Una mostra di maglie gialle. Il tributo di Bettini al Tour

14.07.2024
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Il passaggio del Tour de France a San Marino è stato festeggiato anche attraverso una mostra fotografica dedicata alla Grande Boucle, autore il “nostro” Roberto Bettini, collega con il quale abbiamo condiviso una vita di trasferte in giro per il mondo e che attraverso la sua agenzia fornisce gran parte delle foto che trovate sul nostro sito. Bettini è la perfetta incarnazione dell’uomo che ha fatto della sua passione un lavoro, non perdendone nel corso degli anni neanche un’oncia.

Una rassegna di campioni e protagonisti per un solo giorno, accomunati dalla maglia gialla
Una rassegna di campioni e protagonisti per un solo giorno, accomunati dalla maglia gialla

La storia attraverso i leader

La sua mostra ha una particolarità, legata al tema scelto: per identificare il Tour ha deciso di proporre solo ed esclusivamente foto delle varie maglie gialle indossate nel corso degli anni. La storia della corsa attraverso i suoi leader, da chi ha vinto più edizioni consecutivamente a chi magari l’ha indossata solo per un giorno, conservandone quel ricordo per tutta la vita.

«Niente più di quella maglia è il manifesto, l’icona del Tour – spiega così la sua scelta Bettini – non a caso tutto è giallo e lo si è visto anche nelle varie località italiane toccate dal suo passaggio. Era la prima volta che avveniva una cosa del genere da noi e bisognava darle il giusto peso, il problema era scegliere qualcosa che fosse immediatamente identificativo. A San Marino avevano pensato di fare un chilometro tutto giallo, ma avere i permessi (anche lì era tempo di elezioni) era difficile. Così abbiamo scelto la strada della mostra delle maglie gialle, un simbolo che porti appresso tutta la vita».

L’ampio locale che ha ospitato la rassegna fotografica di Roberto Bettini
L’ampio locale che ha ospitato la rassegna fotografica di Roberto Bettini
Quanti Tour hai vissuto in prima persona?

Tutti dal 1991 fino al 2014, poi ho passato la mano a mio figlio, tramite lui mi sono sempre sentito parte della carovana, anche perché ogni anno qualche tappa l’ho comunque vissuta in prima persona. Facendo il conto ho seguito in moto più di 500 tappe in Francia e in giro per l’Europa e ho vissuto sulla mia pelle l’evoluzione, il cambiamento profondo che questo mondo ha vissuto e vive ancora adesso.

Rispetto a quando hai iniziato a seguirlo, quant’è cambiato l’ambiente dal tuo punto di vista?

Profondamente. E’ molto più difficile lavorare oggigiorno, ci sono tante regole da seguire, tanti mezzi in più ma paradossalmente molte meno moto a nostra disposizione. Inoltre prima ci si poteva muovere meglio in mezzo al gruppo, oggi devi chiedere permesso ai regolatori e quando ti arriva, magari il momento buono è passato. Le foto oggi sono molto più frutto di fortuna per trovare l’attimo giusto. D’altronde normalmente trovi 2 moto per l’acqua, 4 per i regolatori, poi le Tv senza considerare i mezzi per i vip. Le ammiraglie sono poste davanti invece che dietro, insomma è un modo diverso di vivere la corsa. Spesso si sceglie un punto, ci si ferma e si fotografa il passaggio, ma bisogna essere fortunati.

Vingegaard in primo piano in occasione del suo ultimo Tour vinto, di fronte Stephen Roche, primo nel 1987
Vingegaard in primo piano in occasione del suo ultimo Tour vinto
Come si ovvia a tutte queste difficoltà?

Cercando anche di mettersi d’accordo, di collaborare fra noi fotografi. Questo avveniva anche prima, perché non sempre si aveva la moto a disposizione, erano un po’ ruotate fra i fotografi. Diciamo che ci si passa la base di lavoro in corsa.

Oltretutto anche dal punto di vista tecnico il vostro lavoro è cambiato…

Infatti, ora è tutto diverso. Prima si portavano le foto all’arrivo e magari si scaricavano e si identificavano alla sera, ora le richieste sono in tempo reale, serve quindi la persona in sede che raccolta e prepari le foto per la pubblicazione in tempi rapidissimi perché già pochi minuti dopo siti e social chiedono. Io infatti mi dedico a questa fase del lavoro, per caricare le foto sul sito prima possibile.

Ti diverte questo ciclismo?

Molto. Con corridori come quelli di oggi, i Pogacar e i Vingegaard che si confrontano di continuo è incerto. E’ un bel momento, io ho vissuto quello dei dominatori assoluti, l’epoca di Armstrong che toglieva smalto al ciclismo dal punto di vista dell’incertezza. Oggi non sai quel che può succedere e questo appassiona.

Servirebbe però il corridore italiano di riferimento…

Infatti se ne sente tanto la mancanza. Anche se l’Italia nel ciclismo di oggi c’è, molto più di quanto si pensi, basta pensare alla Uae che ha tanto d’italiano al suo interno e anche Pogacar in effetti è un nostro “vicino”. Il problema è che senza un italiano, la gente è distratta, si vede ad esempio quel che sta succedendo nel tennis che oggi attira tanta attenzione. Non c’è l’entusiasmo di prima. A Ravenna tanti si lamentavano per il blocco delle strade, vagli a spiegare che stava succedendo qualcosa di storico, mai avvenuto prima…

Greg Lemond, uno dei grandi interpreti negli anni Ottanta, tre volte vincitore
Greg Lemond, uno dei grandi interpreti negli anni Ottanta, tre volte vincitore
Ma la gente secondo te ama ancora questo ciclismo?

Io dico di sì. Una cosa che mi colpisce sempre è vedere quanti cartelli ancora ci sono in giro per le corse che inneggiano a Pantani, questo fa capire quant’era l’amore per il Pirata. Oggi però il ciclismo soffre un po’ come il calcio, perché non c’è il riferimento a cui appoggiarsi.

E parlando di passione, la tua c’è ancora?

Sì, non diminuisce anche se il modo di lavorare è cambiato. Ma anche occupandomi di editing vivo questo mondo, quando sono presente respiro le stesse sensazioni di allora e sembra che gli anni non sono passati. D’altronde un Bettini in carovana c’è sempre…

Pogacar sui Pirenei: il piccolo principe con i denti di un lupo

13.07.2024
4 min
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PLA D’ADET (Francia) – Oggi ha l’espressione beata del Grappa e di tutte le volte al Giro in cui un piano pensato alla vigilia andava a buon fine. Certo la sensazione che questa vittoria Pogacar dovrà sudarsela secondo dopo secondo si fa largo ogni giorno. Quei numeri del Giro appartengono a un’altra dimensione, qui Vingegaard e anche Evenepoel sono avversari ben più cattivi di quelli incontrati in Italia. E forse nella scelta di puntare sul Giro s’è tenuto conto anche di questo. Però intanto Vingegaard oggi ha dovuto subire e tanto gli basta per andare a letto più sereno.

