L’AQUILA – Volente o nolenteLotte Kopecky è stata una protagonista assoluta il Giro d’Italia Women. Volente perché sappiamo quanto sia forte e grintosa la belga. Nolente perché neanche lei e il suo clan non si aspettavano una prestazione simile. «Il programma iniziale era un po’ diverso, non credevamo di ritrovarci a dover lavorare in questo modo per questa tappa», ci aveva detto Elena Cecchini al via da Pescara, tappa finale.
Il programma era un po’ diverso sebbene l’iridata fosse venuta al Giro in buona condizione, ma non ottimale. Era venuta, per sua stessa ammissione, con l’obiettivo finale delle Olimpiadi di Parigi. Questo non significa che fosse arrivata in Italia per allenarsi e basta, sia ben chiaro.
Appena due settimane prima del Giro Women la portacolori della Sd Worx aveva rivinto il titolo nazionale sia a crono che su strada.
L’imperiosa volata di Foligno. Dopo aver perso il primo sprint dalla Consonni, qui Lotte ha vinto con 4 bici di vantaggioL’imperiosa volata di Foligno. Dopo aver perso il primo sprint dalla Consonni, qui Lotte ha vinto con 4 bici di vantaggio
Obiettivo Parigi
E infatti dopo l’arrivo finale, al netto della comprensibile delusione per la sconfitta impostale da Elisa Longo Borghini, una parte di Kopecky era soddisfatta: «Ho dato il massimo e arrivare così vicina è una testimonianza del duro lavoro della mia squadra e del mio. Sono orgogliosa di ciò che abbiamo ottenuto e questo mi dà grande fiducia per andare avanti e quindi per le Olimpiadi».
«Io non sapevo davvero cosa avrei potuto raccogliere durante questa corsa. E’ andata bene. Ho vinto una tappa, la maglia rossa e ho lottato fino alla fine per la classifica generale.
«Se penso che sono venuta qui per soffrire, per migliorare la mia forma… allora dico di aver avuto successo. Ora sono delusa – ha continuato Lotte nel dopo L’Aquila – avrei potuto vincere il Giro, ma ho bisogno di guardare il quadro in modo più ampio e allora posso dire di tornare a casa con più fiducia».
Kopecky (classe 1995) sui rulli in cima al Blockhaus. La belga era forse la più fresca al traguardo quel giornoKopecky (classe 1995) sui rulli in cima al Blockhaus. La belga era forse la più fresca al traguardo quel giorno
Giro in crescita
Analizziamolo quindi il Giro di Lotte Kopecky. Il suo e quello di Longo Borghini sono stati due approcci simili, almeno per quanto riguarda le gare precedenti. Andando a ritroso: campionati nazionali per entrambe, Tour of Britain per Kopecky, Tour de Suisse per Longo, e quindi Giro Women.
Nonostante il caldo intenso della corsa, che vedeva le ragazze davvero cotte una volta all’arrivo, la belga reagiva subito. Tante volte, specie sul Blockhaus, l’abbiamo vista tagliare il traguardo che stava ancora bene. Si vedeva dal volto, dalla sua determinazione glaciale e dal fatto che dopo pochi secondi era già sui rulli. Emblematico è stato il caso proprio del tappone del Blockhaus.
Tutte, Elisa anche, sono rimaste sull’arrivo, Lotte no. Lei è entrata subito nell’area dietro al palco delle premiazioni a fare scioglimento sui rulli. Segno di una grande lucidità e una grande capacità di recupero.
«Non avevo mai fatto una scalata tanto lunga – ha detto la belga con soddisfazione – questo significa che sto bene».
Kopecky è arrivata con una buona dose di lavoro sulle gambe e all’inizio della corsa rosa non era iper brillante. Poi con il passare delle tappe la situazione si è stabilizzata per tutte e contestualmente sono emerse la sua classe e la sua brillantezza, tanto da vincere a Foligno in volata quasi per distacco. Fino al capolavoro del Blockhaus.
Solo a L’Aquila Lotte ha dimostrato di essere umana anche lei, pagando nel finale gli sforzi del giorno precedente sulle montagne.
Lotte e il suo staff sono rimasti piacevolemte sorpresi dalla prestazione del Blockhaus. «E’ stata più dura del Tourmalet», ha detto il suo diesseLotte e il suo staff sono rimasti piacevolemte sorpresi dalla prestazione del Blockhaus. «E’ stata più dura del Tourmalet», ha detto il suo diesse
Kopecky soddisfatta
Il calendario della belga a Parigi sarà piuttosto fitto: farà le due prove su strada e poi si sposterà in pista. Dopo questa mole di lavoro le serve in primis recuperare e trovare l’ultimo colpo di brillantezza. Bisogna che metta la gemma nella corona. Per il resto tutto è stato fatto. E anche bene.
«Come ho detto tante volte – prosegue la belga – ero qui con l’obiettivo primario dei Giochi Olimpici. Io correrò sia su strada che su pista. Ora vado a casa. Farò qualche giorno di riposo e poi dalla prossima settimana (cioè questa, ndr) inizierò un training camp in pista che mi servirà per ritrovare brillantezza e quindi si partirà per Parigi.
«Non andrò in altura (anche perché non ci sarebbe tempo, ndr). Dal punto di vista della mia condizione e di come è andato il Giro d’Italia Women in questo senso sono soddisfatta. Anzi, molto soddisfatta. Penso di essere pronta per Parigi».
GRUISSAN (Francia) – Pogacar è di buon umore. Racconta di aver fatto appena un giro con i compagni stamattina (in apertura foto di Alen Milavec) e di essersi fermato in una pasticceria, mangiando – con preghiera di non dirlo al suo nutrizionista – il miglior muffin di sempre.
La maglia gialla si racconta online, come si usa dagli anni del Covid e come le squadre amano fare per non dover allestire una sala in cui accogliere i giornalisti. In più l’impennata di casi di Covid ha indotto ASO a imporre le mascherine ai media che hanno a che fare con gli atleti. Una decisione che la gente comune non capisce, sta però il fatto che per il Covid diversi atleti hanno già dovuto rinunciare alle prove olimpiche.
In questo giorno di riposo hanno già detto la loro Vingegaard e anche Evenepoel. Il belga ha ammesso che difenderà il terzo posto e non vede l’ora di correre l’ultima crono. Dice che ha studiato le tappe che ci attendono e che ieri a Plateau de Beille lo ha motivato il fatto di aver corso più veloce di Pantani.
Pogacar è di buon umore, forte del vantaggio accumulato e della consapevolezza di avere ancora del tempo libero, prima che riprenda la rumba del Tour. «Manca ancora metà del giorno di riposo – sorride – spero che finiremo velocemente la conferenza stampa così potrò rilassarmi nella mia stanza e guardare un bel film…».
Quando ieri Jorgenson è passato in testa, dice Pogacar, i numeri sono esplosiQuando ieri Jorgenson è passato in testa, dice Pogacar, i numeri sono esplosi
Vingegaard ha detto che ieri ha avuto la migliore prestazione della sua vita. Cosa significa per te?
Penso che ieri tutti abbiamo assistito a una delle migliori esibizioni in salita di sempre. Anche per me, quando ho controllato i miei numeri, è stato davvero pazzesco. Soprattutto la parte in cui Matteo Jorgenson e Jonas sono andati in testa, sono stati i numeri più alti che abbia mai fatto nella mia carriera. E’ stato un grande giorno. E si capisce che Jonas è venuto qui preparato a lottare per la vittoria. Ieri finalmente hanno mostrato le palle e hanno colpito forte. Alla fine è stato uno sforzo totale, dal basso e fino alla cima. E’ stata una tappa pazzesca, davvero pazzesca.
