AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan

Malucelli e la volata vincente: un mix di gambe e studio

10.02.2026
7 min
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Durante uno di quei pomeriggi d’inverno fatti apposta per pensare, Malucelli si è messo a ragionare sulle sue volate. Ricordate l’intervista dello scorso ottobre in cui il romagnolo spiegò di aver cambiato posizione in bicicletta, preferendo un assetto aerodinamico che lo rendeva più veloce pur facendo meno watt? Le otto volate vinte (anche) grazie a questa intuizione non gli bastavano più e così, con il tipico approccio dell’ingegnere meccanico (laurea conseguita nel 2018 a 25 anni, ndr), Matteo ha riaperto il file.

«Mi sono detto – sorride Malucelli – che con quella posizione le corse in Asia le vinco. Però rispetto a quelli che vincono in Europa, mi manca qualcosa. E allora ho cominciato a fare tutti i miei ragionamenti sul divano e sono arrivato a una soluzione che non vi posso dire, perché sennò sveliamo il segreto. O meglio, ve la dico se non la scrivete. Ne ho parlato con Sedun e poi con Dowsett, che alla XDS Astana si occupa dei materiali, e hanno convenuto che avrebbe potuto funzionare. Sappiamo che la bici settata come nel 2025 funziona, ci siamo detti, proviamo a cambiare e vediamo come va».

Matteo Malucelli, ritiro, XDS Astana, pedivelle da 165
L’adattamento di Malucelli alle pedivelle da 165 e la corona da 56 ha preso buona parte del ritiro invernale (immagine Instagram)
Matteo Malucelli, ritiro, XDS Astana, pedivelle da 165
L’adattamento di Malucelli alle pedivelle da 165 e la corona da 56 ha preso buona parte del ritiro invernale (immagine Instagram)
Custodiremo il segreto, ma qualcosa bisognerà pure dire, senno come lo spieghiamo che grazie (anche) al nuovo assetto, Malucelli ha battuto Milan ad AlUla?

Quello che si può dire, che è una parte importante ma non è tutto, è che ho messo le pedivelle da 165 e ho montato il 56. Prima non lo spingevo: con le 170 non lo facevo girare e mi mancava velocità. Ero veloce, ero aerodinamico, ma non riuscivo a spingerlo per tutto il giorno perché diventava pesante e in volata arrivavo a 72, 73 all’ora e oltre non andavo.

Basta questo?

Ho ragionato molto anche sulle innovazioni delle cronometro. Una volta la teoria era di avere il manubrio basso e la testa alta, negli anni invece hanno chiuso lo spazio fra il manubrio e la testa, alzando il primo e abbassando la seconda. C’era spazio per inventarsi qualcosa e l’ho fatto. L’ho pensata, l’ho studiata, l’ho ragionata e la tengo per me.

Ti sei accorto subito che la nuova posizione funzionava?

L’ho trovata subito più comoda e quando ho montato il 56 con le pedivelle da 165, mi sono accorto che non era lungo come con le pedivelle da 170. E mi sono detto: se riesco a farlo girare alla stessa velocità con cui spingevo il 54, ho fatto bingo.

Ci spieghi come mai il 56 si gira meglio con le pedivelle corte?

Tanti dicono che se hai la pedivella corta, devi imprimere più forza perché accorgi il braccio della leva. In realtà, quando trasmetti forza alla catena, hai accorciato il raggio della pedivella, ma hai allungato il raggio della corona perché il 56 è più grande del 54. Quindi fondamentalmente i due fattori si compensano, con la differenza che il 56 sviluppa più metri.

Shimano Dura Ace, corona da 56
Il 56 è diventato alla portata di Malucelli grazie al cambio delle pedivelle: da 170 a 165
Shimano Dura Ace, corona da 56
Il 56 è diventato alla portata di Malucelli grazie al cambio delle pedivelle: da 170 a 165
Perché comunque l’applicazione della forza avviene nel punto in cui la catena aggancia la corona?

Esatto, però i finti ingegneri che sono nelle squadre, per me questo passaggio non l’hanno colto. Per cui dopo che più volte mi era stato sconsigliato di usare le pedivelle più corte, quest’inverno ho chiesto di provarle.

E cosa hai scoperto?

Non è che per stare dietro agli altri faccio 20 watt in più. Allo stesso modo, se faccio una salita accanto a un altro, i watt sono gli stessi di prima, perché il rapporto potenza/peso di Malucelli rimane lo stesso. Ma per assurdo, riesco ad andare più agile col 56, viaggiando sempre con la catena intorno a metà cassetta. Vado sempre un dente più agile, la volata che ho vinto contro Milan, non l’ho fatta con l’11, ma col 13.

La strada tirava come si poteva pensare dalla televisione?

No, era un piattone, ma veniva vento da destra. Non so chi ha detto che fosse contrario e che Milan si sia piantato. Nello stradone, avevamo vento in faccia, leggermente da destra, infatti stavano tutti a sinistra. Quando abbiamo svoltato a sinistra per il rettilineo di arrivo, il vento era completamente laterale da destra. Ackermann che è stato il primo a partire e poi Bauhaus erano entrambi sulla sinistra. Quando Milan ha fatto la sua passata e io ero sulla sua destra, l’abbiamo fatta tutta in pieno vento.

Perché il 56 fa la differenza?

Non l’avevo mai usato. L’anno scorso alla Vuelta a Burgos, quando arrivai secondo dietro Moschetti, avevo il 55. Persi di un pelo, a 135 pedalate da seduto perché non avevo rapporto. Se avessi avuto il 56 avrei vinto? Probabilmente, ma non riuscivo a spingerlo. Da quel momento mi mi sono detto che avrei dovuto trovare il modo per farlo. Solo che non bastava montarlo, usarlo e abituarsi. Così quest’inverno ho messo giù l’idea e pare che funzioni.

AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan
Nella volata vinta all’AlUla Tour il vento soffiava da destra: Malucelli l’ha preso in pieno, ma ha saltato Milan
AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan
Nella volata vinta all’AlUla Tour il vento soffiava da destra: Malucelli l’ha preso in pieno, ma ha saltato Milan
Come è stato adattarsi?

Abbiamo cominciato in ritiro, iniziando con le pedivelle corte. Facevo le volate contro Kanter con il 54 e le 165. Partivo, lo lasciavo lì e poi mi arenavo. Facevo il picco e poi la potenza andava giù, perché a un certo punto non c’era più il rapporto, e lui mi rimontava. Così abbiamo messo il 56 e ho visto che facevo lo stesso picco di prima con il 54 e le 170, ma lo tenevo più a lungo, facendo lo stesso numero di pedalate.

Cosa cambia?

E’ matematica. Fai 26 centimetri in più a pedalata, in una volata fai 20 pedalate e quindi sono 4 metri in più a parità di tutto il resto. Quattro metri sono due biciclette, quindi adesso c’è curiosità di vedere al UAE Tour se funziona davvero.

All’AlUla Tour qualche indicazione è venuta, no?

Il giorno della seconda vittoria di Milan (la 2ª tappa, vinta da Jonathan su Skerl, in cui Malucelli è arrivato quinto, ndr) nonostante abbia dovuto frenare perdendo le ruote, ho rimontato su tutti e sono arrivato con le stesse tre bici da Milan che avevo quando sono partito. La volta dopo sono riuscito a partirgli da ruota e l’ho saltato.

Anche Milan è attaccabile?

E’ ovvio che non metto in discussione Milan come velocista: se facciamo dieci volate, ne perdo otto. Però ogni tre volate, una gli viene meno bene e se uno è bravo e pronto a farsi trovare nel posto giusto, magari lo batte. Se arrivo a vincerne due su dieci, a me va bene. Secondo me ce la possiamo giocare (Malucelli se la ride, ndr).

AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli
Dopo la vittoria della 4ª tappa dell’AlUla Tour, Malucelli ha avuto la conferma delle sue teorie (e delle grandi gambe!)
AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli
Dopo la vittoria della 4ª tappa dell’AlUla Tour, Malucelli ha avuto la conferma delle sue teorie (e delle grandi gambe!)
E’ frustrante l’etichetta di Malucelli che vince le volate in Oriente e qui in Europa non ce la fa?

Durante le riunioni dell’inverno, questo è stato fonte di discussione. E’ chiaro che se corro soltanto là, le volate le vinco là. Nel 2025 ho fatto una volata al UAE Tour e sono arrivato secondo, ne ho fatta un’altra a Burgos e sono arrivato secondo. In Cina faccio 20 volate e ne vinco 5 o 6. Proviamo a fare 20 volate in Europa e vediamo come può andare. E’ chiaro che non vinco 10 corse, perché il livello è più alto. Però proviamoci e magari va come in Turchia, dove sono riuscito a vincere.

Alla luce di questo, si può parlare di Giro d’Italia?

Già da novembre ho chiesto di farlo, poi a gennaio l’ho chiesto ancora, ma ci stanno ragionando. Vediamo di fare qualcosa di buono al UAE Tour (16-22 febbraio, ndr) e chissà che non se ne possa parlare davvero.

Che cosa prevede ora il tuo programma?

