Parigi-Roubaix 2026, Tadej Pogacar, docce velodromo

Roubaix, la resa di Pogacar in una frase alla radio

16.04.2026
7 min
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«Solitamente Tadej parla poco alla radio – dice Baldato – ma a un certo punto mi ha fatto una domanda un po’ ironica: “Dimmi, come posso batterlo?”. In quelle parole ci sta tutto. Ho capito il suo spirito, mancavano ancora alcuni settori di pavé, ma nei due più difficili il vento era contrario. E’ stato a favore per tutto il giorno, ma quando serviva davvero era contro. Sembra una piccolezza, ma è un’enormità e noi lo sapevamo.

«Abbiamo attaccato nei tratti in cui era a favore o di lato, ma negli altri con Van Aert a ruota non si riusciva a fare niente. Avete visto Wout quanti rischi si è preso per coprirsi? Riusciva a stargli al fianco, cosa che nessun altro avrebbe saputo fare. In certi momenti sembrava quasi che gli entrasse nel cambio e intanto però si proteggeva…».

Giro delle Fiandre 2023, Fabio Baldato, Marco Marcato (immagine Velon)
Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)
Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)

Un altro secondo posto

Sono passati quattro giorni, ma la Roubaix è fatta di immagini lucidissime nello sguardo del direttore sportivo del UAE Team Emirates XRG. C’era tutto per vincere, ma pochi meglio di Baldato, che nel 1994 arrivò secondo, può capire le mille variabili con cui anche Pogacar ha dovuto fare i conti. Lo avevamo sentito pochi giorni prima, questa volta ci interessa il racconto di una giornata folle quasi quanto quella di Sanremo, ma conclusa nuovamente con una beffa.

«Difficile dire se una bruci più dell’altra – ammette – perché in entrambi i casi la sconfitta è dipesa da un imprevisto. Lo scorso anno fu la caduta, questa volta la foratura nel momento in cui purtroppo c’era un barrage. Il gruppo era rotto in due e con l’ammiraglia eravamo quasi un minuto indietro. C’erano due tratti di pavè, uno dietro l’altro, e arrivare da Tadej per dargli la bici non è stato semplice. Poi ha dovuto fare un grande sforzo per rientrare, fortunatamente sfruttando i compagni che erano rimasti. Ci eravamo concessi il lusso, convinti che sarebbe rientrato, di lasciare Vermeersch passivo nel gruppo davanti, perché sarebbe stato la nostra carta vincente…».

Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Invece Florian è caduto…

All’uscita dalla Foresta, ha forato davanti e ha avuto una bruttissima caduta. Ha picchiato il ginocchio malamente, sta recuperando e per fortuna sembra niente di grave. Per cui ci siamo trovati con Niels Politt e l’abbiamo usato per rientrare, per fare l’ultimo sforzo e portare Tadej davanti negli ultimi 80 chilometri.

Quanto è stato grande lo sforzo di Tadej per rientrare?

Ha speso tanto. La squadra l’ha portato fino a 20 secondi all’entrata del settore di Haveluy e in quel momento davanti ha attaccato Van Der Poel. La squadra ha fatto tanto, ma Tadej ci ha messo del suo. Per fortuna prima della Foresta si sono un po’ guardati. Erano tutti a ruota di Mathieu e lui ha pensato di tirare un attimo il fiato, dando modo a Pogacar di rientrare. Lo sforzo è stato grande. Lui è rientrato, ma non tutti nella stessa situazione ci sarebbero riusciti.

Anche l’inseguimento di Van der Poel ha avuto dell’incredibile…

Sì, era sparito. Lo davano a 2’10”-2’15”, ma la Roubaix è così, anche Ganna è rientrato due volte e non ha mai mollato. Lo diciamo sempre: never give up ed è proprio così. Pensavamo di aver perso Politt perché aveva fatto gran parte del lavoro, invece con l’esperienza di chi è arrivato sul podio della Roubaix, si è messo lì, è salito sul treno di Van der Poel ed è tornato in corsa, facendo ancora una top 10 che ha valore. Arrivare nei 10 alla Roubaix, è una vittoria per chiunque. Solo finirla è una vittoria.

L'ultimo strappo, l'ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste, e quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l'altro dice di no
L’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di no
L'ultimo strappo, l'ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste, e quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l'altro dice di no
L’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di no
Pogacar ha provato più volte a staccare Van Aert: lo temeva in volata?

Esatto, quel messaggio alla radio era proprio per questo. Van Aert ha fatto quello che doveva, non ho avuto modo di parlare con Pogacar dopo la corsa, ma quello che è successo fa parte dei giochi, è nella tattica di corsa. E’ vero che forse è rimasto un po’ sulle ruote, ma quando Van der Poel è arrivato a 25 secondi, è stato lui a rimandarlo indietro. Avere un Van Der Poel che rientrava non piaceva neanche a Wout, ha fatto il suo. E in volata non lo scopriamo adesso.

Però l’anno scorso aveva perso quella del Brabante con Evenepoel…

La speranza era che dopo 260 chilometri, avesse le gambe stanche, che avesse speso di più o fosse al limite. Invece Van Aert è arrivato al velodromo quasi come se dovesse fare una volata di gruppo. Complimenti, non c’è niente da aggiungere. E come ha detto Tadej: c’è solo da riprovare.

Il rientro di Van der Poel sarebbe stato un rischio?

Non averlo è stato un pensiero in meno, però Van Aert si è dimostrato all’altezza e anche di più. Mi brucia la perdita di Vermeersch. Era il corridore più in condizione dopo Tadej e non lo avevamo usato per rientrare. Veramente il rammarico è stato non aver potuto giocare anche noi con un uomo in più. Come la Visma con Laporte, che è stato importante per favorire il rientro di Van Aert quando ha bucato.

Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta all'uscita dell'Arenberg
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per Pogacar
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta all'uscita dell'Arenberg
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per Pogacar
E’ possibile che tutte queste forature siano state causate dalla velocità che avete imposto al gruppo?

E’ una buona osservazione, ho pensato anch’io la stessa cosa. Già nella ricognizione li ho visti andare a 50 all’ora, mentre ai miei tempi si andava a 45-46. Sicuramente le sollecitazioni sono all’estremo e il pavé, per quanto se ne dica, ogni anno non è certo migliore. Alcuni tratti vengono rifatti, ma sono strade usate tutto l’anno dai trattori per cui le pietre sono di traverso: lo avete visto bene, sapete che cosa intendo. Quindi penso anch’io che sicuramente le velocità accrescano il rischio di foratura. Per questo abbiamo aumentato così tanto le sezioni…

Non si erano mai viste gomme così grosse.

Ormai si va proprio al limite del regolamento. Per la prima volta ho visto arrivare i commissari a misurare la dimensione degli pneumatici, mancava ancora questa. Non mi meraviglierei se il prossimo anno inventassero una regola per farci correre con i tubolari più piccoli, per farci rallentare. 

Certo la gomma di Tadej passava appena nella forcella: se ci fosse stato fango avrebbe usato la stessa misura?

Vi dirò, la pensavo allo stesso modo. Invece hanno fatto un test a marzo con fango e pioggia, mentre io ero alla Parigi-Nizza, e non hanno avuto problemi. Il copertone è quasi slick, non riesce veramente a portarsi via il fango. La grossa differenza la fa non avere più i vecchi freni rim che raccoglievano lo sporco. Con i freni a disco e la forcella senza angoli e tutta lucida, il fango non trova punti in cui impigliarsi. Per fortuna non c’è stata la prova contraria, perché correre la Roubaix sul bagnato a quelle velocità è sempre più rischioso.

Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Bè, la causa della velocità in fondo siete stati voi, no?

Visto il vento e il tipo di corsa che avevamo in mente di fare, avevo detto subito che avremmo fatto più di 48 di media. Si poteva lasciar andare la fuga e andare più tranquilli sull’asfalto, ma una volta entrati sul pavé, penso si sia capito che la nostra idea fosse di fare la corsa più dura possibile. Poi purtroppo abbiamo dovuto inseguire, fino a rimetterla in carreggiata, ma a Tadej non è bastato.

Gli toccherà tornarci? Pogacar ha vinto la Sanremo e ha detto che non ci tornerà più, la Roubaix ancora manca…

L’ha dichiarato lui, l’ha detto a tutti. Pogacar non è uno che lascia i lavori a metà e ci vuole riprovare. Never give up, soprattutto a Roubaix. Pensate a Van Aert, quanti anni ha impiegato per vincerla? Dal 2018 non si è mai arreso. Sono felicissimo anch’io per Wout, per quello che fa e quello che ha sempre fatto. E poi è un signore, non fa mai polemiche. No, veramente complimenti. Ha vinto un campione, non ha rubato niente.

Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Wout Van Aert

Van Aert e la rincorsa alla Roubaix: viaggio tra sfortune e redenzione

15.04.2026
6 min
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Edoardo Affini in questi giorni è a casa, in Olanda, e si sta godendo la pace e la tranquillità della famiglia, la piccola Celeste ha ormai sei mesi e cresce. Nel periodo delle Classiche papà Edoardo ha fatto in tempo a fare avanti e indietro qualche volta ma senza godersela più di tanto. Ora, che con la Roubaix e la vittoria di Van Aert è finito il periodo di corse, ci si può rilassare e stare a casa. Infatti quando intercettiamo Affini è fuori per una passeggiata in compagnia della piccola, che intanto dorme. Sono passati due giorni dalla redenzione di Van Aert tra la polvere e le pietre della Roubaix e tutto sembra avere un senso diverso. 

«Sicuramente è stato il modo migliore di chiudere il periodo delle Classiche – dice con una risata Affini – e penso che tutto il mondo del ciclismo sia felice di questo capitolo conclusivo. O per lo meno questa è la sensazione che ho avuto sulle strade domenica guardando i tifosi. Erano tutti contenti come una Pasqua». 

Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Wout Van Aert, Edoardo Affini
Affini era accanto a Van Aert anche in questa edizione della Parigi-Roubaix, l’ennesima battaglia corsa insieme
Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Wout Van Aert, Edoardo Affini
Affini era accanto a Van Aert anche in questa edizione della Parigi-Roubaix, l’ennesima battaglia corsa insieme

La “Pasqua” belga

La Pasqua del Nord è arrivata una settimana dopo quella religiosa, se ci permettete questo accostamento. Perché la vittoria di Wout Van Aert è arrivata al termine di un’attesa durata otto anni, tanti ne sono passati da quando la Roubaix è entrata nella testa del corridore della Visma Lease a Bike

«Credo che Wout (Van Aert, ndr) – racconta Affini – se la meriti tutta, dopo esserci andati vicini per tanti anni è bello poter vedere un corridore del suo calibro aggiungere una gara del genere al palmares. Del significato che avesse la Roubaix per lui lo ha già detto, ma credo sia una cosa che vale per tutti».

Parigi-Roubaix 2026, velodromo, festa, Wout van Aert
Roubaix era tutta per Van Aert, un tifo da stadio per il belga della Visma Lease a Bike
Parigi-Roubaix 2026, velodromo, festa, Wout van Aert
Roubaix era tutta per Van Aert, un tifo da stadio per il belga della Visma Lease a Bike
Facciamo qualche passo indietro, in che modo arrivava la squadra a questa Roubaix?

Con la consapevolezza che nella Campagna delle Classiche eravamo stati sempre nel vivo della corsa. Abbiamo sfiorato la vittoria diverse volte, alla Dwars Door Vlaanderen e alla In Flanders su tutte. Senza dimenticare che al Fiandre Van Aert è rimasto giù dal podio per poco, quindi direi che l’avvicinamento è stato buono. Poi la Roubaix è sempre particolare.

Per la sua imprevedibilità?

E’ la corsa con il grado di incertezza più alto, può davvero succedere di tutto. Si possono programmare momenti e tattiche, ma poi si scende dal bus e si deve fare i conti con l’andamento della gara. 

Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Edoardo Affini
Edoardo Affini ha lavorato per Van Aert fino al quarto settore di pavé
Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Edoardo Affini
Edoardo Affini ha lavorato per Van Aert fino al quarto settore di pavé
Che aria si respirava sul bus la mattina?

Abbastanza rilassata, la riunione tecnica era stata fatta in hotel la sera prima, dopo la presentazione delle squadre. Quindi la mattina della corsa ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione e siamo saliti sul bus. L’hotel e la partenza distavano circa un quarto d’ora, onestamente nel tragitto eravamo tutti sereni, per quanto lo si possa essere alla partenza di una Classica come la Roubaix.

Nessuna tensione?

Solo quella “positiva”, che ti permette di rimanere attento e vigile, consapevole di quello che dovrai andare a fare. 

Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike,
Wout Van Aert ha ritrovato la vittoria in una Classica Monumento sei anni dopo la Milano-Sanremo del 2020
Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike,
Wout Van Aert ha ritrovato la vittoria in una Classica Monumento sei anni dopo la Milano-Sanremo del 2020
Tu che ruolo avevi?

Sono rimasto accanto a Van Aert fino alla sua prima foratura, al quarto settore di pavé, poi è rientrato e ha fatto l’accelerazione che lo ha riportato davanti. In quel momento il gruppo si è spezzato e la metà davanti si è giocata la corsa. 

Quando hai saputo della vittoria?

Ero sempre collegato via radio, ma era facile capirlo dall’entusiasmo della gente a bordo strada. Quando ho visto i tifosi belgi così felici ho capito che ce l’aveva fatta. Van Aert in Belgio è una star, allo stesso livello di un calciatore di Serie A da noi in Italia.

Cosa hai provato nel vederlo vincere?

Ho rivisto le immagini dell’attacco e del finale, devo ammettere che è stato un gran piacere. Era da sei stagioni che provavamo a vincere Fiandre e Roubaix. Assistere alla sua vittoria mi ha reso davvero felice, ci siamo preparati insieme per anni ed è bello vedere il nostro lavoro ripagato. Credo di essere, tra i corridori in squadra, quello che ha fatto il maggior numero di giorni di gara insieme a lui

Per anni Van Aert ha sfiorato la Roubaix, qui nel 2023 quando ha forato sul pavé del Carrefour de l’Arbre, mentre davanti Van Der Poel scappava
Per anni Van Aert ha sfiorato la Roubaix, qui nel 2023 quando ha forato sul pavé del Carrefour de l’Arbre, mentre davanti Van Der Poel scappava
Qual è stata la prima cosa che vi siete detti una volta al bus?

Non credo di poterlo dire (sorride, ndr), ma ci siamo abbracciati senza dire tante parole, non penso ce ne fosse bisogno. Poi a cena abbiamo fatto un brindisi insieme alle famiglie, un bel modo per chiudere una giornata bellissima. Però questa non è mica la fine.

In che senso?

E’ vero, abbiamo raggiunto un obiettivo inseguito per tanti anni, ma il nostro lavoro non finisce mica con la Roubaix. Anzi, penso che Van Aert fosse il più contento di tutti, ma si guarda anche al futuro.

Uno dei momenti più difficili nella carriera del belga è stata la Vuelta 2024, una caduta dalla quale è stato difficile ripartire
Uno dei momenti più difficili nella carriera del belga è stata la Vuelta 2024, una caduta dalla quale è stato difficile ripartire
In questi anni c’è stato un momento più difficile?

Direi il 2024, la caduta e il conseguente infortunio alla Dwaars Door Vlaanderen sono stati difficili da mandare giù. Se poi penso a quanta fatica ha fatto Van Aert per tornare. Senza considerare che una volta alla Vuelta è caduto ancora e si fatto male al ginocchio, lì ti metti le mani nei capelli. 

Lui stesso ha detto che a volte si è trovato in difficoltà…

Sì, ma non si è mai arreso e credo che il suo atteggiamento sia stato un esempio per tutti noi. Van Aert è un modello da seguire, ce la mette sempre tutta. Averlo visto ripartire ogni volta è stato uno stimolo in più anche per noi compagni di squadra.

Affini e Van Aert
Affini è il compagno di squadra che ha condiviso più giorni di corsa insieme a Van Aert
Affini e Van Aert
Affini è il compagno di squadra che ha condiviso più giorni di corsa insieme a Van Aert
C’è stato un momento in cui, anche solo per un attimo, hai smesso di crederci?

Personalmente no, ho sempre pensato che ce l’avremmo fatta, anche nei momenti più difficili. Tutto il duro lavoro fatto da Van Aert per tornare ai suoi livelli doveva pagare, prima o poi. 

Credi che questa Roubaix possa essere un punto di svolta?

Magari è quella sicurezza in più che serviva, non che Wout sia mai stato agitato, ma ora penso sia più consapevole e possa dire: «Ce l’ho fatta». Perché dal pensare di potercela fare al farlo per davvero ne passa di acqua sotto i ponti.

Wout Van Aert, partenza Roubaix 2026

Wout come Poulidor, la sua popolarità cresceva ancora…

15.04.2026
5 min
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Non è la prima volta che scriviamo della popolarità di Wout Van Aert in Belgio. Qualcosa che va oltre il semplice essere fan. Ci sono valori che l’atleta di Herentals incarna alla grande: educazione, l’essere un padre di famiglia, il lottare sempre. Domenica scorsa c’era un mondo che lo seguiva: nei pub, nei fans club, a bordo strada… e persino negli stadi di calcio in attesa della partita.

E tutto ciò lo constatammo noi stessi quando al mondiale di Leuven 2021, la sera, passeggiando per la città, ci si imbatteva in orde di tifosi lungo la strada che cantavano “Wout Van Aert, Wout Van Aert” sulle note di Gigi D’Agostino. Dopo il trionfo alla Parigi-Roubaix siamo tornati dal nostro amico e collega Guy Van Den Langenbergh, giornalista di Het Nieuwsblad. Cos’è stato questo trionfo di Van Aert per il Belgio? E’ questo il nocciolo della questione.

