perché col lavoro non riuscirei a garantire una certa presenza, però sono ottimamente coperti con Olivano Locatelli. In ogni caso mi sono reso subito disponibile per aiutare il presidente e i suoi ragazzi.

Perché ha accettato questa proposta?

Non voglio entrare troppo nello specifico della precedente gestione della squadra, ma il motivo è semplice. All’inizio del 2022 avevo visto alcuni ragazzi che, da fuori, sembravano abbandonati a se stessi. E che ad un certo punto si sono ritrovati senza un alloggio. Sono stati tutti ospitati dal presidente Allegri e questa cosa mi ha toccato l’anima. Perché non si può giocare col sogno di un ragazzo. In loro mi ci sono rivisto io quando da addirittura esordiente e allievo emigrai dalla Sicilia al Lazio per correre. Per fortuna che in quel periodo trovai brave persone che mi insegnarono anche un lavoro, quello del meccanico, che faccio tutt’ora.

Che squadra è l’Onec Team?

Abbiamo tanti ragazzi giovani che, per un motivo o l’altro, non voleva più nessuno. Siamo contenti di poterli formare e farli crescere. La nostra punta è Andrea Colnaghi (fratello di Luca della Green Project Bardiani, ndr) che è già elite. Abbiamo anche Nikita Tur, un ragazzo bielorusso con un buon talento e che è andato lontano da casa per correre e diventare un corridore. Infine mi fa piacere ricordare che tesserata con noi c’è anche Veronica Frosi, già campionessa italiana di handbike.

Si ritrova a lavorare con Locatelli. E’ uguale ai suoi tempi o si è ammorbidito?

Con Olivano c’è una buona amicizia. Con lui da dilettante alla Domus 87 ho fatto i miei migliori risultati con 175 punti internazionali che valevano tanto all’epoca. So che è sia amato che odiato, ma per me rimane uno dei migliori tecnici e preparatori in circolazione. Ha dovuto certamente rivedere i suoi metodi perché sa anche lui che non vanno più bene per i corridori di oggi. Ma secondo me sa ancora tirare fuori il meglio dai corridori.

Che tipo di ciclismo ha ritrovato Vincenzo Galati a distanza di tanto tempo?

E’ cambiato parecchio naturalmente. Stanno bruciando le tappe col rischio che alla fine si brucia soltanto il ragazzo. Adesso c’è troppo stress attorno a questi ragazzi. Ho sposato il progetto del nuovo Onec Team perché vogliamo insegnare un ciclismo vecchio stampo, con dei valori. E’ un programma a medio-lungo termine. Abbiamo gettato le basi. Ci vorrà pazienza però siamo convinti di raccogliere risultati e soddisfazioni.

Riunione tecnica e pranzo. Locatelli con i suoi ragazzi durante un pre-gara
Riunione tecnica e pranzo. Locatelli con i suoi ragazzi durante un pre-gara
E’ una scelta anacronistica visto il ciclismo giovanile attuale. In cosa consiste?

Sì, è vero, ma siamo una squadra piccola. Ad oggi il nostro budget non ci permette di avvalerci di figure specifiche fisse come nutrizionista o biomeccanici o altre ancora. Non è detto che non possa succedere in futuro, però vogliamo far capire ai ragazzi che si può fare ciclismo anche in questo modo. Quantomeno nella nostra zona. Poi vogliamo che i nostri atleti crescano sotto il profilo umano. Per noi è importante che vadano bene con lo studio perché gli tornerà utile nella vita. Ci teniamo che sappiano fare aggregazione fra loro. Il ciclismo ha anche un valore sociale. Ti tiene lontano dalle cattive compagnie e ti fa crescere nelle relazioni con le altre persone.

La tecnica dei pedali Time spiegata dal product manager

19.01.2023
5 min
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I pedali Time sono parte del “portfolio” di Sram (come anche Zipp) e da questa stagione tornano ufficialmente al fianco di un grande team WorldTour. Fanno parte infatti dei materiali tecnici in dotazione agli atleti della Trek-Segafredo. Ne avevamo parlato anche poco tempo addietro con Jacopo Mosca.

Questa volta invece abbiamo sentito Benjamin Marinier, product manager di Time, chiacchierando in merito alla tecnica, dettagli e curiosità del sistema.

Gli atleti hanno iniziato ad usare la versione 10
Gli atleti hanno iniziato ad usare la versione 10
Come sono costruiti i pedali Time XPro e le loro tacchette?

Il corpo dei pedali Time Road XPro è costruito con un composto composito di fibra di carbonio rinforzata con della lamiera d’acciaio. In carbonio è anche la lamella che crea la tensione per l’aggancio e la tenuta della tecchetta. L’asse è diverso a seconda del modello. XPro 15, ovvero il top di gamma è realizzato con perni cavi in titanio e cuscinetti in ceramica. Il modello XPro 12 in titanio e l’XPro 10 in acciaio cavo. Le tacchette sono realizzate con un polimero particolare che prende forma da una sorta di doppia mescola. E’ poliuretano termoplastico e fibra di vetro rinforzata, che offre una maggiore durata quando si cammina.

Jacopo Mosca, uno dei primi atleti del team ad usare i pedali Time (foto Matilde Da Re)
Jacopo Mosca, uno dei primi atleti del team ad usare i pedali Time (foto Matilde Da Re)
Rispetto alle piattaforme Look e Shimano, i pedali Time obbligano ad abbassare la distanza tra sella e pedale?

Dopo le ultime misure che abbiamo effettuato, lo stack del nostro pedale è maggiore rispetto alle piattaforme Look e Shimano. Per essere precisi il valore di Time Xpro è di 15,3 millimetri, rispetto ad un pedale Shimano Dura Ace che ha 14,6 e 14,8 invece per i pedali Look KEO Blade. Partendo dal presupposto che le valutazioni biomeccaniche devono essere eseguite con il ciclista in sella, tecnicamente e a parità di calzatura, si dovrebbe abbassare la posizione di 0,7 millimetri se si arriva da Shimano, di 0,5 millimetri se in precedenza si è utilizzato la piattaforma Look.

L’utilizzo di una tacchetta che di fatto entra in modo importante nel pedale, influisce anche sull’angolo delle articolazioni?

Il fattore che influisce maggiormente sulle articolazioni è la libertà angolare delle tacchette. Oggi i pedali Time sono configurabili con quelle “classiche” con libertà laterale ampia, oppure con quelle fisse, con zero gioco laterale. Il vantaggio di quelle libere è la regolazione del fattore Q, possibile invertendo le tacchette. Sotto molti punti di vista la regolazione del fattore Q contribuisce ad ottimizzare le prestazioni seguendo 3 punti: sicurezza, ergonomia e prestazioni.

Conta maggiormente la superficie di contatto tra la tacchetta e la scarpa, oppure quella di appoggio sul pedale?

