Dal Giro del Friuli emerge Bicelli, uno junior con le idee chiare

10.06.2024
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Michele Bicelli ci ha provato a far saltare il banco proprio in extremis all’ultimo Giro del Friuli. E la sua impresa nella tappa conclusiva della corsa riservata agli juniores ha destato un grande interesse non solo intorno alla corsa, ma anche sul portacolori bresciano del Gs Aspiratori Otelli, un corridore da tenere sott’occhio perché potrebbe essere il prototipo del nuovo junior italiano. Quello che scaturisce non più da un’attività monocorde legata solo alle corse d’un giorno, ma che sfrutta la libertà nell’utilizzo dei rapporti e il nuovo calendario più ricco di prove a tappe per maturare prima e meglio.

Il podio finale del Giro del Friuli, vinto dall’ungherese Zsombor Tanas Takaks (Fotobolgan)
Il podio finale del Giro del Friuli, vinto dall’ungherese Zsombor Tanas Takaks (Fotobolgan)

Ribaltare la classifica

Torniamo però alla corsa friulana, che merita un approfondimento ed è lo stesso Bicelli a raccontarla alla sua maniera: «Dopo l’annullamento per maltempo della prima tappa, la cronosquadre, al venerdì abbiamo affrontato una frazione piatta nella quale la mia unica preoccupazione era non cadere. Al sabato c’era la tappa regina, verso Forni di Sopra, 110 chilometri. In salita c’è stata grande selezione e io sono rimasto con i primi fino a 3 chilometri dallo scollinamento. Poi ho accusato la fatica, ma nella discesa ho recuperato molto chiudendo quinto a 31” dal vincitore Bessega.

«Alla domenica siamo partiti con l’intento di ribaltare la classifica. Su un percorso quasi da classica, con una salita di 4 chilometri e due muri da un chilometro e mezzo siamo entrati in tutte le fughe per rendere la corsa dura. Chi era davanti in classifica controllava, si è formato un gruppo di 18 corridori ma di loro lavoravamo solo in 5-6. Sapevo che dovevo anticipare gli altri così sono scattato prima dei due muri finali mantenendo un buon distacco, ma l’ungherese Takaks ha fatto buona guardia, è stato l’unico a non perdere terreno, così ho vinto la tappa ma sono finito 2° in classifica».

Il gardesano ha trovato grande sostegno nel team, dove milita dallo scorso anno
Il gardesano ha trovato grande sostegno nel team, dove milita dallo scorso anno

Le fatiche della scuola

Un racconto che è l’espressione di un corridore di carattere, al quale non piace agire di rimessa. Tutte caratteristiche mutuate dal suo carattere e emerso ben presto in bici: «Ho iniziato a 6 anni seguendo le gesta di mio padre e mio zio. So che nel mondo del ciclismo c’è stato un altro Michele Bicelli, che ha corso dal 2011 al 2015, l’ho scoperto sui siti specializzati e mi ero incuriosito, ma non è mio parente. Nella mia zona, la parte bresciana del Garda è un cognome molto comune. Da allievo ho corso nella Feralpi Monteclarense, della mia zona, poi ho trovato posto all’Aspiratori Otelli ed è stata la mia fortuna, perché è una squadra davvero di alto livello».

La difficoltà maggiore per Michele è attualmente conciliare l’attività sportiva con la scuola: «Frequento l’Itis Cerebotani, un corso professionale e non nascondo che faccio un po’ fatica, ma cerco di tenere botta in entrambi i campi».

Prima del Friuli Bicelli aveva trionfato al Trofeo Pistolesi, battendo il colombiano Herreno (foto Rodella)

Prima del Friuli Bicelli aveva trionfato al Trofeo Pistolesi, battendo il colombiano Herreno (foto Rodella)

Corridore per gare a tappe

I suoi risultati lo hanno proposto come uno specialista delle corse a tappe e a livello junior non è cosa comune nel ciclismo italiano juniores: «La mia prima esperienza è stata al Giro della Valdera lo scorso anno. Ho visto subito che me la cavavo bene e che soprattutto andavo in crescendo con il passare dei giorni. E’ stato così anche al Giro del Veneto e al Lunigiana. Quest’anno all’Eroica ho fatto fatica i primi due giorni, poi mi sono sbloccato e mi è spiaciuto che abbiano neutralizzato una tappa perché potevo fare ancora meglio. Nelle corse a tappe riesco a gestirmi bene, spero di progredire in questo tipo di gare».

Dicevamo che il corridore di Lonato del Garda è un po’ l’espressione di un ciclismo nuovo, che ha preso coscienza di quel che manca per avvicinarsi ai migliori corridori esteri di categoria: «Spesso ne parliamo con i diesse, è evidente che le corse a tappe ti danno qualcosa in più. Ti danno quell’abitudine allo sforzo, fisica ma anche mentale, che serve per affrontare chiunque. Ora il calendario va riempiendosi di queste prove ed è un bene. Io devo riuscire ad emergere sin dall’inizio, poter offrire un rendimento costante più che in crescendo».

Bicelli al Lunigiana del 2023, chiudo al 30° posto dopo essere andato sempre in crescendo
Bicelli al Lunigiana del 2023, chiudo al 30° posto dopo essere andato sempre in crescendo

Una scelta non facile

Come tutti gli altri della sua categoria, anche per Bicelli queste sono settimane importanti, dove bisogna fare una scelta per il futuro e l’estero è un’eventualità: «Se capiterà bene, ma io penso anche che rispetto a qualche anno fa il livello di quelle 2-3 squadre italiane di riferimento sia cresciuto al punto da essere un valido approdo. Certo, un devo team intriga sempre molto, ma è una scommessa che bisogna fare sapendo se ci sia davvero la possibilità di crescere, non di diventare uno dei tanti. So che questa scelta è fondamentale: se la sbagli, poi è difficile ritrovare la strada giusta per continuare in questo mestiere».

Una maglia tricolore sarebbe sicuramente un buon viatico per un contratto importante, anche per questo il bresciano guarda all’appuntamento di Casella (GE) del 30 giugno con grande attenzione: «Ci punto tanto e le gare che farò da qui ad allora saranno tutte in funzione di trovare la miglior gamba per la corsa ligure. So che ci sono osservatori che si sono segnati il mio nome sul taccuino, ma se voglio che qualcosa si concretizzi sono queste le settimane importanti».

A Evenepoel manca un chilo per il top della forma

10.06.2024
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Il guaio di quando ti chiami Remco Evenepoel è che sei sempre sotto esame. Il belga aveva dichiarato con largo anticipo che il Delfinato sarebbe stata una gara di rientro e nulla più. Era scritto che in salita l’avrebbe pagata, ma la vittoria così larga nella crono ha confuso le carte e quando la maglia gialla non è riuscita a tenere il passo, è sembrato di assistere al crollo del grande leader della corsa.

Dopo le fratture al Giro dei Paesi Baschi, Evenepoel era curioso di sapere come avrebbe risposto in gara la spalla infortunata. Prima della crono ha detto di avere problemi nella posizione più aerodinamica e si è visto come è andata a finire. Nel resto dei giorni ha raccontato di avere bisogno di un massaggio supplementare dopo ogni tappa. E poi ha aggiunto di aver avuto più di una volta problemi agli occhi a causa dell’allergia. Allergia agli acari della polvere e ai pollini: il medico del team, dottor Janssen, dice che questo potrebbe essere un fattore del prossimo Tour, ma che sarà tenuto a bada con la dovuta terapia.

