Si rivede Ferraro: il Liberazione non era stato casuale…

02.08.2024
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La vittoria al GP Liberazione dello scorso aprile non era stato un fuoco di paglia, anche se da allora Santiago Ferraro aveva sempre mancato un nuovo appuntamento con il successo. Fino a domenica scorsa, alla conquista del GP Sportivi Loria, una corsa internazionale con qualità davvero alta. Non che fino ad allora il portacolori della Work Service Coratti fosse rimasto a guardare, tutt’altro, ma l’appuntamento con il successo sembrava sempre sfuggire.

L’arrivo vittorioso di Ferraro a Loria (TV), la terza vittoria per il laziale della Work Service Coratti (Photors)
L’arrivo vittorioso di Ferraro a Loria (TV), la terza vittoria per il laziale della Work Service Coratti (Photors)

Quella vittoria romana, scaturita dopo essere stato chiamato al via quasi in extremis, aveva dato tante speranze al ragazzo di Cerveteri, che sopra ha iniziato a costruirvi una carriera solida da junior in modo da trovare un buon ingaggio per il passaggio di categoria. Con tanti piazzamenti, ma senza “lo” squillo”. E forse la spiegazione il laziale la dà subito, alla prima risposta.

«Era una gara più adatta alle mie caratteristiche – afferma il quasi diciottenne (entrerà nella maggiore età il 20 settembre) – Io vado bene in salita, il percorso di Roma non era propriamente confacente a me, era duro ma più per velocisti, diciamo che ero stato anche fortunato. Quand’era andata via la fuga pensavo che la corsa fosse finita, invece rallentarono e potei rientrare, ma poteva finire in altro modo».

Il podio del GP Sportivi Loria, con Ferraro fra l’australiano Holmes e Meccia (Photors)
Il podio del GP Sportivi Loria, con Ferraro fra l’australiano Holmes e Meccia (Photors)
Com’è stata la vittoria al Loria?

C’è stata battaglia fin dall’inizio. La fuga principale è stata ripresa a una trentina di chilometri dal traguardo. Tutti a quel punto hanno provato l’azione, io quando ho attaccato mi sono portato via altri 6 corridori e fra noi c’è stato molto accordo, poi in volata ho fatto il mio.

Questa vittoria l’avevi inseguita a lungo…

Dopo la prova capitolina avevo portato a casa ben 8 Top 10, ma la primavera non era stata semplice con tutti gli impegni legati alla scuola. Il mio rendimento era giocoforza calato nelle settimane finali del mio percorso di studi, poi siamo andati con la squadra in ritiro a Livigno e lì ho ritrovato brillantezza.

Per il laziale una primavera difficile, problemi fisici e legati alla scuola
Per il laziale una primavera difficile, problemi fisici e legati alla scuola
Dopo la tua vittoria romana, hai notato maggiore attenzione intorno a te?

Diciamo che l’atteggiamento del gruppo è un po’ cambiato. Ora vedo che c’è più attenzione nei miei confronti, in quello che faccio. E’ normale che sia così, io spero che l’identica attenzione ci sia anche da parte di chi guarda alla nostra categoria dai “piani alti”. Qualche contatto c’è per la prossima stagione, ma non ho ancora deciso nulla.

Attenzione anche da parte di Salvoldi? Chi vince a Roma entra giocoforza in una nuova dimensione…

Sì, con il cittì ci siamo sentiti e mi ha già dato opportunità, facendomi partecipare alla tappa ceka di Nations Cup dove avrei voluto fare molto meglio, anche se sono finito fra i primi 10 scalatori. D’altronde ho anche avuto un incidente dopo la prova romana che mi ha fatto perdere tempo e condizione. La forma ho sentito che stava tornando un paio di settimane fa, in occasione del Giro del Veneto.

Ferraro ha già corso in nazionale quest’anno, al Medzinárodné Dubnica nad Váhom in Cechia
Ferraro ha già corso in nazionale quest’anno, al Medzinárodné Dubnica nad Váhom in Cechia
Tuo fratello Lorenzo si sta mettendo in luce fra gli allievi: siete diversi come caratteristiche fisiche e tecniche?

Abbastanza. Io corro usando più la testa, lui è più istintivo ma questo dipende anche dalla categoria, si sa che è solo entrando nell’orbita junior che si comincia a ragionare più di squadra. Lui comunque va forte, ha già vinto 4 gare. Fare un paragone comunque è difficile, i nostri sono mondi molto diversi.

Quest’anno, fra Friuli, Valdera e Veneto oltre alla gara all’estero hai disputato molte corse a tappe. Come ti senti in quella dimensione?

Per ora le mie preferite restano le classiche in linea, credo che mi definiscano di più, ma penso di avere ampi margini di crescita anche per le prove di più giorni, considerando le mie caratteristiche. Le corse a tappe sono fondamentali nella nostra crescita perché insegnano a gestire la pressione generale. Io credo di poter far bene anche lì, sia come cacciatore di tappe ma anche per puntare alla classifica.

Il quasi diciottenne guarda già al suo futuro fra gli U23, ma attende una chiamata da un team di prestigio
Il quasi diciottenne guarda già al suo futuro fra gli U23, ma attende una chiamata da un team di prestigio
Dove sei solito allenarti?

Il mio teatro naturale sono i Monti della Tolfa, ma quando sono con la squadra ci troviamo spesso anche dalle parti di Fiuggi, dove abbiamo un appartamento e molti percorsi di varia natura a disposizione. Sulla Tolfa mi trovo particolarmente a mio agio: poco traffico, pendenze importanti e pochi ciclisti, anche se devo dire che negli ultimi tempi sono andati aumentando. Lì c’è un solo team che fa attività, mi piacerebbe molto che il mio esempio servisse per allargare un po’ la massa di praticanti.

Trentin vince al Wallonie e rimanda le domande a Bennati

02.08.2024
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L’umore di Matteo Trentin è come il cielo che sovrasta casa sua nel Principato di Monaco, per gran parte del tempo sereno, ma a volte si scurisce. Da un lato c’è la vittoria al Tour de Wallonie, la prima in maglia Tudor Pro Cycling e la prima in una corsa a tappe per il trentino. Dall’altra parte, invece, c’è la non convocazione nel trio che si giocherà l’oro olimpico a Parigi 2024. Al suo posto il cittì Bennati ha deciso di portare Luca Mozzato. Erano loro due e forse pochissimi altri a giocarsi l’ultimo posto disponibile, vista la convocazione quasi obbligata di Elia Viviani e quella certa di Alberto Bettiol

Per Trentin al Wallonie anche la prima vittoria di una corsa a tappe in carriera
Per Trentin al Wallonie anche la prima vittoria di una corsa a tappe in carriera

Il sapore della vittoria

L’ultimo successo di Matteo Trentin risale ad ottobre 2022, al Giro del Veneto, quando ancora vestiva la maglia del UAE Team Emirates. La scorsa stagione ci era andato vicino un paio di volte al Delfinato, ma si era fermato al secondo gradino del podio. Anche ad inizio anno, ad Almeria, aveva sfiorato il successo. 

