BUDAPEST (Ungheria) – Finalmente il velo è stato sollevato e l’avventura della MBH Bank-Csb-Telecom Fort come team professional può ufficialmente iniziare. In realtà la prima stagione tra i professionisti della squadra dall’animo e dalla storia bergamasca ha già preso il via quindici giornifa. E nel frattempo è arrivata anche la prima vittoria al Tour of Sharjah con Lorenzo Nespoli, uno dei giovani che con la MBH Bank-Csb ha fatto il salto tra i grandi, continuando un percorso di crescita.
La valorizzazione dei talenti, promuovere lo sport a livello giovanile, questa è stata la forza della formazione guidata per oltre trent’anni da Antonio Bevilacqua, un percorso che ha permesso di attirare l’attenzione e la curiosità di un Paese che si sta avvicinando al ciclismo: l’Ungheria (in apertura foto Think Bold).
La giornata di presentazione del team è iniziata con una serie di scatti in Piazza degli Eroi, luogo simbolo per la città e l’Ungheria intera (foto Think Bold)La giornata di presentazione del team è iniziata con una serie di scatti fotografici di rito (foto Think Bold)Il tutto è avvenuto in Piazza degli Eroi, luogo simbolo per la città e l’Ungheria intera (foto Think Bold)
Investire nel ciclismo
L’Ungheria ha capito il potenziale del ciclismo, uno sport che è in grado di valorizzare il territorio. Prima lo si è fatto attraverso un evento di grande rilievo internazionale, con la Grande Partenza del Giro d’Italia nel 2022. Una volta capito che gli eventi passano, e tocca a chi rimane il compito di raccogliere e costruire, è nata l’idea di creare un proprio team.
«Nel 2020 avevamo il sogno di iniziare un percorso nel ciclismo – racconta Gabor Deak, presidente della MBH Bank-Csb-Telecom Fort – per valorizzare il nostro movimento giovanile costruendo qualcosa da far crescere. Un anno dopo grazie al supporto dell’istituto di credito MBH Bank questo sogno è diventato realtà. Il messaggio che abbiamo voluto far passare è che il ciclismo è uno sport sul quale vale la pena investire, e farlo aiutando i giovani talenti ad emergere è un esempio anche di dedizione verso il territorio».
La presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort è poi avvenuta all’interno del Museo Etnografico davanti a una folta platea (foto Think Bold)I piani e il progetto sono chiari, lo hanno detto a gran voce Gianluca Valoti e Antonio Bevilacqua: entrare nei primi 30 team al mondo (foto Think Bold)Tanti gli ospiti presenti, tra loro anche Gilberto Simoni che lavorerà ancora con il team juniores (foto Think Bold)La presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort è poi avvenuta all’interno del Museo Etnografico davanti a una folta platea (foto Think Bold)Antonio Bevilacqua è stato il “papà” di questo team e lo ha accompagnato fino al professionismo (foto Think Bold)Davide Martinelli e Gianluca Valoti saranno due figure chiave in corsa (foto Think Bold)Tanti ospiti, tra loro anche Gilberto Simoni che continuerà a lavorare con il team juniores, guidato da Dario GiovineNorma Gimondi, Vincenzo Nibali, Andrea Tafi e Mirco Celestino si sono detti felici di questo importante passo da parte del team
Nel professionismo
MBH Bank ha iniziato a lavorare insieme al team Colpack-Ballan-Csb nel 2024, quando fu presentato un progetto che aveva già l’ambizione di crescere e progredire. Si era parlato di far passare la formazione bergamasca tra i team professional lo scorso anno, e dopo una stagione di lavoro e di programmazione questo sogno è realtà.
«Il governo ungherese – spiega Gabor Schmidt, Sottosegretario di Stato per l’Amministrazione e Sviluppo dello sport – ha lavorato negli anni a supporto dell’attività sportiva e nel ciclismo. Finalmente anche il nostro Paese ha una squadra professionistica, che potrà valorizzare e far crescere i giovani ciclisti. Lo sport permette di essere ambasciatori nel mondo, di metterci davanti a nuovi obiettivi. Questo tipo di ambizione è arrivata grazie al ciclismo, al lavoro della Federazione e al supporto del Governo. Vogliamo che sport e atleti siano fonte di ispirazione per i giovani così da potersi avvicinare a uno stile di vita sano e attivo».
La MBH Bank-Csb-Telecom Fort sarà una squadra di riferimento per il ciclismo ungherese, nel 2026 è entrato nel roster anche Dina Marton, campione nazionale (foto Think Bold)La MBH Bank-Csb-Telecom Fort sarà una squadra di riferimento per il ciclismo ungherese, nel 2026 è entrato nel roster anche Dina Marton, campione nazionale (foto Think Bold)
Ambizioni
Nella Piazza degli Eroi a Budapest, per una mattina set fotografico del team MBH Bank-Csb-Telecom Fort, si è capito di essere davanti a un punto di svolta per la squadra di Bevilacqua. Ce lo ha detto lo stesso Gianluca Valoti, che dopo 24 anni di lavoro in ammiraglia ha vissuto questo cambiamento con l’emozione delle prime volte.
«Quest’anno – dice il diesse bergamasco – nel preparare la stagione sentivo un’emozione particolare, è stato come ripartire da zero. Dopo più di trent’anni di lavoro entriamo tre le 34 formazioni che compongono il campo delle professional».
«Avere una formazione professionistica in più – gli ha fatto eco Giuseppe Martinelli – è importante per l’Ungheria ma lo è anche per il movimento ciclistico italiano. Sono tanti i ragazzi che entrano nel professionismo, e altri di grande esperienza sono arrivati».
«Vincere è un obiettivo – riprende Valoti – e siamo già riusciti a farlo. Non nascondo che al Tour of Sharjah siamo andati con l’intenzione di far bene. Vogliamo giocarci le nostre possibilità e provare ad entrare tra le prime trenta squadre al mondo per strappare un invito e partecipare al nostro primo Grande Giro. Tra un mese saremo alle Strade Bianche (giravano voci di una possibile presenza alla Tirreno-Adriatico, poi sfumata, ndr)».
La prima stagione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort tra i professionisti è già iniziata. Ora si tratta di tracciare una linea e porsi degli obiettivi ambiziosi e concreti, che possano permettere di crescere ulteriormente.
Il Giro d’Italia lo affronterà per due volte nel giro di quattro giorni: quello degli uomini e poi quello delle donne. Su queste rampe, Giovanni Visconti conquistò la seconda maglia tricolore con una fuga irresistibile. Il Giro d’Italia Giovani U23 ne fece l’arrivo della prima cronometro individuale Real Time e ugualmente a cronometro Ganna ne approfittò per scavare un solco nel Giro del 2020, corso in ottobre a causa del Covid. A sfogliare il libro dei ricordi e il calendario dei prossimi eventi, il Muro di Ca’ del Poggio è lo snodo cruciale di un’antologia di bellissime storie.
Ca’ del Poggio è un Muro, ma anche un bike hotel e un ristorante che custodisce maglie preziose. Qui Alberto Stocco assieme a ContadorCa’ del Poggio è un Muro, ma anche un bike hotel e un ristorante che custodisce maglie preziose. Qui Alberto Stocco assieme a Contador
L’occhio lungo del Bruse
Raccontare come sia nata la sua leggenda è lo scopo di questo cammino a due voci: quella di Marzio Bruseghin e quella di Alberto Stocco. Il primo che lo scoprì da corridore, il secondo che fu capace di inventarlo e ancora adesso ne alimenta il mito. Siamo a San Pietro di Feletto, provincia di Treviso, fra Vittorio Veneto e Valdobbiadene. La pianura alle spalle, colline di filari tutto intorno e davanti le vette del Monte Grappa e del Monte Cesen.
