Amstel Gold Race: Pidcock l’ha vinta, Wiebes l’ha buttata

14.04.2024
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A Berg en Terblijt si respira l’aria della festa mentre Tom Pidcock si sbaciucchia il cane Chestnut. L’Amstel Gold Race è finalmente sua, dopo la beffa che nel 2021 lo relegò alle spalle di Van Aert, a capo di un fotofinish che ancora oggi lascia qualche dubbio. Il britannico della Ineos Grenadiers ha fatto pace con la corsa dei mastri birrai e con una stagione che non voleva saperne di prendere la strada giusta.

«Adesso mi sento bene – dice – quest’anno è stato davvero duro. All’inizio ho dovuto fare grandi sacrifici, stando tanto a lungo lontano da casa. Quindi adesso alzare le mani al cielo significa molto. Questa è una gara che ho sempre amato, è piuttosto speciale. Oggi la squadra era totalmente dalla mia parte. “Kwiato” sta andando davvero bene, ma si è impegnato completamente a mio favore. Riuscire a ripagarli è davvero speciale.

«C’è stato il momento in cui tutti si guardavano e io ho attaccato: non è sempre una questione di gambe, serve anche scegliere il giusto tempo. Per come erano messe le mie mani dopo la Roubaix, avevo paura che avrei avuto difficoltà a sprintare. Quindi non ero così fiducioso, ma è andata bene. E ora che la pressione è allentata, possiamo semplicemente andare a correre e finalmente a divertirci alla Freccia e alla Liegi».

Il gruppo dell’Amstel Gold Race fra ali di tifosi: la passione è straripante
Il gruppo dell’Amstel Gold Race fra ali di tifosi: la passione è straripante

Le mani di Pidcock

Le sue mani alla vigilia dell’Amstel sono state l’oggetto di una dichiarazione a metà fra l’ironico e lo scaramantico, rilasciata venerdì da Pidcock.

«Le mie mani sono ancora doloranti – ha detto – immagino che sia una lezione che dovevo imparare. Ora so che non si può semplicemente andare alla Parigi-Roubaix senza preoccuparsi anche di questo. Normalmente non ho problemi con queste cose, ma di recente non sono andato in mountain bike e non ho fatto nessun’altra corsa sul pavé. Quindi le mie mani sono un po’ più morbide del solito. L’Amstel è una gara fantastica, poi verranno le Ardenne, un mio grande obiettivo fin dall’inizio dell’anno. Quindi non vedo l’ora di mettermi in gioco, insieme alla squadra. Questo è un periodo dell’anno davvero bello».

Van der Poel sotto tono

Il fatto è che quando Pidcock ha attaccato, la gente guardava fisso alle sue spalle, cercando di capire quando Van der Poel avrebbe attaccato per andarsi a prendere la corsa di casa. Dopo il Fiandre e quella Roubaix, ci si abitua alle imprese. E il fatto che il campione del mondo non si fosse ancora mosso, si riconduceva forse al volersi risparmiare per la Liegi o al correre più accorto in una corsa che non si risolve solo con grandi attacchi. Invece Mathieu questa volta è rimasto indietro, chiudendo anonimamente oltre la ventesima posizione.

«In effetti non avevo delle super gambe – ha detto dopo l’arrivo – anche se in generale non ci siamo comportati male con la squadra. Forse c’è mancato qualcuno per il tratto tra Fromberg e Keutenberg, dove tutti hanno iniziato ad attaccare. E lì ho fatto una scelta tattica, perché se avessi attaccato, gli altri sarebbero saltati. Se in questa corsa metti troppo preso le carte in tavola, vieni punito. Perciò abbiamo mantenuto un ritmo alto e speravo che saremmo rientrati, ma i primi erano davanti per un motivo ben preciso: erano semplicemente i più forti.

«Non potete aspettarvi che vinca ogni fine settimana, tanto più che le corse più adatte a me sono passate. Oggi c’era una probabilità maggiore di perdere rispetto a quella di vincere. E’ una corsa diversa con altri corridori, sono abbastanza realista da sapere che non posso vincere tutto. E così sarà anche la prossima settimana. La Liegi è ancora un grande obiettivo e ci riproverò, anche se ci sarà in corsa un certo Tadej Pogacar. Oggi parto per la Spagna per riposarmi un po’ e godermi il bel tempo».

Prma del via, Van der Poel con Leo Van Vliet, organizzatore dell’Amstel
Prma del via, Van der Poel con Leo Van Vliet, organizzatore dell’Amstel

Il colpaccio di Marianne

Poco prima, nella gara delle donne, si è consumata la beffa più grande ai danni di Lorena Wiebes per mano di quella splendida volpe di Marianne Vos. L’olandese del Team SD Worx-Protime ha fatto tutto bene, prendendo la ruota di Elisa Longo Borghini che ha lanciato lo sprint. Si è destreggiata fra le altrui gambe e quando ha visto arrivare la riga, ha buttato lo sguardo verso destra ed ha allargato le braccia, convinta di aver ormai finito il lavoro.

«Ho visto che Lorena si è alzata e ha iniziato a sperare – ha raccontato Marianne Vos – e sapevo per esperienza che in quei casi si può perdere molta velocità. Io ero molto lanciata e ho deciso di sprintare fino al traguardo, anche se non avrei mai pensato di poter vincere. E’ un tipo di errore che fortunatamente non mi è mai capitato e che a Lorena non capiterà più. Le ho parlato brevemente, ma non potevo fare altro che dirle che un giorno tornerà per vincere. Anche a me è dispiaciuto per lei, mi rendo conto che si sentisse davvero a terra».

L’ironia di Wiebes

Per fortuna Wiebes l’ha presa abbastanza bene, consapevole che per un po’ sarà lo zimbello delle colleghe e delle stesse compagne di squadra.

«Demi Vollering – ha raccontato nella conferenza stampa – mi ha detto che tornerà a questa corsa con ancora più fame. Ma so che per questo gran finale non dormirò bene per qualche notte, anche perché la squadra ha fatto un ottimo lavoro. Quando ho capito che non avevo vinto? In realtà abbastanza rapidamente. Non ho visto arrivare Marianne, è stato solo uno stupido errore. E’ la prima volta che mi succede e spero davvero che sia l’ultima. Metterò da parte la bici per qualche giorno e cercherò di godermi la vita».

La corsa delle donne è stata falsata dalla caduta di un poliziotto in moto. La gara è stata fermata e dopo un’ora di sosta, il gruppo è stato guidato in convoglio fino al traguardo. Qui è stata data una seconda partenza. La gara così rimodulata è stata lunga appena 55 chilometri e questo ha impedito che ci fosse l’attesa selezione.

Ora la carovana punta il naso verso le salite delle Ardenne. Mercoledì la Freccia Vallone, domenica la Liegi. Prima che inizi la stagione dei Grandi Giri, gli appassionati e i corridori hanno ancora davanti delle sfide pazzesche.

