ESCLUSIVO / Pogacar, ultima rifinitura prima della sfida

20.06.2023
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SESTRIERE – L’ultima pedalata in altura di Tadej Pogacar prima del Tour de France. Una nebbiolina avvolge il Colle mentre nelle grandi città già si boccheggia per il caldo estivo, scoppiato con qualche settimana di ritardo. Le 9 sono passate da qualche minuto e, quando entriamo all’Hotel Lago Losetta, troviamo il Uae Team Emirates seduto a tavola per colazione

Si ride e si scherza e il re delle Grande Boucle 2020 e 2021 ha il volto disteso mentre dialoga con il team manager Joxean Fernandez, per tutti “Matxin”, prima del blando allenamento che l’attende al termine di un fitto periodo di raduno. Al suo fianco ci sono alcuni dei fidi gregari che lo scorteranno al Tour de France, dal polacco Rafal Majka allo spagnolo Marc Soler, passando per gli ultimi arrivati in squadra in questo 2023: Adam Yates, reduce da un buon Delfinato, e il campione austriaco Felix Grosschartner. 

Prima dell’allenamento, due parole con Matxin, che sta seguendo la ripresa di Pogacar (foto Matteo Secci)
Prima dell’allenamento, due parole con Matxin, che sta seguendo la ripresa di Pogacar (foto Matteo Secci)

Due parole con Matxin

I corridori si avviano in stanza per prepararsi all’allenamento, mentre Matxin si intrattiene con noi e risponde alla domanda più in voga del momento tra gli appassionati del pedale e non solo: come sta Pogacar?

«Bene – risponde – la sua condizione sta crescendo. Abbiamo fatto un ritiro a Sierra Nevada, poi abbiamo svolto una ricognizione delle tappe della terza settimana del Tour e, per non andare di nuovo a Sierra, anche per motivi logistici, siamo venuti qui. Ora farà le due gare del campionato nazionale e poi si parte per il Tour de France». 

Sestriere fortunata

Nella scelta del Sestriere chissà che non abbia pesato anche la cabala, come scherza il proprietario della struttura e direttore del Sestriere Sport Center, Gianfranco Martin.

«E’ la terza volta che vengono qui da noi – racconta con un sorriso l’ex sciatore azzurro, vincitore dell’argento in combinata ad Albertville 1992 – e le ultime due volte, nel 2020 e nel 2021, direi che è andata bene. Ieri sera, insieme al sindaco di Sestriere Giovanni Poncet, gli abbiamo regalato il gagliardetto e il libro dei 90 anni del Comune: speriamo che Sestriere porti bene anche stavolta».

Izoard per quattro

Il meccanico della squadra Gabriele Campello ci mostra l’itinerario dell’allenamento odierno che prevede il Monginevro e poi l’Izoard dal versante di Guillestre, rientrando poi su Sestriere da Briancon per un’uscita che supererà le cinque ore. Alle 10,38 si apre la porta del garage e spuntano fuori Soler, Grosschartner, Majka e un imbardato Yates. Tadej non c’è, ma nessun allarme: oggi soltanto un po’ di scarico, prima delle due fatiche dei campionati sloveni che fungeranno anche da test per il Tour. Quattro chiacchiere pre-partenza, tempo di impostare la traccia sul ciclocomputer e poi il gruppetto Uae scompare nella nebbia che ormai va diradandosi. 

Ecco Tadej

Alle 11,08, la porta del garage dell’hotel Lago Losetta si riapre e stavolta spunta un ciuffetto inconfondibile. Rispetto ai compagni, Tadej tira dritto, solleva la zip dell’antivento e si lancia in picchiata in direzione Cesana. Il suo menù odierno è decisamente più blando dopo una settimana e mezzo su e giù per le montagne. Stavolta niente Izoard, ma una girata in direzione Oulx e Val di Susa per testare la gamba. La faccia, una volta indossato casco e occhiali, non è più quella sorridente della colazione, ma concentrata e focalizzata sull’imminente campagna francese. L’obiettivo è ben fisso nella mente e ha un solo colore: il giallo

Per Pogacar allenamento di un’ora e mezza, restando sul territorio italiano (foto Matteo Secci)
Per Pogacar allenamento di un’ora e mezza, restando sul territorio italiano (foto Matteo Secci)

La squadra è fatta

I giochi ormai sono fatti per il Tour, ce l’ha confermato un’oretta prima anche Matxin, che non si è sbilanciato sui nomi, pur sorridendo alle domande sul baby fenomeno Ayuso.

«I corridori – ha spiegato – sanno già chi è in squadra e chi è riserva e stasera facciamo l’ultima riunione operativa con il gruppo Tour, per cui arriveranno anche i direttori sportivi Andrej Hauptman, Marco Marcato e ci sarà anche Simone Pedrazzini. Facciamo un briefing tranquilli prima di cena e domani Tadej va direttamente in Slovenia».

Dopo quest’ultimo allenamento, domani Pogacar andrà in Slovenia per il doppio campionato nazionale: crono e strada (foto Matteo Secci)
Domani Pogacar andrà in Slovenia per il doppio campionato nazionale: crono e strada (foto Matteo Secci)

Via il tutore

Il particolare che salta subito all’occhio ammirando pedalare il vincitore di quattro Monumento (l’ultima la scorsa primavera, il Fiandre) è che il suo polso sinistro non è più coperto dal tutore che l’ha accompagnato nelle ultime settimane, soprattutto nelle uscite con la bici da crono. Un ulteriore segnale che l’asso sloveno si sta tirando a lucido in vista della sfida con Jonas Vingegaard.

Basta un leggero cavalcavia della Valsusa per vedere che il colpo di pedale è quello di chi promette spettacolo al Tour e ha tutte le intenzioni di riprendersi il trono. La caduta della Liegi-Bastogne-Liegi sembra ormai un lontano ricordo, laggiù all’orizzonte, dietro alle Alpi, si possono quasi scorgere i Campi Elisi.