Dopo UAE teoricamente non corro per un mese e mezzo, perché l’idea è quella di tornare al Tour of Hainan (15-19 aprile, ndr). Lo sponsor è cinese e giustamente ci tiene. Tornerei di qua il 22-23 aprile e, se dovessi fare il Giro, non ci sarebbe più tempo per andare in altura. Per cui potrei andare in montagna fra UAE Tour e Hainan e poi andare dritto al Giro. Ma adesso pensiamo al UAE Tour, ho qualche curiosità da togliermi.

Il 2026 di Hirschi, questa volta si gioca tutto

Il 2026 di Hirschi, questa volta si gioca tutto

10.02.2026
5 min
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La stagione di Marc Hirschi è già iniziata con le prime tre corse in Spagna, senza grandi squilli a differenza di quanto avvenne lo scorso anno con vittoria alla prima uscita.  Lo svizzero della Tudor però non si preoccupa e guarda giustamente più avanti in una stagione per lui importante. Nel suo caso c’è sempre una sorta di attesa particolare, sin da quando emerse nel 2020 come grande interprete delle classiche delle Ardenne e ancor di più dopo il 2024, nel quale raccolse un numero impressionante di successi.

Hirschi nel 2025 ha colto una vittoria e 3 podi. Quest'anno ha corso finora 3 volte
Hirschi nel 2025 ha colto una vittoria e 3 podi. Quest’anno ha corso finora 3 volte
Hirschi nel 2025 ha colto una vittoria e 3 podi. Quest'anno ha corso finora 3 volte
Hirschi nel 2025 ha colto una vittoria e 3 podi. Quest’anno ha corso finora 3 volte

Riscattarsi dopo le delusioni

Visto come sono andate le cose lo scorso anno (75 giorni di gara con quella sola vittoria di gennaio) in tanti pensano che quella pioggia di successi, ben 9 compresa la Clasica di San Sebastian, sia legata soprattutto alla militanza nella UAE. Cambiata maglia, cambiati i valori. Lo svizzero è pronto a smentire i denigratori e vuole farlo con i fatti prima ancora che con le parole…

Parlando della sua prima stagione con la Tudor, Hirschi lo considera un necessario anno di apprendistato da entrambe le parti: «Ci siamo avvicinati, abbiamo preso le misure. Avevo iniziato con una vittoria seguendo la scia dell’anno precedente ed era stato bello, ma sinceramente speravo che poi le cose andassero in maniera diversa, non posso essere soddisfatto, ma questo mi dà maggiore carica per quella nuova».

Nell'incontro con la stampa prima d'inizio stagione lo svizzero non ha nascosto le difficoltà vissute nel 2025
Nell’incontro con la stampa prima d’inizio stagione lo svizzero non ha nascosto le difficoltà vissute nel 2025
Nell'incontro con la stampa prima d'inizio stagione lo svizzero non ha nascosto le difficoltà vissute nel 2025
Nell’incontro con la stampa prima d’inizio stagione lo svizzero non ha nascosto le difficoltà vissute nel 2025

Un anno di assestamento

Lo svizzero però non guarda solo ai risultati: «Per questo dico che è stato un anno di assestamento. Con la squadra mi trovo molto bene, ho trovato subito grande feeling, ci sono stati molti momenti positivi come l’intera esperienza al Tour de France. Ma la mia attività è fatta di numeri, di risultati, di vittorie e spero che queste arrivino in misura maggiore nel 2026».

Nel parlare con lui, il richiamo al 2024 è incessante e d’altronde in quella stagione sembrava davvero il contraltare di Pogacar, pronto a sostituirlo sul gradino più alto del podio dove il vincitutto non poteva esserci. La sua preparazione, considerando da una parte l’ultimo anno alla UAE e dall’altro l’annata passata, è cambiata per farlo trovare pronto? «In qualcosa, nel senso che farò un ritiro in quota nel corso della primavera. Prima dell’inizio della stagione diciamo che ho leggermente abbassato il numero di chilometri per essere più fresco.

La vittoria dell'elvetico alla Clasica Comunitat Valenciana, prima e unica lo scorso anno
La vittoria di Hirschi alla Clasica Comunitat Valenciana, prima e unica lo scorso anno
La vittoria dell'elvetico alla Clasica Comunitat Valenciana, prima e unica lo scorso anno
La vittoria di Hirschi alla Clasica Comunitat Valenciana, prima e unica lo scorso anno

Meno gare e l’altura prima del Giro

«Nel complesso non ci sono grandi cose che cambieranno, viceversa cambia un po’ il calendario. L’obiettivo è fare un pochino meno gare per avere più tempo per allenarmi, per curare maggiormente l’esplosività che ritengo sia l’elemento distintivo, quel che forse mi è mancato la stagione passata. Insomma, “less is more” come si suol dire…».

Questo significa aver messo mano al suo programma di gare: «Il prossimo weekend sarò in Portogallo, alla Figueira Champion Classic sperando di cominciare a vedere qualche segno che si traduca in risultati. Il primo obiettivo saranno le classiche delle Ardenne come sempre, poi prenderò un periodo di pausa per andare in altura e preparare il Giro d’Italia dove vorrei tornare a vincere in un grande giro».

Hirschi quest'anno farà il suo esordio al Giro d'Italia, lasciando il Tour ad Alaphilippe
Hirschi quest’anno farà il suo esordio al Giro d’Italia, lasciando il Tour ad Alaphilippe
Hirschi quest'anno farà il suo esordio al Giro d'Italia, lasciando il Tour ad Alaphilippe
Hirschi quest’anno farà il suo esordio al Giro d’Italia, lasciando il Tour ad Alaphilippe

Dopo il Giro, obiettivo iridato a Montreal

L’elvetico ha tra i suoi obiettivi di questa stagione riprendere quel feeling con le tappe, visto che l’ultimo suo successo risale al Tour 2020. Per questo, sapendo dell’invito alla Tudor per il Giro, ha scelto di esordire alla corsa rosa: «Ho visto il percorso e mi pare molto bello, con molte occasioni per poter cercare spazio. Nella seconda parte della stagione invece voglio preparare bene i mondiali in Canada. Lì ci sono già stato, conosco bene le strade Montreal, so che si adatta davvero alle mie caratteristiche e penso che sia una grande occasione».

Parlando del confronto fra i due ultimi team nella sua carriera, Hirschi si toglie anche un sassolino dalle scarpe: «E’ chiaro che tutti mi chiedono della UAE, del fatto che ci sono tanti corridori che vincono. Io sono convinto che anche alla Tudor ci siano tanti corridori vincenti. Io penso che ora stiamo crescendo rapidamente come squadra e abbiamo molte possibilità di vittoria, di trovare tanti spazi anche in questo ciclismo fatto di fuoriclasse. Con Alaphilippe, con cui ho costruito un ottimo rapporto, possiamo condividere la leadership e fare ottime cose. Mi piace essere leader e avere molta libertà, quindi è bello avere la fiducia della squadra, mi ha dato molta motivazione, non la vedo come una pressione».

Tour 2020, a Sarran lo svizzero del Team Sunweb dà scacco matto vincendo per distacco
Tour 2020, a Sarran Hirschi dà scacco matto vincendo per distacco
Tour 2020, a Sarran lo svizzero del Team Sunweb dà scacco matto vincendo per distacco
Tour 2020, a Sarran Hirschi dà scacco matto vincendo per distacco

L’importanza del mental coach

Un passaggio importante, quello dalla UAE alla Tudor che è stato affrontato anche attraverso il supporto molto maggiore di un mental coach: «Non posso negare che mi ha dato una grossa mano. Ci lavoro da diverso tempo, ho già dovuto affrontare molte delusioni nella mia carriera e in alcuni momenti non è stato facile, perché si cerca sempre di migliorare e poi non si ottiene il risultato che ci si aspettava, pensi che hai lavorato invano. Nel complesso sono riuscito a gestirlo abbastanza bene, l’inverno è stato utile per staccare soprattutto mentalmente, durante la stagione si ha poco tempo per andare avanti».

Davide Martinelli, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)

Martinelli: l’esperienza in ammiraglia e il ritorno tra i pro’

09.02.2026
6 min
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BUDAPEST (Ungheria) – Piazza degli Eroi, costruita nel 1896 e posizionata nella zona nord della capitale ungherese, rappresenta la storia di questo Paese e ne celebra i mille anni dalla conquista magiara. Un punto cardine della città e del popolo ungherese, ed è da qui che la MBH Bank-Csb-Telecom Fort ha fatto partire il secondo capitolo di una storia. La formazione partita come Colpack-Ballan-Csb è arrivata nel professionismo, lo ha fatto grazie agli investimenti del colosso MBH Bank, unito all’esperienza e le conoscenze del suo staff tutto italiano. 

Davide Martinelli è arrivato nel team di Antonio Bevilacqua quando già era avvenuto un primo passaggio importante, con l’arrivo di MBH Bank come primo sponsor. Era il 2024 e il cammino, che sembrava segnato ma lontano ora è diventato realtà. Dopo due stagioni il team acquisisce la licenza di professional, un passo importante che ha portato, e porterà, a grandi cambiamenti.