Ottimo quesito ed è anche un motivo di discussione e sviluppo per i pedali e le tacchette delle generazioni future, ma anche delle calzature. Per trasferire tutta la potenza della gamba direttamente al pedale e senza dispersioni, è meglio avere il massimo contatto tra la tacchetta e la base di appoggio del pedale. I pedali Time hanno raggiunto un eccellente risultato in termini di sfruttabilità dello spazio di appoggio, con i loro 725 mm². Comunque è difficile dire se questa caratteristica ha un peso maggiore nella performance. E poi entra in gioco anche il feeling che ha il corridore ha con il supporto ampio generato dalla combinazione pedale/tacchetta/calzatura.

La Emonda di Elisa Longo Borghini con i nuovi componenti (foto Matilde Da Re)
La Emonda di Elisa Longo Borghini con i nuovi componenti (foto Matilde Da Re)
Oltre alle preferenze soggettive, è possibile dire se è meglio una tacchetta fissa o una con libertà ai lati?

Dipende, ma oggi la maggior parte degli atleti chiede le tacchette fisse. I loro feedback si riferiscono ad una connessione diretta al mezzo meccanico ed al pedale.

Ci sono delle differenze tecniche e di design tra le tacchette Iclic fisse e quelle con libertà laterale?

Ovviamente si. Le tacchette flottanti consentono ai ciclisti di avere +/-5° di libertà angolare e +/-1,25 mm di libertà laterale, mentre quelle fisse offrono una rigidità elevata e zero spazio per i movimenti laterali.

Interessante il design, che si sviluppa anche in lunghezza (foto Ross Bell)
Interessante il design, che si sviluppa anche in lunghezza (foto Ross Bell)
Con un pedale Time XPro avete quantificato se c’è una minore dispersione di watt e quindi un guadagno di efficacia della performance?

E’ un lavoro che stiamo sviluppando a stretto contatto con gli atleti del team, ma in questo momento ci è impossibile fornire dei dati. Questa è una ricerca che nasce e progredisce grazie alla possibilità di lavorare con un team di primissima fascia.

Sempre in merito ai pedali, quanto conta l’aerodinamica di questo componente ai fini della performance totale del mezzo e dell’atleta?

Il ciclismo è in continua evoluzione e la categoria pro-racing è il laboratorio migliore per tutti i prodotti che vedremo in futuro nel mercato. L’aerodinamica è un aspetto parecchio importante che tocca tutti i componenti della bicicletta. La bicicletta non è fatta da un solo componente. A tal fine, ha senso per noi ottimizzare anche la forma dei pedali per avere una migliore penetrazione dell’aria.

Ciclismo e gravidanza: risponde il dottor Besnati

19.01.2023
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La gravidanza delle atlete (in apertura Elinor Barker in una foto Instagram), approfondita con l’esperienza vissuta da Marta Bastianelli, ci ha dato alcuni spunti. La velocista 35enne della UAE Team ADQ ha spiegato il suo percorso a cavallo della maternità e l’argomento stavolta lo abbiamo voluto girare a Massimo Besnati, medico di base al servizio del ciclismo professionistico per più di trent’anni.

Per il dottore di Busto Arsizio – che ora segue le nazionali femminili e maschili della pista junior e U23 – l’aspetto soggettivo influisce in ogni gravidanza tra le donne agoniste e non, ma tuttavia ci sono delle buone regole che andrebbero osservate per non compromettere il periodo della gestazione ed il successivo ritorno alle proprie attività sportive.

L’ecografia è un valido strumento per dare indicazione alla futura mamma-atleta (foto mydbook.it)
L’ecografia è un valido strumento per dare indicazione alla futura mamma-atleta (foto mydbook.it)
Dottor Besnati è cambiata la concezione della gravidanza nel ciclismo?

Tantissimo, per fortuna. Partendo da un discorso più generale, una volta le donne associavano la maternità quasi ad una malattia quando si chiedeva la loro anamnesi. Invece è un evento piacevole che, ritornando nel caso specifico del ciclismo, non compromette la carriera. Certo, bisogna mostrare molta attenzione durante le progressione dei nove mesi.

Lizzie Deignan dopo la prima figlia ha vinto, tra le tante, gare importanti come Liegi e Roubaix, così come fece Bastianelli. C’è un motivo “scientifico”?

Anche in questo caso facciamo un ragionamento più ampio. Le atlete migliorano col passare del tempo, indipendentemente dalla maternità. E’ una regola che vale per tutte. Qualche anno fa la Artsana (azienda che distribuisce prodotti sanitari e per l’infanzia, ndr) aveva condotto uno studio per vedere se lo sport durante la gravidanza facesse bene o meno alle donne. La risposta fu positiva. Anzi, le atlete testate in quel periodo registrarono dei miglioramenti delle performance rispetto a prima. E torniamo a quello che dicevo prima. L’attività sportiva non incide negativamente sulla gravidanza come si pensava prima. O meglio, fino ad un certo punto.

Deignan esulta a Roubaix 2021. Sta per rientrare dopo la seconda gravidanza avuta lo scorso settembre
Deignan esulta a Roubaix 2021. Sta per rientrare dopo la seconda gravidanza avuta lo scorso settembre
Bastianelli ci ha detto che aveva smesso di pedalare mentre Deignan e Blaak hanno pedalato durante i primi mesi di gravidanza o fatto esercizi in palestra. C’è il rischio di qualche contro-indicazione?

Dipende da donna a donna e da sport a sport. Ad esempio corse, salti o attività che possano dare contraccolpi vanno evitati all’inizio della gestazione. Si sconsigliano certi movimenti per la loro meccanica. Pedalare non è sbagliato però col passare del tempo può diventare pericoloso per la formazione del feto. La posizione sulla sella provoca una compressione e di conseguenza potrebbe aumentare la contrattilità uterina. Personalmente farei attenzione anche agli squat fatti con un bilanciere scarico. Ripeto, tutto è soggettivo, anche se parlando di atlete di alto livello so che sono seguite da figure specifiche. Non so se esista già, ma credo che in futuro troveremo sempre più preparatori atletici specializzati nella gravidanza.

Come si possono dividere quei nove mesi?

Non ci sono differenze da una donna non agonista, ma sostanzialmente direi in tre fasi. La prima è quella dei tre mesi iniziali ed è la più delicata per i motivi che dicevo prima. La seconda potremmo definirla di mantenimento. Dal quarto mese in avanti il feto è al sicuro e volendo non ci sarebbero limitazioni, se non per l’ingombro della pancia. La terza fase è quella del pre-parto. Anche in quel caso bisognerebbe evitare ulteriori sforzi e attendere gli ultimi giorni con serenità. A margine di tutto ciò, converrebbe non lasciarsi andare troppo. Troppi chili, oltre ad un affaticamento fisico, sarebbero difficili da smaltire per chi vuole tornare a correre subito.