Guy Van Den Langenbergh (classe nel 1968) è un giornalista sportivo specializzato in ciclismo e ciclocross. Scrive per Het Nieuwsblad dal 2004 ed è ospite anche di diversi talk
Guy Van Den Langenbergh è un giornalista sportivo specializzato nel ciclismo. Scrive per Het Nieuwsblad dal 2004 ed è ospite di alcuni talk
Guy Van Den Langenbergh (classe nel 1968) è un giornalista sportivo specializzato in ciclismo e ciclocross. Scrive per Het Nieuwsblad dal 2004 ed è ospite anche di diversi talk
Guy Van Den Langenbergh è un giornalista sportivo specializzato nel ciclismo. Scrive per Het Nieuwsblad dal 2004 ed è ospite di alcuni talk
Guy, ci eravamo già incrociati ad Anversa, al via del Giro delle Fiandre. Già quella mattina eri fiducioso circa una vittoria di Van Aert…

Vero, io e tutti noi belgi speravamo che Wout potesse vincere il Giro delle Fiandre, ma sappiamo tutti che per lui è ormai diventato più difficile, perché la fisionomia della corsa è cambiata. E’ più dura, con tre volte il Kwaremont e il Paterberg, e poi ci sono molte altre piccole côte in cui serve esplosività. Il dislivello è elevato (e sono cambiati anche gli interpreti aggiungiamo noi, ndr).

Alla fine questa vittoria è arrivata sette giorni dopo…

La Parigi-Roubaix è una corsa diversa. Conta più l’endurance, non l’esplosività, ma la capacità di sviluppare una grande velocità per molto tempo, soprattutto sui tratti in pavé. E Wout ha la struttura fisica, la capacità di guida e tutto quel che serve per brillare sui settori della Roubaix. E lo ha dimostrato domenica scorsa.

Cosa significa questa vittoria per il Belgio dunque? Tu ci hai sempre detto che Wout è il vero simbolo del ciclismo della tua Nazione…

La vittoria è molto importante per Wout, la sua vittoria più importante. Lui stesso ha sempre pensato che avrebbe potuto vincere una classica come questa e, all’età di 32 anni, è qualcosa di grandioso. La popolarità di Van Aert è aumentata anche negli ultimi anni. E non soltanto in Belgio. La televisione italiana, i commenti, anche gli inglesi e i francesi… tutti amano Wout. E’ un po’ come Raymond Poulidor, l’eterno secondo, ma sempre presente, sempre in lotta. E’ per questo motivo che il popolo francese lo ha amato, e lo ama, moltissimo.

Wout Van Aert
Nonostante tutto, anche questa volta non è mancato il brivido per Van Aert
Wout Van Aert
Nonostante tutto, anche questa volta non è mancato il brivido per Van Aert
E’ molto interessante questo punto di vista. Credevamo che con tutte quelle sconfitte fosse diminuito questo supporto generale, soprattutto perché spesso inflitte da Van der Poel, il suo rivale naturale…

Tra l’altro Poulidor era anche il nonno di Van der Poel. La popolarità di Wout è aumentata negli ultimi anni proprio perché non vinceva. E’ sempre stato molto vicino, ma non vinceva. Infortuni, volate perse, sfortune, cadute… ma ogni volta è tornato. Anche quest’anno, quando si era rotto una caviglia in una gara di ciclocross e ha avuto altri piccoli problemi, come la febbre all’apertura della stagione delle classiche. Sì, tutti pensavano che restasse l’eterno secondo… ma ora ha vinto una gara mitica. Una delle più belle corse che abbiamo mai visto.

Come avete vissuto la gara?

Abbiamo visto che Mathieu Van der Poel ha avuto dei problemi, che ha forato. Anche Tadej Pogacar e lo stesso Wout. E’ stata una corsa piena di dramma. Quando vuoi vincere e ti ritrovi da solo con Pogacar non pensi di poter vincere. Ma poi i chilometri passavano ed è arrivato lo sprint.

Insomma, ci avete creduto…

Van Aert ha dimostrato che anche Pogacar può essere battuto. Ed è stata una vera gioia per tutti. Io credo che in tutto il Belgio non si arrivi a cinque persone che non volessero che Wout vincesse. Gente nei pub, a bordo strada, davanti alla televisione… Anche Jasper Stuyven è stato molto contento del successo di Van Aert. Ho parlato con Mauro Giannetti e mi ha detto che persino Tadej era contento della vittoria di Wout. Questo perché lui è un corridore esemplare, forte, generoso. Un esempio per i giovani. Capite perché la popolarità di Wout è arrivata a un punto quasi incredibile. E’ stato un giorno fantastico. Per noi belgi certamente, ma soprattutto per il ciclismo.

L'apertura dell'autorevole Het nieuwsblad di lunedì mattina
L’apertura dell’autorevole Het Nieuwsblad (testata non solo di sport) dello scorso lunedì
L'apertura dell'autorevole Het nieuwsblad di lunedì mattina
L’apertura dell’autorevole Het Nieuwsblad (testata non solo di sport) dello scorso lunedì
E i media come hanno appreso e divulgato la notizia? La sua vittoria è stata l’apertura dei telegiornali o magari hanno parlato della guerra in Iran?

Sono sincero, in quel momento stavo lavorando e non ho visto i telegiornali, ma sono quasi certo che sia stata la notizia di apertura. Per il nostro giornale lo è stata. Era in prima pagina. I social media sono stati invasi da questo successo. C’erano anche le immagini di Michael Goolaerts. Sul nostro giornale e su un altro, i due maggiori del Belgio, c’era già un’intervista con il padre di Michael Goolaerts. Lui era davvero toccato. Giusto l’altro ieri il manager di Van Aert ha portato i fiori della Parigi-Roubaix ai genitori di Michael. C’erano foto ovunque. La vittoria di Wout senza dubbio ha dominato i media in Belgio.

E tu, Guy? Tu lo conosci da molto tempo, cosa hai visto nei suoi occhi? Cosa vi siete detti, ammesso tu ne abbia avuto la possibilità…

Gli ho scritto un messaggio per congratularmi con lui. E’ qualcosa che non faccio spesso e con pochi atleti. La prima volta che lo feci era per le Olimpiadi. Ma domenica sera gli ho scritto. Me lo sentivo proprio. Lo conosco da quando era un bambino che faceva ciclocross qui da noi. L’ho visto crescere in questa disciplina e poi su strada, dove è diventato un vero campione. Era qualcosa che non potevo immaginare a quell’epoca.

Milesi all’academy Ineos, una vera e propria scuola

Milesi alla Ineos Racing Academy: una vera e propria scuola

15.04.2026
4 min
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Se torniamo indietro di qualche giorno, molti ricorderanno l’intervista a Matteo Scalco che si preparava per la nuova trasferta in Olanda, all’Olympia’s Tour. Quella stessa corsa dove a emergere, aggiudicandosi la frazione a cronometro, è stato Nicolas Milesi, che dopo due anni alla Arkea è entrato a far parte del nuovissimo progetto di sviluppo legato alla Ineos Grenadiers, una delle ultime squadre WorldTour che si è dotata del devo team.

E’ proprio l’appartenenza alla squadra britannica, da parte di un corridore che ha già messo da parte un bel bagaglio di esperienze estere, a incuriosire, facendoci un po’ entrare in questa nuova realtà: «Devo dire che mi trovo molto bene, sono contento della scelta fatta, sento che credono molto in me e mi piace l’ambiente, come si lavora. E’ anche per questo che ho iniziato davvero bene la stagione».

Milesi è da quest'anno all'Ineos. Nel 2025 aveva vinto una tappa al Giro del Friuli (foto Cyclingphoto.gr)
Milesi è da quest’anno all’Ineos. Nel 2025 aveva vinto una tappa al Giro del Friuli (foto Cyclingphoto.gr)
Milesi è da quest'anno all'Ineos. Nel 2025 aveva vinto una tappa al Giro del Friuli (foto Cyclingphoto.gr)
Milesi è da quest’anno all’Ineos. Nel 2025 aveva vinto una tappa al Giro del Friuli (foto Cyclingphoto.gr)
Tu hai gareggiato tra Grecia, Olanda, Francia, gareggi sempre all’estero. Questo è un vantaggio, uno svantaggio, un’abitudine maggiore?

Effettivamente nei due anni all’Arkea mi sono abituato a gareggiare poco in Italia. Non è facile, c’è sempre un aereo da prendere, ma in fin dei conti questa è la vita del ciclista e così lo si impara presto. Quando poi a volte mi capita di gareggiare in Italia sono contento, ha un sapore speciale. Alla fine poi non c’è molto da cambiare, è sempre una gara in bici…

Rispetto alla tue esperienze precedenti, nello specifico ai due anni all’Arkea, come si lavora all’Academy della Ineos?

Benissimo e devo dire che sto crescendo molto con i due diesse, Dario Cioni e Simon Watt. Già dal ritiro di dicembre-gennaio ho visto un bel ambiente. Poi qui buona parte dello staff è italiano e questo di sicuro aiuta. Ricercano molto la performance, anche i materiali sono  di prima qualità e quindi sono contento di questo cambio e spero di riuscire a fare il salto finale in questa squadra.

