Chissà se un giorno, ripensando alle scelte degli ultimi anni, Marc Madiot si darà la zappa sui piedi per averla data vinta qualche volta di troppo a Gaudu. Lo scorso anno lasciò a casa Demare dal Tour per richiesta dello scalatore e in un colpo solo perse il velocista e tornò a casa dalla Boucle con il nono posto.
Da quando nel 2016 vinse il Tour de l’Avenir, il bretone con gli occhiali è diventato il predestinato e purtroppo a un certo punto ha commesso l’errore di crederci. Il quarto posto nel Tour del 2022 sembrava lo squillo che anticipava la rivelazione, invece è rimasto un suono isolato. E mentre Pinot smetteva e Gaudu iniziava a pensare di avere il posto fisso, nella Groupama-FDJ sono esplosi i talenti di Martinez e Gregoire. E in breve di Gaudu in Francia si parla un po’ meno e si comincia a dubitare. A 28 anni resta un beniamino dei tifosi, ma le sue spiegazioni suonano ogni volta meno credibili.
Il passivo nella crono è stato pesantissimo, ma la sua posizione è palesemente da migliorareIl passivo nella crono è stato pesantissimo, ma la sua posizione è palesemente da migliorare
Tre crolli pesanti
Nella prima tappa di salita del Delfinato, ieri sul traguardo a Le Collet d’Allevard, Gaudu ha subito un passivo di 1’31”. Ha ceduto a 4 chilometri dall’arrivo ed è arrivato sfinito. Oggi nell’arrivo di Samoens 1600 ha ceduto ai 4,5 dal traguardo, portando a casa un passivo di 2’18”. Sommando al pesante passivo di montagna i 4’07” subiti nella cronometro, si capisce che il suo avvicinamento al Tour non sia troppo in linea con le speranze. Eppure lui getta acqua sul fuoco, con una calma che col tempo è sempre meno credibile.
«Potreste essere preoccupati per me – ha detto ieri – ma io non lo sono. L’anno scorso a quest’ora non avrei resistito neanche per 2 chilometri a questo ritmo. Non sono al meglio, ma questo non ha nulla a che vedere con quello che ho vissuto (i passaggi a vuoto del 2023, ndr). Un anno fa ho concluso il Delfinato a più di 25 minuti da Vingegaard, quest’anno forse sta andando anche meglio».
Gaudu è arrivato al Delfinato dall’altura: non ha ancora trovato il colpo di pedale (foto Groupama-FDJ)Gaudu è arrivato al Delfinato dall’altura: non ha ancora trovato il colpo di pedale (foto Groupama-FDJ)
L’obiettivo del Tour
Resta da capire quanto a lungo i media e i tifosi francesi vorranno ancora crederci. Di sicuro stiamo vivendo un Delfinato insolito, con tanti leader ancora piuttosto indietro e altri che si nascondono. Soltanto Roglic sta spingendo sul gas, per la voglia tutta sua di ricostruirsi la sicurezza.
«Il distacco della crono – accenna Gaudu – non mi ha disturbato eccessivamente. Sono in preparazione e quindi non ancora al 100 per cento. E anche in salita ho dato tutto. Ovviamente mi sarebbe piaciuto mettermi alla prova con i favoriti, ma non essendo ancora al top, aspetteremo e ci concentreremo su quello che siamo venuti a cercare qui, cioè fare il meglio possibile. Non ci siamo posti obiettivi, vogliamo lavorare tanto con la squadra in salita».
La sua dote più grande sta nella capacità di convincersi che tutto sia ancora possibile anche quando il semaforo è palesemente rosso. Non si può dire che finora non abbia avuto occasioni, ma sganciandoci dalla ricerca francese di un futuro vincitore del Tour, chissà che per la sua carriera non sarebbe più logico convertirsi in supporto per un leader più concreto di lui. Al Tour mancano ancora tre settimane, ci sono tutti i margini per crescere. Ma siamo certi che davvero Gaudu abbia la determinazione e le gambe per sedere allo stesso tavolo degli altri leader?
Nuova tappa della Nations Cup juniores. Quelle precedenti avevano visto la nazionale italiana faticare tantissimo, soprattutto a causa delle cronometro se prendiamo questo particolare (e conseguentemente quello della classifica generale) il divario con gli altri resta. All’LVM Saarland Trofeo però qualcosa è cambiato: gli azzurri sono tornati a casa con ben 4 vittorie di tappa, equamente divise fra Alessio Magagnotti e Andrea Montagner.
Prima frazione e subito un successo, finalizzando la fuga a 4 (foto LVM Saarland)Prima frazione e subito un successo, finalizzando la fuga a 4 (foto LVM Saarland)
Se per il talentuoso portacolori dell’Autozai Contri, al suo primo anno da junior, questi sono i primi squilli esteri nella nuova categoria, Montagner mette da parte una doppietta che serve a rinfrancare il morale. Due vittorie per certi versi diverse fra loro, anche se entrambe mettono in luce le caratteristiche principali del corridore friulano.
«La prima tappa con arrivo a Fuhrpach era una frazione molto nervosa – racconta il corridore della Borgo Molino – un continuo su e giù con due salite nel tratto finale, una proprio sotto l’arrivo dove in 4 siamo riusciti ad avvantaggiarci sul gruppo e io ho avuto gioco facile nell’aggiudicarmi la tappa. L’ultima tappa invece era un percorso a saliscendi con una salita di 2 chilometri con tratti al 7 per cento. C’era però un grande controllo da parte delle squadre che puntavano alla classifica così c’è stato uno sprint di gruppo dove noi ce la siamo cavata alla grande, con me primo e Alessio terzo».
La vittoria nella tappa finale davanti al gruppo compatto, a riprova delle doti del friulano allo sprint (foto LVM Saarland)La vittoria nella tappa finale davanti al gruppo compatto, a riprova delle doti del friulano allo sprint (foto LVM Saarland)
Con quale strategia avete affrontato questa prova tedesca?
Sapevamo di non essere tra le squadre favorite e quindi cercavamo di anticipare le mosse dei più forti correndo sempre all’attacco. Alla fine la tattica ha funzionato, il bottino è stato cospicuo considerando anche la doppietta nella classifica a punti con Magagnotti primo ed io secondo.
Lo so e ho cercato di rispondere alle sue aspettative anche in tal senso. Devo dire che in nazionale si è formato un bel gruppo, grazie anche ai molti ritiri effettuati. Veniamo da squadre diverse e quando corriamo in Italia siamo tutti avversari, ma vestendo la maglia della nazionale facciamo fronte comune e lottiamo per l’interesse generale.
Oltre al friulano e Magagnotti, l’Italia comprendeva Mellano, Consolidani, Agostinacchio e Nembrini (foto LVM Saarland)Oltre al friulano e Magagnotti, l’Italia comprendeva Mellano, Consolidani, Agostinacchio e Nembrini (foto LVM Saarland)
La prova tedesca ha fatto emergere te e Magagnotti un po’ come i leader non solo della squadra ma della vostra generazione. Che differenze ci sono fra voi?
Si potrebbe pensare che abbiamo le stesse caratteristiche, ma non è così. Alessio ha qualcosa in più in termini di velocità pura, è un vero sprinter. Io credo di essere più adatto alle gare sul passo, un vero passista veloce con una certa predilezione per le cronometro.
