San Baronto e Mastromarco: la rivalità si rinnova tra gli juniores

21.01.2025
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Nel ciclismo le rivalità hanno segnato, forse più che in altri sport, epoche e identificato campioni. Tra queste ce n’è una che si legava e si lega tutt’ora ai giovani: quella tra San Baronto, nel pistoiese, e Mastromarco, nel fiorentino. Due località vicine ma divise da una collina e da una sana competizione sportiva. Una rivalità nata negli anni in cui Giovanni Visconti e Vincenzo Nibali si affrontavano tra gli under 23, infiammando le strade toscane e facendo accorrere tifosi da ogni angolo.

Oggi, quella sfida sembra pronta a rinascere, anche se con proporzioni diverse. A tenere alta la bandiera di San Baronto c’è il Team Franco Ballerini-Cesaro, una realtà ormai consolidata nel panorama juniores. Mentre Mastromarco rinasce con una nuova squadra che porta lo stesso nome, con l’intento di recuperare il prestigio di un tempo.

Luca Scinto, oggi direttore sportivo della Franco Ballerini, era il tecnico della Finauto, la squadra che all’epoca rappresentava San Baronto (e Visconti) nella sfida con Mastromarco. Con lui abbiamo ripercorso quegli anni e analizzato le prospettive future di questa storica rivalità.

Rispetto a questa salita, San Baronto si trova a destra in cima. Mastromarco a sinistra, ai piedi della collina. Pochi chilometri di distanza, due tifoserie distinte
Rispetto a questa salita, San Baronto si trova a destra in cima. Mastromarco a sinistra, ai piedi della collina. Pochi chilometri di distanza, due tifoserie distinte
Luca, ci risiamo dunque? San Baronto e Mastromarco come ai tempi di Visconti e Nibali?

Che tempi! Era una rivalità sana e scherzosa, che però portava entrambi a dare il massimo. I paesi della zona si svuotavano per vederli correre. Quel dualismo ha fatto bene al ciclismo perché spronava tutti a migliorarsi. Nibali è diventato un campione straordinario e Visconti ha avuto una carriera di tutto rispetto con 40 vittorie tra i professionisti.

Pensi che la rivalità possa tornare con le nuove squadre juniores?

Credo che oggi sia difficile ricreare una rivalità simile o almeno a quei livelli. Me lo auguro, sarebbe bello per il ciclismo toscano e italiano, ma i tempi sono cambiati. Oggi ci sono meno corse e le squadre WorldTour stanno prendendo tutto e sul fronte del valore tecnico si perde qualcosa. Tra qualche anno, tre o quattro, il ciclismo rischia di diventare elitario, per chi ha i soldi. Però sono contento che Mastromarco abbia rilanciato il progetto juniores.

Cosa succedeva quando le due squadre magari si incontravano per strada?

Ma no, un saluto e via. Però posso raccontarvi questa: io ho allenato Visconti e Nibali insieme. Mi ricordo di un’uscita dietro scooter con loro due prima dell’Europeo che vinse Giovanni. Nessuno dei due voleva mollare, si spingevano al limite. In salita era una lotta vera, ma sempre con rispetto. Era davvero uno spettacolo vederli. Due corridori che sono diventati quello che sono grazie anche ad episodi come questi. Oggi spero di rivedere qualcosa di simile, anche se in scala ridotta.

Dopo essersi scontrati tra gli U23 (e le colline toscane), Visconti e Nibali sono stati compagni in nazionale e tra i pro’ alla Bahrain
Dopo essersi scontrati tra gli U23 (e le colline toscane), Visconti e Nibali sono stati compagni in nazionale e tra i pro’ alla Bahrain
Quali sono le principali differenze rispetto ad allora?

Il livello è diverso. Ora ci sono poche squadre del Nord Italia molto più forti, come la Borgo Molino o il Team Giorgi, dalle nostre parti va bene la Vangi. Noi, come altri team, abbiamo una buona squadra, ma non possiamo competere con le giovanili dei team WorldTour. Mastromarco sta ricostruendo, ci vorranno un paio d’anni almeno per essere competitivi ad alto livello. Come ripeto, noi della Franco Ballerini abbiamo una buona squadra, ma il ciclismo di oggi è più veloce e non aspetta nessuno.

Voi organizzate il 2 marzo il GP Baronti: è un punto di partenza per la rivalità?

Può esserlo, è una gara importante che apre il calendario nazionale juniores. Ringrazio la famiglia Baronti della Neri Sottoli per il supporto. Sarà più dura rispetto all’anno scorso, con 130 chilometri e salite impegnative: abbiamo seguito le indicazioni che ci ha dato il cittì. Avremo 200 partenti e passeremo 4-5 volte proprio da Mastromarco.

Che squadra è la Franco Ballerini 2025?

Un buon team con 12 ragazzi promettenti. Mattia Proietti Gagliardoni (la stellina del gruppo, ndr) andrà in ritiro con la Intermarché-Wanty, poi abbiamo Michele Pascarella, Giuseppe Sciarra e altri giovani interessanti. In generale i ragazzi devono imparare in fretta, perché oggi il ciclismo non aspetta. Quest’anno poi abbiamo cambiato qualcosa in termini organizzativi.

Luca Scinto con i suoi ragazzi
Luca Scinto con i suoi ragazzi
Cosa?

Ognuno ha il suo preparatore. Io cerco di coordinare tutti al meglio. Quest’anno ho delegato di più per concentrarmi maggiormente sulla gestione sportiva, altrimenti finiva che non avrei fatto bene né il direttore sportivo, né il preparatore. Il ciclismo richiede sempre più specializzazione.

E la Mastromarco che squadra sarà?

Non so davvero, non posso esprimermi, ma come ho detto sono contento che Franceschi e Balducci non abbiano abbandonato del tutto il ciclismo dopo la chiusura del team under 23 e abbiano creato questa squadra. E’ un bene per la Toscana e non solo.

Frattura del gomito, la caduta di Realini e i tempi del recupero

21.01.2025
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La stagione di Gaia Realini non è sicuramente iniziata nel migliore dei modi vista la frattura al gomito di qualche giorno che l’ha costretta a fermarsi. Per la scalatrice della Lidl-Trek si tratta di uno stop nella rincorsa agli obiettivi stagionali. Un rallentamento che però non spaventa visto che siamo a gennaio. Un infortunio che deve lasciare lontani eventuali allarmismi ma che comunque è da non sottovalutare. In un post sui social Realini ha scritto: “Qualche giorno fa sono caduta in allenamento, una piccola frattura al gomito che sicuramente non ci voleva… La stagione non è ancora iniziata e il meglio deve ancora venire”.