La cronometro ha dimostrato che la condizione c’è, ma c’è da lavorare
La cronometro ha dimostrato che la condizione c’è, ma c’è da lavorare

Il test della crono

Il giorno della crono è stato un passaggio ad altissima tensione: il momento di ritrovare la fiducia. Se ti chiami Evenepoel oppure Ganna e hai davanti una crono, ti è vietato fare finta di niente. Per questo chi l’ha osservato nelle ore precedenti la tappa di Neulise non ha potuto fare a meno di notarne l’estrema concentrazione. Eppure, nonostante quella prova di altissimo livello in cui Remco si è lasciato alle spalle Tarling e Roglic, al rientro in hotel appariva molto più provato. Racconta il diesse Tom Steels che dopo la recon del mattino sul percorso aveva gli occhi gonfi per l’attacco dell’allergia.

La considerazione che è scattata nell’entourage della Soudal-Quick Step è che se è stato capace di andare tanto forte in quelle condizioni, la settima tappa del Tour sarà un passaggio a suo favore. Da Nuit Saint Georges a Gevrey-Chambertin ci sono 25,3 chilometri su cui guadagnare il massimo possibile.

A Le Collet d’Allevard, Remco ha perso la maglia gialla, cedendo 42″ a Roglic
A Le Collet d’Allevard, Remco ha perso la maglia gialla, cedendo 42″ a Roglic

Sempre in controllo

Quello che era già noto e che è stato confermato dalle ultime tre tappe della corsa francese è che in salita le cose non vanno come dovrebbero. La nota positiva è che nei tre giorni le cose sono cambiate in modo abbastanza netto. La tappa di ieri, chiusa a 58 secondi da Carlos Rodriguez e 10 da Roglic, ha fatto segnare un passo in avanti. In ogni caso è stato evidente giorno dopo giorno che il belga non sia mai stato fuori controllo e che, al contrario, si sia gestito senza versare una sola goccia di sudore più del necessario.

«Soprattutto sabato – ha spiegato – ero davvero in difficoltà ed era importante concludere la tappa con buone sensazioni e fortunatamente ci sono riuscito. Ieri invece ho finito a soli 10 secondi da Roglic. Questo significa che anche lui ha momenti difficili. Per cui devo essere positivo. Non sono ancora al top in questo momento: forse all’85, massimo al 90 per cento. C’è ancora del lavoro da fare, ma il fatto di aver concluso concluso la corsa in crescita è molto positivo. Sono uscito dal Delfinato in condizioni migliori rispetto a quando l’ho iniziato».

Sabato a Samoens 1600 il giorno più duro: passivo di 1’46” da Roglic
Sabato a Samoens 1600 il giorno più duro: passivo di 1’46” da Roglic

Un chilo da perdere

Chiuso il Delfinato, per Evenepoel sono previsti ora tre giorni di riposo assoluto, che trascorrerà comunque in Francia, nel ritiro di Isola 2000. Remco ha già fatto grandi passi in avanti nelle ultime quattro settimane, ma sicuramente deve crescere ancora in vista del Tour. Il gradino che manca prevede anche la necessità di perdere un chilo. Il belga ha certo grande potenza, segno che in altura ha lavorato tanto, insieme però trasmette la sensazione di essere ancora su di peso. E siccome alla Soudal-Quick Step non si può fare nulla di sconveniente senza che Lefevere lo scriva nella sua rubrica di Het Nieuwsblad, è già successo che il manager belga abbia cominciato a parlarne.

«Dopo la caduta – ha detto Evenepoel, mettendo le mani avati – mi sono preso una pausa per tre settimane. Sono uno che può prendere due chili in un periodo del genere. Ma tutto questo sarà a posto prima dell’inizio del Tour».

Remco dovrebbe pesare circa 62,5 chilogrammi, quindi si tratta di perdere un chilo. Anche se a questo punto il medico della squadra avverte: dovrà perderlo in modo intelligente, soprattutto adesso che sarà impegnato in quota. E dovranno stare attenti che non cali troppo, perché questo è già successo in passato e non ha dato grandi frutti.

Nell’ultima tappa a Plateau de Glires, Evenepoel ha perso solo 10″ da Roglic
Nell’ultima tappa a Plateau de Glires, Evenepoel ha perso solo 10″ da Roglic

L’impatto col Tour

Il prossimo step nell’avvicinamento al Tour, concluso il periodo a Isola 2000, sarà la difesa del titolo di campione belga. A quel punto sarà tempo di chiudere la valigia. La Soudal-Quick Step si sposterà a Firenze dal mercoledì e da lì in avanti non passerà giorno senza che Evenepoel prenda le misure con la grandezza del Tour.

Il debutto nella Grande Boucle lascia il segno. Si scopre il livello stellare degli avversari. Si scopre la frenesia di finali come raramente accade nelle altre gare del calendario. E poi lentamente si prendono le misure. Uno dei fattori che faranno la differenza nella trama del Tour di Evenepoel sarà il tempo necessario ad abituarsi. I rivali ne hanno grande esperienza e c’è da scommettere che non gli faranno alcun favore.

Roglic thrilling. Jorgenson lo fa soffrire ma il Delfinato è suo

09.06.2024
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Crisi di fame? Dolori postumi delle varie cadute? Giornata no? Alla fine Primoz Roglic ha salvato il Criterium du Dauphiné per soli 8”, quando invece sembrava una passeggiata. Una giornata thrilling lo sloveno la deve mettere sempre nei suoi cammini, anche quando trionfa. E così è stato oggi verso Plateau des Glieres.

Anche se questa volta sembra più probabile un errore di alimentazione o d’idratazione pre o durante la tappa. E’ solo una supposizione sia chiaro, ma ci sembra improbabile che da un giorno all’altro la squadra più forte veda tutti e tre i suoi migliori uomini in difficoltà o comunque meno brillanti.

Hindley, Vlasov e poi Roglic che prima dominavano all’improvviso non sono i più forti? Okay, se fosse successo ad uno, ma a tre su tre, ci sembra parecchio. E se è davvero così, Roglic può dormire sonni tranquilli.

Roglic ottimista

Il capitano della Bora-Hansgrohe è parso comunque sereno. Di certo era felice per aver portato a casa una gara per la quale la sua squadra aveva lavorato molto.

«Ho avuto sicuramente un momento difficile oggi – ha detto Primoz dopo il traguardo – ma non credete che nei giorni scorsi sia stato tanto diverso. È stata un’edizione del Delfinato dura con tutte le salite e le cadute. Cosa è successo oggi? Penso di essere solo stanco dopo questi giorni in montagna e così gli altri sono riusciti ad essere più veloci di me». Il che può anche starci se la si guarda in un quadro più generale della preparazione.

«Voglio godermi il momento perché in queste condizioni non si vincono gare tutti i giorni. Avevamo bisogno di questa vittoria dopo tanto lavoro. Con la squadra ci stiamo conoscendo ogni giorno di più. L’ambiente è buono. Questo successo fa piacere e certamente dà fiducia, ma vincere il Delfinato è una cosa, vincere il Tour de France è un’altra».

Di buono c’è che Roglic non è andato nel panico. Si è staccato un filo prima di quanto non avesse potuto tenere. Per sua stessa ammissione Roglic ha detto che conosceva i distacchi dei due là davanti e in qualche modo si è gestito, soprattutto fin quando li ha avuti a vista d’occhio. Ma otto secondi sono maledetti pochi da gestire.