La cronometro in terra tedesca ha confermato però le difficoltà dell’intero movimento italiano…
Sapevamo che la prova contro il tempo sarebbe stata decisiva per la classifica ed è stato così, almeno per noi in senso negativo. Non possiamo negare che c’è una certa differenza di rendimento data dall’abitudine al gesto, noi in Italia ne affrontiamo poche. Io personalmente vorrei farne di più, non abbiamo la stessa propensione che hanno i nostri coetanei.
Montagner, pur essendo specialista a cronometro, ha pagato dazio nei confronti dei rivali stranieri (foto LVM Saarland)Montagner, pur essendo specialista a cronometro, ha pagato dazio nei confronti dei rivali stranieri (foto LVM Saarland)
Tu però sei pur sempre campione europeo nel team relay, da che cosa era scaturita quella vittoria?
Per certi versi è la conferma di quel che dico. Per preparare quella gara abbiamo effettuato molti lavori specifici, concentrandoci sugli allenamenti già da un mese prima. Io credo che se il calendario ci verrà incontro proponendoci più gare contro il tempo, il gap verrà presto colmato.
Com’è stata la tua stagione fino alla trasferta tedesca?
Ho avuto molti problemi fisici, ho anche saltato un paio di gare importanti e anche all’Eroica Juniores ero ammalato, infatti i risultati non sono stati all’altezza. Le sensazioni però erano abbastanza positive, infatti a inizio maggio sono arrivati due successi incoraggianti e da lì penso di essermi sbloccato.
Il friulano con Magagnotti. Due corridori molto veloci ma diversi (foto LVM Saarland)Il friulano con Magagnotti. Due corridori molto veloci ma diversi (foto LVM Saarland)
Tu avevi vinto lo scorso anno il trofeo Liberazione, impressionando per la tua maturità pur essendo un primo anno. Da allora che cosa è cambiato?
Io penso di essere cresciuto molto, non solo fisicamente ma anche come consapevolezza dei miei mezzi. Ho capito molte cose in quest’anno, ora affronto le gare in modo diverso, guardo gli stessi avversari con più attenzione pensando a come controbattere ognuno e poter far emergere le mie caratteristiche.
Tu prediligi le cronometro, in salita te la cavi, pensi di poter diventare un corridore da corse a tappe?
Mai dire mai, ma per ora mi sento un ciclista da prove d’un giorno o da tappe singole, non per la classifica.
Il podio finale con il belga Schoofs vincitore su Barry (USA) e sul norvegese Orn-Kristoff (foto LVM Saarland)Il podio finale con il belga Schoofs vincitore su Barry (USA) e sul norvegese Orn-Kristoff (foto LVM Saarland)
E ora?
Ora si va avanti con la 2 Giorni di Solighetto e poi fari puntati sulle prove tricolori dove voglio il titolo contro il tempo. Dopo si vedrà, l’importante è continuare a darmi da fare anche per solleticare l’attenzione dei team più grandi. Un’esperienza in un devo team non mi dispiacerebbe per nulla…
EMPORIA (USA) – Il fatto è che avrei così tante robe da dire… Di solito mi trovo anche ispirato, perché mi piace quando mi emoziono. Però in questo caso, ho talmente tante cose da scrivere che non so da dove partire e come incastrarlo. Perché il gravel è un altro mondo. Mi piacerebbe dire da dove arrivo, ma sarebbe un preambolo che esula dalla gara. E poi sulla gara in sé, sulla Unbound Gravel, rischio di dire cose che magari per me sono scontate e magari non vanno direttamente al punto. E finisce che si sparpagliano in un vomito di parole un po’ confuse…
Nel nord del Kansas si è pedalato su strappi brevi e lunghe pianure (foto UnboundGravel)Nel nord del Kansas si è pedalato su strappi brevi e lunghe pianure (foto UnboundGravel)
Un pallino americano
Dell’Unbound avevo sempre solo sentito parlare. E’ la più grande gara gravel d’America e forse del mondo. Avevo letto tanti articoli, racconti di ex professionisti che l’avevano provata. Ma anche tanti amici che l’hanno fatta come amatori, soltanto per una challenge, come la chiamano in America.
Una sfida contro se stessi e contro un percorso per nulla scontato. Mettersi alla prova sulla distanza classica di 200 miglia, se non sei allenato e non hai dimestichezza con il ciclismo, è una cosa tanto grande. Ma anche fare solo le 50 o 100 miglia è tanta roba. Ecco, insomma, ne avevo solo sentito parlare.
Perciò, da quando abbiamo voluto il progetto Gravel, nella mia testa l’Unbound è sempre stata un pallino. E’ tutto molto grande, americano: tutto molto «Wow!». Tanti ne decantano la grandezza e la maestosità.
Oss si era spostato negli Usa una decina di giorni prima della Unbound, per prendere il fuso e abituarsi agli orariOss si era spostato negli Usa una decina di giorni prima della Unbound, per prendere il fuso e abituarsi agli orari
Un giorno da eroi
Prevale l’eroismo nel fare questa cosa pazzesca. E oltre a questo, ovviamente, gli sponsor come Specialized ne hanno capito il valore e devono assolutamente esserci. Anche se loro vogliono primeggiare, essere davanti, essere presenti e protagonisti nel panorama gravel americano. E con questa Unbound si va dritti al cuore del discorso. Con questa mega gara popolare, magari ancora poco famosa, poco connessa da un punto di vista mediatico. Non c’è una diretta tv, ci sono quelle Instagram, forse su YouTube. Forse degli highlights vanno in televisione, ma su canali secondari.
In Europa, zero. Quasi non se ne sente parlare, se non perché quest’anno ha vinto Lachlan Morton. Ma tolti alcuni media specializzati, è un evento che di qua quasi non esiste. Però, fatto questo preambolo, davanti a un evento così grande che poi è sfociato in una gara, tra i racconti e quello che ho sempre sentito e quello che gli sponsor e la squadra mi chiedevano, un racconto ve l’ho promesso e vorrei farlo. Per cui, eccoci qua…
Nella prima metà di gara il gruppo è rimasto compatto, ma dopo le 140 miglia è iniziato lo sparpaglìo (foto UnboundGravel)Nella prima metà di gara il gruppo è rimasto compatto, ma dopo le 140 miglia è iniziato lo sparpaglìo (foto UnboundGravel)
Cambio di pelle
Le aspettative erano buone e si sono confermate, non voglio dire il contrario. Ma quello che mi ha stupito molto è il fatto che il livello sia completamente cambiato. Vi faccio un esempio, magari dico cose a caso che in un articolo non vanno bene, ma serve per capire. Un anno fa, quando si parlava di gravel e di UCI Gravel Series piuttosto che altre tipologie di gara, si era capito che il settore fosse in crescita. Però c’era ancora un modo di correre piuttosto blando, per cui si riusciva a fare le gare anche in maniera un po’ goliardica. Si stava insieme, non c’era la necessità di riprendere in mano tutto il mondo degli allenamenti o dei rifornimenti e come farli.