Per capire cosa comporta una frattura al gomito e come si gestisce siamo andati da Maurizio Radi, fisioterapista e responsabile del Fisioradi Medical Center

«Il gomito – ci spiega subito – è un’articolazione tra omero, ulna e radio, e in base alla frattura viene impostato un percorso terapeutico riabilitativo mirato. Nel caso di Realini bisogna capire che tipo di frattura ha avuto».

Abbiamo chiesto chiarimenti sulla frattura al gomito a Maurizio Radi, titolare del Fisioradi Medical Center
Abbiamo chiesto chiarimenti sulla frattura al gomito a Maurizio Radi, titolare del Fisioradi Medical Center
Sui suoi canali social Realini ha scritto che ha riportato una piccola frattura al gomito destro, non scomposta.

Se ci si trova davanti a una frattura composta il gomito viene immobilizzato con un tutore. Si preferisce quest’ultimo al gesso perché permette di avere una gestione migliore della riabilitazione. Infatti inizialmente l’articolazione viene immobilizzata a novanta gradi. Poi dopo una settimana o una decina di giorni può essere parzialmente sbloccata a quarantacinque o sessanta gradi e si può iniziare la riabilitazione.

Non bloccare subito il gomito cosa comporta?

Il tutore è da considerare al pari di un gesso, per questo bisogna parlare bene con l’atleta e spiegare che comunque c’è da fare attenzione. Tuttavia questo metodo permette di iniziare al più presto con le terapie che servono per ridurre la rigidità che altrimenti si creerebbe con il gesso. 

Di quali terapie parliamo?

La prima che si può fare grazie all’uso del tutore è la magneto terapia che stimola la creazione del callo osseo. Può essere associata alla fisioterapia strumentale, tipo tecar o laser, per ridurre infiammazione e gonfiore. Si può anche iniziare un’elettrostimolazione per tenere attivi i muscoli e i tendini

Il gomito quindi non è una frattura complessa?

In realtà sì perché ci sono diverse ossa che compongono questa articolazione, a seconda di quella che riporta la frattura si deve agire in una determinata maniera. La prima cosa da fare è andare da un ortopedico specialista che è in grado di definire quale trattamento adoperare. Una radiografia è il primo passo per avere una corretta diagnosi, in alcuni casi serve completamento diagnostico tramite RMN o TAC. 

La riabilitazione attraverso la fisioterapia può iniziare dopo una settimana o dieci giorni
La riabilitazione attraverso la fisioterapia può iniziare dopo una settimana o dieci giorni
Per un ciclista quanto è invasivo come infortunio?

Non molto se si considera che il gomito non è la prima articolazione di carico in questo sport. Chiaramente con l’immobilizzazione c’è una perdita del tono muscolare ma non è così importante come se avvenisse sugli arti inferiori. In bici l’utilizzo del gomito è molto limitato. 

Nonostante le mani siano uno dei punti di contatto con la bici e quindi di sostegno del peso?

Le braccia sostengono il peso del busto ma questo si divide tra mano, polso, gomito e spalla. Se una di queste parti viene meno a causa di un infortunio le altre vanno a compensare. Anche se il recupero a livello dell’articolazione del gomito non dovesse essere totale questo non andrebbe a intaccare la guida della bici. Poi va detto che su un infortunio come quello della Realini il recupero totale è praticamente certo

E’ possibile tornare ad allenarsi e correre anche con una mobilità parziale del gomito, ne è un esempio Pozzovivo
E’ possibile tornare ad allenarsi e correre anche con una mobilità parziale del gomito, ne è un esempio Pozzovivo
Dopo quanto tempo si può tornare in bici?

Grazie ai rulli quasi subito. Una settimana si deve stare fermi però poi con accortezza si può già tornare a pedalare. Il ritorno su strada dipende dagli obiettivi e da quanto si vuole aspettare, ma una volta recuperato almeno il 50 per cento della mobilità del gomito si può guidare serenamente la bici.

La Borello tricolore ora aspetta una chiamata azzurra

21.01.2025
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Campionessa italiana: se a inizio stagione avessero pronosticato questo, a Carlotta Borello (in apertura, foto Lisa Paletti), sarebbe scoppiata a ridere, nonostante il suo incedere dominante durante l’ultimo Giro delle Regioni abbia accresciuto notevolmente le sue quotazioni. Al suo primo anno da Elite, la portacolori del Team Cingolani ha raggiunto in breve la cima del movimento italiano, cogliendo di sorpresa molti addetti ai lavori.

La Borello a Benidorm, dove domenica scorsa ha centrato un’ottima 15esima piazza
La Borello a Benidorm, dove domenica scorsa ha centrato un’ottima 15esima piazza

«Ero partita per guadagnarmi un posto sul podio tricolore – racconta la ventitreenne piemontese – ma vincere non lo ritenevo possibile, considerando che avversarie come Casasola e Baroni fanno attività all’estero, quindi erano quasi sconosciute per me in quanto a livello qualitativo».

Andiamo alle origini della Borello ciclocrossista…

Ho iniziato come gioco, un’occasione per divertirsi durante l’inverno senza abbandonare la bici. Mi dedicavo prevalentemente, da ragazzina, alla strada e il ciclocross era un ottimo sistema per tenermi in allenamento. Gareggiavo nelle prove giovanili dei trofei Lombardia e Piemonte, vedevo non solo che andavo bene, ma che era un’attività che mi prendeva sempre di più. Con Cicli Fiorin ho trovato la massima disponibilità verso la multidisciplina, è arrivato anche il secondo posto tricolore da junior 2° anno, le prime convocazioni in nazionale e da lì è stato sempre un crescendo.

La Borello ha militato fino allo scorso anno nella DP66, centrando il podio tricolore nel 2024
La Borello ha militato fino allo scorso anno nella DP66, centrando il podio tricolore nel 2024
Tu hai cambiato squadra quest’anno, fino allo scorso eri alla DP66, come ti trovavi?

Sono stata sempre molto bene, soprattutto il primo anno quando Daniele Pontoni era ancora al vertice del team, poi approdando in Federazione ha dovuto passare la mano. La qualità e soprattutto la professionalità non sono però mai venute meno. E’ un ottimo team per crescere, considerando che io vengo da una realtà geografica come il Piemonte dove non c’è una tradizione di grandi squadre, ma sentivo alla fine che avevo bisogno di cambiare qualcosa, soprattutto in corrispondenza del cambio di categoria.

A oggi ti senti più ciclocrossista o stradista?

Sicuramente più ciclocrossista, o meglio ho intenzione di fare di questa attività quella principale, il che significa che dall’estate si comincerà a pensare già alla nuova stagione. Su strada mi destreggio abbastanza bene soprattutto se i percorsi sono vallonati, selettivi, con qualche salita dove poter smuovere le acque. Visti comunque i risultati invernali, devo dare la precedenza a questi e infatti ne ho già parlato con il team.