Matteo Jorgenson (classe 1999) andrà al Tour con grosse opportunità
Matteo Jorgenson (classe 1999) andrà al Tour con grosse opportunità

Attenti a Jorgenson

L’altra notizia che arriva dalla Francia è che la Visma-Lease a Bike ha ufficialmente pronto il “Piano B” qualora Jonas Vingegaard non dovesse esserci o non mostrarsi al top. Un piano a stelle strisce, di nome Matteo Jorgenson. Magari il talento californiano non sarà ancora all’altezza di un Pogacar, ma di certo potrà lottare per qualcosa d’importante.

Jorgenson ha mostrato una grande solidità tecnica, fisica e mentale in questa stagione. Alla fine si è ritrovato a fare il capitano in corse importanti, senza fare la minima piega. Ha vinto la Parigi-Nizza, ha lottato nelle classiche e a crono è quello messo meglio di tutti in assoluto tra gli uomini di classifica. E’ paragonabile a specialisti come Ganna o Kung.

E poi in salita oggi ha colpito la sua tenuta sul cambio di ritmo feroce di De Plus. Jorgenson non è piccolo. Se tiene queste “botte” e poi ha la possibilità di mettersi di passo è un problema grosso… per gli altri.

Quello stesso cambio di ritmo che prima di mettere in difficoltà, ha sorpreso Roglic. 

E ora Tour

Tutti gli uomini di classifica dicono che sono in fase di crescita, che gli manca qualcosa… e c’è da credergli, ma più o meno i valori sono questi. In tre settimane si può cambiare poco. Carlos Rodriguez è migliorato giorno dopo giorno in questo Definato e lui sicuramente al Tour si vorrà giocare il podio. Lo spagnolo è sostanza pura. Alla distanza esce sempre.

Capitolo Giulio Ciccone. L’abruzzese era quello con meno giorni di corsa nelle gambe. Come ci aveva detto, questo era il primo appuntamento al quale era arrivato davvero preparato. Ha chiuso ottavo a 2’54” da Roglic. Se pensiamo che 2’33” di quel distacco lo ha preso a crono, possiamo dire che se l’è cavata benone. Magari lui è il più fresco del lotto e se Tao Geoghegan Hart non dovesse andare come si aspettano, in casa Lidl-Trek potrebbe essere lui il leader alla Grande Boucle.

Persino Remco Evenepoel, parso non tiratissimo, fa parte della schiera di chi si è dichiarato in crescita: «Sono decisamente migliorato questa settimana. E’ bello finire così. Considerando che sono forse all’85 per cento della mia forma, direi che va bene. Ho vinto una tappa, sono riuscito a stare a lungo con i migliori scalatori e le discese sono andate bene, quindi tutto è stato positivo in vista del Tour… che non vedo l’ora di affrontare».

Il Giro di Pogacar e dei piccoli tifosi: storia di un cappellino firmato

09.06.2024
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Lo ha detto Daniel Oss, parlando di Pogacar dopo il Giro d’Italia vissuto sulla moto di Eurosport. «Che cosa posso dire… è stato emozionante! Il mio parametro è sempre se piaci ai bambini, in quel caso hai fatto centro…».

Il Giro di Pogacar è stato anche il Giro dei bambini, che Tadej ha reso protagonisti con una serie di gesti strappa applauso. La borraccia presa dal massaggiatore e regalata a un ragazzino sul Grappa. Il cinque e poi il sorriso scambiati con un altro, che non lo dimenticherà mai (guardate la foto di apertura). Così come non lo dimenticherà un ragazzo di 13 anni, Simone Ponzani, che ha avuto la sorte di incontrare lo sloveno alla partenza dell’ultima tappa del Giro. Quello che ha fatto è stato provare a descrivere le sue emozioni e poi ce le ha inviate.

ROMA – Domenica del 26 maggio è stato il giorno più fortunato della mia vita. Alla partenza dell’ultima tappa del Giro d’Italia infatti, sono riuscito a vedere dal vivo Tadej Pogacar. E’ il corridore che tifo da quando seguo il ciclismo e sono riuscito anche a farmi regalare un cappellino autografato da lui. E’ stata un’esperienza unica, proprio non ci credevo.

Sono riuscito anche a fare molte foto, che sicuramente stamperò appena ne avrò l’occasione e le incornicerò insieme al cappellino. Penso che sono stato uno dei pochi ragazzi quel giorno ad aver vissuto questa esperienza e ad aver visto un campione del ciclismo e tutta la sua squadra da così vicino.

Simone era decisamente in ottima posizione: ecco la sua foto del team UAE Emirates
Simone era decisamente in ottima posizione: ecco la sua foto del team UAE Emirates

I calzini rosa

Io e mio padre quella mattina ci siamo svegliati presto per andare a vedere la partenza dell’ultima tappa del Giro, sperando di incontrare Pogacar all’uscita dal pullman della UAE Emirates. Era pieno di persone che aspettavano l’uscita di Tadej. Attraverso la porta del bus si vedevano appena i calzini, le scarpette e una parte dei pantaloncini tutti rosa e subito la folla lo chiamava per farlo scendere.

Ovviamente davanti a me c’erano molte persone, ma sono riuscito a infilarmi davanti a loro cosi che potessi vedere Pogacar. Però non mi sarei mai aspettato di vederlo da così vicino. Infatti io ero nella zona dei giornalisti, cioè davanti ai corridori.

Poi andando con mio padre verso la partenza siamo riusciti a farci due selfie. Uno con Joxean Fernàndez Matxin, lo sport manager del UAE Team Emirates, e uno con Matteo Trentin, corridore della squadra Tudor.

Il cappellino con l’autografo di Tadej Pogacar, prima del via di Roma
Il cappellino con l’autografo di Tadej Pogacar, prima del via di Roma

Calciatore e ciclista

Mi chiamo Simone Ponzani, un ragazzo di 13 anni che pratica calcio. Nonostante ciò, sono un appassionato di molti sport ma soprattutto di ciclismo. Possiedo una bici da corsa con cui sia in inverno che in estate (molto più spesso) faccio insieme a mio padre dei giri abbastanza lunghi per me, circa 50 chilometri.

Ovviamente da italiano tifo i corridori italiani, ma se gareggia Tadej Pogacar tifo solo e soltanto per lui. Tifo per lui da quando si è dimostrato uno dei giovani più forti, quindi intorno al 2020, l’anno in cui vinse il suo primo Tour de France. Ma già da quando esordì come professionista, cioè nel 2019, avevo capito che da lì a pochi anni sarebbe diventato un fenomeno, oppure come dicono i telecronisti un “exaterrestre”.

Pogacar oltre ad essere un ciclista molto giovane (25 anni) in cui si rispecchiano molti ragazzi, è anche una persona che ha “molto cuore”. Lo ha dimostrato nella sedicesima tappa del Giro di Italia 2024 (21 maggio) quando, dopo aver recuperato un altro corridore, è andato a vincere la tappa. E a quello stesso ciclista, ha regalato maglia e occhiali. Dal quel momento appena penso a lui mi viene voglia di andare in bici e mi sento molto fortunato a vivere l’apice della sua carriera.