Yates gli ha permesso di respirare e di spiccare nuovamente il volo
Yates gli ha permesso di respirare e di spiccare nuovamente il volo

Lo sgabello della star

Pogacar è seduto sullo sgabello della mix zone con centomila microfoni puntati sulla faccia. Sorride e racconta, mentre dalla strada alle spalle del palco arrivano boati al suo indirizzo. Su questo il Tour non fa eccezioni rispetto al Giro: lo sloveno è idolo anche qui.

«Volevamo davvero correre in modo conservativo – sorride – ma puntavamo comunque alla vittoria di tappa, perché sapevo di poter arrivare con un buono sprint nel finale. Poi ho visto l’opportunità per Adam (Yates, ndr) di fare il vuoto e di arrivare anche alla vittoria di tappa, in più facendo lavorare la Visma. Di colpo però mi sono accorto visto che quando ha attaccato, il ritmo è addirittura calato, non tiravano poi così forte. E allora ho avuto la sensazione che forse avrei potuto provare a raggiungere Adam. Lui è il compagno perfetto, quello che vorresti avere sempre con te. Si è appesantito un po’, ma ha dato tutto quello che aveva. Io alla sua ruota ho potuto respirare per un paio di volte e questa oggi è stata, credo, una delle principali differenze. Il fatto che Adam fosse lì per me. E’ stata una splendida intuizione. Per questo stasera devo dire che grazie a tutti i compagni di squadra. Oggi hanno fatto davvero un lavoro incredibile, sono super felice».

Pogacar con Sivakov nella discesa del Tourmalet: la squadra sempre unita
Pogacar con Sivakov nella discesa del Tourmalet: la squadra sempre unita

Il record di Cavendish

Politt finché ne ha avuta. Poi Soler gli ha poggiato una mano sulla schiena, ringraziandolo e autorizzandolo a spostarsi. E quando lo spagnolo ha finito il suo lavoro, è stata la volta di Almeida, inatteso in questo ruolo, lui che spesso gioca da primo attore e ha il suo bel caratterino. Se ci fosse stato ancora Ayuso, forse, avrebbero potuto fare di più.

«Manteniamo questo slancio – dice Pogacar – e una buona energia nella squadra, buone gambe. Proviamo a mantenere questa mentalità in un’altra giornata, quella di domani, in cui tutti saranno nuovamente importanti. Vincere tante tappe è qualcosa cui non ho mai pensato, neppure quando ero più piccolo. Ad esempio, vedendo Mark Cavendish vincere così tanti sprint, ho sempre pensato che venisse da un altro pianeta e che non fosse raggiungibile. Ma se insegui i tuoi sogni, allora forse puoi reggiungerli. Non è il mio obiettivo raggiungere Cavendish (Pogacar finora ha vinto 13 tappe in 5 Tour, ndr), l’ho detto solo per far capire quanto io l’abbia ammirato e quanto fosse bello vederlo vincere con la sua squadra».

Pogacar lo ha detto chiaro: Almeida ha fatto gli straordinari, ma davvero bene
Pogacar lo ha detto chiaro: Almeida ha fatto gli straordinari, ma davvero bene

Correre d’istinto

In fondo è tutto molto semplice oppure tale lo fa sembrare. La realtà è che per un tipo orgoglioso come lui non è stato facile essere preso a schiaffoni. Attacco spettacolare, ma a vuoto sugli sterrati. Attacco spettacolare, ma a vuoto (e con la beffa della sconfitta) a Le Lioran. Un inverno di diete, studi sulla posizione e lavori di fino. Finché arriva Vingegaard dopo un infortunio come quello dei Paesi Baschi e ti sembra che nulla sia cambiato? Doveva riprovarci, senza meno…

«Mi sentivo davvero bene oggi – dice – le cose non sono andate secondo i piani sulla salita finale, perché ci mancava un uomo: Ayuso si è dovuto ritirare e quindi Almeida ha lavorato molto duramente già a 8 chilometri dalla fine. Ho attacato anche perché ho visto che nessun uomo di classifica stava provando qualcosa. Ho visto un’opportunità e sono partito. C’è ancora molta strada da fare fino a Nizza, ma oggi sono iniziate le vere tappe di montagna! La chiave è che abbiamo una squadra forte per supportare le mie opzioni. In ogni intervista mi dicono che devo risparmiare energie, ma amo correre d’istinto. A volte funziona, a volte no… ma a me piace così».

Vingegaard incassa il colpo e quasi gli manca il respiro

13.07.2024
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PLA D’ADET (Francia) – La fila per la funivia è interminabile e si viene quasi assaliti dal senso di colpa passandole accanto con passo svelto. Fra una cosa e l’altra, per arrivare in sala stampa servirà mezz’ora e intanto cerchiamo di riordinare le idee su quello che abbiamo appena vissuto e visto. In realtà c’è poco da ordinare. Tadej Pogacar ha fatto quello che gli bruciava nel petto da un paio di giorni e questa volta Vingegaard non è stato all’altezza. Dello sloveno vi racconteremo fra poco, ora ci concentriamo sul vincitore degli ultimi due Tour. Stamattina nel Villaggio era opinione comune che oggi si sarebbe visto il primo cenno di sorpasso. Che Jonas sia in forte crescita, mentre Tadej abbia già detto tutto.

Sosta al pullman Visma

Ecco perché prima di raggiungere la funivia ci siamo fermati al pullman della Visma-Lease a Bike, dove per tradizione Vingegaard parla con le televisioni danesi. Che aria tira da quelle parti? Quando siamo arrivati, lui era già lì che parlava con quel tono pacato e lo sguardo disarmato. Anche se questa volta nella voce c’era meno ironia, come ad aver accusato il colpo.

Alla partenza da Pau, Vingegaard con i vertici del Tour all’inaugurazione di un parco dedicato al Tour
Alla partenza da Pau, Vingegaard con i vertici del Tour all’inaugurazione di un parco dedicato al Tour

«Per la tappa di oggi – dice – dovrei essere più felice che triste, perché ho fatto una buona prestazione. Non penso di dover essere deluso, ma non so se posso presentarmi e dire una cosa del genere. Ovviamente è deludente perdere 39 secondi, per questo cerchiamo di prendere solo il buono di questa giornata. E il buono è che la prestazione, almeno per i numeri, è stata buona. E poi domani è un altro giorno, forse un giorno che mi si addice ancora di più…».

Il gruppo è convinto che tu stia crescendo, oggi Pogacar ti ha sorpreso?

Sappiamo bene che ha uno scatto pazzesco e poi forse gli ultimi tre chilometri di salita gli si adattavano un po’ meglio, con meno pendenza e un tratto di discesa. Quando è così, ha senso che mi attacchi, perché lui ha più potenza di me. Invece nella parte più ripida mi stavo riavvicinando. Ha riguadagnato tanto nell’ultimo chilometro.

Il traguardo è arrivato giusto in tempo oppure avevi ancora energie?

Ovviamente sono stato molto felice di vederlo, anche se non ho mai perso il controllo. Tadej ha meritato la vittoria oggi, quindi complimenti a lui. Il suo attacco è stato davvero esplosivo.

