EDITORIALE / Il Giro d’Italia specchio del ciclismo italiano?

26.05.2025
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CITTADELLA – Terzo e ultimo giorno di riposo del Giro d’Italia. La tappa di Gorizia ha creato sconquasso nella classifica generale e ad averne la peggio sono stati certamente Roglic, ma soprattutto il ciclismo italiano. Ciccone è stato costretto al ritiro e anche Tiberi, il primo a cadere, ha dovuto mandare giù un altro distacco non richiesto. Ieri sul traguardo di Asiago, abbiamo dovuto ragionare un po’ prima di rispondere a Cristian Salvato, presidente dell’Accpi, quando ha detto che non ricorda di aver mai visto un Giro così bello. Ma è bello davvero e il nostro essere frenati deriva unicamente dall’assenza di italiani nei piani alti della classifica?

Il podio del Giro d’Italia è ancora alla portata di Tiberi? Sulle spalle del laziale il peso delle attese tricolori
Il podio del Giro d’Italia è ancora alla portata di Tiberi? Sulle spalle del laziale il peso delle attese tricolori

Un Giro che piace?

Il Giro d’Italia è sempre bello, ma è innegabile che ci siano delle sostanziali differenze rispetto a quanto vissuto lo scorso anno. Nel 2024 le volate di Milan, la crono di Ganna e le prestazioni piene di verve e speranza di Pellizzari e Piganzoli lasciarono un diverso sapore in bocca al pubblico italiano. E poi Pogacar davanti a tutti era l’alibi ideale perché ci si accontentasse di qualsiasi cosa passasse sulla tavola. Questa volta l’alibi non c’è, la lotta sarebbe (stata) aperta e in testa alla classifica ci sono dei ragazzi giovani e privi di albi d’oro clamorosi, se non quelli messi insieme nelle corse U23. Ma non ci sono corridori italiani.

Nei giorni scorsi Patrick Lefevere, intervistato da Tina Ruggeri, ha fatto un’istantanea spietata ma come sempre molto lucida del ciclismo italiano. «Io vengo dal 1992 in Italia – ha detto – e quando vedo che adesso non è possibile neanche fare una squadra World Tour, è sicuramente un peccato. Meno male che c’è Reverberi che fa sempre la sua squadra e poi c’è la Polti con Ivan Basso. Per il resto c’è da piangere».

Reverberi e Pellizzari in una foto del 2024: talenti come Giulio faranno sempre più fatica a restare in Italia (foto Mazzullo)
Reverberi e Pellizzari in una foto del 2024: talenti come Giulio faranno sempre più fatica a restare in Italia (foto Mazzullo)

Il figlio del corridore

Non fa mai piacere che uno straniero si permetta giudizi così pesanti sulle cose di casa nostra, ma bisogna essere onesti e riconoscere che le parole del vecchio belga non siano finite lontane dal bersaglio. Risulta anche comprensibile che Patrick non si renda conto delle difficoltà del ciclismo in Italia, forte invece della sua centralità in Belgio, dove gli sponsor si fanno un vanto del sostenerlo

I numeri cozzano contro l’ottimismo della FCI e sui valori della società italiana. Il figlio del calciatore gioca a calcio. Il figlio del tennista gioca a tennis. Invece il figlio del corridore gioca a calcio. E questo non accade perché i corridori non amino più lo sport in cui sono diventati uomini, ma perché andare in bicicletta in Italia è sempre più pericoloso e non se ne vede una via d’uscita. E siamo abbastanza sicuri, per averne avuta conferma da alcuni di loro, che la rinuncia sia dolorosa.

A ciò si aggiunga che le società sul territorio calino in rapporto con il calo delle… vocazioni e l’alto livello sia sempre più spostato verso Paesi non italiani. Se negli anni passati si trovava eroico lasciare le regioni del Sud per trasferirsi al Nord (le storie di Nibali e Visconti valgano come esempio), oggi è un dato acquisito che per fare carriera nel WorldTour si debba lasciare l’Italia. Lo si racconta in modo meno eroico, ma l’impatto sui ragazzi non è da meno.

Dopo due anni e mezzo alla Visma, Belletta è tornato in Italia. Non sempre l’estero è garanzia di successo (foto Tomasz Smietana)
Dopo due anni e mezzo alla Visma, Belletta è tornato in Italia. Non sempre l’estero è garanzia di successo (foto Tomasz Smietana)

Le parole di Pella

In un’intervista rilasciata oggi a Luca Gialanella, il presidente della Lega Ciclismo Roberto Pella snocciola la sua ricetta per far ripartire il ciclismo italiano e lo fa con argomenti da autentico presidente federale. Con l’onorevole abbiamo avuto un’interessante conversazione circa un mese fa. Ci ha spiegato con grande motivazione la voglia di andare avanti col suo passo, lungo la direzione che ha scelto e utilizzando i miglior mezzi a sua disposizione. Pella è un uomo del fare. Ha rivendicato giustamente gli sforzi per equiparare i premi delle donne a quegli degli uomini nella Coppa Italia delle Regioni. E ha ribadito di essere una risorsa per il ciclismo italiano e non capisce l’eventualità che la Federazione soffra la sua presenza e non ne sfrutti le possibilità.

«Se non seminiamo sui giovani – ha detto alla Gazzetta dello Sport – rischiamo di non avere più campioni in futuro. E’ arrivato il momento di sostenere il professionismo, così come spingere il movimento femminile. Dobbiamo aiutare le squadre italiane a trovare gli sponsor per farle restare in vita. Anche questo fa parte della missione della Lega. Il terreno del ciclismo italiano è stato arido per troppo tempo, ma va concimato e annaffiato».

Roberto Pella, presidente della Lega Ciclismo Professionistico, ha portato il ciclismo e i suoi campioni alla Camera
Roberto Pella, presidente della Lega Ciclismo Professionistico, ha portato il ciclismo e i suoi campioni alla Camera

La svolta necessaria

Pella siede in Parlamento e in Parlamento ha portato il ciclismo. Ha accesso alle stanze e i tavoli in cui vengono prese le decisioni che contano. E’ un uomo molto attento alle relazioni, ma anche concreto e capace di portare risorse dove servono. Si è sempre detto che il solo modo per cui i grandi sponsor italiani tornino a investire nel ciclismo sia offrirgli il modo di rendere l’investimento meno oneroso di quanto sia ora, come peraltro accade in altri Paesi europei. Se questo è davvero possibile, assieme alla creazione di spazi e norme a tutela dei ciclisti, allora forse c’è speranza di un’inversione di tendenza. Altrimenti, se non si allarga la base in modo che la selezione del talento avvenga su numeri più corposi, sarà difficile rivivere il fiorire di campioni che negli anni 90 ci permise di essere protagonisti del calendario.