Si è molto parlato del fatto che tu abbia battuto il record di Pantani.
Marco Pantani ha fatto la doppietta. Giro-Tour, penso che fosse l’anno in cui sono nato. Purtroppo in Italia Marco Pantani è il dio del ciclismo, ma personalmente non mi piacciono questi confronti. Ci sono quasi 30 anni di differenza, quindi non voglio pensare alla doppietta in termini di un confronto. Mi concentro ogni giorno per raggiungere l’obiettivo in giallo, senza pensare a queste cose.
Hai letto i commenti sui social media?
Ci sono sicuramente commenti negativi, me ne sono reso conto negli ultimi due anni. In nessuna situazione puoi piacere a tutti. Anche se fai tutto alla perfezione, ci sarà sempre qualcuno a cui qualcosa non piace. Per alcuni non va bene se non vinci, per alcuni non va bene se attacchi in quel chilometro. Ci sono venuto a patti. Sui social non seguo quasi nulla, ho persone che mi aiutano in questo, soprattutto su Instagram. Il mio Instagram è una parte di me, sembra piuttosto bello, ma non guardo troppo cosa succede, perché penso che i social network siano una specie di veleno in questo nostro mondo.
Quello che ha fatto la differenza negli utlimi anni , per Pogacar sono l’alimentazione, le gomme e le ruoteQello che ha fatto la differenza negli utlimi anni sono l’alimentazione, le gomme e le ruote
La prestazione di ieri a cosa ti fa pensare?
Il ciclismo si sta evolvendo davvero tanto. Quando sei anni fa sono arrivato in questa squadra, non voglio parlarne male, ma era tutto totalmente diverso. Se confronto quest’anno con il mio primo alla Vuelta, allora era quasi tutto dilettantistico, eppure pensavo che fosse molto professionale. Andiamo avanti così velocemente perché le squadre si spingono a vicenda con la tecnologia, la nutrizione, con i piani di allenamento, con i ritiri in altura. Penso soprattutto alla Visma contro UAE e Ineos. Alla Lidl-Trek e alla Soudal-Quick Step. Ci rincorriamo per raggiungere i nuovi limiti. E così ieri abbiamo assistito alla scalata più veloce mai vista. E penso che potremmo vedere qualcosa del genere ogni anno, perché tutti si concentrano così tanto sui dettagli, altri limiti cadranno. Si ragiona su ogni singolo grammo di cibo, dove puoi risparmiare sulla bici. Stiamo andando molto veloci e per me è davvero impressionante vedere come sono cambiate le cose negli ultimi sei anni della mia carriera.
Quali sono gli aspetti che più hanno cambiato le cose?
La nutrizione, per quanto mi riguarda. Sei anni fa, quando ho iniziato, era tutto incentrato sui carboidrati. A colazione si mangiava pasta in bianco, riso bianco e magari frittata. Adesso facciamo una colazione più normale come riso, porridge, fiocchi d’avena. Ancora frittata, pane, pancake e già penso questa piccola cosa faccia la differenza. Per cui non hai più bisogno di mangiare la pasta al mattino. Il cibo è ponderato per la colazione, per la tappa, per il dopo la tappa, per i tempi in cui hai bisogno di mangiare. Quando un anno dopo di me Gorka si è unito al team, il nostro nutrizionista, per me è stato molto difficile seguirlo. Devo dire che ci sono voluti circa quattro anni per iniziare a concentrarmi davvero sul suo piano, perché non è facile seguire mentalmente così tanto l’alimentazione. Questo è stato un grande cambiamento.
E sulle bici?
Ora sono molto più veloci. Penso che le gomme facciano la differenza più grande rispetto a quelle che avevamo sei anni fa, dieci anni fa. Le ruote, l’aerodinamica, i telai. E’ semplicemente incredibile quanto sia diversa la bici adesso rispetto a cinque anni fa.
Pogacar non conosceva molto bene Evenepoel: ora ha imparato ad apprezzarloPogacar non conosceva molto bene Evenepoel: ora ha imparato ad apprezzarlo
Ti abbiamo visto parlare più spesso di un tempo con Evenepoel: come è cambiato il vostro rapporto?
Quando lo guardavo in tv, sembrava un vero campione. Uno che non gliene frega niente di nessun altro, che ha sempre fatto le sue cose e vinceva davvero sempre tutto. Fra noi non abbiamo gareggiato quasi mai negli ultimi cinque, sei anni. E ora finalmente ci siamo trovati al Tour de France. Devo dire che in queste due settimane ho sviluppato tanto rispetto nei suoi confronti. Il modo in cui guida nel gruppo, non è nervoso, è davvero rispettoso verso tutti, per cui mi piace correre contro di lui. E’ un corridore di super classe.
Nell’ultima settimana ci sono più montagne che in qualsiasi altra settimana e poi la crono. Ti aspetti attacchi di Vingegaard?
Attaccherà di certo. Non penso che punteranno su entrambe le tappe, venerdì e sabato: penso che si concentreranno su una. Noi proveremo a fare la nostra gara, non credo che possano fare nulla di pazzesco. Siamo fiduciosi di poter andare al nostro ritmo e passare le montagne con quanti più corridori possibile, perché abbiamo una squadra super buona. Ma penso che sicuramente ci proveranno. Jonas ha detto che non rinuncerà alla lotta e penso che sia il giusto modo di pensare e parlare. Sarà una settimana dura in cui sicuramente vedremo molti fuochi d’artificio, da parte di tutti.
La tappa della Bonette può essere un ostacolo, vista l’altitudine e l’arrivo a Isola 2000?
Adoro il Col de la Bonette, è una salita super bella. L’ho fatta per la prima volta l’anno scorso ad agosto e mi è piaciuta. Amo quei passi sulle Alpi e poi la discesa verso Isola 2000, dove ci siamo allenati prima del Tour. Per cui non ho paura né apprensione e non vedo l’ora che quella tappa arrivi. La scalata a Isola 2000 è fantastica, simile a quella del Plateau de Beille. Invece la tappa di sabato è quasi la mia tappa di casa, direi che è la mia tappa di casa. Mi alleno molto su quelle salite. Le conosco molto bene e non vedo l’ora di trovarmi lì il prossimo fine settimana.
Vingegaard scatterà ancora, Pogacar gli sarà attaccato come un’ombraVingegaard scatterà ancora, Pogacar gli sarà attaccato come un’ombra
Che cosa ti fa paura?
Non so cosa temo di più, credo di non temere nulla. Ci sono ancora sei tappe da percorrere, prima di finire a Nizza con una cronometro davvero dura. Ovviamente non voglio ammalarmi o altro nell’ultima settimana, quindi proviamo a evitarlo. Nel complesso, sta girando molto Covid e molte malattie. Anche in salita, quando le persone sono così vicine, è difficile prevenirlo. Perciò, incrociamo le dita perché vada tutto liscio.
Ci sono corridori malati in gruppo?
Sembra di sì, Covid soprattutto. Il team di Aso ha provato a mettere le mascherine sui podi, dietro il podio e nelle zone con la stampa. Penso che più o meno tutti stiano sperimentando lo stesso Covid che ho avuto anche io prima del Tour. Era una lieve malattia, due giorni in cui mi sono sentito un po’ spento. Niente di veramente pazzesco. Qualcuno ha la febbre o qualcosa del genere, allora forse è meglio fermarsi.
Continui a escludere di andare anche alla Vuelta?
Manteniamo la percentuale del 99 per cento che non ci andrò quest’anno. Più probabile il prossimo.