«Era anche ora – dice Trentin – è stata la prima vittoria con la maglia della Tudor. In più si è trattata dalla prima volta in cui ho vinto una corsa a tappe. Sono molto contento di quanto fatto. Ero partito per il Belgio con l’obiettivo di vincere una tappa, poi è arrivata anche la maglia così abbiamo provato a portarla fino alla fine. Per me si è trattato di un buon segnale, a dimostrazione che quando preparo un obiettivo ci sono. Non sarà stata la gara più importante dell’anno, ma con il ciclismo di oggi non ci sono più corse facili o difficili. Vincere è sempre impegnativo. In Belgio ogni tappa è stata tirata e io ho risposto bene restando davanti anche in quelle più dure».

La sua ultima vittoria risaliva al Giro del Veneto 2022, in maglia UAE
La sua ultima vittoria risaliva al Giro del Veneto 2022, in maglia UAE
Un ottimo risultato considerando che è arrivato con la nuova squadra. 

E’ andata bene anche per questo. Sono contento per l’ambiente e penso possa fare bene alla mentalità di tutti. Nella prima parte di stagione la Tudor si è comportata molto bene con delle buone prestazioni al Giro d’Italia. Poi siamo calati un pochino, ma nella seconda parte di stagione abbiamo rimesso tutto a posto. Oltre alla mia vittoria al Wallonie sono arrivati un quinto e un sesto posto nella generale del Czech Tour. 

Una squadra giovane, ma che sta imparando tanto. 

L’età conta, ma i miglioramenti si vedono tutti. La Tudor non è una formazione abituata ad arrivare nel finale di una corsa a tappe con un leader. Certi automatismi vanno oliati. D’altronde era la prima volta anche per me. 

C’è qualcosa da perfezionare?

Più che altro abbiamo agito e capito come fare. Una bella lezione che verrà utile in futuro. Certe cose non le puoi migliorare se non ti trovi mai a fronteggiarle. Nel complesso l’ultima tappa l’abbiamo corsa bene, ci sono alcune cose da valutare…

Quali?

Dei tecnicismi. Ad esempio nella prima parte di gara controllare la fuga non è stato semplicissimo. Nel corso della gara è andata bene invece. Poi il finale è stato più movimentato, anche io ho sbagliato un po’ l’approccio. Sono uno che è abituato a seguire per poi provare a vincere, invece in questi casi bisogna ragionare per l’obiettivo più grande. Posso dire che il riassunto dell’esperienza al Wallonia é: non si smette mai di imparare. 

L’esclusione da Parigi 2024 fa male, ma Trentin rimanda a Bennati le domande
L’esclusione da Parigi 2024 fa male, ma Trentin rimanda a Bennati le domande
Dopo la pausa è stato un bel modo per ripartire…

Sì. Dopo un periodo di pausa ero andato a Livigno ad allenarmi da solo. Mi sono portato dietro la famiglia per qualche giorno. Due settimane di lavoro fatte bene che mi hanno permesso di arrivare pronto per questa seconda parte di calendario. 

Nel quale erano previste le Olimpiadi?

Ero andato in ritiro con l’obiettivo di preparare anche questo appuntamento. 

Invece la convocazione non è venuta, ne hai parlato con Bennati?

Per i ragionamenti che non hanno portato alla convocazione dovete chiedere a lui. La mia versione è che mi sono preparato al meglio e la vittoria in Belgio ne è la dimostrazione. Sarei stato pronto e l’ho fatto vedere.

Il Wallonie è stato un bel banco di prova per Trentin che ha imparato a gestire la corsa in maniera diversa
Il Wallonie è stato un bel banco di prova per Trentin che ha imparato a gestire la corsa in maniera diversa
I tuoi obiettivi per la seconda parte di stagione prevedono gli europei?

Ripeto che dovete parlarne con il cittì. Non mi sento più di sbilanciarmi. Correrò e farò il mio.

Che calendario farai con la squadra?

Correrò al Giro di Danimarca e al Renewi Tour, ancora in Belgio. Poi sarò alla Bemer Cyclassic (ex Cyclassics di Amburgo, ndr). Poi ci sarà da capire se sarò al via delle gare in Italia o se sarò ancora al Nord. Questo però dipende dagli inviti che arriveranno alla squadra. 

Allora ti facciamo un in bocca al lupo sperando di vederti alle corse in Italia.

Crepi!

Zipp 303 XPLR, le ruote maggiorate per il gravel col canale da 32

02.08.2024
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Zipp lancia ufficialmente la nuova famiglia di ruote 303 XPLR, votate all’impiego gravel. SW e S, ruote che nascono aerodinamiche e con un canale interno e una sezione complessiva maggiorati.

Al pari delle nuove 303 arrivano anche le coperture Zipp, sviluppate in collaborazione con Goodyear (come per le gomme strade uscite in contemporanea al nuovo Red). Gli pneumatici si focalizzano anche sull’interfaccia ottimale con il cerchio hookless. Le ruote completano la piattaforma XPLR che comprende anche il nuovo gruppo Red XPLR.

Le prime uscite ufficiali durante l’Unbound (foto Zipp)
Le prime uscite ufficiali durante l’Unbound (foto Zipp)

La ruota maggiorata è meglio

Abbiamo scambiato quattro chicchiere con David Morse, responsabile R&D Zipp. «Il primo fattore da considerare è che le nuove ruote Zipp XPLR sono state disegnate intorno allo pneumatico – racconta Morse – con alcuni focus che non devono passare in secondo piano. L’aerodinamica, il controllo durante la guida e la durata, oltre al fatto che deve essere una ruota in grado di contrastare e ridurre le vibrazioni. Il sistema ruota-pneumatico è il primo punto di contatto che esiste tra il terreno e la bici, influisce sulla guida e sulla percezione della prestazione.

«Le 303 XPLR hanno dimensioni maggiorate, volute per lavorare e sfruttare pressioni di esercizio ridotte e risparmiare watt quando si percorre un fondo sconnesso. Voglio fare un esempio – spiega Morse – perché se consideriamo una velocità costante di 32 chilometri orari su strada e sul pavè o fondo gravel, sullo sconnesso i watt che si spendono per mantenere la velocità sono quasi il doppio. Buona parte delle energie sono impiegate per la guida e per contrastare le sollecitazioni. I test che abbiamo fatto hanno superato i 14.000 chilometri, con prove a banco e nell’ambiente reale, con pressioni differenti degli pneumatici. Ogni test è stato ripetuto più volte, in modo da ottenere una sovrapposizione dei dati e lavorare in modo ottimale sul sistema ruota/pneumatico che vediamo oggi».