Pinotti e la nuova Paternoster: «Bisogna lavorare di più»

14.04.2024
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Allo stesso modo in cui, vinto il Fiandre, Elisa Longo Borghini ha ringraziato Paolo Slongo, nelle parole di Letizia Paternoster è risuonato più volte quello di Marco Pinotti. La trentina non ha ancora vinto grandi corse su strada, ma è innegabile che rispetto allo scorso anno le prestazioni di questa primavera siano nettamente superiori. Per cui si è accesa la stessa curiosità. E come qualche giorno fa contattammo Paolo Slongo sul Teide, ora è la volta di Pinotti che risponde da Andorra. Si lavora in funzione del Giro d’Italia, i preparatori in questa fase hanno le loro tante cose da fare.

Letizia Paternoster è sempre stata allenata da Dario Broccardo, Maestro dello Sport che con Pinotti collaborò negli anni della BMC. Tutto quello che sa sulla cronometro a squadre, ammette onestamente il bergamasco, l’ha imparato dal tecnico trentino. Allora in che modo Marco è entrato nella routine della “Pater”?

«Ci tengo a confermare – inizia – che Letizia è sempre seguita da Broccardo. Ma io mi occupo di sovraintendere alla preparazione degli atleti, per cui quando lo scorso anno è arrivata, ho iniziato a seguire anche il suo lavoro. Devo dire che la prima sensazione era che non lavorasse abbastanza e soprattutto mi sono accorto che non caricava i file. Siccome non sono uno che le manda a dire, gliel’ho fatto presente e forse lei ha visto in questo una forma di attenzione. A un certo punto, all’inizio del nuovo anno, mi ha chiesto in che modo avrebbe potuto cambiare la preparazione. Voleva fare bene al Nord, ma era febbraio e non c’era tanto tempo. Io ho obiettato che avremmo dovuto parlarne con Broccardo, ma mi ha detto che lo avrebbe fatto lei. E così ho cominciato a darle qualche consiglio».

Crono di Monte Lussari al Giro 2023: Pinotti sulla moto alle spalle di Filippo Zana
Crono di Monte Lussari al Giro 2023: Pinotti sulla moto alle spalle di Filippo Zana
Parlando di te, Letizia ha fatto riferimenti alla necessità di crescere nell’esperienza e nella resistenza.

E ha ragione. E’ certamente un’atleta di talento, che però da solo non basta. Bisogna lavorare: gliel’ho detto subito. Si è visto alla Roubaix. Le sono mancati gli ultimi 20 chilometri, proprio perché non ha la resistenza di base necessaria. Ma ugualmente, anche se 21ª a 2’14”, è stata la migliore delle nostre e questo conferma il talento. Invece per il discorso dell’esperienza, mi chiedeva chi curare e come muoversi in gara.

E tu?

E io, consapevole che sia adatta a quelle corse, le ho dato qualche consiglio. Ero consapevole che non avessimo una squadra per chiudere sugli attacchi delle altre, soprattutto alla Roubaix, e che lei non potesse seguirle tutte. Al Fiandre siamo andati bene e tutto sommato anche alla Roubaix finché le gambe hanno tenuto.

Hai parlato di poco lavoro.

Quando mi ha cercato, sono stato un po’ duro. Le ho detto che non avrei voluto perdere tempo. Avevo visto da poco un suo file e c’era scritto che aveva fatto 5 ore a 90 watt medi. Davanti alla mia durezza, deve aver apprezzato il fatto che io guardassi quotidianamente il suo lavoro. Si è sentita supportata e si è rimboccata le maniche. Le manca l’abitudine a certe distanze, ma si sta impegnando e i risultati si iniziano a vedere.

Dario Broccardo, Maestro dello Sport trentino, è stato tecnico federale e ha collaborato con la BMC. Qui a Richmond 2015 con Oss e Quinziato
Broccardo è stato tecnico federale e ha collaborato con la BMC. Qui a Richmond 2015 con Oss e Quinziato
Sentendola parlare, è parsa un’atleta più consapevole.

E’ più matura, ma questo fa parte del processo di crescita. Sta imparando a fare le sue scelte, facciamo l’esempio della Roubaix. Dopo il Fiandre, avrebbe dovuto lavorare su pista. A noi come squadra è un discorso che interessa relativamente, ma ci siamo impegnati a lasciarla libera di andare. Invece lei ha deciso di voler tornare su per correre ancora. Mi ha detto che per Broccardo andava bene: ci ha parlato lei. Ha fatto un giorno in pista e poi è tornata al Nord.

In che modo state gestendo la preparazione olimpica?

Ho parlato con Dario. In questa fase stiamo valutando che non facendo il Giro d’Italia, Letizia potrebbe non avere un programma abbastanza importante in vista di Parigi. Come squadra, corriamo il Thuringen Ladies Tour con la Devo Tem, quindio lei non può partecipare. Quindi farebbe la Ride London e il Womens Tour, che è poco. Altre faranno un calendario più pesante di lei.

Nella Coppa del mondo di Milton, per Paternoster arriva l’argento nell’eliminazione (foto FCI)
Nella Coppa del mondo di Milton, per Paternoster arriva l’argento nell’eliminazione (foto FCI)
Perché non può fare il Giro d’Italia?

Perché finisce il 14 luglio e non avrebbe tempo per fare i lavori specifici che servono per la pista.

Non credi che questa sovrapposizione con Broccardo potrebbe generare qualche confusione?

Dario la conosce da tempo e lei si fida. Non so come andrà avanti la collaborazione. Se mi chiederà consiglio, io glielo darò. Ma Dario è uno bravo e con lo studio può certamente tenersi al passo con le nuove tendenze della preparazione. Certo che Letizia ha bisogno di lavorare di più: quello che faceva prima non può assolutamente bastare.

I pericoli del nuovo ciclismo. Le proposte di Hansen

14.04.2024
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L’impatto mediatico generato dalla terribile caduta all’Itzulia Basque Country, con Vingegaard, Evenepoel e Roglic fuori causa per chissà quanto tempo ha riproposto il tema della sicurezza nelle corse ciclistiche a livelli inusuali. Sembra di essere tornati indietro nel tempo di tanti anni, quando nella Formula 1, dopo la scomparsa di Ayrton Senna, sin parlava solo di come rendere le monoposto più sicure. I progressi in quel campo sono stati evidenti e hanno avuto un ricasco anche nelle auto di tutti i giorni. Per le bici tutto sembra però più difficile.

La terribile scena dei corridori a terra all’Itzulia Basque Country. Vingegaard, a sinistra, è esanime
La terribile scena dei corridori a terra all’Itzulia Basque Country. Vingegaard, a sinistra, è esanime

Da più parti sono arrivate proposte legate soprattutto alla diversa regolamentazione delle corse e della loro organizzazione. Proposte arrivate anche dai corridori stessi. Al presidente della loro Associazione, l’australiano Adam Hansen da poco eletto, abbiamo quindi sottoposto una serie di domande per capire come i principali protagonisti dell’attività possono porsi di fronte a un problema che coinvolge tutto il futuro dello sport stesso.