Massimo Besnati ora segue le nazionali femminili e maschili della pista junior e U23
Massimo Besnati ora segue le nazionali femminili e maschili della pista junior e U23
Recentemente Omer Shapira (campionessa israeliana della EF Education, ndr) ha dichiarato di non aver preso subito bene la notizia della gravidanza perché vedeva il suo corpo cambiare e non si piaceva più. Come si valuta dal punto di vista psicologico?

Come in tutte le gravidanze ci sono sbalzi d’umore o ormonali. Tant’è che la depressione post-parto è una vera e propria patologia per cui proseguono gli studi. La ciclista non è diversa da una donna normale. Conta tanto l’ambiente che si ha attorno. Il sostegno psicologico è fondamentale. Sapendo già che sforzi andrà a fare quando tornerà, possiamo dire che per la ciclista quella può essere una grande motivazione per mantenere un buon morale. Anche perché le cicliste partono tutte da una buona dose di grinta e attributi facendo quello sport. Poi ha ragione Bastianelli quando dice che il nostro fisico ha memoria. Anche quello aiuta moralmente a tornare in forma più in fretta e stare meglio.

Omer Shapira diventerà mamma ad agosto. Ha dichiarato che inizialmente non ha vissuto bene la propria gravidanza
Omer Shapira diventerà mamma ad agosto. Ha dichiarato che inizialmente non ha vissuto bene la propria gravidanza
Consiglierebbe pertanto ad una ciclista di affrontare la gravidanza nel pieno della sua attività?

Certamente. Ribadisco tuttavia che è soggettivo visto che è un momento delicato per la donna, quindi non bisogna forzare i tempi. Va fatta quando una se la sente. Però mi sento di dire che una ciclista, considerando che può avere in media 10/15 anni di carriera ad alto livello, può permettersi a metà una o addirittura due gravidanze come è successo a Deignan.

Pistard azzurri in Argentina, Bertazzo fa gli onori di casa

19.01.2023
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Caldo pomeridiano da 35 gradi e molta umidità. Così l’Argentina ha accolto la nazionale italiana di Marco Villa, in vista della Vuelta a San Juan che il tecnico italiano della pista ritiene essere un passaggio fondamentale per alcuni suoi ragazzi, nella rincorsa alla forma migliore per gli Europei di febbraio. Il posizionamento così anticipato della rassegna continentale ha costretto chi punta alla pista ad anticipare i tempi e il lavoro su strada è fondamentale. Una squadra, quella azzurra, che è un mix di esperienza e gioventù: da una parte Lamon, Bertazzo e Scartezzini, dall’altra Boscaro, Moro e Pinazzi.

Nei propositi la trasferta, che la squadra italiana aveva anticipato di una settimana rispetto all’inizio della corsa, doveva prevedere un programma diverso: «Ci eravamo trasferiti prima perché avevamo in programma di lavorare nella nuova pista di San Juan – racconta al telefono Bertazzo – ma l’impianto non era più disponibile. Questo ha quindi costretto a rivedere un po’ i piani: prima di imbarcarci per l’Argentina abbiamo quindi svolto i nostri lavori a Montichiari attraverso sedute molto intense. Prima della partenza della gara invece sono in programma sedute su strada, che serviranno per affinare la gamba».

Gli azzurri in allenamento sulle strade argentine. Sono arrivati lunedì, lavoro sin dal giorno dopo (foto Instagram)
Gli azzurri in allenamento sulle strade argentine. Sono arrivati lunedì, lavoro sin dal giorno dopo (foto Instagram)
Villa vi ha chiesto qualcosa di particolare per la gara?

E’ difficile anche pensare a che cosa poter fare. Questa è la prima gara dell’anno, è un po’ un’incognita per tutti. Sappiamo che al via ci sono corridori stellari come l’iridato Evenepoel, ma credo che anche per gli altri sarà tutta una scoperta. Nessuno sa realmente in che condizioni è, la gara è tutta un’altra cosa. Noi corriamo pensando alle nostre necessità, l’obiettivo è stare in gruppo senza troppe difficoltà, guardando molto alle nostre sensazioni. Se poi ci sarà la possibilità lavoreremo per la volata di Pinazzi.

Voi d’altronde avete impegni importanti anche prima degli altri…

E’ una stagione strana per chi lavora prevalentemente per la pista. Abbiamo subito gli europei, poi tre tappe di Coppa del Mondo fino ad aprile e sono tutti eventi importanti perché ci si gioca una fetta importante delle qualificazioni olimpiche quindi dovremo essere pronti. Ognuno dovrà farsi trovare pronto e a me questo sta bene.

Bertazzo con Villa. In vista degli Europei, sarà uno degli osservati speciali dal cittì
Bertazzo con Villa. In vista degli Europei, sarà uno degli osservati speciali dal cittì
Hai rivincite particolari da prenderti?

Diciamo che il 2022 non è stato un’annata così positiva per me, gli errori commessi agli europei hanno pesato, mi è spiaciuto non andare ai mondiali. Sull’altro piatto della bilancia ho visto che lo scorso anno sono migliorato molto su strada, non ho mai fatto un’attività così intensa, ma questo non basta a compensare le delusioni. E’ tutto carburante che ho messo nell’approcciarmi a questo nuovo anno.

In Argentina sarà presente quasi tutta la nazionale italiana su pista, considerando anche chi è nelle altre formazioni…

Effettivamente a parte Consonni e Milan ci siamo tutti. Ganna e Viviani correranno nel loro team, ma avremo modo di confrontarci ogni giorno e questo è molto importante, soprattutto per capire realmente come stiamo l’un l’altro. Abbiamo impegni importanti all’orizzonte, è importante che ne parliamo insieme e continuiamo a far gruppo.

Bertazzo aveva già corso in Argentina nel 2015, al Tour de San Luis sempre con la nazionale (foto Instagram)
Bertazzo aveva già corso in Argentina nel 2015, al Tour de San Luis sempre con la nazionale (foto Instagram)
Tu hai già corso in Argentina?

Qualche anno fa ho fatto il Tour de San Luis, era il 2015, ma era una gara in un territorio diverso, quindi non so che cosa aspettarmi come caratteristiche tecniche delle tappe. Rispetto alle gare australiane sono corse meno frenetiche, forse perché non c’è l’appartenenza al WorldTour, ma è anche vero che ci sono quasi tutte le squadre della massima serie e poi ci sono le formazioni locali, per le quali questo è come un mondiale. Per questo vengono sempre fuori gare molto combattute, probabilmente proprio perché tutti vogliono testarsi.