Zipp 303 XPLR, come sono fatte

La famiglia delle nuove ruote Zipp 303 XPLR è composta dalla versione SW (all’apice della categoria) e dalla S (un gradino più in basso nella scala dei valori tecnici). La prima ha un valore dichiarato alla bilancia di 1.496 grammi, la S di 1.610. Si differenziano per alcuni componenti, ma l’impatto estetico e alcune soluzioni sono comuni. Entrambe hanno cerchio full carbon hookless, con il canale interno largo 32 millimetri e un’altezza di 54. Il canale oversize e la forma del cerchio permettono un’interfaccia ottimale con pneumatici da 40 (fino a 45, ma si possono montare gomme fino a 60 millimetri), riducendo le pressioni di gonfiaggio che possono scendere ben al di sotto delle 2,1 bar. Il bordo della gomma è sempre perfettamente in linea con il cerchio, azzerando scalini e spazi vuoti, pericolosi anche per lo pneumatico stesso.

I mozzi Zipp sono in alluminio, della serie ZR1 per le SW, 76/176 per la versione S, mentre i raggi sono in acciaio. Interessanti i prezzi: 1.800 euro per le SW, 1.200 euro per le Zipp XPLR 303 S. Le ruote sono fornite senza coperture.

E ci sono anche le nuove gomme

Sono due e prendono i nomi di Slick e Iter, entrambe sviluppate su specifiche Zipp, ma sulla base Goodyear. Slick è una copertura veloce e pensata per i terreni secchi, battuti e compatti dove si può fare molta velocità. Iter invece è una sorta all-round per le condizioni miste. Entrambe adottano la tecnologia Tubeless Complete con tallone a doppia angolazione, senza limiti di utilizzo in fatto di cerchi, tubeless e hookless.

Zipp Slick ha sezione da 40 millimetri, è pieghevole ed ha una forma centrale arrotondata e slick, senza tasselli. Nella zona mediana sono presenti degli intagli che anticipano dei ramponi posizionati sui bordi. Il prezzo di listino è di 90 euro. Il peso dichiarato è di 455 grammi.

Iter invece è più grande ed ha una larghezza di 45 millimetri, sempre Tubeless Complete e pieghevole. E’ progettata in modo specifico per non spanciare all’esterno e mantenere una forma e una larghezza in linea con le specifiche. Se montata sulle ruote 303 XPLR mantiene una larghezza di 45 millimetri. Rispetto a Slick ha una tassellatura fine, ravvicinata e continua nella sezione centrale, piccola a spaziata sulla linea mediana/laterale, con ramponi grandi e staccati tra loro ai lati. Ha un valore dichiarato alla bilancia di 525 grammi ed un prezzo di listino di 90 euro.

Zipp

Dal Pordoi, Tiberi in marcia verso la Vuelta col podio nel mirino

02.08.2024
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E’ già, quasi, tempo di Vuelta (17 agosto – 8 settembre). La corsa spagnola è il secondo grande obiettivo di stagione per molti atleti, tra cui Antonio Tiberi. Lo avevamo lasciato sotto l’Arco di Costantino con la sua lucente maglia bianca al tramonto romano, arrivo del Giro d’Italia.

Dopo un passaggio “a vuoto” e rapido al Delfinato e dopo il dovuto riposo, il laziale ha ripreso ad allenarsi. E bene. Della sua Vuelta che verrà parliamo con Franco Pellizotti, direttore sportivo della Bahrain-Victorious, team di Antonio appunto.

Pellizotti, diesse della Bahrain-Victorious, sarà alla Vuelta al fianco di Tiberi
Pellizotti, diesse della Bahrain-Victorious, sarà alla Vuelta al fianco di Tiberi
Franco, si riparte. O meglio: Tiberi riparte…

Siamo già ripartiti in previsione Vuelta. Come si sa, la preparazione per un grande Giro bisogna prenderla larga. Dopo il Giro, Antonio ha avuto il passaggio al Delfinato, ma è stato giusto un tocca e scappa, e poi si è riposato. Adesso farà Burgos e Vuelta.

Ora è in altura?

Sì è al Pordoi da metà luglio con altri ragazzi della squadra che saranno impegnati in Spagna. Hanno quasi finito, in quanto andranno appunto alla Vuelta Burgos. Il Pordoi lo avevo proposto io.

Come mai?

A me fare l’altura piaceva molto e mi piaceva cambiare anche, provare posti nuovi. Sono giunto alla conclusione che il Teide in primavera e il Pordoi in estate siano il top. Dipende sempre dal programma che si fa. Ad esempio se esci dal Tour e devi fare la Vuelta, o comunque devi fare l’altura per recuperare, forse è meglio Livigno. Lì si riesce a staccare di più mentalmente, ci sono più distrazioni (c’è anche più possibilità di fare pianura, ndr). Mentre luoghi come Pordoi e Teide ti fanno concentrare. E’ un po’ come quando il prete va in clausura! Per allenarsi secondo me il Pordoi non ha eguali.

Festa Tiberi. Eccolo in maglia a bianca a Roma a fine Giro
Festa Tiberi. Eccolo in maglia a bianca a Roma a fine Giro
Perché?

Hai tutti i passi a disposizione, puoi fare 2, 6, 7 ore con i dislivelli che vuoi. Il pomeriggio quando devi rilassarti un po’, basta una sdraio al sole e guardi la bellezza che c’è intorno. Un giorno per esempio si sale sul Sasso Pordoi a 3.000 metri , nel giorno di riposo puoi andare a Canazei. E poi c’è un aspetto tecnico importante.

Quale?

A Livigno prendi tutte le salite da 1.800 metri in su, mentre sulle Dolomiti puoi scendere parecchio e arrivare anche in alto. Ma scendere significa che puoi fare meglio i lavori specifici.

Dicevamo, che Tiberi riparte da Burgos. Come ci arriverà?

Sarà una tappa di avvicinamento alla Vuelta. Non credo che a Burgos sarà super performante. Ma anche se dovesse essere all’80 per cento potrà fare bene: lui è forte. In più prima di salire sul Pordoi ha avuto qualche problemino fisico che gli ha fatto saltare 3-4 giorni di allenamento. E quindi abbiamo rivisto qualcosina, nulla che vada a precludere una buona Vuelta, anzi… la squadra sarà incentrata su di lui. Adesso deve crederci anche Antonio e sono convinto che mentalmente ci sia.

Tiberi (dietro al centro) in altura con i compagni in un selfie di Zambanini (foto Instagram)
Tiberi (dietro al centro) in altura con i compagni in un selfie di Zambanini (foto Instagram)
E’ la prima volta che Tiberi fa due grandi Giri: lo vedi più curioso o preoccupato?