Rispetto a quando correvi tu, noti che l’attività è più pericolosa e perché?

Non penso che sia più pericolosa. Penso che ci sia la stessa quantità di incidenti. Tuttavia, oggi ci sono attrezzature e pneumatici più veloci, bici più dinamiche e i ciclisti consumano più carboidrati che mai, quindi hanno molta più energia extra. Quindi stanno andando più veloci per questo motivo. Ma ci sono sempre stati incidenti gravi, i dati dicono che la quantità è la stessa.

Evenepoel e Vingegaard davanti al gruppo all’Itzulia Basque Country, corsa maledetta per loro
Evenepoel edavanti al gruppo all’Itzulia Basque Country, corsa per lui maledetta
I ciclisti vanno molto più veloci, soprattutto in discesa: vedendo cadute come quella di Evenepoel qualche anno fa al Lombardia o quella terribile dell’Itzulia Basque Country, non pensi che gli organizzatori dovrebbero rivedere i propri percorsi, magari adeguandoli con protezioni come nella downhill di mtb?

E’ interessante. Ma di difficile attuazione, se pensiamo che ci sono gare come in Francia dove i chilometri di discesa sono tanti. Come fai a proteggere tutta la strada? Qualcosa però per i punti nevralgici, come quello dove il gruppo si è schiantato va pensato. Ma è sempre difficile farlo dopo. Gli organizzatori avevano messo segnali per avvertire della pericolosità di quella curva, del fatto che era molto stretta. L’indicazione c’era, non è stata colta. Se si guarda il video al rallentatore, in realtà i primi due corridori sono passati, il terzo ha sbagliato e gli altri sono andati dietro. E’ stata una reazione a catena e gli altri sono caduti con lui. A quel punto era difficile prendere la curva, Evenepoel non aveva più margine ed è caduto. Io vedo che gli organizzatori stanno facendo molto adesso per proteggere il più possibile, ma penso che sia molto più difficile. Penso che ognuno dovrebbe semplicemente assumersi la responsabilità quando sbaglia.

Van Aert, caduto alla Dwars door Vlaanderen, dovrà saltare il Giro d’Italia
Van Aert, caduto alla Dwars door Vlaanderen, dovrà saltare il Giro d’Italia
Oliver Naesen ha recentemente proposto di riprendere il sistema di penalizzazioni del calcio, con cartellini gialli e rossi per i corridori: è un sistema che ti piace?

Non è un’idea nuovissima. In realtà, l’abbiamo valutata l’anno scorso e ne abbiamo discusso nell’Associazione. Quest’anno lanceremo questa iniziativa con una fase di prova. Abbiamo lavorato parecchio su questo, come anche sulle proposte di chicane in alcuni punti.

A tal proposito molti, sentendo questa idea, hanno detto che così si svilisce la tradizione del ciclismo: che cosa rispondi?

Qui il problema è la velocità. E’ questa che ha causato i brutti incidenti. Ho proposto la chicane perché entrare nella foresta di Arenberg a gran velocità è molto pericoloso, volevamo che i corridori rallentassero. C’è stato un grande polverone mediatico riguardo alla chicane che rallentava la velocità del ciclismo e distruggeva lo sport. Ma dobbiamo guardare oltre, al ciclismo nel nuovo secolo, con nuovi mezzi, prendendo le giuste contromisure. Le chicane sono la cosa che rende i ciclisti più lenti. E anche se alla gente Arenberg non è piaciuto, ha funzionato. Nessuno è caduto andando ad Arenberg e penso che sia stata una delle prime volte in cui ho visto che non c’è stato un solo incidente. Quindi le chicane funzionano e abbiamo bisogno che alcune cose come questa siano messe in atto per rallentare la velocità.

La chicane all’entrata per Arenberg, contestata da molti puristi del ciclismo
La chicane all’entrata per Arenberg, contestata da molti puristi del ciclismo
Non pensi che questa continua ricerca della velocità vada poi a scapito del puro talento del corridore, portando il ciclismo a essere un po’ come la formula uno, chi ha il mezzo migliore vince?

Forse un po’, ma penso che siano sempre le gambe che contano alla fine. Penso che ci siano differenze nelle bici, ma c’è una differenza più grande che è data dal talento di ognuno, dalla sua preparazione, dalla sua inventiva. L’innovazione fa parte dello sport, penso che sia molto buona. Lo mantiene bello e attivo, il pubblico si entusiasma per i nuovi prodotti. Ma dobbiamo controllare l’aspetto della sicurezza. E’ proprio quello in cui credo.

Perdere nello stesso periodo Van Aert, Evenepoel, Roglic e Vingegaard sta penalizzando l’immagine del ciclismo?

Non credo. E’ triste perdere tanti campioni in poco tempo, ma chi c’è fa spettacolo. Le imprese di Van Der Poel, la sua incredibile performance a Roubaix restano lì, nella storia a prescindere da chi c’era. Tutti vorrebbero vederlo vincere con 1 centimetro su Van Aert e viceversa. Quando manca un campione è sempre un peccato. Il brutto spettacolo è stato quello in Spagna, quel caos simile a una zona di guerra. Non è una buona immagine per lo sport. Non spinge i genitori a incoraggiare i propri figli a correre in bicicletta. Questo è ciò che dobbiamo ricordare e che deve spingerci a cambiare.

Nel salotto di Gasparotto con due Amstel sul tavolo

14.04.2024
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Amstel Gold Race, la più giovane delle classiche del Nord, ma anche una delle più affascinanti. Nata nel 1966 per far sì che anche l’Olanda avesse la sua perla della “Campagna del Nord”, l’Amstel Gold Race a partire dagli anni ’90 è stata anche un buon terreno di caccia per gli italiani. Il primo a vincerla fu Stefano Zanini, oggi diesse dell’Astana-Qazaqstan, nel 1996 e a seguire Michele Bartoli, Davide Rebellin, Danilo Di Luca, Damiano Cunego, e due volte Enrico Gasparotto.

E proprio l’attuale direttore sportivo della Bora-Hansgrohe ci accompagna nel presentare l’Amstel che prenderà il via fra poche ore. Sarà la 58ª edizione della corsa della birra, l’Amstel appunto: 253 chilometri da Maastricht a Berg en Terblijt con tante cotes (qui il dettaglio del percorso).

E quindi con questa ipotetica birra sul tavolo, tuffiamoci nella corsa dell’oro… da bere.