Nel guardare la classifica dell’ultimo Sibiu Tour non bisogna lasciarsi ingannare. E’ vero, il vincitore è stato Florian Lipowitz, tedesco della Red Bull Bora Hansgrohe, ma al cospetto di questo e di altri team WorldTour, protagonista è stata anche la Petrolike e in particolare il suo leader Jonathan Caicedo, vincitore di una tappa e secondo nella classifica della montagna. Non contento, l’ecuadoregno ha anche colto un positivo 5° posto al successivo Giro dell’Appennino, confermando di vivere un particolare momento di forma.
Sin dagli esordi del team Petrolike, la presenza in esso di Caicedo era risultata abbastanza sorprendente, perché il sudamericano è a tutti gli effetti un corridore da WorldTour, che non sfigurerebbe in un grande giro, come cacciatore di tappe o tra i principali scalatori del gruppo. Eppure ha fatto una scelta controcorrente. Il manager del team Marco Bellini, da sempre vicino alle avventure in giro per il mondo di Gianni Savio, spiega da dove la sua scelta è nata.
La vittoria in solitudine nella terza tappa della corsa rumena, poi chiusa al 27° postoLa vittoria in solitudine nella terza tappa della corsa rumena, poi chiusa al 27° posto
«La Petrolike è nata con un programma quinquennale molto ambizioso, che entro il 2026 deve portare il team fra le principali Professional internazionali. Proprio in questi giorni stiamo stabilendo gli ulteriori passi da effettuare. Sin dall’inizio si era pensato di investire su due corridori sudamericani in grado di portare risultati, di spiccare per promuovere il marchio del team e il profilo di Caicedo, come quello del più giovane Camargo rispecchiava le nostre esigenze».
Caicedo chiaramente risulta quasi fuori contesto visto il suo valore, come ha accettato questa situazione?
Chiaramente c’è stato un discorso economico alla base, ma non solo. Sono due elementi di livello inusuale nell’attività del continente e si è visto nella portata e nel numero dei risultati portati a casa. Caicedo ha iniziato forte vincendo la Vuelta al Tachira, la Vuelta Bantrab, poi è stato protagonista al Giro di Colombia, fino al successo in Romania. Camargo ha avuto problemi fisici, ma ci aspettiamo molto da lui nella seconda parte di stagione.
Caicedo aveva iniziato il 2024 aggiudicandosi la Vuelta al Tachira, oltre alla quarta tappaCaicedo aveva iniziato il 2024 aggiudicandosi la Vuelta al Tachira, oltre alla quarta tappa
Quella rumena era corsa di una categoria superiore rispetto a quelle che avete affrontato…
Io, tra i vari team in cui ho militato, ci sono stato almeno sei volte e sapevo le sue caratteristiche, adatte ai nostri corridori. Ho notato però, rispetto al passato, come il livello generale sia più alto e come ormai sia un traguardo ambito anche dai team della massima serie, per questo i risultati ottenuti acquisiscono un valore maggiore. Caicedo nell’occasione ha confermato di essere uno scalatore di vaglia, come se ne vedono pochi in giro per le gare, di qualsiasi livello esse siano.
Allargando un po’ il discorso alla squadra, Caicedo è visto solo come un leader per conquistare punti o anche come un riferimento per i più giovani?
Domanda interessante che mi consente di fare un distinguo: l’obiettivo primario della Petrolike è essere uno strumento di crescita per i migliori prospetti messicani e consentire loro di trovare posto in grandi team. Per questo servono sì esempi, ma anche corridori in grado di insegnare ed è questo un elemento di discussione in questi giorni. Abbiamo bisogno di corridori che possano fare un po’ da “chioccia”, che abbiano sufficiente esperienza in questo mondo per insegnare ai talenti messicani, come ad esempio i due gemelli Prieto, appena vent’anni e tante possibilità.
Il Team Petrolike è nato quest’anno, ma ha grandi ambizioni già per il 2026Il Team Petrolike è nato quest’anno, ma ha grandi ambizioni già per il 2026
Come si stanno trovando i ragazzi al loro approccio europeo?
L’inizio non è stato facile perché nelle prime corse, in particolare Laigueglia e Croazia, hanno trovato tanto freddo al quale non erano abituati, uno sbalzo di temperatura che ha provocato bronchiti, raffreddori e un generale calo di condizione. Ora la situazione va molto meglio e i risultati lo stanno evidenziando.
La squadra ha un roster tutto centro-sud americano ma una dirigenza europea. E’ possibile che l’evoluzione della squadra passi per l’acquisizione di corridori del Vecchio Continente, magari italiani?
E’ proprio questo l’obiettivo: noi abbiamo un Caicedo che è un vincente, ma come detto prima ci serve chi stia più vicino ai giovani, svolga quel ruolo di “regista in corsa” che ci manca attualmente, per questo stiamo identificando 3-4 identikit di corridori europei che possano fare al caso nostro. Corridori che accettino di scendere di categoria abbracciando il nostro più che ambizioso progetto. Potrebbero anche essere italiani, perché no.
Per Andres Camargo un inizio stagione più difficile rispetto al connazionalePer Andres Camargo un inizio stagione più difficile rispetto al connazionale
Dove state cercando?
Un po’ dappertutto, ma dopo una scelta primaria per capire se i corridori prescelti facciano al caso nostro. E’ chiaro che deve essere gente che alla bisogna possa anche prendersi carico del team, finalizzare e portare risultati. Quel che conta è portarne qualcuno alla nostra causa, che abbracci il nostro progetto e voglia crescere insieme a noi.
GRUISSAN (Francia) – Tadej Pogacar si avvia a conquistare la doppietta Giro-Tour che in anni più recenti ha respinto campioni come Contador e Froome, in una sorta di rincorsa che ricorda quella di Cavendish al record di Merckx. Si legge stamattina che ieri lo sloveno e anche Vingegaard abbiano battuto e di parecchio il record di Pantani su Plateau de Beille e di certo altri record cadranno. I record sono fatti per essere battuti. Però allo stesso modo in cui si è stati molto cauti nel dire che Cavendish non sia stato grande quanto Merckx, si potrebbe fare la stessa considerazione nell’affiancare Pogacar a Pantani e a quelli che prima di lui fecero l’agognata doppietta: Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche, Indurain, Pantani.
Pogacar merita a pieno titolo di esser iscritto a questo club così esclusivo, come è probabile che la sua carriera alla fine sarà superiore a quella di molti di loro. Eppure voler a tutti i costi dipingere il prodigio con colori anche superiori a quelli che sfoggia suona un po’ pretestuoso. Tadej è un fenomeno, Vingegaard è un fenomeno, ma hanno attorno soltanto se stessi, in un duello che si protrae senza contraddittorio. Altri ottennero il loro primato nuotando in un mare pieno di squali. E’ sbagliato perseguire la sostituzione.
A Plateau de Beille, la prima vittoria di Pantani al Tour del 1998A Plateau de Beille, la prima vittoria di Pantani al Tour del 1998
Il record di Plateau de Beille
Pogacar ha scalato Plateau de Beille in 39’42” alla media di 23,800, iniziando la salita a tutto gas. Pantani impiegò 43’28”. Un risultato stupefacente, certo, che però non tiene conto del fatto che Marco fu fermato da Roberto Conti (leggete l’articolo pubblicato pochi giorni fa) per aspettare Ullrich, il suo avversario in maglia gialla, che aveva bucato. Per cui il tempo di scalata di Pantani è composto dai minuti necessari perché Ullrich si fermasse, aspettasse l’arrivo dell’ammiraglia, cambiasse bici e risalisse il gruppo che intanto non si era fermato. Già questo basterebbe.
Non è una questione di asfalti più veloci (le strade erano belle anche nel 1998), ma se volessimo guardare, potremmo parlare delle bici e ci sarebbe tanto da dire. La Bianchi con cui il romagnolo vinse il Giro e dopo il Tour era in alluminio, non aveva ruote ad alto profilo e in termini di aerodinamica non era certo al livello delle bici di adesso. Impossibile fare confronti.