Dopo la vittoria in Olanda, Milesi ha confermato la sua forma con un 3° posto al Circuit des Ardennes (foto Instagram)
Dopo la vittoria in Olanda, Milesi ha confermato la sua forma con un 3° posto al Circuit des Ardennes (foto Instagram)
Dopo la vittoria in Olanda, Milesi ha confermato la sua forma con un 3° posto al Circuit des Ardennes (foto Instagram)
Dopo la vittoria in Olanda, Milesi ha confermato la sua forma con un 3° posto al Circuit des Ardennes (foto Instagram)
Quali sono le principali differenze con l’Arkea?

Si sente qui che è ancora il primo anno, tutti stiamo un po’sperimentando. E’ cambiato tutto, c’è una mentalità fortemente inglese, metodica, un altro modo di lavorare. C’è un legame forte con la prima squadra, nel ritiro eravamo tutti insieme, un continuo scambio. A giugno io gareggerò con la prima squadra e sarà un momento importante per me, per la mia crescita.

Tu sei uno dei due che ha già ottenuto una vittoria per la squadra inglese, la tappa a cronometro nella corsa olandese. Come ti sei trovato in quella situazione?

Sicuramente è un segno importante, ho sempre lavorato molto a cronometro, sono portato per le prove contro il tempo. E’ il segnale che ho lavorato bene e l’impegno è stato ripagato, ora voglio solamente continuare così sapendo anche che il team tiene molto proprio alle mie caratteristiche come cronoman.

Il corridore di Clusone ha colto in Olanda la sua seconda vittoria, confermandosi specialista a cronometro (foto Instagram)
Il corridore di Clusone ha colto in Olanda la sua seconda vittoria, confermandosi specialista a cronometro (foto Instagram)
Il corridore di Clusone ha colto in Olanda la sua seconda vittoria, confermandosi specialista a cronometro (foto Instagram)
Il corridore di Clusone ha colto in Olanda la sua seconda vittoria, confermandosi specialista a cronometro (foto Instagram)
Quando gareggiate in queste corse a tappe avete già una prefigurazione di chi è il capitano per la classifica, di chi è la punta per una certa tappa, o ci si regola anche in base a come la corsa si evolve?

Questa forse è una differenza più profonda con l’Arkea. Qui c’è più libertà di azione, di cambiamento rispetto alle tattiche della vigilia. Proprio perché è un devo team. Ci coinvolgono molto nelle tattiche pre-gara, nello studiare i percorsi, nel guardare le condizioni climatiche. E’ tutto segno del progresso che dovrebbe portarci nel World Tour. Non è facile onestamente, perché sono piccoli dettagli che fanno la differenza, fanno crescere. Tengono molto che impariamo a correre in ogni situazione.

Una vera e propria scuola, quindi…

Sì, infatti facciamo anche tanti briefing dopo le gare per vedere cosa è andato bene, cosa è andato male e quindi si analizza ogni aspetto, anche sulle tattiche di gara. Ci chiedono un po’ come abbiamo visto la gara noi. Prima delle corse una loro tattica ce la espongono ma ne discutiamo, ci lasciano dire i nostri pensieri e le tattiche che vorremmo appunto portare in ciascuna prova.

Milesi sarà impegnato nel weekend nella Liegi U23, con tutti i big di categoria (foto Pudepiece)
Milesi sarà impegnato nel weekend nella Liegi U23, con tutti i big di categoria (foto Pudepiece)
Milesi sarà impegnato nel weekend nella Liegi U23, con tutti i big di categoria (foto Pudepiece)
Milesi sarà impegnato nel weekend nella Liegi U23, con tutti i big di categoria (foto Pudepiece)
Prossimi impegni che avrai?

Sabato farò la Liegi Under 23, il Tour Bretagne e poi la Gand-Wevelgem Under 23. Poi avrò uno stacco, dovrò allenarmi in altura prima negli appuntamenti di giugno e sarò con la World Tour, a seguire farò il Giro Next Gen a cui punto molto.

Prova percorso Geogravel Tuscany (foto ATCommunication)

La nuova vita di Bettini, organizzatore sulle rotte del gravel

15.04.2026
7 min
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Dopo aver visto la Sanremo e il Fiandre ed essersi morso la lingua per non dire la sua su certe tattiche, nel giorno della Roubaix Paolo Bettini si è dedicato al popolo della Green Fondo di Pomarance che porta il suo nome.

Il toscano che proprio in questi giorni avrebbe sentito salire la febbre delle Ardenne, avendo vinto per due volte la Liegi, ha fatto un passo indietro rispetto al ciclismo dei campioni (ma se volete un parere frizzante su una corsa, non lo farà mai mancare) e si è immerso nella dimensione di viaggiatore e soprattutto organizzatore. Ed è da questa angolazione che vogliamo ritrarlo, perché finita una granfondo se ne fa un’altra e nel suo mirino c’è ora la quarta GeoGravel Tuscany.

«Si farà il 6-7 giugno – spiega Bettini – e a suo modo è parente stretta della Green Fondo Paolo Bettini-La Geotermia che domenica ha vissuto la 28ª edizione. Nacque perché mio fratello era amico di quelli che io chiamo i “Veletruri”, cioè i ragazzi del Velo Etruria di Pomarance, che avevano già la loro prova. Io all’epoca ero ancora dilettante e le diedero il nome del mio club con cui collaboravano. E questa è la sua storia.

«Si svolge sulle strade dei miei mille allenamenti, che hanno formato schiere di professionisti: dalla Lampre di Saronni e di Abdujaparov, fino al 2007, quando con la Quick Step fummo gli ultimi a venire a Marina di Cecina ad allenarci e fare i giri dei soffioni, come erano conosciuti».

Il gruppo sta per raggiungere le Ardenne, un tempo casa di Bettini. Nel 2002 la seconda Liegi, anticipando Garzelli
Paolo Bettini, Stefano Garzelli, Liegi 2002
Il gruppo sta per raggiungere le Ardenne, un tempo casa di Bettini. Nel 2002 la seconda Liegi, anticipando Garzelli

La scelta gravel

Il gravel viene dopo, perché finché Bettini correva, quasi nessuno sapeva che cosa fosse. Lui se ne appassionò per una dritta di Sportful, di cui è testimonial, ben prima della pandemia. 

«Un giorno Devis Barchi, che allora era Brand Manager di Sportful – racconta – mi disse di farmi dare una gravel perché di lì a poco sarebbero usciti con una linea di abbigliamento dedicato. Quando poi venne la pandemia e a maggio 2020 noi ciclisti scoprimmo di essere fortunati, perché chi aveva la tessera agonistica poteva allenarsi e uscire fuori dal comune di residenza, per non sentirmi in imbarazzo davanti all’altra gente, iniziai ad andare per boschi».

Che cosa scopristi?

Che da casa mia, potevo arrivare da una parte fino alle colline geotermiche e da lì fino alle strade bianche del Chianti. Tra maggio e settembre 2020 mappai circa 800 chilometri di strade alternative. E lì nacque l’idea di farle vivere anche a chi non le conosceva, utilizzando l’evento anche come promozione di un territorio molto particolare come quello delle colline geotermiche, con le loro terre grigie e i soffioni dal sottosuolo.

Geogravel Tuscany nasce così?

Esattamente. Il primo anno come evento di condivisione e marketing, con Shimano, Sportful, Sidi ed Enervit. Fu un evento privato, in cui prendemmo le misure, fino alla prima edizione aperta al pubblico. Quest’anno si sta andando verso la quarta e mi pare davvero un evento che inizia a prendere campo.

In questo ruolo di organizzatore ti ci sei trovato per dare seguito a questa scoperta oppure lo avevi già per la testa?

In realtà nel ruolo di organizzatore mi ero già trovato appena smisi di correre. Nel 2009 affiancai gli organizzatori del GP Costa e gli Etruschi e per due anni gli diedi una mano a non morire, anche se la gara poco dopo si fermò. Nel 1997 era stata il teatro del mio debutto, il primo numero da professionista sulla schiena lo misi a Donoratico, per cui avevo addosso motivazioni speciali. Nel caso della GeoGravel Tuscany, mi prendo gli applausi, ma alle mie spalle fanno tutto i Veletruri. Loro sono davvero la mia forza motrice. Io ho le idee, li stuzzico, penso cose e format, ma se non avessi loro, non organizzerei proprio nulla.

Bettini ha tracciato una grande rete di percorsi nelle sue zone e vi ha disegnato la Geogravel Tuscany (foto ATCommunication)
Bettini ha tracciato una grande rete di percorsi nelle sue zone e vi ha disegnato la GeoGravel Tuscany (foto ATCommunication)
Bettini ha tracciato una grande rete di percorsi nelle sue zone e vi ha disegnato la Geogravel Tuscany (foto ATCommunication)
Bettini ha tracciato una grande rete di percorsi nelle sue zone e vi ha disegnato la GeoGravel Tuscany (foto ATCommunication)
Format e idee che prendi da quello che vedi fare in altri eventi?