Una volta le prime gare della stagione servivano per affinare la condizione, ma oggi è un lusso che non potete permettervi…

No, assolutamente. Non puoi essere in una condizione insufficiente, non andresti avanti. Per questo dicevo che si tratta di un ciclismo più o meno frenetico. Anche nel nostro caso devi comunque essere in forma anche solo per stare nel gruppo senza soffrire, che è uno degli obiettivi che abbiamo.

Per il veneto un 2022 un po’ amaro, anche se ha aumentato le sue presenze su strada
Per il veneto un 2022 un po’ amaro, anche se ha aumentato le sue presenze su strada
Che cosa ti aspetti allora a livello personale?

Di dimostrare di avere raggiunto già una buona forma al punto da essere utile agli altri e convincere Marco che agli europei posso dare il mio contributo. Voglio correre ogni tappa senza subirla, soffrire il giusto accumulando quei chilometri necessari per migliorare la condizione ed essere poi pronto quando le corse avranno ben altra valenza. Gli europei sono alle porte e io voglio esserci.

Con chi firma Pozzovivo? Forse prenderlo è un affare

19.01.2023
4 min
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A chi farebbe comodo Pozzovivo in squadra? La domanda è un osso che mastichiamo da qualche giorno, da quando è parso chiaro che fra i grandi ancora senza contratto, ufficializzato Cavendish all’Astana Qazaqstan Team, Domenico rischia di essere il più difficile da piazzare.

A questo punto, ci sarà anche chi gli suggerirà la pensione, ma la volontà di certi atleti vale più delle sensazioni di chi li osserva, soprattutto se sentono di voler ancora dimostrare qualcosa. Anche perché le prestazioni offerte dal lucano in questi ultimi anni sono state ben più lusinghiere rispetto a quelle di atleti più celebrati.

Al Giro dell’Emilia, Pozzovivo terzo dietro i due più forti in salita: Pogacar e Mas, che ha vinto
Al Giro dell’Emilia, Pozzovivo terzo dietro i due più forti in salita: Pogacar e Mas, che ha vinto

Quali squadre

Squadre WorldTour che abbiano ancora posti liberi ci sono. La Ag2R, la Bahrain Victorious, la stessa Intermarché e la Jumbo Visma, la Soudal Quick Step e la Trek-Segafredo. Volendo essere realisti è chiaro che forse soltanto la Intermarché potrebbe avere un vantaggio dall’ingaggio di Domenico, non avendo l’uomo di classifica per il Giro d’Italia. Ci sarebbe stato un posto anche alla Astana, ma assieme a Cavendish è arrivato Cees Bol e i corridori sono saliti a quota 30.

Subito sotto, la Israel e la Lotto si trovano nella stessa posizione (la squadra belga, vista la rimodulazione dei punti UCI potrebbe tornare sui suoi passi e venire al Giro). Perché non ragionare della Eolo-Kometa che avrebbe qualcuno da affiancare a Fortunato o della Q36,5 del suo mentore Ryder Douglas che lo avrebbe voluto ancora con sé e del suo amico Nibali di cui (con Lello Ferrara) anima il canale su Twitch?

Infine la Green Project Bardiani, la squadra in cui Pozzovivo è passato professionista e che con lui sulle strade del Giro potrebbe avere un’altra carta da giocare, da affiancare al rischioso cercare gloria in qualche fuga. Pare che Reverberi non voglia più corridori troppo maturi, forse deluso dalla recente esperienza con Battaglin e Modolo, ma probabilmente Pozzovivo è una storia diversa.

Pozzovivo, classe 1982, ha concluso per 7 volte il Giro nella top 10. Nel 2012, sopra, ha vinto la tappa di Lago Laceno
Pozzovivo, classe 1982, ha concluso per 7 volte il Giro nella top 10. Nel 2012, sopra, ha vinto la tappa di Lago Laceno

Il bottino dei punti

In questo momento, Domenico probabilmente è fuori in bici, come ogni giorno da trent’anni. Lo scorso anno firmò il contratto con la Intermarché-Wanty-Gobert nel giorno di San Valentino, per questo la speranza di trovare squadra arde forte. Quando si accasò alla NTT che sarebbe poi diventata Qhubeka, firmò a Natale, ancora in ripresa dall’infortunio di agosto, quando fu investito da un’auto. «Mi hai venduto che ero zoppo – disse lo scorso anno al suo manager – perché non dovresti piazzarmi ora che sono sano?».

E il 2022 gli ha dato ragione, con una serie di risultati che renderebbero fiero qualsiasi corridore più giovane di lui. Miglior italiano alla Freccia Vallone, 8° al Giro d’Italia (in cui perse quasi 5 minuti nella caduta del Mortirolo per problemi meccanici), 9° allo Svizzera, 5° all’Agostoni, 3° al Giro dell’Emilia dietro Mas e Pogacar.

Alla fine dell’anno, il suo apporto al bottino della squadra ammontava a 714 punti: sesto nel ranking interno. Kristoff, che ne ha portati a casa 2.124 se ne è andato, come lui Hermans (1.007 punti) e Pasqualon (514).

Un dato è palese: lo scorso anno un corridore con quei punti se lo sarebbero conteso. Ora che il triennio è appena ripartito – benedetto cinismo dello sport professionistico – se ne può fare a meno con più leggerezza.

Crono di Verona del Giro 2022, chiuso in 8ª posizione: risultato che parla di un atleta altamente efficiente
Crono di Verona del Giro 2022, chiuso in 8ª posizione: risultato che parla di un atleta altamente efficiente

Numeri da ragazzino

Domenico ha compiuto 40 anni il 30 novembre e la sensazione, se fosse per lui, è che il viaggio potrebbe proseguire ben oltre quest’anno. Alla ripresa degli allenamenti a novembre, nonostante la stagione sia finita male con la caduta del Lombardia, in un test fatto senza neppure crederci troppo ha letto un valore di 6,3 watt/kg. In una delle interviste dello scorso anno, fu lui ad aprirci il mondo sulla necessità per i corridori più maturi di andare a cercare margini di miglioramento in attenzioni mai avute prima. Chi ci è riuscito è ancora lì che combatte, altri si sono fermati.

Alla Intermarché, che in teoria lo avrebbe voluto confermare, nel frattempo è arrivato Bonifazio, portando in dote i suoi 449 punti, a conferma del fatto che a questo giro i punti non si guardano.

Abbiamo evitato di chiamare Pozzovivo per non fargli sempre le stesse domande, cui non ha risposte da dare, se non ribadire la sua ferrea volontà di andare avanti. Nonostante i dubbi legati all’età e alle cadute e nonostante sia chiaro che le pretese non possano più essere quelle dei tempi migliori, più passa il tempo e più sembra assurdo che uno così non trovi un ingaggio.