Con la BTC City Ljubljana la Borello ha colto più soddisfazioni nel gravel, su cui vuole investire
Con la BTC City Ljubljana la Borello ha colto più soddisfazioni nel gravel, su cui vuole investire
Su strada con chi corri?

Nell’ultima stagione ho militato nella BTC City LJubljana, ma più che su strada ho ottenuto risultati migliori nel gravel, come il secondo posto al Giro Sardegna Gravel, prova delle World Series e anche ai campionati italiani. Quest’anno ho deciso di rimanere al Team Cingolani anche nella stagione primaverile ed estiva, farò un’attività differenziata con qualche uscita sia su strada che in mtb, ma punto più sul gravel. Dovremo comunque metterci al tavolino per studiare un calendario compatibile.

Ora arrivano i mondiali. Tu, anche nelle uscite internazionali che hai fatto te la sei cavata bene ma ancora non sei approdata in nazionale, pensi che la maglia tricolore sia sufficiente per guadagnarti la selezione?

La speranza c’è, inutile negarlo, ma le scelte spettano al cittì che nei miei confronti è sempre stato premuroso. Di una mia partecipazione si è anche parlato, ma finché non c’è nulla di ufficiale non mi voglio illudere. Nelle occasioni in cui ho potuto gareggiare fuori dai nostri confini credo comunque di essermela cavata bene e saprei onorare al meglio la maglia azzurra.

Per la piemontese già numerose presenze in nazionale, ma non quest’anno, a dispetto dei risultati
Per la piemontese già numerose presenze in nazionale, ma non quest’anno, a dispetto dei risultati
Tra l’altro hai portato a casa anche qualche buon risultato, come il 18° posto in Coppa del mondo a Namur e il 15° a Benidorm, pur partendo dalle retrovie…

Spero che questi siano buoni biglietti da visita. Il team ha voluto investire su di me facendomi fare le prove di Coppa del periodo delle Feste, per darmi la possibilità di salire nel ranking, di affrontare il livello più alto possibile perché è solo così che si cresce. Io credo di essermela cavata bene, partendo dalla quarta fila ho pensato soprattutto a un primo giro senza errori per poi iniziare la rimonta, evitando i fuorigiri che in quei contesti si pagano caro. Sono andata sempre migliorando, spero che significhi qualcosa…

La Canyon//Sram già vince e Arzeni racconta

21.01.2025
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E’ quasi sul finire del lungo confronto che Davide Arzeni tira fuori la frase che più ci darà da pensare. Lo abbiamo scovato in Spagna nel ritiro con la Canyon//Sram zondacrypto, la squadra che lo ha ingaggiato come direttore sportivo (in apertura la vittoria di Chloe Dygert al Tour Down Under), dopo che la sua collaborazione con il UAE Team Adq si è interrotta bruscamente a giugno del 2024. Non ha potuto parlarne e non ha voglia di farlo neppure adesso. La frase che ci colpisce si riferisce infatti al suo passato immediatamente precedente: quello nella Valcar-Travel&Service.

«Diciamo che per la prima volta in carriera – dice parlando della nuova squadra – la componente italiana è minima. Alla Valcar erano tutte italiane e anche l’anno scorso ce ne erano tante. Qua sono due (Paladin e Consonni, ndr) e questa cosa mi stimola. Il discorso della Valcar ormai è finito e anzi forse mi ha un po’ penalizzato negli ultimi anni, per il fatto che mi hanno visto molto legato a determinate atlete. Invece voglio dimostrare di saper andare oltre. Qualche anno fa, uno mi ha detto che sono fortunato. Un altro invece mi ha detto la famosa frase per cui la fortuna non esiste: esiste solo il talento che incontra la conoscenza, quindi sono molto motivato».

Dopo aver costruito e lanciato la Valcar-Travel&Service, Arzeni è passato al UAE Team Adq ed è ora alla Canyon//Sram (pohlmlann photo)
Dopo aver costruito e lanciato la Valcar-Travel&Service, Arzeni è passato al UAE Team Adq ed è ora alla Canyon//Sram (pohlmlann photo)
Avevi definito la Canyon//Sram come la Valcar tedesca…

Lo è fino a un certo punto, c’è molta più organizzazione. Siamo strutturati come deve essere inquadrata una squadra di ciclismo. Quindi c’è la parte della performance dove ci sono i coach. Ci sono i direttori sportivi, chi si occupa della comunicazione, chi dei materiali, chi di organizzare i viaggi. E’ tutto molto chiaro. E poi la squadra è sì tedesca, ma ci sono atleti e staff da tutto il mondo.

Ogni direttore sportivo ha le sue atlete da seguire?

No, non c’è una suddivisione di questo tipo. Io farò gare con tutta la squadra, con tutte le atlete. Non solo con la Consonni, per dire, ma con tutte e qui di talento ce n’è tanto. Mi stimola lavorare con chi ha vinto il Tour de France o con ragazze che hanno già vinto medaglie olimpiche. Mi sono staccato dagli schemi del passato. Fino all’anno scorso Chiara (Consonni, ndr) la seguivo anche come coach, ora invece ognuno ha il suo luogo, diciamo così…

Non solo il Tour, anche se lavorare con Niewiadoma che l’ha vinto nel 2024 è per Arzeni uno stimolo in più (immagine Instagram)
Non solo il Tour, anche se lavorare con Niewiadoma che l’ha vinto nel 2024 è per Arzeni uno stimolo in più (immagine Instagram)
Chiara è arrivata indipendentemente da te, anzi è arrivata prima di te. L’obiettivo è di farne la velocista più importante della squadra. La vedi pronta per il ruolo?

Secondo me sì, ormai è grande. Ci sarebbe da preoccuparsi se non fosse pronta una ragazza che ha conquistato una medaglia olimpica. Ma ci sono anche altre ragazze veloci che la aiuteranno nelle sue volate e le faranno in prima persona. Lei comunque è molto cresciuta, tutti maturano. Diciamo che non è più la ragazzina terribile della Valcar. Ha quasi 26 anni, ha vinto l’Olimpiade. Ha vinto tre tappe al Giro e anche classiche importanti, quindi penso che sia pronta, sicuramente.

Il Tour è l’obiettivo principale del team?

Non solo. Vedo una squadra competitiva su tutti i terreni, come in realtà accade con tutti i grandi team WorldTour. L’obiettivo sono le grandi corse, perché questo è un gruppo importante anche a livello di nomi. Abbiamo atlete forti e con personalità e la cosa mi stimola molto.

Chiara Consonni, a sinistra, ha firmato per la Canyon//Sram per il biennio 2025-26. Lavora con Arzeni sin da junior (foto Saskia Dugon)
Chiara Consonni, a sinistra, ha firmato per la Canyon//Sram per il biennio 2025-26. Lavora con Arzeni sin da junior (foto Saskia Dugon)
Un gruppo ha iniziato dall’Australia, un gruppo è in Spagna.

