Evenepoel e le grandi manovre per restare il terzo incomodo

10.08.2025
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Mentre la Red Bull-Bora-Hansgrohe sta vivendo una fase insolita della sua stagione, con il licenziamento apparentemente immotivato di tre tecnici nel cuore dell’estate, in Belgio si fa un gran parlare dell’arrivo di Evenepoel nella squadra tedesca. Si va per punti e dubbi, con una serie di domande cui nessuno può ancora fornire risposta. Il mondo Red Bull è impenetrabile, hanno imparato con la Formula Uno e quello sembra essere il loro standard di riferimento.

«Dobbiamo trovare il Max Verstappen del ciclismo», disse lo scorso anno Ralph Denk, fondatore e manager della squadra subito dopo l’accordo con Red Bull, che ha fatto della squadra uno dei colossi del WorldTour. Stando al quotidiano tedesco Bild, il budget sarebbe passato da 40 a 50 milioni di euro, raggiungendo il UAE Team Emirates e la Visma Lease a Bike. Purtroppo però Denk ha dovuto accettare il fatto che il divario sportivo sia ancora notevole e che di questo passo il Max Verstrappen del ciclismo non sarebbe mai arrivato. Per questo alla fine si è puntato su Evenepoel, il ragazzo d’oro, quello che dovrebbe mettere le ali alla Red Bull.

Ralf Denk ha chiuso il rapporto con il ds Gasparotto dimenticando che deve a lui la vittoria del Giro 2022
Ralf Denk ha chiuso il rapporto con il ds Gasparotto dimenticando che deve a lui la vittoria del Giro 2022

La squadra spaccata

Remco non vedeva l’ora e ha accettato, con il benestare della Soudal Quick Step che forse non vedeva l’ora di perderlo. Nell’annunciarne la partenza, la squadra belga ha anche bruciato l’annuncio della Red Bull, svelandone la destinazione. Da più parti all’interno della squadra si faceva notare che Evenepoel fosse una stella a se stante, avulso dal concetto di Wolfpack. Per questo anche i compagni, forse, hanno iniziato a voltargli le spalle.

Dopo la prima tappa del Tour, quando Remco è rimasto attardato a causa dei ventagli, le sue parole alla stampa contro la squadra hanno lasciato il segno. Tanto che all’indomani del suo ritiro, fatto un lavoro stellare per far vincere Paret Peintre sul Mont Ventoux, il suo amico Van Wilder ha dichiarato: «Dicevano che non eravamo abbastanza forti. Ora dico loro: Fanculo perché stiamo vincendo sul Ventoux».

Se però la sua ambizione è quella fondata di avere una squadra più forte, alla Red Bull-Bora troverà fior di corridori con cui insidiare Pogacar e Vingegaard. Hindley, Vlasov, Dani Martínez, Pellizzari (speriamo di no!) e persino Roglic, se a Primoz starà bene.

Evenepoel e Vanthourenhout: i due hanno vinto mondiali e Olimpiadi di strada e crono. Qui Wollongong 2022
Evenepoel e Vanthourenhout: i due hanno vinto mondiali e Olimpiadi di strada e crono. Qui Wollongong 2022

Lo staff stellare

Oltre ai corridori, Evenepoel troverà un ambiente fortemente vocato allo sviluppo tecnologico, a partire da Specialized, con cui Remco ha un rapporto personale e che fornisce al team anche l’abbigliamento. In aggiunta, dello staff della squadra fa parte Dan Bigham, l’ingegnere che nello sviluppare la bici per Ganna stabilì a sua volta il record dell’Ora. E dato che Remco sogna di batterlo a sua volta, la presenza del britannico potrebbe servirgli in una doppia chiave: le crono e la pista.

La squadra dovrebbe ingaggiare il suo storico direttore sportivo, Klaas Lodewyck, a sua volta in scadenza di contratto con la Soudal-Quick Step. Dalla Visma è arrivato Asker Jeukendrup, autorità in materia di nutrizione sportiva. Dan Lorang, allenatore di Jan Frodeno, il più grande triatleta di tutti i tempi, allenerà singoli atleti. C’è anche Peter Kloppel, Responsabile delle Prestazioni Mentali presso il Red Bull Performance Centre, che ha lavorato anche con Verstappen. Remco sarà circondato dai migliori esperti e su tutti vigilerà Sven Vantourenhout, l’ex tecnico della nazionale belga, che ha guidato le più grandi vittorie di Evenepoel ai mondiali e alle Olimpiadi.

Al Tour di quest’anno, Evenepoel ha vinto la crono di Caen, ma con distacchi meno ampi del previsto
Al Tour di quest’anno, Evenepoel ha vinto la crono di Caen, ma con distacchi meno ampi del previsto

Lipowitz e i tedeschi

Come la mettiamo con Lipowitz? La squadra è tedesca, Florian pure. L’eco delle sue prestazioni al Tour ha riacceso i riflettori sul ciclismo nel Paese che lo aveva bandito dopo i casi di doping del passato: come verrà digerito l’arrivo del campione belga?

Nel suo primo Tour, a 24 anni, Evenepoel è arrivato terzo dietro Pogacar e Vingegaard. Lipowitz ha fatto lo stesso, mentre quest’anno Remco al Tour ha deluso in modo importante, subendo per giunta la supremazia di Lipowitz anche al Delfinato.

In questa fase da chiacchiere da bar, la stampa belga si attacca anche a dettagli che sarebbero risibili, ma bastano per infiammare i tifosi. Scrivono infatti che nel Tour del 2024, Evenepoel produsse un rapporto tra watt e chili migliore rispetto a quello di Lipowitz quest’anno. Lo stesso distacco da Pogacar penderebbe dalla parte del belga, staccato di 9’18” lo scorso anno, contro gli 11′ di Lipowitz qualche settimana fa.