Nell’attesa che le promesse diventino realtà e che la politica dello sport dimostri di avere le risposte per le domande più urgenti, ci accingiamo a ripartire per la prossima tappa del Giro sperando che Tiberi trovi la grinta e le gambe per avvicinarsi al podio. E che Pellizzari abbia la possibilità di rimettere fuori il naso, confermando i miglioramenti che tutti abbiamo già toccato con mano, viste le condizioni difficili di Roglic. Pare anche che a Piganzoli, testato da una grande squadra WorldTour, siano stati riconosciuti mezzi non comuni. Loro tre e alcuni altri ragazzi fra il 2002 e il 2003 sono il nostro futuro più immediato: occorre avere pazienza. Il Giro resta bello, potersi pavoneggiare per una vittoria italiana lo renderebbe sicuramente migliore.

Withen Philipsen fra i grandi. Baffi lo ha studiato a fondo

26.05.2025
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L’ingresso di Albert Withen Philipsen nel ciclismo che conta procede a ritmo sempre più veloce. L’ex campione del mondo juniores ha saltato direttamente la fase under 23 (anche se prende parte ad alcune prove di categoria come la Parigi-Roubaix, regolarmente vinta) e gareggia stabilmente nel team principale della Lidl-Trek, portando già segnali molto confortanti a conferma del suo enorme talento.

La sua vittoria alla Roubaix Espoirs, arrivando insieme allo svedese Soderqvist (foto Thomas Maheux)
La sua vittoria alla Roubaix Espoirs, arrivando insieme allo svedese Soderqvist (foto Thomas Maheux)

Ultimo, il podio finale al Giro d’Ungheria, tappa del calendario Pro, ossia quello immediatamente inferiore al WorldTour. A guidarlo sulle strade magiare c’era Adriano Baffi, suo diesse per l’occasione: «Il danese non fa parte del gruppo che io seguo direttamente e costantemente, ma questa settimana è toccato a me guidarlo. Io lo conosco poco, soprattutto ne sento parlare durante i nostri summit settimanali da parte dei miei colleghi e le voci che mi arrivavano erano davvero entusiastiche. Averlo però sotto gli occhi è un’altra cosa».

Qual è stata la tua prima impressione?

Albert ha sicuramente un potenziale enorme, è un talento grezzo sul quale si può lavorare bene. Non dimentichiamo che ha solo 18 anni eppure sembra già uno più grande della sua età. Ha delle prospettive completamente da scoprire.

Adriano Baffi, 63 anni, diesse alla Lidl Trek dal 2012 e sull’ammiraglia in Ungheria a guidare l’ex iridato juniores
Adriano Baffi, 63 anni, diesse alla Lidl Trek dal 2012 e sull’ammiraglia in Ungheria a guidare l’ex iridato juniores
Arrivare sul podio in una gara a tappe con una partecipazione molto qualificata, che cosa significa per te?

Io al piazzamento guardo in maniera molto relativa. Gare come questa, nel suo caso servono per imparare, sono tutte esperienze che si ritroverà più avanti, soprattutto per come è arrivato a quel podio. A 18 anni ti ritrovi a correre puntando alla classifica, ciò vuol dire che devi saper gestire la squadra, considerando anche però che il team era venuto in Ungheria anche con altri obiettivi, addirittura preminenti come gli sprint. Inizialmente Philipsen era stato aggregato come scalatore visto che nel team mancava, ma non era stata costruita la squadra per essere al suo servizio. Lui ha saputo guadagnarsi i galloni di capitano e chiaramente abbiamo corso per preservare il suo podio.

Che tipo di corsa era?

Molto semplice e nel suo caso ideale proprio in funzione della sua crescita. Quattro tappe prevalentemente pianeggianti e una nella quale praticamente ci si giocava la corsa, infatti in quella ha chiuso sul podio, poi è stato semplice difenderlo. I due che l’anno battuto, il colombiano Lopez e Alessandro Covi, sono corridori esperti, lo stesso Covi si era visto già che andava forte in questo periodo, avevano una condizione migliore della sua. Io sono pienamente soddisfatto, poi come detto il risultato finale ha un valore relativo nel suo caso.

Il podio finale in Ungheria, con il danese insieme a Lopez (al centro) e a Covi
Il podio finale in Ungheria, con il danese insieme a Lopez (al centro) e a Covi
E’ un corridore da corse a tappe secondo te?

E’ ancora troppo presto per dirlo. Quel che è certo è che corse come questa, fino a 5 giornate di gara tutte di seguito sono molto utili per farlo crescere ed abituare agli sforzi. Si vede che ha ottime qualità di recupero, ma è chiaro che un conto sono corse simili, un altro gare di 10 giorni se non di più. Ci deve arrivare per gradi. Per ora quello che ho visto è un corridore che mentalmente si sa gestire molto bene e che sa bene quello che vuole, sa soprattutto quali potenzialità ha e dove può arrivare.

Secondo te è davvero quel “crack” che tutti dicono sin da quando ha vinto il titolo mondiale?

E’ impossibile dirlo. Dobbiamo affidarci a quel che è reale, sul tavolo, non ai pensieri e alle speranze. Io so che ho trovato davanti a me un ragazzo che ha l’approccio giusto, professionale e per un ragazzo di 18 anni non è cosa da poco. Proprio per questo è fondamentale vedere come si sviluppa considerando proprio che per la sua giovane età è un fisico ancora in formazione. Intanto il salto di categoria l’ha già superato ed è già un passo avanti.

Finora il danese ha corso per 19 giorni, con una vittoria e 4 top 10
Finora il danese ha corso per 19 giorni, con una vittoria e 4 top 10
Tu hai corso tanti anni, hai il polso della situazione, per te conta più l’aspetto fisico o quello mentale?

Non sono più i tempi di quando correvo io. Ormai arrivano nel nostro mondo ragazzini che hanno già sviluppato una struttura mentale che noi acquisivamo solamente con il tempo, proprio perché l’attività juniores di oggi è profondamente diversa. Noi però dobbiamo essere attenti nella sua gestione, programmare poche gare ma selezionate. Certamente siamo di fronte a un diciottenne che ha già prestazioni da professionista, sia nel rendimento che nella gestione. Per me vale già tantissimo.

Garofoli, la testa e le gambe più forti del dolore

26.05.2025
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ASIAGO – Una baraonda nella stradina stretta dell’arrivo, nella selva di telecamere, microfoni, obiettivi, massaggiatori e addetti stampa. Nel mezzo di tutto questo, Gianmarco Garofoli sta fermo in mezzo senza dire una parola, nessuno accanto a lui. Settimo al traguardo, a 26 secondi da Verona. La tappa lo ha visto in fuga e poi rispondere per primo allo spagnolo, purtroppo senza riuscire ad agganciarlo. Neppure quando poi è arrivato Zana e in due non sono riusciti a fare tanto di più.