Esatto, Bettini non inventa nulla. Anzi, parlando di geotermia, mi viene scontata la battuta: davvero Bettini non scopre l’acqua calda, perché esiste già. Partecipo a tanti eventi e osservo molto. Nel mondo gravel è arrivato da tempo Pozzato, che è uno molto festaiolo e capace di fare aggregazione, ma guarda caso ha organizzato il primo campionato del mondo gravel. Competitivo. Io invece ho sempre detto che il gravel non può scendere nella competizione.

Perché no?

Perché gravel è sinonimo di territorio, di scoperta, di musica, di salsiccia, di birra. Infatti all’interno di Geogravel Tuscany c’è il Geo Festival, cioè serate dedicate alla musica. Il venerdì con i gruppi dei rockettari, il sabato con il DJ set. Si cena in piazza, si sta tutti sotto il tendone. E’ una festa popolare. Capito?

Geogravel Tuscany vivrà a inizio giugno la quarta edizione, dopo il numero zero del 2022 (foto ATCommunication)
GeoGravel Tuscany vivrà a inizio giugno la quarta edizione, dopo il numero zero del 2022 (foto ATCommunication)
Geogravel Tuscany vivrà a inizio giugno la quarta edizione, dopo il numero zero del 2022 (foto ATCommunication)
GeoGravel Tuscany vivrà a inizio giugno la quarta edizione, dopo il numero zero del 2022 (foto ATCommunication)
Qual è per Bettini organizzatore la soddisfazione di una prova così?

E’ un po’ tutto, la scoperta del territorio e il divertimento delle persone. Sono contento quando ci criticano se manca qualcosa, perché ci aiutano a crescere. Sono contento quando sulla lavagna ci scrivono che sono stati bene ed è stato un weekend figo. E sono contento anche quando mi dicono che hanno pedalato e si sono divertiti e che gli sono piaciuti i percorsi. Per me la soddisfazione è tutto questo.

Il percorso di Geogravel Tuscany è classico oppure ogni anno si prova a cercare qualche variazione?

Tendenzialmente come base rimane lo stesso, ma ogni anno c’è qualche deviazione per scoprire cose nuove. Cerco sempre di far cambiare. Quest’anno, per esempio, cambia il medio (77 chilometri) e cambia la prima parte dell’ultra (229 chilometri). Il corto rimane invariato con i suoi 48,2 chilometri e agli altri si dà una modifica.

Quanto tempo ti prende questa attività?

Non tantissimo, anche perché avendo già pedalato tutto, i percorsi li faccio da casa, nel senso che decido dove mandarli. Passo la traccia ai ragazzi, loro vanno a pedalare perché pedalano tutti e si fa la verifica a ridosso dell’evento. Diciamo il lavoro grosso è stato fatto nel 2020-2021 e in quel periodo c’è voluto qualche mese.

Paolo Bettini, classe 1974, ha vinto un oro olimpico, due mondiali, due Liegi, Lombardia, Sanremo per un totale di 61 corse (foto ATCommunication)
Paolo Bettini, classe 1974, ha vinto un oro olimpico, due mondiali, due Liegi, due Lombardia e la Sanremo per un totale di 61 corse (foto ATCommunication)
Paolo Bettini, classe 1974, ha vinto un oro olimpico, due mondiali, due Liegi, Lombardia, Sanremo per un totale di 61 corse (foto ATCommunication)
Paolo Bettini, classe 1974, ha vinto un oro olimpico, due mondiali, due Liegi, due Lombardia e la Sanremo per un totale di 61 corse (foto ATCommunication)

Una storia di amicizia

GeoGravel Tuscany si svolgerà il 6-7 giugno con partenza anche in questo caso da Pomarance. Le informazioni sui quattro percorsi (corto, medio, lungo e ultra) e su come iscriversi sono ottimamente descritte nel sito internet dedicato e anche in questo c’è uno spicchio di nostalgia.

La parte della comunicazione di ogni attività di Bettini è infatti affidata ad ATCommunication di Alessandro Tegner che è stato per anni l’addetto stampa del Bettini corridore alla Mapei e poi alla Quick Step e della squadra belga è oggi il responsabile marketing e della comunicazione.  Ma piuttosto, l’ultima cosa…

Senti Paolo, quando tutto sarà finito, col gruppo di lavoro farete una cena o un debriefing?

In realtà – ride Bettini – iniziamo prima. Due giorni prima della Green Fondo ci siamo trovati a Pomarance e abbiamo fatto una pizzata fra noi per avere un primo momento di condivisione. Ci si guarda, si dice che c’è da fare tanto e quindi bisogna essere uniti. E poi la stessa cosa si rifà a fine stagione, ottobre, novembre, quando tutto è fermo. Che poi in realtà, chi ci riesce a restare fermo?

Parigi-Roubaix 2026, Elia Viviani, diesse, Ineos Grenadiers

Viviani e la vita da diesse, con la voglia di vincere ancora addosso

14.04.2026
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COMPIEGNE (Francia) – La prima Parigi-Roubaix in ammiraglia per Elia Viviani è trascorsa tra le tensioni della vigilia e le aspettative di voler fare qualcosa di bello insieme a Filippo Ganna. La corsa purtroppo ci ha portato una Ineos spesso costretta ad inseguire, con il leader della formazione britannica mai veramente nel vivo della gara. Il risultato parla di un venticinquesimo posto per Ganna, che deve fare i conti con una primavera ben al di sotto delle aspettative. Il prossimo obiettivo prende la forma del Giro d’Italia, dove Ganna vorrà riconfermarsi a cronometro e togliersi qualche sassolino dalle scarpe. 

«Sicuramente è bello essere partiti con la stagione – ci spiega Viviani a pochi minuti dal via della Roubaix – perché il lavoro del diesse è bello quando sei in macchina, vicino agli atleti e riesci a dare loro un consiglio o risolvere una situazione sul campo. E’ chiaro che c’è anche molto lavoro alle spalle: computer, programmazione e tutto quello che deve fare chi ruota attorno ai corridori. Però quello che piace è sicuramente venire alle gare».

Elia Viviani, Giro del Veneto 2025
Elia Viviani ha chiuso la sua carriera il 14 ottobre 2025 al Giro del Veneto in maglia Lotto
Elia Viviani, Giro del Veneto 2025
Elia Viviani ha chiuso la sua carriera il 14 ottobre 2025 al Giro del Veneto in maglia Lotto

Dalla bici alla macchina

Elia Viviani ha chiuso la sua carriera in sella e ha iniziato subito quella in ammiraglia, alla quale affianca anche il lavoro di team manager per la nazionale. Di certo non possiamo dire che il veronese sia rimasto fermo ad aspettare, ha preso tutti questi anni di esperienza e li ha messi subito al servizio degli altri. Perché quando si è avuto così tanto dalla propria carriera è giusto anche dare indietro qualcosa. 

«Una cosa che mi ha aiutato nel passare da corridore a diesse – dice – è sapere come funziona il ciclismo moderno. Fino a qualche mese fa ero nel gruppo, mentre ora mi trovo dall’altra parte. Questo mi permette di capire tante situazioni che magari dieci anni fa erano differenti. Mi sono trovato subito bene in questo ruolo, a testimonianza che la scelta di smettere è arrivata davvero al momento giusto».

Ti sei ambientato subito in squadra?

Assolutamente, conoscevo già tante persone all’interno. Anzi era una delle mie prerogative, quella di andare in una squadra dove non sarei dovuto ripartire da zero a livello di ambientamento e rapporto con lo staff. Questo per rendermi la vita più semplice, sia per tenere i rapporti con la squadra che con i corridori. 

Come ti sei trovato con i corridori, hanno subito capito il nuovo ruolo che andavi a ricoprire?

Sì, negli ultimi anni sono sempre stato un po’ la chioccia all’interno della squadra. Quindi direi che i corridori, ovvero i miei ex-compagni, sono stati subito a loro agio con il mio nuovo ruolo. Hanno capito che era possibile confidarsi, parlare o chiedere un consiglio in più, cosa che magari con un estraneo o un diesse di lunga data può essere difficile

Allo stesso modo in cui facevi quando ero in gruppo con loro?

Esatto, alla fine con la maggior parte di loro ci ho pedalato insieme. Ad esempio Tarling era con me nei suoi primi anni da professionista, allo stesso modo con “Pippo” (Ganna, ndr), Turner e Connor Swift. Sono tutti ragazzi che a volte si sono sacrificati per me quando eravamo in gruppo, quindi questo ha reso tutto più semplice. 

Ganna, secondo lo scorso anno, ha lavorato per gestire meglio e con più lucidità il finale della Sanremo
Viviani lavora a stretto contatto con corridori con i quali ha condiviso parte della sua carriera in bici, tra questi c’è Filippo Ganna
Ganna, secondo lo scorso anno, ha lavorato per gestire meglio e con più lucidità il finale della Sanremo
Viviani lavora a stretto contatto con corridori con i quali ha condiviso parte della sua carriera in bici, tra questi c’è Filippo Ganna
C’è anche la voglia di ripagare quello che hanno fatto per te?