Andorra e ritorno, con Bettiol fra Grande Boucle e futuro

20.06.2023
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Lunedì (ieri), giorno di viaggio. Alberto Bettiol è in auto di ritorno da Andorra, dove ha partecipato assieme a Carapaz all’ultimo ritiro della Ef Education-Easypost prima del Tour. La strada come sottofondo per raccontare come sia passato il tempo fra il Giro d’Italia e la prossima sfida francese. Dal suo ragionare toscano e schietto tira fuori a volte osservazioni di una lucidità impressionante e in altre sembra perdersi lui per primo.

Al Giro ci sei arrivato dopo 40 giorni senza corse e ne sei uscito forte.

Sono andato con l’idea di far fatica, perché purtroppo non mi sono preparato nel migliore dei modi. Invece nella seconda e nella terza settimana mi sono ritagliato i miei spazi. Purtroppo ho saltato la prima parte di stagione e dovevo correre per arrivare al Tour nel migliore dei modi, però volevo cogliere anche l’opportunità del Giro d’Italia per fare bene. Non mi aspettavo di arrivare così vicino a vincere. E a quel punto, quando ci arrivi così vicino e non vinci, poi ti girano le scatole.

Bettiol è arrivato al Giro dopo 40 giorni senza correre, ma nella seconda e terza settimana ha trovato la gamba
Bettiol è arrivato al Giro dopo 40 giorni senza correre, ma nella seconda e terza settimana ha trovato la gamba
Cosa hai fatto nelle settimane successive?

Dopo il Giro sono tornato a casa due giorni, a Lugano, perché Greta doveva lavorare, poi il giovedì siamo andati a Livigno, a Trepalle. E’ stato un mix fra recupero mentale e fisico e allenamento. Poi però mi ha chiamato la squadra. Charlie (Wegelius, diesse del team americano, ndr) mi ha chiesto venire a questo ritiro, che non era in previsione per me, avendo fatto il Giro e dovendo poi andare al Tour. L’obiettivo era di stare tranquillo a Livigno, ma era giusto partecipare. Siamo andati tutti noi del gruppo Tour assieme a Carapaz. Ho preso la macchina e sono partito.

Livigno-Andorra, quasi 1.300 chilometri alla guida…

C’ero già stato l’anno scorso e per il tipo di viaggio, mi veniva meglio guidare. Sono circa 8 ore e l’ho voluto fare, perché comunque Richard, che sarà il nostro capitano, è un bravo ragazzo e un campione. Andiamo al Tour con delle buone prospettive, quindi era giusto dare anche il mio supporto, per quanto piccolo, un segnale. Ci siamo allenati molto bene in questa settimana e mezzo…

Si parla tanto dei 30 giorni fra Giro e Tour, se correre oppure no…

Fra una settimana esatta partiamo per la Francia, questo tempo mi è volato. Il fatto di correre o meno è una scelta abbastanza personale. Mettetevi nei miei panni, dopo il Giro praticamente ho ricominciato un altro Giro. Questo ciclismo va fatto così, altrimenti è meglio non farlo.

In questo ciclismo veloce, spiega Bettiol, è difficile venire fuori bene come Nibali dopo i 30 anni
In questo ciclismo veloce, spiega Bettiol, è difficile venire fuori bene come Nibali dopo i 30 anni
Così, come?

Ti devi completamente annullare e c’è poco tempo per fare altro. Devi dedicarti completamente a questa disciplina. Devi costruirti intorno un ambiente che te lo permette e che ti lasci stare tranquillo. Prima era diverso, il gruppo era come una famiglia. C’era più dialogo, più rispetto, si prendevano le decisioni insieme. Invece ora ci sono mille cose cui pensare, c’è anche più stress.

Perché?

Perché semplicemente ci sono più corridori di quando correva, per esempio Andrea Tafi (padre della sua compagna Greta, ndr), ma anche di quando correva la generazione successiva alla sua, quindi quella di Bartoli e Bettini. Ci sono più corridori, però sempre lo stesso numero di squadre. Ci sono sempre più giovani e giovanissimi che bussano alla porta. E una squadra ci pensa due volte prima di far rinnovare per esempio il contratto a un trentunenne. Io sono a posto fino al 2024, il tema mi riguarderà dal prossimo anno. Nibali ha dichiarato di aver avuto gli anni migliori dopo i trenta, adesso non è più così.

Come ci si difende?

Ho due gambe e due braccia e come tutti, sono umano e mi rendo conto che ho bisogno di stare un po’ a casa tranquillo per ricaricarmi e dare poi il meglio di me al Tour de France. Sono già due o tre anni che non faccio il campionato italiano, senza il ritiro di Andorra sarei andato. Sono il primo a esserne dispiaciuto, anche perché quest’anno sarebbe adatto a me e io sto andando discretamente, però ho preferito così.

Bettiol è professionista dal 2014. Eccolo con Marangoni ai tricolori di quell’anno vinti da Nibali su Formolo
Bettiol è pro’ dal 2014. Eccolo con Marangoni ai tricolori vinti da Nibali su Formolo
A ottobre compirai trent’anni, pensi davvero che cambierà qualcosa?

Come si diceva prima, a trent’anni si è abbastanza… vecchiotti. Mi sento che sono meno gli anni che ho davanti rispetto a quelli che ho passato e questa è una cosa nuova e innegabile, non credo di poter correre per altri 10 anni. Quindi ci si rammarica ancora di più quando si perdono delle occasioni. Ho il senso del tempo che sta per finire e ogni lasciata è persa, mentre prima non ci pensavo, non lo mettevo in conto. Insomma, pensavo di essere eterno. Pensavo che questo ciclismo fosse tutta la mia vita, invece si cresce, si diventa grandi, si ragiona. E adesso mi arrabbio con me stesso quando manco un’occasione. 

A proposito di occasioni, l’anno scorso hai lasciato il Tour con il secondo posto di Mende. Tutto il giorno in fuga tirando per altri, invece eri tu il più forte…

Quella è stata una combinazione di fattori. Non mi aspettavo di andare così forte nel finale. Avevo anche un problema al ginocchio che alla fine è anche passato. E’ andata così. L’anno scorso era un Tour improntato sulla caccia alle tappe, cercavamo di fare punti per il ranking WorldTour. Quest’anno sarà un po’ diverso, almeno in partenza. Andiamo in Francia con l’obiettivo di supportare al 1.000 per mille Richard Carapaz e il discorso delle tappe verrà dopo, qualora lui non ci desse garanzie in classifica.