Pantani non sapeva cosa fosse un powermeter e questo magari per colpa sua, refrattario com’era all’impiego di ogni tecnologia legata alla preparazione. Quando all’inizio del 1999 cercarono di imporgli l’uso del cardiofrequenzimetro, faceva di tutto per dimenticarlo a casa o in hotel. Non andava ad allenarsi in altura, gli bastava il Carpegna. E come spuntino dopo l’allenamento, mandava giù uno zabaione. Colpa sua anche quella: c’era già chi studiava la nutrizione come un fronte sensibile, ma di certo nel 1998 non c’erano le consapevolezze di oggi.
La sfida con Tonkov al Giro del 1998 tenne Pantani sulla corda sino alla fine. Non fu abbastanza fenomeno o il russo era un osso duro?La sfida con Tonkov tenne Pantani sulla corda sino alla fine. Non fu abbastanza fenomeno o il russo era un osso duro?
Fra Giro e Tour
Fu colpa sua anche il fatto che dopo il Giro non avesse alcuna intenzione di andare al Tour, per cui trascorse la sua bella decina di giorni in spiaggia e chissà cos’altro. Fu la morte di Luciano Pezzi a spingerlo verso la corsa francese. Nessuna ferrea pianificazione: quella apparteneva semmai a Ullrich e Riis, che sul Tour affrontato nel segno della scienza avevano costruito la loro storia. Nessuna altura per Marco e certamente per lui le fatiche del Giro furono superiori rispetto a quelle incontrate da Pogacar lo scorso mese di maggio.
Pantani dovette fronteggiare prima Zulle e poi Tonkov: due ossi molto duri. Il primo lo mise in croce all’inizio fino alla crono di Trieste. Il secondo lo sfidò fino a rischiare l’infarto nel giorno di Montecampione e poi nella crono finale di Lugano. Si avanzarono delle ipotesi assai brutte al riguardo: la fortuna di Pogacar è che nessuno dice contro di lui quello che un tempo era abituale dire su chi andava così forte. In questo il ciclismo è cambiato di molto, per fortuna: oggi si ha il diritto di vincere senza insinuazioni.
Il livello del Tour 2024 è vicino a quello del Tour 1998: i due rivali sono entrambi fortissimiIl livello del Tour 2024 è vicino a quello del Tour 1998: i due rivali sono entrambi fortissimi
Quali avversari
Nel Giro del 1998, che non ebbe giorni di riposo, Pantani chiuse la prima settimana 6° a 1’02” da Zulle. La seconda la chiuse 2° in classifica a 22” da Zulle. Concluse il Giro con 1’33” di vantaggio su Tonkov.
Nel Giro 2024, Pogacar ha concluso la prima settimana con 2’40” su Martinez. La seconda con 6’41” su Thomas. E ha concluso il Giro con 9’56” su Martinez.
La differenza fra i due è che Tadej è indubbiamente un fenomeno: Pantani non ha mai vinto la Liegi e nemmeno il Lombardia. Ma in quel ciclismo che faceva della specializzazione il suo punto di forza, Marco si ritrovò al Giro contro avversari che sapevano come si vincesse un Grande Giro. Fra gli avversari di Pogacar al Giro, tolti Thomas e Quintana ormai sul viale del tramonto, nessuno aveva mai vinto un grande Giro.
Il Tour del 1998, con un solo giorno di riposo, è invece molto più simile a quello attualmente in corso, con due fenomeni in testa, capaci di dominare il gruppo con superiorità disarmante. L’attacco di Ullrich all’indomani della sconfitta delle Deux Alpes somiglia tanto a quello condotto ieri da Vingegaard. Due fenomeni e dietro il vuoto. Si è tutti fenomeni, in attesa di uno più grande: la storia insegna questo. E allo stesso modo in cui i corridori degli anni Novanta fecero sentire piccini quelli del ventennio precedente, i fenomeni di oggi mettono in ombra quelli che li hanno preceduti.
All’indomani della batosta di Les Deux Alpes, Ullrich attaccò a testa bassaAll’indomani della batosta di Les Deux Alpes, Ullrich attaccò a testa bassa
E’ tutto relativo
Evviva Pogacar, campione assoluto. Evviva però anche Pantani, che ci fece sognare e per farlo dovette sfidare i giganti. Il resto sono chiacchiere da bar che ormai non attecchiscono più neppure sui social. So bene anche io che la Volvo elettrica con cui stiamo… correndo il Tour ha un’accelerazione migliore di certe auto da corsa del Novecento, ma non mi sognerei mai di dire di essere più veloce di Josè Manuel Fangio.
E comunque, giusto per non togliere interesse, il Tour è tutt’altro che finito. Mancano le Alpi e la crono finale. E sta iniziando a fare veramente caldo.
Uno dei particolari interessanti emersi dalla recente intervista fatta con Edoardo Zambanini è il cambio di preparatore: dal 2024 infatti lavora con Michele Bartoli. La crescita e i risultati ottenuti dal giovane trentino ci hanno spinto, incuriositi, a chiedere allo stesso preparatore toscano quali siano stati i passi fatti. E, ancora prima, che corridore abbiaa trovato. Un viaggio nel motore di Zambanini che silenziosamente si è guadagnato la stima e la considerazione della Bahrain Victorious (in apertura foto Charly Lopez).
«Ho trovato un corridore – racconta Bartoli – di grande qualità con prestazioni in costante crescita. Ha un’ottima capacità di assorbimento dei lavori grazie al suo motore sensibile. Questa qualità però richiede attenzione nei carichi di lavoro: Zambanini risponde bene, ma un errore può pesare tanto. Con lui ho sì un programma settimanale, ma nulla vieta di cambiarlo e di valutare modifiche a seconda dei valori mostrati. Questo approccio ce l’ho anche con tutti gli altri ragazzi che seguo».
La migliore qualità di Zambanini è il recupero, il che permette di fare lavoro più incisivi (foto Charly Lopez)Edoardo Zambanini, Bahrain Victorious (foto Charly Lopez)
Subito recettivo
Zambanini è partito forte nel 2024, con un terzo posto in classifica generale al Tour of Antalya. Non una gara di primo livello, ma in questa stagione la corsa turca ha mostrato il potenziale dei giovani italiani, tra i quali c’è anche Edoardo.
«La sua sensibilità alle modifiche e agli allenamenti – spiega – è un vantaggio perché si può lavorare a pieno regime fin da subito. Altri corridori hanno bisogno di tre o quattro settimane, Zambanini no. La freschezza è un grande vantaggio, sicuramente, ma lo è anche la giovane età. Lui ogni anno cresce e ha una base sempre più solida sulla quale costruire la stagione».
Il Tour of Antalya ci ha mostrato il potenziale dei giovani italiani: da sinistra Pinarello, Piganzoli e ZambaniniIl Tour of Antalya ci ha mostrato il potenziale dei giovani italiani: da sinistra Pinarello, Piganzoli e Zambanini
Qual è la qualità migliore che possiede?
Il recupero, senza dubbio. “Zamba” reagisce bene ai carichi di lavoro e li assorbe in maniera ottima, ciò gli permette di allenarsi con maggiore insistenza e avere quindi un miglioramento maggiore. Ha iniziato la stagione il 31 gennaio ed è andato forte fino al campionato italiano, il 23 giugno. Il tutto senza un periodo importante di recupero, gli bastano pochi giorni.
Atleticamente che ragazzo hai trovato?