Preoccupato no, poi lui è un ragazzo talmente tranquillo che è difficile vederlo turbato. Semmai curioso… Anche nella testa Antonio è motivato, dopo l’ottimo quinto posto del Giro, resta un po’ con il rammarico per il problema tecnico di Oropa. Questo è un aspetto in più, gli dà fiducia e morale. Antonio quando sale in bici comunque ha fame di farsi vedere. 

Dunque si va alla Vuelta per…

Con un obiettivo preciso: quello di poter agguantare un podio. Ripeto, la squadra sarà incentrata su di lui. E’ una formazione con dei passisti, per poterlo scortare nelle tappe di, tra virgolette, pianura perché alla Vuelta a pianura ce ne sarà poca. Ma ci potrebbero essere un paio di tappe con rischio vento e quindi abbiamo cercato di portare ragazzi che possano aiutarlo anche su questo terreno. Poi ci sono degli scalatori e infine c’è Damiano (Caruso, ndr) che sarà il nostro capitano in corsa e lo seguirà e guiderà in questa Vuelta.

Tiberi leader dunque. Al Giro se l’è cavata bene in tal senso…

Esatto, anche alla Vuelta partirà con i gradi di capitano, in più come si è visto in passato la corsa spagnola è più alla portata per un giovane che vuol fare classifica. Però questa sarà un po’ una stagione test per lui. Mi spiego. Per la prima volta farà un secondo grande Giro in stagione. Lo abbiamo preso a metà stagione lo scorso anno, lo abbiamo seguito. Abbiamo imparato a capire i suoi pregi, i suoi difetti e quest’anno stiamo cercando di costruire con lui il suo e il nostro futuro. Quindi vediamo anche come andrà…

Tiberi ha corso il Giro con grande personalità. Un leader naturale
Tiberi ha corso il Giro con grande personalità. Un leader naturale
Con le giuste pressioni insomma. Cambiando discorso: avete fatto qualche ricognizione delle tappe della Vuelta?

Con Antonio no, però abbiamo due direttori che hanno fatto due terzi della Vuelta. Quindi siamo ben preparati.

Cosa dice invece Tiberi? Ti ha un po’ parlato del sogno del podio?

Vi racconto questa. Il nostro manager ha avuto una bella idea: quella di assegnare ad ogni corridore che faceva parte della long list della Vuelta, un paio di tappe adatte a loro da studiare. Così poi da riproporle in conference call tutti insieme. Come una riunione tattica al mattino sul bus, quando mostriamo la gara. Dovevano mettere giù questa presentazione in un Powerpoint. Antonio ci ha sorpreso perché le sue frazioni le ha preparate molto bene. Parlava proprio da leader. Spiegava dove dovevano tenerlo coperto, dove i suoi compagni in certe tappe avrebbero dovuto recuperare un le energie per le tappe successive… L’ho visto molto, molto concentrato.

Motivazione consapevolezza non mancano insomma…

Sì, sì… è una bella scommessa per lui. Ha già dimostrato al Giro d’Italia di essere un ottimo corridore. Ha dimostrato le doti che ha, ma come si dice tra il dire e il fare c’è sempre il mare. E per questo dopo il buon Giro io credo che adesso sia più convinto e al tempo stesso più tranquillo. Adesso ha la certezza di dove può arrivare. In più di Vuelta ne ha già fatte due, conosce certe dinamiche di corsa, sa cosa aspettarsi e anche questo è un fattore che conta.

Van der Poel e Alaphilippe: sono sbarcati i guastatori

01.08.2024
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All’appello mancavano soltanto Mathieu Van der Poel e Alaphilippe. L’olandese è arrivato ieri sera in Francia, nella base logistica scelta dalla federazione olandese per tutte le discipline ciclistiche. Il francese ha fatto lo stesso. Evidentemente le preparazioni si somigliano, in più oggi i corridori hanno potuto provare il percorso, anche se Van der Poel ha ritenuto di farne a meno.

Di Evenepoel si è già detto, se non altro per la conquista del titolo olimpico a crono. Poi c’è Van Aert, che con il terzo posto ha riservato per sé un posto in prima fila anche per la corsa di sabato. Altri corridori saranno certamente della partita, anche il Pidcock in super forma dopo l’oro nella mtb. Ma Van der Poel e Alaphilippe hanno conquistato classiche e mondiali correndo in maniera garibaldina e sono due dei più accreditati per far esplodere la corsa.

«Credo di aver seguito la preparazione ideale – dice il francese – con un approccio diverso dai miei connazionali Madouas, Laporte e Vauquelin. Non ho corso il Tour de France, ma ho fatto comunque il massimo. Mi sento bene, motivato. Non mi considero un favorito, sono qui per dare il massimo per la Francia, questo mi sta a cuore».

Un momento unico

C’è quasi il rimpianto per la scelta di aver rinunciato a Tokyo e insieme la consapevolezza di aver riallacciato il filo con il Julian arrembante, capace di attaccare e poi vincere in volata.

«I Giochi non possono essere un obiettivo ordinario – dice – le ultime edizioni dicono che anche nel ciclismo stanno diventando sempre più importanti e con un livello altissimo. Avevo scelto di restare a casa nell’anno di Tokyo per la nascita di mio figlio. Ma già allora dissi che speravo di esserci a Parigi. Era nella mia mente da un po’ e mi stavo preparando. Tutti avranno una carica d’animo in più perché sono i Giochi. Sarà un momento unico».

Il Centre Port Royal è la base scelta dalla KNWU olandese per tutte le squadre ciclistiche alle Olimpiadi
Il Centre Port Royal è la base scelta dalla KNWU olandese per tutte le squadre ciclistiche alle Olimpiadi

Come per Glasgow

Van der Poel è molto meno solenne, non si sa se per prudenza o perché ormai è talmente abituato alle grandi vigilie, da non sentire più di tanto quella olimpica. Certo il fatto di risiedere in un hotel a 35 chilometri da Parigi fa sì che la quotidianità sia piuttosto… ordinaria.

«Mi sono allenato in Belgio – spiega – avevo pensato di andare in Spagna, ma alla fine ho rinunciato. C’era poco tempo e poiché parteciperò ai Giochi con una nuova bici Canyon, ho preferito restare vicino al centro di assistenza. Ho cercato di guardare quello che ho fatto l’anno scorso, cercando di mantenere la stessa linea. Anche i mondiali di Glasgow si corsero due settimane dopo il Tour, solo che quest’anno è stato un Tour diverso, posso quasi dire di esserne uscito meno stanco. Per questo avevo ancora bisogno di allenamenti duri che mi facessero venire mal di gambe. Martedì ho fatto l’ultima distanza. Ora mi sento bene e cerco la gamba di Glasgow e quella sensazione di freschezza».