Quindi tutti allineati e coperti?

La priorità è questa, l’hanno detto da subito. Magnus Cort Nielsen vorrebbe vincere una tappa al Tour e provare a fare tripletta alla Vuelta, ma hanno detto anche a lui che quest’anno si lavora per la classifica. Se però mi daranno carta bianca per un giorno, cercherò come sempre di farmi trovare pronto.

E’ il 16 luglio 2022, 14ª tappa del Tour: a Mende il secondo posto che sa di beffa alle spalle di Matthews
E’ il 16 luglio 2022, 14ª tappa del Tour: a Mende il secondo posto beffardo alle spalle di Matthews
C’è entusiasmo anche nel partire sapendo di dover tirare, con le possibilità individuali così ridotte?

Mi entusiasmo tanto quando c’è da fare il Tour de France, perché ho già visto iI podio di Parigi con Uran nel 2017. Mi emoziono quando un mio compagno vince, è come se avessi vinto io e questo forse è anche un mio limite. Sono molto altruista e a me questa cosa di lottare per la vittoria del Tour o comunque per un podio mi gasa tanto.

Si può dire, parlando di te, che il Tour diventa poi un bel lancio sul mondiale? 

Avevo degli obiettivi chiari quest’anno. Uno era la campagna del Nord, ma purtroppo è saltata perché mi sono ammalato pesantemente. A quel punto è venuto fuori il Giro, ma il Tour è rimasto perché è un obiettivo e anche l’avvicinamento migliore per il mondiale. Ne abbiamo sempre parlato con Daniele (Bennati, ndr), lui ovviamente è a conoscenza di questo ed è molto felice.

Tanto made in Italy nella Drali Ametista della Sias-Rime

20.06.2023
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MORBEGNO – La mattina della tappa più impegnativa di questo Giro Next Gen abbiamo avuto modo di curiosare tra le bici dei team. Ci siamo soffermati su quelle della Sias Rime: gli atleti della squadra bresciana utilizzano infatti bici Drali. Una livrea semplice ed accattivante ed un design votato all’aerodinamica. Senza, tuttavia, trascurare la prestazione anche quando la strada sale. Il telaio, fasciato, è realizzato utilizzando il carbonio HM-M45J. Il peso è comunque moderato: la bilancia si ferma infatti a 960 grammi.

Dennis Lock, corridore danese classe 2001 della Sias Rime, in azione sulla Drali Ametista
Dennis Lock, corridore danese classe 2001 della Sias Rime, in azione sulla Drali Ametista

Le geometrie

Per entrare ancor di più nell’ambito tecnico abbiamo deciso di parlare della bici Drali Ametista con un corridore. A fare da guida c’è Dennis Lock, scalatore danese al suo primo anno in Italia. Le misure del telaio sono votate alla competizione, ma non estreme: la taglia 53 prevede un reach di 381 millimetri ed uno stack di 535 millimetri.  

«Si tratta di una bicicletta a tutto tondo – racconta Lock – mi piacciono molto le geometrie ed il disegno. Queste caratteristiche rendono la bici molto maneggevole e molto agile nelle discese. Il trasferimento di potenza è buono, considerando che il carro posteriore è basso e ciò lo agevola molto. Il peso, nonostante la bici abbia caratteristiche aero, è contenuto, così da essere prestante anche sulle salite».

A testimonianza di quel che dice il corridore ci sono le prestazioni, il danese ha infatti terminato il Giro Next Gen in 15ª posizione. Nelle due tappe più impegnative: Stelvio e Pian del Cansiglio, è riuscito a piazzarsi sempre nella top 20. 

Pronta a partire per la tappa dello Stelvio. Il danese Lock sarà 19° a 3’31” da Staune-Mittet
Pronta a partire per la tappa dello Stelvio. Il danese Lock sarà 19° a 3’31” da Staune-Mittet

Componenti

Spesso però sono i dettagli a fare la differenza, con delle scelte tecniche, da parte di Drali, che sposano bene il carattere competitivo del team Iseo Sias Rime. Una delle parti fondamentali, ovvero il movimento centrale, è studiato per avere una maggiore scorrevolezza ed una grande reattività. Drali per fare ciò ha utilizzato il T47 inboard da 85.5 millimetri.

«Utilizzo l’Alanera di Deda – aggiunge Lock – un manubrio integrato che mi ha aiutato a trovarmi bene con le geometrie della bici. Come gruppo abbiamo lo Shimano Ultegra a 12 velocità: con 11-30 alla cassetta posteriore e 53-39 per le corone anteriori. Con una scala di rapporti così ampia si riesce ad affrontare ogni pendenza e qualsiasi salita. I freni, chiaramente, sono a disco con misure standard: 160 millimetri davanti e 140 millimetri dietro.

«Le ruote – conclude il danese – sono le Deda SL con profilo da 45 millimetri. Solo nelle cronometro utilizziamo all’anteriore lo stesso modello ma con profilo da 62 millimetri. I copertoni sono i Vittoria Next, tubeless, con doppia scelta: 26 millimetri oppure 28. Abbiamo visto insieme ai meccanici che queste misure sono le migliori per scorrevolezza. Per quanto riguarda le selle, infine, Selle Italia ci fornisce i suoi migliori prodotti, io utilizzo la SLR». 

Carapaz e quei denti un po’ troppo stretti al Delfinato

20.06.2023
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Dopo David Gaudu ed Enric Mas è Richard Carapaz il terzo deluso del Delfinato. Il campione olimpico ha chiuso 36° nella generale ad oltre 35′ da Jonas Vingegaard. Dati preoccupanti in vista del Tour de France.

La stagione del corridore della EF Education-Easy Post è stata tutta un’altalena. Una vittoria e una battuta d’arresto. Ma se nei mesi precedenti tutto sommato le cose erano sotto controllo, adesso che il tempo stringe è allarme rosso. O quantomeno arancione.