Essendo una squadra molto forte e con un bell’organico (la Canyon//Sram zondacrypto ha 18 atlete, ndr), puoi programmare meglio le cose. Quindi chi torna dall’Australia e dopo il UAE Tour, poi avrà un periodo di riposo per preparare meglio le classiche. Altre invece partiranno dalla Spagna e poi andranno a fare le classiche.

Quale sarà la tua prima corsa?

Io comincerò con il UAE Tour e andremo lì per vincere. Io corro sempre per vincere, ma questo è per mentalità. Per la UAE sarà la corsa di casa e per loro è un appuntamento importantissimo. Noi ci andremo per far bene, però non abbiamo focalizzato la preparazione su quei giorni, anche se il livello delle atlete è alto e quindi andremo a giocarcela.

La Canyon//Sram ha iniziato al Tour Down Under subito con il piede giusto, guidata da Beth Duryea e vincendo una tappa con Chloe Dygert
La Canyon//Sram ha iniziato al Tour Down Under subito con il piede giusto, guidata da Beth Duryea e vincendo una tappa con Chloe Dygert
Come avete accolto il percorso del Giro d’Italia Women?

Un bel Giro, non mi dispiace. Ci sono tappe per le volate, tappe per le fughe e poi si deciderà, penso, tutto sull’arrivo in salita. Le ultime due tappe, insomma, Monte Nerone e Imola. E’ molto simile a quello dell’anno scorso, con la crono all’inizio, tappe nervose in mezzo e poi gli ultimi due giorni in cui fare la differenza. Di diverso dal 2024 c’è che la tappa di Imola è più dura rispetto a quella dell’Aquila. E’ il circuito dei mondiali, quindi non è per scalatori, perché le salite non sono lunghe, però è duro.

Soddisfatto della tua scelta?

Con Ronny Lauke, il team manager, avevamo avuto sempre empatia, anche quando eravamo avversari. E’ una squadra che mi è sempre piaciuta, il primo impatto è quello che mi aspettavo, quindi molto buono e sicuramente continuerà a esserlo. Del passato non parliamo, che è meglio. Alla mia squadra di prima auguro buona fortuna, ma solo perché ci sono ancora delle ragazze cui voglio bene. Sanno che sarò un loro tifoso. Ma per il resto, parlarne ormai non serve più. 

Sbaragli, 2024 opaco senza il Giro, ma ora si cambia

20.01.2025
6 min
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Dal WorldTour a una professional, per giunta piccola, il passo è molto più lungo di quanto si possa pensare. Dalla Alpecin-Deceuninck (che nel 2023 gli ha permesso di arrivare in nazionale) a quella che lo scorso anno si chiamava Team Corratec (e si chiama ora Solution Tech-Vini Fantini), forse la distanza è anche superiore e Sbaragli lo sapeva. Quando si rese conto che il team belga non lo avrebbe confermato, il toscano si affrettò ad accettare il salvagente proposto da Frassi e Citracca e provò a dire che applicando quel che aveva imparato con Van der Poel, sarebbe andato avanti ugualmente.

In realtà le cose non sono andate come sperava e il mancato invito al Giro d’Italia, che ora a causa del nuovo ranking è ancor più inavvicinabile, ha spento le velleità della squadra e trascinato con sé il morale degli atleti. Però bisogna fare con quello che si ha in casa e così Sbaragli si è rimboccato le maniche e ha affrontato il tredicesimo inverno da quando è professionista. Nessun ritiro, se non quello breve di questi giorni a Montecatini. Le strade di casa e il meglio che s’è potuto tirar fuori dal gelo della Toscana.

«E’ tutto regolare – dice Sbaragli – tutto a posto. A parte questi giorni a Montecatini, per la preparazione sono stato a casa. Ho ricominciato con un po’ di allenamenti di routine, non sono andato da nessuna parte. La stagione scorsa è stata impegnativa dall’inizio alla fine. Abbiamo fatto tante gare, magari di livello più basso, in cui s’è potuto provare a fare risultato. Provare, perché non è scontato. Negli ultimi anni è cambiato tutto, quindi il livello medio in generale è aumentato dappertutto».

La squadra è in ritiro a Montecatini fino a domani per lanciare la nuova stagione (foto Team Solution Tech)
La squadra è in ritiro a Montecatini fino a domani per lanciare la nuova stagione (foto Team Solution Tech)
Come è stato questo primo anno fuori dal WorldTour?

In generale positivo. E’ normale, nelle squadre più piccole ci sono dei limiti. Però a livello personale, con l’esperienza che ho accumulato, sono riuscito ad apprezzare di più le cose positive rispetto ai deficit che oggettivamente ci sono. E’ stata una buona esperienza.

Ti aspettavi qualcosa di più?

Potevo fare di più, soprattutto a livello di risultati. Speravo di fare oggettivamente un po’ meglio rispetto a quello che è venuto fuori. Magari si vede sempre la sfortuna quando succede qualcosa, però ho sempre pensato che alla fine dell’anno più o meno si fa sempre pari. Per cui alla fine qualche piazzamento è venuto, ma meno di quel che pensavo. Quindi partendo da questo, il mio obiettivo principale è fare meglio nel 2025.

Ritratto della famiglia Sbaragli della scorsa estate: Kristian, Camilla e Lorenzo che è nato a marzo del 2020
Ritratto della famiglia Sbaragli della scorsa estate: Kristian, Camilla e Lorenzo che è nato a marzo del 2020
Dove si trova la motivazione?

Sono uscito dal 2024 abbastanza soddisfatto dal punto di vista atletico, per come sono riuscito a prepararmi per gli appuntamenti. Meno, come dicevo, a livello di risultati e quindi la motivazione è colmare questa differenza fra le sensazioni e i risultati veri e propri. Non sto parlando di vincere chissà cosa, però diciamo che vorrei tornare a essere competitivo. Per questo ho deciso di fare un altro anno e vedere di ottimizzare al meglio quello che ho fatto nel 2024.

Ottimizzare?

Sì, non solo per me. Secondo me a livello di squadra tutti hanno reso sotto le aspettative. Ci sono stati sicuramente alcuni motivi di fondo e, cercando di correggerli, si spera di fare meglio nell’anno che sta per cominciare.

Kristian Sbaragli, classe 1990, è professionista dal 2013. E’ alto 1,75 e pesa 74 chili (foto Team Solution Tech)
Kristian Sbaragli, classe 1990, è pro’ dal 2013. E’ alto 1,75 e pesa 74 chili (foto Team Solution Tech)
Non aver fatto il Giro ha cambiato la storia, però hai comunque fatto 62 giorni di corsa: non pochi.