Van der Poel sarebbe uscito meno stanco dal Tour, perché sulle ultime montagne è andato al risparmio
Tour de France 2024, Mathieu Van der Poel

Meglio senza radio

Non deve essere semplice essere additato anche questa volta come colui che può far esplodere la corsa e forse per questo Van der Poel tende a sviare il pronostico.

«E’ una corsa atipica – dice – non è come nelle classiche, quando imposti una tattica e puoi controllare la gara. Questa volta sarà diverso. Nessuno sa in quale punto si farà la selezione, non è detto che succeda sulla salita di Montmartre. Dovremo soprattutto restare attenti e non farci sorprendere da una fuga da lontano. Se dovesse succedere, la corsa si chiuderebbe subito. So che tanti vogliono aprirla da subito, anche a Evenepoel piacciono certe situazioni. Mi piace il fatto che si corra senza auricolari, sono favorevole. Puoi decidere con la tua testa e questo di solito produce corse migliori. E soprattutto è un vantaggio per i corridori che sanno leggere la corsa».

La favola di Gloag, oggi vincente, un anno fa all’ospedale

01.08.2024
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Ci sono vittorie che hanno un significato particolare. Magari in prove piccole, ma che possono anche valere un record. Quella di Thomas Gloag al Czech Tour ha questo sapore: non è capitato spesso che un corridore fermo da un anno, appena tornato in gruppo riassapori subito il gusto della vittoria.

La sua storia va quasi centellinata per capire bene il valore della sua impresa: Gloag nell’agosto del 2023 era stato investito da un’auto mentre si stava allenando: «Quando mi tirai su guardai la mia gamba sinistra e mi accorsi che il ginocchio non era a posto». Il responso era la rottura completa della rotula, che gli è costata un’operazione e un lungo periodo di fisioterapia. Un periodo difficile, fisicamente e di conseguenza psicologicamente: «Ho avuto vicini la mia ragazza Lucilla, lo staff della Visma-Lease a Bike, i fisioterapisti e tutti si sono impegnati per tenermi su, per farmi vivere quest’esperienza nella maniera più positiva, per combattere lo scoramento. Se sono tornato lo devo a loro, non potrò mai ringraziarli abbastanza».

Per il londinese un anno di sofferenze dopo un incidente in allenamento con frattura di una rotula
Per il londinese un anno di sofferenze dopo un incidente in allenamento con frattura di una rotula

Ciclista con l’anima del Gunner

Il britannico, nei giorni precedenti la corsa, non faceva che dichiarare di considerare la sua sola presenza come una vittoria: «Sono tornato a vivere, a gareggiare, a respirare quest’atmosfera e per me che vivo questa passione con tutto me stesso è già tanto».

Londinese purosangue, tifosissimo (un vero Gunner…) dell’Arsenal come un Nick Hornby un po’ più giovane, a dispetto della sua provenienza Gloag aveva dato subito dimostrazione di essere uno scalatore puro, seppur senza grandi asperità da affrontare nei suoi primi anni: «Io però ho preso la mia attività molto sul serio sin da subito. Già da ragazzino lavoravo su zone sotto soglia e sul ritmo, m’impegnavo per migliorare soprattutto il mio motore aerobico. Era tutta fatica e resistenza, molti dicono che fossi precoce, esagerato, ma già allora volevo raggiungere vette sempre più alte.

Gloag con Roglic, che ha aiutato a vincere il Giro 2023. Era arrivato in extremis, al posto di Tratnik
Gloag con Roglic, che ha aiutato a vincere il Giro 2023. Era arrivato in extremis, al posto di Tratnik

Da bambino, maniaco dell’allenamento

«La svolta è stata l’ingresso nel team Trinity nel 2021: lì ho capito che avevo ancora tantissimo da imparare. Non sapevo nulla di quel che è il ciclismo vero: basti pensare che da junior prendevo 30 grammi di carboidrati e mezza bottiglia d’acqua a gara. Ora siamo a 120 grammi l’ora… Sono sempre andato meglio in salita, forse per genìa, mentre mi sono dovuto impegnare molto per la discesa, al punto da chiamare un insegnante che mi ha spiegato come approcciare una curva, come regolare i pedali, spostare il peso, inclinare la bici pur restando dritto. Ora vado meglio, ma c’è ancora tanto da migliorare».

La sua crescita giovanile era stata abbastanza veemente, tanto da fargli chiudere il Giro Under del 2021 ai piedi del podio. Le sue doti non erano sfuggite al dorato mondo WorldTour, così la Visma-Lease a Bike lo ha subito messo sotto contratto.

Fondamentale è stato il supporto del team, che non ha mai smesso di credere in lui
Fondamentale è stato il supporto del team, che non ha mai smesso di credere in lui

Il lockdown sulle Ande…

Tornando al discorso relativo alla salita, questa affinità ha anche radici… sudamericane. Grande amico del fratello di Esteban Chaves, ha ricevuto l’invito a trasferirsi in casa loro nel periodo del Covid: «Ho perso letteralmente la testa per quei luoghi, quella gente così disponibile e gentile. Le Ande sono qualcosa d’incredibile, puoi trovare montagne per 50 chilometri poi per 200 neanche una salita. E poi, non ricordo di aver mai mangiato frutta e verdura più buone…».

I mesi della riabilitazione sono stati difficili, al di là del supporto. Settimana dopo settimana, il corpo che non dava segnali di ripresa, i dubbi che s’insinuavano nella sua mente. Gloag ha trovato un appiglio nella matematica, che studia all’Open University: «Avevo bisogno di qualcosa di diverso, di non essere sempre focalizzato sulla bici. Quella è stata la mia forza, è stato fondamentale per tenere il cervello occupato».

La vittoria di tappa all’Avenir 2022. Gloag è considerato uno dei migliori scalatori britannici (foto Fletsch)
La vittoria di tappa all’Avenir 2022. Gloag è considerato uno dei migliori scalatori britannici (foto Fletsch)

Ora si volta pagina

Gloag ha conquistato la vittoria come meglio non poteva. Nella terza tappa con arrivo a Dlouhe Strane, il corridore è riuscito a eludere anche la stretta sorveglianza della Uae Emirates, con Hirschi e Ulissi che facevano un po’ il bello e il cattivo tempo in corsa, riuscendo ad arrivare al traguardo in assoluta solitudine.

«E’ indescrivibile quello che provo – dichiarava sul palco – per me già essere presente era un grande regalo, ma vincere è stato un clamoroso bonus col quale ho messo la parola fine a una parentesi troppo lunga, fatta di Covid, tonsillite, un infortunio alla schiena, 10 punti di sutura al ginocchio, poi l’investimento con tutto quel che ne è conseguito. Direi che può bastare, ora spero di vedere altre cose».