Carapaz (classe 1993) vince il Mercan’Tour pochi giorni prima del Delfinato. Sin ad oggi solo 24 giorni di corsa per il campione ecuadoriano
Carapaz (classe 1993) vince il Mercan’Tour pochi giorni prima del Delfinato. Sin ad oggi solo 24 giorni di corsa per il campione ecuadoriano

Altalena 2023 

Carapaz ha esordito vincendo il titolo nazionale a febbraio, poi ha avuto una forte tonsillite. E’ arrivato tardi in Europa ed è quasi sempre stato costretto ad inseguire la condizione, tanto da saltare le Ardenne. Dopo i Paesi Baschi infatti c’è stato ancora uno stop per l’ecuadoriano.

Ma quando è rientrato a fine maggio ha vinto la Mercan’Tour Classic Alpes-Maritimes. Okay, non è una gara di primissimo piano, ma aveva dato pur sempre ottimi segnali.

Segnali che lui stesso aveva interpretato così: «Questa vittoria – aveva detto Carapaz – mi dà fiducia in vista del Tour. Adesso so di essere sulla strada buona e che devo continuare così al Delfinato».

Polveri bagnate 

E al Delfinato in effetti ha continuato ad attaccare, come del resto è nel suo Dna, ma il risultato non è stato lo stesso.

E’ stato proprio Richard ad aprire le danze tra i big sulla salita finale della quinta frazione. Salvo poi rimbalzare pesantemente. Eppure era partito bene con un secondo posto, nella seconda frazione. Ma forse sono stati proprio questi risultati a portarlo fuori strada.

In casa EF sembrano tranquilli. Voci non ufficiali hanno parlato di un calo prevedibile dopo cinque giorni di corsa a questi livelli. In fin dei conti era un bel po’ che Carapaz non si scontrava con certi avversari.

Però qualche dubbio resta, come per esempio nella tappa contro il tempo. Okay, Carapaz non è un cronoman e si trattava di una frazione per specialisti, però ha incassato oltre 2’30”, facendo peggio persino di Bernal e soprattutto di Gaudu che è meno cronoman di lui.

E nell’ultima frazione ha incassato mezz’ora, arrivando con l’ultimo gruppetto, scortato dal fido Amador e da Arcas. E’ chiaro che non era il corridore che conosciamo.

Anche la stampa sudamericana non è stata benevola. «Carapaz ha avuto grosse difficoltà, adesso avrà tempo di recuperare per il Tour?». E ancora: «Non è il Carapaz che c’era alla Movistar e che è arrivato alla Ineos Grenadiers».

Sui Pirenei Carapaz ha testato delle nuove ruote Vision e anche un materasso a temperatura controllata (foto EF Education-Easy Post)
Sui Pirenei Carapaz ha testato delle nuove ruote Vision e anche un materasso a temperatura controllata (foto EF Education-Easy Post)

Da Andorra al Tour

Dalla squadra non giungono commenti e neanche Richard ha rilasciato grosse dichiarazioni dopo Delfinato. Durante la corsa continuava a dire di lottare, ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo le gambe.

Tuttavia una chiave di lettura corretta si può ricostruire dalle parole di Nate Wilson, performance manager della EF. Wilson sostanzialmente aveva detto che Carapaz e i suoi compagni avevano lavorato bene e duramente a Font Romeu, località pirenaica a 1.800 metri di quota. Aveva aggiunto che era importante arrivare al Delfinato se non proprio al 100 per cento, quasi. Altrimenti si sarebbe usciti da questa corsa peggio di come la si era iniziata.

E allora è lecito ipotizzare che una volta visto che certi fuorigiri stavano diventando dei boomerang, Carapaz e il suo staff abbiano deciso di “alzare il piede dall’acceleratore” e abbiano pensato solo a concludere la corsa, facendo un blocco di lavoro, come si usa dire oggi.

Nei giorni scorsi Carapaz è salito di nuovo in altura, ad Andorra, con alcuni compagni di squadra. 

«In questo camp – ha dichiarato Wilson – il primo step è stato il recupero. Poi abbiamo iniziato a fare l’ultimo piccolo blocco prima del Tour: grandi salite, anche dietro allo scooter per fare del buon ritmo gara».

Basterà? Lo capiremo tra pochi giorni sulle strade del Tour.

Bora al Tour con due debuttanti: Hindley e Gasparotto

19.06.2023
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Prossima fermata il Tour. Enrico Gasparotto è appena rientrato da una settimana di vacanze in Grecia con sua moglie Anna, anche se gli ultimi tre giorni non sono stati come se li aspettava. La morte di Gino Mader lo ha colpito molto da vicino. I due erano molto uniti. Avevano diviso la stanza alla Vuelta del 2020, erano stati compagni di nazionale agli europei di Trento e lo svizzero è stato uno dei pochi corridori ospiti per cena a casa del friulano. Aver vissuto la tragedia a così tanti chilometri e assieme a sua moglie gli ha permesso di metabolizzarla meglio: se fosse stato anche lui in Svizzera, probabilmente ora non avrebbe neppure la forza di parlarne. L’obiettivo del discorso è tuttavia il Tour, in cui Enrico debutterà sull’ammiraglia, al pari di Hindley che ci metterà per la prima volta le ruote.

Gasparotto, qui con Jungels, è il tecnico che nel 2022 ha vinto il Giro con Hindley
Gasparotto, qui con Jungels, è il tecnico che nel 2022 ha vinto il Giro con Hindley
Che tipo di sensazioni hai su Hindley e il suo avvicinamento al Tour?

La formazione ufficiale la stanno decidendo in queste ore, non è ancora tutto deciso. Di certo andiamo sia con uno sprinter sia con Jai Hindley, che ovviamente avrà ambizioni di classifica. Ha puntato tutto sul Tour, ha avuto un avvicinamento in costante crescita, simile a quello del Giro 2022. La programmazione è stata abbastanza soft a inizio anno, per andare poi in crescendo. Tra gare, ritiri in altura e ancora gare, credo che le performance al Delfinato abbiano dato dei segnali positivi (in apertura, l’australiano terzo sul traguardo della Croix de Fer, ndr).

Obiettivo podio?