La mia priorità, finita la carriera in bici, era di non tenere tutto quello che ho fatto negli anni per me, ma cercare di trasmetterlo a quelli più giovani. Possono essere situazioni più tecniche, oppure tattiche, ma anche al di fuori della bici: nella gestione della vita dell’atleta, di problemi da risolvere o nell’affrontare la vita di tutti i giorni. 

Qual è la cosa più facile che ti è venuta passando dalla bici all’ammiraglia?

Direi capire le situazioni in gara, ad esempio quando un corridore dice alla radio che sta poco bene o che non ha buone sensazioni e siamo ancora a metà gara o al primo sforzo della giornata. In queste situazioni mi viene subito da dare il consiglio diretto, di dire loro che non è così e di tenere duro, che è solo un momento e passerà. E quando lo vedi realizzarsi è una cosa bella.

Paris-Roubiax 2026, Ben Turner, Filippo Ganna, Ineos Grenadiers
Viviani dovrà essere bravo a trasportare la competitività che aveva in bici e metterla in ammiraglia
Paris-Roubiax 2026, Ben Turner, Ineos Grenadiers
Viviani dovrà essere bravo a trasportare la competitività che aveva in bici e metterla in ammiraglia
E al di fuori delle dinamiche di corsa?

Quando si hanno dei dubbi nel momento in cui il risultato non arriva, mi è capitato spesso in carriera di vivere queste sensazioni. Si analizza quello che si è fatto, sapendo di aver lavorato bene e aiuti l’atleta a capire che il lavoro fatto prima o poi paga

La cosa più difficile nel passare dal ruolo di corridore a quello di diesse? 

Sicuramente la voglia di competitività, la fame di vincere: quella non la perdi. Magari in giornate in cui non raggiungiamo un risultato, sei lì che pensi: «Ma perché non lo volevano così tanto come lo volevo io?». E’ una cosa difficile da filtrare, perché non puoi nemmeno biasimare il corridore quando non riesce a fare quello che volevi tu. Questo è un aspetto al quale mi devo ancora adattare. 

Seixas e Finn, destini paralleli ma (per ora) lontani

Il francese e l’italiano, destini paralleli ma (per ora) lontani

14.04.2026
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Uno è francese e già vince prove del WorldTour, l’altro è italiano e porta con fierezza indosso la maglia di campione del mondo U23. Uno sfida già i fenomeni e tutti lo attendono all’esame che fa tremare i polsi: la Liegi contro Pogacar. L’altro prepara le sue prossime apparizioni contro i professionisti, come al Tour of the Alps ma resta per ora spettatore delle grandi classiche sicuro che le affronterà prossimamente.

La carriera di Paul Seixas e Lorenzo Mark Finn (in apertura foto Werner Müller-Schell) procede parallela senza incrociarsi, almeno per ora. I loro entourage hanno scelto evoluzioni completamente diverse, ma è palpabile nell’ambiente la contrapposizione fra due talenti puri, che tutti sperano possano scrivere pagine storiche di qui ai prossimi mesi.

Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti
Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti
Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti
Davide Cassani, ex cittì della nazionale è da sempre attento osservatore dei nuovi talenti emergenti

Chi li osserva con occhio attento è l’ex cittì della nazionale Davide Cassani, che vede differenze fra i due dettate proprio dalle scelte fatte: «Sono praticamente coetanei, ci sono pochi giorni di differenza. Il francese è stato campione del mondo a cronometro, ma contro il tempo va forte anche Lorenzo Finn. Per quanto riguarda le corse a tappe, Seixas ha dimostrato di avere per adesso qualcosa in più, ha vinto il Tour de l’Avenir mentre Finn è arrivato quarto. Si vede che comunque sono corridori abbastanza simili, nel senso che sono polivalenti, vanno forte a cronometro e vanno forte anche in salita».

La scelta che ha fatto il francese di esordire così presto sarà un vantaggio che avrà nel prosieguo della carriera, almeno nei primissimi tempi dandogli questo carico di esperienza in più?

Tutto dipende da quello che hanno fatto in passato e lo sanno solo loro. Un ragazzo di vent’anni può essere diverso da un suo coetaneo, anche in base a quello che hanno fatto in precedenza. Ci sono dei ragazzi che maturano prima e altri che maturano dopo. Seixas è sempre andato fortissimo, da junior ha vinto il Giro della Lunigiana, ha vinto il campionato del mondo. Hanno deciso di farlo passare subito, come fece Evenepoel.

Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi Seixas ha dato a tutti una lezione in salita
Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi, il giovane francese della Decathlon ha dato a tutti anche lezioni in salita
Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi Seixas ha dato a tutti una lezione in salita
Dopo la vittoria contro il tempo, nei Paesi Baschi, il giovane francese della Decathlon ha dato a tutti anche lezioni in salita
E’ stata la scelta migliore?

Non lo so, sta di fatto che comunque Seixas era pronto per passare, lo ha dimostrato l’anno scorso, lo sta dimostrando quest’anno. Ma io condivido anche la scelta di Lorenzo Finn, perché se guardiamo indietro lo stesso Pogacar ha fatto due anni tra i dilettanti e dopo aver vinto il Tour de l’Avenir è passato professionista. Probabilmente, se Finn avesse vinto l’Avenir l’anno scorso, quelli della sua squadra avrebbero pensato che fosse già pronto per passare professionista. Tenerlo nella categoria è stata una decisione forte.

Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro'
Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro’
Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro'
Per Finn la Red Bull ha scelto un approccio soft, ma ora non mancheranno i confronti con i pro’
Nel senso che ha vantaggi e svantaggi?

Esatto. In questo momento la scelta gli sta dando ragione visti i risultati, ma è naturale che facendo più corse tra i professionisti forse potrebbe avere qualche vantaggio in più nell’immediato, ma bisogna vedere poi nei prossimi anni.

E’ possibile identificarli come corridori per classiche o per corse a tappe?

E’ da vedere. Anche nei professionisti ci sono i corridori da corse a tappe e quelli da corse in linea. Togli Pogacar da questa categoria perché è un fenomeno a parte. Vingegaard è un corridore solo da corsa a tappe, Van der Poel e Van Aert da prove in linea. Evenepoel non lo sappiamo ancora cosa potrà diventare, perché ha vinto una Vuelta, ma l’ha vinta qualche anno fa e la Vuelta non è il Giro, non è il Tour mentre in linea ha un mondiale, un’Olimpiade e due Liegi. Quindi non lo sappiamo che indirizzo avrà.

Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da grandi giri?
Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da Grandi Giri?
Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da grandi giri?
Il francese ha mostrato di avere una marcia in più a cronometro: è già uomo da Grandi Giri?
Ti sta sorprendendo di più il francese per quello che sta facendo o l’italiano per quello che sta facendo nel suo ambito?

Negli under 23 Finn è nettamente il più forte e quindi non c’è storia. Mi sta sorprendendo quello che sta facendo il francese, perché è da quando ha cominciato la stagione che è sempre là davanti e soprattutto mi ha sorpreso alle Strade Bianche perché è stato l’ultimo a cedere a Pogacar e nonostante questo ha tenuto duro, è arrivato secondo. Poi è stato straordinario nelle prime due tappe dei Paesi Baschi dove ha dominato la cronometro e la tappa in salita.

Qualcosa di raro?

E’ semplicemente incredibile quello che sta facendo e quindi in questo momento Seixas mi sta sorprendendo di più rispetto a Lorenzo, dal quale mi aspettavo che vincesse quelle due corse perché comunque è forte.

La Strade Bianche ha svelato il talento di Seixas, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
La Strade Bianche ha svelato il talento del francese di Lione, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
La Strade Bianche ha svelato il talento di Seixas, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
La Strade Bianche ha svelato il talento del francese di Lione, ultimo a cedere allo scatenato Pogacar
Veniamo alla dimensione squadre per l’uno e per l’altro. Per il francese si parla insistentemente di un interesse della UAE. Sarebbe un errore andare nello stesso cantiere di Pogacar, che dovrebbe essere il suo avversario?

Io penso che la Decathlon non se lo farà scappare, perché se hanno investito quest’anno 10 milioni in più nella squadra lo hanno fatto anche perché c’era un corridore così e per di più francese. Già l’anno scorso si poteva intuire che potesse diventare molto, molto forte. Da sportivo non mi piacerebbe vederlo nella stessa squadra dell’iridato, perché negli anni prossimi potrebbe diventare davvero un suo avversario.

Per quanto riguarda Finn, la dimensione della Red Bull può essere quella giusta per farlo evolvere?

Credo proprio di sì, perché la Red Bull sta cercando di tutelare nel migliore dei modi la crescita di Lorenzo Finn. Gli fanno fare le corse tra i professionisti, ma intanto mantiene il feeling con la vittoria. Comincia a gestire la pressione che dà la maglia di campione del mondo: quando si presenta al via nelle corse U23 è sempre l’uomo da battere. E quindi penso che sia la strada giusta per crescere nel migliore dei modi.