Simone Ponzani

Wilier Supersonica, debutto oggi con Kung al Tour de Suisse

09.06.2024
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Quando Wilier Triestina è subentrata a Lapierre in casa Groupama-FDJ era chiaro a tutti che l’eredità fosse pesante. Se non altro perché la collaborazione fra le due realtà francesi andava avanti da anni e aveva visto lo sviluppo di modelli sulla base delle esigenze del team. Chi ha assistito allo sviluppo di quelle bici ricorda le interazioni fra gli ingegneri del team e quelli di Lapierre. Ora anche Wilier ha iniziato un cammino analogo, sapendo di avere di fronte una squadra di grandi talenti, di esigenze importanti e traguardi elevati.

La sfida della crono

Le vittorie di Lenny Martinez e Gregoire in salita hanno confermato che le biciclette da strada, su tutte la Filante SLR, hanno raggiunto uno standard vincente. Restava da accontentare uno dei cronoman più forti al mondo: Stefan Kung. Lo svizzero, che oggi ha preso il via nel Tour de Suisse con l’ottavo posto nella crono di apertura, ha esigenze e richieste importanti. Ed è proprio per lui che Wilier ha messo allo studio e portato a termine il progetto Supersonica.

«Si tratta del primo vero progetto sviluppato da zero insieme a Wilier», dice Jeremy Roi, responsabile per lo sviluppo dei materiali nella squadra di Madiot. «Il reparto Innovation Lab di Wilier – spiega – ha speso un’enorme quantità di ore e i risultati sono arrivati in tempi record. Dopo i tanti test virtuali effettuati e poi in galleria del vento, siamo orgogliosi di vedere questa bici veloce e moderna che ha preso forma in meno di un anno.

«Devo dire che sono state gettate solide basi per il futuro della nostra collaborazione. Le prestazioni si sono fatte notare dalla cura dei dettagli. Geometria rivista, spiccata efficienza aerodinamica, rigidità ottimizzata e un nuovo manubrio migliorato. Dopo aver seguito con attenzione ogni singola fase del progetto, sono davvero entusiasta».

Due prototipi

Per arrivare al risultato finale sono stati realizzati due prototipi. Fatti infiniti test di stampa 3D, con oltre 50 ore di simulazione al computer. 30 ore fra la galleria del vento di Silverstone, il velodromo in Svizzera e test su strada in Belgio.

I passaggi non sono stati pochi né semplici. Il punto di partenza è stato un’analisi dell’atleta da cui ottimizzare la posizione in bicicletta. Grazie alla scansione ottica dell’avambraccio, è stato possibile realizzare su misura le appendici aerodinamiche, scegliendo tra titanio stampato in 3D o laminato in carbonio di altissima qualità. La posta in gioco del resto è elevata. Va bene il Giro di Svizzera, ma l’agenda di Kung ruota soprattutto sulle Olimpiadi a cronometro e poi sui mondiali che si correranno in Svizzera.

«Sono molto felice e anche molto impressionato – ha detto Kung al termine dei test – dal lavoro svolto da Wilier. La sfida era molto difficile. Quando è stato firmato il contratto tra Wilier e la squadra ad agosto 2023, fin da subito si sono concentrati al 100% sul progetto di Supersonica. Sviluppare una bici da zero in 9 mesi è già difficile, ma sviluppare la migliore bici da cronometro in 9 mesi lo è ancora di più. Vedere tutte le persone che sono state coinvolte e ci hanno lavorato a lungo, che mi hanno seguito ed ascoltato, è una motivazione forte per cercare di dare tutto il possibile nel giorno della gara.

«La bici è stata concepita per andare veloce, lo senti subito quando ci sali sopra. Dopo aver pedalato sul primo prototipo ad inizio 2024, abbiamo apportato alcune modifiche. In poco tempo è arrivato il secondo prototipo che ha risposto perfettamente alle richieste che ho fatto. Non vedo l’ora di pedalare e, soprattutto, di vincere!».

Solo per Kung

Proprio per far capire che si è lavorato su misura per Kung, al momento la Supersonica è disponibile solo la taglia di progetto L/XL (quello usato dallo svizzero). Le misure XS/S e M saranno disponibili ad inizio 2025, per cui nel resto della stagione Gaudu e i corridori che faranno classifica continueranno a usare la già collaudata Turbine.

Il telaio della nuova bici tiene conto delle misure imposte dall’UCI e ottimizza i vari segmenti inseguendo aerodinamica e prestazione. Il reggisella aerodinamico è integrato e prevede la possibilità di regolazione della sella. La forcella e il carro posteriore permettono un passaggio ruota fino a 28 millimetri. Il piantone non ha andamento rettilineo. Nella parte subito sopra al movimento centrale è curvo e segue la sagoma della ruota posteriore. Nella parte immediatamente superiore che porta al reggisella è affilato come una lama. L’attacco per il deragliatore si può rimuovere e il sensore per il powermeter è integrato nel carbonio del fodero orizzontale di destra subito dietro la scatola del movimento centrale.

Già sul mercato

La bici è già in vendita e da Wilier hanno diffuso anche i prezzi. Il kit telaio (telaio + forcella + manubrio + reggisella) a 9.000 euro.

Montata con Shimano Dura Ace Di2 / ruota lenticolare posteriore Miche KleosRD + anteriore SPX3 / Appendici Profile Design ACS PRO a 20.500 euro.

Con Shimano Dura Ace Di2 / ruota lenticolare posteriore Miche KleosRD + anteriore SPX3 / appendici fatte su misura del cliente, in carbonio o titanio a 27.400 euro.

Wilier Triestina

Quattro chiacchiere con Robert Spinazzè, una vita tra i filari del ciclismo

09.06.2024
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Robert Spinazzè è molte cose. Patron della Spinazzè Group SPA di San Michele di Piave in provincia di Treviso, azienda che produce pali in cemento per la vigne (e non solo). Ex corridore. Ma forse, soprattutto, grande appassionato di ciclismo, tanto da essere partner di squadre WorldTour da ormai diversi anni.

L’abbiamo raggiunto al telefono per farci raccontare com’è nata questa passione e come la sta portando avanti, da Peter Sagan fino alla nuova formazione che avrà come main sponsor Red Bull.

La bottiglia per la vittoria del Giro 2022 di Hindley, celebrato anche in apertura
La bottiglia per la vittoria del Giro 2022 di Hindley, celebrato anche in apertura
Robert, com’è nata la tua passione per il ciclismo?

Il ciclismo è sempre stata una passione di famiglia. Mio papà ha avuto la prima squadra dilettantistica, la TiEsse-Spinazzè, a inizio anni ‘80 ed è stata una rivoluzione per l’epoca. Siamo stati i primi ad impostare una squadra giovanile seguendo gli stessi standard dei professionisti, con i ritiri, grande attenzione a figure dello staff impensabili all’epoca, come per esempio i cuochi. Abbiamo anticipato quelli che sono venuti dopo, subito dopo di noi ha seguito il nostro esempio la Zalf. Se non sbaglio siamo ancora la squadra dilettantistica plurivittoriosa in un anno, con 82 vittorie in una sola stagione. Io poi, cresciuto in un ambiente del genere, mi sono fatto influenzare in prima persona e ho corso fino al primo anno dilettanti, da junior gareggiavo con Cipollini.

Da qui però in grande salto nel ciclismo WorldTour. Com’è andata?