Davide Martinelli, Gianluca Valoti, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Davide Martinelli insieme a Gianluca Valoti durante la presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort in Ungheria (foto Think Bold)
Davide Martinelli, MBH Bank-Csb-Telecom Fort (foto Think Bold)
Davide Martinelli insieme a Gianluca Valoti durante la presentazione della MBH Bank-Csb-Telecom Fort in Ungheria (foto Think Bold)

Esperienza 

Davide Martinelli ha dalla sua parte la fortuna di avere come riferimento una figura come quella di Giuseppe Martinelli, che è stato un grande diesse ed ha condotto e affiancato tanti campioni portandoli a conquistare vittorie in ogni campo. Tuttavia Davide Martinelli è arrivato in ammiraglia subito, imparando a entrare in questi meccanismi e farli suoi

«Sono contento – ci racconta mentre la squadra fa le foto di rito – di aver fatto due anni di esperienza, mi sono serviti per conoscere i ragazzi e per capire come si ragione dall’altra parte. Tante dinamiche le capisci una volta in ammiraglia, molti retroscena quando sei in bici non li capisci. Per questo a volte scuso i ragazzi quando vedo che anche loro faticano a vederli».

Davide Martinelli, MBH Bank (foto Think Bold)
Davide Martinelli è salito in ammiraglia nel 2024 con il team continental (foto Think Bold)
Davide Martinelli, MBH Bank (foto Think Bold)
Davide Martinelli è salito in ammiraglia nel 2024 con il team continental (foto Think Bold)
Quali sono?

Un esempio è sulla selezione dei corridori per le varie gare. Da atleta non lo vedi, ma magari si passano giorni a ragionare e cercare di capire quale atleta portare in base al tipo di corsa che si vuole fare. 

Il confronto aiuta?

Sono giovane per essere un diesse (Davide Martinelli è classe 1993, ndr) quindi i ragazzi si confrontano in maniera più aperta. Abbiamo uno staff di grande esperienza, che ha lavorato tanto con i giovani, anche questo è un aspetto importante. Però mi rendo conto che i nostri atleti a volte mi parlano come se fossi un amico, infatti una delle cose da fare è imparare a mantenere una certa distanza. 

Davide Martinelli, fresco di esperienza nel WorldTour, ha portato una grande conoscenza tecnica alla MBH Bank (foto MBH Bank Ballan)
Davide Martinelli, fresco di esperienza nel WorldTour, ha portato una grande conoscenza tecnica alla MBH Bank (foto MBH Bank Ballan)
Dopo due stagioni diventi “professionista” anche tu…

Ad essere sincero mi sono reso conto, fin dalle prime gare professionistiche fatte lo scorso anno, che in questo contesto riesco ad esprimermi al meglio. Capisco maggiormente le dinamiche di squadra e di corsa. Anzi, è stato più complicato il passaggio alle gare under 23. 

Aver chiuso la carriera da ciclista pochi anni fa ti ha dato una mano?

Sicuramente, magari se avessi terminato qualche anno prima sarebbe stato un po’ più complicato. Il ciclismo è cambiato tanto, ma nei miei ultimi anni di carriera da corridore la tendenza era già quella che si vede ora. Il ciclismo si evolve sempre, però la mia esperienza mi è tornata utile.  

Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro
Nespoli passa tra i professionisti con la MBH Bank dopo due anni di continental, un cammino tutto interno al team
Lorenzo Nespoli, classe 2004, ha vinto la terza tappa a cronometro
Nespoli passa tra i professionisti con la MBH Bank dopo due anni di continental, un cammino tutto interno al team
Qual è la cosa che ti sei portato dietro e che ti ha dato una mano?

La tecnologia. I giovani ora sono super informati e preparati, di conseguenza anche noi diesse dobbiamo essere allo stesso livello, se non oltre. Quando un ragazzo fa una domanda non puoi farti cogliere impreparato. Saper usare Velo Viewer, Training Peaks e altre piattaforme è un bel vantaggio. Inoltre quando i preparatori ci parlano riesco a capire ciò che intendono e quali sono le richieste in fatto di performance e allenamento. 

Sei un po’ l’anello che congiunge corridori e direttori sportivi all’interno del team?

Credo proprio di sì. Penso che Gianluca Valoti, Antonio Bevilacqua e gli altri diesse pensino questo di me. Ognuno ha il suo ruolo, siamo cinque diesse appartenenti ad altrettante generazioni. C’è un’esperienza e una profondità di gestione della squadra davvero importante. Abbiamo visto il ciclismo in anni differenti e sapremo portare la nostra dose di esperienza.

Samuele Zoccarato, MBH Bank-Csb-Telecom Fort
Samuele Zoccarato è uno dei corridori che arriva dal professionismo e porta una grande esperienza da mettere a disposizione in corsa
Samuele Zoccarato, MBH Bank-Csb-Telecom Fort
Samuele Zoccarato è uno dei corridori che arriva dal professionismo e porta una grande esperienza da mettere a disposizione in corsa
Che idea ti sei fatto di questi giovani che portate nel professionismo?

Tutti devono imparare molto. A volte quando non capiscono qualcosa, mi immedesimo in loro e capisco che alla loro età nemmeno io la capivo. Questa è la differenza che ho trovato tra chi arrivava dal professionismo, come Masnada, Buratti e Zoccarato, e chi invece è passato dalla continental. I giovani hanno tanto da imparare e la cosa bella di questo lavoro è che ogni spunto viene colto e apprezzato

Li vedi pronti?

Penso che per alcuni di loro sarebbe stato giusto fare un passo in più, senza esagerare e fare subito certe gare o esperienza. Il passo che la squadra ha fatto ci ha permesso di tenere con noi alcuni ragazzi, con la possibilità di guidarli ulteriormente in un percorso di crescita continuo. Faremo un calendario impegnativo ma senza esagerare, alla fine è bello che riescano ad avere anche delle soddisfazioni. Ad esempio al Tour of Sharjah abbiamo vinto una tappa con Nespoli, vederlo vincere ed essere felice ci fa capire di aver fatto la scelta giusta. Anche perché quando farà solo corse di altissimo livello non sarà così facile vincere ed emergere. 

Fausto Masnada, MBH Bank-Csb-Telecom Fort
Un altro corridore di grande esperienza è Fausto Masnada e arriva da sette stagioni nel WorldTour
Fausto Masnada, MBH Bank-Csb-Telecom Fort
Un altro corridore di grande esperienza è Fausto Masnada e arriva da sette stagioni nel WorldTour
Al contrario, con i corridori che già arrivavano dal professionismo come ti sei trovato?

Parliamo la stessa lingua. Atleti come Masnada, Zoccarato, Buratti capiscono e leggono la corsa in maniera reattiva. Hanno un’esperienza tale da permettergli di leggere ogni fase di gara. A volte in ammiraglia le cose arrivano con qualche secondo di ritardo, che può essere fatale in certe situazioni. Avere corridori esperti ci aiuta ad avere una voce dal gruppo e prendere decisioni, o addirittura le prendono direttamente loro. 

Avete trovato il giusto equilibrio?

A mio modo di vedere sì, siamo riusciti a costruire una squadra giovane e allo stesso modo di esperienza. Un altro aspetto importante è che tanti ragazzi diventati pro’ quest’anno hanno corso con noi da under 23. Conoscerli ci aiuterà meglio nella loro gestione.

I fratelli Pezzo Rosola, due talenti diversi a confronto

I fratelli Pezzo Rosola, due talenti diversi a confronto

09.02.2026
6 min
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Due fratelli, da sempre impegnati nel ciclismo ma da sempre con i fari puntati addosso e da sempre alle prese con un cognome (anzi due, ad essere precisi) pesante da portare sulle spalle. Kevin e Patrik Pezzo Rosola stanno però trovando il loro spazio nel difficile mondo delle due ruote acquistando sempre più una propria dimensione individuale, tra strada e ciclocross.

Più volte chiamati in causa individualmente, noi li abbiamo messi a confronto in un’intervista a due voci, stile Le Iene, anche per capire come si stanno orientando nel mondo del ciclismo, affrancandosi da facili pregiudizi e trovando una propria dimensione anche indipendentemente l’uno dall’altro, attraverso un rapporto interpersonale che va cambiando anche in base alla loro età.

Kevin e Patrik Pezzo Rosola, capaci di affrancarsi dal peso di due cognomi storici nel ciclismo italiano
Kevin e Patrik Pezzo Rosola, capaci di affrancarsi dal peso di due cognomi storici nel ciclismo italiano
Kevin e Patrik Pezzo Rosola, capaci di affrancarsi dal peso di due cognomi storici nel ciclismo italiano
Kevin e Patrik Pezzo Rosola, capaci di affrancarsi dal peso di due cognomi storici nel ciclismo italiano
Che cosa ti aspetti da questo 2026 ciclistico?

Kevin: Mi aspetto di fare il grande passo anche se quest’anno non è partito benissimo. L’avevo preparato bene col ciclocross, con la Fas Airport Services Guerciotti. Ho fatto 5-6 corse, dovevo essere al campionato italiano, ma mi sono fatto male al ginocchio e alla fine ho saltato quello e perso tutta la preparazione di gennaio. Sto ripartendo adesso, quindi diciamo che i piani sono un po’ cambiati, ma l’obiettivo non cambia, ho visto che l’anno scorso è stata una buona stagione, chiusa bene con il Veneto Classic dove ho dimostrato di poter essere all’altezza di quel mondo.