La sua Cervélo R5 in partenza, con il 39-52 x 10-36 e ruote differenziate: 42 davanti e 49 dietro
La sua Cervélo R5 in partenza, con il 39-52 x 10-36 e ruote differenziate: 42 davanti e 49 dietro
Domani è un altro giorno: cosa vuol dire?

Oggi non era un giorno da risparmiarsi pensando a domani, diciamolo chiaro. Però penso che il percorso verso Plateau de Beille sia a mio favore. Sarà una giornata un po’ più dura, mentre questa è stata molto breve, per così dire (la tappa è durata 4 ore 01’51”). Credo che più lunga sia meglio è per me.

Come confronteresti la forza della tua squadra e della sua squadra?

Penso che oggi avesse una squadra molto forte, ma penso di averla avuta anche io. Ero sempre circondato da qualcuno. Jorgenson tirava piuttosto forte e penso che avrebbe potuto anche andare di più quando Yates ha attaccato. Ci manca Sepp Kuss, questo è vero. Ma ce la caviamo lo stesso.

E’ ancora possibile vincere il Tour con due minuti di ritardo?

Sì, lo è di certo. Non bisogna buttarsi giù, ero più deluso dopo la tappa del Galibier, dove mi è mancato qualcosa. Oggi mi sono difeso con buoni valori.

Dopo l’arrivo hanno portato Vingegaard subito in direzione del pullman
Dopo l’arrivo hanno portato Vingegaard subito in direzione del pullman

Un colpo pesante

Il ritornello dei buoni valori convince a metà, ma sembra qualcosa cui il campione vuole aggrapparsi a tutti i costi. Intanto però dal pullman è venuto fuori Grischa Niermann, il direttore sportivo. E la sua versione arricchisce la storia.

«Ci aspettavamo che Pogacar attaccasse sull’ultima salita – dice – e questa volta Jonas non ha potuto seguirlo. Però penso che abbia fatto un ottimo lavoro, nel giorno in cui Pogacar è stato più forte. Dobbiamo solo accettarlo. Sapevamo dai giorni scorsi che quando lui accelera, Jonas fa fatica a seguirlo. Oggi lo schema era quello di rispondere gradualmente, invece rispetto ad altre volte, negli ultimi due chilometri abbiamo perso terreno ed è un peccato. Sicuramente è stato un colpo pesante, speravamo di non perdere tempo, invece siamo quasi due minuti indietro. È difficile da recuperare, ma certamente ancora possibile. E’ la prima volta che vedo Jonas davvero deluso in questo Tour, ma lui è un grande agonista e vuole sempre vincere. Ha fatto il suo meglio, ora deve accettare che un altro sia stato migliore».

Jorgenson ha tirato parecchio fino al momento dello scatto di Adam Yates
Jorgenson ha tirato parecchio fino al momento dello scatto di Adam Yates

Un altro piano

Né mani nei capelli né il tono della disfatta, il Tour è obiettivamente ancora lungo. Resta da capire che cosa abbia provato davvero durante la tappa. Se abbia gestito per salvarsi o se sia stato sul punto di crollare. Fra gli attacchi diretti subiti per mano di Pogacar questo finora è il più incisivo e siamo certi che stasera ne parleranno.

«Nonostante tutto rimaniamo ottimisti – prosegue Niermann – sul fatto che ci siano ancora possibilità di vincere questo Tour e sapevamo in anticipo che non sarebbe stato facile. Lo prendiamo giorno per giorno. E parlando di oggi, penso che abbiano fatto una bella mossa mandando Adam Yates all’attacco. Solo questo gli ha fatto guadagnare 10 secondi. Ma stiamo calmi, domattina faremo un altro piano e di sera saremo ancora qui per verificarlo».

Tutto in un secondo. Longo generosa, Kopecky “mostruosa”

13.07.2024
7 min
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BLOCKHAUS – Quando tagliano il traguardo devono letteralmente raccoglierle o sorreggerle. La sfida è stata senza esclusione di colpi. Potente e intensa fino alla fine. Lotte Kopecky ha vinto la battaglia ai punti, anzi all’abbuono. Elisa Longo Borghini non l’ha staccata e l’iridata le ha guadagnato altri due secondi. Ora il distacco è di appena un secondo. 

Grande colpo di Neve Bradbury (classe 2002): partita ai 10 km dall’arrivo
Grande colpo di Neve Bradbury (classe 2002): partita ai 10 km dall’arrivo

La montagna degli australiani

Il Giro d’Italia Women intanto incorona Neve Bradbury. Un nome che quassù sta bene. Lei non si è sciolta al solleone. Tra l’altro ha confermato che il Blockhaus è la montagna degli australiani. La giovane portacolori della Canyon-Sram infatti è un’aussie proprio come Jai Hindley che quassù ha vinto quando poi si è portato a casa la maglia rosa due anni fa.

Con questa impresa Bradbury sale sul podio provvisorio. Oggi è stato il classico esempio del detto: fra i due litiganti il terzo gode. Anche se attenzione, Bradbury ha dimostrato di avere una gamba fotonica. Neve è scattata a 10 chilometri dal traguardo. Da sola. Si è messa giù con un grande passo e salendo con un ritmo molto elevato, man mano ha aumentato il suo vantaggio sfruttando le finestre di rallentamento dopo gli scatti di Longo Borghini.

E forse, il condizionale è d’obbligo, queste due immense atlete oggi le avrebbero prese comunque da lei. Ma questa è solo una nostra sensazione. Se non altro per come le abbiamo viste tagliare il traguardo. Neve era ben più fresca di loro.

Voltati, io ci sarò

Ieri vi abbiamo parlato di una Lotte Kopecky seria, concentrata, quasi col muso lungo dopo il traguardo. Oggi è stata l’opposto. Mentre le altre erano a terra, lei dopo 30” era già sui rulli.

Eppure la sua doppia scalata al tetto del Giro Women non era sembrata iniziare bene. Nel primo passaggio era spesso in coda. Quando è passata sul Passo Lanciano aveva la bocca spalancata, la maglia aperta e uno sguardo che non lasciava pensare nulla di buono.

E quando è ripresa la salita forse stava ancora peggio. E’ vero che lì c’erano le pendenze più dure, ma ad un tratto sembrava stesse per staccarsi. Erano rimaste una dozzina e lei era nelle retrovie. Quando poi Champan e Realini si sono date il cambio e c’è stata una pausa nel ritmo, lei è come rinata. 

O forse quello era il segno che avrebbe dovuto accendersi per bene. Sapeva che con la scalatrice abruzzese la Lidl-Trek avrebbe cambiato passo. Eccola dunque come rinata, in terza ruota incollata a Longo Borghini.

«Anche Elisa oggi è stata super forte – ha detto Kopecky – ho fatto tutto quanto nelle mie possibilità per cercare di cogliere il secondo posto. Sono molto soddisfatta e vedremo cosa succederà domani. Ora cercherò di riprendermi, di mangiare e dormire bene. Stasera regalerò un piatto di pasta in più alle mie compagne! Spero che così domani abbiano le energie per controllare la corsa».