Non era una dimensione troppo seriosa. Era un po’ a tarallucci e vino, tipo nozze coi fichi secchi. E poi alla fine chi stava bene faceva la sua volata o andava in fuga. Però la gara era basata ancora sull’avventura, sul partecipare e concludere un’impresa. Il fatto che ora il movimento sia cresciuto così tanto, rende tutto molto più professionistico. Quindi in questa Unbound mi sono trovato davanti a squadre organizzate, con atleti super allenati ed esperti, tecnicità da tutti i punti di vista. Ho visto anche dei body con un camelback integrato, molto fuori dalla logica gravel. Ho visto tanta aerodinamica, che sta diventando importante anche in questo settore.
Vincitore della Unbound 200 miglia è stato Lachlan Morton. Secondo Chad Haga a un solo secondo (foto UnboundGravel)Vincitore della Unbound 200 miglia è stato Lachlan Morton. Secondo Chad Haga a un solo secondo (foto UnboundGravel)
La più veloce della storia
Fate conto che quest’anno, l’Unbound 2024 è stata la gara più veloce nella storia… dell’Unbound. Si corre dal 2006 e nei primi anni non c’era così tanta importanza per l’agonismo. I racconti dei miei ex colleghi professionisti erano tutti simili. Cioè ci si allenava 15 ore, si andava all’Unbound di 200 miglia, quindi 320 chilometri. E un atleta medio del WorldTour la faceva… fumandosi una sigaretta. Per dire che era abbastanza semplice. Riuscivi a vincere, riuscivi a farti la volata, aspettavi chi era meno allenato.
Invece quest’anno, le prime ore le abbiamo fatte a 40 e passa di media, tutti in gruppo. E poi un po’ alla volta c’è stata la scrematura. Ma chi ha vinto la gara, alla fine aveva 36 di media. Io ho finito 43° circa, a quasi 40 minuti da Morton e a quasi 33 di media. Quindi è abbastanza folle pensare a quanto tutto sia cresciuto in modo esponenziale da un anno all’altro.
Il percorso era asciutto, non c’erano tratti di fango. Siamo andati verso nord rispetto al solito, quindi era un percorso un po’ più duro. C’erano 3.500 metri di dislivello, pazzesco, è stata durissima. E non è che ci fosse una salita da 1.000 metri di dislivello, erano tutti strappi da un chilometro, 500 metri, 300 metri… Tutto così e quindi difficile per me.
Anche la gara delle donne ha battuto ogni record della Unbound. Vince la danese Rosa Kloser in 10.26’02” (foto UnboundGravel)Anche la gara delle donne ha battuto ogni record della Unbound. Vince la danese Rosa Kloser in 10.26’02” (foto UnboundGravel)
Sveglia alle 3,30
Per cui, riepilogando, Unbound Gravel: 200 miglia – 326 chilometri – sterrata per il 98 per cento. C’erano solo due/tre piccole connessioni di asfalto, ma veramente irrisorie. Partenza all’alba, alle 5,50 del mattino gli elite e poi nell’arco di 20 minuti partono tutti, quasi attaccati, suddivisi per scaglioni di categoria. Alzarmi alle 3,30 per fare colazione è stata dura, anche se nei giorni di avvicinamento avevo cercato di tenere orari vicini a quello.
Al mattino c’era pochissima luce. Non era tanto freddo, quindi tutti in maniche corte e braghe corte. Tutti attrezzati con camelbak o borracce da litro e in tasca almeno un paio di penne, si chiamano così gli attrezzi per aggiustare i tubeless con i vermicelli. Se hai un buco nel tubeless, ci ficchi dentro questa penna. Tiri indietro e ti resta il vermicello fatto di gomma un po’ appiccicaticcia. Così riesci a tappare il buco e poi a rigonfiare la ruota.
Tranne pochi raccordi in asfalto, il fondo della Unbound è tutto sterrato (foto UnboundGravel)Tranne pochi raccordi in asfalto, il fondo della Unbound è tutto sterrato (foto UnboundGravel)
Persi nel deserto
C’era da portare l’attrezzatura da sopravvivenza, perché a un certo punto ti trovi veramente nel nulla. Per oltre 50 miglia, dovunque guardi, non c’è niente. Chiaramente è facile raggiungere qualsiasi punto con la macchina, però tu sei in mezzo al niente e quindi se vuoi sopravvivere devi anche arrangiarti. Non è ovviamente il deserto del Sahara, però quasi…
Il regolamento dice che il percorso non deve essere segnato, per cui io avevo la traccia sul Garmin e gli altri sui loro dispositivi. Bisogna portare il telefono, perché in casi di emergenza estrema, bisogna averlo per collegarsi con qualcuno, ammesso che ci sia campo, perché non è scontato che ci sia. E’ capitato di trovarsi in mezzo al niente senza campo, senza rete.
Anche solo finire la Unbound significa aver vinto la sfida con se stessi (foto UnboundGravel)Anche solo finire la Unbound significa aver vinto la sfida con se stessi (foto UnboundGravel)
Nove ore e 10.000 calorie
Le luci non le aveva nessuno, però bisognava organizzare i rifornimenti. Nessuno può avere un supporto sul percorso, se non in due punti prestabiliti. Infatti dopo 70 e dopo 140 miglia ci sono due rifornimenti. Un parcheggio gigante, spesso in un villaggio, con le tende dei vari sponsor e delle squadre. Ti puoi fermare o prendere al volo la sacca con 2 litri d’acqua e il cibo e le borracce. E davvero c’è stata da valutare anche la parte approvvigionamenti.
Io ho mangiato circa 12 gel. Sei borracce di acqua con 70 grammi di carbo che erano in bustina e ovviamente pieni di sali minerali, potassio, magnesio e tutto il resto. Sui cinque litri d’acqua. E ho contato nel finale circa diecimila calorie consumate. Ho fatto circa 9 ore 47’27” su 325 chilometri. Tanta roba, tantissima.
La maglia iridata non tradisce: al via c’era anche Matej Mohoric, che però si è fermato (foto UnboundGravel)La maglia iridata non tradisce: al via c’era anche Matej Mohoric, che però si è fermato (foto UnboundGravel)
Più di una Sanremo
Non ho mai fatto una distanza del genere, intesa anche come timing. La Sanremo si avvicina, ma ormai si fa in meno di 6 ore. Quindi una distanza che non era mai stata fatta dalle mie gambette. E’ stata molto veloce all’inizio. Ci sono stati un paio di punti dove era particolarmente roccioso, quindi c’erano delle discese pericolose. Salti, fossi, delle pozzanghere, però con un fango abbastanza neutro, che non si attaccava tanto alla bici. Ci sono state cadute e anche forature.
Poi dalla seconda metà della gara, sui 100-140 km all’arrivo, il gruppo si è proprio spappolatonel tratto dove c’erano parecchie salite. Ognuno ha preso il suo posto ed è diventata una lotta con se stessi. Una lotta contro la fatica, per cercare di andare avanti il più possibile e gestire l’alimentazione.