Bisogna essere onesti. Non avevamo l’organico o un uomo che potesse fare bene in classifica o il target realistico di poter vincere 3-4 tappe. Nonostante ciò, partecipare al Giro era oggettivamente l’obiettivo principale della squadra. Così, quando ci è stato comunicato che non lo avremmo fatto, ci sono state delle ripercussioni sul morale sia dello staff sia dei corridori. In una squadra deve girare tutto nel migliore dei modi e se succede una cosa del genere, non è detto che poi si riparta come se niente fosse.

Non era possibile riprendere in mano la situazione?

Per quanto mi riguarda, non andare al Giro è stato il tassello mancante che poi ha inciso anche sulla seconda parte di stagione. Non parlo per gli altri corridori, però nel mio caso fare un Grande Giro mi ha sempre aiutato per impostare la stagione in una determinata maniera e per avere una condizione positiva nei mesi successivi. Però è andata così e non possiamo farci più niente.

Sbaragli e la bici Pardus: secondo il toscano un cambiamento positivo (foto Team Solution Tech)
Sbaragli e la bici Pardus: secondo il toscano un cambiamento positivo (foto Team Solution Tech)
Come si fa per resettare le motivazioni?

Io sono abbastanza tranquillo, vi dico la verità. Non sono stato un campione, per l’amor di Dio, però sono abbastanza tranquillo della carriera che ho fatto. In questa ultima fase mi piacerebbe riuscire a togliermi qualche soddisfazione personale nelle gare in Italia. Vincere è sempre più difficile, soprattutto per chi non lo fa da tanti anni. Però me lo sono posto come obiettivo…

Dovunque capiti?

Qualunque sarà la gara. Se uno sta bene e si butta dentro, non sai mai come finisce. Qualche prova WorldTour ci sarà modo di farla, mentre per il ranking non faremo sicuramente il Giro d’Italia, non potremo neanche chiedere l’invito. Saperlo subito ci permetterà di concentrarci sul resto della stagione.

Sbaragli e le sue nuove ruote: la squadra userà prodotti Elitewheels (foto Team Solution Tech)
Sbaragli e le sue nuove ruote: la squadra userà prodotti Elitewheels (foto Team Solution Tech)
Nel frattempo siete passati alle bici Pardus, bici cinesi con cui corre anche la China Glory.

A livello tecnico abbiamo fatto uno step in avanti, sia a livello di ruote che di telaio. Non sempre si ha fortuna di essere al top sotto questo punto di vista, però penso che facendo il confronto stretto tra quello che ho utilizzato fino ad adesso e quello che utilizzerò da adesso in avanti, mi sento di dire che sotto questo aspetto si andrà bene.

Fatto il ritiro a Montecatini, dove debutterai?

Dovrei iniziare alla Marseillaise, il 2 febbraio in Francia. E poi se ci invitano al Dubai Tour, farei quello prima delle gare di marzo in Italia. E insomma, vediamo come va…

La nuova Uno-X. Per Hushovd deve restare un vessillo nazionale

20.01.2025
5 min
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Dallo scorso febbraio, Thor Hushovd è il general manager della Uno-X Mobility. Un ruolo che era forse nel suo destino, considerando quel che l’uomo di Grismatd ha fatto, conquistando tappe in tutte e tre i Grandi Giri, classiche come la Gand-Wevelgem ma soprattutto vestendo la maglia iridata nel 2010. Un riferimento assoluto per il ciclismo norvegese che da lì ha vissuto anni di vacche grasse, sfornando corridori di grande livello: Kristoff, Boasson Hagen, Johannessen. Anche grazie al fatto di avere un team di riferimento, ora nelle sue mani.

Thor Hushovd, 47 anni, è manager della Uno-X dallo scorso febbraio. In carriera ha vinto 74 volte da pro’
Thor Hushovd, 47 anni, è manager della Uno-X dallo scorso febbraio. In carriera ha vinto 74 volte da pro’

Hushovd è partito “a treno in corsa”, si può dire che il 2024 sia stato un anno di assestamento a livello personale, eppure per il team è stato molto proficuo con 26 successi e tanti piazzamenti: «E’ stato fantastico, abbiamo messo in campo bei punti. Le vittorie sono venute in serie, abbiamo anche fatto un buon Tour anche se non abbiamo raggiunto il nostro obiettivo di vincere una tappa. Ma siamo stati una volta secondi, due volte terzi. Quindi in generale, penso che abbiamo fatto una buona stagione».

26 vittorie è un bottino che ti saresti aspettato a inizio anno?

Si ha sempre un obiettivo alto, ma certamente quel numero fa piacere, anche perché al suo interno ci sono stati anche traguardi importanti. E’ chiaro che vorresti sempre fare meglio, che qualche piazzamento è una vittoria mancata, che avremmo potuto giocare meglio le nostro carte soprattutto nelle grandi classiche, ma abbiamo cercato di migliorare i nostri difetti emersi l’anno prima.

La più importante vittoria di Hushovd, ai mondiali 2010 di Geelong, battendo Breschel (DEN) e Davis (AUS)
La più importante vittoria di Hushovd, ai mondiali 2010 di Geelong, battendo Breschel (DEN) e Davis (AUS)
La maggior parte dei successi sono venuti da Kristoff e Cort che sono over 30. Dietro di loro chi sono i giovani che hai visto in maggiore crescita?

Io dico che ci sono nuovi talenti in arrivo. Sono davvero felice per questo, ma onestamente so che ci vuole tempo perché maturino. Ora abbiamo firmato qualche nuovo giovane, di ottime aspettative come Dalby e Pedersen. Stiamo crescendo bene, avremmo bisogno di alcuni più giovani, ma ne abbiamo così pochi che vengono.

Nel WorldTour vi confrontate con tutte multinazionali, solo il vostro team ha corridori di due sole nazioni. Perché questa scelta?

Questa è una scelta presa dal proprietario del team perché l’azienda ha mercato solo in Norvegia e Danimarca e quindi ha interesse che i corridori siano di questi due Paesi. La Uno-X Mobility deve avere una forte identità come squadra scandinava. Per certi versi è più difficile perché ci sono meno corridori da raggiungere, ma penso che sia anche più divertente e penso anche che il nostro ciclismo abbia ancora bisogno di squadre con una forte identità come questa. Non sto dicendo che tutti dovrebbero farlo, ma è una cosa positiva.

L’ultimo successo 2024 della Uno-X, con Magnus Cort al Veneto Classic
L’ultimo successo 2024 della Uno-X, con Magnus Cort al Veneto Classic
Anche in futuro sarà una squadra esclusivamente scandinava o seguirà l’esempio del team femminile che ha anche rider italiane come la Confalonieri?