«Una volta il Muro era una strada bianca – ricorda Bruseghin – si chiamava Via dei Pascoli. La prima volta, se non erro, fu fatta in gara nell’Internazionale Juniores di Solighetto. Ricordo che c’era ancora Ettore Floriani (grande appassionato di ciclismo, fondatore della Sc Solighetto, scomparso nel 2015, ndr). E mi ricordo che dissi a Stocco una frase che ancora oggi si ricorda: “Questo Muro diventerà la salita simbolo del Prosecco”. Una profezia che poi si è avverata sul serio.
«Era un momento di trasformazione, il ciclismo stava diventando molto più esplosivo. I muri cominciavano ad andare di moda, ricordo quello di Montelupone nelle Marche. A Ca’ del Poggio si combinarono il momento storico del ciclismo e la grande espansione del Prosecco. Poi devo dire la verità: la famiglia Stocco è stata bravissima a promuoverlo e credere anche nel ciclismo come veicolo d’immagine».
C’era anche Bruseghin al Giro del 2009 quando la carovana rosa affrontò per la prima volta il Muro di Ca’ del PoggioC’era anche Bruseghin al Giro del 2009 quando la carovana rosa affrontò per la prima volta il Muro di Ca’ del Poggio
La benedizione di Mosole
Alberto Stocco annuisce. Quella strada in salita è diventata celebre per un’intuizione e la lungimiranza di chi, di fronte al suo dubbio, gli suggerì di alzare l’asticella e puntare in alto.
«Fino al 2007 – racconta Stocco – la strada moriva all’entrata del ristorante. Quell’anno venne fatto un grosso lavoro da parte dell’amministrazione comunale e fu prolungata anche nella parte superiore, fino alla provinciale. Iniziarono a transitare le prime gare: Solighetto e poi San Vendemiano, in ordine di calendario. Mi era venuto in mente di chiamarlo il Dentino di Ca’ del Poggio perché Muro mi sembrava troppo, poi però ebbi la fortuna di incrociare Remo Mosole, che io chiamavo l’imperatore. E lui mi disse di puntare in alto e di chiamarlo Muro di Ca’ del Poggio. E così cominciò la storia.
«Ne ho creato un brand, abbiamo inventato un logo e quando nel 2009 passò per la prima volta il Giro d’Italia, il regista RAI Nazzareno Balani mi chiese se la salita avesse un nome e fu per questo che lo scrissero in sovrimpressione. Quando poi si trattò di fare la ricognizione sul percorso per la cartolina che mandavano in onda prima della diretta, proprio Bruseghin ribadì il concetto che questa salita sarebbe diventata il simbolo delle colline del Prosecco».
Alberto Stocco e il Muro di Ca’ del Poggio, teatro quest’anno di un doppio passaggio del Giro d’Italia: il 28 maggio gli uomini, il 31 maggio le donneAlberto Stocco e il Muro di Ca’ del Poggio, teatro quest’anno di un doppio passaggio del Giro d’Italia: il 28 maggio gli uomini, il 31 maggio le donne
Come il Grammont e la Redoute
Marzio aveva già capito tutto, anche se eravamo ancora agli albori del Muro di Ca’ del Poggio, come tutti quei corridori che viaggiando si guardano intorno e capiscono che cosa funzioni e che cosa no.
«Si è messo in moto il meccanismo giusto – spiega Bruseghin – porti le corse, la gente le vede e torna. Così la strada diventa un’immagine e un veicolo per il turismo. E’ come portare il grande evento in uno stadio nuovo e tanto bello. Quando la bellezza diventa pubblica, la gente torna per vederlo. Uno che passa di qua con la bici, deve fare Ca’ del Poggio. Come quando sei vicino al Muro di Sormano, oppure vai in Belgio e puoi fare il Grammont, il Qwaremont oppure la Redoute. Se hai passione per il ciclismo, non puoi farne a meno.
«A me qualche volta capitava di passarci in allenamento, ma non è che avessi le caratteristiche da ciclista esplosivo. E visto che c’erano delle varianti un po’ più morbide, di solito preferivo quelle (ride, ndr). Però ci sono passato nel 2009 col Giro d’Italia che arrivava a Valdobbiadene e l’anno dopo con il campionato italiano di Visconti. E’ un posto che attira. Anche lo slogan è azzeccato: dove il Prosecco incontra il mare. Perché se c’è la bella giornata, vedi fino al mare. Dal punto di vista scenografico è veramente bello, in mezzo a tutti i vigneti».
Fu Bruseghin, a sua volta produttore del suo Amets, a proclamare Ca’ del Poggio simbolo delle Colline del ProseccoFu Bruseghin, a sua volta produttore del suo Amets, a proclamare Ca’ del Poggio simbolo delle Colline del Prosecco
«Fino ad oggi – sorride Stocco – ho portato avanti questa promozione con grande passione. Trovo un terreno fertile, soprattutto ritengo che il ciclismo sia ancora un mondo in cui dai uno e ricevi dieci. Durante la giornata del Giro, riempiremo tutto il territorio. Perché questo evento crea indotto, crea turismo, interesse e visibilità. Tutti questi fattori messi insieme fanno sì che oggi quando si parla di Ca’ del Poggio si racconti la storia di un territorio. Che è quello che ci sta a cuore».
Mancano 80 giorni al passaggio del Giro d’Italia. Vi racconteremo l’avvicinamento attraverso le storie e gli scorci di questo territorio e i valori di questi uomini e queste donne. Il ciclismo è da sempre un enorme incubatore di idee, avere la capacità di riconoscerle può fare la differenza.
La stagione delle ragazze sta entrando sempre più nel vivo. In Asia è di scena il UAE Tour Women, e con questo grande appuntamento è scesa in pista anche Elisa Longo Borghini (in apertura foto Ajona Diaz).
La leader del UAE Team ADQ viene dai lunghi ritiri spagnoli, prima a Benidorm e poi sul Teide, quindi di corsa negli Emirati Arabi Uniti per iniziare la sua 16ª stagione da elite. Ma come è arrivata a questa gara? Come ha lavorato sul Teide? Tutte curiosità che abbiamo chiesto al suo coach storico, Paolo Slongo, che sul vulcano l’ha seguita metro per metro.
Paolo Slongo è il preparatore storico di Elisa Longo Borghini. Al UAE Tour Women la segue da remotoPaolo Slongo è il preparatore storico di Elisa Longo Borghini. Al UAE Tour Women la segue da remoto
Dunque, Paolo, il primo ritiro dell’anno in quota è andato: quanti giorni siete stati sul Teide?
Due settimane alla fine. Siamo tornati il 28 gennaio ed eravamo andati via il 14, quindi un periodo lungo ma non lunghissimo. Oggi va spesso di moda fare tre settimane, io preferisco farne due (perché comunque di testa pesa meno) e magari fare più blocchi ravvicinati. Alla fine hai la stessa resa, se non migliore.
Che Elisa hai visto? A noi, da quel che abbiamo percepito da fuori, è sembrata una Longo Borghini felice, serena…
Sì, molto. Elisa mantiene l’entusiasmo e la voglia di fare di quando era junior o di quando ha iniziato a correre. Questo è sicuramente un punto di forza. Lei ama il suo mestiere e quindi anche andare in ritiro non le pesa, anzi è una cosa che le piace proprio. E questo è un vantaggio anche per chi le sta attorno: lavorare con un’atleta motivata è sicuramente un plus. E’ giusto anche considerare che il marito (Jacopo Mosca, ndr) era in Australia per il Tour Down Under e a casa sarebbe stata sola, per di più con un clima invernale spesso piovoso.
Sul Teide la piemontese si è allenata con grande impegno, come sempre del resto (foto Ajona Diaz)Sul Teide la piemontese si è allenata con grande impegno, come sempre del resto (foto Ajona Diaz)
E al Teide il bel tempo è quasi una garanzia…
E anche i percorsi per allenarsi. Metti insieme tutte queste cose ed ecco che il ritiro le è venuto con più sorriso. Dal lato della performance diciamo che volutamente siamo leggermente più indietro dell’anno scorso, pur restando competitivi.
Passiamo al lato tecnico, appunto. Che tipologia di lavoro avete impostato?