Il primo italiano sul traguardo della Undbound 200 miglia è stato Mattia De Marchi: 5° a 3’41” (foto UnboundGravel)Il friulano è un grande conoscitore di queste prove estreme ed era negli USA per provare il colpaccio (foto UnboundGravel)Sfinito dopo il traguardo, De Marchi ha pagato un guasto meccanico. Avrebbe potuto vincere? (foto UnboundGravel)Il primo italiano sul traguardo della Undbound 200 miglia è stato Mattia De Marchi: 5° a 3’41” (foto UnboundGravel)Il friulano è un grande conoscitore di queste prove estreme ed era negli USA per provare il colpaccio (foto UnboundGravel)Sfinito dopo il traguardo, De Marchi ha pagato un guasto meccanico. Avrebbe potuto vincere? (foto UnboundGravel)
Una grande festa
Comunque tutti vogliono finire la corsa, perché quando finisci un’avventura così grande, è comunque molto soddisfacente. Quasi tutti hanno pubblicato che i più leggeri hanno fatto sui 250 watt medi e quelli più pesanti come me, sugli 80 chili, che hanno fatto 300 watt per quasi dieci ore. Il livello è altissimo e fa paura. Alla fine, all’arrivo, c’erano degli stand giganti, era tutto un barbecue, tutto un tacos. Quindi cucina messicana, americana, pasta all’italiana. E dovunque tanti atleti, tutti sfiniti, tutti sfatti, però un bel clima di… yeah!
Ho percepito un clima molto agonistico e un po’ mi dispiace, nel senso che mi sono sempre aspettato un clima più godereccio. Invece mi sono trovato proprio un clima da WorldTour. Da andare a letto presto, mangiare bene, poche distrazioni. Non che si dovesse fare chissà cosa, però mi immaginavo che ci fosse un po’ più una giostra, un ambiente più godereccio. Però è stato tutto molto bello. Lungi da me essere polemico, essere del tutto negativo: anzi, tutt’altro.
Daniel Oss ha concluso la sua prima Unbound Gravel in 43ª posizione, sfinito e feliceDaniel Oss ha concluso la sua prima Unbound Gravel in 43ª posizione, sfinito e felice
Una gara fighissima
E’ stata un’esperienza fantastica sotto tanti punti di vista. La cosa più bella, che forse più mi ha colpito, è il coinvolgimento di tantissima gente che non ha nulla a che fare con la parte racing, ma che è lì per godersi il weekend, la settimana e questa avventura contro se stessi. Mi ricordo in alcuni punti, quando stava per finire la gara, trovavo sul percorso gente che faceva un altro giro e quindi venivano doppiati. E quando li passavo, ci scambiavo qualche battuta.
«Dura, è?». E loro tutti gasati: «Sì, è dura!». Quindi felici di fare una cosa talmente faticosa e questo mi ha colpito tantissimo. La felicità di trovare le forze per fare una cosa più grande di loro.
E comunque è un’organizzazione bellissima, gara fighissima. Tante cose belle, anche gli stand, le grigliate, la gente felice. C’era felicità, c’era voglia di far fatica. C’era tutto questo ambiente mega festoso, ma allo stesso tempo sportivo, quindi alla fine della gara ci stava anche la birretta. Però erano tutti galvanizzati, carichi, felici di essere stati parte di questa cosa che era l’Unbound, davvero una gara fighissima.
«Ormai siamo una grande famiglia. Ho visto più la squadra che la mia compagna negli ultimi mesi! Tre settimane a Sierra Nevada, questa al Delfinato, da qui andremo diretti a Tignes per altre due settimane di altura e poi ecco il Tour», Matteo Sobrero ci apre le porte della Bora-Hansgrohe dopo la vittoria di tappa di ieri di capitan Primoz Roglic.
Sul Collet d’Allevard lo sloveno firma il secondo successo con la nuova maglia e balza in testa al Delfinato, staccando Evenepoel e mettendo in fila tutti gli altri big, tra cui un pimpante Giulio Ciccone.
Matteo Sobrero (classe 1997) è approdato quest’anno alla Bora-HansgroheLa Bora ha dato idea di compattezza. Spesso hanno corso vicino, anche lontani dai momenti caldi della tappaEvenepoel sul traguardo del Collet d’Allevard. «Sono umano anche io», ha detto dopo la garaMatteo Sobrero (classe 1997) è approdato quest’anno alla Bora-HansgroheLa Bora ha dato idea di compattezza. Spesso hanno corso vicino, anche lontani dai momenti caldi della tappaEvenepoel sul traguardo del Collet d’Allevard. «Sono umano anche io», ha detto dopo la gara
Primoz respira
Oggi il “piccolo Tour” affronta la penultima tappa. E sarà ancora di grande salite. Ma ieri Roglic ha dato un segnale importante.
Un segnale che sa di fiducia. Non si può dire che Primoz abbia ritrovato il sorriso, perché tutto sommato quello non gli era mai mancato in questi giorni francesi, ma di certo questo sorriso si è rafforzato.
«Sono davvero felice. Finalmente sono tornato a vincere – ha dichiarato lo sloveno dopo l’arrivo – anche se ci è voluto un bel po’. Ero piuttosto limitato con la spalla sinistra. Non potevo mettere la mano in tasca per prendere qualcosa o spingere troppo forte. Ma le gambe funzionavano bene. Per le gambe non posso lamentarmi».
«Non penso di aver già vinto il Delfinato. Ci aspettano due arrivi molto più duri di quello di oggi (ieri per chi legge, ndr). Ma l’importante è che ci siano buone sensazioni. La squadra ha lavorato bene… Sì, Possiamo divertirci».
Grande e fondamentale forcing di Vlasov nel finaleGrande e fondamentale forcing di Vlasov nel finale
Sobrero solido
E queste parole fanno scopa con quanto ci ha detto Matteo Sobrero. Il piemontese è stato inserito a tempo pieno nell’operazione Tour de France. La squadra ha un’immensa fiducia in lui.
«Di base sto bene – ha detto Sobrero – ho fatto una buona preparazione. Verso le Collet d’Allevard ho pagato un po’ le botte di ieri, ma la prestazione è buona. Da qui andremo diretti a Tignes e saremmo pronti per il Tour».
In questi giorni Matteo ha lavorato molto. Spesso è stato vicino a Roglic ed è stato autore di una cronometro più che buona. Ma come dicevamo questa vittoria dà fiducia.
Ancora Sobrero: «Capire davvero come sta Roglic non è mai facile! Anche perché sta sempre bene. Oltre alla vittoria posso dire che a Sierre Nevada ha lavorato molto bene. Certo, la strada per il Tour è molto lunga, ma in generale non lo vedo affatto male. E sono convinto che questa vittoria gli darà serenità dopo momenti difficili».
Roglic balza in testa al Delfinato. Ora guida con 19″ su Evenepoel e 58″ su JorgensonRoglic balza in testa al Delfinato. Ora guida con 19″ su Evenepoel e 58″ su Jorgenson
Vittoria inattesa
Una vittoria che però non è stata così scontata. Anzi, forse è stata anche inaspettata per certi aspetti. Diciamo che è nata strada facendo.
«La vittoria – spiega Sobrero – non si può dire che fosse in programma. Dopo la caduta di ieri infatti, in cui noi della Bora-Hansgrohe siamo finiti tutti a terra, chi più e chi meno eravamo acciaccati. Quindi non ci siamo voluti prendere la responsabilità della corsa. Volevamo stare un po’ alla finestra».
Ma evidentemente le botte con il passare dei chilometri si sono fatte sentire meno del previsto. Nella maxi caduta Roglic per una volta non ha riportato enormi danni: contusioni e graffi. Semmai c’era stata paura. «A molti è andata peggio di me, ma sono caduto sulla stessa spalla che già aveva problemi», aveva detto Roglic. Da qui anche il dolore dichiarato ieri verso Le Collet d’Allevard.