Chi può dirlo? Per ora il piano è questo e si lavora su questi progetti per il futuro, poi le cose possono sempre cambiare. La storia siamo sempre noi a scriverla. Abbiamo fatto passi importanti, ora ci piacerebbe progredire, tornare al Tour con un ruolo e risultati migliori. Per quanto riguarda le donne, lì abbiamo meno bacino da cui attingere, quindi era necessario allargare i confini per rinforzare il team che resta però un riferimento per il ciclismo norvegese e danese.

Tu hai iniziato come general manager lo scorso febbraio, a stagione iniziata. E’ stato difficile?

Sì, molto, non lo nego. Non c’è un momento perfetto per iniziare, ma sono anche arrivato alla stagione in cui tutto era pianificato e organizzato, quindi non spettava a me pianificare tutto, ma così è più difficile agire perché le cose si sistemino. Ma ha funzionato bene, ho trovato una buona accoglienza e molta collaborazione, abbiamo lavorato tutti per la stessa causa.

L’esperienza di Alexander Kristoff è fondamentale nella crescita del team
L’esperienza di Alexander Kristoff è fondamentale nella crescita del team
Rispetto a quando correvi, stai vivendo un ciclismo diverso?

Beh, rispetto a quando correvo sono passati pochi anni, un decennio eppure le differenze sono molto marcate. Il ciclismo è cambiato in molti modi diversi, ma penso anche che sia cambiato in meglio perché è bello allargare i confini, sfidare nuovi limiti.

Che cosa vi attendete per il 2025?

Potrei dire vincere più dell’anno prima, ma io guardo soprattutto al Tour dove vogliamo vincere una tappa. E magari provare a fare qualche colpo a sensazione nelle classiche dove abbiamo gli uomini giusti per farlo.

L’età media del team danese-norvegese sfiora i 26 anni con 5 corridori Under 23
L’età media del team danese-norvegese sfiora i 26 anni con 5 corridori Under 23
Ti viene mai il rimpianto per non poter essere in strada a lottare per la vittoria, invece che in ammiraglia?

Penso di aver avuto la mia occasione, aver corso tanto e vinto altrettanto, anche gare importanti. Il tempo non fa sconti, ora è di un’altra generazione e io sono contento di poterci essere in un’altra veste. Mi piace vedere i corridori che seguono i miei consigli. Mi piace anche seguirli in allenamento. E’ questa ora la mia vita.

EDITORIALE / Caro Dagnoni, ti aspettano 4 anni decisivi

20.01.2025
3 min
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Al pari di altri presidenti d’oltre Oceano, Cordiano Dagnoni si insedia oggi per un altro quadriennio alla guida della Federazione ciclistica italiana. Come vi abbiamo raccontato ieri, l’elezione non ha avuto sorprese e la superiorità del presidente è stata chiara sin dal primo turno. In qualche modo, avendolo visto accanto a figure chiave dello sport italiano come Giovanni Malagò, già dal Giro d’Onore nella sua sicurezza avevamo colto dei segni premonitori.

Ragionando a caldo e poi ancora stamattina, si rifletteva su cosa abbia favorito un candidato rispetto all’altro. Ieri si è parlato di paura del cambiamento e proprio da questo vorremmo iniziare il ragionamento, che sarà breve per lasciare spazio al ciclismo pedalato.

Martinello può aver pagato la vicinanza di figure di spicco del ciclismo di qualche anno fa, non più amate come un tempo?
Martinello può aver pagato la vicinanza di figure di spicco del ciclismo di qualche anno fa, non più amate come un tempo?

Quale cambiamento?

Non è stato forse segno di cambiamento aver scelto Dagnoni al precedente turno elettorale, preferendolo a Di Rocco, Isetti e Martinello? Nel 2021 Silvio, come ieri Dagnoni, ottenne la maggioranza al primo turno e fu solo per una precisa indicazione dei candidati sconfitti che non riuscì a mantenere il primato nel ballottaggio.

Ma ieri, nel testa a testa fra lui e Dagnoni, avere accanto i riferimenti della precedente gestione non può essere stato letto come una restaurazione, piuttosto che come aria di cambiamento? Il coinvolgimento di Mario Valentini, dopo le vicende che hanno portato al suo allontanamento dalla nazionale paralimpica, non potrebbe essere sembrato un ritorno al passato, da cui gli atleti fuggirono con quella lettera di sfiducia? Probabilmente sì ed è stato lo stesso Martinello a rivelarlo. E perché i delegati di Daniela Isetti, il cui programma è parso forse il più organico, non hanno ricevuto l’indicazione di confluire su di lui?

Cordiano Dagnoni ha conquistato la presidenza con una maggioranza prossima al 60 per cento (foto FCI)
Cordiano Dagnoni ha conquistato la presidenza con una maggioranza prossima al 60 per cento (foto FCI)

Gli impegni da prendere

Dagnoni ha davanti quattro anni per dimostrare di saper fare quello che ha ripetutamente annunciato. Finalmente avrà a disposizione un Consiglio federale che remerà nella stessa direzione e questo indubbiamente non è poco. I temi sul tavolo ci sono e sarebbe sbagliato non vederli e non raccogliere le segnalazioni di allerta sollevate dagli altri candidati. Così come sarebbe saggio accogliere alcuni correttivi contenuti nei loro programmi. Non si tratterebbe di ammetterne la superiorità o di copiare: si tratta di lavorare per il bene del ciclismo.

Reclutamento. Presenza sul territorio. Promozione sociale. Presenza nelle scuole. Sicurezza. Impiantistica. Statuto da riscrivere. Gli obiettivi sono tanto evidenti che sembra persino superfluo annotarli. Noi di bici.PRO ci saremo, osservando, raccontando, elogiando e criticando, ma sempre con spirito costruttivo. Abbiamo narrato le storie degli atleti e della loro gestione e ci siamo anche soffermati su ciò che non ci convinceva. Siamo certi che questo sport meriti il meglio e la sua ricerca dovrà orientare il lavoro di chi ieri è stato scelto dall’Assemblea. Abbiamo davanti quattro anni in cui rimettere la nave su una rotta più virtuosa. Se non dovesse accadere, le conseguenze potrebbero essere pesanti. Al pari delle responsabilità.

Romele è già nei meccanismi del treno XDS (e delle classiche)

20.01.2025
5 min
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CALPE (Spagna) – L’approdo di Alessandro Romele nel WorldTour rappresenta una delle storie tecniche più interessanti del ciclismo italiano di questo inverno. Il giovane lombardo si appresta a vivere una nuova avventura al fianco dei grandi del gruppo e non con un ruolo marginale a quanto pare. Alessandro sta facendo questa fase con grande entusiasmo.

Un entusiasmo che emerge forte mentre ci racconta di questi primi training camp tra i pro’. Romele si sta già integrando nel meccanismo delle corse veloci e delle classiche della XDS-Astana. Allenamenti, spunti tecnici, dettagli del treno: Alessandro ci ha portato nella sua preparazione, la prima da professionista.