La prima pagina de L'Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all'Itzulia Country Race
La prima pagina de L’Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all’Itzulia Country Race
La prima pagina de L'Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all'Itzulia Country Race
La prima pagina de L’Equipe dedicata alla vittoria di Seixas all’Itzulia Country Race
Ognuno nel suo ambito ha una forte pressione addosso. Il pubblico francese spera che Seixas sia l’uomo giusto per chiudere la lunga parentesi del Tour de France. Su Finn, gli italiani sperano che sia l’uomo del rilancio. Può pesare la responsabilità nella crescita di questi ragazzi?

Sono giovani, ma hanno tutto quello che gli serve per diventare dei campioni, fin da junior hanno gestito queste attese. E’ naturale che la pressione ci sia, soprattutto su Seixas, basta vedere quello che ha fatto L’Equipe sulla sua vittoria basca. E’ dall’85 che non vincono il Tour de France, si rendono conto che possono avere un corridore che potrebbe farlo, ma deve essere bravo lui, deve essere brava la squadra, deve essere brava la famiglia per cercare comunque di farlo crescere.

E per l’italiano?

La stessa cosa può capitare a Lorenzo Finn se comincia a vincere le corse tra professionisti nel giro di pochi mesi. Anche noi abbiamo bisogno di un campione e quindi la pressione c’è. Ma credo che anche il ligure sia pronto…

Paesi Baschi

Matxin e il Giro dei Paesi Baschi: un legame incredibile

14.04.2026
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Se ieri con Piganzoli avevamo parlato della Volta a Catalunya, oggi torniamo in Spagna e lo facciamo con Joxean Fernandez Matxin. Di solito il direttore tecnico della UAE Emirates lo sentiamo per temi tecnici o tattici, stavolta per un vero e proprio racconto: i ricordi dei “suoi” Paesi Baschi.

E sì, perché giusto una settimana fa si è conclusa una delle corse più amate in assoluto del calendario del circo del pedale, l’Itzulia, alias Giro dei Paesi Baschi. Un’edizione, tra l’altro, storica e che potrebbe segnare la definitiva consacrazione di un altro mostro del pedale: Paul Seixas. Il 19enne della  Decathlon-CMA non solo è stato il più giovane vincitore della storia di questa corsa, ma ha inflitto distacchi che non si vedevano da non si sa quanti anni.

Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è origianrio dei Paesi Baschi. Qui alla "sua" corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)
Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è originario dei Paesi Baschi. Eccolo alla “sua” corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)
Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è origianrio dei Paesi Baschi. Qui alla "sua" corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)
Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è originario dei Paesi Baschi. Eccolo alla “sua” corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)

Matxin, basco dentro

Ma veniamo a Matxin. Lui è nato a Basauri, un sobborgo di Bilbao, la capitale di questa regione nel nord della Spagna e dall’identità così forte. I Paesi Baschi sono noti per essere anche la “Piccola Svizzera di Spagna”. Lasci il paesaggio semidesertico di Zaragoza e in pochi chilometri ti ritrovi nel verde rigoglioso di queste colline e montagne inumidite dall’Atlantico. Cambia tutto, cambia anche la lingua e soprattutto cambia la mentalità. E qui il ciclismo è qualcosa che viene vissuto in modo intenso, verace. Sfidiamo noi a trovare chi non apprezza due atleti come Pello Bilbao e Mikel Landa, tanto per citarne due.

La storia di Matxin con il Giro dei Paesi Baschi nasce da bambino, o forse appena adolescente.
«Quanti ricordi ho? Tanti. Tutti, ho tanti ricordi sin da quando ero allievo. Ricordo che partivo da casa e andavo a vedere la corsa sulle salite più dure anche a 60 chilometri da casa mia. E lo stesso valeva quando c’era la Clasica di San Sebastian, che poi una volta era un po’ più verso fine stagione ed era come un mondiale. Okay, la Sanremo e le altre, ma quando arrivavano i più forti corridori a casa mia, era un sogno. Vederli su salite simbolo come Arrate o lo Jaizkibel era, ed è, qualcosa che mi restava dentro. Che valeva la mia vita.

«E mi piacevano le corse anche prima dei pro’. Ricordo quando ero dilettante e c’erano atleti come Zülle… Per me in quel caso i Paesi Baschi diventavano una questione di vita, una forma di vita. Ma se mi chiedete se abbia un idolo, rispondo che il mio idolo era il ciclismo».

Aupa, aupa

Oggi il Giro dei Paesi Baschi è una gara WorldTour. Il livello è molto alto e da sempre, viste le caratteristiche orografiche della zona, è terreno per scalatori.

«Più che come è cambiato il Giro dei Paesi Baschi – riprende Matxin – direi che è cambiato il ciclismo. Restano due ruote e due pedali, ma per il resto è tutto diverso. Per dire: la prima volta che lo vidi da dentro avevo 14 anni ed ero in macchina con una squadra, la Ueaso, che poi fu Lotus e poi ancora Festina. Pensate che non c’era neanche il direttore, ma un meccanico e faceva da diesse. Tra l’altro quel diesse-meccanico adesso è uno dei nostri: è Alejandro Torralbo. Se si staccavano, gli passava una pompa, un tubolare e andava avanti. Capite perché è tutto diverso?».

Ma la grandezza di questa corsa è data anche dalla sua gente. E questo è verissimo. Lo abbiamo testato con mano noi stessi quando fummo alla partenza del Tour de France da Bilbao due anni fa: fu qualcosa di incredibile, il calore di quella folla immensa.

«Sono convinto che dobbiamo essere orgogliosi del tifo dei baschi e di come tifiamo. Vado in macchina nelle corse di tutto il mondo e so quello che sto dicendo. Noi baschi tifiamo al massimo dal primo all’ultimo corridore. Il nostro “Aupa, aupa”… su dai, è per tutti. Non solo, ma l’80 per cento della gente a bordo strada conosce nome, cognome, storia, squadre degli atleti anche in coda al gruppo. Vi dico anche che quando a inizio stagione facciamo gli elenchi per le corse, i ragazzi sono sempre contenti di andare al Giro dei Paesi Baschi e di vivere questa atmosfera.

«Pensate che Andrej Hauptman, il nostro diesse, che era un uomo veloce, mi ha detto: ero sprinter, arrivavo dietro, ma mi conoscevano. E in quella corsa per me non c’erano troppe opportunità, non ero spagnolo né scalatore…».

Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo
Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo
Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo
Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo

Il diesse nel destino

Sempre sfogliando l’album dei ricordi, c’è anche un po’, un bel po’ d’Italia per Matxin. La prima vittoria che viene in mente a Matxin è legata infatti a Maurizio Rossi dell’Alfa Lum. Era il 1986 e il Giro dei Paesi Baschi faceva tappa ad Antzuola.

«Era la prima tappa – racconta Matxin – questo Rossi prese una fuga importante. Pedalò per ore sotto l’acqua e guadagnò un sacco di minuti. Adesso non ricordo quanti, ma erano davvero parecchi. Una roba esagerata. In gara c’era anche Sean Kelly, che aveva vinto i Baschi due anni prima. Sembrava impossibile che potesse perdere con quel vantaggio. Ogni giorno Kelly gli recuperava terreno, fino ad arrivare alla crono finale. Era ancora in testa Rossi, ma alla fine la spuntò Kelly».

E poi ci sono anche i primi Baschi da direttore sportivo. Matxin era un dilettante e anche bravo. Era nell’orbita della nazionale spagnola e in quell’anno le Olimpiadi (ancora per dilettanti) si disputavano a Barcellona. Il basco ci puntava forte. Ma il destino ci mise lo zampino. E questa è una vera storia con la S maiuscola.

«Era il 1992 – dice Matxin – e verso la primavera dovevo passare pro’ con una squadra che si chiamava SCS. Era l’anno olimpico ed ero pronto. Ma proprio in quel periodo si capì che la squadra non aveva soldi. Lo sponsor sarebbe sparito di lì a poco e si tornò a fare i dilettanti. Con me c’era anche Abraham Olano, per dire…
«Tornati dilettanti organizzai tutto io. Presi in mano la situazione. Andavamo alle corse da soli, non avevamo neanche l’ammiraglia. Niente ruote di scorta, né tantomeno le bici di riserva. Però in qualche modo riuscimmo a correre. A quel punto i miei compagni mi dissero: “Fai tu Matxin, prendi in mano la situazione. Fai il direttore sportivo”.

«Io avevo un buon rapporto con gli organizzatori, conoscevo gli hotel… e da lì è nato tutto. Poi pensai: ho fatto tre anni e mezzo da dilettante, avevo 21 anni. Vinsi la prima corsa che disputai in quella categoria e pensai che fosse tutto facile, che potessi diventare un grande. Poi però non ho più vinto. Al massimo qualche podio. Sì, ero furbetto, prendevo le fughe… ma non vincevo. Avevo la mentalità vincente, ma non ero soddisfatto di un terzo o quarto posto. E così decisi di fare il direttore sportivo. Anche lì: prima gara e prima vittoria!».

Fra Del Toro e Seixas

Gli anni passano e man mano Matxin fa carriera. Arrivano le prime squadre importanti, vedi Mapei, Sounier Duval, Footon-Servetto, Soudal e ora la UAE Emirates. Questa corsa di casa se l’è anche giocata più volte. Anche quest’anno magari poteva farlo con Isaac Del Toro, ma poi il destino ci ha messo lo zampino e, in seguito a una caduta, il messicano è stato costretto ad abbandonare la corsa.