Fancellu: «Il talento di Evenepoel non è mai stato un segreto»

01.08.2024
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Il recente exploit di Remco Evenepoel, che ha conquistato il terzo posto al Tour de France e l’oro olimpico a cronometro pochi giorni dopo, merita di essere celebrato ancor più di quanto è stato fatto. Il campione belga ci ha abituato bene, ma queste prestazioni vanno oltre quanto fatto vedere fino ad ora e lo consacrano tra i grandi. Il nome di Evenepoel gira da tempo nel ciclismo ed è salito alla ribalta quando era uno junior. Di fatto è stato lui l’atleta che ha aperto la caccia ai giovani, una ricerca forsennata che ne ha portati alla luce molti, ma ne ha offuscati altrettanti. E Alessandro Fancellu lo sa bene.

I due hanno avuto un percorso simile fino alla fine del 2018, ultimo anno da juniores (in apertura la foto del podio al mondiale di Innsbruck di quell’anno). Poi da lì in poi le strade si sono divise. Ora Fancellu ha ritrovato continuità grazie al Q36.5 Pro Cycling Team dopo anni difficili pieni di stop e problemi fisici. Il giovane lombardo si prepara ad un finale di stagione ricco di impegni per ritagliarsi lo spazio che vuole e può meritarsi

La corsa all’oro

Fancellu, da junior, si è scontrato spesso con il belga e nel 2018 i confronti sono stati ripetuti e tirati, dal Giro della Lunigiana in cui Evenepoel vinse tutte le tappe tranne una e poi agli europei e ai mondiali. Che cosa ricorda di Evenepoel lo scalatore di Como?

«Quello che sta facendo ora Evenepoel – dice Fancellu, il quale ora è in ritiro a Sestriere per preparare il finale di stagione – non è una sorpresa. Già da juniores, quando veniva alle gare, si vedeva che faceva un altro sport rispetto a noi. Ricordo che al campionato europeo era scattato dopo pochi chilometri ed era arrivato da solo al traguardo. Il ritardo del secondo? Quasi dieci minuti. (9’44” sullo svizzero Balmer, ndr). E’ partito da solo e lo hanno rivisto solamente all’arrivo, un numero incredibile. L’azione più bella che gli ho visto fare dal vivo è stato quello del mondiale di Innsbruck. Era caduto e aveva due minuti di svantaggio, ci ha ripresi e ce ne ha dati altri due».

Sguardo affamato

Il volto di Evenepoel, magro e sempre più delineato, nasconde negli occhi una fame di vittoria incredibile e impareggiabile. Ha dentro di sé un fuoco che lo spinge sempre a fare un passo in avanti, a cercare la vittoria e lo spettacolo. Non importa quanto lontano sia il traguardo. 

«Questo tratto distintivo – spiega Fancellu – lo ha sempre avuto. Ricordo che al Giro della Lunigiana del 2018 aveva perso la cronoscalata nella seconda semitappa. Aveva pagato un secondo a Karel Vacek. Il giorno dopo si è presentato al via della tappa con gli occhi in fiamme. A 50 chilometri dall’arrivo è partito e non lo abbiamo visto più, eppure dietro spingevamo parecchio per chiudere. Le stesse azioni che ha riproposto alla Liegi, in entrambe le vittorie ottenute e alla Clasica San Sebastian. Non gli interessa quanto manca, lui attacca e si toglie tutti di ruota. Alla Liegi dello scorso anno Pidcock era rimasto con lui inizialmente, ma poi aveva pagato dazio. Seguirlo è impossibile. E’ capace di fare 50, 60 o 70 chilometri da solo a velocità impossibili, una caratteristica che lo porta ad essere un cronoman eccezionale».

Alcuni gesti hanno portato il pubblico ad assegnargli il titolo di “spaccone”
Alcuni gesti hanno portato il pubblico ad assegnargli il titolo di “spaccone”

Gesti estremi

Evenepoel lo abbiamo conosciuto da acerbo forse, quando ogni vittoria era seguita da una celebrazione evidente. Quasi fastidiosa per chi al ciclismo associa una maggiore timidezza e umiltà.

«A volte passa da arrogante, anche in passato è stato così – continua Fancellu – ma questa idea non corrisponde alla realtà. Non gli piace perdere e questo lo abbiamo capito fin da subito. Al Tour sarà stato felice del podio, ma non crediate che si accontenti. Il suo passare da arrogante in corsa non è mai andato di pari passo con la persona. Ci ho parlato e non mi ha dato questa impressione. Io userei il termine esuberante, d’altronde quando hai uno strapotere così evidente ti viene da fare tutto». 

In vista del Tour Evenpoel ha limato molto il peso, avvicinandosi a quello degli scalatori puri
In vista del Tour Evenpoel ha limato molto il peso, avvicinandosi a quello degli scalatori puri

Cambiamenti fisici

Fisicamente l’ex campione del mondo di Wollongong sembra non essere mai cambiato. La sua più grande trasformazione è arrivata con la partecipazione al recente Tour de France, prima del quale ha limato molto il peso

«Quando era junior – ricorda ancora Fancellu – aveva un fisico molto più formato. Arrivava dal calcio e muscolarmente era impostato diversamente, le forme erano ben pronunciate. Con il passare degli anni il suo fisico ha subito delle modifiche che lo hanno portato ad essere quello che è ora. Al Lunigiana lo guardavo e vedevo due gambe grosse, enormi. Infatti era forte, ma negli strappi brevi era ancora giocabile. Nel falsopiano invece, con un po’ di vento contro, non lo prendevi mai. E per fortuna che all’epoca (nel 2018, ndr) gli juniores avevano ancora il blocco dei rapporti. Altrimenti avrebbe dominato ancora di più le gare. In pianura a 50 all’ora era costretto a fermarsi, più forte di così non poteva andare. Con i rapporti liberi avrebbe messo il 54×11 e lo avremmo rivisto solamente una volta tagliato il traguardo. Evenepoel le stigmate del campione le ha sempre avute, così come la mentalità».

“Remco il maturo” si è preso il Belgio. Ora è popolare come Wout

01.08.2024
4 min
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Se si leggono i titoli di giornale e i siti belgi, c’è una standing ovation unilaterale nei confronti di Remco Evenepoel. L’enfant prodige fiammingo dopo gli ultimi successi ha travolto tutti. Con la sua ondata di entusiasmo e di gioia, per i grandi risultati ottenuti, ha appianato molte differenze a quanto pare.

E’ noto che il Belgio fosse tutto o quasi per Wout Van Aert, specie per quel concerne il tifo. Tutti amano Wout, non a tutti stava simpatico Remco. Ma adesso? 

Tra Tour e Olimpiadi si è visto un Remco commosso, più umano
Tra Tour e Olimpiadi si è visto un Remco commosso, più umano

Remco il maturo

Dopo il Podio al Tour de France e l’oro olimpico di Parigi le cose sembrano essere cambiate parecchio.