Siamo tutti realistici e lui anche più di noi. Vingegaard e Pogacar probabilmente sono di un altro livello, però credo che dietro di loro ci sia una bella lotta alla pari per quello che resta. Quindi bisogna inserirsi e credo che questo sia l’obiettivo primario per Jai.

Higuita, altro uomo per il Tour, è passato per il Giro di Svizzera (qui con Fabbro)
Higuita, altro uomo per il Tour, è passato per il Giro di Svizzera (qui con Fabbro)
La Groupama lascia a casa Demare per puntare al podio, voi portate il velocista. Chi ha ragione?

L’esperienza del Giro 2022 è abbastanza significativa, no? Kamna ha vinto la quarta tappa sull’Etna e ha portato molta tranquillità e serenità all’ambiente. Quest’anno siamo partiti al Giro per far classifica con Vlasov e Kamna, quindi concentrandoci solo su quello. Vedendo però che al Tour ci sono potenzialmente otto sprint, è normale che l’idea sia stata quella di dividere la squadra in due. Non sta a noi fare la corsa in montagna, perché si è visto dallo scorso anno che se ne fanno carico la Jumbo e la UAE. Se hai le forze per stare con loro il più a lungo possibile, riesci ad arrivare al podio. Detto questo e volendo dare un supporto al velocista, porteremo 2-3 uomini in più, che gli siano d’aiuto nei finali affollati.

Corridori che all’occorrenza lavoreranno anche per Hindley?

Certo. Possono aiutare Jai, a lui non togliamo niente. L’anno scorso abbiamo fatto la stessa cosa, portando Sam Bennett, con Vlasov che alla fine ha chiuso al quinto posto.

Hindley arriva al Tour dopo due blocchi di corse e altura: un percorso simile a quello del Giro 2022
Hindley arriva al Tour dopo due blocchi di corse e altura: un percorso simile a quello del Giro 2022
Il Tour si presta a invenzioni tattiche di qualche tipo?

Parto per la Francia completamente inesperto, perché da corridore il Tour l’ho fatto una sola volta e da direttore mai. Le dinamiche non sono quelle del Giro, quindi anche per me è un’esperienza nuova. Era lo stesso lo scorso anno al Giro come direttore, però se non altro il Giro lo avevo corso 10 volte da corridore. In Francia non sarò il tecnico responsabile, andrò in appoggio. Il Tour di quest’anno parte subito cattivo, già dopo 5 giorni potrebbero essere tutti al loro posto e questo toglie l’inventiva. Se prendi una randellata in avvio, poi è difficile inventarsi qualcosa.

Perché? Non si può studiare il percorso e provare?

Pogacar e Vingegaard hanno dimostrato sul campo quanto sono forti, perciò c’è in tutti la voglia di capire a che punto siano rispetto a loro. E questo frena gli slanci, diciamo così. I sopralluoghi li hanno fatti gli altri direttori. Dopo il Giro dei Paesi Baschi, sono rimasti a fare ricognizioni con tanto di video e prova percorso. Poi i ragazzi sono andati in ritiro a Tignes e sono ancora in altura, approfittando della vicinanza delle tappe alpine. Le hanno fatte in bici prima e dopo il Delfinato. Gli scalatori torneranno giovedì dall’altura, invece con gli sprinter abbiamo fatto un ritiro a parte.

Al Delfinato, Hindley ha corso finché ha potuto al pari di Vingegaard e Yates, chiudendo quarto
Al Delfinato, Hindley ha corso finché ha potuto al pari di Vingegaard e Yates, chiudendo quarto
Eppure, dopo la tappa di Torino 2022, tutti si aspettano da te l’invenzione. E’ una pressione che avverti?

Me la sono sentita al Giro, perché già prima della tappa di Bergamo mi venivano fatte più domande del solito. E’ anche vero che certe cose puoi farle nel momento in cui hai la possibilità e gli uomini giusti. Durante le mie ricognizioni, ho sempre sognato che la tappa di Forno di Zoldo fosse l’ideale per fare un gran danno e vedendo come è andata, me ne sono convinto anche di più. Ma noi non avevamo già più Vlasov e Kamna era in fase calante. Al Tour non so cosa si potrà fare. Bisognerà vivere alla giornata e sperare di avere gli uomini in condizione…

Ansaloni, il viaggio della vittoria in Azerbaigian

19.06.2023
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Ha la voce raggiante e tanta voglia di raccontare, Emanuele Ansaloni di ritorno dall’Azerbaigian. L’ex Paese sovietico è stato teatro nella scorsa settimana dell’Aziz Shusha, corsa a tappe di 5 giorni nella quale il Team Technipes #inemiliaromagna ha fatto davvero scintille dominando la corsa, con il corridore di Molinella che ha vinto l’ultima tappa conquistando così anche la classifica generale.

Negli occhi di Ansaloni, più che la vittoria, le premiazioni, le feste per il successo sono altri gli aspetti che sono rimasti impressi. Soprattutto quelli legati ai posti dove si gareggiava ed è da lì che vuole iniziare il suo racconto.

Le larghissime strade di Baku, da dove la corsa ha preso il via
Le larghissime strade di Baku, da dove la corsa ha preso il via

«Conoscevo l’Azerbaigian solo per le immagini trasmesse in televisione tv da Baku – racconta Ansaloni tra l’altro autore delle foto extracorsa del servizio – quando si corre il GP di Formula 1. Quando siamo usciti dall’aeroporto ho visto una città sfarzosa, con grandi monumenti, insomma estremamente ricca. Ma quando la corsa ci ha portato fuori, è stato tutto un altro paesaggio. Paesi poveri, case dimesse, piccoli villaggi dove si fa fatica a sopravvivere e mi colpiva l’entusiasmo della gente al nostro passaggio, si vedeva che stavamo dando loro qualcosa di nuovo. Poi l’ultima tappa mi ha lasciato di sasso…».

Perché?