Enrico Gasparotto, Amstel Gold Race 2016
Amstel 2016, Gasparotto mette a segno una vittoria memorabile. Precede Valgren e dedica la vittoria al compianto Demoitié
Enrico Gasparotto, Amstel Gold Race 2016
Amstel 2016, Gasparotto mette a segno una vittoria memorabile. Precede Valgren e dedica la vittoria al compianto Demoitié
Enrico, due vittorie memorabili 2012 (nella foto di apertura) e 2016. Se chiudi gli occhi qual è la prima che ti viene in mente?

La seconda chiaramente. Correvo con la Wanty all’epoca, squadra professional e dopo anni di WorldTour era come se fossi “retrocesso”. Tra l’altro il team non era organizzato come oggi. Ma soprattutto due settimane prima alla Gand avevamo perso Antoine Demoitié. Un nostro compagno aveva perso la vita in corsa, vi rendete conto. Tagliare quel traguardo, ma anche semplicemente correre, fu da brividi. E i brividi ancora mi vengono ogni volta che ci ripenso.

E’ comprensibile, Gaspa…

Tutti questi eventi hanno segnato il mio modo di essere attuale. Di come interpreto il ciclismo e la vita. Fu un vero shock, una giornata, una corsa… un incidente che può accadere a tutti. Fu una presa di coscienza, uno scossone anche sul come essere, nel rapportarmi con gli altri. Se oggi sono più calmo e più professionale fu anche grazie a quel momento. Prima spesso ero stato scontroso. Chiedetelo a “Martino” (Giuseppe Martinelli, ndr) quando ero in Astana. Dico che quel giorno è nato il Gaspa 2.0.

Enrico, hai vinto due Amstel e altre due volte sei arrivato terzo. Come nasce il feeling con questa corsa? Quando e perché hai capito che era adatta a te?

L’ho capito nel 2009 quando feci le Ardenne per la prima volta. Sin lì avevo sempre fatto la parte delle pietre. Tranne che a De Panne, non ero mai andato troppo forte. Non avevo mai finito un Fiandre, per dire… E così nel 2009 mi resi conto che questa poteva essere la mia corsa e dal 2010 è diventata il focus della mia preparazione.

Una caratteristica della corsa olandese sono le sue strade strette, oltre alle tante svolte e alle cotes in successione
Una caratteristica della corsa olandese sono le sue strade strette, oltre alle tante svolte e alle cotes in successione
Bello! Racconta…

Allenamenti, ritiri, gare erano finalizzate all’Amstel. Certe volte ero sul Teide e mi chiudevo in me stesso, mi concentravo su questa corsa. Cercavo di visualizzare le situazioni che avrei ritrovato in gara, sul quel percorso. L’ultima settimana prima dell’Amstel facevo il Brabante. In alternativa, a casa, il giovedì facevo tre ore di dietro motore e al termine dell’allenamento partivo per l’Olanda. Lo facevo con mia moglie che è davvero brava o con un mio amico che dal Friuli veniva in Svizzera appositamente per farmelo fare.

Addirittura dal Friuli…

Sì, loro mi motivavano. Era una responsabilità in qualche modo averli a disposizione.

Analizziamo questa corsa da un punto di vista tecnico. E’ più dura di un Fiandre (altimetricamente) ma meno di una Liegi…

Esatto, è una via di mezzo tra Fiandre e Liegi. Le salite sono lunghe al massimo 1,5 chilometri e non c’è pavé: alla fine diventa una gara veloce. Oggi poi ancora di più. E’ una corsa di posizione. Devi essere concentrato per sei ore, non devi mai farti trovare nel posto sbagliato. Se ci finisci nel momento poco opportuno è la fine dei giochi. E anche nel finale è questione di posizione… e di gamba ovviamente.

Esatto di gamba. Una volta si finiva sul falsopiano in cima al Cauberg, ora l’ultimo muro è il Bemelerberg. Tu adottasti la tattica di fare il tratto duro col 39 e poi di mettere il 53 non appena calava la pendenza.

Esatto, fu così per entrambe le volte: 39 prima, 53 poi. Oggi però è imparagonabile tutto ciò. Altre velocità, altre potenze e altri rapporti. Oggi ci sono il 52 o il 54 davanti e il 12 velocità e non il 10 dietro. In quegli anni al massimo la differenza era fra 54×11 e 53×11.

Gasparotto sul Cauberg nel 2016. Ha ancora il 39 e il tratto duro sta per finire. Lui è in spinta, gli altri arrancano
Gasparotto sul Cauberg nel 2016. Ha ancora il 39 e il tratto duro sta per finire. Lui è in spinta, gli altri arrancano
Questo utilizzo dei rapporti era una scelta ponderata a monte?

Sì, sì… sul Cauberg la vera differenza la si fa nel tratto finale, nel passaggio dal segmento duro al falsopiano. Io usavo il 39 per sfruttare la cadenza, il mio punto di forza. In questo modo riuscivo a preservare i muscoli quel po’ per spingere forte il 53. Era la mia tattica studiata e ponderata: mi dovevo arrangiare in qualche modo, non avevo il motore di Van Aert o di Van der Poel!

C’è il classico aneddoto che potresti raccontare?

Non in particolare. Però ricordo che quando feci terzo nel 2010 forai. Nel 2012 quando ottenni la prima vittoria forai lo stesso e pensai: «Beh, quella volta andò bene, magari sarà così anche stavolta».

Enrico, hai parlato di corsa di posizione, di grande concentrazione, come trasmetterai tutto ciò ai tuoi ragazzi?

Cercherò di spiegargli che bisogna essere concentrati appunto, ma anche che nei primi 100 chilometri ci sono dei punti in cui ci si può “rilassare” un po’. Mentre negli ultimi 75 chilometri se si è fuori dai primi 30, o primi 20 in certi precisi momenti, si è fuori dai giochi. Cercherò di fargli capire che non possono sbagliare. Non sono VdP.

Pogacar è il campione uscente. Quest’anno non ci sarà. Ma ci sarà Pidcock, a ruota dello sloveno. Sarà lui il principale sfidante di VdP?
Pogacar è il campione uscente. Quest’anno non ci sarà. Ma ci sarà Pidcock, a ruota dello sloveno. Sarà lui il principale sfidante di VdP?
Cioè?

Mathieu ha un motore talmente più grande degli altri che anche se sbaglia può recuperare. Loro no e proprio per questo per loro la posizione è ancora più importante.

Hai parlato di Van der Poel. E’ lui ancora il favorito indiscusso?

Direi che nelle ultime gare ha dimostrato di stare bene! Oltre ad essere forte ha grandi abilità di guida che in queste corse gli torna molto utile. Pensate una cosa: Mathieu corre la Roubaix senza guanti e al termine non ha neanche una vescica. Vuol dire che è sciolto, che ha feeling. E poi è massiccio. Non lo sposti facilmente. Quindi sì: credo che sia il favorito numero uno. Inoltre è olandese e immagino abbia voglia di vincere anche entro i suoi confini, visto che tra le altre cose si è sorbito lanci e grida poco gentili nelle altre corse.