In volata la potenza e l’esplosività di Kopecky hanno prevalso: Lotte 2ª, Elisa 3ª. Grazie ai 2″ di abbuono guadagnati ora il distacco tra le due è di 1″
In volata la potenza e l’esplosività di Kopecky hanno prevalso: Lotte 2ª, Elisa 3ª. Grazie ai 2″ di abbuono guadagnati ora il distacco tra le due è di 1″

Kopecky d’assalto

«C’è tanto ancora in ballo domani – ha detto l’iridata – e non approfittarne sarebbe un peccato. Certo, se domenica scorsa avessi fatto un po’ meglio (il riferimento è alla crono di apertura, ndr) adesso sarei in rosa. Proveremo di tutto per ottenere quella maglia rosa». E mentre lo dice col mento indica Longo Borghini che è seduta pochi metri alla sua sinistra, anche lei intenta a parlare con i giornalisti.

Kopecky sa bene che semmai dovesse vincere questo Giro Women il capolavoro lo avrebbe firmato qui. Okay il Tourmalet l’anno scorso, ma questa tappa, anzi questa doppia scalata, era più dura della tappa francese. 

Quella ruota come lei ha detto è stato il suo mantra. Probabilmente non si è accorta se ai lati della strada c’erano alberi o alberghi, marmotte o mucche. Ha fatto quello che doveva fare e lo ha fatto in modo perfetto.

Non ha sprecato mezza energia di troppo. Ha sfruttato il 48-35 delle corone che aveva scelto. E nel finale, ha sfruttato la sua esplosività, facendo fare uno sforzo enorme alla Longo per non prendere il buco.

«Al momento sono seconda in classifica generale – ha concluso Lotte – e sono contenta di questo. Ma domani è l’ultimo giorno, l’arrivo è di nuovo duro… quindi perché non provarci?».

Orgoglio Elisa

«Non è finita fino a che non è finita». Elisa Longo Borghini raccoglie energie ed orgoglio. A testa alta parla con la serenità di chi sa di aver dato tutto quello che aveva.

Se Kopecky guardava la sua ruota, lei scattava, si voltava e la belga era ancora lì. Mentalmente non doveva essere facile. Okay che la belga non è la campionessa del mondo per caso, ma ricordiamoci che appena tre giorni fa vinceva una volata di gruppo. Ora eccola davanti in una tappa con 3.800 metri di dislivello e pendenze spesso in doppia cifra.

«Quel che brucia sono le gambe, perché ho fatto tanta fatica – spiega la piemontese – io non ho mai sottostimato Lotte Kopecky. Ricordiamoci che per poco non ha vinto il Tour. Ed è stata sfortunata perché davanti aveva la compagna Vollering. Sapevo che sarebbe andata forte oggi. Fa ridere però che dopo 18 chilometri di salita arrivi a fare uno sprint ancora una volta. Quindi sì: mi sarei aspettata di trovarla quassù.

«I miei wattaggi oggi sono stati leggermente inferiori al solito a causa del grande caldo. Ma credo che per tutte fosse così. Sono abbastanza contenta».

Elisa ha ringraziato la squadra. Oggi un grande lavoro da parte di staff e compagne
Elisa ha ringraziato la squadra. Oggi un grande lavoro da parte di staff e compagne

Tutto in un secondo

Ora Elisa ha una forte pressione. Ma anche la belga non se la passa poi meglio. Per entrambe vincere o perdere un Giro d’Italia Women per un misero secondo non è cosa da poco. E’ roba che fa tremare i polsi e salire i battiti solo a pensarci.

La tappa dell’Aquila, specie il suo finale, somiglia ad una classica e sappiamo come va Kopecky in certe corse. Gli ultimi 3.000 metri potrebbero essere quelli di un’Amstel o di una Freccia Vallone. Su carta adesso è lei la favorita. Se non altro ha dalla sua lo sprint e gli abbuoni. Di contro è che comunque la maglia rosa ce l’ha Elisa.

«Come si dorme stanotte? Serena. A domani ci penserò domani – spiega Longo Borghini – quindi penso proprio che dormirò bene, specie dopo una tappa così tosta! Qualcosa di simile l’ho vissuto, ma al contrario, al Women’s Tour 2022: ero dietro di 2” e ho vinto per 2”. Se riuscirò a vincere questo Giro sarà solo per merito delle mie compagne».

«Ma il bello dello sport è anche questo. Tu sai quali sono le tue capacità, sai quanto ti sei preparata ma non sai quanto sono forti o più preparate di te le altre. Oggi ho trovato un’avversaria identica a me».

Ellena: «Per Piganzoli è il momento del salto definitivo»

13.07.2024
5 min
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Il fatto che Davide Piganzoli stia bene lo si vede dalle storie su Instagram e dalla costante voglia di scherzare con i compagni. Lui e la squadra, la Polti-Kometa, sono andati in ritiro in Valtellina per preparare la seconda parte di stagione (in apertura foto Maurizio Borserini). Il bilancio per Piganzoli fino a qui è positivo, con un tredicesimo posto al Giro d’Italia inseguendo i migliori. A inizio anno era anche arrivata la prima vittoria da professionista, in salita al Tour of Antalya. 

Abbiamo così bussato alle porte di Giovanni Ellena, diesse del team Polti-Kometa, e con lui si è parlato del nuovo Piganzoli. Di cosa è rimasto nel giovane valtellinese dopo le fatiche del Giro d’Italia e di ciò che potrà fare in futuro.

Per Piganzoli all’Antalya, a inizio stagione, il primo successo tra i professionisti
Per Piganzoli all’Antalya, a inizio stagione, il primo successo tra i professionisti

Costante confronto

Se si pensa a Piganzoli di riflesso la mente va anche verso il nome di Giulio Pellizzari. Entrambi sono stati un binomio indissolubile della nazionale di Amadori e insieme hanno lottato al Tour de l’Avenir lo scorso anno. Dal Giro si è visto come i due siano stati gestiti diversamente dalle rispettive squadre. Piganzoli dopo la Corsa Rosa è andato allo Slovenia, si è ritirato e si è fermato. Pellizzari ha proseguito fino al Giro d’Austria, concluso pochi giorni fa.

«Piganzoli al Giro – racconta Ellena – ha voluto provare a tenere duro e fare classifica, ottenendo un tredicesimo posto finale. Un risultato tutto sommato positivo se si considera che era alla prima esperienza. Pellizzari, invece, è uscito di classifica e ha avuto modo di tentare di vincere una tappa. Gestioni diverse, vero, ma da noi è stato lo stesso Piganzoli a chiedere di provare a tenere duro. Un ragionamento che ci siamo sentiti di incoraggiare».

La decisione di tenere duro al Giro è arrivata da lui, il 13° posto finale è un buon premio
La decisione di tenere duro al Giro è arrivata da lui, il 13° posto finale è un buon premio
Poi è andato al Giro di Slovenia e si è ritirato.

Purtroppo tra la fine del Giro d’Italia e l’inizio dello Slovenia è caduto, e questo ha compromesso il finale della prima parte di stagione. Ha provato a correre, ma alla fine abbiamo optato per fermarlo e ricostruire la condizione per la seconda parte dell’anno. E’ stato un peccato però.

Come mai?