Sinceramente penso sia giovane e su ragazzi di questa età se le qualità ci sono arrivano da sole, serve lavorare bene ma arrivano. Penso sia completo può far bene nelle Classiche e nei grandi Giri. Con il passare dei giorni, grazie al grande recupero che ha, diventa sempre più forte. Infatti al Giro è stata una pedina importante per Tiberi in montagna.
Il corridore trentino è stato un valido aiutante per Tiberi al Giro d’ItaliaIl corridore trentino è stato un valido aiutante per Tiberi al Giro d’Italia
Quindi non avere lavorato su determinate caratteristiche.
Con corridori così giovani non capisci mai definitivamente quale possa essere il punto di arrivo. Si devono curare tutte le qualità, poi è il primo anno che lavoriamo insieme e ho spinto su tutti gli aspetti: salita, cronometro e volate.
Però un minimo di idea te la sarai fatta…
Non è un velocista e questo è indubbio. Ma ha uno spunto veloce notevole, ai Paesi Baschi è arrivato secondo dietro Hermans. Sono convinto che avrebbe potuto vincere se si fosse piazzato meglio nel lanciare la volata, era partito troppo dietro.
Quest’anno ha fatto un calendario impegnativo, cosa che può averlo aiutato a crescere, tu con la squadra ne avevi parlato?
Un pochino si concordano le gare, ma sono i team manager a fare i calendari. Poi Zambanini è emerso e ha fatto vedere cose buone. Da lì la squadra lo ha richiesto maggiormente, è un fatto di dinamiche interne. E’ ovvio che quando hai un giovane che cresce tanto e migliora lo porti alle gare.
Ha iniziato a correre presto e le sue prestazioni sono rimaste ottime fino al campionato italianoHa iniziato a correre presto e le sue prestazioni sono rimaste ottime fino al campionato italiano
Dinamiche che arrivano anche correndo da protagonista, cosa che ha chiesto alla squadra.
La Bahrain ha capito che Zambanini è un ragazzo di qualità, lo tengono in considerazione. Non dubito che in questa seconda parte di stagione potrà ritagliarsi più spazio. Tanto dipenderà dal suo rendimento una volta tornato alle corse, ma sta lavorando bene. Da sabato è in ritiro al Pordoi con il team.
Come avete impostato il lavoro per questa seconda parte di stagione?
Partiremo ancora dal basso, un po’ per ricostruire la condizione. Poi vedremo come andare avanti in base alle risposte che arriveranno.
Rileggiamo con Fusaz, nuovo allenatore di Tiberi, le prime uscite del 2026. I passi avanti e i pnti da migliorare. E una certezza: il bello deve ancora venire
Dyklan Teuns vince la Freccia Vallone dopo un testa a testa con Alejandro Valverde, all'ultima recita. Lo spagnolo si arrende solo nel finale. Terzo Vlasov
IL PORTALE DEDICATO AL CICLISMO PROFESSIONISTICO SI ESTENDE A TUTTI GLI APPASSIONATI DELLE DUE RUOTE:
VENITE SU BICI.STYLE
bici.STYLE è la risorsa per essere sempre aggiornati su percorsi, notizie, tecnica, hotellerie, industria e salute
PLATEAU DE BEILLE (Francia) – Seduto in ammiraglia in attesa dell’evacuazione generale, Rolf Aldag ricompone i pezzi di una tappa che ha visto in fuga quattro dei sei corridori della Red Bull-Bora-Hansgrohe rimasti in gara (in apertura Jai Hindley). Per il team che aveva investito su Roglic perché diventasse il… terzo uomo, si è trattato di un atterraggio piuttosto pesante. Dopo aver perso il Tour del 2020 nell’ultima crono, lo sloveno non ne ha più finito uno. Sempre una caduta a rimandarlo a casa. Così anche nella Vuelta del 2022, al punto di farsi qualche domanda sul perché. Se sia per l’abilità in sella, il posizionamento in gruppo o una sfortuna cronica come raramente ci è stato dato di vedere.
Visto che il tempo non manca, con il capo dei tecnici della squadra iniziamo un viaggio nei giorni più recenti: quelli successivi alla caduta di Roglic. Aprendo prima una breve parentesi: c’era anche lui quassù il 22 luglio del 1998, quando Pantani per la prima volta in quel Tour piegò il suo capitano Ullrich in maglia gialla. Aldag aveva allora 30 anni, oggi ne ha 55 e adesso racconta.
«Ci sono voluti due giorni per ridefinirci – spiega – trovare nuovi obiettivi e poi andare avanti, perché il Tour merita molto rispetto come gara. E penso anche che per il lavoro svolto dai ragazzi in altura, i giorni e i mesi che trascorrono lontani dalla famiglia, valga la pena provare qualcosa. Non è facile, ma vale la pena provarci».
Roglic non riparte: Aldag si sottopone alle domande dei giornalisti che chiedono aggiornamentiRoglic non riparte: Aldag si sottopone alle domande dei giornalisti che chiedono aggiornamenti
Come hai vissuto il giorno in cui Roglic è caduto?
Era vicino al traguardo. C’è sempre molta tensione in macchina e penso anche in bici. Di colpo l’ho visto cadere e quando è così, non va mai bene. Si vedeva subito che fosse un brutto incidente, per cui ero lì che speravo per il meglio. Quando però ho visto che c’è voluto del tempo per rialzarsi e ripartire, allora nella mia testa hanno iniziato a prendere forma tutti i tipi di scenario.
A cosa hai pensato?
Come prima cosa, ovviamente, ho sperato che stesse bene. A quel punto non era tanto una questione di tempo perso in classifica, ma riguardava davvero la persona. Speravo che non stesse soffrendo troppo, l’unica cosa che avesse importanza. Non era rilevante invece che perdesse 2-3 minuti.
Anche Sobrero verso Plateau de Beille ha recitato la sua parte: con Roglic avrebbe fatto un gran TourAnche Sobrero verso Plateau de Beille ha recitato la sua parte: con Roglic avrebbe fatto un gran Tour
Hanno detto che quel tratto fosse pericoloso.
Penso che non abbia senso iniziare adesso il gioco delle colpe. E’ un po’ come se mi chiedessi quanto sia difficile per gli organizzatori creare i percorsi. Se vuoi finire in un centro città, cosa che penso piaccia a tutti, come ci arrivi? Devi prendere una strada e adesso le strade sono costruite per rendere il traffico più sicuro. Avere isole spartitraffico va bene per 364 giorni all’anno, fanno davvero qualcosa di buono per il traffico. Ma per quel solo giorno del Tour de France non vanno bene. Quindi non è facile, ma non direi che sia stata una colpa di ASO. Penso che facciano del loro meglio.
Hanno parlato di segnalazioni imperfette.
Qualcuno ha detto anche questo, ma in realtà non è che qualcuno ci sia finito contro. Penso che, sfortunatamente, Lutsenko fosse già da una parte. Poi gli si è impuntata su quel cordolo la ruota anteriore ed è caduto dall’altra parte. Dovremmo sempre cercare la strada più sicura, non c’è dubbio, ma penso sia quello che fanno oggi.
Oggi Hindley e Sobrero in fuga nel finale: il programma per i prossimi sette giorni è questo?
Per un momento abbiamo avuto quattro ragazzi in fuga dei sei corridori rimasti in gara. Quindi penso che l’hanno interpretata in modo molto offensivo e aggressivo ed è quello che volevamo fare. Voglio dire, se aspettiamo il momento in cui oggi attaccherà Vingegaard, non vinceremo mai nulla. Questo è molto chiaro. Quindi cerchiamo di ottenere il meglio, mantenendo uno stato d’animo e un atteggiamento positivi. Ed è quello che hanno fatto i ragazzi oggi.