Suo padre Gianluca, prima dell’arrivo era in mezzo a noi con un tablet in mano e il telefono incandescente. Anche questa volta ha seguito suo figlio, ma domani tornerà a casa e si riaffaccerà per la tappa di Bormio. I due si somigliano in modo pazzesco e quando gli abbiamo chiesto come vedesse Gianmarco nella fuga, si è lasciato scappare una battuta col fondo amaro. «Ha tre costole rotte dalla tappa di Napoli, non so come faccia ad andare avanti. Gli ho comprato una fascia, abbiamo stretto, ma non si può dire che stia bene».

Gli diamo il tempo per riprendere fiato e riconnettere i pensieri. Fissa un punto davanti, il sudore gli imperla il viso. Quando ci avviciniamo, ci guarda e il sorriso è un po’ amaro e un po’ stupito per quello che ha fatto. Tutto intorno, nulla accenna a placarsi. Gente che spinge, che va e che viene. A un certo punto al giovane marchigiano della Soudal-Quick Step di avvicina James Knox, arrivato a 1’59”. Gli poggia una mano sulla nuca, gli fa i complimenti e gli chiede come si senta. Lui farfuglia qualcosa e l’altro si allontana.

Su Garofoli è rientrato anche Zana, ma neppure insieme sono riusciti ad agganciare Verona
Su Garofoli è rientrato anche Zana, ma neppure insieme sono riusciti ad agganciare Verona
Tre costole rotte?

Eh, tre costole rotte. Si fanno sentire. Sono stato in fuga da inizio giornata. La prima volta eravamo in una trentina, poi quando ci ha ripreso il gruppo maglia rosa, ci abbiamo riprovato. Io ho dato tutto fino alla fine, ma questa è stata una tappa durissima. Le costole fanno male, le gambe ancora di più. Questo è dolore vero, mamma mia, sono stanco.

L’anno scorso alla Vuelta venisti fuori nella terza settimana: si può pensare che andrà così anche qui?

Sì, ci sono le premesse. Guardate, devo essere sincero. Ieri sera non riuscivo a dormire, non ho dormito perché mi facevano malissimo le costole. Così questa mattina ho pensato più volte di non partire. Poi mi sono detto di provare e vedere come andasse: se oggi vado forte, continuo. E oggi ho avuto la risposta che la condizione c’è. Mi tocca continuare (accenna un sorriso, ndr).

Il piano prevedeva che andassi in fuga?

Dovevo provare per capire se andare avanti, perché nelle ultime tre tappe ho avuto veramente molto, molto dolore. Tutto sommato, il Monte Grappa è stato la parte più facile. La salita più dura secondo me è stata quella di Enego, che era di 16 chilometri. L’ho attaccata dall’inizio, ho provato a seguire Verona, ma mi ha tenuto sempre lì e non mi ha fatto rientrare. E’ stata durissima, me la ricordavo quella salita, perché ci avevo vinto da allievo.

Garofoli settimo all’arrivio a 26″ da Verona. E’ al primo anno con la squadra belga (foto Soudal-Quick Step)
Garofoli settimo all’arrivio a 26″ da Verona. E’ al primo anno con la squadra belga (foto Soudal-Quick Step)
In tutto questo, le vibrazioni della strada si sono fatte sentire nel costato?

Fanno tanto male, ragazzi, non sono incrinate, sono proprio rotte. Servono tanta testa e tante palle per andare avanti.

Il tempo per l’ultima battuta e poi un massaggiatore viene a sfilargli di sotto la bicicletta, sorteggiata per il controllo meccanico. A questo punto Garofoli, non sapendo cosa fare, si siede per terra. E’ qui che lo raggiungiamo per girare il breve video pubblicato ieri sera su Instagram. Il tempo di fare un passo indietro e si avvicina la sua ragazza. E proprio qui, lontano da obiettivi e domande, Gianmarco crolla in un pianto liberatorio che dà l’idea delle tensioni cui è stato sottoposto dalla notte prima, del dolore che lo aveva quasi convinto a desistere e dell’immenso orgoglio che l’ha portato qui a raccontare la sua impresa (in apertura, foto Soudal-Quick Step). Sono corridori di bicicletta, hanno testa e carattere. E’ bello vivere certi momenti accanto a loro.

Primi attacchi alla maglia rosa: Carapaz e Bernal fanno sul serio

25.05.2025
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ASIAGO – Le cadute fanno male soprattutto il giorno dopo. Quando Roglic ha tagliato il traguardo aveva l’espressione svuotata, come di chi ha provato a difendersi, ma non ha trovato le risorse per opporsi ai colpi: non era dove doveva essere. Pellizzari e Martinez lo hanno scortato, dando la sensazione di perderlo se per caso una pedalata fosse stata più energica. Anche Tiberi inizialmente è parso bloccato e solo scaldandosi è riuscito a improntare una difesa convincente. E così sulle prime montagne vere del Giro, prima il Monte Grappa e poi la salita di Dori in direzione di Asiago, solo pochi scalatori hanno provato a mettere in difficoltà la maglia rosa. Bernal prima di tutti, con l’aiuto di Arensman. Poi Carapaz. E solo alla fine ha messo fuori il naso anche Simon Yates. Piccoli colpi di assaggio, nulla di irresistibile, anche perché le pendenze dell’ultima scalata erano tutt’altro che proibitive. Eppure è bastato per mostrare un Del Toro super concentrato, pronto e tonico, come chi ha la vittoria cucita addosso e sente la forza sprizzargli dalle gambe. Reggerà così per tutta la settimana?

Roglic ha tagliato il traguardo 1’59” dopo Verona, 1’30” dopo la maglia rosa. Ora è 10° a 3’53”
Roglic ha tagliato il traguardo 1’59” dopo Verona, 1’30” dopo la maglia rosa. Ora è 10° a 3’53”

Il ritorno di Bernal

Ecco cosa hanno detto alcuni dei protagonisti. A cominciare dal pimpante Bernal, all’attacco sul Grappa, che forse per domani avrebbe preferito un altro tappone e non il giorno di riposo.

«Non ero al top stamattina – ha detto il colombiano – sapevo che non sarebbe stata la mia giornata. E’ stato un bene che la prima parte fosse pianeggiante perché mi ha permesso di cambiare umore. Nella prima parte della salita del Monte Grappa abbiamo adottato un approccio un po’ più conservativo, ma poi nella seconda abbiamo deciso di cambiare. Come abbiamo già detto un paio di volte, non abbiamo nulla da perdere, ma molto da guadagnare. E’ stata una giornata divertente e durissima. Il mio attacco? Ho solo cercato di dare il massimo, Arensman è stato bravissimo e Carapaz è il miglior alleato con cui affrontare la salita. Non so cosa sia successo a Roglic. L’ultima salita non era ripidissima, ma era il tipo di strada su cui si può perdere un sacco di tempo una volta staccati. Abbiamo fatto bene a provarci. Siamo il Team Ineos e dobbiamo sempre provare qualcosa. Sto bene, dopo tre anni vado in bici senza dolore e ora finalmente posso diventare l’ago della bilancia. Sono felice di essere tornato. Questa corsa mi darà qualcosa in più. Può essere un grande passo avanti».