Abbiamo deciso di fare il grande salto nel 2014 con la Cannondale. Erano gli anni d’oro di Sagan, che conoscevo da tempo perché al suo primo anno da pro’ abitava qui, a meno di un chilometro dall’azienda. Poi siamo stati due anni al fianco della Tinkoff di Sagan e Contador. E lì, al fianco di Oleg Tinkov, ho capito come muovermi in quel mondo, capendo dove e come investire. L’esperienza maturata in quei primi anni mi ha permesso di affrontare meglio i successivi 10 in Bora-Hansgrohe. Come in tutto, anche in questo lavoro occorre maturare esperienza che arriva dopo un po’ di tempo.

Come vanno le cose con la Bora?

Da loro ho trovato una forte apertura nei nostri confronti, fin dall’inizio mi hanno detto: «Si cresce assieme. Se cresci tu, cresco anch’io». E questo atteggiamento mi ha dato grande fiducia. Con loro si è creata una sinergia che va al di là della singola gara e mi ha fatto intraprendere ancora con più passione la sponsorizzazione. Ho imparato per esempio che io, come piccolo sponsor, magari non posso pretendere di vedere il nome nelle gare più importanti della stagione, ma ho altri 11 mesi a disposizione per farmi notare meglio. Decine di altre gare o occasioni dove invece sono molto più visibile.

Cos’altro?

Ho capito anche che non serve voler stare vicini solo ai grandi campioni, anzi. Voglio dire, personaggi come Sagan e Contador sono sempre pieni di gente attorno, invece è giusto cercare l’interazione con gli atleti del team magari meno noti. I gregari, i giovani, come anche con lo staff, i meccanici, i cuochi eccetera. Ho capito che io potevo trovare il mio spazio avendo un occhio di riguardo lì dove c’è molta meno attenzione. E questo mi ha dato moltissime soddisfazioni, perché da lì partono le sinergie lavorative che poi ti portano dove magari non immaginavi neanche.

Bottiglie personalizzate per Ralf Denk, manager della Bora-Hansgrohe, e Willi Bruckbauer, fondatore di Bora
Bottiglie personalizzate per Ralf Denk, manager della Bora-Hansgrohe, e Willi Bruckbauer, fondatore di Bora
Si sente spesso dire che sponsorizzare le squadre di ciclismo è un investimento a perdere. Nel tuo caso c’è solo passione o hai anche dei ritorni effettivi in termini di business?

La passione è la molla che ti permette di entrare più facilmente in quel mondo, per me che mastico ciclismo da tantissimi anni è qualcosa di immediato. Nella sponsorizzazione con Bora portiamo avanti due brand, che sono l’azienda principale Spinazzè e la cantina Terre di Ger. Le strade del ciclismo passano spessissimo per i miei impianti, per le vigne dei miei clienti, e per me questo è importantissimo. Negli ultimi anni abbiamo realizzato due opuscoli in cui parliamo del nostro lavoro attraverso le corse.

Due opuscoli?

Uno che riguarda le corse del Nord e che abbiamo chiamato “Inside Cobbles”, immaginando i nostri pali di cemento come fossero fatti di pavè. Abbiamo seguito un mese di campagna ciclistica raccontando i corridori, i contadini, il territorio e gli ambienti in cui lavoriamo, perché abbiamo tantissimi clienti nella campagna tra Belgio e Olanda. La stessa cosa abbiamo fatto al seguito del Giro d’Italia, alternando figure del ciclismo e vittorie della squadra con interviste ai nostri contadini. A ben vedere fanno una vita molto simile a quella dei corridori, sempre all’aria aperta con ogni tipo di meteo facendo sacrifici per ottenere un risultato. Questo ci ha dato un grande riscontro sul mercato, perché adesso tutti ci riconoscono come “quelli del ciclismo.”

E la cantina?

Con Terre di Ger produciamo l’olio di oliva che diamo ai corridori e il vino usato per tutti gli eventi della squadra. Tutto questo nell’arco di diversi anni porta a consolidare la nostra posizione. E ora posso dire che tutto quello che investo poi mi rientra in diverse forme.

Non è più un segreto che tra poco la squadra cambierà main sponsor, come sono stati i primi contatti con Red Bull?

Sì, a inizio luglio entrerà ufficialmente Red Bull, ma devo dire che si sono mossi in modo molto intelligente, in punta di piedi. E’ un’azienda incredibile per l’organizzazione, certamente c’è molto da imparare. Comunque il concetto di crescere assieme che c’è stato in Bora rimane. Sono alla ricerca di situazioni durature e stabili anche tra i partner, vogliono continuità che è quello che vogliamo anche noi. Sicuramente la nuova squadra avrà una costruzione dal basso, senza nomi altisonanti, ma puntando di più sul vivaio a cominciare dagli juniores e U23. L’obiettivo è far crescere in casa atleti che possano garantire una prospettiva futura, com’è giusto che sia. Noi abbiamo il contratto fino al 2027 per terminare il decennio della squadra WorldTour, poi si vedrà.

I corridori della Bora-Hansgorhe sono parte della famiglia
I corridori della Bora-Hansgorhe sono parte della famiglia
In tutti questi avrai sicuramente molti aneddoti da raccontare…

Aneddoti moltissimi, ma quello che più mi è rimasto è l’aver fatto amicizia con quasi tutti i corridori che ho incontrato. In particolare con Maciej Bodnar col quale ancora ci sentiamo spesso e poi, certo, non posso non citare Sagan. Lui è nato ciclisticamente qui a 500 metri dalla fabbrica, l’ho visto fin dai suoi primissimi giorni in Italia. Conoscevo molto bene Bruseghin e altri che si allenavano con lui. Mi raccontavano che quando facevano le sfide durante le uscite, tipo fare una salita col 53, lui vinceva sempre, anche se aveva 6-7 anni meno di loro. Da lì ho capito subito che aveva qualcosa in più. Sono stato anche per due anni sponsor della sua academy, la squadra giovanile che ha fondato a Žilina, la sua città natale.

Altri episodi?

Un altro bellissimo ricordo che ho è quando durante il Giro del 2017 ho ospitato una ventina di quei ragazzi con i genitori nella mia cantina, li ho portati prima a vedere il passaggio della corsa a Ca ’del Poggio poi in hotel a conoscere i corridori e tutto lo staff. Sono sicuro che per loro è stato un fine settimana indimenticabile.

Le immagini di questo articolo provengono tutte dalla gallery Facebook di Robert Spinazzé e della sua azienda.

La Boucle sul tetto d’Europa. Cassani ci racconta la sua Bonette

09.06.2024
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Quest’anno il Tour de France scalerà Cime de la Bonette, la strada carreggiabile più alta d’Europa. Un valico infinito, lungo, assolato, a cavallo fra le Alpi Marittime e quelle della Savoia, che svetta a 2.802 metri di quota. Lassù l’aria è davvero fina.

Cime spoglie, se vogliamo anche “calde” tanto si è in alto. Il luogo è meraviglioso, suggestivo. Aquile e ciclisti, servono coraggio e polmoni d’acciaio. Il valico “naturale” è a quota 2.715 metri, con l’anello aggiuntivo si arriva a 2.802.