Qualche outsider?

Pidcock può essere pericoloso, ma non è del livello di Van der Poel chiaramente. Però per come è andato alla Roubaix, uno leggero come lui, credo stia bene. Poi c’è il blocco UAE Emirates che sta dimostrando di essere ad alto livello con più corridori e dappertutto. Ecco, loro potrebbero sfruttare l’effetto della superiorità numerica. E’ così che potrebbero stanare Van der Poel. Insomma sono questi tre soggetti che produrranno la corsa, che non la subiranno.

Barbieri in crescita: il doppio ruolo e un sogno estivo su Parigi

13.04.2024
5 min
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Al primo anno con la maglia del Team DSM Firmenich, Rachele Barbieri ha aiutato la compagna Georgi Pfeiffer a conquistare il secondo posto nella Roubaix vinta da Kopecky (le due sono insieme in apertura). Lo scorso anno, con la LIV Racing Techfind aveva propiziato il secondo posto di Katia Ragusa. Che la corsa del pavé le porti bene o sia lei che porta bene alle compagne, la singolare statistica l’ha messa di buon umore. La campagna del Nord si è chiusa, il prossimo passaggio sarà la Vuelta, ma per ora l’orizzonte è un breve passaggio a casa dopo tre settimane in Olanda.

Rachele parla veloce, come quando ha tante cose da dire. L’adattamento nella nuova squadra procede spedito e anche se finora è mancata la vittoria, i segni che qualcosa di buono potrebbe presto accadere non mancano. Per questo il clima appare disteso. Le ragazze vanno forte: il lavoro sta dando i suoi frutti.

L’inserimento di Barbieri nella DSM Firmenich procede bene: ora il programma prevede la Vuelta
L’inserimento di Barbieri nella DSM Firmenich procede bene: ora il programma prevede la Vuelta
Alla Roubaix per qualche passaggio non sei sembrata una velocista, piuttosto un diavolo…

Sono stata molto contenta che fosse nel mio programma da inizio stagione. E’ la mia gara preferita, ma non era scontato che mi inserissero al primo anno nella squadra nuova. Ero già contenta per questo, poi avvicinandoci al grande giorno ho iniziato a sentirne l’importanza. Abbiamo avuto le disposizioni, ognuno aveva un ruolo ben definito. Correvamo per Georgi Pfeiffer e, se fosse stata bene, anche Franziska Koch avrebbe avuto le sue possibilità. Siamo partite con l’idea di lavorare al massimo per loro e anche se non siamo riusciti ancora a raggiungere la vittoria, abbiamo sempre dimostrato che lavoriamo bene.

Nessun condizionamento legato ai risultati?

Zero. Almeno dal mio punto di vista come atleta, correre in questa squadra è una grande soddisfazione. Tutte le ragazze mettono il loro 110 per cento nel loro lavoro, che sia all’inizio che nessuno le vede neanche, che sia appunto alla fine per finalizzare. Il giorno della Roubaix siamo stato un po’ sfortunate con Charlotte Kool, perché è caduta subito e ha dovuto cambiare anche una ruota a causa di un problema. Per cui siamo entrate nel primo settore di pavé che lei era già indietro e non è mai riuscita a tornare davanti. Da quel momento mi è stato dato il compito di portare Pfeiffer davanti su tutti i settori di pavé e di tenerla davanti il più a lungo possibile. Ci siamo sempre trovate al momento giusto nel punto giusto. Ognuna si fida dell’altra, quindi mi viene abbastanza semplice anche muovermi.

Fino a quando è durata la sensazione di forza?

Fino al momento in cui ha attaccato la Kopecky. Io ero alla sua ruota, ma la Pfeiffer mi ha passata. Ho provato a stare lì, ma ho visto che non sarei riuscita, quindi mi sono fatta sfilare e sono rimasta in un gruppettino subito dietro. Non eravamo tanto lontane, ma ovviamente ho smesso di collaborare. Il tentativo di tornare dentro c’è sempre stato e alla fine siamo entrate nel velodromo con tre minuti.

Nella sua seconda Roubaix, Barbieri ha lavorato per Georgi Pfeiffer, arrivata poi alterzo posto
Nella sua seconda Roubaix, Barbieri ha lavorato per Georgi Pfeiffer, arrivata poi alterzo posto
Che effetto fa?

E’ sempre bello, anche ritrovarsi a fare la volata è una cosa particolare. All’inizio non volevo neppure farla, dato che non c’era nulla in palio. Ma quando ho visto che nessuna mollava, allora mi sono fatta prendere dall’adrenalina e l’ho vinta. Si fa per dire, non sai mai chi si sia impegnata davvero. Diciamo che sono passata per prima, il resto rimane nel dubbio. In più, quando siamo entrate in pista, avevo quasi capito che avesse vinto la nostra compagna, invece…

Invece?

Invece poco dopo dal maxi schermo ho capito che era toccato a Kopecky e che Georgi era arrivata terza. Quando ci siamo fermate dopo la volata, l’ho incontrata che piangeva ed era contentissima. Non è una vittoria, ma per lei essere riuscita a battere in volata la Vos in quel velodromo è stato speciale. Peccato abbia trovato davanti la campionessa del mondo ed Elisa Balsamo. Davvero un bel mix di emozioni.

L’anno scorso un secondo posto, quest’anno il terzo…

Manca il primo, dite? Non posso paragonarla allo scorso anno. Anche quella è stata una bellissima gara, però sono stata sfortunata. Ho forato nel Carrefour de l’Arbre, quindi in quel momento ho perso ogni possibilità. Però era venuto un bel risultato perché Katia Ragusa era davanti e sapevamo che c’erano tante possibilità che la fuga arrivasse. Sappiamo bene com’è andata a finire, penso che per Katia sia stata una bella soddisfazione, anche se un po’ inattesa. Sicuramente, come pure quest’anno, eravamo partite per vincere, ma sapevamo di non essere le più forti. Quest’anno avevamo più consapevolezza, in qualche modo sapevamo che Pfeiffer poteva giocarsela e così è stato.

Ai primi di marzo, Barbieri terza alla Drentse Acht van Westerveld, dietro Van Rooijen e Consonni
Ai primi di marzo, Barbieri terza alla Drentse Acht van Westerveld, dietro Van Rooijen e Consonni
Cosa prevede adesso il tuo programma?

Farò la Vuelta e per questo siamo rimaste una settimana in più per allenarci, fare qualche prova di cronosquadre, ma adesso torno a casa. Dopo la Roubaix ho fatto qualche giorno tranquilla, ho recuperato un po’ e adesso finalizzerò un po’ tutto per arrivare alla Vuelta con la migliore condizione possibile. Niente Giro invece, facendo la Vuelta non se ne è parlato.

Cosa rimane del sogno di fare le Olimpiadi su strada?