«E’ stato un Itzulia, un Giro dei Paesi Baschi, non durissimo, ma dal vero DNA basco: una corsa per scalatori ma non puri, penso ad Aranburu per dire, che è uno scalatore che sa limare, sa correre bene tatticamente. Non c’erano mai salite più lunghe di 8 chilometri. Tanti saliscendi e salite brevi ma difficili. Ogni tappa era difficile da controllare e infatti, che fossero duemila o tremila metri di dislivello, ogni frazione era impegnativa. Poi Seixas, ragazzo che ha dato spettacolo: fortissimo, con carattere vincente e tanta classe».

Riguardo a Del Toro, il suo incidente inizialmente sembrava più grave di quanto poi si è rivelato realmente, spiega Matxin. Ovviamente, salterà le Ardenne: Amstel, Freccia e Liegi.

«E mi dispiace. Avevamo quattro leader per le Ardenne e ne abbiamo persi tre, perché oltre a lui non ci saranno neanche Christen e Narvaez. In tutto abbiamo 14 atleti che non sono al meglio o fuori uso».

Giro dei Paesi Baschi 2026, Paul Seixas

Seixas, l’Avenir, Pogacar e Del Toro: nessun punto in comune

14.04.2026
6 min
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C’è un filo neppure troppo sottile che in apparenza unisce Pogacar, Del Toro e Seixas. E se l’origine (ciclistica) comune può essere considerata la vittoria al Tour de l’Avenir, il loro sviluppo successivo parla di velocità e storie completamente diverse. I numeri del francese al Giro dei Paesi Baschi hanno stupito. La partecipazione non era quella degli anni migliori, ma i distacchi cui Seixas ha relegato i rivali e la determinazione con cui li ha attaccati a ogni occasione hanno lasciato di sasso chi lo ha seguito in questi ultimi anni. Fra questi c’è, Marino Amadori, cittì azzurro degli U23, che se lo è trovato avversario all’ultimo Tour de l’Avenir.

«Seixas è cresciuto di brutto – comincia Amadori – dico la verità: è forte, ma quest’anno sta facendo delle cose super. In Spagna li ha messi tutti a bagnomaria. Poi bisogna vedere in che condizioni fossero effettivamente gli altri, però lui sta andando molto, molto forte. Allo scorso Tour de l’Avenir si vedeva che avesse qualcosa in più, quando partiva ci lasciava là. E poi si è confermato saltando i mondiali di Kigali, ma facendo terzo agli europei con i professionisti».

Paul Seixas, Lorenzo Fin, Tour de l'Avenir 2025 (foto Tour de l'Avenir)
La vittoria di Seixas al Tour de l’Avenir 2025 è stata netta ma non schiacciante (foto Tour de l’Avenir)
Paul Seixas, Lorenzo Fin, Tour de l'Avenir 2025 (foto Tour de l'Avenir)
La vittoria di Seixas al Tour de l’Avenir 2025 è stata netta ma non schiacciante (foto Tour de l’Avenir)

Al livello dei migliori

Quel che colpisce è la naturalezza del lionese, che compirà vent’anni il 24 settembre. La sua facilità nel portare certi attacchi è disarmante, al punto che la Francia da un lato pensa (a buon diritto) di aver trovato l’uomo giusto per riprendersi certi traguardi (l’ultimo Tour transalpino è del 1985) e dall’altro trema per la prospettiva che il ragazzino venga preso da squadroni d’altra bandiera e ingabbiato in schemi meno… spettinati.

«E’ incredibile – ha detto Seixas – vincere il Giro dei Paesi Baschi era l’obiettivo iniziale e farlo in questo modo, con tre tappe, è magnifico. Ho dimostrato per tutta la settimana di essere forte, che piovesse o facesse un caldo torrido. Non ho ceduto. Era proprio quello che volevo testare, per vedere se ero migliorato in quell’aspetto, e la conferma c’è stata, quindi è fantastico.

«Sto seguendo le orme di alcuni dei più grandi corridori di questo sport. Devo però ammettere che qui alcuni non c’erano, alcuni sono caduti (Del Toro) oppure non sono arrivati ​ in forma (Ayuso). Non penso di essere il migliore, ma so di poter competere con loro, di poter correre nelle posizioni di testa con ambizione. Sì, posso competere con i migliori».

La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2'30"
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2’30”
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2'30"
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2’30”

Una crescita bruciante

Amadori ha la sensazione di trovarsi di fronte a un altro corridore rispetto al ragazzino che lo scorso anno al Tour de l’Avenir è sembrato lottare ad armi pari con i coetanei. Aver chiuso la classifica con i primi quattro racchiusi in un minuto poteva essere il segno di una superiorità normale, non certo schiacciante come quella che Seixas ha messo in mostra in Spagna.

«Al Tour de l’Avenir era abbastanza impulsivo – spiega il cittì degli U23 azzurri – faceva delle azioni improvvise e forse era normale in un contesto di corridori della stessa età. Ai Paesi Baschi ha fatto delle azioni mica da ridere, è partito a 60-70 chilometri all’arrivo. Penso che dall’anno scorso sia cresciuto tantissimo. Deve capire qual è il suo limite, quanto può migliorare ancora, perché ha 19 anni e non è tutto scontato come si crede ora. Di certo, per quel che si vede, è un’eccezione.

«Prendiamo ad esempio Tadej (Pogacar, ndr) – ancora Amadori – che è cresciuto anno per anno e sta continuando a farlo. Da under 23 era bravo, ci mancherebbe altro. Al secondo anno ha vinto il Tour de l’Avenir, però l’anno prima era un buon corridore, con i nostri ragazzi lo abbiamo anche battuto. Poi, anno dopo anno, Pogacar ha salito un gradino. Ma Seixas dall’anno scorso di gradini ne ha saliti due».

Pogacar che vince l’Avenir del 2018 è un ragazzino promettente, che da allora ha salito un gradino ogni anno, mai bruciando le tappe
Pogacar vincitore dell'Avenir 2018: per Saronni è stato quello il momento della sua rivelazione al mondo
Pogacar che vince l’Avenir del 2018 è un ragazzino promettente, che da allora ha salito un gradino ogni anno, mai bruciando le tappe

Mai sedersi sugli allori

La miglior difesa è l’attacco. Battere il ferro finché è caldo, perché verranno giorni difficili ed è bene vincere quando si può. Il campionario delle interviste di Seixas è un rincorrersi di concetti elementari ma non per questo banali.

«Ho affrontato ogni tappa con una mentalità offensiva – ha detto dopo il successo basco – ho attaccato ogni volta che ne ho avuto l’occasione. E’ così che si vince una corsa, con la mentalità offensiva. Se si rimane sulla difensiva, si finisce per crearsi più problemi che altro. Gli avversari lo percepiranno e cercheranno di attaccarti. Non si deve aver paura di provarci quando ci si sente in forma, dimostrare agli avversari che vincere una tappa non significa adagiarsi sugli allori e che ogni giorno è una battaglia.

«Non mi aspetto nulla meno di questo da loro, questa è la mentalità che bisogna avere. Nel ciclismo, una settimana sei il più forte, la settimana successiva lo è qualcun altro. Mi capiterà sicuramente di trovarmi in situazioni in cui un altro sarà più forte di me o anche più di uno. In quei casi, correrò in modo diverso».

Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano duelli memorabili
Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano grandi sfide
Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano duelli memorabili
Secondo alla Strade Bianche, Seixas si complimenta con Del Toro, giunto terzo. Fra i due si prospettano grandi sfide

La gestione del talento

In teoria il difficile viene adesso, fa notare Amadori, che ricorda bene le infornate di talenti sbocciati in Francia nelle categorie giovanili e poi sacrificati nell’incauta e frettolosa ricerca di una possibile maglia gialla.

«Io ormai ho i capelli bianchi – dice sorridendo il romagnolo – e dico di stare attenti a questi ragazzi che hanno vent’anni. Seixas farà le classiche delle Ardenne e a questo punto sono curioso di rivederlo contro Pogacar che punta alla vittoria. Non si sa se poi farà il Tour oppure il Giro, ma di certo dopo tanto clamore non è pensabile che vada in Francia a prendere dei 15-20 minuti. Tre settimane sono tante e di giovani corridori francesi bruciati perché portati troppo presto al Tour ce ne sono stati parecchi.

«La situazione di Del Toro è diversa, ma se dovessi fare un confronto fra loro due, viene fuori un bel match, devo dire la verità. Perché anche Isaac fece grandi cose al Tour de l’Avenir. Però nel suo caso, l’ultimo giorno Pellizzari riuscì a tenerlo e vincemmo anche la tappa. Invece quando attaccava Seixas, non l’abbiamo mai tenuto, per capirci, ci ha lasciato là.  E’ molto molto bravo e poi va forte a cronometro, che è una cosa grossa. Vincerà il Tour? Può darsi, a patto che evitino di portarlo in contesti più grandi di lui che possono danneggiarlo per sempre».