Quarto ed ultimo transito del Tour sulla Bonette nel 2008: primo fu il sudafricano John-Lee Augustyn
Quarto ed ultimo transito del Tour sulla Bonette nel 2008: primo fu il sudafricano John-Lee Augustyn

Quattro passaggi

Il Tour de France solo quattro volte sulla Bonette. Lo fece per la prima volta nel 1962. E il primo a transitarvi fu uno scalatore mitico, Federico Bahamontes. Lo spagnolo si ripetè due anni dopo. Poi si dovette attendere 29 anni perché la Grande Boucle vi ritornasse. Quella volta il primo a transitare sulla cima fu Robert Millar, ma i protagonisti di quel giorno furono due: Davide Cassani e Laurent Fignon. E non lo furono per vittorie altisonanti o scatti memorabili. No, la Bonette in qualche modo li mise all corde. E di brutto.

Prima di immergerci in questa storia però, ci sembra doveroso fare una piccola e interessante precisazione. Si fa la Bonette, ma nonostante la sua quota – chiaramente il punto più elevato del Tour – non sarà il Souvenir Henri Desgrange, in memoria dell’ideatore della Grande Boucle. Perché? Perché se c’è il Galibier, il Souvenir Desgrange si assegna lassù. Quella era infatti la scalata più amata dallo stesso Desgrange e il Tour lo affronterà nella quarta tappa, al rientro in Francia dopo la Grande Depart italiana.

Il Gpm della Cime de la Bonette a 2.802 metri di quota
Il Gpm della Cime de la Bonette a 2.802 metri di quota

La resa di Fignon

E’ il 15 luglio 1993 e un solleone spacca le pietre sulle strade del Tour. La corsa affronta la sua undicesima tappa, da Serre Chevalier ad Isola 2000: 179 chilometri e 5.339 metri di dislivello. Tra l’altro gli ultimi 120 chilometri sono identici a quelli che si faranno il prossimo 19 luglio.

«Fu una tappa importante – inizia a raccontare Cassani con la sua innata passione – perché quel giorno praticamente si è conclusa la carriera di un grande come Laurent Fignon. Proprio lassù, in cima alla Bonette, Laurent mise piede a terra e smise di correre. Quello fu il suo ultimo giorno di gara da professionista. Si ritirò da ultimo». 

Fignon era soprannominato il “Professore” per i suoi occhialini tondi, per i suoi pensieri profondi. Pensieri che non mancarono neanche quel giorno: «Volevo vivere un momento di tristezza e di grazia senza dividerlo con nessuno», disse Fignon.

Davide Cassani in maglia a pois durante quel Tour del 1993
Davide Cassani in maglia a pois durante quel Tour del 1993

Cassani a pois

«Io invece – riprende Cassani – indossavo indegnamente la maglia pois! E proprio per quel motivo andai in fuga. Il giorno prima avevamo fatto il Galibier ed ero arrivato con la mia normale mezz’ora di ritardo. Il giorno dopo c’erano da fare l’Izoard, il Vars, la Bonette e la scalata finale ad Isola 2000. Era una delle tappe più dure del Tour. Ed era, mi sembra, la prima o la seconda volta che la tappa veniva trasmessa in diretta totale, era una novità.

«In quegli anni si partiva ancora abbastanza piano, quindi la prima salita la facemmo a velocità cicloturistica ed è per quel motivo che riuscii ad andare a fare la volata per prendere qualche punto per la maglia a pois. Al primo Gpm arrivai terzo e poi ebbi la malsana idea di continuare. Staccai tutti nella discesa successiva. Se in salita soffrivo, in discesa ero abbastanza bravo».

Cassani quindi tira dritto e va in fuga. In fuga da solo in maglia a pois e in mondovisione. Spinge, va avanti, ma chiaramente non è la sua tappa. Davide aveva altre qualità, ma non certo quella di essere uno scalatore.

«Ho sempre sofferto le tappe con queste salite e infatti quando ero sul Var è arrivato Ferretti (il suo direttore sportivo, ndr). Appena è arrivato “Ferron” mi disse: “Davide ma cosa stai facendo?”. E io: “Sono in fuga”».

Il Gpm si trova dietro questo monte. Il colle naturale (2.715 m) è nella parte bassa della foto. Con questa appendice supera lo Stelvio (2.758 m)
Il Gpm si trova dietro questo monte. Il colle naturale (2.715 m) è nella parte bassa della foto. Con questa appendice supera lo Stelvio (2.758 m)

Via Crucis

Ferretti gli dice senza troppi giri di parole che è matto. Gli ricorda delle sue difficoltà in certe tappe. La trattativa tra i due va avanti. «Ferretti alla fine mi convince e mi dice: “Mi raccomando Davide vai piano che è lunga”». E lui lo prende in parola. Ma di pari passo le energie per chi come Cassani non è uno scalatore, iniziano a scemare.

«E infatti – va avanti Davide – comincia la Bonette… lunghissima, infinita. I francesi hanno fatto anche questa appendice di un paio di chilometri per rendere il passo più alto rispetto allo Stelvio. Non finisce mai. Vado su col mio passo. Mi raggiungono i primi, i secondi, i terzi… mi raggiungono tutti. Arrivo in cima già stremato con 20 minuti di ritardo.

«A quel punto però riesco comunque a restare con un gruppo abbastanza numeroso. Mi butto giù in discesa, cerco di mangiare, di recuperare, ma quando comincia l’ultima salita è come se andassi contro un muro. Non vado più avanti. Mi ritrovo da solo con Domenico Cavallo, che era sulla seconda ammiraglia, il quale mi tiene informato sul tempo massimo».

Sulla Cima una targa commemorativa della strada della Bonette, nata per collegare Nizza a Briancon
Sulla Cima una targa commemorativa della strada della Bonette, nata per collegare Nizza a Briancon

La volata con Abdu

La situazione si fa complicata. Le energie non ci sono più. La Bonette si fa sentire anche dopo. Isola 2000 è lunga e anche gli altri del gruppo con cui scendeva dalla Bonette sono scappati in avanti. Poi bisogna sapere che una volta il tempo massimo era molto meno “gentile” rispetto ad oggi.

«Cavallo mi fa: “Dai Davide, perché rischiamo”. Io gli dico di farmi attaccare alla macchina, ma lui replica secco di no: “Siamo soli, ci beccano sicuro e ci mandano a casa. Prova ad attaccarti alla macchina di un’altra squadra”. Solo che non c’erano altre macchine! Eravamo soli».

«Cavallo era collegato con Ferretti sull’arrivo. Quando arriviamo a 5 chilometri dall’arrivo sempre Cavallo mi dice che manca un quarto d’ora al tempo massimo. “Ma come un quarto d’ora? – replico io – Non ce la faccio ad andare a 20 all’ora”. Lui mi conforta e mi dice che l’ultimo chilometro è in leggera discesa.

«Ad un certo punto mi riprende Abdujaparov. Impauriti entrambi da questo muro del limite, ci mettiamo sotto. Arriviamo all’ultimo chilometro che mancano ancora tre minuti. Ce la possiamo fare. Quando la strada spiana, parte la volata. Abdu davanti e io a ruota. Sembriamo il primo e il secondo. Abbiamo lo stessa voglia di vincere quello sprint. Un volatone! Primo Abdujaparov, secondo io. In realtà penultimo ed ultimo a 25 secondi dal tempo massimo».

Il profilo della scalata alpina: 22,9 km e pendenza media del 6,8%
Il profilo della scalata alpina: 22,9 km e pendenza media del 6,8%

Bonette infinita

Se questo è il racconto romantico di quel giorno, c’è poi l’aspetto più tecnico de la Bonette. Certe salite e certe quote ti scavano dentro. E anche se le pendenze non sono impossibili ti svuotano, ti presentano il conto. 