La gamba dopo il Giro era buona e allo Slovenia poteva fare bene, così come all’italiano. Poi avremmo valutato se mandarlo anche allo Slovacchia, ma la caduta ce lo ha impedito. “Piga” avrebbe potuto fare molto bene a mio avviso.

Negli aspetti da migliorare c’è anche la crono, il lombardo va forte, ma serve curarla ancora
Negli aspetti da migliorare c’è anche la crono, il lombardo va forte, ma serve curarla ancora
Dopo il Giro cosa gli è rimasto?

Che la classifica finale può essere una strada percorribile. Anche se il ragazzo ha ancora tanto da imparare, ma ci sta, visto che ha solo 22 anni. La vittoria a inizio stagione ha fatto capire che ha una maturità importante, ma deve ancora scoprirsi totalmente. Se chiedete a lui, il tredicesimo posto al Giro è motivo di orgoglio. Solo che agli occhi della gente nessuno ci fa caso, solamente due o tre addetti ai lavori. Tuttavia il risultato rimane ed è incoraggiante. 

Adesso ha lavorato per ripartire forte?

Sì. La sua stagione riprenderà con calma alla Vuelta a Burgos. Non arriverà al 100 per cento, ma va bene così. Sarà una corsa che servirà in chiave di costruzione. Da lì andrà in altura e poi affronterà tutto il calendario italiano di fine anno. 

Tu che corridore hai trovato dopo il Giro d’Italia?

Sicuro, lui è sempre stato un ragazzo che ostenta sicurezza. Quel che si vede è una crescita mentale e fisica importante, ma non definitiva. La testa c’è, altrimenti un Giro del genere non lo avrebbe fatto. Dal punto di vista atletico deve ancora crescere ma i passi sono quelli giusti. Deve migliorare nello spunto veloce, cosa che cresce provando a vincere. Vero che ha vinto in Turchia, ma era un arrivo in salita, dove la forza emerge in maniera netta. 

Dopo il Giro d’Italia l’idea era di sfruttare la condizione fino all’italiano, ma la caduta ha compromesso i piani
Dopo il Giro d’Italia l’idea era di sfruttare la condizione fino all’italiano, ma la caduta ha compromesso i piani
Ora quindi va a correre per imparare altro?

Il calendario italiano offre chance importanti con gare vicine alle sue caratteristiche che però non hanno un arrivo in salita. All’Agostoni, alla Tre Valli o all’Emilia non vince sempre il più forte, ci sono tanti componenti da considerare: freddezza, lucidità, spunto veloce…

Lo lanciate nella mischia e vedrete che combina…

E’ il momento di imparare ancora e può farlo con la consapevolezza che la squadra c’è e che crede in lui. 

E che ha ancora un anno di contratto.

Scadrà nel 2025 e questa fase di costruzione ulteriore servirà anche a lui. Un conto è presentarsi ad una squadra WorldTour da giovane promessa, un altro è arrivare come un corridore pronto per vincere e fare bene. 

L’Avenir lo avevate preso in considerazione?

Era tutto in mano a Piganzoli. Lui avrebbe deciso se partecipare o meno, chiaramente confrontandosi con noi e con Amadori. La caduta a inizio giugno ha compromesso un eventuale cammino verso l’Avenir, non sarebbe arrivato al massimo della forma. Poi fare delle gare con noi tra i professionisti penso possa fargli bene per crescere ancora.

Solo cadendo si può risorgere. L’esempio di Bertagnoli

13.07.2024
5 min
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A tenere alto l’onore della bmx italiana a Parigi 2024 sarà Pietro Bertagnoli, veronese di 24 anni, erede di quei De Vecchi e Fantoni che hanno già calcato le scene olimpiche e nel suo animo c’è il sogno neanche troppo segreto di lasciare il segno, almeno come fece De Vecchi capace di approdare alle semifinali a Londra 2012 mancando di poco l’ingresso fra i magnifici 8.

La sua scelta è stata molto difficile, perché in un movimento che è andato svecchiandosi e progredendo in questo quadriennio accorciato, sono stati tanti a mettersi in mostra, dall’iridato giovanile Radaelli all’altro giovane promettente Sciortino fino al mai domo Fantoni. Bertagnoli, come raccontato dal cittì Lupi, ha anche dovuto far fronte a brutti incidenti come quello dello scorso anno ai tricolori, ma ha saputo sempre risollevarsi e questa convocazione può da un lato avere il sapore di un premio, dall’altro però è anche la dimostrazione che bisogna crederci sempre.

Pietro Bertagnoli è nato il 22 agosto 1999. Con Fantoni e Sciortino ha vinto l’argento europeo a squadre nel 2024
Pietro Bertagnoli è nato il 22 agosto 1999. Con Fantoni e Sciortino ha vinto l’argento europeo a squadre nel 2024

«La Bmx è mia compagna da sempre – racconta il veneto tesserato per la società francese Saint Brieuc Bmxho iniziato a 5 anni dopo che mio padre mi aveva portato all’impianto di Montoro, uno dei principali del Triveneto e non solo. Fino a 10 anni però mi sono diviso con il calcio, anche perché mio padre è allenatore, ma poi erano un po’ troppi impegni, capitava anche che avevo allenamenti da una parte e dall’altra così ho dovuto scegliere e ho optato per le due ruote».

Hai mai avuto la voglia di passare a un’altra specialità?

Se parliamo di ciclismo no. Un po’ mi solleticava l’idea di dedicarmi al motocross, ma a parte i costi non ho trovato molta disponibilità in casa…

Fondamentale nella scelta di Bertagnoli per Parigi è stato il 5° posto agli europei
Fondamentale nella scelta di Bertagnoli per Parigi è stato il 5° posto agli europei
D’altronde anche la tua carriera nella bmx è andata avanti con molti infortuni…

Dal 2013 posso dire che non ci sia stata una stagione senza qualche intoppo. Qualcuno è stato anche importante, pesante da recuperare. Io però sono sempre rimasto sul pezzo, troppa era la mia passione per la bmx, ma certamente questi infortuni hanno rallentato la mia crescita e mi chiedo spesso senza di loro dove sarei potuto arrivare in questo frattempo.

Nella tua scelta pensi abbia pesato il fatto che sei già Elite e hai potuto affrontare i big della specialità?

Io credo che sia importante e che soprattutto sia stato fondamentale in questi anni aver introdotto la categoria Under 23. E’ vero che la bmx è uno sport giovane, dove gli juniores spesso gareggiavano e vincevano anche contro i più grandi, ma io resto dell’opinione che la crescita debba sempre avvenire per gradi e la categoria U23 aiuta in tal senso. Io poi ci ho militato un anno vincendo un paio di gare della Coppa del mondo in Turchia, poi sono passato, ma quell’esperienza è stata utile. Il salto diretto possono farlo solo quei 2-3 fuoriclasse, esattamente come succede nel ciclismo su strada.

Il veronese ha iniziato prestissimo, senza mai abbandonare la bmx, spostandosi anche in Francia per la sua attività
Il veronese ha iniziato prestissimo, senza mai abbandonare la bmx, spostandosi anche in Francia per la sua attività
Come sei arrivato alla selezione?