Tiberi ha reagito bene al mal di schiena e ha avuto le gambe e la grinta per tenere i migliori, ma la maglia rosa non l’ha perso di vista
Tiberi ha reagito bene al mal di schiena e ha avuto le gambe e la grinta per tenere i migliori, ma la maglia rosa non l’ha perso di vista

Il sollievo di Tiberi

Tiberi, che ieri ha innescato la caduta sul pavé di Gorizia, ha risposto bene alle accelerazioni, avendo accanto un Damiano Caruso che, a dispetto degli anni, mostra ogni giorno di più il fondo e l’autorità per rispondere in prima persona agli attacchi dei campioni.

«Sono contento di come sono riuscito a gestirla – ha detto Tiberi – ma all’inizio non riuscivo a spingere, per questo ho attaccato Ca’ del Poggio abbastanza indietro e ho preso il buco. A quel punto la squadra si è fermata per riportarmi sotto e hanno fatto un lavoro veramente spettacolare. Sono serviti tanto, anche mentalmente e il supporto che mi hanno dato è stato veramente importante. Poi per fortuna anche il fisico ha iniziato a reagire bene. Scaldandomi e iniziando a spingere ho iniziato infatti a sentire un po’ meno dolore, anche se comunque il mal alla schiena c’è ancora. E’ stata comunque una tappa importante. Sono contento di come sono riuscito a reagire e quindi moralmente anche è stato importante non aver subito appunto un’altra sconfitta».

Il confabulare fra Yates, Majka e Del Toro in rosa dopo l’arrivo: la UAE Emirates è parsa in controllo
Il confabulare fra Yates, Majka e Del Toro in rosa dopo l’arrivo: la UAE Emirates è parsa in controllo

La leggerezza di Del Toro

Su tutti loro, la leggerezza e l’autorità di Del Toro fanno pensare che il messicano avrà pure davanti a sé dei punti di domanda, ma per ora fronteggia bene ogni tipo di imprevisto. Ha risposto in prima persona agli attacchi di tutti. Anche a quello di Derek Gee, che quando si è voltato e se lo è visto addosso tutto rosa, ha avuto un sussulto.

«Nella mia posizione – ha detto il messicano – mi sento nervoso perché sono come un tifoso che corre in mezzo ai suoi idoli. Ora devo seguire gli attacchi e di sicuro so che arriveranno. Devo solo aspettare quando e capire se sarò in grado di seguirli tutti. Sono super attivi e competitivi, sapevo che oggi avrebbero iniziato a scattare. Non posso dire con certezza che qualcuno riuscirà ad andarmi via. Per questo a un certo punto ci siamo messi davanti noi e abbiamo aspettato che cominciassero gli attacchi, perché sapevamo che sarebbe successo. Ho cercato di capire quando. Ma sono certo che tanti vogliano vincere e ci proveranno ancora. Per oggi sono riuscito a seguire tutti e a gestire più o meno la situazione. Si riparte fra due giorni e cercheremo di capire anche quale sarà il nostro assetto come squadra».

Ad Asiago l’impresa di Verona, per la famiglia e per Ciccone

25.05.2025
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ASIAGO – Le figlie Berta e Nina lo guardano e probabilmente non capiscono quello che il padre Carlos sta dicendo in inglese ai giornalisti. Il Giro d’Italia ha incoronato Carlos Verona, di professione gregario e innamorato dell’Africa: al Giro per aiutare Pedersen e Ciccone, che forse non avrebbe neppure immaginato di ritrovarsi in questa corsa a parlare di sé. Lui è emozionato da morire e basta fargli una domanda perché la voce si rompa. Lo sguardo che rivolge verso sua moglie Esther, anche lei sul filo delle lacrime, è una delle immagini più belle di questo dopo tappa. Che cosa significa aver vinto qui, oggi, davanti alla tua famiglia?

«Tutto. Ho incontrato mia moglie quando ero junior – racconta – eravamo nella nazionale spagnola e abbiamo iniziato la nostra carriera insieme. Poi siamo cresciuti come famiglia. Accanto a lei sono cresciuto come persona e ora cresco anche come ciclista. Essere qui con loro è stato molto emozionante. Mi manca solo il mio piccolo Leo, abbiamo tre figli e lui non poteva essere qui. Ma questa vittoria è anche per lui e per la nostra grande squadra. La fatica più grande nel fare il corridore è trovare l’equilibrio tra lo sport e la famiglia. E’ molto impegnativo. Puoi dedicargli tutto il tempo e le energie che vuoi, ma loro sono sempre lì a tenermi con i piedi per terra. A ricordami di godere le piccole cose della vita, a pensare ad altro che allo sport. Averli qui è stato molto emozionante».

Carlos Verona, classe 1992, è nato a San Lorenzo de El Escorial. Pro’ dal 2013, è alto 1,86 e pesa 68 kg
Carlos Verona, classe 1992, è nato a San Lorenzo de El Escorial. Pro’ dal 2013, è alto 1,86 e pesa 68 kg

Dalla delusione al successo

Dice tutto d’un fiato, nel giorno in cui è entrato nella fuga e ha trovato le forze per staccare tutti e cercare l’azione solitaria sull’ultima salita che conduceva all’altopiano di Asiago. Alle sue spalle i primi della classifica saggiavano per la prima volta la resistenza di Del Toro.

«Sono lo stesso che ieri era a terra per la caduta di Ciccone – dice, cercando di spiegare l’emozione – quando ho tagliato il traguardo ero super deluso, ma poi ho dovuto mantenere la calma per rimanere concentrato. E oggi ho vinto ed è molto bello, perché mi ha permesso di creare emozioni e di intrattenere la gente. Spero che la gente si sia divertita a guardare questa vittoria. Mi piace molto cercare di lavorare sodo per la squadra. Fare tutto quello che posso per la mia famiglia. E per dare un senso al duro lavoro che io e la squadra abbiamo fatto durante questa stagione. Qui oggi si è vista soltanto la tappa, ma sono certo che anche Cicco avrebbe potuto giocarsi la vittoria. Siamo stati insieme negli ultimi due mesi con un atteggiamento così positivo, facendo tanti sacrifici. E sono contento, nonostante tutto, che oggi sia andato tutto per il meglio».

Al via della tappa da Castel di Sangro a Tagliacozzo, la foto con le maglie e il team quasi al completo: mancava già Kragh Andersen
Al via della tappa da Castel di Sangro a Tagliacozzo, la foto con le maglie e il team quasi al completo: mancava già Kragh Andersen

Un motore decente

Non vinceva dal Delfinato del 2022 e si era trattato della prima vittoria in carriera. Per fare il bis ha scelto il Giro d’Italia e probabilmente ha dovuto cambiare il chip in corsa. Come quando ti tolgono la briglia e ti lasciano libero di correre come vorresti e non come ti dicono di fare.