Romele (classe 2003) è passato nel team WT della XDS-Astana
Romele (classe 2003) è passato nel team WT della XDS-Astana
Alessandro, sei nel WorldTour…

È un sogno che si avvera, la realizzazione di quello che sognano tutti i ragazzini che iniziano a correre in bicicletta. Per me è anche un nuovo inizio, una sfida che affronto con la stessa passione di quando andavo in giro con la mia biciclettina. Certo, ora è il mio lavoro, ma resta prima di tutto un divertimento e una grande passione. Questo approccio mi aiuta a vivere tutto con serenità e naturalezza.

Naturalezza anche perché è la stessa squadra in qualche modo.

Il salto dal devo team al WorldTour è comunque importante. Anche se provenivo da un ambiente professionale, i cambiamenti ci sono e sono significativi. Fortunatamente, la squadra e i manager mi seguono con attenzione e fin qui credo che abbiamo lavorato al meglio. Ora vedremo come andrà la stagione.

Quanto è cambiato il tuo lavoro in termini di chilometri e ore di allenamento rispetto ad un anno fa?

Credo che rispetto agli anni passati ci sia stato un aumento del 20-30 per cento circa, ma la differenza maggiore è nella qualità. Le uscite lunghe di 4-5 ore, che una volta erano eccezioni, ora sono la quotidianità. Le sessioni da 6-7 ore sono ormai normali per prepararsi alle corse più impegnative. Inoltre, si lavora molto di più sulla specificità: forza, esplosività, sprint e tattiche per costruire il treno. Quando ero under 23, questi aspetti erano meno curati, ma ora hanno un’importanza cruciale.

Qual era stata la tua uscita più lunga sin qui?

Lo scorso anno ricordo un’uscita da 5 ore e mezza che, per un errore di calcolo del percorso, è diventata di 6 ore. A quel punto, un po’ per gioco e un po’ per sfida, abbiamo puntato ai 200 chilometri, e ci siamo riusciti chiudendo a 204 chilometri. Quest’anno ho già superato quella distanza: 202 chilometri in 6 ore e 40 minuti. Durante il prossimo ritiro ci aspetta una sessione da 7 ore. E questo mi stimola: sarà un vero test per il fisico e per la mente.

Romele (qui con ToneattI) sta lavorando molto sul treno e le volate (foto XDS-Astana)
Romele sta lavorando molto sul treno e le volate (foto XDS-Astana)
E’ anche un allenamento per imparare a mangiare in vista delle gare più lunghe?

Anche, certo… L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale in questi casi. Già da qualche anno lavoro con il nutrizionista Luca Simoni per allenare il corpo a ingerire fino a 120-130 grammi di carboidrati l’ora. Questo approccio è essenziale per mantenere un livello costante di energia durante allenamenti lunghi e intensi. E soprattutto per farsi trovare pronti quando bisogna spingere forte, perché poi la vera differenza è tutta lì.

Alessandro, fai parte del gruppo dei “pesi massimi”: quindi classiche del Nord, volate: come state lavorando riguardo al treno?

Sì, viste le mie caratteristiche fisiche (186 centimetri per 77 chili, ndr) sono stato inserito in quel gruppo. Io ho sempre pensato che il treno nel ciclismo sia un elemento fondamentale, esattamente come i fondamentali del calcio o del basket. Nel nostro caso non è facile coordinarsi con i compagni: richiede tanta pratica e conoscenza reciproca. A dicembre abbiamo fatto sessioni specifiche per migliorare questo aspetto, lavorando sulla “comunicazione” (che non è a parole) e sulle posizioni in gruppo e in bici. Ad esempio, mi hanno corretto quando tenevo le mani in presa alta, quindi con i gomiti piegati a 90 gradi, ma in quel momento la posizione migliore era in presa bassa per garantire stabilità e aerodinamica.

Raccontaci meglio, portaci in bici in quei momenti…

Il momento dei cambi è determinante. Ricordo un episodio in cui abbiamo simulato una volata. Eravamo più gruppi, come se fossimo state più squadre. Io ho fatto il lead-out, l’ultimo uomo, insomma. Finito lo sprint, Bol mi ha consigliato di dare una sgasata più forte, più secca, anziché continuare la progressione. Magari potevo coprire 70-80 metri in meno, perché era più importante mantenere la posizione per far restare davanti il velocista dietro di me. L’altro treno infatti stava risalendo.

Chiaro… E interessante!

È una questione di dettagli e di capire le preferenze dei compagni, soprattutto dello sprinter. Ogni velocista ha le sue caratteristiche e il treno deve adattarsi: c’è chi preferisce un lancio lungo e graduale e chi invece ha bisogno di uno sprint più secco. Sono piccoli dettagli, ma fanno la differenza. Bisogna capire come ragionano gli altri componenti del treno, in particolare lo sprinter, per metterli nelle migliori condizioni possibili. Per questo è importante provare e riprovare, conoscersi, correre, fare esperienza insieme.

Già lo scorso anno Romele aveva fatto delle gare (e tutto il finale di stagione) con la prima squadra. Eccolo alla Parigi-Tours
Già lo scorso anno Romele aveva fatto delle gare (e tutto il finale di stagione) con la prima squadra. Eccolo alla Parigi-Tours
Malucelli, Kanter e anche Syritsa che farà la spola con il devo team: avete già definito un ordine per il treno?

Non ancora in modo definitivo. Abbiamo Malucelli, che è super entusiasta e porta tanta energia, ma anche Glebi (Syritsa, ndr), che è un ragazzo determinato e costante. Ogni sprinter ha il suo stile e la scelta dipenderà dalla corsa, dalle condizioni e dalle formazioni. In squadra ci sono anche elementi di grande esperienza come Ballerini, che ha partecipato a treni importantissimi negli anni d’oro della Soudal-Quick Step, e Bol, che ci ha già dato preziosi consigli. Lavoriamo tutti insieme per costruire la miglior struttura possibile.

Alessandro, qual è il tuo programma per l’inizio stagione?

Inizierò il 25 e 26 gennaio con la Volta a la Comunitat Valenciana e la Clásica de la Cerámica. Poi ci sarà un ritiro di 20 giorni sul Teide a febbraio per preparare le classiche del Belgio e Strade Bianche. Marzo sarà il mese chiave per la mia prima parte di stagione, con l’obiettivo di fare esperienza e imparare il più possibile da ogni corsa.

Insomma, subito un calendario importante per te…

Sono entusiasta di affrontare Strade Bianche, una delle gare più belle d’Italia. Da junior ho avuto la fortuna di correre l’Eroica, una piccola Strade Bianche, e sono arrivato terzo. Questo percorso mi ha sempre affascinato e non vedo l’ora di viverlo al massimo. Già nel finale della scorsa stagione avevo preso parte alla Parigi-Tours, ricca di sterrati, e mi ero trovato bene.