Patrik: Io mi aspetto di migliorare quanto fatto l’anno scorso anche su strada dopo la bella stagione che ho vissuto nel ciclocross, anche se non ha avuto l’epilogo che avrei voluto e sicuramente di trovare una bella squadra per i prossimi anni, quando si comincerà a fare sul serio continuando sul doppio binario strada-ciclocross.

Kevin Pezzo Rosola con la nuova maglia General Store, team dove è diesse suo padre Paolo
Kevin Pezzo Rosola con la nuova maglia General Store, team dove è diesse suo padre Paolo
Kevin Pezzo Rosola con la nuova maglia General Store, team dove è diesse suo padre Paolo
Kevin Pezzo Rosola con la nuova maglia General Store, team dove è diesse suo padre Paolo
Quanto influisce nella tua attività il fatto di venire da una famiglia legata al ciclismo?

K: Allora all’inizio poteva influire, perché dicevano sempre “è figlio di…”  e quindi pensavano che dovevi andare per forza forte. Crescendo capisci che alla fine sono voci e basta, quindi a casa non me l’hanno mai fatto pesare ma è un’arma a doppio taglio, comunque ci abbiamo fatto l’abitudine.

P: E’ vero, un po’ influisce. Diciamo che tutti si aspettano che tu diventi come loro, che anzi sei già strutturato come loro, senza pensare che sei giovane e devi ancora farti le ossa. Mentirei se dicessi che non è stato un peso, ma si va avanti, anche se l’essere paragonato a loro è sempre qualcosa di negativo.

Per Patrik un mondiale sfortunato, dove aveva tutte le potenzialità per competere per il titolo juniores
Per Patrik un mondiale sfortunato, dove aveva tutte le potenzialità per competere per il titolo juniores
Per Patrik un mondiale sfortunato, dove aveva tutte le potenzialità per competere per il titolo juniores
Per Patrik un mondiale sfortunato, dove aveva tutte le potenzialità per competere per il titolo juniores
Ti influenza di più tuo padre o tua madre?

P: Sinceramente nessuno dei due. Sono sempre stato abituato a fare di testa mia, qualche volta mi arriva qualche consiglio soprattutto da mio padre ma poi decido io. Ma devo dire che caratterialmente non mi hanno mai fatto pesare la loro presenza e questo lo apprezzo.

K: Anch’io mi sono sempre un po’ arrangiato da solo. Sin dagli inizi, imparando ad andare in bici, la tecnica, lavorando tanto da solo e così è stato anche per mio fratello. Anche se magari sono stato un po’ una “testa di ponte” per lui, la cavia per imparare tutto quel che serviva. A Patrik ho passato tutto, anche gli errori, per imparare tutto quel che serve per l’alimentazione, per la preparazione, insomma per tutto.

Caratterialmente, a chi assomigli di più dei due?

K: Io al papà, sicuramente e mi piace il fatto che ora lavoriamo insieme alla General Store.

P: Io alla mamma, senza ombra di dubbio, caratterialmente mi rispecchio in lei.

Nel 2025 sono arrivate due vittorie per Kevin, al prologo della Fleche du Sud e al GP Calvatone
Nel 2025 sono arrivate due vittorie per Kevin, al prologo della Fleche du Sud e al GP Calvatone
Nel 2025 sono arrivate due vittorie per Kevin, al prologo della Fleche du Sud e al GP Calvatone
Nel 2025 sono arrivate due vittorie per Kevin, al prologo della Fleche du Sud e al GP Calvatone
Quanto influiscono i risultati di tuo fratello nella tua attività?

K: Influire direi di no. Ci sono tante coppie di fratelli che corrono, potrei citare gli Agostinacchio o i Milan. Io penso che avere un fratello che va forte è qualcosa di positivo, ma ognuno cresce avendo una propria carriera.

P: Anch’io non posso dire che ci sia un’influenza. E’ normale che ognuno segue l’altro, si interessa, è contento dei risultati, ma ognuno deve seguire la sua strada anche perché come corridori siamo molto diversi.

Il fatto di crescere e avere ognuno una propria carriera, ma anche una propria vita, una propria quotidianità, vi ha allontanato?

K: No, lui chiede consigli, ci sentiamo sempre, anche se adesso io abito per conto mio e lui è ancora a casa con i nostri genitori. Ma siamo sempre in contatto e ci vediamo spesso, a parte le ultime settimane dove lui è stato quasi sempre all’estero per le gare. Ma quando abbiamo la possibilità usciamo in bici e ci alleniamo assieme.

P: Kevin comunque abita vicino a casa e il fatto che non viviamo più insieme ci ha forse fatto legare anche di più.

Il trionfo di Patrik Pezzo Rosola a Benidorm, che gli ha spianato la strada verso la conquista della Coppa del mondo
Il trionfo di Patrik Pezzo Rosola a Benidorm, che gli ha spianato la strada verso la conquista della Coppa del mondo
Il trionfo di Patrik Pezzo Rosola a Benidorm, che gli ha spianato la strada verso la conquista della Coppa del mondo
Il trionfo di Patrik Pezzo Rosola a Benidorm, che gli ha spianato la strada verso la conquista della Coppa del mondo
Che cosa invidi a tuo fratello?

P: Le sue doti tecniche. Ha una capacità di guida che non è da tutti, credo davvero che sia un esempio al quale mi ispiro. Io penso che sia una sua caratteristica innata.

K: Forse il fatto che non si fa tanti problemi mentali, pensa alla bici, a come può andare ma non si pone problemi, affronta le gare in maniera spregiudicata e questo è il suo punto di forza, arriva alla gara e va forte.

Qual è stata la soddisfazione maggiore che hai vissuto tu e quale gara di tuo fratello ti ha trasmesso più gioia?

K: La mia è stata sicuramente la Coppa della Pace, gara internazionale di due anni fa, per Patrik quest’anno a Benidorm perché ero lì, era la sua prima prova di Coppa del mondo che vedevo e vederlo vincere è stato unico.

P: Avrei detto le stesse gare…

La vittoria di Kevin Pezzo Rosola alla Coppa della Pace del 2024, principale squillo della sua giovane carriera
La vittoria di Kevin Pezzo Rosola alla Coppa della Pace del 2024, principale squillo della sua giovane carriera
La vittoria di Kevin Pezzo Rosola alla Coppa della Pace del 2024, principale squillo della sua giovane carriera
La vittoria di Kevin Pezzo Rosola alla Coppa della Pace del 2024, principale squillo della sua giovane carriera
Che cosa ti auguri per lui?

P: Che riesca a realizzare i suoi sogni e trovi un posto in una squadra importante perché per l’impegno che ci mette e la testa che ha nessuno più di lui lo merita.

K: Che riesca a passare professionista, a disegnare la sua vita intorno al ciclismo e che si diverta, perché adesso ci sono tanti che passano giovani, ma dopo i 25 anni già smettono perché è difficile. Gli dico di stare tranquillo e fare quello che gli piace di più.

EDITORIALE / Gare di campionato, chi merita di correre?

09.02.2026
4 min
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Tutto e il contrario di tutto. Nel giro di pochi giorni abbiamo letto gli intenti di alcune grandi squadre juniores, secondo cui al campionato italiano di categoria dovrebbero partecipare soltanto gli atleti potenzialmente in grado di ottenere risultato. Pochi giorni dopo sono esplose invece le polemiche per le convocazioni ai mondiali di ciclocross. Il commissario tecnico Pontoni ha portato solo gli atleti che, a suo giudizio, sarebbero stati in grado di fare risultato ed è scoppiato il pandemonio. Non si può dire che Pontoni abbia sbagliato le scelte: i risultati sono venuti e senza un paio di episodi sfortunati, sarebbero stati ben più eclatanti.

Il punto però è capire quale sia la giusta valutazione. Se nella gara titolata debba correre soltanto chi è in grado di fare il risultato, con buona pace degli esclusi, o se partecipare anche soltanto per fare esperienza, concorra a comporre il bagaglio tecnico e psicologico dell’atleta. Sembra una domanda banale, in realtà non lo è, perché alla radice di tutto c’è la stessa Federazione ciclistica che non riesce a far passare un pensiero unico su questo argomento.

Per Viezzi un mondiale da dimenticare, finito con una squalifica
Soltanto Viezzi al campionato del mondo U23 per l’Italia e la sua squalifica ha tolto le maglie azzurre dalla gara
Per Viezzi un mondiale da dimenticare, finito con una squalifica
Soltanto Viezzi al campionato del mondo U23 per l’Italia e la sua squalifica ha tolto le maglie azzurre dalla gara

Medaglie senza orizzonte?

E’ chiaro che tutto dipenda dall’interesse delle parti coinvolte. Saremmo davvero curiosi di scoprire che cosa avrebbero detto quelle stesse squadre juniores se a un campionato del mondo su strada il commissario tecnico Salvoldi avesse portato appena un corridore, dichiarandolo il solo in grado di fare risultato. Probabilmente sarebbero insorte (giustamente), contraddicendo però il teorema enunciato per il campionato italiano. Nulla o poco invece hanno detto quando la FCI ha spiegato che avrebbe portato soltanto tre juniores al campionato del mondo di Kigali, spiegando la difficoltà economica della spedizione. La trasparenza paga sempre.

Per questo, la partecipazione ai mondiali con un atleta elite uomo e una donna, un solo U23 uomo e una donna, e 4 juniores uomini e altrettante donne, raccontata come semplice scelta tecnica, fa pensare che qualcosa non torni.