Quindi i ragazzi guidati in ammiraglia da Rolf Aldag hanno colto l’occasione.
«Nella salita finale – conclude Sobrero – Primoz stava bene. Ed è andata come è andata. Con Vlasov si sono parlati e hanno sfruttato bene la situazione. Che dire: sono davvero contento. Avanti così!».
«Il mondiale di ciclismo a Bergamo nel 2029». Questa è la promessa di Marco Reguzzoni, presidente della Provincia di Varese dal 2002 al 2008 e a capo dell’organizzazione dei mondiali 2008. E il ciclismo italiano, al di là dei colori politici, non può che quantomeno iniziare a sognare. Un’idea in fase embrionale che in ambiente locale ha stuzzicato, anche se l’acquolina è subito stata placata dalla portata dell’evento che richiederebbe circa 15 milioni di euro per realizzarlo. Quando nel 2008 si corse a Varese per l’Italia del c.t. Ballerini su un’edizione trionafle, perché a trionfare con una fucilata nel finale fu Alessandro Ballan (con Damiano Cunego medaglia d’argento). E allora sognare appunto diventa un po’ più bello.
Ultimi iridati azzurri
Dal 2008 l’Italia del ciclismo in campo maschile (sponda professionisti) non ha più vinto nelle prove in linea, ma lo ha fatto con Elisa Balsamo (ormai bergamasca acquisita) tra le professioniste nell’edizione 2021 disputata nelle Fiandre. E l’anno scorso un bergamasco doc come Lorenzo Milesi ha vinto la maglia iridata a cronometro tra gli under 23. Insomma, Bergamo non ha bisogno di conferme in quanto a talenti nati in provincia e a passione per la bicicletta. Basterebbe il nome di Felice Gimondi che il mondiale lo ha vinto nel 1973 a Barcellona. Ha bisogno invece di una spinta il movimento maschile e chissà che un’edizione italiana non possa incoronare qualche atleta di casa nostra.
L’ultimo mondiale di un professionista italiano resta quello di Ballan a Varese 2008L’ultimo mondiale di un professionista italiano resta quello di Ballan a Varese 2008
Percorso da definire
Dopo Varese sono state due le occasioni per vincere in casa: a Firenze nel 2013 e ad Imola nel 2020, occasione in cui Filippo Ganna infilò la prima maglia arcobaleno a cronometro poi bissata nelle Fiandre dodici mesi più tardi.
Quanto al percorso ipotetico ancora non c’è nulla di scritto né “spifferato”, ma c’è l’imbarazzo della scelta. Chi conosce le strade cittadine sa che un circuito finale da ripetere diverse volte è già naturalmente disegnato. Si pedalerebbe sui colli bergamaschi facendo un continuo su e giù tra Bergamo Alta e Bergamo Bassa. Non ci sarebbe un metro di pianura, ma continui strappi e discese molto tecniche.
Imola 2020, gara su strada per Alaphilippe, ma nella crono vince GannaImola 2020, gara su strada per Alaphilippe, ma nella crono vince Ganna
Bergamo, non solo Colle Aperto
Il grande pubblico conosce solo lo spettacolare passaggio dalla “Boccola” che porta in Colle Aperto e quella sarebbe senza dubbio la vetrina. Ma c’è molto di più. Ad esempio il passaggio in San Vigilio che era già stato proposto da Promoeventi per l’arrivo di un recente Lombardia. Una salita veloce, ma non semplice caratterizzata da un falsopiano – prima di un’altra impennata – che spesso diventa decisivo soprattutto nelle corse di un giorno.
E per quanto riguarda l’avvicinamento al circuito? Le salite in provincia ci sono e hanno le giuste caratteristiche per una grande classica. Basti pensare al Lombardia con Selvino, Colle Gallo, Roncola protagoniste. Ma è solo per citarne alcune. Uscirebbe un percorso per corridori veri. Scalatori, ma veloci, esplosivi e in grado di saper stare in gruppo e guidare la bicicletta perché sui colli le strade sono strette e piene di insidie.
La salita fino a Colle Aperto è ormai l’emblema del Lombardia. Qui Pogacar nel 2023La salita fino a Colle Aperto è ormai l’emblema del Lombardia. Qui Pogacar nel 2023
La città del ciclismo
Peraltro nel 2029 Bergamo sta anche pensando di organizzare la 100esima adunata degli Alpini. Che c’entra? Significherebbe fare le prove anche per l’accoglienza del grande numero di persone che arriverebbe per i mondiali. Anche se la struttura è già stata testata l’anno scorso quando Bergamo con Brescia è stata Capitale della Cultura. Il tutto facilitato dall’aeroporto di Orio al Serio (terzo scalo italiano per numero di passeggeri) che dista una ventina di minuti di macchina dal centro città. E che per il 2029 sarà anche servito da un treno che collegherà lo scalo con il cuore di Bergamo.
Il sindaco uscente di Bergamo, Giorgio Gori ha sempre lavorato perché Bergamo ospitasse il grande ciclismo. In dieci anni di amministrazione la città ha sempre ospitato o l’arrivo o la partenza del Lombardia e negli occhi dei tifosi c’è ancora il doppio passaggio sulla Boccola al Giro d’Italia 2023.
Le carte in regola ci sono anche per quanto riguarda le altre discipline. Bmx (nel quartiere cittadino di Loreto è in fase di ristrutturazione una delle piste più apprezzate), mountain bike (boschi e sentieri caratterizzano buona parte del territorio bergamasco) e pure il ciclismo su pista. Chissà che lo storico Velodromo di Dalmine non possa tornare a vestire il suo abito migliore per un evento così…
E’ una Mavi Garcia dalla voce squillante quella che risponde dalla Spagna, la vittoria (anzi il trionfo) alla Vuelta Andalucia le ha dato nuova consapevolezza delle sue possibilità in vista di un’estate che definire ricca e impegnativa è un eufemismo, considerando la rapida sequenza di Giro d’Italia, Olimpiadi e Tour de France.
Il podio finale targato Liv Jayco AlUla con da sinistra Smulders, Garcia e WillieIl podio finale targato Liv Jayco AlUla con da sinistra Smulders, Garcia e Willie
Fisico, spirito e condizione di forma vanno nel suo caso contro la carta d’identità che parla di 40 primavere sulle spalle, ma quando si ha a che fare con Mavi è netta la sensazione che 40 sia solo un numero quasi insignificante. In Andalusia lo ha confermato una volta di più, con una prestazione davvero di primo piano: una vittoria e due secondi posti nelle prime tre tappe e l’ultima corsa in assoluta gestione della sua maglia di leader.
«Sapevamo di avere una squadra forte – racconta l’iberica nel suo italiano particolarmente scorrevole – e sapevamo anche che non c’erano altre squadre WorldTour di primissimo piano quindi avevamo una grande occasione davanti a noi. Abbiamo lavorato bene tenendo a mente tutti gli obiettivi: io puntavo alla classifica generale, ma volevo anche aiutare le compagne a vincere e il fatto che Smulders e Wyllie abbiano anche loco centrato una tappa e mi abbiano fatto compagnia sul podio finale dà alla nostra prestazione complessiva un significato particolare».