«In realtà nella prima parte della tappa – dice – stavo cercando di prendere la fuga e non ci sono riuscito e ho pensato che fosse una buona lezione, perché non ero preparato a lottare. Poi ci sono entrato e mi sono detto che alla peggio sarebbe stato un buon allenamento. Ho visto che continuavamo a guadagnare e allora mi sono detto di lasciarci una possibilità. Ho pensato di resistere più a lungo possibile e poi avremmo visto, anche perché il Monte Grappa è stato un passaggio difficile. Quando ci siamo ritrovati in 15, ho pensato che mi sarebbe piaciuto vincere. Mi sentivo forte, ma ero in fuga con corridori che non conoscevo e non potevo rischiare di arrivare con loro allo sprint. Ho un motore decente, non sono molto bravo quando devo fare molti attacchi, tattiche o sprint, ma riesco a mantenere un buon ritmo per molto tempo. Ed è quello che ho fatto. Ho dato il massimo e sono molto contento di esserci riuscito. Ma ho cominciato a credere alla vittoria negli ultimi 50 metri, prima ho sempre avuto paura che da dietro tornassero i primi della classifica».

Attacco a 44 km dall’arrivo e Verona resta solo. Alle sue spalle Garofoli e Zana
Attacco a 44 km dall’arrivo e Verona resta solo. Alle sue spalle Garofoli e Zana

Lo shock per Ciccone

Per la Lidl-Trek, che Verona definisce il luogo in cui si può essere se stessi e dare il proprio meglio, si tratta della sesta vittoria in questo Giro d’Italia, dopo la quarta di Pedersen e la crono di Hoole. Aspettando la corsa, il dottor Daniele ci ha spiegato che l’ematoma avrebbe comunque impedito a Ciccone di proseguire e che si fosse accorto da subito della gravità della situazione. Un brutto colpo per i tifosi italiani che confidavano nella terza settimana dell’abruzzese, figurarsi per la squadra pronta per aiutarlo.

«Quando abbiamo saputo che sarebbe andato a casa – dice Verona – siamo rimasti scioccati. Aspettavamo tutti la prossima settimana. Anche nel mio caso personale, non vedevo l’ora di dare un senso a tutto il lavoro della settimana scorsa. Il giorno dello sterrato mi sono svegliato super preoccupato non per me, ma per la paura di perdere Mads o Cicco (Pedersen o Ciccone, ndr), perché sono loro due che danno un senso al mio lavoro. E’ stato un durissimo colpo, ma alla fine la vita è così. Bisogna essere resilienti e guardare al futuro. Penso che tutto accada per una ragione. Si vede che non doveva essere il Giro di Ciccone, ma di sicuro lo attende qualcosa di buono. E questa vittoria è per onorare lui e tutto ciò che ha fatto».

MBH Bank-Ballan: finalmente parte il progetto professional

25.05.2025
4 min
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Ci è voluto più del previsto ma alla fine la MBH Bank-Ballan-Csb diventerà una formazione professional nel 2026. L’aria di cambiamento, o di rivoluzione, si respirava da tempo. Fin da quando nel 2024 è stato annunciato l’ingresso di MBH Bank, banca ungherese, come primo nome della continental bergamasca. La forte impronta italiana e di Bergamo non si perderà con questo nuovo passo, anzi sarà proprio l’anima di un progetto nato per fronteggiare un ciclismo che cambia e diventa sempre più esigente. Soprattutto per le squadre.

Voci dall’Ungheria

La notizia ufficiale è arrivata durante il Giro di Ungheria, non un caso. Il team per il secondo anno di fila è andato in quella che ormai è la corsa di casa e lì insieme allo sponsor MBH Bank è stato fatto l’annuncio. Le parole di Antonio Bevilacqua che guida questa squadra da anni lasciano trasparire una certa emozione, ma anche la consapevolezza che il 2026 non è lontano e le cose da fare sono tante.  Intercettiamo Bevilacqua mentre i suoi ragazzi sono in altura per preparare il Giro Next Gen. 

«So che i miei corridori si stanno preparando bene – dice – vediamo se in questo Giro riusciamo a fare qualcosa di buono e replicare o migliorare i risultati del 2024 (in classifica generale arrivò il quinto posto di Pavel Novak e il settimo di Florian Kajamini, mentre Lorenzo Nespoli conquistò la classifica dei GPM, ndr)».

MBH Bank-Ballan ha corso molto con i professionisti negli ultimi anni, qui alla recente Milano-Torino
MBH Bank-Ballan ha corso molto con i professionisti negli ultimi anni, qui alla recente Milano-Torino
Un anno dopo ma l’annuncio è arrivato, si entra nel mondo dei professionisti. Che effetto fa?

Bello, siamo orgogliosi del passaggio: non possiamo nasconderlo. Tuttavia sappiamo che non sarà un cammino semplice, il ciclismo è cambiato molto e avere il coraggio di fare una squadra professional non è scontato. I costi sono elevati. 

Che programmi avete?

Di entrare in punta di piedi contando sulle qualità e la forza dei nostri giovani. Vediamo dove saremo in grado di arrivare. 

Quanto è stato lungo questo anno di attesa prima di partire con il nuovo progetto?

Sapevamo da inizio anno di poter fare il cambio di categoria già dal 2026. Abbiamo aspettato il Giro di Ungheria per fare l’annuncio perché il nostro sponsor principale arriva da lì e ci teneva particolarmente. Dovevamo fare il passaggio già lo scorso anno ma l’iter è stato più lungo del previsto. 

La squadra punterà molto sui giovani già in rosa, tra loro spicca sicuramente Lorenzo Nespoli
La squadra punterà molto sui giovani già in rosa, tra loro spicca sicuramente Lorenzo Nespoli
Quanto è grande il salto da continental a professional?

Dal punto di vista dell’organizzazione non è facile. Avremo bisogno di molto più materiale e staff ma ci stiamo già muovendo. Il budget calcolato dovrebbe essere intorno ai cinque milioni di euro. Una cifra importante, ma che nel ciclismo moderno rappresenta il minimo per entrare nel mondo del professionismo. 

Già al Giro di Ungheria, corsa 2.Pro, avete assaporato il livello in gare di buon spessore…

Vero e ci siamo comportati bene sia lo scorso anno al nostro debutto che nella recente edizione. Nel 2024 Quaranta ha sfiorato la vittoria di tappa, mentre quest’anno Novak ha lottato con i migliori e ha conquistato un bel sesto posto finale. 

La MBH Bank-Ballan-Csb potrà comunque continuare a correre nelle gare internazionali riservate agli under 23 (foto Jacopo Perani)
La MBH Bank-Ballan-Csb potrà comunque continuare a correre nelle gare internazionali riservate agli under 23 (foto Jacopo Perani)
Per quanto riguarda il calendario farete grandi cambiamenti?