L’anno scorso siamo arrivati in UAE Team ADQ per il primo anno e giustamente la corsa di casa, cioè il UAE Tour, era importante. Abbiamo quindi lavorato per arrivare con una forma già abbastanza avanzata. E’ normale poi dover fare i conti con il resto della stagione: arrivano quasi subito le classiche italiane e le classiche del Nord ed essere sempre competitivi diventa più difficile. La sensazione è quella di stare un po’ più indietro, ma sempre competitivi, e poi vedere come andranno le cose, sapendo di avere ancora un margine da incrementare con il secondo blocco che faremo al Teide subito dopo il UAE Tour.
Per questo parlavi di blocchi in quota ravvicinati. Ma quindi, Paolo, come avete lavorato nello specifico? Ancora bassa intensità?
Devo dire che di bassa intensità quest’anno ne abbiamo fatta tantissima, anche a casa. Dall’inizio dell’anno abbiamo costruito una base davvero importante, affiancata al lavoro di forza: palestra, partenze da fermo e lavori di forza in bici. Però nelle ultime tre settimane, quella prima del Teide e le due settimane sul vulcano, abbiamo lavorato anche sulla qualità, sulla soglia, perché quando vai a competere questo è fondamentale. Come dico sempre, la parte aerobica ci mette tanto a costruirsi e poco a perdersi, mentre quella anaerobica si costruisce in fretta e dura di più per certi aspetti. Per questo abbiamo deciso di inserire anche un po’ di brillantezza.
Elisa Longo Borghini (classe 1991) durante la conferenza stampa del UAE Tour Women di cui è campionessa uscenteElisa Longo Borghini (classe 1991) durante la conferenza stampa del UAE Tour Women di cui è campionessa uscente
Questi lavori più intensi li facevate in quota o nella parte più bassa di Tenerife?
Nella parte più bassa. Dalla mia esperienza e anche dagli studi, i lavori brevi puoi farli anche in quota, ma quelli un po’ più ampi richiedono valori e riferimenti tarati per l’altura, e noi ce li siamo costruiti. I lavori brevi li avevamo a livello del mare, quindi preferivamo evitare errori o esperimenti e mantenere un metodo classico. Fino a 30″-40″ puoi lavorare anche in quota, gli sprint per esempio danno un ritorno maggiore proprio in altura.
Quindi quando parliamo di qualità al Teide cosa intendi?
Ripetute alla soglia progressive da due minuti, poi da tre, da quattro, per due o tre volte. E poi lavori sui 30″ o 40″ al massimo dei valori che poteva esprimere, alternati anche questi per tre o quattro volte. Ovviamente mantenevamo sempre una giornata di lungo, o come si dice oggi di Z2 o Fatmax.
A proposito di Fatmax, a Benidorm l’abbiamo vista già magra…
Sì, diciamo che non è ancora l’Elisa del Giro Women. Quel chilo, chilo e mezzo in più è voluto. Prima dei Giri ci sono le classiche e, specie in quelle del Nord, puoi trovare freddo e quella lieve massa in più può proteggerti. Essere troppo tirati potrebbe essere controproducente. Più massa significa anche più potenza espressa in pianura. Elisa comunque non è ingrassata in inverno, è stata brava.
Prima del UAE Tour Women Elisa ha provato la salita Jebel Hafeet che quasi certamente domani deciderà la generale (foto Instagram-UAE Adq)Prima del UAE Tour Women Elisa ha provato la salita Jebel Hafeet che quasi certamente domani deciderà la generale (foto Instagram-UAE Adq)
Elisa ha utilizzato anche la bici da crono sul Teide?
Sì, abbiamo portato la bici da crono e l’abbiamo lasciata su per ritrovarcela nel secondo ritiro. Al Tour Femmes si userà, mentre al Giro no, perché c’è la cronoscalata del Nevegal dove penso si userà la bici da strada. Le crono però sono sempre importanti. Nel primo ritiro di dicembre abbiamo lavorato con la struttura interna UAE su biomeccanica, aerodinamica e materiali, testando anche nuovi caschi. Abbiamo fatto prove in pista a Valencia durante il training camp. Su un’atleta evoluta come Longo Borghini non cambi tantissimo, ma qualche aggiustamento lo si fa comunque. Per adattarsi a una posizione più estrema bisogna lavorarci, se poi si vogliono raccogliere i frutti.
Paolo, dici sempre che non è facile non mandare al massimo un campione o una campionessa. Ricordiamo quando Nibali storceva il naso perché non lo portavi al 100 per cento alla Tirreno. Anche Elisa scalpita?
Il discorso è un po’ diverso, ma ci sono anche molte similitudini. A un atleta non essere competitivo non va giù, soprattutto se è un campione o una campionessa. Tuttavia, per Elisa, ma direi per il ciclismo femminile in generale, è più gestibile perché riesci a modulare la forma meglio rispetto agli uomini. Anche senza essere super tirata, una campionessa può essere competitiva fin da subito e mantenere la condizione.
E tra gli uomini?
Con gli uomini è quasi impossibile, soprattutto oggi. Con il primo Nibali era ancora fattibile, ma l’esasperazione attuale delle squadre porta tutti ad essere competitivi al massimo quando si presentano alle corse. Un Nibali, anche non al top, poteva lottare per un podio alla Tirreno. Oggi un leader, se non è al 100 per cento, non entra nemmeno nei primi dieci. Nelle donne, pur con un livello che cresce ogni anno, c’è ancora un filo di margine.
Prime tappe nevose nonostante la pianura. Il vento è stato determinantePrime tappe nevose nonostante la pianura. Il vento è stato determinante
Chiaro, non c’è quell’esasperazione…
Anche perché subentra un altro fattore: gli organici dei team. Noi siamo la squadra con più atlete nel WorldTour, venti, ma altri team ne hanno sedici. Le gare sono tante quasi quanto quelle degli uomini e alla fine le ragazze corrono sempre. Pogacar, Vingegaard o Van der Poel fanno poche corse mirate e a fine anno ne hanno meno delle donne, anche grazie a organici più ampi. Tra gli uomini ogni team ha circa trenta atleti. Con un calendario diverso, la preparazione diventa più gestibile.
In queste prime tappe del UAE Tour Women tanta (solo) pianura, domani si sale in quota. Al netto della condizione che hai ben spiegato, cosa ti aspetti da Elisa?
Elisa è comunque competitiva. Al UAE Tour di quest’anno ci sono più avversarie rispetto alla passata edizione. Come le ho detto: noi diamo il massimo e quello che viene, viene. Siamo sereni, sappiamo cosa abbiamo fatto e dove dobbiamo arrivare. Ma sono certo che Elisa lotterà, come sempre, con il coltello fra i denti.
Come ha già dimostrato in queste prime tappe del resto…
Esatto, lei è così: non molla mai. Neanche col vento.
BERGAMO – Oggi chiamatela pure Marlen “Rosa” Reusser. La 31enne svizzera della Movistar domina la crono d’apertura del Giro d’Italia Women rifilando 12” a Kopecky, 16” a Longo Borghini e […]
Il nuovo Campagnolo 13, nel gergo ciclistico il nome è questo e ci riferiamo all’ultima versione del Super Record 13. E’ ufficialmente la prima trasmissione a 13 rapporti sviluppata per il mondo strada, è wireless ed è perfettamente configurabile con il classico doppio plateau anteriore, oppure con la monocorona.
Lo abbiamo provato in anteprima l’estate scorsa. Abbiamo sviluppato un test sulla versione 1×13 nei mesi scorsi, sarà oggetto di un altro bike test Whistle (che uscirà a stretto giro), ma abbiamo voluto chiedere anche ad Edoardo Zamperini del Team Cofidis. Con il giovane corridore veneto prendiamo di petto l’argomento.