Paletti a 18 anni ha le idee chiare anche tra i pro’

19.01.2023
5 min
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Luca Paletti ci aveva avvisato: «Farò la scelta migliore per il passaggio di categoria, ma non voglio ostacoli nel mio orientamento su come continuare la doppia attività». Così il figlio d’arte classe 2004, aveva chiuso la nostra intervista. A distanza di sei mesi Luca si è messo in tasca un quadriennale con la Green Project Bardiani Csf Faizanè. Ha fatto il grande salto nei pro’ e ha aggiunto una postilla al suo contratto che gli darà la possibilità di portare avanti la sua passione per il cross

Proviamo a chiamarlo, ma non ci risponde. Luca è a scuola, giustamente il diciottenne è all’ultimo anno di superiori. Per lui infatti il passaggio di categoria sarà graduale e dalle sue parole si percepisce che i piedi sono ben saldi a terra e che i passi che farà saranno attenti e misurati. Complice una famiglia che respira ciclismo da tre generazioni.

Per Paletti il contratto firmato prevede quattro anni
Per Paletti il contratto firmato prevede quattro anni
Come sta andando il tuo inserimento in squadra?

Abbiamo fatto un ritiro a dicembre di quindici giorni e poi ne abbiamo fatto uno a ottobre dove ci siamo conosciuti tutti. Sto facendo una settimana tranquilla dopo l’italiano, per poi iniziare la preparazione e iniziare esclusivamente su strada. 

Cosa vuol dire andare a scuola la mattina e indossare la maglia Bardiani al pomeriggio?

É un po’ difficile perchè tra impegni legati allo studio e quelli sportivi, trovare una quadra non è semplice.  Ma è un orgoglio. Per esempio oggi tra compito e studio non sono riuscito ad uscire in bici perchè si è fatto buio. Ma con la squadra ne abbiamo parlato e mi vengono molto incontro. 

Senti pressioni per questo salto di categoria?

Sia la scuola che mi da una mano, sia il team che non mi mette pressione, tutti capiscono l’impegno. Quindi per la prima parte della stagione sarà strutturata in questo modo senza riempirla di impegni per riuscire bene in tutto. 

Che anno ti aspetti?

Sarà un anno dove soffrirò un po’ ma come percorso so che avrò dei guadagni in futuro. So che non sarà facile e soffrirò con la testa, dovrò tenere duro. 

Qui la prima vittoria in maglia Bardiani al 4° Trofeo Città di Flero
Qui la prima vittoria in maglia Bardiani al 4° Trofeo Città di Flero
Con la preparazione stai aumentando i chilometraggi?

Diciamo che nel ritiro che abbiamo fatto a dicembre mi avevano avvisato che avrebbero fatto le ore da professionisti e mi sono preparato per arrivare la con qualche chilometro in più nelle gambe

Domenica hai fatto nono al campionato italiano di ciclocross. Che gara è stata?

Purtroppo abbiamo avuto un problema con la squadra, nella comunicazione della partenza. Sono arrivato tardi fisicamente alla partenza. L’orario ufficiale era 11:30 e io sono arrivato esattamente a quell’ora. Le griglie erano già schierate. Sarei dovuto partire in prima fila ma alla fine sono partito nell’ultima. E’ stata tutta una gara in rimonta. Ho chiuso nono ma si poteva fare molto meglio.

Un banale errore di comunicazione…

Purtroppo è stata proprio una svista da parte nostra e di tutto lo staff. C’era la convinzione che si dovesse partire alle 11:45. Era tutto nuovo anche per loro

Il podio di Paletti davanti al duo della Selle Italia Guerciotti Elite formato da Ettore Loconsolo e Samuele Leone
Il podio di Paletti davanti al duo della Selle Italia Guerciotti Elite formato da Ettore Loconsolo e Samuele Leone
Avevi buone sensazioni?

Stavo bene, partivo dalla prima fila il percorso era adatto alle mie caratteristiche, c’è molto rammarico. Un po’ di rabbia anche ma fa bene provarla, sarò più carico al prossimo anno. 

Hai sempre rimarcato la voglia di praticare la multidisciplina. Lo avete scritto nero su bianco?

Sì è stata una cosa che abbiamo inserito nel contratto per avere questa possibilità. Farò la mia stagione su strada poi mi confronterò con il mio preparatore per organizzare quella del ciclocross. 

Come mai questa volontà?

E’ una disciplina che mi piace molto, i primi anni sarò un po’ indietro su strada, quindi è una cosa che mi farà crescere se continuo a praticarla. Per i primi due anni ci tengo, perchè già è un passaggio grosso da compiere, facendo un po’ di cross mi darà una mano

Quindi non pensi che possa appesantire la stagione?

Io lo vedo come un aiuto per la strada. Poi dipende da come lo fai. Ci sono atleti come Iserbyt che fanno ciclocross da inizio settembre fino a febbraio. Invece Van Aert lo fa per tre mesi e ne ricava una preparazione ottima. 

Qui, Paletti nelle ripetute al ritiro con la squadra a dicembre
Qui, Paletti nelle ripetute al ritiro con la squadra a dicembre
Che intenzioni hai rispetto a questa disciplina per l’anno prossimo?

Se viene un risultato non lo butto di certo via. Quest’anno ci ho puntato, dai prossimi anni sarà più inteso come un allenamento

Correrai solo in Italia o anche all’estero?

Vedremo, ne ho parlato un po’ con i miei direttori e loro mi hanno detto che se voglio fare qualche esperienza all’estero mi daranno la possibilità e mi accompagneranno. 

Gareggerai con gli under o con i pro’?

Questo sinceramente non lo abbiamo definito. Teoricamente nel cross posso correre negli U23 nelle gare internazionali. Così come su strada, essendo una squadra professional posso partecipare solo alle corse internazionali. Per questo il calendario classico under inizia con la Coppa San Geo, ma non essendo internazionale sarò costretto a partire dalla Croazia a inizio marzo. 

Conversazione con Attilio Viviani. Quante sfide in vista

19.01.2023
6 min
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Attilio Viviani si appresta ad affrontare una stagione molto importante, una di quelle che potrebbe dare una svolta alla sua carriera. E’ arrivato al Team Corratec e qui se non ha le chiavi in mano, poco ci manca. Ed è la prima volta da quando è pro’.

Il veronese, fratello d’arte, viene da due esperienze importanti, una addirittura nel WorldTour. Ha infatti corso in Francia con la Cofidis e in Belgio con la Bingoal Pauwels. Ora riparte “da casa”. Lo scorso anno ha anche sfiorato la vittoria. A 26 anni è ora di esplodere. E i presupposti ci sono tutti.

Viviani ha corso nelle fila della Cofidis dal 2020 al 2021. Ma nel 2019 fece lo stagista e colse anche un successo in Belgio (foto Instagram)
Viviani ha corso nelle fila della Cofidis dal 2020 al 2021. Ma nel 2019 fece lo stagista e colse anche un successo in Belgio (foto Instagram)
Attilio, torni a correre in Italia: cosa ti sei portato dietro da questa esperienza all’estero?