Non direi. Già in queste ultime due stagioni ci siamo messi alla prova in gare di buon livello come la Coppi e Bartali, la Milano-Torino, il Giro d’Abruzzo, il Trofeo Laigueglia e tante altre. Senza dimenticare che potremo ancora prendere parte alle corse internazionali under 23, come fa la Vf Group-Bardiani. Pensare di andare subito a correre nelle corse WorldTour è troppo. 

Avere una formazione professional diventa anche un modo per riuscire a prendere i ragazzi dalla categoria juniores?

Da un lato sì. In più riusciamo a dare ai nostri ragazzi, quelli che già corrono con noi, un percorso di crescita continuo. Come detto entriamo in punta di piedi consapevoli che c’è del lavoro da fare. La cosa certa è che puntiamo tanto sui nostri atleti, anche perché con il ciclismo di ora diventa difficile riuscire a prendere dei corridori di buon livello. 

Caschi e marginal gains: Affini e la scelta tra Giro Aries ed Eclipse

25.05.2025
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Nel ciclismo dei dettagli, dei marginal gains, la scelta del casco non è affatto banale. Ormai ogni team può decidere tra più modelli, non solo per strada e cronometro, ma anche per la stessa specialità. Ed è proprio questo il tema che abbiamo approfondito con Edoardo Affini, portacolori del Team Visma-Lease a Bike.

Durante il Giro d’Italia, il passista mantovano ci ha spiegato come sta utilizzando tra i suoi caschi Giro: l’Aries Spherical e l’Eclipse Spherical, due modelli da strada che a un primo sguardo possono sembrare simili, ma che in realtà hanno differenze ben precise.

Entriamo nel dettaglio con Affini. Intanto se volete “ripassare” le caratteristiche tecniche dei due caschi, cliccate qui per il Giro Eclipse Spherical. E qui per il Giro Aries Spherical.

Il casco Giro Aries Spherical di Edoardo Affini
Il casco Giro Aries Spherical di Edoardo Affini
Edoardo, avete questi due caschi da strada a disposizione, Eclipse e Aries. Come nasce la scelta dell’uno o dell’altro?

E’ una scelta che parte dai numeri. Se guardiamo test e dati scientifici, l’Eclipse è quello più aerodinamico, adatto a tappe veloci e alle volate. L’Aries invece è più pensato per tappe di montagna, per scalatori, diciamo così. La differenza principale è l’areazione: l’Eclipse è più chiuso (14 feritoie, ndr), l’Aries è più aperto (24 feritoie, ndr), quindi garantisce più ventilazione. La differenza di peso invece non è così sostanziale (5 grammi, ndr).

E’ anche una scelta estetica? C’è chi, su dettagli tecnici, si affida anche all’occhio…

No, nel mio caso no. Scelgo in base alla funzionalità. Nella prima parte del Giro li ho alternati. Quando puntiamo alle volate con Olav Kooij, tendo a usare quello più aerodinamico, l’Eclipse. In giornate con più dislivello o se fa caldo, metto l’Aries per avere più ventilazione.

Si sente molto la differenza di reazione?

Onestamente no. Anche l’Eclipse, rispetto ad altri caschi aerodinamici che ho usato, ha comunque una buona ventilazione. Quindi sì, c’è una differenza, ma non è estrema.

E qui ancora Affini, ma stavolta con indosso l’Eclipse Spherical, più aero rispetto all’Aries ma 5 grammi più pesante
E qui ancora Affini, ma stavolta con indosso l’Eclipse Spherical, più aero rispetto all’Aries ma 5 grammi più pesante
E la calzata?

Praticamente identica. Forse l’Aries dà la sensazione di essere appena più stretto, ma davvero di poco. Però, credetemi, durante la corsa si è concentrati su altro. Alla fine tra i due modelli ci sono differenze, ma sono da laboratorio, il corpo umano non le avverte. Dico numeri a caso: magari guadagni tre watt per il casco, due per la calza, quattro per la gomma della ruota… Alla fine metti insieme 10 watt e ottieni quel piccolo vantaggio, che può farti fare la differenza tra il vincere o perdere uno sprint, una crono. Ma è tutto molto marginale.

Torniamo alla calzata. Riguardo alle regolazioni e alla chiusura, i due caschi sono identici?

Sì, usano lo stesso sistema: regolazione posteriore con rotella, diverse posizioni per la fascia che circonda la testa. Puoi regolare in altezza la calotta, spostarla in su o in giù in base a dove magari dà fastidio, al tipo di occhiale che hai. Questo è molto utile. In più il sistema Mips aumenta la sicurezza.

Se guardi indietro negli anni, qual è stato il casco più comodo che hai usato?

Onestamente con questi mi trovo molto bene. Una cosa importante è sicuramente il peso: se hai un casco aerodinamico ma troppo pesante, a qualcuno può dare fastidio sul collo, soprattutto in tappe da sei ore. E durante un grande Giro. Oggi si corre sempre a tutta, si è tutti estremizzati sull’aerodinamica. A fine giornata, quando ti togli il casco, magari senti dolori qua e là… e vai dal fisioterapista!

In un grande Giro come questo, i dettagli alla lunga fanno la differenza?

E’ tutto molto soggettivo. C’è chi ha più massa e avverte di meno certi dettagli e chi è più esile e magari li soffre di più. Come dicevo, la differenza di peso tra i due caschi non è enorme. Però la calzata è importante: poter personalizzare le regolazioni è fondamentale ai fini della comodità e in tre settimane di gara questa è importante.

In corsa ti capita di cambiare la regolazione tra fasi intense e fasi più tranquille?

No, di solito regolo tutto prima della partenza e poi non tocco più nulla. Anche perché il casco deve essere sempre ben fissato, altrimenti perde la sua funzione.

Hai parlato di peso. Uscendo dal confronto tra Aries ed Eclipse, cosa puoi dire rispetto ai caschi da crono? Si sente di più?

Tenete presente che il nostro casco da crono è visivamente grande, ha un certo ingombro. Però è molto più leggero e comodo di quanto sembri. A vederlo da fuori sembra pesantissimo e scomodo, ma una volta indossato e una volta trovata la tua posizione, è comodissimo. Non solo, ma la visuale è eccezionale: campo visivo ampissimo, quasi a 220 gradi, senza ostruzioni.

Pogacar e VDP al vaglio di De Vlaeminck, maestro severo…

25.05.2025
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E pensare che lo consideravano un burbero, uno strafottente. Ma dove lo trovi un campione che in una domenica pomeriggio di Giro d’Italia prende il cellulare e ti chiama da migliaia di chilometri di distanza, guardando anche lui la corsa rosa e si mette a chiacchierare amabilmente? Lui è Roger De Vlaeminck, “monsieur Roubaix, considerato ancora oggi un maestro delle Classiche. Uno dei tre capaci di fare il Grande Slam, vincendo tutte e 5 le Monumento.