Nico Denz ha preso parte alla fuga, con il progetto di lanciare HindleyNico Denz ha preso parte alla fuga, con il progetto di lanciare Hindley
La fuga di oggi era pianificata oppure è venuta da sé?
Era tutto organizzato per lanciare Jai Hindley. Ad esempio, Nico Denz era lì, certamente non alla sua ruota, ma dando tutto per guadagnare vantaggio e far decollare la fuga. Poi Matteo (Sobrero, ndr) ha fatto ponte e si è ritrovato in fuga con Hindley e Bob Jungels. Nella vallata prima del finale si stavano assolutamente sacrificando per dare a Hindley un vantaggio consistente. Quindi ho grande rispetto per il lavoro che hanno svolto.
La decisione di fermare Primoz Roglic è stata presa dai medici, oppure è servito a salvargli le Olimpiadi?
No, noi come squadra non siamo realmente interessati alle Olimpiadi, ma siamo interessati alla salute della nostra gente e penso che questa abbia la priorità. Non conosco nemmeno la situazione delle Olimpiadi, non ho visto l’elenco con i nomi, ma per noi non era proprio questo l’obiettivo. Olimpiadi o no, per noi l’obiettivo era il Tour e ora è riaverlo sulla bici. Tenete presente anche quello che è successo dopo il suo incidente…
Jungels fra i più attivi della tappa di ieri per lanciare Hindley verso l’ultima salitaJungels fra i più attivi della tappa di ieri per lanciare Hindley verso l’ultima salita
Cosa?
C’è stata una giornata intensa con vento di traverso, in cui devi avere tutta la concentrazione. Devi avere l’interruttore acceso e un corpo pronto. E con lui non era proprio così, perché rischiare? Non si trattava davvero di programmi futuri o altro. Penso che a Primoz e al suo team, a tutti noi il Tour sia piaciuto così tanto, che faremo qualsiasi cosa possibile per rimanerci.
E’ stato già fatto un programma per Roglic?
Non ancora, non siamo ancora in quella fase. Sono felice che adesso abbia un po’ di tempo con la sua famiglia. E penso che sia importante non prendere decisioni affrettate. In ogni caso, è importante anche per lui superare la delusione, avere un po’ di lucidità e poi cercare nuovi obiettivi. Ma ripeto: non è questo il momento.
PLATEAU DE BEILLE (Francia) – Le ha prese anche oggi, ma Vingegaard dimostra di avere due attributi grossi così. Sarebbe potuto restare passivo, pensando a difendersi. Invece ha fatto tirare la squadra per tutto il giorno. E quando a 10,5 chilometri dalla fine Jorgenson ha dato l’ultima strappata, il danese ha attaccato. Niente a che vedere con le “aperture” dello scorso anno, ma ha comunque chiamato Pogacar allo scoperto, anche se alla fine ha dovuto cedergli 1’08”. Per definire la differenza di livello fra Giro e Tour, basti osservare che alla fine della seconda settimana del Giro, Tadej aveva già 6’41” su Thomas. Qui il suo margine su Vingegaard è ora di 3’02”. Sempre tanto, ma pur sempre la metà.
Jonas arriva e sembra ben disposto. Noi indossiamo tutti la mascherina per disposizione del Tour. La sua grande educazione in certi giorni ti incanta, al confronto con altri sportivi sconfitti che rifiutano di parlare o lo fanno con tono risentito.
Nonostante il passivo di 1’08”, Vingegaard si dice soddisfatto della sua prova. E il Tour è ancora lungoNonostante il passivo di 1’08”, Vingegaard si dice soddisfatto della sua prova. E il Tour è ancora lungo
Ti ha fatto tanto male?
In realtà penso di aver fatto la prestazione della vita sull’ultima salita. Per cui posso essere super felice e orgoglioso di come ho corso, di come ha corso la squadra. Tadej è stato semplicemente molto meglio, quindi congratulazioni a lui. Oggi pensavo di poterlo battere, avevo ancora delle speranze, ma ha dimostrato quanto è forte. Io sono andato al top e lui ha guadagnato un minuto? Merita di vincere.
Come dire che sei pronto ad arrenderti?
Se riesce a mantenere questo livello sino in fondo, arrivare secondo non sarebbe un disonore. Ora non ho niente da perdere, sono un po’ nel mezzo, per così dire, e attaccherò ancora. Penso ancora di poter vincere, anche se sembra difficile. Può ancora avere una brutta giornata, lo abbiamo visto negli ultimi due anni (nel 2022 e nel 2023, in occasione dei due attacchi di Jonas, Pogacar perse più di 3 minuti in un solo colpo, ndr). Quindi penso che dobbiamo sperare in questo e lavorare perché accada. Non me ne andrò da questo Tour senza averci provato sino in fondo.
E’ sembrato che quando hai attaccato, lo stessi guardando. Volevi studiarlo?
Non stavo guardando indietro, stavo solo cercando di fare il massimo che potevo. E ho attaccato. Da quel momento ho spinto il più forte possibile fino al traguardo. Questo era un piano studiato da mesi, questa tappa andava corsa così. E non ho avuto dubbi, anche se ieri è andata come sapete. Abbiamo una buona strategia e negli ultimi due anni ha funzionato. Sappiamo che posso sopportare grandi fatiche e potrei farlo anche quest’anno.
Si pensa che potrai crescere, ne sei convinto anche tu?
Se ho fatto davvero la migliore prestazione della mia vita, non so se sia possibile crescere ancora. Il Tour si vince gestendo le giornate di crisi e non calando di condizione. Io penso di poter restare a questo livello sino in fondo. Vedremo alla fine.
Passivo pesante per Ciccone: 6’29”. In classifica resta 8°, ma a 15’48”Prosegue il Tour della scoperta per Evenepoel. Il belga è terzo a 5’19”.E’ il 14 luglio, Festa nazionale francese. Le strade sono invase dal pubblicoPassivo pesante per Ciccone: 6’29”. In classifica resta 8°, ma a 15’48”Prosegue il Tour della scoperta per Evenepoel. Il belga è terzo a 5’19”.E’ il 14 luglio, Festa nazionale francese. Le strade sono invase dal pubblico
Tadej terrà questo livello?
Il parcheggio dei team ha facce diverse. I pullman sono a valle, a Les Cabannes, per cui i corridori hanno ricevuto i loro bei fischietti e stanno scendendo. Arthur Van Dongen, direttore sportivo con Niermann della Visma Lease a Bike, era abituato a commentare altre situazioni. Finisce di scrivere un messaggio, mette su la mascherina e poi risponde.
«Visto come è andata la gara – dice – penso sia chiaro quale piano avessimo. Dare il massimo tutto il giorno e rendere la gara più dura possibile. Abbiamo fatto un lavoro molto, molto buono. Abbiamo ammazzato tutti. A inizio salita i corridori di classifica si sono staccati subito. Ci sono stati subito distacchi importanti. Solo un corridore ci è stato superiore e ha fatto nuovamente la differenza. Jonas si sente bene e noi abbiamo ancora fiducia in lui. Sappiamo che nell’ultima settimana possono succedere molte cose. Non rinunciamo a combattere, ma dobbiamo essere realistici. Ci sono ancora montagne e una crono. Diversa dallo scorso anno, come diversi sono l’avvicinamento di Jonas al Tour e la forma di Pogacar. Tadej ora è fortissimo, aspettiamo di vedere se rimarrà a questo livello».