Tantissimo, sia dal punto di vista tecnico che di altro, come aver imparato lingue. E questa cosa me la ritrovo anche qui. Ci sono alcuni ragazzi che non parlano benissimo l’italiano, lo impareranno strada facendo come ho fatto io alla Cofidis con il francese. In questo modo anche loro trovano sempre un appoggio in me per qualsiasi domanda o dubbio che hanno. E credetemi è una cosa importante.

E poi ci sono gli aspetti più tecnici…

Mi porto dietro le esperienze in Cofidis, le vittorie con loro nel 2021 aiutando Elia in un calendario totalmente WorldTour. Lì ho perso forse l’occasione di fare risultati, ma ho colto in pieno l’occasione di fare esperienza dalla A alla Z, perché nel WorldTour devi essere sempre pronto. Come corridore quindi sono cresciuto tantissimo. E l’anno scorso alla Bingoal ho imparato a correre meglio in Belgio. E lì ci sono corse che mi piacciono un sacco e adatte. Anche da lì ho portato via un bel bagaglio di esperienza perché si va nella patria del ciclismo. Non solo ci corri ogni giorno…

Ma ci vivi proprio…

Esatto. Non vai su quella volta o due per questa o quella classica. Lo vivi nella quotidianità.

Attilio, parli con estrema maturità. Evidentemente è una caratteristica di famiglia! Ora sei alla Corratec, squadra giovane, più “familiare”, ma questo ambiente ti dà anche delle responsabilità e ti può far crescere. Qui non sei uno dei tanti: come vivi tutto ciò?

Me la sento eccome. E infatti ho accettato subito ad occhi chiusi questa proposta proprio perché è quello che voglio. Voglio esprimere innanzitutto le mie potenzialità e tornare ad essere quello che vince. Io e la Corratec ci sposiamo alla perfezione. Poi so bene che da questa intervista alla strada c’è tanto lavoro tutto deve andare bene. Ma io e la squadra abbiamo stessi stimoli e stessi sogni.

La scorsa stagione Attilio (al centro in giallo) ha corso con la Bingoal, per lui un podio e tre top 10
La scorsa stagione Attilio ha corso con la Bingoal, per lui un podio e tre top 10
Tuo fratello ti ha dato consigli anche su questo aspetto?

Mio fratello mi dà consigli ogni giorno. Sappiamo il professionista che è, quello che ha fatto, quello che ha passato – perché tanti magari non sanno quello che affronta ogni volta ma io sì – e se sono il corridore che sono è anche grazie a quello che mi dice lui. Elia è una strada da seguire. Ma bisogna anche capire quando arriva il momento di staccarsi, perché io sono io e lui è lui.

Pensa se il prossimo anno vi ritrovate alla Sanremo da rivali!

Intanto – ride Viviani – fino allo scollinamento del Poggio, se lo scolliniamo davanti, saremo amici… quasi fratelli! Penso che mamma, il nostro altro fratello, papà e tutti quanti a casa sarebbero contentissimi. E da lì quello che viene… viene. Non si scollina mica in tanti sul Poggio. Poi siamo tutti e due veloci… Scherzi a parte, la Sanremo è il sogno di tutti gli italiani veloci, anche se in queste ultime edizioni piace di più anche agli scalatori, vedi Pogacar, e per noi velocisti si fa più dura. Però la Sanremo resta sempre quella vinta da Petacchi o da Pozzato, che anticipa nel finale su un gruppetto folto. E questo non ti limita in partenza, anche se sei un velocista.

Che rapporto hai con la salita?

E’ dura! Si sale sempre più forte negli ultimi anni. Soprattutto dal post pandemia c’è stato un incremento del livello da parte di tutti. Incredibile. E ci si lavora tanto. Da come vanno le corse lo sprinter da 80 chili non ci sarà più. Ma da una parte tutto ciò va a vantaggio dei velocisti leggeri come me o come Elia.  

Cosa significa: “ci si lavora tanto”?

Per vincere una volata la prima cosa che devi fare è disputarla! Quindi devi superare le salite e anche benino, poi la volata ce l’hai e chiaramente continui a curarla. Ma non sai quanti uomini hai, chi ti può aiutare… Non c’è più il treno di una volta dove c’erano omoni da 80 chili che si mettevano in fila. Contro Cavendish non è mai facile vincere, ma in quel periodo vinceva tutto, anche per il treno che aveva. Quindi ci adattiamo e ci alleniamo anche per questo. Come dicevo prima non bisogna partire per una Sanremo già sconfitti.

Attilio Viviani (classe 1996) con il team manager e diesse Serge Parsani
Attilio Viviani (classe 1996) con il team manager e diesse Serge Parsani
Qual è il tuo programma di gare?

Adesso inizio dall’Argentina, poi quasi sicuramente andrò in Turchia ad Antalya. Anche per questo ho già una buona forma e ho fatto delle velocizzazioni in pista in questi ultimi giorni. E le ho fatte non solo per il meteo. Ci chiudevamo in pista anche col sole perché cercavamo brillantezza. Voglio partire bene.

Cosa ti aspetti dalla Vuelta a San Juan? 

Vado in Argentina con delle belle aspettative. Prendo quello che viene, ma puntiamo abbastanza in alto. E’ importante partire bene. Ne parlavamo anche con Serge (Parsani, ndr): troveremo tante squadre WorldTour che non si nasconderanno perché partire bene è importante anche per loro. Significa che tutto va subito meglio, nel team non si litiga mai… Poi da lì, andando ad Antalya, dove il livello è un attimo più basso, spero davvero di fare bene, anche se vincere non è mai facile.

Dal punto di vista tecnico come ti stai trovando? La vostra Corratec sembra bella filante, ideale per gli sprinter….

Ed è anche abbastanza leggera. E’ una bici scorrevole. Poi in allenamento non hai mai la possibilità di provarla ad alte velocità, ma nei giorni di Montecatini con doppie file anche a 50 all’ora, senti che la bici va. Ti sostiene bene e questo nel ciclismo d’oggi conta un sacco. 

Hai parlato di doppie file, quindi avete provato anche i treni?

Diciamo che siamo tutti giovani, ma ci conosciamo da tempo. Dalla Valle lo conosco dai tempi della Colpack, idem Tivani che abitava a Padova e certe volte ci allenavamo insieme. Konychev ha un’ottima esperienza, anche perché ha guidato velocisti di prima fascia fino all’altro giorno. Come dicevo nel ciclismo d’oggi non c’è più un vero treno e vedremo come organizzarci di corsa in corsa. Ma ormai 18-19 squadre su 20 non ce l’hanno. Per questo è importante che già ci conosciamo e continueremo a conoscerci in ogni minimo dettaglio.