Ci siamo trovati a correre avendo i carri armati per spettatori, l’esercito in pieno assetto di guerra. Eravamo ai confini con l’Armenia e la tensione fra i due Paesi è sempre alta, fino a qualche anno fa c’era la guerra. Abbiamo fatto un viaggio in bici fra poli estremi e se è anche vero che quando corri fai fatica ad accorgerti di quel che c’è intorno, quelle sensazioni di angoscia mi sono rimaste impresse. A me piace gareggiare all’estero, conoscere culture diverse, ma non posso negare di essere rimasto molto colpito da quel che ho visto.

Oltretutto tu come i tuoi compagni non venivate da una situazione tranquilla, anzi…

Io di casa sono vicino pochi chilometri dalle terre colpite dall’alluvione della Romagna, ma per fortuna il mio paese non ha subìto danni. Ma è chiaro che da quei giorni le gare sono per noi molto diverse. Quando hai un nome come il nostro, porti in giro l’immagine della nostra terra. Faccio un esempio: appena dopo l’alluvione dovevamo correre il Matteotti. Non abbiamo neppure pensato di saltare la gara: al contrario, volevamo esserci e dare il 200 per cento per fare bene e vincere, lanciare un messaggio e lo abbiamo fatto (infatti ha vinto Nessler, ndr)..

Torniamo alla gara azera, che tipo di corsa era?

Quando siamo partiti pensavamo di trovarci ad affrontare una corsa abbastanza tranquilla, ma così non è stato. Intanto i percorsi presentavano lunghe strade tutte dritte, con anche tre corsie, ma non avevamo tenuto conto dei ventagli, inoltre alcune di esse erano vere e proprie salite anche di 3 chilometri con pendenze al 20 per cento. Insomma una gara che di tranquillo non aveva nulla, c’era da faticare…

Il podio finale con Ansaloni fra il kazako Remkhi 2° a 57″ e l’olandese Quaedvlieg 3° a 1’12”
Il podio finale con Ansaloni fra il kazako Remkhi 2° a 57″ e l’olandese Quaedvlieg 3° a 1’12”
Come livello di partecipazione?

Non era certo una corsa del WorldTour. C’erano un paio di squadre satelliti dell’Astana, alcune nazionali dell’Est Europeo o dell’Asia, ma anche team e corridori abbastanza forti, come il China Glory con il canadese Piccoli che ha fatto la Vuelta nel 2021. Tutti però inquadravano noi come i favoriti e infatti ci hanno dato battaglia. Il controllo della gara è toccato quasi sempre a noi .

Come sei arrivato alla vittoria?

Per me, al di là della vittoria è stata importante la prima tappa. Per colpa di un ventaglio mi sono trovato staccato e ci ho messo tempo a recuperare, dopo però ho indovinato la fuga buona, siamo arrivati in una decina con 3 minuti e mezzo sul gruppo. Avevo un bel bottino in tasca, dovevamo amministrare e così abbiamo fatto, costruendo la vittoria su quel capitale.

Il Team Technipes 1° in classifica, con anche Forques (FRA), Innocenti, Monaco, Nessler, Petrelli e il diesse Chicchi
Il Team Technipes 1° in classifica, con anche Forques (FRA), Innocenti, Monaco, Nessler, Petrelli e il diesse Chicchi
La sensazione è che sei andato sempre meglio…

Un po’ è vero. A dir la verità la stagione era iniziata anche abbastanza bene, chiaramente correndo con i pro’ fare risultato non era facile, ma alla mia prima gara nella massima categoria, il Trofeo Laigueglia ero comunque riuscito a centrare la fuga. Ho cercato di andare sempre all’attacco quando avevo possibilità di correre nella massima serie e quando mi ritrovavo a gareggiare fra gli under 23 sentivo buone sensazioni, ma poi sono andato in calando. All’Appennino ero tornato a far girare le gambe e in Azerbaigian tutto quel lavoro alla fine è venuto buono.

Ora che cosa ti aspetta?

Il campionato italiano professionisti, so che sarà una corsa durissima, ma voglio provare a mettermi in luce. D’altro canto se voglio guadagnarmi una chance in un grande team è l’unica strada che posso percorrere. Non ho un procuratore, cerco di far parlare i risultati, sperando che qualcuno li noti.

EDITORIALE / Sullo Stelvio tutti peccatori

19.06.2023
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Quello che è successo subito dopo la tappa dello Stelvio al Giro Next Gen, con 31 corridori squalificati per traino, fotografa perfettamente una serie di situazioni così emblematiche, che si potrebbe metterle in scena e ricavarne uno spettacolo teatrale.

Quarto giorno, lo Stelvio

Non era mai successo che gli under 23 arrivassero su una salita così importante, per giunta al quarto giorno. Ci fu il Fedaia come ultima tappa nel 2019, ma la Marmolada non è lo Stelvio. Eppure pochi, in sede di presentazione della corsa, si sono allarmati/interrogati sull’opportunità di piazzare un simile “moloch” a metà corsa. Nel folto gruppo degli squalificati non ci sono solo italiani , ma anche 8 stranieri di squadre blasonate. Di solito il primo arrivo in salita serve a scremare la classifica, lo Stelvio l’ha decisa.

Si capisce che se una società riceve l’incarico di organizzare la corsa a metà febbraio e abbia da gestirne contemporaneamente altre tra cui UAE Tour, Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, Sanremo e Giro d’Italia, possa metterci mano solo nei ritagli di tempo. Se in questo quadro, trovi la Valtellina che ti… regala lo Stelvio, non ci pensi troppo e metti la firma. I tecnici di RCS Sport hanno fatto un gran lavoro in poco tempo, la politica se ne è preso molto di più per i necessari incastri. A Vegni hanno chiesto di fare il miracolo e tutto sommato c’è riuscito.

Che cosa c’è stato però dietro l’assegnazione del Giro d’Italia U23 e quello 2024 delle donne? Perché scrivere quel bando ha richiesto tempi così lunghi?

Presentazione del Giro Next Gen, con Mauro Vegni, il ministro Abodi, Cordiano Dagnoni e Paolo Bellino
Presentazione del Giro Next Gen, con Mauro Vegni, il ministro Abodi, Cordiano Dagnoni e Paolo Bellino

Le 35 squadre

Con una dichiarazione piuttosto pilatesca, il presidente Dagnoni si è scusato con RCS Sport per avergli chiesto di invitare tutti i team italiani. Perché invece non si è scusato per il calendario italiano degli U23 e la mancanza di progettualità?