Look 795 Blade RS in dotazione al corridore italiano (foto Cofidis)Look 795 Blade RS in dotazione al corridore italiano (foto Cofidis)
Corridore italiano, gruppo Campagnolo
Un brevissimo inciso prima di entrare nel dettaglio dell’intervista. Edoardo Zamperini, passato dal Team Arkea-B&B a Cofidis proprio in questo 2026, quindi da Bianchi (Shimano) e Look (Campagnolo) è classe 2003. Il nostro punto tecnico che vede come protagonista in atleta giovane non è sviluppato a caso.
Gruppo di nuova concezione con i suoi 13 pignoni, sistema sicuramente affascinante per la storia ed il prestigio che il marchio porta in dote. Marchio che al tempo stesso è rimasto in chiaro-scuro durante queste ultime stagioni e che proprio grazie al nuovo Super Record 13 sembra aver trovato una grande spinta.
Nel 2025 Edoardo Zamperini ha corso con la Arkea B&B Hotels Continental (foto Instagram)Nel 2025 Edoardo Zamperini ha corso con la Arkea B&B Hotels Continental (foto Instagram)
Hai fatto un bel cambio in fatto di materiali
Quasi una rivoluzione, io l’ho categorizzata così. Da una Bianchi Specialissima montata Shimano e ruote Vision, una bici da scalatore, ad una all-round Look 795 Blade RS che sotto molti aspetti è al pari di una bici aero ed è full Campagnolo.
Ti piace questo concetto di una bici per tutto?
Sì e mi ci trovo parecchio. Mi piace perché la bici che ho in Cofidis è molto efficiente con un montaggio top, mi piace perché è tanto sfruttabile un po’ ovunque. La trovo una soluzione moderna, visto che si va sempre più forte e le medie orarie sono in costante crescita. Con Look, rispetto alla Specialissima di Bianchi, sono salito leggermente con il peso complessivo, ma in realtà quei grammi in più non si fanno sentire.
Look e ruote Campagnolo, pacchetto più o meno rigido?
Più rigido, più veloce. Forse il cambio lo avrei sentito meno se avessi avuto in dotazione una Oltre RC. Con riferimento alla rigidità è pur vero che con Look sono passato ad una taglia S, portando lo stem a 120 e sfruttando un fuorisella maggiore. Non ho cambiato la larghezza del manubrio.
Per Zamperini (e non solo lui), le ruote Campagnolo tra le migliori opzioni in circolazione (foto Cofidis)Per Zamperini (e non solo lui), le ruote Campagnolo tra le migliori opzioni in circolazione (foto Cofidis)
Telaio più piccolo e stem allungato, perfettamente in linea con le tendenze attuali
Sì, volendo sfruttare maggiormente il mezzo meccanico, reattività e agilità in discesa.
Ci hai messo tempo ad adattarti?
Nella normalità. Ho in mano questa bici da metà novembre e non ho avuto grandi difficoltà nei diversi step di adattamento. Poi il vantaggio di avere la stessa sella che avevo sulla Bianchi. Anche il passaggio da Shimano a Campagnolo, con due ergonomie completamente differenti è stato fluido, senza intoppi e difficoltà.
Campagnolo 13, hai in mano il primo gruppo ufficiale da strada con i 13 pignoni. Cosa ne pensi?
Le diversità principali sono i punti di appoggio e come appoggiano le mani, come si cambia rapporto ed anche i rapporti veri e prori. A questi particolari aggiungo anche la grande efficienza dell’impianto frenante.
L’impianto frenante Campagnolo, da sempre un fiore all’occhiello (foto Cofidis)L’impianto frenante Campagnolo, da sempre un fiore all’occhiello (foto Cofidis)
Ci racconti qualche dettaglio?
Trovo la forma dei manettini Campagnolo il giusto compromesso tra le esigenze di ergonomia, configurazione con i manubri integrati, le richieste dei corridori e una sorta di richiamo con il passato. Mi rendo conto che è una forma che ha fatto la storia in questa categoria. Ogni manettino ha di fatto 3 pulsanti per cambiare rapporto, sono personalizzabili ed al tempo stesso agevolano l’accesso delle dita da angoli differenti. Non è poco. Il tasto interno è tanto sfruttabile anche quando pedalo in fuorisella.
L’impianto frenante?
C’è sempre quella sensazione di modulabilità, quando si sfiora la leva, quando si agisce di prepotenza su quest’ultima. Non c’è mai quella sorta di on-off. Mi piace molto.
Cosa ci puoi dire in merito ai rapporti?
Abbiamo a disposizione scelte differenti, ma per quanto mi riguarda ho scelto la combinazione 54-41 10-33, soluzione che ho sulle tre bici della dotazione personale. La crono è una cosa diversa. Alcuni atleti in squadra hanno chiesto e scelto anche la corona da 55, per le mie caratteristiche non serve. Il pignone in più è una bella cosa e limita eventuali spazi vuoti di sviluppo metrico presenti nella cassetta da 12.
Per ora la soluzione 1×13 non è stata provata dal teamPer ora la soluzione 1×13 non è stata provata dal team
Hai avuto occasione di provare la mono 1×13?
Per ora no e non ricordo di qualche compagno di squadra che l’abbia usata.
Per il power meter?
Usiamo i pedali Look Keo Blade Power, quelli con la molla da 16. E’ una scelta tecnica fatta dal team. Personalmente li uso con le nuove tacchette grigie.
In fatto di ruote?
Personalmente preferisco montare le 45, Bora Ultra, ma abbiamo a disposizione anche le 60 e le Hyperon da 35, sempre tubeless e sempre con gomme Vittoria, da 28 o 30.
Zamperini ha debuttato ufficialmente ad ALUla Tour 2026Zamperini ha debuttato ufficialmente ad ALUla Tour 2026
Perché le 45?
Le trovo buone per tutte le situazioni, quando c’è da fare velocità e rilanciare, su pendenze non estreme ed in discesa sono un binario. A me piace spingere parecchio in discesa e le 60 diventano troppo impegnative quando c’è da guidare la bicicletta.
CASTELL’ARQUATO – Velleità di trovare un qualunque contratto nel ciclismo non ce sono. Ambizioni di riprovare ad essere corridori a 26 anni nemmeno. La voglia di provare un’esperienza unica invece sì. Nell’ultra moderno e quasi inavvicinabile ciclismo su strada, quella che stiamo per raccontare è una storia che solo il cross sa regalare e può permetterti di vivere anche in gare di Coppa del mondo(in apertura Benidorm foto Elisabetta Gambino).
Da una parte i big del settore trainati da sua maestà Mathieu Van der Poel, fresco del suo ottavo titolo mondiale e di tutti i record riscritti. Dall’altra Gabriele Spadoni e Marco Marzani, due ragazzi emiliani con bei trascorsi nelle categorie giovanili fino agli U23 che, pur avendo mantenuto il cartellino da atleta, nella vita di tutti giorni lavorano come la gente comune. La bici è qualcosa più di una passione, ma per loro pedalare è rimasta un’attività primaria solo per divertirsi e non più per fare carriera. Tuttavia, sfruttando una buona condizione atletica e i regolamenti internazionali del ciclocross, sono riusciti a realizzare il proprio sogno.
Lo straripante pubblico del cross a Mol che ha fatto respirare un’atmosfera unica sia a Marzani che a SpadoniLo straripante pubblico del cross a Mol che ha fatto respirare un’atmosfera unica sia a Marzani che a Spadoni
In mezzo ai titani
Dicevamo che il cross consente ancora di immergersi in avventure curiose. Spadoni e Marzani sono tesserati con la formazione piacentina Cicli Manini di Castell’Arquato e nell’intensa stagione invernale hanno disputato tre gare internazionali in mezzo agli squadroni della categoria.
«Abbiamo corso – spiega Marzani – a Mol, Gullegem e Benidorm, tutte in gennaio. Eravamo stati l’anno scorso a Besançon, ma in Belgio ci siamo accorti subito di un’altra atmosfera, davvero pazzesca. L’organizzazione è incredibile. Noi non siamo nessuno, corriamo per una squadra piccola, fatta di poche persone, però ci avevano assegnato la piazzola a pochi metri dalla Visma | Lease a Bike. Appena abbiamo parcheggiato il nostro camper accanto al loro bus, sono subito venuti ragazzi e bimbi con genitori a chiederci cartoline. Siamo rimasti spiazzati perché non le abbiamo e non abbiamo potuto accontentarli. Di sicuro le faremo per l’anno prossimo.