La Garcia è molto amata in Spagna. E’ campionessa nazionale ininterrottamente dal 2020La Garcia è molto amata in Spagna. E’ campionessa nazionale ininterrottamente dal 2020
Tu venivi anche da una Vuelta poco soddisfacente…
Sì, mi è dispiaciuto moltissimo. Avevo iniziato bene la mia stagione, all’Uae Tour avevo già un’ottima gamba come testimoniato dal terzo posto finale, poi sono andata per il mio periodo di altura puntando alle classiche, dove però ho trovato condizioni climatiche terribili per me che odio il freddo. Alla Freccia Vallone, che pure è una gara che amo, perfetta per me, il freddo era talmente forte che mi sono dovuta ritirare per un principio d’ipotermia, non riuscivo più né a muovermi né a parlare, è stato terribile. Ho recuperato con fatica, il riposo e il caldo mi hanno aiutato e progressivamente ho ritrovato la gamba.
E’ una stagione pesante questa per te?
Come per tutte, è un anno davvero ricco d’impegni ma anche di prospettive. Io mi sono imposta di andare avanti gara dopo gara, vedendo ogni volta come va. Tutto dipende dalla mia condizione di forma. Ora guardo al Giro con grande attenzione e aspettative, per me sarà un momento centrale della stagione come anche i mondiali.
Per l’iberica vittoria in solitudine a Otura, nella seconda tappa. Poi ha corso per le compagnePer l’iberica vittoria in solitudine a Otura, nella seconda tappa. Poi ha corso per le compagne
E le Olimpiadi?
Non è propriamente un percorso adatto alle mie caratteristiche, ma si sa che quella dei Giochi è una gara strana, non ci sono squadre che possono controllare la corsa, bisogna procedere molto per sensazioni. E’ diversa da qualsiasi altra corsa e per me avrà un sapore particolare perché sarà la mia ultima volta. Anche per questo ci tengo a far bene e lasciare una mia impronta.
Torniamo al Giro Donne, come lo giudichi?
Durissimo, non c’è altra parola. Anche troppo per una corsa a tappe femminile, niente che abbiamo già affrontato. C’è addirittura una tappa con oltre 4.000 metri di dislivello. Mi piace moltissimo, è un Giro adatto a me, voglio fare il meglio possibile.
La neozelandese Ella Willie, campionessa nazionale sulla quale la Garcia scommette per i grandi giriLa neozelandese Ella Willie, campionessa nazionale sulla quale la Garcia scommette per i grandi giri
Con quali ambizioni ti presenterai al via? A differenza dell’Andalusia questa volta troverai il meglio, dalla Sd Worx in giù…
Io vado per fare il meglio possibile, per essere nel vivo della battaglia, perché non mi sento inferiore a nessuna soprattutto con la forma che ho raggiunto in queste settimane. Abbiamo poi anche la Willie che potrà fare davvero bene, è fortissima e punta alla maglia bianca sia al Giro che al Tour. La differenza reale è che ci confrontiamo con squadre che hanno più punte, nelle quali c’è una straordinaria intercambiabilità di ruoli. Io però sinceramente preferisco formazioni come la nostra, dove c’è un piano chiaro, dove i compiti sono ben definiti. Io credo che abbiamo la squadra giusta per distinguerci.
Per l’iberica di Marratxi la consapevolezza di aver aperto un cancello a tante sue giovani connazionaliPer l’iberica di Marratxi la consapevolezza di aver aperto un cancello a tante sue giovani connazionali
Se ti guardi indietro, anche se la tua carriera ciclistica è abbastanza contenuta avendo iniziato nel 2015, quanto è cambiato il ciclismo spagnolo rispetto ad allora?
Moltissimo. Quando ho iniziato non c’erano grandi squadre e c’era un movimento molto ridotto. Io trovai per fortuna un team come la Bizkaia-Durango, una squadra Continental che faceva attività di buon livello, ma decisiva per l’evoluzione mia e di tutto il ciclismo iberico è stata la Movistar, diventata un riferimento esattamente come per i maschi. Siamo cresciuti tanto insieme, ora ci sono tante squadre e ci sono tante ragazze che s’impegnano in questa attività. Io penso che anche quando appenderò la bici al chiodo il ciclismo iberico continuerà a crescere.
La MBH Bank-Colpack-Ballan-Csb è partita questa mattina per la Valle d’Aosta, regione che accoglie le prime tre tappe del Giro Next Gen. I ragazzi del team continental bergamasco, guidati in macchina da Gianluca Valoti, non vedono l’ora di iniziare.
«Siamo pronti – conferma il diesse – stiamo ultimando qualche piccolo dettaglio. Oggi (venerdì, ndr) proveremo il percorso della seconda tappa. Vorremmo fare una pedalata anche sulle strade della cronometro, ma sarà difficile visto che attraversa il centro di Aosta. Tra traffico e limitazioni non credo riusciremo a fare una ricognizione anticipata, toccherà aspettare domenica mattina».
I ragazzi della MBH Bank-Colpack-Ballan-Csb durante il ritiro a Sestriere in preparazione al Giro Next Gen (foto NB Srl)I ragazzi della MBH Bank-Colpack-Ballan-Csb durante il ritiro a Sestriere in preparazione al Giro Next Gen (foto NB Srl)
Esordio complicato
Le prime tre frazioni del Giro Next Gen saranno impegnative e in qualche modo potranno già risultare decisive per la classifica generale. Toccherà partire con la concentrazione al massimo, viste le insidie del tracciato.
«La cronometro – continua Valoti – misura otto chilometri: non sono molti, ma il percorso è tecnico. Si può perdere tra il minuto e il minuto e mezzo, ritardo che nell’economia della corsa può non risultare decisivo ma comunque importante. A nostro favore gioca lo strappo presente a metà, lì avremo modo di limitare i distacchi. Per noi è importante vedere la seconda frazione, è insidiosa e con tanto dislivello, non ci sarà un metro di pianura. Anche in questo caso non è una tappa che può risultare decisiva ma a perdere tempo ci vuole davvero poco».
La tappa numero 3 con arrivo a Pian Della Mussa potrà creare i primi significativi distacchi in classificaLa tappa numero 3 con arrivo a Pian Della Mussa potrà creare i primi significativi distacchi in classifica
Altura e ricognizioni
Al terzo giorno di corsa ecco che ci sarà il primo arrivo in salita, a Pian della Mussa. Una scalata lunga che porta dai 687 metri di Ceres ai 1751 metri dell’arrivo.
«Questa tappa l’abbiamo vista mentre eravamo in ritiro a Sestriere (foto NB Srl in apertura) – spiega il diesse bergamasco – sembra una scalata lunga e facile sulla carta, ma non lo è. Da quel che abbiamo potuto vedere è impegnativa. Devo dire che il disegno di questo Giro Next Gen mi piace, non ci sono tapponi come quello dello Stelvio lo scorso anno. Le difficoltà sono distribuite lungo tutti e otto i giorni di gara, questo presumibilmente farà rimanere aperta la corsa fino alla fine. La scelta di allenarci a Sestriere arriva dal fatto che Livigno aveva ospitato il Giro ed avevamo paura di trovare traffico e strade chiuse. Abbiamo pedalato sulle strade piemontesi già nel ritiro di marzo e i ragazzi erano rimasti soddisfatti.