Quanto si sta comodi nel salotto di Lefevere…

18.01.2023
3 min
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«Se io fossi un corridore da classiche – dice Tafi – vorrei correre là. La squadra di Patrick Lefevere è un riferimento. Magari non è la Jumbo Visma con tutti quei soldi. Però per le classiche e i velocisti sono i numeri uno. Cavendish è andato via, ma è dovuto tornarci per essere di nuovo protagonista».

La squadra ideale

Si diceva l’altro giorno, scrivendo il pezzo sui consigli di Tafi a Ballerini per la Roubaix, di come il discorso avesse preso il largo, andando a esplorare perché il canturino avrà vantaggi dal correre in un simile squadrone. Andrea con Lefevere ha corso, quando il manager belga era a sua volta alla Mapei e con lui ha centrato proprio la Roubaix.

«Nel suo gruppo – spiega – ci sono persone che danno la giusta motivazione. Se arrivi là che sei un buon corridore, sono capaci di aumentare le tue potenzialità. Sarebbe nuovamente la mia squadra, come fu a suo tempo. Se fossi ancora un corridore per quel tipo di corse, le classiche, starei lì anche a costo di guadagnare un po’ meno. Puoi andartene per monetizzare, ma il rischio di sparire è troppo alto. Meglio avere attorno la squadra con cui essere protagonista».

Roubaix 1999, vince Tafi. Ai suoi lati, Peeters e Steels, ancora oggi colonne portanti del team di Lefevere
Roubaix 1999, vince Tafi. Ai suoi lati, Peeters e Steels, ancora oggi colonne portanti del team di Lefevere

L’occhio ai Giri

Con Lefevere ammette di sentirsi spesso. Tafi continua a frequentare i luoghi del Nord e quando si fa parte della cerchia di quei campioni, anche dopo anni ci si sente sempre parte della famiglia. Si gode di un riconoscimento speciale. Quello della gente che ti ferma per un autografo, quello dell’ambiente.

«E’ vero – ammette – con Patrick ci sentiamo spesso e mi diceva che adesso sta spostando l’asticella anche verso le corse a tappe. Se hai un Evenepoel così, non puoi fare diversamente. E di recente mi ha detto che se avesse il budget delle squadre più blasonate, riuscirebbe a comandare anche nei Giri. E’ un motivatore, sa come fare la squadra. Ogni strategia che mettono in atto è certamente per trarne vantaggio anche sul piano commerciale, ma anche per creare l’amalgama giusta. E a questi livelli la motivazione fa la vera differenza».

Quarta tappa del California 2007, vinta da Bettini per tanto così allo sprint su Gerald Ciolek
Quarta tappa del California 2007, vinta da Bettini per tanto così allo sprint su Gerald Ciolek

Amico di tutti

«E poi avete fatto caso a una cosa?». Tafi rilancia e la curiosità ci coglie: a cosa avremmo dovuto fare caso?

«Nonostante sia uno dei manager di maggior prestigio -risponde con l’arguzia toscana – Patrick riesce ad essere amico di tutti. Non se la tira, ha sempre una battuta per chiunque. Conosce tutti e si ricorda di tutti. A distanza di tanti anni, ha un carisma incredibile. “Sono il manager – dice spesso – ma so anche stare con la squadra”. Si è circondato di persone fatte a sua immagine e trasmette loro la sua personalità. In questo modo la squadra ha sempre l’ambiente giusto».

Flavio Zappi e la sua accademia per il ciclismo

18.01.2023
7 min
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Pagare per correre o correre pagando. Viviamo l’epoca di un ciclismo dove si vedono talenti rinunciare e ritirarsi da carriere brillanti in età premature, le chiavi di lettura sono infinite. Pochi giorni fa Thibaut Pinot ha annunciato il suo ritiro dicendo: «Ora sono pronto per la vita intera».

Quella di Flavio Zappi e la sua Racing Team Cycling Academy è una storia interessante che merita di essere raccontata. Il suo scopo è quello di far sì che ragazzi di tutto il mondo provino a giocarsi le carte per realizzare il proprio sogno, invece che rinunciare e proseguire la vita con il peso di un rammarico. Per noi italiani è forse un concetto lontano, quasi incomprensibile. Trovare una squadra pronta a fare correre non è poi così difficile. Flavio però pensa che ci siano realtà che nemmeno con il talento sportivo riescono a trovare i mezzi per mettersi in mostra. Ed ecco che la sua idea di ciclismo inizia ad avere senso…

Lo Zappi Racing Team quest’anno conta ben 17 atleti
Lo Zappi Racing Team quest’anno conta ben 17 atleti

Siamo andati a vedere da vicino questa realtà, che da quest’anno avrà base fissa nell’Hotel Villa delle Fonti, che ha comprato e cui a brevissimo cambierà il nome. Flavio ci ha accolto con il suo entusiasmo carismatico e il suo italiano condito da una cadenza inglese dovuta all’esperienza di vita a Oxford dove tutto è nato. Abbiamo bussato alla porta senza pregiudizi, ma con l’intento di ascoltare la storia di un uomo e della sua idea di ciclismo. 

Flavio perché hai aperto questa accademia?

Non lo faccio per soldi. Sono ormai 10 anni che non penso più al guadagno, sono successe delle cose in famiglia che mi hanno fatto arrivare a questo pensiero, in più ho la passione per il ciclismo. Ho 63 anni. Questo progetto con Maria Arroyo mi dà una linfa in più per vivere. 

Come mai Riolo Terme?

Prima di questa base fissa, la nostra era una vita da “zingari” tra Cesenatico, Borello, Cervia… Bellissimo, ma una confusione continua. Più che altro per i ragazzi spostarsi ogni tre mesi era difficile dal punto di vista logistico. Cercavo un albergo a tutti i costi, qualcosa di solido alle spalle, un punto fermo. La mia idea principale era il mare, però i prezzi sono esorbitanti e gli edifici sono scadenti. Parlandone con Marco Selleri è venuta fuori questa possibilità su collegamento di Davide De Palma che organizza il Rally di Romagna. E si è presentata questa opportunità di avere base fissa qui a Riolo Terme. La zona si presta bene agli allenamenti e le strade sono belle.

Che progetti avete per l’hotel?

Pensiamo di ricavarci uno spazio per ciclisti oltre che per la squadra. Vengo da un’esperienza a Oxford dove avevo cinque caffè. Qui voglio farne uno per ciclisti, con un meccanico a disposizione, e creare spazi appostiti per appassionati dove fermarsi e guardare il Giro o il Tour. Per realizzare tutto ci vorrà almeno un anno.

Facciamo un passo indietro, chi è Flavio Zappi?