«Sì – spiega Guy Van Den Langenbergh, giornalista della Gazet van Antwerpen e dell’Het Nieuwsblad – ma sono cambiate non tanto per i risultati, che Evenepoel ha sempre riportato, quanto piuttosto per il suo atteggiamento. Per il suo modo di porsi. E’ lui che è cambiato».

Certamente da quando è andato al Tour de France e si è scontrato con i più grandi, per la prima volta se ci si pensa bene, la rotta si è invertita. Probabilmente il fatto di ritrovarsi in un palcoscenico tanto importante, lo ha indotto giocoforza a rivedersi. Remco non poteva essere “spaccone” o irriverente come in altre occasioni.

«Quando dico che Remco è cambiato, non è più come in passato quando diceva: “Ora vinco”. No, stavolta parlava di una top cinque come un buon risultato. Diceva che salire su un podio sarebbe stato un successo. Ha ammesso i suoi limiti in salita. Abbiamo dunque un Remco più maturo, più intelligente nel modo di porsi. Sì, maturo: questa è la parola giusta».

E questo è vero. Pensiamo per esempio a quelle battute a fine tappa con Pogacar, quel modo indiretto di riconoscere la superiorità dello sloveno ha significato molto per i belgi. E anche l’atteggiamento in corsa ha inciso secondo noi. Pensiamo al modo di correre: il salire di passo e non mollare quando Pogacar e Vingegaard scattavano. L’anno scorso alla Vuelta alla prima occasione in cui perse due metri, poi naufragò. All’improvviso Remco è parso più rispettoso. Appunto più maturo.

Le ultime settimane hanno ridotto se non azzerato la differenza di popolarità con Van Aert, vero beniamino dei belgi
Le ultime settimane hanno ridotto se non azzerato la differenza di popolarità con Van Aert, vero beniamino dei belgi

Sul trono con Wout

Come dicevamo, Van Aert era il più amato in assoluto, ora i due sembrano essere alla pari. In qualche modo anche Evenepoel si è preso tutto il Belgio. Non ha più solo i tifosi dei vari fans club.

«Ma Wout resta Wout – prosegue Van Den Langenbergh – anche lui ha continuato ad avere i suoi sostenitori. Dopo la caduta alla Dwars door Vlaanderen e tutto il percorso di recupero che ne è conseguito ha sentito il sostegno dei tifosi. Le fratture, il lavoro per tornare in bici, la fatica del Tour, le volate in Francia e poi la crono olimpica (gettando il cuore oltre l’ostacolo con l’azzardo della doppia lenticolare, ndr)… Van Aert è sempre amato. Ma certo adesso sono alla pari in quanto a livello di popolarità».

Colleghi corridori, giornalisti, campioni, anche chi non era perfettamente allineato con Evenepoel adesso si è ricreduto. Pensiamo a Greg Van Avermaet per esempio. Ma soprattutto Remco è stato in grado di far cambiare idea persino a sua maestà: Eddy Merckx. Tra le tante punzecchiate del Cannibale, ricorderete le critiche sul ritiro dal Giro d’Italia. O l’ingiusta, sempre secondo Merckx,  convocazione per i mondiali del 2021, tanto per dirne due. A sua volta Remco punzecchiò Eddy: «Deve sempre dire qualcosa». Insomma, i due non si amavano troppo, mettiamola così.

«Senza dubbio – va avanti il giornalista belga – Remco era atipico nel suo modo di porsi. E Merckx lo ha criticato in modo diretto. Diceva che parlava troppo, anche i suoi genitori a volte avevano replicato a Merckx con toni forti. Invece proprio Eddy era a Parigi e lì ha incontrato i genitori di Remco. Adesso anche lui ha riconosciuto un cambiamento del ragazzo e l’incontro con la famiglia Evenepoel è stato disteso, sereno. Ora tra i due c’è comprensione».

Durante il Tour de France si è visto un Evenepoel sempre disponibile con la stampa
Durante il Tour de France si è visto un Evenepoel sempre disponibile con la stampa

La stampa apprezza

Tutto questo discorso su Evenepoel e la sua popolarità si riversa poi anche nei confronti della stampa. A volte i rapporti erano di carta vetrata, anche se va detto che uno come Remco è stato e resta una manna per i giornalisti. Evenepoel ha sempre fatto scrivere. E spesso lo ha fatto proprio per le sue uscite colorite. Però non sapevi mai che Remco avresti trovato dopo avergli messo il microfono sotto al naso.

«Il rapporto è cambiato anche nei confronti di noi giornalisti – ha concluso Van Den Langenbergh – Remco è più aperto. In questi ultimi mesi lui sapeva quello che volevamo. Ogni giorno ci ha dato qualcosa. Ha trovato un buon equilibrio nel parlare, nella quantità di cose da dire, e lo ha fatto in modo franco. Anche questo si è percepito bene. Remco è molto comunicativo. Mi sento ancora di utilizzare il termine maturo».

Bettini, un salto a Parigi. Ipotesi inquietanti e pronostico impossibile

31.07.2024
6 min
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Paolo Bettini da oggi è a Parigi come testimonial del made in Italy, in quanto ambassador di Manifattura Valcismon. Una toccata e fuga, poiché già domani sera sarà a casa. Pur essendo campione olimpico ed essendo stato tecnico della nazionale, non gli è toccato in sorte un accredito e così seguirà la gara di sabato in televisione. Ma che gara sarà quella olimpica, lunga 272 chilometri e con 89 corridori al via? Si può stravolgere il ciclismo per contenere il numero dei posti nel Villaggio Olimpico? C’è tutta una serie di domande che ci assillano durante questi Giochi dalle quote rimaneggiate, ma perché non sembrino le paranoie di chi scrive, abbiamo provato a sentire l’opinione di chi ne ha corse tre e una l’ha vinta. Paolo Bettini, appunto, cinquant’anni compiuti ad aprile: nono a Sydney, primo ad Atene, diciottesimo a Pechino.

Il CIO ha deciso per la riduzione del numero (anche) dei ciclisti, per ammettere altre discipline. Chi si è opposto?
Il CIO ha deciso per la riduzione del numero (anche) dei ciclisti, per ammettere altre discipline. Chi si è opposto?
Che effetto fa una gara di 272 chilometri con 90 corridori? Non è un po’ falsato il concetto di gara di ciclismo?

In effetti, mi sembra più una randonnée. Io ci sto per il chilometraggio lungo. Ad Atene 2004, il 14 di agosto con 42 gradi, mi ero quasi lamentato che fosse solo di 224 chilometri, abituato da buon cacciatore di classiche a vincere a su distanze di 250-260. Dissi che almeno avrebbero potuto farla di 240. Poi però scoprii una cosa che in realtà avevo già capito da giovane a Sydney, cioè che tenerla è un casino. Si correva in 5 per Nazione. Adesso cosa hanno fatto? La brillante idea è di ridurla addirittura a 4 come numero massimo di atleti per le Nazioni più rappresentative, per poi scendere a 3 come con l’Italia, poi 2 e poi gli isolati che correranno da soli. Se l’idea era di ridurre il numero per aprire a più Nazioni, perlomeno 130 corridori da portare alla partenza li avrei trovati. Partire in 90 per fare quel tipo di chilometraggio? Si salvi chi può…

Continua.