Si capisce da una parte che la nazionale di cross stia investendo sui giovani, cercando di portare avanti una nouvelle vague che ci permetta nel giro di due o tre anni di vincere altre medaglie. Qual è tuttavia l’orizzonte di queste medaglie? Perché un atleta dovrebbe investire nel cross, opponendosi alle resistenze del team, sapendo già che diventando grande rischia di non essere più convocato per il campionato del mondo?

Gara juniores 2025, gruppo, strada
Al campionato italiano juniores merita di andare il numero più alto di atleti: solo così si può fare esperienza
Gara juniores 2025, gruppo, strada
Al campionato italiano juniores merita di andare il numero più alto di atleti: solo così si può fare esperienza

Gli obblighi di una Federazione

Rispondendo su Tuttobiciweb agli appunti di Alessandro Guerciotti, il Presidente federale Dagnoni ha ribadito come le convocazioni di Pontoni non siano state dettate da ristrettezze di budget, ma da una precisa scelta tecnica. E’ evidente che ben pochi fra gli esclusi avrebbero potuto cogliere medaglie nelle gare di Hulst, però è altrettanto vero che la Federazione ciclistica italiana ha un prestigio da difendere e degli obblighi morali verso le società che danno spessore al movimento e presentarsi a un campionato del mondo di specialità con un solo atleta per categoria non le rende certo onore.

Noi siamo dell’avviso che corridori come Filippo Agostinacchio, Bertolini, Scappini, Cafueri e Bramati, Borello e Gariboldi avrebbero meritato la convocazione. Non perché potessero vincere o salire sul podio, ma perché ciascuno per la sua parte avrebbe potuto accumulare esperienze e dare un senso all’investimento sulla specialità. E per rispetto verso le società che nel cross hanno scelto di investire, anche organizzando gare utili all’attività federale.

Podio campionato italiano ciclocross donne elite 2026, Brugherio: Sara Casasola, Rebecca Gariboldi e Carlotta Borrello (foto Giorgio De Negri)
Tricolore di Brugherio, organizzato da Guerciotti: prima Casasola, davanti a Gariboldi e Borrello. A Hulst è andata solo la friulana (foto Giorgio De Negri)
Podio campionato italiano ciclocross donne elite 2026, Brugherio: Sara Casasola, Rebecca Gariboldi e Carlotta Borrello (foto Giorgio De Negri)
Tricolore di Brugherio, organizzato da Guerciotti: prima Casasola, davanti a Gariboldi e Borrello. A Hulst è andata solo la friulana (foto Giorgio De Negri)

La morale della favola

Siamo altrettanto convinti, per quanto riguarda i giovani, che la partecipazione e il successo in gare titolate si costruiscano partecipandovi. Puoi consolidare la prestazione correndo altrove e facendo ogni genere di test, ma l’impatto psicologico non puoi simularlo.

Proprio questa per noi è la morale della favola. Non ha senso limitare la partecipazione alle gare titolate nascondendosi dietro la possibilità di fare il risultato: sia parlando del campionato italiano juniores su strada (in cui pagano le società), sia al campionato del mondo di cross (in cui paga la Federazione). A meno che la necessità di contingentare il numero dei convocati non nasca da esigenze diverse, di cui però si preferisce non parlare.

Remco Evenepoel, monocorona

Remco e la monocorona: perché la Red Bull punta sul setup 1X

09.02.2026
6 min
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Remco Evenepoel è decisamente partito a tutta in questo inizio di stagione. Al debutto con la Red Bull-Bora Hansgrohe il belga ha infilato cinque vittorie in otto giorni di corsa, sei se consideriamo anche la vittoria generale della Volta a la Comunitat Valenciana. Quel che ha colpito di Remco non sono state solo la forma smagliante e la sua “leggerezza” di spirito, perché è davvero parso sereno, come ha detto lui stesso e come hanno confermato le persone a lui vicine, ma ha colpito anche per il suo assetto in bici, a cominciare dalla monocorona.

Compatto come non mai, Evenepoel ha anche rivisto qualcosina soprattutto per quel che concerne i rapporti: ha infatti utilizzato appunto una monocorona. E lo ha fatto praticamente sempre, ad esclusione della tappa con il muro al 23 per cento verso Teulada-Moraira, penultima frazione della Valenciana.

Remco Evenepoel, monocorona
In otto giorni di gara, Remco Evenepoel ha utilizzato il setup 1X per sette volte
Remco Evenepoel, monocorona
In otto giorni di gara, Remco Evenepoel ha utilizzato il setup 1X per sette volte

Remco e la monocorona

Per saperne di più ne abbiamo parlato con Francesco Giardiniere, uno dei meccanici della Red Bull-Bora.

«L’utilizzo della monocorona – spiega Giardiniere – è stata una scelta del team. Tutti i ragazzi, compreso Remco, hanno iniziato la stagione subito con questo setup e lo hanno mantenuto. Il perché è presto detto: gli ingegneri che ci sono in squadra, che stilano i programmi e visionano tutti i dislivelli della corsa, hanno visto che era la soluzione migliore. Il tutto è stato confermato anche dai feedback dei corridori.

«Loro lo sentono, percepiscono che è anche più scorrevole con la bici. Dicono di avvertire meno resistenza all’anteriore e, tutto sommato, la linea catena alla fine è sempre quella. In più riferiscono che non solo la catena fa meno attrito, ma anche che l’intera trasmissione è più silenziosa. Senza contare che, senza il deragliatore, c’è una cosa in meno da dover comandare (non c’è la leva del comando delle corone, ndr)».

E, aggiungiamo noi, una cosa in meno che si può rompere o una catena che può cadere. Insomma, gli atleti sono più liberi di testa. Alla fine i corridori tengono a mente solo il discorso del cambio posteriore e all’anteriore non ci pensano più. Non hanno più problemi di deragliata in salita o sotto sforzo.

Francesco Giardiniere monocorona
Francesco Giardiniere, meccanico del team Red Bull-Bora
Francesco Giardiniere monocorona
Francesco Giardiniere, meccanico del team Red Bull-Bora

La scelta del setup

La domanda è ora capire se questo setup sarà proposto anche nelle prossime gare, magari pensando alle classiche del Nord, visti i vantaggi elencati. L’anno scorso, per esempio, alla Parigi-Roubaix ce l’avevano.

«Alla fine – prosegue Giardiniere – queste cose si programmano già in anticipo: per esempio in un Giro d’Italia sappiamo già quali ingranaggi andremo a montare anche 4-5 giorni prima. E’ qualcosa che decidono sia il corridore sia il preparatore. Si mettono lì, discutono e vedono qual è la miglior soluzione. Per esempio per una Sanremo si va forte sulla monocorona ed anche alla Roubaix… SRAM ti dà questa possibilità della mono e di una scala posteriore che ben si adatta, e tecnici e atleti la sfruttano al 100 per cento. In Spagna, per esempio, Remco e compagni avevano 54 davanti e un 10-36 dietro. A volte possono alternare la mono con una 56 denti, dipende dal percorso».

Nella scelta fra corona doppia o mono, Giardiniere rimarca il fatto che molto spetta agli ingegneri. Non c’è un limite vero e proprio di dislivello che faccia propendere per l’uno o per l’altro setup: molto dipende anche dalle pendenze.

«Sul montare o meno una monocorona entrano in gioco tanti fattori: il dislivello, la lunghezza della tappa, la situazione meteo e le pendenze. Come ho detto, atleta, preparatore e ingegneri ne parlano, interviene anche il direttore sportivo. Se si capisce che c’è realmente un vantaggio allora si può fare questa scelta, altrimenti, se va a danneggiare la performance complessiva, si mantiene lo standard, cioè la doppia. Il dogma è non rischiare di non avere il rapporto giusto, cosa che non è piacevole per un corridore.

«La catena è la stessa della guarnitura classica con doppia corona: praticamente si apre il link della catena e poi si riutilizza sempre quella. Si elimina il deragliatore e si rifà il pairing da zero tra cambio e leve per escluderlo, perché altrimenti il sistema non andrebbe sull’ultimo pignone, il 10, ma resterebbe sul penultimo. Si interviene come se fosse un gruppo nuovo da settare completamente».

Remco Evenepoel, monocorona
Evenepoel è una “miniera” di watt. Con Sram sembra che possa sprigionarli ancora meglio
Remco Evenepoel, monocorona
Evenepoel è una “miniera” di watt. Con Sram sembra che possa sprigionarli ancora meglio

Mondo Remco

Evenepoel è arrivato quest’anno alla Red Bull-Bora: c’è molto di nuovo, ma anche molto di noto. L’ex iridato non ha cambiato bici e questo è stato importante, perché è un adattamento che non ha dovuto fare. Tuttavia ha cambiato gruppo: è passato da Shimano a SRAM, dall’affidabilità totale a una ricerca più estrema della prestazione. Queste possono essere le due filosofie dietro ai due colossi.

«Devo essere sincero – racconta Giardiniere – io ho visto poco Remco in questa prima parte dell’anno, ma penso, e mi dicono, che sia contento. E’ passato da Shimano a SRAM e, in quanto a rapporti, ha molta più scelta. Prima il discorso monocorona per lui era relegato quasi esclusivamente alla cronometro. Quante volte l’ho visto utilizzarla: adesso invece può optare per questa soluzione con maggior facilità anche su strada. E di certo posso dire che è un’opzione a lui gradita.