«Io sono sempre stato onesto – sorride – ho sempre detto tutto con sincerità senza ipocrisie. Mi criticano perché dico che quasi tutti i campioni di oggi ai miei tempi non avrebbero vinto una corsa. Ma pensate che anche gli altri, anche lo stesso Eddy Merckx non pensino la stessa cosa? E’ che per quieto vivere non lo dicono, ma io a 78 anni non devo rendere conto a nessuno…».

L’ultima sua Monumento, la Milano-Sanremo del 1979, battendo Saronni, Knudsen e Merckx
L’ultima sua Monumento, la Milano-Sanremo del 1979, battendo Saronni, Knudsen e Merckx

Passista veloce? No, molto di più…

Non è un’intervista, quella che prende il via guardando le imprese della carovana rosa è più una chiacchierata fra presente e passato. De Vlaeminck è stato capace di vincere 3 Sanremo, 4 Roubaix, 2 Lombardia più un Fiandre e una Liegi. L’esempio del ciclista completo, eppure tutti, pensando a lui lo ricordano come un semplice passista veloce.

«Passista veloce io? Ma io vincevo anche le crono, ho battuto gente come Moser contro il tempo. Sai qual è la vittoria più bella per me? Non è una classica, ma il Giro di Svizzera del 1975 perché in un giorno battei Merckx 3 volte: in linea, a cronometro e nella classifica finale. Eddy era un riferimento per tutti: con lui in gara non c’era bisogno di fare strategie, bastava seguirlo e se ne avevi, provare a batterlo. A me riuscì, anzi quando completai la mia collezione con il Fiandre del ’77 avrei voluto che secondo fosse lui, non Teirlinck».

De Vlaeminck insieme a Merckx: «Tutti lo imitavamo, nell’alimentazione come negli allenamenti» (foto Rouleur)
De Vlaeminck insieme a Merckx: «Tutti lo imitavamo, nell’alimentazione come negli allenamenti» (foto Rouleur)

Quel Giro perso per la sella…

Eppure pensare a De Vlaeminck vincitore del Lombardia sembra quasi una contraddizione in termini: «Ma l’ho fatto due volte, nel ’74 e ’76. Non ero proprio negato per le salite, solo che nel mio curriculum non ci sono Grandi Giri. Io però penso che il Giro d’Italia del ’75 avrei anche potuto vincerlo, se non è successo è a causa di un errore di  un meccanico, che nella quarta tappa mi alzò la sella di un paio di centimetri. Col risultato che mi vennero i crampi sulla salita di Prati di Tivo e persi 4 minuti. Vinsi 7 tappe e su 23 in totale fui fuori dai primi 8 solo due volte. Avevo una gamba eccezionale e nel Giro di Svizzera successivo lo dimostrai».

Ma c’è anche un’altra ragione: Roger era figlio di un ciclismo dove si pedalava sempre, si era al top all’inizio come alla fine della stagione. Un po’ come avviene oggi: «Non facciamo di questi paragoni. Uno solo è di quel tipo e si chiama Tadej Pogacar. Lo sloveno mi piace, emerge dappertutto, a marzo come a ottobre. Si vede che ha fame di successo. Gli altri? Confermo quel che ho detto, non avrebbero vinto una corsa ai miei tempi».

Van der Poel e Pogacar. Entrambi a caccia del Grande Slam, ma per Roger solo lo sloveno può…
Van der Poel e Pogacar. Entrambi a caccia del Grande Slam, ma per Roger solo lo sloveno può…

Giudizi impietosi sul ciclismo di oggi

Neanche Van der Poel? «Van der Poel lo vedi emergere nelle classiche, fa la volata e vince, ma poi? Dove lo vedi più? Come va a cronometro? E quando la strada si rizza sotto le ruote? Non è completo, sicuramente la Roubaix sa interpretarla, ma d’altronde è un campione del ciclocross. Anch’io facevo ciclocross, ho anche vinto il mondiale del ’75. Ne facevo 15 proprio per preparare la stagione su strada e anche lì c’era gente forte. Correvo senza particolare preparazione, soprattutto per guadagnare, eppure ne ho vinti 112…».

Su un aspetto, De Vlaeminck è particolarmente “battagliero”: «Tutti paragonano Pogacar a Merckx, ma c’è una cosa profondamente diversa: la caratura degli avversari. Eddy aveva veri campioni che lo contrastavano e che non hanno vinto e sono diventati celebri come avrebbero potuto proprio perché c’era lui che si prendeva tutto. Oggi Tadej chi ha come rivali?».

Il belga di Eeklo, classe 1945, in sella alla sua Gios. Con la famiglia ha una forte amicizia (foto Barlaam)
Il belga di Eeklo, classe 1945, in sella alla sua Gios. Con la famiglia ha una forte amicizia (foto Barlaam)

L’assenza di campioni italiani

Eppure si dice sempre che questa è l’epoca d’oro del ciclismo, quella fatta di grandi fenomeni… «Tutti settoriali. Vingegaard lo vedi al Tour e basta, se va bene magari emerge in un altro Grande Giro e qualche corsa a tappe, ma nelle classiche dov’è? Van Aert si sta spegnendo, Evenepoel gareggia col contagocce. Pogacar mi piace perché fa tante corse e le fa sempre al massimo. Lui ha lo spirito che avevamo noi».

E’ un ciclismo che ti piace? «No, per nulla, lo trovo noioso. Alla Roubaix si sapeva che ce n’erano solo due che potevano vincere, alla Sanremo tre perché c’era anche Ganna. Il ciclismo di oggi soffre molto l’assenza degli italiani, cinquant’anni fa ce n’erano almeno 15 fortissimi, che potevano vincere dappertutto, oggi tolto Filippo a cronometro chi c’è? Ve lo posso assicurare: vincere contro Gimondi, Moser e Saronni non era per nulla facile…».

Insieme a Francesco Moser, rivale di tante battaglie ma anche compagno alla Sanson nel ’78
Insieme a Francesco Moser, rivale di tante battaglie ma anche compagno alla Sanson nel ’78

Tadej e un Grande Slam legato alla fortuna

Pogacar e Van der Poel sono a due vittorie dal Grande Slam, potranno farcela? «Tadej penso di sì, è il migliore in tutte le corse, tra Sanremo e Roubaix avrà solo bisogno di un po’ di fortuna, soprattutto nella prima che è più difficile da interpretare. VDP no, lui è solo per le Classiche del Nord. Lo vedi tra Sanremo e Roubaix, poi diventa uno dei tanti».