E’ un casino fare la riunione tecnica di come andrà la gara. E’ veramente una gara alla si salvi chi può. Se dopo 50 chilometri rimani con 30 corridori davanti e 60 dietro, che corsa viene fuori? Considerate che di 90, un bel mucchio di corridori va in crisi dopo 140 chilometri. Se la fai un po’ “garellosa”, dopo 140 chilometri rimani con 60 corridori. Ma se per disgrazia esce un po’ di sole, di quello parigino estivo vero, e corrono a 32 gradi, sarà una gara che possono finire 18 corridori. Poi è vero che a loro basta il podio per fare le medaglie, però come avete detto prima, si snatura il concetto di grande classica. Non è più un palcoscenico internazionale con la sfida tra grandi atleti. Va bene che qualcuno non è venuto, tipo Pogacar, ma quanti professionisti europei, americani, australiani non sono stati convocati perché le nazionali sono ridotte alla metà di quelle dei mondiali?

Nonostante i 224 chilometri di Atene 2004, Bettini si rese conto che la corsa fosse incontrollabile: si correva in 5
Nonostante i 224 chilometri di Atene 2004, Bettini si rese conto che la corsa fosse incontrollabile: si correva in 5
Ce ne sono fuori almeno altri 90 se non di più.

Okay, allora anziché ridurre a 4, perché non fare un numero massimo di 6 per squadra? E qui si capisce perché sono scesi a 4 senza aumentare il numero delle Nazioni. Perché così facendo, risparmiano posti nel Villaggio Olimpico. Lo scopo è questo. Meno gente da accreditare, meno gente da far girare, meno di tutto. Apertura però ad altre discipline. Pertanto se nel complesso al Villaggio Olimpico deve gravitare in due settimane un certo numero di persone, quello deve essere. E se uno sport ne porta troppe, io lo riduco.

Uno dei motivi per cui tolsero la 100 chilometri a squadre, inserendo la crono individuale…

Quello che mi dispiace è che non vorrei che in un futuro non troppo lontano, pensassero proprio di eliminare la prova su strada. Se continuano a ridurla così, mi sembra che non gli interessi nemmeno troppo. Il ciclismo viene bistrattato, basta guardare come hanno fatto il calendario olimpico. Se mi proponi una gara da 272 chilometri con 90 corridori, non è più una grande classica. E’ una gara olimpica, tutto il rispetto per chi vince ed entra a pieno titolo nell’Olimpo, però il discorso non mi torna.

Parigi ospiterà la gara dei pro’ su strada sabato prossimo: 272,2 km con i primi 225 in linea. 89 partenti.
Parigi ospiterà la gara dei pro’ su strada sabato prossimo: 272,2 km con i primi 225 in linea. 89 partenti.
Diciamo che tolta la maratona, il ciclismo è il solo sport che costringe a chiudere le strade. In fondo nel velodromo i corridori non danno fastidio a nessuno.

Esatto, esatto. Ma speriamo di no…

Tu che correvi un po’ alla Van der Poel, come avresti gestito una corsa del genere?

Con 225 chilometri prima di arrivare nel circuito, io spacco tutto prima di entrare a Parigi. Quando arrivo in città, voglio che siamo il meno possibile e poi con gli altri me la gioco nel circuito. E io sto fermo 225 chilometri, secondo voi? Questi sono ragazzi che non hanno paura di prendere vento. Evenepoel è abituato a partire lontano all’arrivo e farsela per conto suo. Van der Poel è uno abituato al ciclocross, dove si fa un’ora fuori soglia come pochi, figuratevi se ha paura a stare fuori 100 chilometri, cercando poi di vincere in volata. Sono fatti così. Quando entri in circuito, rischi veramente. Per questo io approfitterei della campagna francese che proprio pianura non è. Se poi, niente niente, tira un filo di vento… aiuto! Dopo 100 chilometri c’è uno sparpaglìo galattico. Altrimenti devi fare una gara come quella femminile, dove le più forti sanno che gli bastano gli ultimi 30 chilometri. Così vanno via col gruppetto delle migliori sempre appallato e poi negli ultimi 60 chilometri aprono il gas e fanno la corsa. Ma i professionisti non fanno così.

E poi c’è anche chi non ha interesse a fare la corsa di certi fenomeni.

Anche perché l’Italia, che sulla carta non ha grandi chance, magari sgancia prima Bettiol. E se non faccio muovere prima lui, allora faccio attaccare Viviani. Sennò che cosa è venuto a fare Elia? Gli faccio accendere la corsa, perché non credo che abbia la la gamba per chiudere un buco di 30 secondi su Evenepoel, se la corsa la accendono loro. Viviani è meglio trovarlo davanti, in un gruppetto di 7-8. Perché se arrivano Evenepoel e Van der Poel, magari anche con Bettiol, forse Elia là davanti mi serve a qualcosa. Sennò cosa fa?

Ai mondiali di Wollongong, dopo aver vinto la Vuelta, Evenepoel dimostrò di gradire gli attacchi da lontano
Ai mondiali di Wollongong, dopo aver vinto la Vuelta, Evenepoel dimostrò di gradire gli attacchi da lontano
Stare coperti forse non serve a molto…

Stai nascosto, ma non credo che si corra per arrivare tutti insieme. Le Nazioni cui interessa arrivare in fondo sono l’Olanda, il Belgio… La Spagna come corre? E la Francia? Alaphilippe se la gioca, ma deve anticipare. Lui e Bettiol dovrebbero fare coppia fissa, perché in questo momento storico sono simili per quello che vogliono e possono fare. La Spagna invece si butta e magari porta via Olanda e Belgio. Per questo dico che dopo 80 chilometri restano in 30 corridori.

Ti sarebbe piaciuto correre una gara così?

Eh, quella sarebbe la mia corsa (sorride, ndr). Quando c’era disordine, lo sapete, quando c’era disordine c’era Bettini! Anzi, quasi sempre la creavo. Mi ricordo nel 2008, pur di far gara dura, si fece partire Nibali su un ponte dell’autostrada tra Pechino e la Grande Muraglia (in apertura la partenza di quella gara, ndr). Però eravamo in cinque. Dietro c’eravamo io, il povero “Rebella”, Pellizotti e Bruseghin. Non andò male, perciò vediamo cosa faranno sabato che corrono in tre. Me la guardo per bene in televisione, così posso anche allenarmi. Il mio viaggio in Grecia per festeggiare i 50 anni e i 20 dall’oro olimpico, zitto zitto, arriva.