Ho parlato con il cittì Sangalli a inizio stagione, non recentemente. Onestamente sono molto contenta di quello che sto facendo, perché sta uscendo un lato di me che non si conosceva. Cioè non solo la velocista che pensa a finalizzare, ma anche quello dell’atleta che sa sacrificarsi per la squadra e le compagne. Sto dimostrando che sono in grado di fare coprire i ruoli. Se sono leader, posso fare la volata e qualche bel piazzamento è arrivato. Altrimenti posso mettermi al servizio di un’altra. Ho sempre detto e continuo a pensare che all’Olimpiade corrono in quattro e due sono decise, cioè Longo Borghini ed Elisa Balsamo. Io continuo a crederci e proverò a dimostrare che voglio quel posto. Sono certa che andrà chi più l’avrà meritato, come pure che di qui ad agosto possono cambiare ancora molte cose. Per questo tengo i piedi per terra.

Postumia 73, servizio completo: dai giovanissimi agli juniores

13.04.2024
4 min
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Dai giovanissimi agli juniores, perché fare tutta una trafila non è solo mettere insieme quattro categorie, ma è di più. E’ un progetto in cui credere. E’ un percorso formativo. E’ il percorso dell’Asd Postumia 73.

Il Postumia 73 è una squadra veneta, di Castelfranco per la precisione. Vanta oltre 50 anni di storia e dalle sue fila sono passati tantissimi ragazzi e tanti campioni, uno su tutti l’iridato Alessandro Ballan.

A parlarci di questa squadra sono stati i componenti della famiglia Antonello, da anni alla gestione di questo sodalizio. Nicola Antonello è stato uno dei portavoce più vivaci, ma al suo fianco c’erano Marco, il presidente, Emilio, il vicepresidente, Orfeo e Matteo, tutti della famiglia Antonello appunto.

Si parte dai bambini, non solo con la bici da strada. Bello vederli anche a spasso per i boschi
Si parte dai bambini, non solo con la bici da strada. Bello vederli anche a spasso per i boschi
Dicevamo, dai giovanissimi agli juniores… 

Esatto, quattro categorie. E non sono poche. Siamo una delle poche squadre in Italia che ha ancora tutta la trafila. E’ una soddisfazione, ma anche un bel costo. 

Come si gestiscono appunto quattro categorie?

Con tanti sacrifici, tanto personale. Siamo uno staff corposo. Le spese sono tantissime, basti pensare ad uno staff di 16 persone che collaborano in quattro squadre. Abbiamo 4 furgoni, 6 ammiraglie e 6 direttori sportivi. E un totale di circa 60 ragazzi e ragazze. Noi “viviamo” con gli sponsor che si trovano e che ci danno una mano. Su tutte il nostro main sponsor 2G Verniciatura.

Come nasce il Postumia 73?

La società nasce 52 anni fa e da sempre siamo stati presenti in tutte e quattro le categorie. Solo per 4-5 stagioni, a cavallo del Covid non abbiamo fatto gli juniores, ma non appena è stato possibile li abbiamo  riproposti. E da lì è nato il progetto nuovo, col nuovo presidente e questo concetto di crescita, di trafila, di valori. Noi vogliamo far crescere e veder crescere il ragazzo. Non andiamo a pescare dagli altri team, anzi… semmai avviene il contrario man mano che si sale di categoria. Posto che poi a 16-17 anni oggi cambiano molto.

Il campione provinciale esordienti 2023 Xavier Bordignon
Il campione provinciale esordienti 2023 Xavier Bordignon
Come capite che un ragazzo non è più un bambino?

Fino a qualche anno fa lo si vedeva da junior di primo anno: lì c’era il cambiamento. Adesso invece avviene prima, l’età della “maturità” si è abbassata. Anche perché, volenti o nolenti, se non vai forte da allievo poi è difficile trovare spazio tra gli juniores, che sono la categoria più importante. E anche noi cerchiamo di adeguarci, trattandoli da grandi, con qualche piccolo ritiro, la preparazione, il potenziometro.

Seguite voi direttamente i ragazzi nell’allenamento?

Sì, abbiamo un nostro preparatore per allievi e juniores, che dà un occhio anche agli esordienti. Poi ogni categoria ha il suo diesse di riferimento e tutti s’interfacciano. Tutti remano nella stessa direzione.

Siete in Veneto, zona di grande tradizione, avete tutti ragazzi di zona?

Fino agli allievi sì. Poi per gli juniores ci si sposta verso il vicentino. Il diesse di riferimento è a Thiene. Riusciamo a fare degli allenamenti di squadra anche durante la settimana, specie con allievi e juniores. E questo va benissimo per tenerli sott’occhio e farli crescere come vogliamo noi.

La squadra di Castelfranco organizza 3-4 gare l’anno
La squadra di Castelfranco organizza 3-4 gare l’anno
Prima si è accennato al potenziometro…

Sì, per gli juniores ormai è necessario, ma fino agli allievi è un nostro dogma non utilizzarlo. Vogliamo che i ragazzi imparino a conoscersi, a conoscersi dalle sensazioni. Come dicevo, noi vogliamo dargli dei valori, farli crescere. Vogliamo fargli capire che il ciclismo non si fa solo in bici ma anche nella vita privata: il rispetto del riposo, del mangiare bene. Insomma questo non è un gioco, ma uno sport.

Famiglia Antonello, cosa vi rende felici?

Il nostro obiettivo chiaramente è quello di far diventare i ragazzi dei professionisti. Da noi sono passati oltre a Ballan anche Matteo Tosatto, Marco Bandiera, Oscar Gatto, Marco Benfatto, Federico Zurlo, Leonardo Basso, Emanuele Sella… ma è sempre più difficile perché il ciclismo è cambiato. Ed è più difficile sia per le squadre che per gli atleti.

Chiaro…

Ci piacerebbe che ci fosse riconosciuto un valore per il ragazzo che abbiamo fatto crescere. Sarebbe un premio. E invece spesso dopo la filiera restiamo con la “carta in mano”. Anche la Fci non aiuta, con tasse varie. E non è facile reperire personale competente. Come detto, abbiamo il diesse degli juniores che viene dal vicentino e quello degli allievi addirittura dal Friuli.

Pattinson: il vincitore della Liegi juniores è ancora da scoprire

13.04.2024
3 min
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NEGRAR DI VALPOLICELLA – Il 2023 ha visto la prima Liegi-Bastogne-Liegi per la categoria juniores. Una novità importante, perché quando una delle cinque Classiche Monumento del WorldTour apre anche alla categoria juniores il messaggio è chiaro. In realtà anche Parigi-Roubaix e Giro delle Fiandre hanno la loro prova dedicata agli juniores. All’appello mancano solamente le due Monumento italiane: Milano-Sanremo e Lombardia. 