Rispetto ai suoi tempi però quel che è cambiata profondamente è la preparazione: «Io non credo che tanti si allenino più di quanto facevamo noi. Io dopo la Gand-Wevelgem, che allora era l’antipasto della Roubaix, facevo altri 140 chilometri, arrivando a 400 a fine giornata. E per allenarmi per bene per la Roubaix, con mio fratello Erik (7 volte iridato di ciclocross, ndr) andavamo in campagna cercando i contadini che avevano appena passato il trattore sul campo e pedalavamo il più possibile dentro il solco. Oppure andavamo sui binari dei treni, per acquisire maneggevolezza della bici. Dicevano che in bici ero il più elegante, adesso sapete perché…».

Gorizia, disastro al Giro. Ciccone all’ospedale, Van Aert accusa

24.05.2025
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C’erano le Frecce Tricolori e le bandiere. Se non fosse stato per la pioggia, sarebbe stata una giornata di festa. Si annunciava come una tappa di avvicinamento alle prime montagne, con l’arrivo condiviso fra Gorizia e Nova Gorica nel segno della cultura e della fratellanza tra i popoli. Invece si è trasformata nel disastro per i protagonisti italiani del Giro d’Italia. Può succedere ancora tutto, come si affrettano a ripetere i commentatori televisivi, ma il dato di fatto sconsolante è che la situazione rosea di ieri è ormai un lontano ricordo.

Colpa di una caduta provocata non certo dal fato: in certe dinamiche purtroppo la sfortuna non è il primo fattore da considerare e dopo la tappa Van Aert lo ha detto chiaramente. Mancavano 23 chilometri al traguardo e in testa al gruppo la Visma-Lease a Bike lavorava nella scia di Asgreen ancora in fuga, per portare Kooij alla volata, quando è successo il finimondo.

«Certo era un circuito con molte curve – ha detto Van Aert ai media belgi dopo l’arrivo – ma quello di Lecce mi era sembrato molto più pericoloso. Quello che è successo oggi è stato una scelta dei corridori. I team di classifica sono nervosi, producono il loro stress ed è per questo che cadono. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Corrono costantemente dei rischi eccessivi ed è per questo che cadono».

Non è ancora dato sapere se ci saranno polemiche perché la squadra olandese ha continuato a tirare, ma con Asgreen ancora in fuga e lanciato verso la vittoria non avrebbe avuto senso fermarsi. E così la Visma si è ritrovata senza la tappa, ma con Simon Yates rientrato in classifica. Anche se non è così probabilmente che sarebbero voluti tornare in gioco.

Del Toro, occhi di gatto

La caduta, si diceva, è avvenuta nelle prime quindici posizioni del gruppo, a conferma di quanto detto da Van Aert. Sono rimasti dietro quasi tutti gli uomini di classifica, ad eccezione di Isaac Del Toro, che ha riflessi da gatto e sembra quasi avere l’occhio magico per prevedere quel che accadrà. La tappa era vissuta quasi interamente sullo stesso schema, con i quattro fuggitivi davanti e il gruppo a fare l’elastico alle loro spalle, per non prenderli troppo presto. 

Asgreen, Davy, Marcellusi e Maestri, con la Alpecin e la Visma dietro a tenere il ritmo allegro avendo ancora Groves e Kooij con i migliori. Tutto il giorno così, fino al primo passaggio sul Saver, salita di 700 metri con una pendenza del 7,7 per cento, quando il gruppo è stato completamente falciato da una caduta.

Una strettoia tra le vie cittadine. Il fondo acciottolato bagnato. E dopo la frenata, il rumore della caduta. Tra coloro che hanno messo piede a terra e che sono anche caduti, si sono segnalati subito Pedersen e Vacek, candidati a giocarsi la tappa. La maglia rosa Del Toro, che però è ripartito subito. Bernal, Roglic e Ayuso, lesti a riprendere il ritmo. Mentre Ciccone è rimasto fermo, poi si è seduto sul marciapiede, con il ginocchio evidentemente malconcio.

Prima della tappa, l’abruzzese era settimo in classifica generale, a 2’20” dalla maglia rosa. Aveva conquistato per due volte il podio, ma ora il punto di domanda è se riuscirà a ripartire domani ed eventualmente virare verso la conquista di una tappa. In questi casi, più del dolore fisico fa lo scoramento e la faccia di Giulio mentre si infilava nella tenda per cambiarsi non prometteva nulla di buono. Il ritardo di 16’14” con cui la Lidl-Trek ha tagliato il traguardo compatta suona come una sentenza inappellabile.

Distruggersi per vincere

La voce di Asgreen risuona a margine della baraonda ed è giusto riconoscere il merito a questo danese concreto e duro, che già in passato è riuscito a battere Van der Poel nella volata a due di un Fiandre. Era il 2021 e in quel piegare Mathieu dopo la fuga a due c’era la sua capacità di tirare fuori il meglio quando anche i più forti sono stanchi. Per questo oggi non ha avuto grandi problemi a scrollarsi dalla scia Marcellusi e Maestri ormai allo stremo delle forze.

«E’ stata una giornata dura – ha detto – per arrivare a questo genere di cose devi distruggerti completamente, ma quando ci riesci la gioia è tanta. La squadra mi ha dato molte informazioni e mi ha anche suggerito a un certo punto di attaccare. So che nella seconda parte di un Grande Giro, le fughe possono arrivare, anche se è una tappa pianeggiante. Eravamo tutti stanchi e per questo ho dato tutto gas. Il circuito era tecnico, le strade erano bagnate, era difficile per il gruppo andare più veloce di noi nella fuga».

Ciccone all’ospedale

La giornata promette di essere ancora lunga. Il reparto comunicazione della Lidl-Trek ha chiesto di non contattare i corridori del team e che gli aggiornamenti saranno forniti quando anche loro sapranno qualcosa di più. Ciccone è stato accolto all’arrivo dal dottor Daniele, che ha cercato subito di farsi un’idea delle sue condizioni. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, Giulio sta andando all’ospedale per sottoporsi a radiografie che possano dare una dimensione al suo infortunio. Le ambizioni di classifica forse erano tramontate dopo la cronometro, ma certo nessuno poteva immaginare una simile svolta nel suo Giro.

Vi forniremo aggiornamenti sui nostri canali social quando anche noi sapremo qualcosa di più. Furono ugualmente una caduta (provocata tuttavia da un capriolo che aveva attraversato la strada) e il conseguente dolore al ginocchio a causare il ritiro dell’abruzzese dalla Vuelta dello scorso anno. Attendiamo notizie dal team e intanto cerchiamo di capire quale potrà essere il ruolo dei nostri in questo Giro che è certo d’Italia, ma sempre meno degli italiani.

P.S. alla fine Ciccone ha dovuto alzare bandiera bianca. Gli esami hanno confermato che Giulio ha riportato un importante ematoma al muscolo vasto laterale del quadricipite destro e una piccola lesione alla fascia muscolare. Le sue parole nel comunicato della Lidl-Trek.