«Oggi si sa tutto – continua Cassani – noi della Bonette conoscevamo solo la lunghezza e il dislivello, nulla di più. Avevamo ancora dei rapporti lunghi: 39×23, il 25 al massimo, ma era quasi considerato un’onta montarlo. Anche quello la rese dura. Sia andava via a 60-70 rpm, non di più».

«Sapevamo di questa Bonette, lunga. L’avevamo studiata dal Garibaldi. Non l’avevo mai fatta ed è stata veramente una Via Crucis. Sapevo però di questo anello aggiuntivo in cima. Sono sempre stato curioso, ero andato a spulciare qualcosa, anche se la passione per la storia mi è venuta dopo.

«Mentre non mi è venuta quella per le salite! Pensate che l’ho rifatta solo l’anno scorso, 30 anni dopo, ma senza fare l’anello aggiuntivo. Mi è bastato quel 1993: una volta e stop!».

Anche il Giro è transitato quassù: era il 2016
Anche il Giro è transitato quassù: era il 2016

Tetto d’Europa

I numeri ufficiali del Tour dicono di una scalata di 22,9 chilometri al 6,8 per cento di pendenza media e massima del 10 in qualche breve tratto, per un dislivello che sfiora i 1.600 metri.

«Almeno – spiega Davide – è una scalata regolare. La sua difficoltà maggiore è quella di essere interminabile e chiaramente perché si arriva a 2.800 metri di quota. E questa si fa sentire, anche perché i chilometri sopra i 2.000 metri sono parecchi (12 per la precisione, ndr). E tornando alla mia scalata io soffrivo anche l’altura. Mi ricordo che ai mondiali in Colombia non andavo avanti».

Sarà un bel momento quello de La Bonette, il prossimo 19 luglio. E dopo questo racconto di Davide Cassani potremo godercelo ancora di più, non lasciandoci catturare “solo” da quel numerone: 2.802.

Vingegaard favorito al Tour? Matxin, spiegaci il tuo pensiero

09.06.2024
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Subito dopo il Giro d’Italia dominato da Tadej Pogacar con distacchi da tempi eroici, mentre da una parte c’era chi vagheggiava addirittura la caccia al “triplete” Giro-Tour-Vuelta, Joxean Matxin buttava acqua sul fuoco. Anzi, riproponeva un leit-motiv quasi inaspettato visto tutto quel che è successo in questa prima parte di stagione: «Il favorito del Tour? E’ sempre Jonas Vingegaard».

Vingegaard al Tour 2023 in giallo. C’è ancora incertezza sulla sua presenza al via a Firenze
Vingegaard al Tour 2023 in giallo. C’è ancora incertezza sulla sua presenza al via a Firenze

Sapendo quel che il danese ha passato (e sta ancora passando, anche se almeno è tornato in bici) dopo la rovinosa caduta nei Paesi Baschi, le parole del tecnico spagnolo hanno spiazzato un po’ tutti, tanto che ci si chiedeva se sapesse qualcosa di più rispetto allo strettissimo riserbo di tutto il team Visma-Lease a Bike intorno al campione uscente della Grande Boucle.

Parlando con Matxin il suo pensiero è diventato chiaro, ma non senza qualche specifica che rende il tutto forse ancor più sorprendente: «Jonas ha vinto gli ultimi due Tour, è chiaro che in condizioni normali sarebbe il favorito. So bene quel che ha subìto, io sono anche andato a trovarlo in ospedale nelle ore successive all’incidente, era un atto doveroso e sentito. Non dimentichiamo che anche Tadej l’anno scorso era caduto e si era presentato al Tour con tanti dubbi sulle sue condizioni e sapete bene le conseguenze che ci furono».

Yates, terzo lo scorso anno si è detto entusiasta di ripetere l’esperienza, sempre al servizio di Pogacar
Yates, terzo lo scorso anno si è detto entusiasta di ripetere l’esperienza, sempre al servizio di Pogacar
Eppure l’incidente di Tadej non era così serio…

Ugualmente considerare il danese come favorito è una forma di rispetto dovuto, se sarà al via non lo farà certamente per essere un comprimario e avrà un peso notevole sull’evoluzione della corsa.

C’è anche un altro fattore che non viene molto considerato: se proviamo a rovesciare la medaglia, Vingegaard arriverà al Tour più fresco di Pogacar.

E’ vero. In questo momento è davvero difficile fare congetture sulla corsa francese, bisognerà vedere come starà lui e come staranno i rivali. Alcuni li stiamo vedendo all’opera al Delfinato, non sappiamo se Vingegaard farà qualche gara prima, magari anche solo per saggiare la gamba e riabituarsi al clima agonistico. E’ troppo presto per dare giudizi. Noi da parte nostra dobbiamo concentrarci su noi stessi mettendo da parte quel che è successo, sia in negativo con l’andamento del Tour e le difficoltà dello scorso anno, sia in positivo con la vittoria al Giro. E’ come se si cancellasse la lavagna, ora bisogna riscriverci sopra.

Per Ayuso compiti da luogotenente in salita per lo sloveno. La classifica sarà un obiettivo futuro
Per Ayuso compiti da luogotenente in salita per lo sloveno. La classifica sarà un obiettivo futuro
Ha stupito molto l’annuncio della squadra Uae al servizio di Tadej. Tutti leader, tutti specialisti delle salite salvo Politt. Non è una scelta azzardata?

Su questo voglio essere chiaro. Ho fatto un giro d’orizzonte fra tutti i corridori del team, tutti mi hanno detto che volevano fare il Tour. Con loro, Yates, Ayuso, Almeida in particolare sono stato inflessibile: al Tour le gerarchie saranno chiarissime, si corre per Pogacar, chi vuole essere della partita deve saperlo e mettere da parte le proprie ambizioni. Tutti mi hanno detto di sì, di essere pronti, anzi desiderosi di farlo, a quel punto è chiaro che corridori del genere sono il meglio che un campione possa richiedere al suo fianco.

Ma non sono corridori abituati a correre per aiutare, per costruire una finalizzazione altrui…

Hanno tutti un enorme rispetto per Tadej e non dimentichiamo che si tratta di gente che, quando sa qual è il suo obiettivo, lo finalizza. Guardate Almeida: lo scorso anno era partito per fare il Giro puntando al podio, alla fine lo ha conquistato. Io sono convinto che è la gente giusta per aiutare Tadej in ogni frangente.

Nel roster della Uae per il Tour Politt sarà chiamato a un super lavoro in pianura
Nel roster della Uae per il Tour Politt sarà chiamato a un super lavoro in pianura
Pogacar farà corse prima della partenza da Firenze?

No, abbiamo stabilito un programma diverso di allenamento. Sin da Roma e dalla conquista della maglia rosa abbiamo pensato che era fondamentale ricaricare le pile facendo tutto quel che serve e gareggiare non è fra queste opzioni.

Sia Tadej, che lo staff della Uae, tu stesso siete stati molto chiari nel declinare come impossibile quest’anno puntare al triplete. Ma secondo te, parlando per ipotesi, uno come Pogacar potrebbe provarci?