«In generale Evenepoel ci è sembrato un ragazzo collaborativo, e soprattutto uno che sa di cosa parla a livello meccanico. Poi chiede: perché non montiamo questo, ma quest’altro? Che vantaggi o svantaggi può dare? E soprattutto a cronometro vuole sempre sapere. Per il momento sta andando tutto bene. Tra l’altro c’è il suo meccanico che lo segue sempre».

Remco Evenepoel, monocorona
Remco ha ritoccato leggermente l’arretramento della sella, probabilmente si è accorciato ancora un filo. Guardate come è compatto (e aero)
Remco Evenepoel, monocorona
Remco ha ritoccato leggermente l’arretramento della sella, probabilmente si è accorciato ancora un filo. Guardate come è compatto (e aero)

Tante conferme

Giardiniere racconta anche come lo stesso meccanico di Remco, Dario Kloeck, sia entrato nel gruppo Red Bull-Bora con grande rispetto. Non ha fatto la voce grossa sulla base del “io sono il meccanico di Evenepoel”. Ha avuto un approccio molto rispettoso: in magazzino chiedeva come si montava una cosa o come veniva gestita un’altra. Si è inserito gradualmente.

Prima abbiamo accennato anche alla sua posizione super raccolta. Eppure Giardiniere assicura che il belga non ha modificato quasi nulla.

«Remco ha ritoccato di pochissimo l’arretramento, ma parliamo davvero di dettagli minimi. Un altro vantaggio che ha avuto in questo passaggio di squadra, riguardo ai materiali, è il fatto di utilizzare gli stessi pedali, cosa molto importante per i corridori. Avendo noi SRAM, che non produce pedali, abbiamo la possibilità di utilizzare quello che vogliamo. Anche le pedivelle sono sempre le stesse: 165 aveva e 165 sta usando».

Gee è pronto, la Lidl-Trek ha la sua punta per il Giro

Gee è pronto, la Lidl-Trek ha la sua punta per il Giro

08.02.2026
6 min
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Derek Gee è stato uno dei principali protagonisti dell’ultimo ciclomercato, sia per la portata del suo passaggio dall’Israel alla Lidl-Trek, sia per il fatto che il trasferimento è arrivato proprio negli ultimissimi giorni delle contrattazioni. Quando ormai i roster delle squadre WorldTour sono sistemati. Il suo però è un caso speciale perché il canadese, divenuto vessillo del ciclismo del suo Paese dopo l’addio di Woods, è uno dei pochi che sposta gli equilibri, soprattutto nelle corse a tappe visto il suo piazzamento ai piedi del podio dell’ultimo Giro d’Italia.

Il corridore di Ottawa inizierà la sua stagione a metà mese con la Volta ao Algarve in Portogallo e andrà avanti attraverso brevi corse a tappe per preparare il suo ritorno al Giro, con la ferma intenzione di salire i gradini del podio. Quanti, sarà solo il tempo a dirlo. Ma la sua scelta non è stata casuale: «Fin da quando ero bambino, è sempre stato il mio Grande Giro preferito, è qualcosa che se lo facessi ogni anno per il resto della mia carriera, sarei felice».

Derek Gee con la nuova maglia della Lidl-Trek. Il canadese è solo alla quarta stagione da pro' pur avendo 28 anni
Derek Gee con la nuova maglia della Lidl-Trek. Il canadese è solo alla quarta stagione da pro’ pur avendo 28 anni
Derek Gee con la nuova maglia della Lidl-Trek. Il canadese è solo alla quarta stagione da pro' pur avendo 28 anni
Derek Gee con la nuova maglia della Lidl-Trek. Il canadese è solo alla quarta stagione da pro’ pur avendo 28 anni

La convivenza con Ayuso

Nel corso del media day per presentarlo come corridore della Lidl-Trek, tutti si sono interessati principalmente alla sua coesistenza con un “tipino difficile” come Ayuso, considerando che i due hanno caratteristiche e obiettivi simili. Il canadese ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche: «Ho passato con lui solo una settimana e mezza, ma saremo molto in viaggio insieme e, onestamente, il primo impatto è stato davvero bello. Siamo andati molto d’accordo, ci siamo subito intesi come lingua e non vedo l’ora di correre con lui, penso che sapremo aiutarci a vicenda in base alle circostanze».

Resta il fatto che Gee è arrivato tardi nel team, scombussolando equilibri che si andavano creando. Potrebbe essere un problema, almeno nella prima parte della stagione? «Io non credo, perché anche quando il mio destino era incerto mi allenavo duramente sapendo che uno sbocco ci sarebbe stato nelle trattative. Nonostante fossi arrivato incredibilmente in ritardo, ho trovato una squadra ben organizzata, e poi mi sono sentito integrato molto rapidamente nel ritiro di dicembre. Forse se avessi saltato quel ritiro, le cose sarebbero diverse, ma sono tornato con il pieno supporto della squadra, pronto ad andare avanti. Vedremo come sarà integrarsi nel gruppo, soprattutto nella prima gara, ma sono ottimista».

Al Giro d'Italia Gee ha stupito, proiettandosi ai piedi del podio. Quest'anno vuole migliorarsi...
Al Giro d’Italia Gee ha stupito, proiettandosi ai piedi del podio. Quest’anno vuole migliorarsi…
Al Giro d'Italia Gee ha stupito, proiettandosi ai piedi del podio. Quest'anno vuole migliorarsi...
Al Giro d’Italia Gee ha stupito, proiettandosi ai piedi del podio. Quest’anno vuole migliorarsi…

Un top team per puntare al podio

Lo squillo al Giro 2025 non è passato inosservato, soprattutto perché ottenuto militando in una squadra considerata di seconda fascia. Che cosa cambia ora che è nella Lidl Trek? «Le risorse e le competenze qui sono immense. E’ difficile dire quali saranno le differenze. L’obiettivo di essere in un team come questo non può essere che puntare al podio. Spero che possa aiutarmi a fare un altro passo avanti. Sono entrato in questa squadra fondamentalmente perché sono incredibilmente ambiziosi. Analizzando le proposte arrivate, in questa non riuscivo a vedere alcun lato negativo.

«Sono stato assunto per occuparmi della classifica generale e cercare di spostare l’ago della bilancia in quella direzione, è lo stesso che è avvenuto con l’arrivo di Juan nel team. Ora Lidl-Trek sembra avere i migliori corridori in tutte le altre categorie, dalle volate alle classiche. Si tratta solo di iniziare a costruire anche il lato grandi giri. Quindi è un progetto a cui sono davvero entusiasta di partecipare. D’altronde, per il mio stile di corridore, non sento il bisogno di avere sei corridori intorno a me per curare la classifica generale. Penso che sarebbe un ottimo complemento avere corridori adatti a ogni bisogno, classifica o caccia alle tappe, qui ci sono i migliori velocisti del mondo».

Eppure, prima di firmare il contratto la paura ha fatto capolino nella sua testa… «E’ stato un periodo duro, sono sincero. E’ anche il tipo di cosa che, poiché è la tua quotidianità, ti assorbe completamente. Ma quando arrivi al ritiro del nuovo team, la tensione ti abbandona davvero molto in fretta. Quindi non ha lasciato strascichi e mi sento rimotivato, pronto a tornare in gruppo».

Nel 2025 Gee ha corso solo fino a giugno. 40 giorni con 3 vittorie compreso il titolo nazionale
Nel 2025 Gee ha corso solo fino a giugno. 40 giorni con 3 vittorie compreso il titolo nazionale
Nel 2025 Gee ha corso solo fino a giugno. 40 giorni con 3 vittorie compreso il titolo nazionale
Nel 2025 Gee ha corso solo fino a giugno. 40 giorni con 3 vittorie compreso il titolo nazionale

Tutta la pressione su Vingegaard

Neanche il cambiare ha rappresentato un timore: «Ho fatto un’intera carriera fino a questo punto in una squadra, quindi si è trattato più che altro di immergersi nell’ignoto di un nuovo team e di come facessero le cose in modo diverso. Non ci sono stati grandi cambiamenti, solo piccole cose, a cominciare dalle dimensioni di questa organizzazione e la quantità di risorse a disposizione. Ma saranno le corse stesse a disegnare una fisionomia diversa e dovrò imparare ad adattarmi. I cambiamenti arriveranno con le gare e spero che siano solo in modo positivo».

A proposito del Giro d’Italia, la presenza di Vingegaard influirà sulle strategie del Giro d’Italia per la squadra? «Ovviamente molti lo danno favorito, quindi immagino che ci sarà molta pressione su quella squadra, mentre noi avremo una strategia multitasking con gli sprint, con Giulio Ciccone che punta alle tappe e poi con me. Io credo che potrebbe essere di grande aiuto per capire come si svolgerà la corsa. Potrebbe essere un po’ meno caotica avendo un faro che catalizza l’attenzione».