Il Cicli Manini è una piccola società di Castell’Arquato affiliata alla FCI. A Mol avevano il camper accanto al bus della Visma | Lease a BikeIl Cicli Manini è una piccola società di Castell’Arquato affiliata alla FCI. A Mol avevano il camper accanto al bus della Visma | Lease a Bike
«Nonostante tutto – va avanti – hanno voluto fare le foto con Gabriele e me e chiedendoci gli autografi addirittura anche sui loro zaini. A Mol, mentre ci stavamo riscaldando durante la gara femminile, ha cominciato a nevicare. Abbiamo ritardato la partenza perché era entrato il trattore a spazzare la neve. Cose mai viste o impensabili da noi. E considerate che c’erano circa tredicimila persone.
«Anche a Gullegem e Benidorm – sottolinea ancora Marzani – abbiamo vissuto belle emozioni. In Spagna, essendo una prova di Coppa del Mondo, non avevamo la zona privilegiata con gli altri team. In quel caso avevamo due auto a noleggio e le abbiamo parcheggiate in mezzo al pubblico. E lì ci siamo riscaldati con le persone che ci chiedevano informazioni e sensazioni. E ripeto, noi non siamo corridori famosi, però ci hanno fatto sentire importanti».
A Mol gli atleti sono stati sorpresi dalla tormenta di neve. Per Marzani un’esperienza unica ricevendo i consigli dai campioni (foto facebook)Marzani è laureato in Scienze Motorie e lavora in una palestra. In bici corre solo nel fuoristrada, dal cross al gravel (foto Alessandro Di Donato)A Mol gli atleti sono stati sorpresi dalla tormenta di neve. Per Marzani un’esperienza unica ricevendo i consigli dai campioni (foto facebook)Marzani è laureato in Scienze Motorie e lavora in una palestra. In bici corre solo nel fuoristrada, dal cross al gravel (foto Alessandro Di Donato)
A ruota del migliore
Il cuore pulsa, i battiti fanno impazzire il cardiofrequenzimetro ancor prima che la bandierina del via venga abbassata. Paradossalmente la gara rimette tutto a posto, ma sono i momenti precedenti che diventano unici. Per Spadoni è stato esattamente così, per merito dei suoi idoli.
«Adoro il ciclocross – racconta – e fenomeni come Thibau Nys, cui mi ispiro per saltare gli ostacoli con la bici. E’ un talento e soprattutto una persona normale. A Benidorm però ho toccato il cielo con un dito. Durante la prova del percorso, mi sono trovato dietro Van der Poel, che per me è un dio assoluto.
«Gli ho chiesto se potevo stare alla sua ruota. Mentre mi rispondeva di sì ha notato che pedalavo su una Stevens camouflage e mi ha detto che con quella bici ci aveva vinto un mondiale. Ho ribattuto che l’avevo presa proprio per quel motivo perché sono un suo grande tifoso. Ha sorriso, mi ha ringraziato e mi ha detto di provare a seguire le sue linee nei punti più critici».
Durante i giri di prova del cross di Benidorm, Spadoni ha ricevuto gli incitamenti indirizzati a Van der Poel (foto Elisabetta Gambino)Durante i giri di prova del cross di Benidorm, Spadoni ha ricevuto gli incitamenti indirizzati a Van der Poel (foto Elisabetta Gambino)
«Sono io – prosegue Spadoni con grande trasporto – che devo ringraziarlo perché è stato disponibile e sereno con me. Stando alla sua ruota mi sono preso anch’io gli incitamenti che il pubblico rivolgeva a lui. Tant’è che alcuni fotografi mi hanno scritto sui social per dirmi che avevano delle foto di me con lui. Quando al lunedì sono rientrato in ufficio, mi venivano i brividi a ripensarci. Anche i colleghi di lavoro hanno capito il mio stato d’animo».
Lavoro, famiglia e passione
Quante volte abbiamo sentito parlare dell’eventuale “piano B” da tenere pronto? L’ultima atleta con cui ne abbiamo discusso è stata Laura Tomasi dopo la sua laurea. L’alternativa alla carriera ciclistica i due ragazzi emiliani l’hanno trovata senza grandi problemi.
«Nel 2023 – ci dice Marzani, classe 2000 di Carpaneto Piacentino – mi sono laureato in Scienze Motorie, conseguendo poi un master in posturologia sportiva. Da allora lavoro come personal trainer in una palestra vicino a casa e nel frattempo ho fatto un corso del CONI come massaggiatore.
«Alla bici dedico 15 ore a settimana, il minimo necessario per tenermi in forma e preparare qualche gara di gravel, Mtb o cross. In Belgio e Spagna abbiamo vissuto un’esperienza da un punto di vista privilegiato con grandi campioni, senza nessun altro fine. Se me lo avessero detto dieci anni fa non ci avrei mai creduto».
Van der Poel ha parlato con Spadoni della sua bici, la stessa con cui aveva vinto un mondiale di cross (foto Alessandro Di Donato)Dopo foto e chiacchiere con Van der Poel, al lunedì Spadoni è tornato in ufficio nel suo ruolo di perito ingegneristicoVan der Poel ha parlato con Spadoni della sua bici, la stessa con cui aveva vinto un mondiale di cross (foto Alessandro Di Donato)Dopo foto e chiacchiere con Van der Poel, al lunedì Spadoni è tornato in ufficio nel suo ruolo di perito ingegneristico
«Io invece – conclude il coetaneo Spadoni, reggiano di Scandiano – sono laureato in Ingegneria Gestionale e lavoro per una società che fa consulenza ingegneristica ad altre aziende. Quando non sono in ufficio, sono in trasferta e faccio solo una giornata in smart working, nella quale sfrutto la pausa pranzo per andare in bici. Trovare il tempo di allenarmi non è semplice, tenendo conto che ho anche una bimba di 4 anni ed un’altra che arriverà ad inizio marzo.
«Ho fatto il primo anno da U23 nel 2019 poi ho smesso per laurearmi. Ero già pronto per il dopo ciclismo. Sono ripartito da zero due anni fa, mettendo da parte l’orgoglio perché la bici è la mia passione, senza l’intenzione di tornare a correre come facevo prima. Non sono pentito, rifarei lo stesso percorso che mi ha portato a coronare un sogno ad occhi aperti».
Forse avrete letto i nostri resoconti dalle due riunioni che si sono svolte finora fra un nutrito gruppo di dirigenti e tecnici di squadre juniores, i cui frutti sono ora allo studio delle altre società. Uno fra i punti più dibattuti (e desiderati) da coloro che hanno partecipato a questi meeting è se sia il caso o meno di mantenere il concetto di rappresentativa regionale per i campionati italiani e il Giro della Lunigiana. E’ evidente che gli interessi dei team spingano verso una visione sempre più vicina al professionismo, mentre la Federazione abbia a cuore una visione meno estrema e più promozionale.
Perché allora non chiedere il punto di vista degli organizzatori? Fra gli U23, il Tour de l’Avenir ha spiegato la scelta di spostarsi dalla parte dei devo team, voltando le spalle alle nazionali. Cancellando la Nations Cup, è stata la stessa UCI a dare la spallata definitiva a un certo modo di intendere l’attività. Questo però fra gli juniores non è ancora accaduto e forse non avverrà fino a che anche l’ultima squadra WorldTour non si sarà dotata di un team U19. Ne abbiamo parlato con Alessandro Colò, uno dei sei soci che organizzano il Giro della Lunigiana.