Lo Stelvio è stato l’amplificatore di una situazione per niente sconosciuta. Se per Staune Mittet il Giro Next Gen era la quarta corsa a tappe di stagione, per una larga fetta dei nostri si trattava della prima: non per scarsa volontà, ma perché nel calendario U23 italiano non ci sono corse a tappe prima di giugno e si sa che i nostri all’estero non ci vanno. Mancano soldi e volontà, si può ragionare sull’ordine in cui scriverli.

Perché, avendo in mano la gestione del movimento, la FCI non interviene personalmente con le risorse tanto sbandierate (siamo curiosi di conoscere l’esborso per la produzione televisiva del Giro Donne), propiziando la nascita di un calendario migliore? Perché non prendere otto organizzatori di corse di un giorno, unirli e provare a farne gli organizzatori di una corsa a tappe?

Staune-Mittet, corridore norvegese della Jumbo Visma Development, ha conquistato lo Stelvio (foto LaPresse)
Staune-Mittet, corridore norvegese della Jumbo Visma Development, ha conquistato lo Stelvio (foto LaPresse)

Il livello degli atleti

Se non sei in grado di arrivare sullo Stelvio 37 minuti dopo il vincitore (questo il tempo massimo), forse hai sbagliato mestiere. Non è obbligatorio essere corridori, ma se hai direttori sportivi che ti fanno attaccare alla macchina, allora sei spacciato. E’ come il doping, ma senza aghi. Non è obbligatorio neppure essere direttori sportivi.

Non si può pretendere di andare al Giro d’Italia contro certe squadre, allenandosi come dieci anni fa. Non basta dire di essere andati in altura il mese prima, se da febbraio a maggio s’è fatta la caccia alle vittorie del martedì, del sabato e della domenica.

Quando la corsa era in mano a Extra Giro e inizialmente la selezione avveniva per punteggio, si capì che i nostri arrivavano a giugno svuotati di ogni energia, mentre le squadre straniere (invitate) avevano freschezza e forze superiori. Per questo si passò agli inviti.

Busatto che vince la Liegi non è un fenomeno venuto dal nulla. Il corridore, che qui non aveva mai vinto ma era stato cresciuto con lungimiranza, è andato in Belgio e ha cambiato pelle semplicemente per la diversa programmazione. Nella sua squadra questo non sarebbe mai successo e il diesse Rosola ha avuto l’onestà di ammetterlo. E poi ci lamentiamo perché i procuratori li portano via?

Negli ultimi 2,5 chilometri, qualcuno si attaccava e qualcuno faceva immagini (foto cyclingpro.net)
Negli ultimi 2,5 chilometri, qualcuno si attaccava e qualcuno faceva immagini (foto cyclingpro.net)

Guerra fra bande

Si è detto: con RCS certe furbate di attaccarsi alle macchine non si possono più fare. E’ una sciocchezza: la giuria viene inviata dall’UCI, l’organizzatore non c’entra nulla. Ma è vero che sia gli organizzatori, sia i giudici del Giro Next Gen avrebbero fatto volentieri a meno di una simile figuraccia. Come mai non c’erano auto e moto della Giuria in coda al gruppo, mentre i corridori erano attaccati come grappoli? Non esiste alcuna prova, ma la sensazione è che, avendo fiutato l’aria, i giudici siano andati davanti lasciando a quelli dietro la possibilità di arrangiarsi. Hanno pensato che si è sempre fatto e hanno sbagliato: infatti è scoppiata la guerra fra bande.

Imbufaliti per aver portato solo cinque atleti, lasciando così spazio a squadre non all’altezza, i membri di alcuni staff hanno fotografato e filmato lo spettacolo, condividendolo su varie piattaforme. Erano convinti di colpire avversari indegni, ma hanno sporcato inutilmente tutti. Tanto che poi, alla fine delle condivisioni, le immagini sono arrivate alla Giuria, che si è attivata.

Si capisce che trovare alcuni velocisti attaccati alle macchine, immaginandoli poi vincitori nel finale di Giro, possa dare ai nervi, ma la Giuria li avrebbe squalificati anche se il filmato l’avesse ricevuto con maggiore discrezione. Questo non significa che si sarebbe dovuto insabbiare la cosa, ma avrebbero dovuto e potuto gestirla meglio, senza la valanga di fango che ancora una volta è scesa sul ciclismo. Se devi denunciare un furto, lo metti sui social o vai prima dai Carabinieri?

Per il norvegese, lo Stelvio ha significato maglia rosa, difesa poi agevolmente sino a Trieste (foto LaPresse)
Per il norvegese, lo Stelvio ha significato maglia rosa, difesa poi agevolmente sino a Trieste (foto LaPresse)

La prima pietra

La morte di Gino Mader ha fatto calare il silenzio sul triste spettacolo dello Stelvio. In due giorni il ciclismo è passato dallo squallore al dolore. Pensare che un campione come lo svizzero possa essere accomunato a quei 31 squalificati del Giro Next Gen provoca fastidio. RCS Sport ha messo insieme la solita grande squadra e organizzato una bella corsa, forse con un errore di valutazione di percorso. Per decenza e a meno che non ci siano altri sviluppi, chiudiamo qui la storia, frutto di molteplici peccati. Nessuno ne è stato immune, eppure tanti si sono affrettati a lanciare la prima pietra.

Mal di gambe, cos’è? Ce lo spiega “Fred” Morini

19.06.2023
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E’ l’altra parte della medaglia, uno degli emblemi del ciclismo: il mal di gambe. Spesso si lotta con questo elemento più che con gli avversari e tante volte se lo si batte capita anche di vincere. Recentemente è stato Van Aert stesso a ricordarlo: «Riesco a soffrire molto, a battere il mal di gambe». Ma è sempre lo stesso? Ce ne sono vari tipi? 

Federico “Fred” Morini, massaggiatore ed osteopata della nazionale, ci aiuta a rispondere a queste domande. Proprio con lui in qualche modo avevamo iniziato a parlarne già questa primavera, quando ci raccontò dei dolori che lascia una Parigi-Roubaix nel corpo di un corridore.