Lo scorso anno, dopo l’infortunio ai campionati italiani sono rimasto fermo da luglio a novembre, poi c’era da prepararsi in fretta perché con la stagione olimpica tutto era anticipato e già a gennaio in Nuova Zelanda c’erano prove di Coppa del mondo. La condizione è andata man mano crescendo fino al 5° posto assoluto agli europei di Verona. Poi è arrivata la notizia del ripescaggio e quindi della convocazione per Parigi.

Il torneo olimpico sarà però ben diverso da quello delle normali prove titolate…

Sì, sarà articolato in due giorni. Nella prima si svolgerà il primo turno qualificativo che promuoverà i migliori 12 atleti, poi si svolgerà il repechage che ne qualificherà altri quattro. Il giorno dopo si tornerà al tabellone normale con le due semifinali e la finale, il tutto in notturna e questo è un altro fattore da non sottovalutare.

Il veneto corre per il team francese Saint Brieuc Bmx con il campione europeo Pirard
Il veneto corre per il team francese Saint Brieuc Bmx con il campione europeo Pirard
C’è però un’altra, importante differenza, nel senso che sia i quarti di finale che le semifinali si svolgeranno su 3 manche, con classifica in base ai punteggi ottenuti. Questo quanto incide?

Può sembrare strano ma poco, perché nella bmx non puoi stare lì a fare calcoli, devi solo spingere a tutta e cercare di arrivare sempre davanti. Sono due giri secchi per ogni gara, devi puntare a imboccare le curve e i salti per primo e emergere a ogni giro. La classifica è una conseguenza, se sbagli una manche è difficile riuscire a recuperare anche un quarto posto…

Che cosa ti aspetti?

Io non mi pongo particolari obiettivi, spero solo di andare lì e fare il meglio, dimostrare quel che so fare. Se tutto andrà bene e ci sarà anche l’aiuto della fortuna, potrò andare lontano. Poi in una finale può succedere di tutto come le edizioni precedenti hanno dimostrato. Certo contro lo squadrone francese sarà dura per tutti, hanno 3 atleti e sono tutti candidati alla medaglia d’oro.

Come varia il grasso corporeo nei corridori? Ascoltiamo Giorgi

13.07.2024
5 min
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Nella stessa cornice di Firenze al via del Tour de France, che ha ospitato Boret Fonda e la sua disamina sulle pedivelle corte, c’è stato spazio anche per Andrea Giorgi. Il medico della VF Group-Bardiani CSF-Faizanè ha avuto modo di tenere anche lui una conferenza. Il tema ha riguardato la distribuzione del grasso corporeo nelle categorie juniores, under 23 e professionisti

«E’ dal 2016 – racconta – che prendo parte ai congressi di inizio Tour e che presento qualcosa. L’idea di quest’anno è nata nell’inverno di questa stagione, quando misuravo il grasso corporeo sottocutaneo. Il metodo che utilizzo da qualche anno è di usare l’ecografia perché risulta un metodo più efficace rispetto alla classica plicometria».

Il metodo dell’ecografia muscolare è più efficace e maggiormente preciso rispetto alla plicometria
Il metodo dell’ecografia muscolare è più efficace e maggiormente preciso rispetto alla plicometria

Misurazioni dirette

«Quella dell’ecografia – dice ancora Giorgi – risulta un metodo migliore perché fai una foto, prendi l’immagine e misuri i centimetri di grasso. La plicometria pinza la pelle e i calcoli per togliere i tessuti non interessati sono tanti. Cambiano anche le condizioni nelle quali si deve fare la plicometria, ovvero il protocollo Isaac. Quindi a riposo e senza attività fisica alle spalle».

«Usare l’ecografia – spiega – è un metodo ormai molto comune, lo utilizza la DSM perché risulta più semplice e si può applicare in ogni condizione. Inoltre ora esistono dei software che leggono l’immagine e danno automaticamente i millimetri di grasso. 

Gli juniores hanno un fisico ancora da formare, per questo la percentuale di grasso è maggiore rispetto a U23 e pro’ (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Gli juniores hanno un fisico ancora da formare, per questo la percentuale di grasso è maggiore rispetto a U23 e pro’ (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Come mai hai voluto fare questo studio su queste tre categorie?

Mi piaceva capire l’evoluzione dell’atleta nel corso della sua maturazione fisica e sportiva. Le grandi differenze tra le categorie sono legate al monte ore di allenamento. 

Dove hai notato le maggiori differenze?

Nelle gambe, più precisamente nel polpaccio e nella coscia, mentre nelle altre parti è simile. Il peso in sé non varia ma cambia la distribuzione del grasso.

Perché? 

Esiste il fenomeno di azione lipolitica, ovvero il grasso risulta minore nei muscoli maggiormente utilizzati, che nel ciclista sono quelli delle gambe. Le misurazioni hanno riportato che un corridore giovane a parità di peso ha una maggiore percentuale di grasso corporeo. Questo perché il monte ore di un professionista è più alto rispetto a quello di uno juniores o di un under 23. La maggior crescita la si ha nel momento in cui si passa da under 23 a professionista perché le ore di allenamento settimanale diventano intorno le 22 e le 25. 

La grande differenza la si fa nel passaggio da U23 a pro’. In foto De Cassan dal 2024 alla Polti-Kometa
La grande differenza la si fa nel passaggio da U23 a pro’. In foto De Cassan dal 2024 alla Polti-Kometa
Voi in Vf Group Bardiani avete avuto il caso di Pinarello che questo inverno ha perso diversi chili.

Quattro per la precisione. Lui ha fatto un’azione di dimagrimento e un carico di lavoro che gli ha permesso di andare più forte tutto l’anno. Sicuramente si sente più leggero e maggiormente agile. 

Perdere così tanto peso per un atleta già magro può essere un rischio?

Dipende. Si perde del grasso, vero ma si perde anche una parte di muscolo. L’equilibrio è difficile da trovare ma si riesce. Un altro esempio è quello di Pesenti, lui in Beltrami pensava di essere già molto magro, tuttavia abbiamo fatto un’azione dimagrante ed è riuscito a calare ancora di più di peso. E le prestazioni sono migliorate incredibilmente.

Non è solamente una questione di grasso e perdita di peso. 

No, il muscolo, anche se diminuisce di volume, può comunque migliorare nella prestazione. Essere più leggeri consente all’atleta di affaticarsi meno e di reggere carichi di lavoro che prima erano impossibili. Un esempio riguarda Vingegaard e Pogacar. Il primo è uno scalatore puro, molto magro e quindi fortissimo in salita. Pogacar, invece, è più robusto e quindi più prestante in tutti gli altri campi. Anche Evenepoel è dimagrito a vista d’occhio per essere competitivo in questo Tour. Tanto lo fanno gli obiettivi e dove ci si vuole specializzare. 

Ma dimagrire nelle altre aree, quelle non allenate direttamente, come si fa?

Lo si vede dal mio studio. La grande differenza sta nelle ore fatte in bici. Più queste aumentano e più il ciclista perde grasso anche in altre aree del corpo come le braccia. Il salto tra under 23 e professionisti è rilevante, causato anche dal fatto che i ragazzi finiscono la scuola e quindi hanno più ore per allenarsi. 