«Siamo stati tre settimane a Sestriere – dice Valoti – siamo arrivati appena dopo il Giro di Ungheria. La prima settimana è servita per scaricare e per fare ambientamento. Poi abbiamo iniziato a lavorare, la cosa che mi soddisfa di più è che i nostri preparatori, Giovine e Fusi, sono rimasti con noi tutto il tempo. Questo vuol dire che con la loro supervisione le possibilità di aver sbagliato qualcosa si sono abbassate notevolmente».
Novak sarà uno dei due capitani della continental bergamasca alla corsa rosa U23 (foto NB Srl)L’altro uomo di punta sarà Kajamini, i due si conoscono bene e sanno comunicare in corsa (foto NB Srl)Novak sarà uno dei due capitani della continental bergamasca alla corsa rosa U23 (foto NB Srl)L’altro uomo di punta sarà Kajamini, i due si conoscono bene e sanno comunicare in corsa (foto NB Srl)
Squadra leggera
Christian Bagatin, Lorenzo Nespoli, Mark Valent, Matteo Ambrosini, Florian Kajamini e Pavel Novak. Questi i sei nomi che difenderanno i colori della MBH Bank-Colpack-Ballan al Giro Next Gen, Gianluca Valoti ci spiega le scelte.
«Abbiamo deciso – racconta – di puntare su due capitani: Novak e Kajamini, il primo è un secondo anno, mentre l’altro un terzo. Si conoscono bene e in gara comunicano tanto, trovando sempre la migliore soluzione. Lo abbiamo visto al Piva con la vittoria di Novak, coadiuvata dal grande lavoro di copertura di Kajamini. Saranno entrambi sullo stesso livello, con le ambizioni di classifica e la facoltà di gestire la gara. Non ci saranno le radio in corsa e la scelta di avere due capitani che hanno una grande complicità mi permette di stare sereno in macchina, sapranno gestirsi».
«Bagatin, Nespoli e Ambrosini – continua – saranno i diesse in gruppo, hanno una grande capacità di gestione e sanno capire le situazioni. Mi piace come interpretano la gara. La novità è rappresentata dall’ungherese Mark Valent, lui è nuovo ma si è integrato bene in squadra. E’ un corridore leggero e che stiamo scoprendo giorno dopo giorno. Purtroppo abbiamo dovuto lasciare a casa Bracalente, non per merito ma per scelta tecnica. Il ragazzo è giovane e avrà altre occasioni. Non c’è altro da dire. Siamo pronti, ora tocca a noi, ci vediamo sulle strade del Giro Next Gen!».
Tra qualche giorno Davide Piganzoli tornerà in corsa dopo il suo primo Giro d’Italia. Il giovanissimo corridore della Polti-Kometa sarà al Giro di Slovenia, in programma dal 12 al 16 giugno. Di lui parliamo con il suo direttore sportivo, Stefano Zanatta, che lo guiderà nell’ex Paese jugoslavo e lo ha guidato nella corsa rosa. I temi da toccare sono diversi: il Giro appena passato, ma soprattutto il futuro.
Stefano Zanatta (classe 1964) è oggi uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa (foto Borserini)Stefano Zanatta (classe 1964) è oggi uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa (foto Borserini)
Stefano, partiamo dal Giro di Piganzoli, tredicesimo al debutto a 22 anni (da compiere a luglio)…
Direi un buon Giro d’Italia per Davide. Era il primo Grande Giro e con esso c’erano entusiasmo, ma anche timori e aspettative. Lui arrivava dalle categorie giovanili, è cresciuto con noi, e già lì aveva fatto belle cose nelle corse a tappe, poi il Tour de l’Avenir dell’anno scorso (fu terzo, ndr) ha fatto alzare l’asticella.
Come eravate partiti, per la classifica o per le tappe?
Siamo partiti con l’idea di non curare troppo la classifica, ma puntare di più su una vittoria di tappa. Ma poi è successo che che giorno dopo giorno è cambiato l’obiettivo. In particolare dopo la crono di Perugia abbiamo visto che il ragazzo stava bene, la classifica era buona e buono era anche il suo recupero e così abbiamo deciso di tenere duro, che poi è nel suo Dna, nella sua indole.
Di fatto Piganzoli non aveva mai mollato…
Esatto, l’idea era comunque di provare a fare bene in qualche tappa. E infatti in un paio di montagne abbiamo provato ad anticipare, soprattutto verso Livigno. Ma non ci siamo riusciti. Resta però la sua buona gestione nell’arco delle tre settimane. E anche se gli ultimi due giorni ha sofferto, ha dimostrato di avere tenuta e tenacia.
Per Piganzoli difficoltà sul Sella e nella tappa del Grappa. Ma ha tenuto duro, come è nel Dna di un atleta da corse a tappePer Piganzoli difficoltà sul Sella e nella tappa del Grappa. Ma ha tenuto duro, come è nel Dna di un atleta da corse a tappe
Stefano, hai parlato d’indole per le corse a tappe…
Davide è così. Sin da giovane ha corso così, tenendo duro. A quel punto bisognava soprattutto aiutarlo a gestire le situazioni di stress nelle tappe intermedie, dove avrebbe potuto mollare se non avesse cercato di curare la classifica. Lì poteva non spendere e invece dovendo tenere duro non si è potuto risparmiare. E’ questo suo modo di correre però che lo ha portato anche in passato ad ottenere i suoi migliori risultati. Durante il Giro con Ivan (Basso, ndr) e Jesus (Hernández, ndr) ne abbiamo parlato e abbiamo deciso di supportarlo in questa sua scelta di fare classifica. Ed è stato un bel punto di partenza penso.
Punto di partenza verso il futuro. In cosa deve migliorare di più? A crono?
Senza dubbio per chi punta alla classifica la crono ormai è fondamentale. Bisogna lavorarci con costanza e bisogna farlo anche sui materiali, sull’aerodinamica… Ma Piganzoli su questo aspetto non parte da zero. Nel 2022 è stato campione nazionale under 23 e si vede che ci ha sempre investito del tempo. Non è male. Poi è anche vero che dovendo affrontare il suo primo Giro a questa età abbiamo lavorato molto più su tenuta e resistenza che a crono in modo specifico. Ma in ottica futura è senza dubbio un lavoro che va fatto.
Chiaro…
Dopo lo Slovenia prenderà parte anche al campionato nazionale a crono e vogliamo possa esprimersi al meglio. Al meglio per quel che ha adesso. Come detto lui è predisposto per questo sforzo. A me per esempio è piaciuta molto la sua seconda crono del Giro.
Perché?
Perché pur non essendo adatta ad uno scalatore e pur avendo preso 3′ minuti da Pogacar, lui è partito senza averla provata. La mattina per fargli risparmiare energie non ha pedalato, ma ha fatto la ricognizione in macchina. E poi certamente va migliorato anche il discorso dei materiali.
Posizione e attitudine buoni: il punto di partenza a crono non è male per PiganzoliPosizione e attitudine buoni: il punto di partenza a crono non è male per Piganzoli
Però se si parla di futuro con lui ci si potrà lavorare, no? E’ anche bello che un giovane italiano parli di futuro in un team italiano…
Certo. Tra l’altro lavorare sui materiali è uno stimolo anche per noi se c’è un ragazzo che cresce nelle nostre giovanili. A noi potrà mancare una figura professionale in più, l’accessorio super, ma abbiamo le possibilità per metterlo nelle condizioni di esprimersi al meglio. Al Giro hanno vinto solo 8 team, noi abbiamo ottenuto due podi e portato a Roma 8 ragazzi su 8.