Alessandro Colò, ex corridore e ingegnere, è uno dei sei organizzatori della corsa ligure per juniores (foto Giro della Lunigiana)Alessandro Colò, ex corridore e ingegnere, è uno dei sei organizzatori della corsa ligure per juniores (foto Giro della Lunigiana)
Vedremo un Lunigiana per squadre di club?
Posso dare il mio punto di vista e quello del Comitato organizzatore. Siamo sei soci (gli altri cinque sono Lucio Petacchi, Michele Ricci, Marco Danese, Christian Castagna, Renato Di Casale, ndr) e più o meno tutti siamo concordi nella visione che avere il formato a regioni e per nazioni renda l’evento più prestigioso. Sappiamo che è una complicazione per i club juniores, perché non possono esporre la loro maglia e i loro sponsor, però noi guardiamo il nostro interesse.
In cosa il vostro interesse non coincide con il loro?
Per il fatto che quando presentiamo l’evento alle istituzioni e allo sponsor privato e diciamo che è un evento dedicato ai migliori di ogni regione e di ogni nazione invitata, notiamo un interesse superiore. E’ un aspetto apprezzato da sempre, quindi è un punto che non vorremmo modificare. Almeno a breve siamo certi che non avverrà.
Fra le criticità indicate dai team c’è la difficoltà nel programmare la preparazione degli atleti, mandandoli ad esempio in ritiro, dato che i tecnici regionali farebbero le convocazioni guardando gli arrivi delle ultime tre settimane…
Questo può avere un senso per i corridori meno forti. L’atleta di alto livello è già noto al commissario tecnico della nazionale juniores e a quello della regione. C’è già un rapporto di conoscenza tale da sapere se la convocazione sia o meno nell’aria. Se ha fatto dei buoni risultati, anche se va in ritiro e nell’ultimo mese corre poco e non si piazza, viene comunque convocato. Questo dice anche la storia. Se invece per essere convocato devi fare risultati nell’ultimo mese di gara, il discorso è diverso.
Edizione 2025, nel Trentino a corso anche Magagnotti (numero 253), vincitore di una tappa (foto Giro della Lunigiana)Edizione 2025, nel Trentino a corso anche Magagnotti (numero 253), vincitore di una tappa (foto Giro della Lunigiana)
Quindi la rimostranza potrebbe avere senso per gli atleti di livello inferiore?
Se rischi di non essere convocato, è più probabile che ti chiamino se vai forte nell’ultimo mese. Questo è vero ed è un piccolo problema. La squadra juniores che fa l’investimento di mandarlo in altura a sue spese, non ha un ritorno diretto. Su questo sono d’accordo ed è una visione lecitissima da parte del team. Però la storia dice che quelli buoni sono sempre venuti tutti.
Hai parlato di tecnico della nazionale juniores…
Dietro le convocazioni c’è spesso anche lui. Se un atleta è finito nel suo mirino, il cittì gli chiede anche di partecipare al Lunigiana, anche grazie al rapporto che ha con i tecnici regionali. Però ci sta che se questi sono i criteri, l’atleta di livello leggermente più basso rischi di non essere convocato.
Ci si lamenta che i tecnici regionali non abbiano un livello all’altezza della categoria.
Sono abbastanza sicuro che sia un incarico non remunerato, per cui spesso si ritrova a farlo un appassionato, che certamente capisce di ciclismo, ma non è il suo obiettivo principale. Mentre nelle squadre di buon livello, il direttore sportivo lo fa di mestiere, quindi è più preparato e mediamente ha un livello un po’ più alto rispetto ai tecnici regionali. Ho detto mediamente, perché ci sono anche tecnici regionali molto esperti e in certi casi più qualificati di quelli dei club. Però è evidente che ci sia questa differenza, anche in termini di esperienza. Il commissario tecnico della regione, almeno su strada, segue un massimo di due o tre eventi all’anno.
Fra i tecnici regionali ci sono anche ex pro’ come Capecchi, certamente molto qualificatoFra i tecnici regionali ci sono anche ex pro’ come Capecchi, certamente molto qualificato
Da questa risposta si percepisce anche il fatto che ormai il ciclismo juniores abbia due velocità.
E’ vero. Ci sono dei big team che la fanno da padroni, perché hanno la possibilità di attingere a budget superiori. Possono avere i corridori migliori e permettersi un calendario più impegnativo, che forma i loro atleti che già sono più buoni e li porta a un livello più alto. E poi ci sonoi team che hanno budget inferiori e quindi devono per forza correre localmente, senza potersi permettere troppi lussi. Mediamente parte sempre tutto dal budget, per cui percepisco questo doppio livello di velocità.
Il fatto di avere la formula per regioni dipende da una vostra scelta oppure c’è un impegno con la Federazione?
Non c’è nessun impegno. Ogni anno abbiamo da 10 a 20 richieste di club stranieri juniores che vogliono partecipare, ma noi siamo fermi sulla nostra scelta di mantenerlo per regioni e per nazioni. Questo a volte è limitante, perché potresti perdere l’atleta che va fortissimo e magari non può partecipare perché la sua nazionale non ha il budget sufficiente. Però secondo noi tenere il punto ci premia.
Il Tour de l’Avenir ha accettato la svolta…
Quello è un discorso un po’ diverso. Per come si è evoluta la categoria under 23 negli ultimi anni, la loro scelta ha maggior senso. Per noi è diverso. Non esistono le continental fra gli juniores, anzi resiste un po’ di attività giovanile come dieci anni fa. Quindi l’evoluzione negli juniores c’è stata, ma non è decisa e importante come negli under 23.
Siamo realisti, può essere una questione di tempo secondo te?
Sì, può essere una questione di tempo. Potrebbe essere che tra due anni faremo di nuovo questa telefonata e avremo risposte diverse.
Il Team Franco Ballerini di Andrea Bardelli a Roubaix 20 anni dopo l'ultima volta di Franco. Per i ragazzi una maglia speciale. E alla fine, Svrcek è sesto
Stai pedalando in scia, il gruppo è compatto. Il ritmo è controllato e sai di essere allenato per reggere sforzi molto più intensi. Poi, all’improvviso, davanti accelerano. Vuoi restare lì con gli altri, ma le gambe diventano pesanti, il respiro si fa corto troppo in fretta, la frequenza cardiaca sale più del previsto e quella spinta che sai di avere, semplicemente non arriva. Questa sensazione potrebbe essere sintomo di una carenza di ferro, un minerale indispensabile per il trasporto di ossigeno che è bene conoscere meglio.
La capacità di essere performante in uno sport di endurance come il ciclismo è strettamente legata al ferroLa capacità di essere performante in uno sport di endurance come il ciclismo è strettamente legata al ferro
Ferro e sport di endurance
Nel ciclismo di endurance l’ossigeno è uno dei principali fattori limitanti della prestazione. La capacità di trasportarlo dai polmoni ai muscoli dipende in larga parte dall’emoglobina, una proteina contenuta nei globuli rossi che ha come elemento centrale proprio il ferro. Parlare di questo micronutriente significa parlare di efficienza aerobica, di resistenza alla fatica e, quindi, di performance. Non sorprende che questo minerale sia spesso al centro dell’attenzione quando si affrontano temi come cali di rendimento inspiegabili, stanchezza persistente o difficoltà nel recupero.
Oltre a essere indispensabile per il trasporto di ossigeno, il ferro influisce anche sulla capacità delle cellule muscolari di produrre energia, diventando cruciale negli sport come il ciclismo.
Il ferro influisce anche sulla capacità delle cellule muscolari di produrre energiaIl ferro influisce anche sulla capacità delle cellule muscolari di produrre energia
Anemia e carenza di ferro
Gli atleti di endurance, e i ciclisti in particolare, rappresentano una popolazione a rischio per quanto riguarda la carenza di ferro. Le cause sono molteplici: da un lato l’aumento del fabbisogno legato all’allenamento, dall’altro le micro-perdite, spesso sottovalutate, dovute a microtraumi, sudorazione, lesioni alla mucosa intestinale. A questo si aggiunge l’epcidina, un ormone che regola l’assorbimento del ferro e che è direttamente influenzato dall’attività fisica, dall’infiammazione e dallo stress ossidativo.