D'inverno Gee, in attesa del nuovo contratto, si è allenato da solo, gestendo in proprio la preparazione
D’inverno Gee, in attesa del nuovo contratto, si è allenato da solo, gestendo in proprio la preparazione
D'inverno Gee, in attesa del nuovo contratto, si è allenato da solo, gestendo in proprio la preparazione
D’inverno Gee, in attesa del nuovo contratto, si è allenato da solo, gestendo in proprio la preparazione

Come arrivare in cima al ranking

Gee però guarda anche più in là ed è ottimista sul futuro dell’intero team: «Quando sono entrato nel team, dall’esterno sembrava essenzialmente il gold standard delle organizzazioni. L’obiettivo dovrebbe essere diventare la squadra numero uno al mondo. E’ l’obiettivo di tutti, ma credo sinceramente che questa squadra possa farcela».

Nelle settimane delle trattative e dell’incertezza, Gee è stato l’allenatore di se stesso: «Ho fatto tutto da solo, ma fondamentalmente la preparazione per una stagione è la parte più facile. Ho usato molto la mia bici. Ho fatto degli sforzi più lunghi. Ho cercato di non complicare troppo le cose. Ora ho cambiato allenatore e mi trovo molto bene con Xavier Zabalo».

Una scelta importante considerando che il canadese è entrato nei 28 anni, quindi normalmente dovrebbe avere già un lungo passato: «Io però ho avuto solo due anni di tentativi per la classifica generale. Sono diventato professionista per gli standard odierni molto tardi, a 25 anni, quindi penso che ci sia ancora molto da fare, anche fisicamente. La prima parte è stata una grande curva di apprendimento, ed è lì che penso di essere migliorato di più, imparando a gareggiare in un grande giro, perché era una cosa nuova.

Il canadese sa sfruttare le sue doti in salita, ma vuole fare meglio come anche a cronometro
Il canadese sa sfruttare le sue doti in salita, ma vuole fare meglio come anche a cronometro
Il canadese sa sfruttare le sue doti in salita, ma vuole fare meglio come anche a cronometro
Il canadese sa sfruttare le sue doti in salita, ma vuole fare meglio come anche a cronometro

Obiettivo, i mondiali di casa…

«Penso però – prosegue Gee – che anche fisicamente ci sia ancora parecchio da migliorare, soprattutto in alcune aree. Non mi pongo limiti. Penso che non ci sia un’area in cui sono palesemente carente, ma non c’è nemmeno un’area che sia il mio punto forte. Significa che ci sono piccoli margini di miglioramento praticamente in ogni disciplina della classifica generale».

Oltre il Giro, c’è un altro grande obiettivo all’orizzonte: i mondiali in casa e Gee sa che deve crescere anche come interprete di corse d’un giorno per onorare l’evento-vetrina nel suo Paese: «Mi sono sicuramente concesso di sognare un po’ più in grande, di inseguire obiettivi più ambiziosi. Il ciclismo canadese mi è molto caro e voglio raggiungere il livello che hanno raggiunto alcuni dei grandi corridori canadesi, come Mike Woods, Steve Bauer, Ryder Hesjedal. Sono una fonte di ispirazione per me e in un certo senso hanno fissato il punto di riferimento per dove voglio arrivare nella mia carriera».

Matteo Donegà, Sei Giorni di Berlino 2026, ultima gara pista

Donegà: l’ultima volta con il CTF e la nuova vita che inizia

08.02.2026
7 min
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La carriera ciclistica di Matteo Donegà si è conclusa alla Sei Giorni di Berlino, dove ha corso in coppia con Michele Scartezzini. Un ultimo giro di pista, dove ha anche vinto l’ultimo sprint della sua carriera. Il parquet è diventato casa per Donegà, che sulle assi di legno dei velodromi ha sempre trovato una connessione speciale. Berlino ha rappresentato la tappa finale di un giro lungo ventisette anni, tra i quali spiccano gli otto passati al Cycling Team Friuli. Con la maglia bianca e nera del CTF ha girato l’Europa, mentre con i colori azzurri ha girato il mondo. 

«L’ultima stagione da corridore l’ho corsa con la maglia del team Arvedi Cycling – racconta Donegà – ma quando il contratto è scaduto il 31 dicembre ho fatto una scelta di cuore. Ho chiamato Roberto Bressan (lo storico team manager del CTF, ndr) e gli ho chiesto di poter correre le ultime gare della mia carriera con la loro divisa. Sarebbero state due Sei Giorni, quindi non ho potuto indossare i colori sociali, ma ho gareggiato come un tesserato del CTF. Ho avuto modo di chiudere il cerchio che è stata la mia carriera da ciclista».

Matteo Donegà, Sei Giorni di Berlino 2026, ultima gara pista
Sei Giorni di Berlino, l’ultima volata è alle spalle e per Donegà è il momento di sedersi e lasciarsi andare
Matteo Donegà, Sei Giorni di Berlino 2026, ultima gara pista
Sei Giorni di Berlino, l’ultima volata è alle spalle e per Donegà è il momento di sedersi e lasciarsi andare

Occhi lucidi

I segni lasciati dalla scelta di mettere fine alla propria carriera sono ancora freschi dentro l’animo di Matteo Donegà. A pochi giorni dal suo ultimo giro di pista qualcosa deve ancora assestarsi, come dopo uno aver subito uno scossone forte. 

«Rientrato da Berlino mi ha preso un’influenza abbastanza forte – dice Matteo Donegà – diciamo che i primi giorni di fine carriera me li aspettavo diversi. E’ come se il mio fisico non abbia ancora metabolizzato la scelta, anzi mi stia quasi punendo (ride, ndr). Però piano piano sto facendo i conti con questo cambiamento».

Matteo Donegà, pista, CTF
Donegà ha concluso la carriera correndo come tesserato del CTF, un tuffo nel passato
Matteo Donegà, pista, CTF
Donegà ha concluso la carriera correndo come tesserato del CTF, un tuffo nel passato
Che volo di ritorno è stato?

Sull’aereo ero lì seduto che guardavo fuori dal finestrino e ancora non avevo capito cosa fosse accaduto. La testa non aveva metabolizzato il fatto di aver terminato la carriera, rivedevo le immagini dei giorni di gara a Berlino. Su quel volo, e prima sul parquet del velodromo, è stata la prima volta in cui ho pianto per qualcosa legato al ciclismo. E’ stato un sentimento che poi si è trascinato, infatti anche nei giorni successivi avevo addosso un magone incredibile».

Seduto sul parquet del velodromo, da solo con i tuoi pensieri, qual è stato il primo ad emergere?

Forse non mi sono goduto a sufficienza l’ultima volata, dove ho anche vinto, della madison. Mi sono appoggiato al plexiglas e mi sono tornati subito in mente tutti questi anni. La bici è stata una parte importante della mia vita. 

Come hai vissuto questa ultima Sei Giorni?

Sicuramente in maniera diversa. Non ero concentrato sul risultato, ma sul godermi ogni momento e tutto ciò che sarebbe arrivato. Devo ammettere che vedere gli spalti pieni, con 10.000 persone ad applaudire durante il saluto finale, è stato qualcosa di unico. E’ stato un bell’addio, sono partito senza aspettarmi nulla e sono tornato a casa con dei ricordi bellissimi. Sugli spalti c’erano anche la mia famiglia e i miei amici. Averli accanto in quel momento mi ha reso ancora più felice. 

Perché smettere?

I motivi sono tanti, ultimamente il ciclismo è cambiato molto. In quest’ultimo anno ho fatto un riepilogo e mi sono reso conto di essere in un ciclismo che non sento più mio. Non c’era quell’aspetto che mi faceva divertire, era diventato tutto troppo esagerato. Anche nell’ambito della pista. Molte aspetti sono cambiati anche all’interno della nazionale, ho pensato sarebbe stato meglio smettere quando ancora avevo dentro di me un ricordo bello di questo sport

Hai indossato, anche solo simbolicamente, la maglia del CTF in quest’ultime due gare, che emozioni hai provato?

Con quella squadra, che sento di poter definire una seconda famiglia, ho passato tantissimi momenti che ricordo con piacere. 

Squadra che ha cambiato pelle, forse per questo te ne sei dovuto andare a fine 2024?

Dire addio dopo aver corso per  otto anni nella stessa squadra, dove siamo cresciuti insieme, abbiamo vissuto mille avventure e condiviso momenti indimenticabili è stata una bella batosta. Digerire quella scelta, arrivata in maniera concorde, non è stato facile. Gli ultimi anni, con il passaggio poi a devo team mi hanno visto uscire sempre più dal progetto. Alla fine su strada correvo sempre meno, mentre con l’Arvedi ho avuto modo di fare più attività di quel tipo

Matteo Donegà, pista, ultima gara pista
Dopo otto stagioni con il CTF le strade di Donegà e la società di Bressan si sono divise, una separazione dolorosa
Matteo Donegà, pista, ultima gara pista
Dopo otto stagioni con il CTF le strade di Donegà e la società di Bressan si sono divise, una separazione dolorosa
Credi che anche per loro sia stato difficile da digerire?

Sicuramente. La squadra era diventata un riferimento per la pista e per il ciclismo friulano, nonché un pilastro importante per la categoria under 23. In un certo senso lo rimangono, ma in maniera diversa. 

Tornare a correre su pista con quella maglia, anche solo in maniera simbolica, cosa ha rappresentato?

Ci tengo a dire che Roberto Bressan sarebbe stato felicissimo di farmela indossare. Purtroppo nelle Sei Giorni si corre con le maglie fornite dall’organizzazione, quindi non ho avuto modo di rivestire quei colori. Però sapere di essere lì e rappresentare la società che mi ha accompagnato per otto anni è stato un onore. 