Terza tappa per Pogacar in questo Tour. Oggi vantaggio di 1’08” su VingegaardDopo l’arrivo, Pogacar ha avuto bisogno di respirare. Si è versato una bottiglia sulla testa e poi è andato al podioSull’attacco manubrio, passo dopo passo, cosa mangiare: così Pogacar è certo di non sbagliareTerza tappa per Pogacar in questo Tour. Oggi vantaggio di 1’08” su VingegaardDopo l’arrivo, Pogacar ha avuto bisogno di respirare. Si è versato una bottiglia sulla testa e poi è andato al podioSull’attacco manubrio, passo dopo passo, cosa mangiare: così Pogacar è certo di non sbagliare
Il miglior Pogacar di sempre
Gianetti invece non sta nella pelle. Il Team principal del UAE Team Emirates si è fatto il giro di tutti i microfoni e adesso ragiona con calma sullo show cui abbiamo appena assistito. E poi, con una punta di saggezza, invita a mantenere la calma.
«Avevamo visto la sua crescita già da quest’inverno – spiega – poi ha fatto un gran Giro d’Italia e soprattutto una bellissima preparazione per questo Tour. Chiaro che vedere la sua differenza in questo momento con il resto degli avversari è bello. Credo davvero che sia il miglior Tadej di sempre, ma questo non deve farci abbassare la guardia. Tre minuti sono un bel vantaggio, ma la settimana finale di questo Tour de France è veramente molto impegnativa, ci saranno tante difficoltà. Oggi non abbiamo dovuto lavorare, ma pur rimanendo a ruota, è stato un giorno duro. Quindi è chiaro che ci sarà il lavoro da parte delle squadre e degli altri corridori che proveranno a migliorare la loro classifica.
«Sarà una settimana molto impegnativa, sia sotto l’aspetto fisico che mentale. Io non ho mai fatto Giro e Tour nello stesso anno, non posso neanche immaginare cosa sia. E’ qualcosa che va al di là dell’immaginazione, però questo è l’obiettivo e non l’abbiamo ancora raggiunto».
Attacco secco a 36 chilometri dall'arrivo e Tadej Pogacar si invola verso il primo Lombardia. Con lui Masnada, che nulla può allo sprint. Una grande corsa
L’AQUILA – «Dai Giorgia, pronostico secco: chi vince il Giro Women?». «Elisa Longo Borghini, la squadra di Lotte non riuscirà a controllare la fuga ed Elisa nell’ultimo chilometro non si farà staccare neanche se dovesse rimetterci la vita».
È iniziata così la nostra ultima tappa. Questa mattina ai bus avevamo incontrato la diesse della Human Powered Health, appunto Giorgia Bronzini, come sempre ficcante e decisa. Il suo era stato un pronostico perentorio. E soprattutto giusto.
La tappa finale va a Kimberley Le Court, delle Mauritius, davanti ad Edward e KochAncora paesaggi superbi e grande caldo nella Pescara – L’AquilaIl podio finale del Giro: 1ª Elisa Longo Borghini, 2ª Lotte Kopecky a 21″, 3ª Neve Bradbury a 1’16”. Bradbury ha vinto la maglia bianca. Kopecky quella rossaLa classifica a squadre è andata invece alla Liv – AlUla JaycoLa tappa finale va a Kimberley Le Court, delle Mauritius, davanti ad Edward e KochAncora paesaggi superbi e grande caldo nella Pescara – L’AquilaIl podio finale del Giro: 1ª Elisa Longo Borghini, 2ª Lotte Kopecky a 21″, 3ª Neve Bradbury a 1’16”. Bradbury ha vinto la maglia bianca. Kopecky quella rossaLa tappa finale va a Kimberley Le Court, delle Mauritius, davanti ad Edward e KochAncora paesaggi superbi e grande caldo nella Pescara – L’AquilaIl podio finale: 1ª Elisa Longo Borghini, 2ª Lotte Kopecky a 21″, 3ª Neve Bradbury a 1’16”. Bradbury ha vinto la maglia bianca. Kopecky quella rossaLa classifica a squadre è andata invece alla Liv – AlUla Jayco
Alta tensione
Non poteva finire diversamente questo Giro d’Italia Women. Non si poteva perdere per un secondo. Forse per una sorta di contrappasso, forse di orgoglio o semplicemente per una questione fisica, le cose si sono invertite.
Ieri Lotte Kopecky sul Blockhaus ha fatto la scalatrice e oggi Elisa Longo Borghini ha fatto la finisseur. Da preda a predatrice.
Oggettivamente nessuno si aspettava una Kopecky tanto forte in salita. Non è il suo terreno e magari oggi ha pagato qualcosa in termini di brillantezza.
Anche il clan di Lotte non si aspettava di arrivare al via dell’ultima tappa con questa classifica. «È stata una sorpresa per noi, avevamo altri piani. E oggi abbiamo la nostra tattica», ci aveva detto Elena Cecchini, compagna dell’iridata.
Su carta le atlete della Sd Worx ieri erano arrivate nelle retrovie sfruttando al tutto il tempo massimo. Ed era lecito immaginarsele più fresche quest’oggi. E tutto sommato ci erano anche riuscite.
Il contrario del Blockhaus: oggi è stata Longo Borghini a marcare la ruota di KopeckyIl contrario del Blockhaus: oggi è stata Longo Borghini a marcare la ruota di Kopecky
Orgoglio e gambe
Al contrario Elisa si è caricata di orgoglio. L’orgoglio della campionessa che non si dà per vinta e la sua frase di ieri: «Non è finita fin quando non è finita», è quanto mai calzante.
Eppure proprio ieri sera qualche dubbio le era venuto. Ed è normale: dove si batte un’atleta che vince le volate di gruppo, va forte sugli strappi e persino sulle grandi salite? Anche Jacopo Mosca, marito di Elisa, oggi sull’arrivo de L’Aquila, ammette che per la prima volta dall’inizio del Giro Women l’aveva sentita meno sicura.
«Però stamattina – ha detto il compagno e collega della Lidl-Trek – quando sono arrivato e l’ho vista scendere dal bus era già un’altra. Aveva un altro sguardo». Merito probabilmente anche della mental coach Elisabetta Borgia.
Dopo averle dato supporto da lontano, Jacopo Mosca ha raggiunto la sua Elisa. E nel finale un abbraccio fortissimoL’assalto di fotografi e tv. Era dal 2008 (Fabiana Luperini) che un’italiana non vinceva il Giro WomenGaia Realini le è lettaralmente saltata saltata in braccio!Dopo averle dato supporto da lontano, Jacopo Mosca ha raggiunto la sua Elisa. E nel finale un abbraccio fortissimoL’assalto di fotografi e tv. Era dal 2008 (Fabiana Luperini) che un’italiana non vinceva il Giro WomenGaia Realini le è lettaralmente saltata saltata in braccio!
Come Bugno
Elisa Longo Borghini vince dunque il Giro d’Italia Women e lo fa da padrona assoluta. In testa dalla prima all’ultima tappa, come Gianni Bugno nel 1990.
Ma non è stato tutto facile. «Nella tappa di Toano – racconta Elisa – ho sofferto moltissimo il caldo. Negli ultimi 300 metri avevo i brividi. Dopo l’arrivo volevo vomitare. E’ stata dura. Ma poi mi sono ripresa bene».
Elisa si è goduta l’abbraccio e l’urlo de L’Aquila. Il suo contrattacco a 300 metri ha letteralmente messo a sedere Lotte Kopecky, che infatti poi ha mollato e ha perso ben 20” su questo ennesimo arrivo duro.
I chilometri finali sono stati da batticuore. Un’attesa estenuante. Il gruppo delle big che va piano, Longo Borghini che attende l’affondo di Kopecky. Era anche una sfida di nervi.
«Stranamente – ha spiegato Elisa – mi sentivo molto tranquilla. Tutto quello che dovevo fare l’avevo fatto. Avevo lasciato le emozioni i pensieri fuori di me e la squadra mi aveva messo nelle migliori condizioni possibili. Io dovevo solo non perdere un secondo da Lotte. Solo a quello pensavo».