La sconfitta brucia e Martinello si morde la lingua

20.01.2025
5 min
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FIUMICINO – Questa volta Martinello è scosso. La sconfitta ci può stare, ma erano tali i numeri di coloro che gli avevano assicurato il loro appoggio, che mandarne giù la defezione o il tradimento richiede una notevole dose di autocontrollo. Cordiano Dagnoni è stato da poco rieletto presidente della Federazione con numeri inoppugnabili, sono semmai quelli di Martinello e Isetti a sottolineare l’inatteso capovolgimento di fronte.

Il campione olimpico di Atlanta ragiona al piccolo tavolo della sala stampa, dove ci ha raggiunto per raccontare il suo punto di vista. Nella sala dell’Assemblea stanno ancora votando le ultime cariche, ma ormai è stato detto tutto.

«Delusione, chiaramente – dice – ma grande rispetto per il risultato. Delusione perché è stato fatto un lavoro importante e molto capillare sul territorio. Non si è trattato di andare a intercettare i delegati, i soggetti che contano. Sono andato a monte, quindi nelle regioni più importanti, con un lavoro che aveva l’obiettivo di responsabilizzare la società, che da queste dinamiche sono escluse a tutti gli effetti…».

L’Assemblea di Fiumicino è stata aperta dalla relazione di Dagnoni (foto FCI)
L’Assemblea di Fiumicino è stata aperta dalla relazione di Dagnoni (foto FCI)
Un lavoro importante?

Un lavoro importante che ha portato anche qualche risultato. Sapere che in diverse assemblee provinciali qualcuno si è alzato per chiedere ai delegati come avrebbero utilizzato la loro delega, è già un risultato. Poi speriamo che finalmente queste regole di rappresentanza vengano affrontate seriamente, lavorando per avere uno Statuto più funzionale alle esigenze di una Federazione complessa come quella ciclistica.

Ti aspettavi che già al primo turno il margine fosse così ampio?

Mi ha sorpreso molto. Al primo turno ho preso meno voti di quattro anni fa, invece ero convinto di avere un sostegno maggiore. Cosa possa essere accaduto non lo so, magari a bocce ferme ci sarà la possibilità di fare una valutazione più serena. Ho il sospetto che ci siano state alcune delegazioni che avevano garantito una certa posizione e che poi abbiano modificato il loro atteggiamento. Ci può stare, per carità, anche io ho avvicinato qualche delegato e c’è stato chi mi ha ribadito di essere su posizioni diverse dalle mie.

Ti sei pentito di aver frequentato le società e non i delegati?

No, rifarei la stessa scelta. Ho ricevuto tanta vicinanza e tanta attenzione, però evidentemente le dinamiche vanno in altre direzioni. Prendiamo l’esempio del Veneto, dove abbiamo lavorato in modo capillare e i risultati si sono visti dal punto di vista dei numeri a disposizione. Su altre regioni ho provato a fare lo stesso lavoro, però entrano in gioco dinamiche difficilmente controllabili per chi si propone. A Stefano Bandolini non davo un centesimo, invece è diventato vicepresidente vicario. Sicuramente ci sono stati molti anche che hanno lavorato contemporaneamente su più posizioni, per tenersi aperte entrambe le porte, ma anche questo ci può stare.

Renato Di Rocco, che nel 2021 aveva ricevuto la vicepresidenza onoraria dell’UCI, ha supportato Martinello
Renato Di Rocco, che nel 2021 aveva ricevuto la vicepresidenza onoraria dell’UCI, ha supportato Martinello
Puoi aver pagato la scelta di avere accanto a te Renato Di Rocco?

Da quando mi ha manifestato la volontà di lavorare insieme, mettendosi a disposizione per portare acqua (probabilmente un’operazione che non ha mai fatto in vita sua), devo riconoscere che Renato si è impegnato moltissimo. Qualsiasi cosa abbia fatto, mi ha prima chiesto il benestare. Poi c’è stato Mario Valentini, che non è un semplice delegato. E’ uno che fa rumore, alza il telefono, chiama a destra e a sinistra. I nove atleti della Lombardia, che fanno parte del settore paralimpico, avevano ricevuto dal loro presidente Ercole Spada l’indicazione di venire con noi. Invece al ballottaggio hanno cambiato idea, per la paura che tornasse in gioco proprio Valentini. Non so che danni abbia fatto Mario sul settore paralimpico francamente, ma è andata così. Non sarebbero stati quei nove voti, sarebbe comunque arrivato prima Dagnoni.

Può darsi che certe alleanze siano state per te un boomerang?

Quando ho fatto la conferenza stampa in cui presentavo la mia squadra, sapevo che nel momento in cui avessi annunciato Di Rocco, le domande sarebbero andate in quella direzione. Eppure quello di Renato è stato un percorso correttissimo. Non ho mai disconosciuto il suo peso, ma ammetto che quando ho sentito l’applauso dopo l’intervento di Marco Toni, mi è scattato un alert (nella sua dichiarazione il dirigente lombardo ha fatto riferimento a candidati alle cui spalle agisce chi ha governato la Federazione per vent’anni, ndr).

Pensavi che il ballottaggio potesse ribaltare l’esito del primo turno?

No, quando ho visto che Dagnoni è passato al primo turno con 110 voti, sono andato a fargli i complimenti e lui ha fatto gli scongiuri. Allora gli ho detto che se non avesse raccattato sei voti al ballottaggio, non avrebbe meritato la riconferma. Perché a quel punto entrano in ballo altre dinamiche. C’è chi magari al primo turno ha avuto il coraggio di votare da una parte e poi passa di là. Sono passaggi che ci stanno in un sistema come questo.

L’intervento di Marco Toni e il successivo applauso hanno dato la misura dell’orientamento dell’Assemblea contro Martinello
L’intervento di Marco Toni e il successivo applauso hanno dato la misura dell’orientamento dell’Assemblea contro Martinello
Una sconfitta che brucia più o meno della volta precedente?

Mi sorprendono i numeri, perché ho preso meno voti dell’altra volta, dopo aver avuto la possibilità di lavorare sul territorio con strumenti diversi rispetto al 2020, quando a causa del Covid non ci si poteva neanche spostare. Questa scotta un po’ di più, ma il risultato va rispettato: l’Assemblea fa le proprie scelte e quelle sono. L’impegno è stato tanto, pensavo francamente di essere riuscito ad andare un po’ più in profondità, ma evidentemente non è bastato. Ho avuto due tentativi. Se la prima volta la scelta di ricandidarsi fu una scelta automatica per le modalità con cui avevo perso, adesso è difficile immaginare di farlo ancora.