Matteo Donegà, strada, Arvedi Cycling 2025
Il 2025 di Donegà ha avuto i colori della Arvedi Cycling
Matteo Donegà, strada, Arvedi Cycling 2025
Il 2025 di Donegà ha avuto i colori della Arvedi Cycling
Hai già pensato al post carriera?

Mi sono arrivate delle proposte di lavoro da parte della nazionale, come meccanico. E intanto sto sentendo alcuni team, sempre per lo stesso ruolo. Alla fine scendo dalla bici ma rimarrò nel mondo del ciclismo. Avevo deciso di smettere già da questa estate, infatti mi ero mosso per aprire un nuovo capito della mia vita. Grazie alla bici ho girato il mondo, scoprire nuovi posti è una cosa che mi piace e vorrei continuare a farla. 

Qual è il posto che più ti ha colpito?

La trasferta più bella, a livello di gara, direi la Coppa del mondo su pista in Colombia. Abbiamo vinto e con il gruppo della nazionale mi sono divertito moltissimo. Eravamo davvero uniti e affiatati. Su strada, invece, l’Argentina, sia per il gruppo che per il posto, che mi è rimasto davvero nel cuore. 

Matteo Donegà, strada, nazionale, Argentina
Con la nazionale Donegà ha costruito rapporti e amicizie che sono andati oltre al ciclismo
Matteo Donegà, strada, nazionale, Argentina
Con la nazionale Donegà ha costruito rapporti e amicizie che sono andati oltre al ciclismo
Con il CTF?

Viaggiare e andare alle corse con loro è sempre stata un’emozione speciale. Mi hanno trattato come un figlio e mi porterò dentro dei ricordi bellissimi. Forse il più rappresentativo è una trasferta a Brno per una tre giorni di gare su pista, siamo riusciti a vincere proprio all’ultimo ed è stata un’emozione indescrivibile. 

Hai concluso la carriera correndo insieme a Michele Scartezzini, con il quale hai condiviso tante avventure, come vi siete salutati?

Non è uno da tante parole. Mi ha detto solamente di allenarmi con i kart, una grande passione che abbiamo in comune, perché adesso andremo a correre più spesso. Gareggeremo ancora, sempre in pista, ma questa volta ci sarà l’asfalto. 

Egan Bernal

Bernal, Zipaquirà, il Giro: le news direttamente dalla Colombia

08.02.2026
5 min
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Questa è la settimana del ritorno del grande ciclismo in Colombia, patria del pedale sudamericano. Tre giorni fa si è disputata la prova a cronometro, mentre oggi è la volta della gara in linea. I campionati nazionali si svolgono a Zipaquirà, città natale di Egan Bernal, che tra l’altro sarà, almeno sembra, uno dei leader del prossimo Giro d’Italia.

Il Sudamerica resta il secondo grande polo ciclistico mondiale, nonostante la globalizzazione abbia ormai distribuito atleti di alto livello in ogni angolo del pianeta. In questi giorni si è discusso molto del mancato Giro di Colombia, che anche quest’anno non verrà disputato. In tanti hanno sottolineato quanto questa assenza rappresenti una perdita culturale, tecnica ed economica per il ciclismo locale. Anche per questo motivo l’attenzione sui campionati nazionali è ancora maggiore.

Egan Bernal
Brandon Rivera ed Egan Bernal in allenamento sulle strade della loro Zipaquirà. I due oltre che compagni di squadra sono amici storici (foto @pochop8)
Egan Bernal
Brandon Rivera ed Egan Bernal in allenamento sulle strade della loro Zipaquirà. I due oltre che compagni di squadra sono amici storici (foto @pochop8)

A casa di Bernal

Ad aiutarci a capire il clima che si respira è un nostro collega colombiano, Lisandro Rengifo, giornalista di El Tiempo, quotidiano di Bogotá. E’ lui a portarci dentro l’atmosfera di Zipaquirà e a raccontarci cosa rappresenti questo appuntamento per Egan Bernal e per il movimento ciclistico colombiano.

«Per quanto riguarda i campionati nazionali – dice Rengifo – l’ambiente a Zipaquirà è sensazionale. Essendo la “casa” di Bernal, l’attesa è altissima. Al via ci saranno ciclisti di ogni livello e caratteristiche. Dopo la cancellazione del Tour Colombia, i campionati nazionali concentrano tutta l’attenzione del mondo del pedale nel Paese. Saranno presenti corridori come Egan Bernal, Daniel Martinez, Harold Tejada, Brandon Rivera e Santiago Buitrago: i nomi più importanti del ciclismo colombiano impegnati nel WorldTour».

E a proposito di Rivera, giovedì nella prova a cronometro, il successo è andato proprio al compagno di squadra di Bernal alla Ineos Grenadiers. Il percorso era pianeggiante ma molto impegnativo: una crono di 44 chilometri con appena 180 metri di dislivello, il tutto però oltre i 2.500 metri di quota. Rivera che è uno scalatore atipico, molto potente, ha rifilato quasi 2′ al secondo, Dani Martinez.

Rivera
Rivera ha stravinto la prova contro il tempo. Tanta la gente a bordo strada, figuriamoci oggi (foto Federciclismo Colombia)
Rivera
Rivera ha stravinto la prova contro il tempo. Tanta la gente a bordo strada, figuriamoci oggi (foto Federciclismo Colombia)

Non solo scalatori

Ma se la crono è era un piattone, che tipo di gara sarà quella in linea. Non possiamo credere che in Colombia non inseriscano neanche una salita. E infatti…

«Il percorso di oggi – prosegue Rengifo – favorisce i fondisti, coloro che sono abituati a gare di oltre 200 chilometri e che si allenano e rendono bene in altura. In conclusione, è un tracciato che avvantaggia soprattutto i ciclisti colombiani che fanno parte del WorldTour, gente di fondo, forte».

Un aspetto molto romantico, se vogliamo, di questa storia, anzi di questi campionati nazionali è l’impegno proprio di Bernal. Sembra che il classe 1997, abbia influito nell’organizzazione di questi Campionati Nazionali “in casa” e non solo come uomo immagine.

Rengifo fa luce: «Bernal ha influito totalmente nell’organizzazione. Egan è stato uno dei principali collaboratori nel disegno del percorso, che potrebbe essere il più duro nella storia dei Nazionali. C’è uno strappo di un chilometro con pendenze fino al 16 per cento, da affrontare per 13 volte. Non molti ciclisti riusciranno a portare a termine la prova».

E a proposito di Bernal, la sua stagione riparte proprio da qui, esattamente come un anno fa, anche se nel 2025 aveva già conquistato il titolo a cronometro.

«Come ci arriva Bernal? Tutto lascia pensare che Egan possa ripetere il successo dello scorso anno, non solo perché corre in casa, ma perché in Colombia non c’è un altro corridore con le sue caratteristiche: forte in montagna, fondista completo e con una mentalità vincente. Sì, può difendere il titolo conquistato dodici mesi fa».

Egan Bernal
Bernal sullo strappo dove si conclude il campionato nazionale colombiano. Bisognerà ripeterlo 13 volte (foto @pochop8)
Egan Bernal
Bernal sullo strappo dove si conclude il campionato nazionale colombiano. Bisognerà ripeterlo 13 volte (foto @pochop8)

Tra Giro e futuro

Questa di poter parlare con un giornalista colombiano è anche un’occasione per cercare di scoprire il futuro di Bernal. E per noi italiani la domanda principale è legata alla sua partecipazione al Giro d’Italia che, ricordiamo, ha vinto nel 2021.

«Non è stato detto nulla di ufficiale – spiega Rengifo – ma l’ipotesi più probabile è che possa ripetere la doppietta Giro-Tour, come l’anno scorso. E’ chiaro che con gli arrivi di Vauquelin e Onley si presuppone che al Tour vadano loro e possano essere leader, quindi Bernal avrebbe maggiori possibilità di guidare la Ineos in Italia».

In altri tempi, un percorso come quello del Giro di questa stagione sarebbe stato perfetto per lui: salite lunghe, non eccessivamente pendenti, simili a quelle di casa, e una lunga cronometro in cui guadagnare terreno sui rivali più puri in salita. Certo, non è più l’Egan di un tempo. O forse, semplicemente, oggi i rivali sono diversi.

«L’anno scorso ho parlato con lui – racconta Rengifo – e mi disse che l’obiettivo della Ineos nel 2025 era lottare per il podio del Giro, anche se poi ha chiuso settimo. Quest’anno, se andrà al Giro, l’idea sarà di nuovo quella di puntare al podio, perché il percorso gli è favorevole. Resta da capire contro quali avversari si troverà.

Bella infine la chiosa di Rengifo sia su Egan che sul ciclismo della sua Nazione: «Il ciclismo colombiano continuerà a dipendere, come negli anni passati, da ciò che farà Egan Bernal. Non c’è un altro corridore con le sue qualità ed è l’unico che può ambire a risultati davvero importanti. Allo stesso tempo va detto che oggi non ha le condizioni per lottare alla pari con Pogacar, Vingegaard o Evenepoel, come del resto accade alla maggior parte dei comuni mortali del gruppo. Ma terrà duro come sempre».