Morini, incontrato al via dell’ultima Roubaix, è uno dei massaggiatori della nazionale
Morini, incontrato al via dell’ultima Roubaix, è uno dei massaggiatori della nazionale
Fred, partiamo proprio da dove ci “eravamo lasciati”, dal mal di gambe di una Roubaix. Che differenze ci sono rispetto a quello che magari lascia un tappone dolomitico?

Se partiamo da una Roubaix va detto che i primi classificati di mal di gambe ne hanno poco, ma gli altri ne possono avere tanto! Una corsa simile genera dei traumi, non si tratta solo di fatica. Quei sobbalzi creano appunto dei traumi muscolari che spesso si protraggono nel tempo.

Cosa succede nelle fibre muscolari? Ci sono delle differenze, proprio tu che poi magari ci metti le mani, le senti nei polpastrelli?

Sì, sono tante piccole contratture perché le fibre stesse vengono stressate a causa dello sforzo e delle tante vibrazioni. Nelle mani mi sembra di sentire come se l’atleta ha preso qualche colpo sulla coscia, sul polpaccio… Sento proprio un dolore traumatico, dovuto alle vibrazioni che creano traumi più esterni ma anche interni. E il muscolo ha bisogno ovviamente di più di tempo per poter drenare, ma soprattutto per poter recuperare. E’ diverso da una tappa dolomitica, perché quello è un mal di gambe generato da un insieme di fattori.

Quali?

Accumulo di acido che magari non sono stato in grado di smaltire bene perché la mia condizione non è ottimale. In quel caso dopo la gara o anche durante la notte a seguire, questo mal di gambe può dare delle sensazioni quasi di calore estremo, di bruciore… e quella è vera fatica. Si avverte una grande striatura della fibra muscolare.

La fatica di Filippo Zana al termine della crono del Lussari. Un grande accumulo di acido lattico
La fatica di Filippo Zana al termine della crono del Lussari. Un grande accumulo di acido lattico
Striatura…

Sì, l’acido lattico crea una sorta di striatura, di “striscia”. C’è una fibra molto “strofinata”, così si dice tecnicamente, nel senso che è molto stressata e al tempo stesso anche disidratata, perché il muscolo è carico di acido. In quel caso ci sono più fattori: l’accumulo di acido, la disidratazione, lunghe contrazioni per molto tempo, condizione fisica non ottimale… e chi non è uno scalatore in teoria ne soffre di più. Un po’ come i non-specialisti della Roubaix. Mentre chi ha una grande condizione, magari la mattina dopo  può sentire la gamba un po’ imballata, nel senso che ha perso quella qualità di elasticità, ma dopo i primi chilometri torna in condizioni buone. 

Gli specialisti recuperano prima…

Avendo accumulato meno acido lattico e avendo una condizione migliore, e quindi una fibra più ossigenata e più idratata, recuperano prima. Anche il battito cardiaco è migliore, pertanto il trasporto di ossigeno ai muscoli e la conseguente evacuazione dell’acido avviene più rapidamente rispetto ad un corridore che magari fa parte del cosiddetto gruppetto o tiene le posizioni con i denti.

Gli azzurri della velocità. Questa specialità richiede uno sforzo anaerobico e contrazioni muscolari violente
Gli azzurri della velocità. Questa specialità richiede uno sforzo anaerobico e contrazioni muscolari violente
Fred, abbiamo parlato del mal di gambe traumatico della Roubaix, quello da fatica e disidratazione di un tappone di montagna… Quale potrebbe essere un altro tipo di mal di gambe?

Penso a quello dei pistard, perché è un’altro tipo di sforzo. Uno sforzo concentrato in pochissimo tempo in una fase fisica chiamata anaerobica. Quel mal di gambe è creato dall’insieme di contratture che si formano all’interno del muscolo. I pistard sentono la gamba più rigida rispetto ad un “corridore standard” della strada. Anche se, senza fare nomi, posso dire che subito dopo il Giro d’Italia un atleta si è presentato a studio e aveva un mal di gambe di questo tipo.

E non aveva girato in pista…

Esatto, aveva un bruciore importante. E per sua stessa ammissione ce lo aveva forse anche un po’ prima della domenica. «Forse perché dopo l’ultima tappa dura mi sono un po’ rilassato», così mi ha detto. «Quando vado a letto sento un bruciore». Ecco, quello è un classico dolore dettato dall’accumulo di fatica ripetuto. Tanto accumulo di acido lattico e valori ematici meno brillanti… il muscolo diventa ricco di stanchezza e stress. Nell’altro caso dei pistard invece, il dolore può essere dato proprio da contratture. Soprattutto per i velocisti puri.

I polpacci sono tra i muscoli più stressati da parte dei velocisti. Qui un trattamento di digitopressione
I polpacci sono tra i muscoli più stressati da parte dei velocisti. Qui un trattamento di digitopressione
Perché?

Perché sono abituati a lavorare con rapporti importantissimi. Manifestano un dolore puntiforme. Loro stessi avvertono una contrattura. Come una lama puntata in quel punto. E se tu non li tratti, non li massaggi, non vai a fare degli allungamenti specifici, questa non passa così facilmente.

Altra tipologia di mal di gambe?

L’ultimo dei dolori può essere il dolore irradiato. Che cosa significa? Nel nostro corpo si formano delle zone di dolore… nella coscia piuttosto che nel polpaccio. Quelli sono dolori che sono generati dai cosiddetti “trigger point”.

Di cosa si tratta?

Sono delle aree di grande densità del tessuto. Il muscolo si “densifica” sia in superficie, che nel profondo delle fibre muscolari. Se lo si va a trattare con una digitopressione, il corridore stesso ti dice: “Sento fastidio in quel punto, ma se mi tocchi il dolore si espande”. Questo perché c’è tanta tensione concentrata in quel punto (trigger point, ndr) e questo richiama a sé un po’ tutte le fibre. Allora io massaggiatore devo cercare di allentarlo con delle tecniche di digitopressione.