Le donne cicliste sono particolarmente esposte al rischio di anemia a causa delle perdite mestruali, ma anche negli uomini la carenza di ferro non è rara, soprattutto nei periodi di carico elevato, in seguito a ritiri in altura o in presenza di diete restrittive.
L’integrazione deve essere valutata dal medico e non prima di aver fatto le necessarie analisi del sangue (depositphotos.com)L’integrazione deve essere valutata dal medico e non prima di aver fatto le necessarie analisi del sangue (depositphotos.com)
Quando parlare di integrazione
L’integrazione di ferro non dovrebbe mai essere automatica, ma contestualizzata nel periodo della stagione e nel quadro nutrizionale complessivo, sotto attento consiglio medico. Prima di intervenire è fondamentale una valutazione ematochimica completa, che includa almeno ferritina, emoglobina, sideremia e, se necessario, transferrina.
Integrare in assenza di una reale carenza non solo è inutile, ma può anche essere controproducente, dato che il ferro in eccesso favorisce processi ossidativi e infiammatori.
La presenza di vitamina C e di acido tartarico negli agrumi favorisce l’assimilazione (depositphotos.com)La presenza di vitamina C e di acido tartarico negli agrumi favorisce l’assimilazione (depositphotos.com)
Le diverse forme negli integratori
Gli integratori non sono tutti uguali. Esistono diverse forme, organiche e inorganiche, che sono talvolta combinate con altre sostanze, principalmente vitamina C e acido folico, per migliorare l’assorbimento di questo minerale.
La sfida per chi sviluppa integratori di ferro è, infatti, quella di creare un supplemento che sia realmente assorbibile, senza che si verifichino disturbi gastrointestinali, piuttosto comuni in chi assume ferro inorganico. Ecco perché nei ciclisti che lamentano disturbi intestinali, la scelta della forma di ferro diventa particolarmente importante e addirittura indispensabile per garantire continuità nell’assunzione del minerale.
Tra le forme più promettenti e tollerate troviamo: il fumarato ferroso, che permette di ottenere una maggiore concentrazione di ferro, il ferro bisglicinato, che garantisce un ottimo assorbimento, e quello sucrosomiale, dotato di uno “scudo protettivo” che riduce al minimo il rischio di disturbi gastrici.
Esistono integratori organici e inorganici, come questo di Ethic Nutracetici, con vitamina C, acido folico e vitamina B12Esistono integratori organici e inorganici, come questo di Ethic Nutracetici, con vitamina C, acido folico e vitamina B12
Come migliorare l’assorbimento
Possiamo scegliere l’integratore più adatto a noi, ma se non teniamo conto dei numerosi fattori che ne compromettono l’assorbimento, non riusciremo mai a trarne beneficio. E’ noto che la presenza di vitamina C e di acido tartarico, contenuto per esempio negli agrumi, ne favorisce l’assimilazione. Al contrario l’assunzione congiunta di alimenti ricchi di calcio e fibre, tè e caffè possono ridurla significativamente. Per questo motivo è generalmente consigliabile assumerlo lontano dai pasti principali o comunque separato da alimenti e integratori che ne ostacolano l’assorbimento.
Generalmente si consiglia alla mattina prima dell’allenamento. Così facendo si evita di assumerlo nelle ore successive allo sforzo, quando l’attività dell’ormone epcidina ne limita l’assorbimento. Inoltre, si evita la possibile interazione con altri integratori per il recupero, come le proteine del latte e quelli a base di polifenoli, spesso usati nell’immediato post allenamento. Studi rivelano, infatti, che l’assunzione di 100 mg di polifenoli possono inibire l’assorbimento del ferro inorganico del 50%, e fino al 90% con dosaggi superiori.
In conclusione, nel ciclismo di endurance il ferro rappresenta un micronutriente strategico, ma anche delicato. La sua gestione richiede competenza, monitoraggio e una visione d’insieme che tenga conto di allenamento, alimentazione e stato di salute. Integrare può essere necessario, ma solo se inserito in un percorso consapevole e personalizzato. Come spesso accade in nutrizione sportiva, la differenza non la fa il singolo integratore, ma il contesto in cui viene utilizzato.
Per certi versi, la prestazione di Filippo Fontana ai mondiali di ciclocross a Hulstè stata la più sorprendente della spedizione azzurra e il fatto che sia arrivata alla fine ha anche un maggiore significato. L’apoteosi di Mathieu Van der Poel ha forse tolto un po’ dell’attenzione che il quinto posto finale meritava, dimenticando che erano tanti anni che un italiano non chiudeva tra i primi 5. Lo stesso Gioele Bertolini era stato finora l’ultimo a conquistare un grande risultato con il 6° posto nel 2018.
Fontana però non è tipo da reclamare spazi e attenzione, sono i risultati a parlare per lui e, passato qualche giorno, forse quel piazzamento così inaspettato acquisisce anche un sapore più appropriato.
«E’ stata decisamente una buona giornata, il mondiale era un obiettivo che avevo cerchiato sin dall’autunno scorso. Avevo fatto la stagione di cross principalmente per puntare alla corsa iridata e la forma è arrivata al momento giusto. Penso che sia stata una crescita costante – prosegue Fontana – che mi ha portato a essere davanti per giocarmi un posto nei 10, ma alla fine è arrivato un risultato ancora migliore».
Lo sprint finale per il 4° posto con Fontana beffato dall’olandese Nieuwenhuis per centimetriLo sprint finale per il 4° posto con Fontana beffato dall’olandese Nieuwenhuis per centimetri
Che giornata è stata?
Davvero incredibile a livello di sensazioni, ho raccolto quello che potevo. In partenza avevo anche perso tempo perché era partito male il corridore davanti a me, Io ero già posizionato a sinistra che non era proprio il massimo. Così non sono partito benissimo, ero dietro, ma sono riuscito a recuperare subito e al secondo giro ero nel primo gruppo.
Un recupero che non è passato inosservato…
Credo che con il ritmo che tenevo, forse con un po’ di fortuna avrei anche potuto chiudere quarto, ma davanti andavano davvero forte, quindi alla fin fine non sarebbe cambiato molto. Penso che il massimo risultato ottenibile sarebbe stato appunto un quarto posto, ma cambia poco.
Stando nel gruppo, cambia tanto la presenza di Van der Poel, anche nell’atteggiamento che hanno gli altri?
Cambia il fatto che non c’è la lotta per la vittoria come sarebbe in sua assenza, se non gli accade qualcosa si vede che è di un’altra categoria. Quindi magari c’è un po’ più di attendismo per giocarsi gli altri due posti sul podio.
Fontana corre con i Carabinieri Olympia e a Hulst ha pagato dazio in partenza, costretto a una corsa di rimontaFontana corre con i Carabinieri Olympia e a Hulst ha pagato dazio in partenza, costretto a una corsa di rimonta
Un’altra cosa particolare è che davanti a te sono arrivati praticamente tutti stradisti. Tu sei stato il primo biker puro a tagliare il traguardo…
Ormai l’ambiente è cambiato, si sa che alla fine il cross è una disciplina praticata principalmente da stradisti, i biker sono pochi, è un po’ più difficile vederli anche perché la stagione di mtb è lunga, è forse anche più difficile conciliarla con l’inverno. Quindi la cosa non mi stupisce tantissimo.
Dallo scorso anno, dalla tua prestazione ai mondiali di cross country con una top 10 conquistata anche lì, è come se fosse scattato qualcosa in te. Senti di aver fatto un salto di qualità?
Io penso che siano tante cose messe insieme e che siano arrivate anche forse nel momento giusto, in un periodo in cui mi sono voluto impegnare, mettere alla prova. Sicuramente c’è maturazione fisica, concentrazione mentale ma anche tanta voglia di far bene. Dei cambiamenti a livello di testa sono stati fatti, ho la consapevolezza di poter arrivare là davanti e questo mi porta ad approcciare le gare in una maniera sicuramente diversa.