In un’altra stagione, più semplice nel suo sviluppo e quindi senza l’Olimpiade e un mondiale che è un target per lo sloveno, io credo di sì. Ma bisogna saperlo per tempo, programmare tutta la stagione in funzione di questo obiettivo. Inoltre vorrei sottolineare un aspetto: pensare alle tre gare nello stesso anno significa prevederne 5 in due stagioni, ossia in uno spazio di tempo di meno di 18 mesi. Obiettivamente non ne vale la pena per un corridore giovane come Tadej che ha ancora tanto da dare.

Pogacar in rosa. La possibilità di vederlo anche alla Vuelta è scartata a priori
Pogacar in rosa. La possibilità di vederlo anche alla Vuelta è scartata a priori
Pogacar a Parigi lo vedremo solo nella prova in linea o visto com’è andato al Giro potrebbe anche provare la cronometro?

Questa non è una mia competenza, decide la federazione slovena ma non dimentichiamo che il campione uscente è sloveno, un certo Primoz Roglic, è giusto che la preferenza spetti a lui considerando anche come va normalmente a cronometro. In questo comunque noi non abbiamo voce in capitolo…

Fortunato e il Delfinato dopo il Giro: forse non una grande idea

08.06.2024
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Nel gruppetto alle spalle di Soler, nella settima tappa del Delfinato verso Samoens 1600 e per la prima volta dalla fine del Giro, oggi Lorenzo Fortunato ha avuto sensazioni positive. Per questo si è ritrovato in fuga e per questo conta di tornarci anche domani. Al pari di Tiberi, il bolognese è arrivato alla corsa francese sull’onda lunga del Giro d’Italia. L’aveva nei programmi e ha tenuto fede alla parola data, ma non è passato giorno senza che si rendesse conto che non si è trattata di una grande idea. Ovviamente, se domani le cose dovessero andare particolarmente bene, la scelta del Delfinato sarebbe invece un vero colpo di genio.

Roglic come Pogacar

Quando Vlasov e Roglic dietro di lui lo hanno affiancato e ripreso, “Fortu” li ha rimontati per qualche istante e poi ha mollato la presa. Non aveva in animo di dargli ancora filo da torcere, sapeva che per oggi il suo viaggio era finito.

«Quando mi hanno preso – sorride e spiega – ho visto che c’era Ciccone da solo. Siamo amici, così gli ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa. Niente di più. Poi mi sono messo lì e ho visto che il ritmo non mi apparteneva, così mi sono detto di pensare a domani e sono salito tranquillo, senza stress. Prima arrivavo, prima prendevo il recupero, prima arrivavo al bus, prima facevo la doccia. Non ho pensato di tenere duro, quando mi hanno preso mi sono rialzato. Stanno correndo come la UAE Emirates».

Il copione è quello del Giro, cambia solo lo sloveno?

Esatto, sta correndo allo stesso modo. Oggi è stata tutto il giorno dura, non c’era un metro di pianura. Tutto su e giù, allora ho detto: «Vado in fuga!». Dopo gli ultimi 2-3 giorni del Giro non mi sono sentito bene, non avevo buone sensazioni. Magari ho preso un mezzo virus e non sono più riuscito a essere me stesso. Sin dall’inizio avevo in programma il Delfinato ed eravamo indecisi se farlo o non farlo.

Però avete deciso di sì.

Visto che poi correrò la Vuelta Burgos e poi la Vuelta, quindi dai primi di agosto in avanti, abbiamo deciso di partire. Avrò il tempo per recuperare. Fino ad oggi non ero stato bene. Tutti i giorni ho faticato tanto, ieri mi sono staccato e nella crono sono andato davvero piano. Oggi invece mi sono sentito bene e ci ho provato. Si vede che per un po’ mi sono trascinato quello che avevo a fine Giro, oggi è passato tutto.

Tiberi ha provato a partire al Delfinato, ma non è riuscito. Non ci stupiamo che tu sia stato male.

Allora, questa è la mia opinione. Una volta era possibile fare un Grande Giro e usare la condizione per fare subito un’altra corsa. Però prima non ci si allenava come adesso. In questi giorni se ne parla fra noi. Adesso si fa più lavoro al training camp in altura che al Giro. E quindi quando vai in corsa, vai a raccogliere i frutti del lavoro. Non si usano più i Grandi Giri per allenarsi. A me è capitato di fare il Giro d’Italia e poi andavo allo Slovenia oppure alla Adriatica Ionica Race, dove il livello era un pochino più basso e mi salvavo. Ma per come si va adesso, il Grande Giro deve essere l’ultimo atto di un cammino iniziato prima proprio per questo.

Lo Slovenia, ma anche il Giro di Svizzera iniziano dieci giorni dopo il Giro d’Italia: col Delfinato non c’è neanche tempo di tirare il fiato…

Non è stata una grande idea e se tornassi indietro, forse farei altre scelte. Però è giusto provare: finché non lo vedi con i tuoi occhi, fai fatica a farti un’opinione. E’ difficile perché il fisico è abituato a 21 giorni di lavoro, poi vieni qua al Delfinato e dalla prima tappa di ritrovi a soffrire. Ho tenuto duro perché Tejada era in classifica.

Come è stato il primo Giro d’Italia in una World Tour?

Buoni riscontri, sono contento. Nei primi dieci giorni ho corso in appoggio di Lutsenko, però comunque a Oropa ero subito forte (4° al traguardo, ndr) e anche nella crono sono migliorato tanto. Con la squadra mi sono trovato bene e siamo stati anche sfortunati, perché di otto che eravamo alla partenza, siamo rimasti in quattro.

Dopo il Delfinato, Burgos e Vuelta. E i campionati italiani?

Tengo duro fino a lì e correrò per Velasco, perché possa tenere la maglia tricolore. Ma ci sono anche Scaroni e Ballerini: tutti corridori con più possibilità di me. Poi mi fermo e recupero, visto che fra due mesi correrò tanto. Quest’anno ho fatto solo corse WorldTour, un po’ sono abituato, ma d’altro canto è sempre difficile fare risultati. Ho fatto Tirreno, Catalunya, Giro, Delfinato e farò la Vuelta. Il grande ciclismo è questo e ti devi confrontare con i campioni.

Evenepoel provato dopo l’arrivo: sapeva di dover lavorare ancora e ha 3 settimane davanti a sé
Evenepoel provato dopo l’arrivo: sapeva di dover lavorare ancora e ha 3 settimane davanti a sé
Domani vedremo di nuovo Fortunato all’attacco?

Se sto bene ci provo, non ho nulla da perdere. Anche oggi ho provato a farmi riprendere più tardi e sono scattato nella scia di Soler. Sapevo che sarebbero arrivati e così l’ho fatta a tutta. E se dietro si fossero aperti? Ho dato tutto, ma dietro hanno fatto i primi 4-5 chilometri molto forte e a me si è spenta la luce. Era tutto il giorno che andavamo forte e sono arrivato in cima assieme allo stesso Soler. 

Che sensazioni ti danno i leader del Tour?

Roglic è forte. Quando mi hanno preso, davanti c’era Vlasov che tirava forte. Ci sono abbastanza abituato, visto che ho corso con Pogacar e Primoz si muove sulla stessa falsa riga. Remco sta crescendo. Non so dire come sia messo col peso, però ha tanta potenza, ha sempre tanta forza. Con lui ho confidenza, è tranquillo, un bravo ragazzo, molto attento a tutto. E sono convinto che al Tour andrà forte. Ma adesso si recupera, stasera si fa una bella cena e domani ci riprovo. Sai mai che mi sblocco giusto alla fine…