Pattinson ha firmato un contratto biennale con la Visma Lease a Bike Development (foto Instagram)
Pattinson ha firmato un contratto biennale con la Visma Lease a Bike Development (foto Instagram)

Ancora indeciso

Si va verso una presa di coscienza sempre maggiore, che i ragazzi maturano presto e l’avvento dei devo team di squadre WorldTour ha abbassato l’età media della selezione. A testimonianza di ciò abbiamo l’arrivo del vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi juniores, Tomos Pattinson, alla Visma Lease a Bike Development. Atleta britannico, nato a Dudley, cittadina da 80mila abitanti vicina a Birmingham. Pattinson è alto 185 centimetri, fisico snello e longilineo. Lo incontriamo alla partenza del Palio del Recioto.

«Devo capire anche io che tipo di corridore sono – ci dice con un accento inglese marcatissimo – direi uno scalatore, ma non ne sono completamente sicuro. Ho buone caratteristiche per andare bene sulle salite lunghe, ma devo ancora capire cosa potrò diventare».

Facciamo un passo indietro, quali corse ti piacciono di più?

Direi che la Liegi è una di quelle che mi ha appassionato maggiormente, ma è una Classica nel ciclismo, quindi forse è facile sentirne il fascino. Al momento mi concentro molto su correre – dice ridendo – e cercare di trovare la mia strada. 

Sei uno da salite lunghe o corte?

Mi sento di stare nel mezzo, penso che le scalate da una decina di minuti di percorrenza siano le mie.

Allora in questi due anni di contratto con Visma Lease a Bike Development cercherai di indirizzarti?

Direi che sono qui apposta. Penso e spero di crescere sia fisicamente e tatticamente in gara. Questo potrebbe essere uno step da fare per essere poi pronto al mondo dei grandi. 

Ha partecipato ai mondiali di Glasgow, raccogliendo un 23° posto
Ha partecipato ai mondiali di Glasgow, raccogliendo un 23° posto
A fronte delle due vittorie hai collezionato tanti podi, e ancor più piazzamenti, come pensi che questi si possano convertire in risultati migliori?

Non lo so veramente – ride ancora – penso di aver fatto degli errori l’anno scorso. Credo che sarà importante crescere da questo punto di vista, direi che è l’obiettivo del 2024.

Che differenza hai trovato tra juniores e U23?

Ho trovato molte differenze, soprattutto negli allenamenti. Penso che qui alla Visma lavoriamo molto meglio, mi sento più preparato per le corse. Chiaramente c’è da considerare anche la parte di maturazione fisica, sono comunque al primo anno. 

Ti preoccupa aver firmato un contratto di due anni con il devo team senza un’opzione per il WorldTour?

L’augurio è quello di entrare nel team WorldTour in futuro, mi impegnerò durante questi due anni e vedremo. Comunque un’esperienza del genere è sempre utile nella vita.

Mediterraneo in Rosa, 5 tappe per far appassionare il Sud

13.04.2024
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Ci saranno 22 squadre e 15 nazioni presenti alla Mediterraneo in Rosa, la corsa a tappe femminile che si disputerà dal 19 al 23 aprile. E’ la seconda edizione della manifestazione e, rispetto allo scorso anno, c’è un evidente salto in avanti. Non solo dal punto di vista qualitativo, ma anche come impostazione stessa di un evento che vuole crescere, essere un riferimento, quasi un contraltare al Giro Donne.

Francesco Vitiello, l’ambizioso organizzatore del Giro Mediterraneo in Rosa
Francesco Vitiello, l’ambizioso organizzatore del Giro Mediterraneo in Rosa

Lo sa bene il suo deus ex machina, Francesco Vitiello, che ammette come allestire un grande evento ciclistico sia diventato sempre più difficile soprattutto se, come nel suo caso, l’evoluzione della corsa vada a cambiarne quasi completamente la sua struttura.

«Io dico sempre che organizzare una corsa ciclistica è come andare in guerra. Si va avanti sulla base delle esperienze che ci si porta dietro e che si acquisiscono. Io ad esempio mi sto muovendo cercando di raccogliere l’appoggio dei territori per cambiare fisionomia alla corsa, che è nata come Giro di Campania e che ancora lo scorso anno, quando già aveva cambiato nome, era comunque ancora tutta allestita nella stessa regione. Ora abbiamo coinvolto anche la Puglia, ma so già che anche la Calabria ha bussato alla porta e sarà coinvolta il prossimo anno. Le potenzialità di questa corsa sono enormi, può diventare davvero un riferimento che unisce il Sud».

Quest’anno saranno al via 22 team con atlete di 15 nazioni (foto Flaviano Ossola)
Quest’anno saranno al via 22 team con atlete di 15 nazioni (foto Flaviano Ossola)
Una crescita che però deve passare anche per scalare le gerarchie del calendario Uci…

Stiamo pensando anche a quello. Lo scorso anno, per noi un’edizione di passaggio, la giuria ci ha dato un punteggio molto alto per essere una gara nazionale. Abbiamo allora fatto richiesta all’Uci, avendo avuto atlete di 4 nazioni al via, di poter avere lo status di internazionale e questo è arrivato. Non solo: noi quest’anno siamo categoria 2.2, nel prossimo contiamo di passare a 2.1 e questo dovrebbe favorire una partecipazione qualitativamente ancor più qualificata.

Quanto conta la vicinanza con il Liberazione? Molte squadre, in previsione della classica romana, chiedevano di potervi abbinare un’altra prova per contenere le spese. Questo può essere un aiuto?

Sicuramente, con il gruppo di Terenzi viene a formarsi una sinergia che giova a entrambi. Anche a noi i team, nei contatti per le iscrizioni, ci chiedevano se si poteva sfruttare meglio la trasferta e questo abbinamento permette di far venire molte squadre estere. Io credo che questo in futuro possa permetterci di avere formazioni ancora più qualificate, anche del WorldTour come ad esempio quest’anno la Uae che sarà presente con le sue ragazze.

Che corsa andremo a vedere?

Saranno 5 tappe. La prima è impegnativa con gli strappi di Monteforte Irpino e Forino, piuttosto lontani dal traguardo ma anche con un finale non facile. Stesso discorso per la seconda, ancora con Monteforte Irpino e poi Taurano, il finale verso Torre del Greco potrebbe dare adito a qualche colpo di mano. Con la terza si entra in Puglia con partenza e arrivo a Barletta non semplice, anzi forse decisiva per la classifica. Poi altro circuito a Castelnuovo della Daunia, questa volta di 50 chilometri da ripetere due volte. Infine la tappa finale con la doppia ascesa a Motta Montecorvino, la seconda posta come arrivo. Insomma, un giro per specialiste delle corse a tappe e soprattutto della montagna.

Perché non c’è una cronometro?