Molti ragazzi giovani hanno una predisposizione genetica per essere magri e ciò permette di concentrarsi su altri aspetti (foto LaPresse)
Molti ragazzi giovani hanno una predisposizione genetica per essere magri e ciò permette di concentrarsi su altri aspetti (foto LaPresse)
Ora però ci sono juniores già magri e che fanno numeri incredibili, basti vedere il Giro Next Gen.

Quei ragazzi, come Widar o Torres sono predisposti ad essere particolarmente magri. Non devono dimagrire e su loro si agisce già nello specifico, hanno uno step in meno da fare, se vogliamo vederla così. Vai direttamente ad agire sulla qualità degli allenamenti, cosa che non puoi fare su un corridore che deve perdere peso. Questo perché il deficit calorico non permette al corridore di allenarsi ad alte intensità nella maniera corretta. Servirebbe integrare lo sforzo con una nutrizione dedicata ma essendo in deficit calorico ciò non è possibile.

Vingegaard getta la maschera: sui Pirenei sarà caccia a Pogacar

12.07.2024
6 min
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PAU (Francia) – Nell’immensa bolgia che ha accolto il gruppo a Pau, a un certo punto non s’è capito più niente. Eravamo al pullman del UAE Team Emirates a parlare con Ayuso, ritirato per il covid, quando s’è sparsa la voce che Pogacar fosse caduto prima della volata. Il tempo di capire che non fosse vero e ci siamo trovati davanti alla maglia gialla che invece lo sprint addirittura l’ha fatto. Certo alla larga dallo sgomitare dei velocisti, ma pur sempre una volata di gruppo. Già è abbastanza strano – ma emozionante – che corra in attacco infischiandosene delle astuzie e le cautele del leader, ma addirittura fare la volata di gruppo?

Domani Pla d’Adet, ma prima ancora il Tourmalet e Horquette d’Ancizan accenderanno il fuoco sotto il pentolone del Tour. Finora se le sono date, ma senza mai affondare il colpo. Domani potrebbe essere l’inizio di un nuovo viaggio. Oggi per qualche chilometro, Adam Yates li ha fatti tremare. La sua presenza nella fuga poteva significare ritrovarselo nuovamente in classifica. Per questo la Visma-Lease a Bike si è impegnata per chiudere.

Sprinter Pogacar

Eppure Pogacar se la ride. Sta facendo esattamente come negli ultimi due anni: fuochi d’artificio per tutti, ogni giorno, alla prima occasione. E domani che cominciano i Pirenei, Tadej si ritroverà senza Ayuso e con Vingegaard che vuole davvero capire a che punto si trovi.

«Il finale non era stressante – spiega la maglia gialla – ero nella mia zona sicura, la mia bolla ed ho evitato tutte le situazioni più frenetiche con la mente lucida. Alla fine però ho visto la possibilità di fare un piazzamento nei dieci e ho fatto la volata. Tranquilli ragazzi, non preoccupatevi. Semmai è più preoccupante l’abbandono di Ayuso, ma credo che abbiamo ugualmente una squadra fortissima. Soler e Politt stanno facendo un lavoro incredibile. Yates e Almeida in montagna sono due sicurezze. Sono tutti in forma per il lavoro che ci attende da domani. Sono le prime salite vere, finora non ce ne sono state, tranne forse nel giorno del Galibier. Considerata la situazione della classifica generale, ora possiamo correre un po’ sulla difensiva. Vorrei vincere la tappa, ma non spenderò troppe energie per quello».

Vingegaard parla di unità della squadra e di aver finito la tappa tutti insieme
Vingegaard parla di unità della squadra e di aver finito la tappa tutti insieme

Cecchino Vingegaard

Tanto è spavaldo Pogacar, per quanto è cauto e cinico Vingegaard. Il danese non ha l’appeal, il ciuffo e i modi telegenici dell’attuale maglia gialla, ma è un grande professionista. Cento giorni fa era messo davvero male, ora è qui con la sensazione che potrebbe nuovamente giocarsi il Tour. Pogacar l’ha capito e questa consapevolezza secondo noi ha reso meno rilassanti i suoi giorni. Forse il tanto sbandierare la serenità è la prima spia di qualche preoccupazione sorta nel frattempo?

«Entriamo in un terreno che mi si addice un po’ di più – dice Vingegaard – aspettiamo con ansia i prossimi giorni. Mi sento molto bene, oggi per noi è stata una bella giornata. Siamo arrivati tutti insieme, non abbiamo perso tempo con nessuno e adesso speriamo di poter recuperare bene fino a domani. Yates in fuga non era la situazione ottimale, non volevamo lasciarlo rientrare nella classifica generale, per questo abbiamo preferito riprenderlo. Da questo punto di vista è stata una giornata dura. Abbiamo provato anche a spaccare il gruppo con i ventagli, ma alla fine i principali avversari erano ancora lì e non avrebbe avuto molto senso continuare a spingere e suicidarsi.

«Da domani però non ci sarà spazio per nascondersi, ma vedremo come verrà gestita la tappa. Dovremo solo aspettare e vedere. Non ho intenzione di dire cosa faremo domani, ma abbiamo le nostre idee. E’ il fine settimana che mi si addice meglio, per cui spero in una corsa dura. Potrei anche attaccare. Finora abbiamo ragionato sul presente, anche perché non stavo benissimo: da domani inizieremo a lavorare per il futuro».

Nostalgia di Parigi

Philipsen della presenza di Pogacar in volata dice di non essersi accorto. Non che sarebbe cambiato qualcosa. Il belga, già primo a Saint Amand Montrond, ha fatto la sua traiettoria creativa, spostandosi dal centro sulla destra e resistendo poi alla rimonta di Van Aert. Al momento del cambio di linea, Wout non ha potuto fare altro che prendergli la ruota. Sarà perché convive male con il soprannome “Disaster”, quando gli chiedono che cosa pensi delle lamentele di qualche avversario, Jasper si indurisce e taglia corto. Hai qualche commento?

«No comment. Non mi piace questa domanda». Le domande dirette si possono fare, poi tutti pronti a ricevere risposte come questa. Il belga va avanti nel discorso dicendo che solo a fine Tour faranno un’analisi per capire che cosa non abbia funzionato nella prima settimana, ma che due vittorie non sono così male. Non vuole parlare di forma che non c’era e tantomeno di sfortuna, per paura che ne chiami altra. Poi con quel ghigno furbetto da velocista spiega che è impossibile prendere nuovamente la maglia verde. E che da velocista trova singolare che il Tour non finisca a Parigi.

«E’ davvero strano – sorride (penserà già al ritiro dopo la tappa di Nimes?) – manca lo zuccherino in fondo. Non è la sensazione più bella, ma è così e non possiamo cambiarlo. In pratica sappiamo che dopo la tappa 16 ne avremo altre cinque in cui soffriremo per arrivare in fondo. Dovremo restare forti, questo è il Tour del 2024».