Dopo l’arrivo Kopecky non era il ritratto della felicitàDopo l’arrivo Kopecky non era il ritratto della felicità
Lotte amara
«Perdere così è amaro – dice Kopecky – noi come squadra abbiamo corso benissimo. Fisher-Black ha dato il 200 per cento. Ma non capisco perché nel finale ci fossero squadre con due o tre atlete e non ne abbiano messa neanche una a tirare. In questo modo poi si sarebbero giocate la vittoria di tappa. Negli ultimi 10 chilometri mi sembrava di avere tutto il gruppo contro.
«Nel finale quando Elisa mi ha affiancato sapevo che era finita. Ovviamente volevo vincere il Giro, ma penso che quello che ho fatto ieri(sul Blockhaus, ndr) per me sia stata già una specie di vittoria».
Un affondo quello della piemontese che ha fatto crollare i nervi della belga. Jacopo Mosca però era fiducioso di un contrattacco di Elisa, forse perché conosce la determinazione della moglie meglio di chiunque altro.
L’urlo, la potenza, lo sfogo: Kopecky staccata, il Giro è di Elisa Longo BorghiniL’urlo, la potenza, lo sfogo: Kopecky staccata, il Giro è di Elisa Longo Borghini
La forza di Elisa
Una determinazione che viene da lontano. Certi momenti, come quello dopo l’aver vinto un Giro d’Italia, sono fatti anche per fermarsi un attimo e guardarsi indietro.
«Io auguro a tutte le bambine di avere un papà come il mio – racconta con un filo di commozione Elisa Longo Borghini – lui, e anche mio fratello, non mi hanno mai posto limiti. Mi hanno sempre aiutato, supportato, spronato. Mio papà, che mi ha messo in bici, mi diceva che sarei diventata forte e che avrei vinto tante corse. Io pensavo: “Ma cosa dice, sto solo andando in bici”. E invece… Bisogna crederci, crederci sempre».
Come quando nel 2018 dopo l’ennesima difficoltà Elisa stava per rimettere in discussione tante cose, tra cui il ciclismo stesso. Ma arrivò una telefonata.
«EraLuca Guercilenache mi diceva del progetto Trek-Segafredo che poi è divenuto Lidl-Trek. Se oggi sono qui, se indosso questa maglia – fa una pausa e si guarda la maglia rosa con passione – è anche grazie a lui. In tanti momenti difficili lui c’è stato. Ecco dunque, auguro a tutti di avere attorno le persone giuste».
Elisa Longo Borghini riconquista la maglia tricolore della crono, lasciando indietro Guazzini e Cavalli. Tre Fiamme Oro sul podio. E adesso il Giro d'Italia
Le ragazze della Uno-X Mobility, formazione WorldTour femminile, sono in ritiro per preparare la seconda parte della stagione. Si trovano a Livigno e lavorano sodo per arrivare pronte prima al Tour de France Femmes. Da lì si aprirà lo scenario sugli impegni che porteranno le atlete al finale di stagione. Tra loro c’è Maria Giulia Confalonieri, la classe 1993 brianzola è al secondo anno nella formazione norvegese.
«Diciamo – racconta Confalonieri che le fatiche che stiamo facendo ora in altura sono propedeutiche, per quanto mi riguarda, al Tour de France Femmes. Il fatto che la squadra sia venuta in Italia è bello ma soprattutto comodo. Anche se va detto, è difficile trovare un posto come Livigno in tutta Europa. Qui si sta in alto ma non manca la pianura, la piana di Livigno è un perfetto luogo per allenarsi su vari aspetti, tra cui la cronometro.
Maria Giulia Confalonieri insieme a Giacomo Conti, fondatore di GICO LabMaria Giulia Confalonieri insieme a Giacomo Conti, fondatore di GICO Lab
Dettagli ultimati
Anche per Confalonieri è il momento degli ultimi ritocchi e dei dettagli, tra i quali c’è stata anche una visita a Giacomo Conti, biomeccanico fondatore del negozio GICO Lab.
«Abbiamo lavorato proprio sulla bici da crono – spiega – il team ci ha fornito il nuovo mezzo, che i ragazzi usano già dal 2023, e sono dovuta andare a sistemare alcuni dettagli. Giacomo mi è stato parecchio utile per rientrare nei paletti imposti dall’UCI. Le misure le avevo già da inizio anno, cambiavano dei piccoli particolari e così Giacomo Conti mi ha aiutato a mettere a punto la posizione. E’ importante lavorare sulla bici da cronometro, anche se non sono una specialista. Tuttavia prima in Germania e poi al campionato italiano ho fatto tanti chilometri nelle prove contro il tempo. Anche al Tour ci sarà una cronometro, quindi meglio arrivare pronta. La parte critica è sempre abituare il collo, la schiena e i glutei alla posizione aerodinamica. Anche se non è estrema, visto che non cerco troppo la prestazione, adattarsi richiede tempo e chilometri».
Al campionato italiano Confalonieri è tornata a disputare una cronometro dopo più di tre mesiAl campionato italiano Confalonieri è tornata a disputare una cronometro dopo più di tre mesi
In laboratorio
Ecco che così Confalonieri si è messa nelle mani di Giacomo Conti per sistemare e ricalibrare la posizione in bici. Sono stati fatti diversi passaggi, alcuni delicati e altri di routine.
«La parte più critica – racconta con una risata il biomeccanico – è stata quella di recuperare le regole UCI per la posizione a cronometro. Ogni anno cambiano e si modificano ed è difficile trovare quelle aggiornate. Ho dovuto anche mandare una mail all’UCI stessa ma senza risposta. Una volta reperite siamo partiti insieme a Confalonieri nel capire i suoi obiettivi a cronometro. Ho preso le misure antropometriche: cavallo, altezza, busto, ecc. Poi una volta prese l’ho fatta salire in bici ed è stata eseguita una video analisi sulla pedalata. In modo tale da capire gli angoli e come ottimizzarli. Mi sono concentrato in particolare sull’estensione del ginocchio e del gomito, così da capire che lavoro fare sulla sella».
Al Lotto Thuringen Ladies Tour Confalonieri ha corso la sua cronometro più lunga del 2024: 31,5 chilometriAl Lotto Thuringen Ladies Tour Confalonieri ha corso la sua cronometro più lunga del 2024: 31,5 chilometri
E’ stato difficile trovare il giusto equilibrio?
Bisogna oscillare tra la ricerca della performance e le regole imposte dall’UCI. A volte vorresti avanzare la sella ma non è possibile seguire fino in fondo l’ergonomia dell’atleta. Nel caso di Confalonieri siamo arrivati proprio al limite dei 5 centimetri imposto dall’’UCI tra l’avanzamento della sella e il movimento centrale.
Avete lavorato anche sulle prolunghe? Ormai famose per essere difficili da sistemare?
Sì, ci siamo messi a calibrare bene l’angolo e l’altezza rispetto alla sella. Perché l’UCI impone tre step legati all’altezza dell’atleta: meno di 180 centimetri, tra 180 e 190 e superiore a 190 centimetri. Però ogni fisico è diverso, quindi due corridori alti uguali avranno misure diverse e per ognuno di loro bisogna lavorare sulla posizione per rimanere nelle regole imposte.
L’ultimo step che hai effettuato su Confalonieri qual è stato?
L’analisi della pedalata, per controllare la spinta e come viene gestita dall’atleta. Utilizzo dei rulli Elite che hanno un sensore che legge la spinta effettuata sui pedali e ne evidenzia le differenze così da trovare eventuali scompensi. Diciamo che una volta sistemato l’atleta bisogna controllare la conformità della pedalata.