Ho fatto un breve periodo da professionista. E’ stata una scelta mia, non volevo essere coinvolto in quello che di lì a poco sarebbe stato il periodo nero del ciclismo. Me ne sono accorto e ne sono uscito subito. Mi ricordo bene quando dissi che a cinquant’anni sarei voluto essere ancora vivo. Si pasticciava troppo così mi ritirai a 25 anni e fu una grossa delusione. Sono rientrato 15 anni dopo. Decisi di rimettermi in sella per fare un po’ di attività e dopo sei mesi correvo insieme ai dilettanti inglesi, là non c’è limite d’età. Poi ho fatto un club, in uno dei caffè che avevo.

Da dove viene la passione per il ciclismo?

E’ partita dalla Colombia (dice rivolgendo lo sguardo verso Maria, anche lei colombiana, ndr). I miei genitori avevano un albergo a Tradate, vicino a Varese. Nel ’71 c’erano i campionati del mondo su pista. La nazionale colombiana alloggiava nel nostro albergo. Quella del famoso “Cochise” Rodríguez che vinse poi il campionato del mondo inseguimento. Insieme a mio fratello, anche lui appassionato, rubammo le bici dal garage e andammo a un giro. La prima sensazione che ricordo fu quella della velocità di quelle bici così futuristiche. Da lì iniziò tutto: allievo, juniores e così via. 

Maria Arroyo si occupa di tutta la parte organizzativa e del design della squadra
Maria Arroyo si occupa di tutta la parte organizzativa e del design della squadra
Torniamo ai giorni d’oggi e al tuo progetto. Come vede la gente il tuo modo di fare ciclismo?

Ho avuto parecchie critiche inizialmente, mi hanno puntato il dito contro e hanno detto: «Tu fai pagare i ragazzi per correre». Io sto dietro i ragazzi da febbraio a ottobre, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Alle corse, quando cadono, quando piangono. Quando un corridore cade in allenamento, va al pronto soccorso e trova mamma e papà al suo fianco. Qui ci sono io e questo non ha prezzo. Oltre a quello c’è tutta la crescita formativa. I ragazzi devono crescere imparando tutti gli step di questo sport. Si fanno briefing, si parla. Un diesse li porta alle corse e li vede in allenamento, oppure direttamente alla corsa dopo. E’ un approccio olistico, dall’alimentazione, alla posizione in bici, alla tattica. Secondo me non ha prezzo. Se dovessi veramente farlo per soldi, dovrei fare pagare quello che chiedono in altri sport e cioè cinque volte di più. Io non nascondo che faccio pagare circa 14/15 mila euro all’anno. Altri sport come tennis, sci e altri hanno accademie dove si parla di 50 mila euro in tre mesi. 

Come rispondi a queste critiche?

Io lo faccio così e questo è il mio pensiero. Corridori come James Knox, oggi alla Soudal-Quick-Step, Mark Donovan, alla Q36.5 Pro Cycling Team, e Charlie Quarterman, al Team Corratec, sono delle realtà che sono partite da zero. Posso fare una dozzina di nomi di ragazzi che in questi 10 anni hanno trovato la loro strada. E’ facile prendere un talento e vincere. I ragazzi che ho avuto io hanno tutte storie uniche.

Zappi con le maglie disegnate da Maria Arroyo, qui quella con la bandiera caraibica
Le maglie disegnate da Maria Arroyo, qui quella con la bandiera caraibica
Com’è partito tutto?

La mia idea iniziale era quella di fare il Tour de France a 50 anni. La mattina mi svegliavo, mi guardavo allo specchio e dicevo: «Sono tornato». Mi sentivo forte e lo ero. Facevo ricerche su chi fosse il più vecchio a fare un grande Giro, ero impazzito. Finché uno dei miei amici con cui mi allenavo a Oxford, un professore che tra l’altro mi ha fatto capire tante cose sui test del lattato già 15 anni fa, mi fece cambiare idea. In uno dei momenti dove mi sentivo più orgoglioso e motivato, mi disse: «Flavio smettila, i ragazzini in fondo hanno bisogno di te». Così iniziai a pensare a loro e a portarli a correre, mettendomi al loro servizio. 

Oggi la tua squadra conta 17 atleti da 6 diversi Paesi…

Sì e la mia idea è di rendere tutto ancora più cosmopolita. L’anno del Covid sono scappato e mi sono rifugiato ai Caraibi con un mio caro amico e la moglie. Inevitabilmente abbiamo iniziato a cercare il ciclismo anche lì. Così abbiamo sponsorizzato due ragazzi a fare la stagione in Italia. Chiaramente la cosa ha creato interesse, fino a che due di loro hanno chiesto di fare una stagione qua, non hanno i soldi per farlo, così le federazioni pagano per loro. Abbiamo quindi creato un ponte che arriva fino a Cuba. Quest’anno abbiamo anche più italiani, siamo arrivati a quattro. Tra questi c’è una mia sfida, Andrea Cantoni, un ragazzo con molta potenzialità e forza, credo molto in lui. Abbiamo anche fatto una collaborazione con una squadra colombiana. L’unica squadra colombiana gestita da una donna. Facciamo uno scambio, due ragazzi vanno là per tre mesi e due vengono qua.

Saranno quattro gli italiani al via in questa stagione nella squadra di Zappi
Saranno quattro gli italiani al via in questa stagione nella squadra di Zappi
Non credi che l’Italia sia il posto più difficile per questo tipo di fare ciclismo?

Quando abbiamo deciso di correre in Italia, ho cominciato a bussare a qualche porta: in Inghilterra mi dicevano che correvo lontano da casa, in Italia mi dicevano che i corridori erano stranieri. Così ho comunicato ai ragazzi che se avessero voluto li avrei guidati io, ma che si sarebbe dovuto fare alla romana. Oggi invece che stiamo diventando una realtà cosmopolita, l’interesse cresce e la nostra squadra vanta corridori da tutto il mondo. Ci guardano in molti e chissà cosa ci riserva il futuro

In base a cosa Flavio Zappi definisce una stagione positiva?

Dal punto di vista dei risultati, si misura in termini di vittorie. Si pesa anche in base a quanti ragazzi sono passati al professionismo. Per me tuttavia il risultato è vedere che i ragazzi anche se non sono andati bene, hanno capito se questa era la loro vita o no. Vederli iniziare una vita serena per me è un risultato altrettanto gratificante. Ho l’esempio di un ragazzo che ha fatto un’esperienza con noi e ora lavora in un’ambasciata. Altri che mi ringraziano tuttora per la possibilità che gli ho dato e che gli è servita per quello che sono diventati ora. Diventare professionisti non vuole dire realizzarsi per forza. I ragazzi qui capiscono anche che strada può prendere la vita senza che sia tutto o niente. Ma questo dovrebbe essere così anche altrove e purtroppo non lo è. Mi piacerebbe lo fosse…