Cinque vittorie in stagione compreso il titolo italiano, ma soprattutto tanti risultati internazionaliCinque vittorie in stagione compreso il titolo italiano, ma soprattutto tanti risultati internazionali
Pensi che il tuo risultato sia anche l’espressione del movimento, l’avvisaglia di quel che sarà con la maturazione di gente come Viezzi, Agostinacchio che ti daranno anche manforte contro Belgio e Olanda?
Sai, è difficile confrontarsi con quei movimenti se non altro per il numero di praticanti che hanno. Noi abbiamo dei giovani molto forti, io ho dimostrato di essere all’altezza, ma se si vuole parlare di reale crescita, si dovrebbero vedere numeri più grandi in nazionale. Belgio e Olanda hanno un bacino di talenti enorme e un ricambio clamoroso negli anni.
Che cosa ti aspetta ora?
Farò una settimana di relax e poi inizierà la preparazione per la mountain bike, per essere già in gara a marzo a Verona nella prova dell’Italia Bike Cup.
Fontana arriva da una stagione di MTB 2025 da assoluto protagonista, centrando anche lì la Top 10 iridata (foto Kasik)Fontana arriva da una stagione di MTB 2025 da assoluto protagonista, centrando anche lì la Top 10 iridata (foto Kasik)
Ripensandoci adesso a mente fredda, che cosa lascia questa esperienza di Hulst nella mente di Fontana?
La consapevolezza che anche in giornate come domenica, con il meglio al mondo, si può lottare per qualcosa di grande. Quando arriva un risultato che finalizza il lavoro fatto da parte della squadra, di tutto lo staff, c’è anche tanta particolare soddisfazione. Vorrei non fermarmi qua e continuare a lavorare, visto che comunque c’è un’estate davanti molto importante per me nella mountain bike e vedere che cosa si potrà portare a casa.
Abbiamo chiesto a Conci come sia correre alla Alpecin all'ombra di VdP. La risposta è semplice: tutti trattati allo stesso modo, però Mathieu è numero uno
Mathieu Van der Poel sperimenta un'altra Liegi e finisce per salire sul podio. Eppure il suo realismo è esemplare: con un Pogacar così non avrò mai chance
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Il tempo di rendersi conto che Patrick Eddy (corridore di una continental) avesse appena battuto Luke Plapp di una WorldTour nei campionati nazionali australiani e la memoria è andata al 29 giugno 2025. Quel giorno a Gorizia, Filippo Conca bruciò Covi diventando campione italiano. Anche lui con la maglia di una piccola squadra che in mezzo a tutte le altre faceva notizia per la stessa presenza.
«Diciamo che sono due storie molto simili – racconta Conca, che dopo il tricolore è passato alla Jayco-AlUla – ma lui comunque è riuscito a trovare una continental. Magari in Italia non si possono considerare neanche al pari di un semiprofessionismo, mentre all’estero ci sono realtà come squadre pro’. Penso alla Petrolike oppure al Team Ukyo, che non hanno niente in meno rispetto ad alcune professional. Lui è sceso dal WorldTour alla continental e ha fatto due passi indietro. Io ne ho fatti tre, forse anche quattro.
«Lo Swatt Club quest’anno è continental – sorride Conca – ma l’anno scorso non era da considerare nemmeno una squadra di dilettanti, eravamo dei privati senza un vero capitano e con il gusto di fare quel che ci piaceva».
Filippo Conca commosso sul podio di Gorizia con la maglia tricolore che gli ha permesso di riprendere la carrieraFilippo Conca commosso sul podio di Gorizia con la maglia tricolore che gli ha permesso di riprendere la carriera
Forse però vi accomunava lo stesso stato d’animo. Patrick Eddy, al pari di quanto dicesti tu, aveva una gran voglia di dimostrare di non essere un corridore da buttare…
Serve tantissima testa. A me per tutta la carriera hanno rinfacciato che non credessi abbastanza in me stesso e che non fossi una persona positiva. Adesso posso dire che se non sei una persona positiva e non credi in te stesso, non riesci a vincere una corsa a quel modo. Sicuramente però la mia realtà è un po’ diversa dalla sua…
Sotto quale punto di vista?
Lui non era più un professionista da tre mesi, perché comunque ha finito la stagione con il Team PicNic. Io invece non ero più prof da ottobre dell’anno prima, quindi alla fine è un po’ diverso arrivare all’obiettivo a metà stagione senza avere corse nelle gambe, piuttosto che arrivare alla ripresa dove gli altri non sono ancora al 100 per cento. Anche all’italiano tanti non erano al massimo, però avevano nelle gambe un Giro d’Italia e in genere 30-40 giorni di corsa.
Al netto di questa differenza, puntare su una corsa secca e vincerla per prendersi una rivincita resta un bel colpo: per Conca e anche per Patrick Eddy, no?
Devo dire la verità, io prima dell’italiano stavo già pensando al mio futuro nel gravel, trovando uno sponsor che mi permettesse di fare attività mentre mi calavo in una realtà lavorativa di altro genere. Sapevo di poter far bene e che, se tutto andava come doveva andare, sarei arrivato davanti. Credevo alla vittoria: non tanto per la voglia di riconquistarmi il posto, ma per far vedere che dentro mi era scattata la molla giusta. Sapevo che probabilmente era l’unica opportunità e che, se fossi arrivato secondo, probabilmente non sarei neanche ritornato professionista.
Con questo sprint Patrick Eddy ha battuto il favorito Plapp come Conca ha battuto Covi (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)Con questo sprint Patrick Eddy ha battuto il favorito Plapp come Conca ha battuto Covi (foto JP Ronco -Australia Cycling Photography)
Ne sei sicuro?
Purtroppo, alla fine è un mondo in cui se non nasci con la camicia, fai poca strada. Penso che per la mia storia, con tanti stop e gli incidenti, quello che ho fatto è già un miracolo.
In che modo sei stato accolto dal gruppo?
Quando mi sono trovato fuori dal ciclismo, nonostante sia sempre stato la mia passione, mi sono sentito con pochissime persone e pochissimi dell’ambiente si sono preoccupati di chiedermi come stessi. Anche scrivere un semplice messaggio, come ho sempre fatto io nei confronti di altri che passavano momenti di difficoltà. Così mi sono messo il cuore in pace, ho fatto la mia esperienza nel gravel, ma avevo già in mente l’italiano. Non perché vincendo sarei passato professionista, ma per dimostrare che valgo ancora. Detto questo, gli amici sono davvero pochi. Alla fine è brutto da dire, ma sono tutti rivali.
Bè, con le sue dichiarazioni, Covi dopo l’arrivo parlò da amico…
Certo, ma “Ale” (Alessandro Covi, ndr) è sicuramente un signore. Ci conosciamo da quando abbiamo sei anni, sua mamma è venuta ad abbracciarmi appena dopo. I nostri genitori si conoscono bene. Quindi sono sicuro che Covi ovviamente sarà stato arrabbiato per la vittoria sfumata, ma riparlandone dopo, mi ha detto di aver fatto i suoi migliori wattaggi di sempre, che in volata però non gli sono bastati.
La vittoria del campionato italiano è valsa a Conca un contratto biennale con la Jayco-AlUlaLa vittoria del campionato italiano è valsa a Conca un contratto biennale con la Jayco-AlUla
Pensi di poter dare un consiglio a Patrick Eddy che si ritrova con la bandiera australiana sulle spalle?
Sta correndo il terzo anno da pro’, ma ha 23 anni e sicuramente potrà fare una carriera. Anche lui come me non si può dire che sia un campione, ma può diventare un buon gregario per i compagni e avere di tanto in tanto la sua occasione. E’ un buon corridore e può riprendere il cammino interrotto, magari trovando l’opportunità di andare in una professional o in una WorldTour, anche se adesso, ad anno avviato, non sarà semplicissimo. Cos’altro posso dirgli? Bravo e in bocca al lupo…