Van Aert aiuterà Vingegaard, ma vuole soprattutto vincere una tappa
Wout Van Aert aiuterà Vingegaard, ma vuole soprattutto vincere una tappa

Van Aert diviso a metà

Chi si va mangiando le mani è Wout Van Aert, anche oggi secondo, come se gli mancasse la forza necessaria per volgere la volata a suo favore. Sempre alla ricasca degli altri, scegliendo traiettorie non sempre ideali.

«C’erano vibrazioni da vere classiche oggi – dice – un po’ di vento, terreno collinare e tappa a tutto gas dal colpo di pistola. Mi è davvero piaciuta, per questo è un peccato che non riesca ancora a vincere. Il gruppo era piccolo, tanti pensavano di potercela fare. Ho sbagliato ritrovandomi in testa troppo presto, per il vento che c’era. Quando è così, a volte sei troppo lontano e a volte troppo davanti. Ho dovuto aspettare un po’ ai 350 metri dall’arrivo, perché sarebbe stato troppo presto. Forse se fossi partito ai 200, avrei vinto, ma non dirò mai che non sono soddisfatto del lavoro di Laporte per me. Domani inizia di nuovo un’altra gara e daremo pieno supporto a Jonas. Spero di svolgere il mio compito, ma a questo punto spero anche di vincere una tappa. Nella seconda settimana mi sto sentendo bene, il grande risultato è nelle gambe, ma devo dimostrarlo anche sulla bici».

Lippert fa festa. Magnaldi ci prova. E dietro colpi di stiletto

12.07.2024
5 min
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CHIETI – Colpi di stiletto? Schermaglie? Lotta psicologica? Elisa Longo Borghini e Lotte Kopecky si sono quantomeno punzecchiate in questa sesta, dura e caldissima tappa del Giro d’Italia Women. Alla fine sono loro due le protagoniste assolute, anche se oggi a gioire è stata Liane Lippert (nella foto di apertura), che era in fuga.

In gruppo serpeggia un clima se non di paura, quantomeno di attesa, verso quella che sarà probabilmente la tappa decisiva di questo Giro Women. E se non dovesse essere decisiva per decretare la vincitrice finale, lo sarà per dare lo scossone definitivo alla classifica. Due volte il Blockhaus e per di più con questo caldo è qualcosa di enorme.

Erica Magnaldi si rinfresca dopo il traguardo: oggi punte di 39 gradi sul percorso. Per lei circa 15 borracce
Erica Magnaldi si rinfresca dopo il traguardo: oggi punte di 39 gradi sul percorso. Per lei circa 15 borracce

Magnaldi coriacea

E oggi è stato solo l’antipasto. Lo sa bene Erica Magnaldi, terza all’arrivo e super protagonista della fuga di giornata.

«Ho tirato tanto è vero – dice la portacolori della UAE Adq con ancora il fiatone – ma il mio punto di forza è la salita e quindi ho tentato di staccare le avversarie sull’ultima ascesa. Purtroppo siamo alla sesta tappa e dopo tante frazioni dure e un’altra tappa in cui sono stata in fuga non ero più freschissima. Se non altro sono riuscita a staccare una delle quattro e mi sono almeno assicurata il podio, ma bisognava pur sempre arrivare. Non volevo rivivere la scena di due giorni fa quando sono stata ripresa a 80 metri dal traguardo e così mi sono sacrificata, pur sapendo di essere battuta in volata».

Ad una dozzina di chilometri dall’arrivo le quattro avevano oltre 2’30” di vantaggio e per Magnaldi che in salita va forte poteva essere l’occasione per risalire anche nella generale, soprattutto guardando al Blockhaus. Lei però declina l’opzione e ammette che pensava soprattutto alla tappa.

«Ho iniziato questo Giro senza puntare alla classifica, per essere più libera mentalmente e fisicamente. Il mio grande obiettivo dopo il Giro è il Tour de France Femmes. Vorrei non arrivarci troppo stanca».

«In gruppo devo ammettere c’è abbastanza paura – prosegue Magnaldi – io stessa sono un po’ intimorita pensando a domani, perché il caldo ci sta davvero mettendo a dura prova. E su una salita del genere si sentirà ancora di più. Immagino sarà una tappa di pura sopravvivenza per tutte».

Elisa Longo Borghini in maglia rosa e Lotte Kopecky in maglia rossa: sono loro due i fari di questo Giro

Le regine

Sopravvivenza non per Lotte Kopecky ed Elisa Longo Borghini. Su carta almeno, saranno loro le carnefici. Oggi quando hanno accelerato nello strappo finale: Kopecky scatta, Longo Borghini chiude e rilancia. Sembravano Vingegaard e Pogacar. Una superiorità netta rispetto alle altre, anche se la stessa Elisa ci dice che non sarà una sfida a due.

«Quando ho vinto la volata la mia sensazione è stata più quella di un gesto di “oh ce l’ho fatta”, che di gioia vera e propria. A 32 chilometri all’arrivo Lotte si è mossa, ma il suo non è stato tanto un attacco quanto un allungo perché era stizzita da non so cosa. Io l’ho seguita perché non si sa mai. A gente così lasci 10 metri e ti dà 10′.

«Quando invece è partita nel finale lo avevo capito che sarebbe scattata. Mi ha fatto il “prefisso internazionale” praticamente! Ho provato a staccarla ma non è stato  possibile… perché è forte».

Per radio, la diesse Teutenberg le ripeteva di stare attenta, perché Lotte era arrabbiata. «Ma – racconta l’atleta della Lidl-Trek – anche io sono grintosa, pensavo dentro di me. Non sono qui a spulciare i peluches! Però è stato bello. E’ una sana competizione.

«Sul contrattacco mi sentivo bene, ma è anche vero che domani è una tappa molto dura e una piccola energia risparmiata conterà. Potevo forse insistere, però non mi sembrava il caso».

E ora Blockhaus

Qui al Giro Women è opinione comune che Kopecky possa fare il colpaccio anche in salita e che quindi questa corsa rosa sarà una cosa a due. Elisa deve stare attenta.

Tuttavia Longo Borghini non ne è affatto convinta che sarà una sfida a due: «Non sarà una cosa solo tra noi due, ci sono tante scalatrici forti. Non è perché ora sono in maglia rosa vuol dire che ci resterò. Il livello è alto. Quando non c’è la Vollering sembra sempre che non ci sia nessuno. In realtà non è così. Guardate oggi come siamo andate. Ho visto la tappa del Blockhaus con Gaia (Realini, ndr) anche quella dell’Aquila che secondo me è durissima: tutto è ancora da giocare».

«Mi aspettavo che fosse più difficile oggi – ha detto una serissima Kopecky dopo l’arrivo – faceva molto caldo e forse è per questo siamo andate un po’ più tranquille. Volevo prendere i secondi bonus, ma non avevo abbastanza compagne di squadra per controllare la corsa. 

«Il Blockhaus? Non ne so nulla. Stasera devo studiarlo, anche se so che è una salita dura. Ma l’anno scorso dicevano anche che il Tourmalet sarebbe stato troppo duro per me. E invece l’ho fatto bene», ha suonato sibillina l’iridata.

Insomma è già duello anche nelle prese di posizione differenti.