Ci avevamo pensato, a Barletta avevamo anche posto l’eventualità, ma allestire una cronometro è difficile perché richiede uno sforzo notevole per la città. Devi bloccare le strade per molte ore, in un circuito cittadino non te lo puoi permettere facilmente. Nel nostro taccuino delle cose da fare abbiamo comunque preso in considerazione l’idea d’inserire una cronoscalata il prossimo anno, per dare sempre qualcosa in più.

NEl 2023 ha vinto Carlotta Cipressi, prima anche nella tappa finale (sopra) davanti a Mul e Plosaj
NEl 2023 ha vinto Carlotta Cipressi, prima anche nella tappa finale (sopra) davanti a Mul e Plosaj
Che cosa ti aspetti dal 19 al 23 aprile?

Mi aspetto una gara molto combattuta e un’occasione per tante ragazze per mettersi in evidenza. Il nostro calendario ha bisogno di occasioni di confronto con le cicliste che vengono da fuori, ha bisogna anche di dare occasioni ai nostri team. Io credo che questa gara possa avere un grande futuro.

Il sogno di Vacek è un sentiero lastricato di pietre

13.04.2024
4 min
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Chiunque abbia seguito l’ultima Roubaix avrà avuto anche il modo di apprezzare il grande lavoro di Mathias Vacek (in apertura, foto di Sean Hardy scattata nelle docce di Roubaix, da lui pubblicata su Instagram). Ad appena 21 anni, il campione della Repubblica Ceca cresce bene. Si è caricato Pedersen sulle spalle e lo ha portato avanti finché ne ha avute le forze. Nella Lidl-Trek qualcuno non è stato brillante come si sperava, ma la gran mole di lavoro svolta da Vacek ha fatto sì che il capitano danese abbia avuto gli appoggi necessari per giocarsela. Almeno fino al momento in cui Van der Poel ha deciso di scrivere una storia diversa.

Purtroppo per lui, i giorni successivi alla Roubaix non sono stati i più simpatici da raccontare. A causa di una indisposizione, Vacek dovrà saltare l’Amstel Gold Race e rientrerà il primo maggio a Francoforte. Ugualmente il suo ruolo nella corsa del pavé merita un ritorno. Lo intercettiamo nel primo giorno di ritrovata salute, le botte e gli acciacchi sono alle spalle, ma restano nella memoria.

Quando Pedersen ha allungato nell’Arenberg, Vacek si è staccato. Poi è rientrato
Quando Pedersen ha allungato nell’Arenberg, Vacek si è staccato. Poi è rientrato
Hai fatto una Roubaix meravigliosa.

Sapevamo che saremmo andati per Mads, che era il leader più forte. C’era anche Johnny (Milan, ndr), però è caduto all’inizio della gara e a quel punto ci siamo stretti tutti attorno a Pedersen. Io ho dovuto curare il suo posizionamento sul pavé e mi sono sentito forte per tutto il giorno. Per i primi settori è sempre importante stare davanti, entrare con la posizione migliore e credo di averlo fatto molto bene. Sono stato a lungo dietro agli Alpecin, che hanno tirato per la prima metà della gara, e ho risparmiato tanto. Non ho dovuto chiudere buchi, però purtroppo nei primi settori Mads è rimasto indietro e ha dovuto fare un sforzo che magari ha pagato alla fine. Però ha fatto una bella corsa.

E’ stato anche sfortunato, giusto?

Esatto, perché quando ha bucato nel primo gruppo eravamo soltanto in tre di noi, mentre la Alpecin aveva cinque o sei corridori. E a quel punto sono andati via Kung, Politt e Vermeersch. Io gli ho chiesto che cosa potessi fare per aiutarlo e lui mi ha detto di andare a tirare, perché avevano mezzo minuto e, se li lasciavamo ancora un po’, sarebbe stato duro riprenderli. Dopo i settori di pavé, qualche volta mi staccavo. Un paio di volte sono riuscito a rientrare e ad aiutare ancora un po’ Mads. Però quando ha attaccato Van der Poel, la gara si è chiusa.

Perché tanti straordinari? Ha inciso il fatto di dover lavorare anche al posto di qualche compagno?

Penso di aver fatto più lavoro di tutti, ma non avevo in testa altro. Volevamo andare per la vittoria, quindi ho lasciato andare ogni altro pensiero. Mi sentivo molto bene, quindi non c’era tempo da perdere o pensare alle opportunità personali. Avevamo un leader, ho fatto quello che dovevo e sono felice per com’è andata.

Pedersen ha chiuso la Roubaix al terzo posto, battuto da Philipsen nella volata per il secondo posto
Pedersen ha chiuso la Roubaix al terzo posto, battuto da Philipsen nella volata per il secondo posto
Pensi che in un futuro la Roubaix potrebbe diventare una corsa per Mathias?

Sì, sicuramente. Questa è la corsa più bella, quella che mi piace di più, quindi prima o poi la voglio vincere. Penso che nei prossimi anni sarà la grande gara cui voglio puntare.

Quanto tempo rimane addosso una corsa dura come la Roubaix?

Ci vogliono due o tre giorni di riposo, perché fa male tutto ed è tutto gonfio. Ci vuole un po’ di tempo. Perciò sono stato per due giorni senza bici, anche perché nel frattempo sono stato un po’ male con lo stomaco. Sono stato a letto e ho recuperato un po’ di più. Con la squadra ci siamo detti di fare una settimana tranquilla e poi di riprendere il primo maggio a Francoforte. Per cui ho tutto il tempo per recuperare gli allenamenti persi. Ma avendo cominciato a gennaio in Australia, riuscire a staccare per qualche giorno è stato davvero importante. Per recuperare, ritrovare la motivazione ed essere nuovamente forte per le prossime gare.

Come prosegue il tuo programma?

Dopo Francoforte farò il Giro di Ungheria e poi quello della Norvegia. Il primo grande Giro della mia carriera sarà la Vuelta.

Il campione ceco ha lavorato per Pedersen, facendo il massimo per posizionarlo in testa sul pavé
Il campione ceco ha lavorato per Pedersen, facendo il massimo per posizionarlo in testa sul pavé
Sei soddisfatto di come è andata quest’anno al Nord?

Molto soddisfatto per come è andata. Abbiamo chiuso veramente bene con la Roubaix e io sono molto felice per come sia andata. Ho visto che ho la potenza e la forza per essere lì a giocarmela. Basterà accrescere ancora l’esperienza e aspettare il proprio momento. Questa volta eravamo su per Mads e come squadra secondo me abbiamo fatto un bel lavoro.

Fare una Roubaix di questo livello insegna anche come si potrebbe fare per vincerla?

Si impara sempre nelle classiche. Sicuramente mi manca un po’ di esperienza, questa Roubaix è andata com’è andata e penso che non potevo fare tanto di più. Ma nel futuro si può pensare di fare meglio. Magari confidando nel fatto (ride, ndr) che Van der Poel nel frattempo diventi un po’ più vecchio…