Stefano, Adesso Piganzoli andrà allo Slovenia, ma proprio in questi giorni abbiamo visto come sia stato duro per Tiberi andare al Delfinato, per esempio. E di come un giovane paghi di più il primo grande Giro, specie a questa età. Fanno bene questi blocchi così grandi?
Prima di tutto tra Giro e Slovenia c’è una settimana abbondante in più di recupero, in più “Piga” prima del Giro aveva corso poco. E poi questo potrebbe essere un buon viatico per arrivare al meglio agli italiani. Ho letto i vostri articoli in merito. Ma questo blocco era previsto ed è ben gestito. Se si è usciti bene dal Giro, perché non sfruttare questa occasione? Anche perché poi tra luglio e agosto non ci sono tante queste gare e potrà recuperare bene in vista del finale di stagione.
Farà ancora l’altura?
Per questa estate non è previsto lavoro in quota, anche se poi lui già vive in un luogo abbastanza fresco e ha la compagna a Bormio (1.200 metri, ndr). Questo inverno è stato al Teide per la prima volta e gli avevamo affiancato gente esperta. E lo scorso anno gliel’avevamo fatta fare prima dell’Avenir.
Per qualche minuto è parso di rivivere la stessa scena del 4 aprile, quando il Giro dei Paesi Baschi rovinò la primavera del ciclismo. Gli stessi attori – Evenepoel e Roglic – e uno scenario tutto sommato simile. Questa volta però teatro della maxi caduta sono stati il Criterium del Delfinato e la Cote de Bel Air, salitella di poco conto nel finale della quinta tappa.
Eppure dopo essersi lasciati alle spalle quei quasi due chilometri al 5 per cento di pendenza, i corridori hanno scoperto che la discesa sarebbe stata ben più insidiosa della salita. Strada stretta e bagnata. Le squadre spalla a spalla per stare tutte davanti. E appena uno ha toccato i freni, è iniziato il disastro. Un altro, verrebbe da dire, provocato dalla scarsa propensione alla prudenza, anche quando in ballo c’è l’incolumità a tre settimane dal Tour.
Come ai Paesi Baschi, i corridori hanno atteso che la Giuria e la Direzione Corsa prendessero una decisioneCome ai Paesi Baschi, i corridori hanno atteso che la Giuria e la Direzione Corsa prendessero una decisione
Il cuore di Lefevere
Le immagini per qualche istante hanno raggelato il cuore. Evenepoel nuovamente per terra, questa volta con la maglia gialla a poche ore dalla crono dominata. Fermo nell’erba, la mano sulla spalla e una ferita sul ginocchio, come per fare il punto della situazione e scacciare i fantasmi.
«Posso immaginare che Remco si sia spaventato dopo una caduta del genere – dice Patrick Lefevere – quindi per questo si è toccato la spalla. Non dico che il mio cuore si sia fermato, non succede così spesso. Ma certo il divertimento è un’altra cosa. Però vorrei dire che questa volta non c’è nessuno da incolpare, certo non gli organizzatori del Delfinato. Era tutto anche ben segnalato, ma all’improvviso ha iniziato a piovere e il gruppo si è schiantato. E’ stata una reazione a catena».
Patrick Lefevere era in ammiraglia e ha seguito le fasi dopo la grande caduta del DelfinatoEvenepoel e il suo ginocchio malconcio, per fortuna pare sia un piccolo colpoPatrick Lefevere era in ammiraglia e ha seguito le fasi dopo la grande caduta del DelfinatoEvenepoel e il suo ginocchio malconcio, per fortuna pare sia un piccolo colpo
Remco nell’erba
Per fortuna il leader della corsa alla fine si è rialzato e approfittando della neutralizzazione della tappa, è andato a riprendere il suo posto. Poco prima si era anche sfilato la mantellina, perché mancavano 20 chilometri e la tappa sarebbe presto entrata nel vivo. L’attesa è stata un po’ ansiosa, soprattutto pensando al Tour. Poi Remco ha parlato con il medico della squadra, che era in ammiraglia, ha sorriso ed è ripartito.
«Mi ha salvato il casco – ha detto Evenepoel – e questo dimostra ancora una volta quanto sia importante indossarlo. Sapevamo che c’erano già state delle cadute durante la discesa precedente, quindi forse avremmo potuto viverla con un po’ più di tranquillità. Amo ancora il mio lavoro, ma il mio obiettivo è vincere gare e non finire per terra. Ho battuto sul lato destro. Ero seduto perché non riuscivo a muovere il ginocchio, ma quando ho visto che altri intorno erano messi peggio, mi sono rialzato.
Il gruppo viene scortato dal regolatore del Delfinato ad andatura blanda fino al traguardoVista la caduta, la tappa viene neutralizzata a 20 km circa dall’arrivoIl gruppo viene scortato dal regolatore del Delfinato ad andatura blanda fino al traguardoVista la caduta, la tappa viene neutralizzata a 20 km circa dall’arrivo
«Sono felice perché sono ancora vivo. L’anno scorso ero dieci secondi davanti a qualcuno che subito dietro è morto (il riferimento è al Tour de Suisse 2023 e alla morte di Gino Mader, ndr). Purtroppo le cadute fanno parte dello sport, ma a volte bisogna fare i conti anche con la morte. Questo mi aiuta ad accettare i momenti difficili e a tenere alto il morale».
Roglic si ritira?
Chi non ha troppa voglia di sorridere è Primoz Roglic, che quando c’è una caduta, ci finisce spesso dentro. Così era stato martedì e così anche questa volta. Va bene non avere paura, ma forse se lo sloveno cade così spesso, probabilmente un motivo deve esserci.
«Sono caduto sulla spalla – dice – quella che ho dovuto operare qualche anno fa, quindi non va bene. Non posso dire con certezza che continuerò, dovrò prima farmi controllare dal medico».
Wellens, colpo nell’area dello scafoide, ma piena funzionalità e nessuna fratturaVink, UAE Emirates. Per lui caduta sul gomito sinistro e sull’anca. Abrasioni, ma nessuna fratturaLa Visma-Lease a Bike ha perso in un solo colpo Kruijswijk e Van BaarleIl gruppo ha tagliato il traguardo di Saint Priest ad andatura controllataWellens, colpo nell’area dello scafoide, ma piena funzionalità e nessuna fratturaVink, UAE Emirates. Per lui caduta sul gomito sinistro e sull’anca. Abrasioni, ma nessuna fratturaLa Visma-Lease a Bike ha perso in un solo colpo Kruijswijk e Van BaarleIl gruppo ha tagliato il traguardo di Saint Priest ad andatura controllata
Difficile credere che, non avendo corso dai primi di aprile, Roglic valuti il ritiro dal Delfinato se non ci sono motivazioni più che valide. Arrivare al Tour senza questa corsa nelle gambe significa concedere a certi avversari un vantaggio sin troppo importante. Sono invece otto i corridori che hanno dovuto lasciare la corsa. Fra loro Dylan Van Baarle con una clavicola fratturata e Steven Kruijswijk con un trauma al bacino: entrambi elementi molto importanti per Vingegaard al Tour.
Evenepoel ha indicato Cattaneo tra i suoi uomini più importanti. Abbiamo commentato le sue parole con Mattia, per farci spiegare il suo salto di qualità
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