Ma tutto sommato, perché la squadra dovrebbe scegliere? La Visma non ha dimostrato che agendo con due leader si riesce a correre meglio contro Pogacar? Durante il Tour uscì la voce per cui il giovane tedesco non volesse rinnovare il contratto finché non si fosse fatta luce sull’arrivo di Evenepeol. In realtà pare che Lipowitz abbia ancora un anno di contratto, per cui i due dovranno imparare a convivere. Evenepoel sarà in grado di aiutare il compagno se egli si rivelasse più forte? Oppure chiederà che Lipowitz venga mandato al Giro, tenendo per sé la ribalta del Tour?

Anche Lipowitz, come Evenepoel, si è piazzato terzo a 24 anni nel primo Tour della carriera
Anche Lipowitz, come Evenepoel, si è piazzato terzo a 24 anni nel primo Tour della carriera

I dubbi su Evenepoel

Tutto questo dando per scontato che Evenepoel possa trovare nel suo motore il necessario per tenere testa a Pogacar e Vingegaard. Ha vinto una Vuelta in modo rocambolesco. E’ arrivato terzo al Tour del debutto. Ma per il resto ogni sua altra partecipazione ai Grandi Giri ha lasciato a desiderare, sacrificando nel suo nome le sue chance nelle grandi classiche.

La Red Bull ci crede e obiettivamente il suo nome, per ora sulla fiducia, è il solo spendibile, a parte quello di Ayuso, in una ipotetica rincorsa alla maglia gialla. Remco è davvero all’altezza di quei due? Non sembra così, ma forse può crescere. La Red Bull-Bora intanto sembra sempre più la BMC dei primi tempi che si riempì di schiere di corridori forti senza mai riuscire a farne una squadra.

L’allontanamento dei tre tecnici continua sembrarci alquanto strano. Ci può stare che la squadra voglia uno staff votato alla causa di Remco e non gente che difenda le potenzialità dei corridori che già ci sono, ma perché farlo ora? Puoi anche decidere che il modo migliore per ristrutturare la tua casa sia buttarla giù e costruirla dalle fondamenta. Solo che abbatterla mentre dentro c’è ancora gente suona francamente poco lungimirante.

Proietti Gagliardoni, in nazionale col contratto in tasca

10.08.2025
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Mattia Proietti Gagliardoni continua a essere protagonista della stagione juniores, l’oggetto del desiderio di molte squadre anche estere, il perno della costruenda nazionale per le gare titolate. Ma soprattutto il corridore umbro continua ad avere una grande costanza di rendimento, tanto che il successo di domenica scorsa al Memorial Antonio Colò è il suo quinto centro stagionale il che per uno scalatore, non è davvero poco.

Dominio del corridore umbro al Memorial Colò, con 40″ su Galbusera e O’Brien (foto Fruzzetti)
Dominio del corridore umbro al Memorial Colò, con 40″ su Galbusera e O’Brien (foto Fruzzetti)

Di carne che bolle in pentola ce n’è tanta, soprattutto ora che Mattia ha messo da parte la scuola per le vacanze estive. Il bilancio è decisamente in attivo e il corridore del Team Franco Ballerini lo sa bene.

«Sono partito un po’ così – dice – ma adesso va meglio e credo di avere una buona media di risultati. Considerando che ho fatto quasi sempre corse nazionali e internazionali. La vittoria di domenica mi ha dato molta soddisfazione perché una gara che conoscevo e che avevo già vinto lo scorso anno».

Che corsa era?

Il tracciato era un po’ cambiato rispetto allo scorso anno. Invece della salita finale si faceva due volte una salita lontana dal traguardo, lì devo dire che la squadra è stata essenziale nel tenere la corsa. Ho fatto fare il ritmo a un compagno di squadra, poi a 2 chilometri dalla vetta ho attaccato e sono riuscito a togliermi di ruota anche Galbusera che mi aveva seguito. In discesa sono andato forte, in pianura ho finito per guadagnare e alla fine sono arrivato con circa 45 secondi di vantaggio.

Al GP Neri Sottoli, Proietti Gagliardoni ha aiutato Pascarella nel suo successo (foto FB team)
Al GP Neri Sottoli, Proietti Gagliardoni ha aiutato Pascarella nel suo successo (foto FB team)
Stessa vittoria a un anno di distanza, ma non è lo stesso Mattia dello scorso anno. Hai un’altra autorità anche nella gestione della squadra…

Sono cresciuto molto sia a livello mentale che anche fisico. I wattaggi sono molto più alti, quindi diciamo che è un buon periodo, soprattutto dopo. Con la squadra siamo riusciti a fare 10 giorni di altura grazie al nostro sponsor Lucchini che ha messo a disposizione il suo hotel. Io dopo sono andato anche una settimana con la mia famiglia a Livigno, quindi l’ho continuata completando un bel blocco di lavoro.

Per la seconda parte di stagione quali obiettivi ti sei posto?

Dal 22 agosto al 2 settembre tornerò a Livigno con la nazionale, dovrebbe essere il gruppo di europei e mondiali, ma intanto l’obiettivo principale sarà il Lunigiana dove appunto il CT deciderà le convocazioni per queste gare. Io voglio farmi trovare pronto e disputare un Lunigiana da protagonista perché è uno degli obiettivi principali della stagione.

Per i ragazzi del team un lungo raduno in altura all’Hotel di Lucchini (foto FB team)
Per i ragazzi del team un lungo raduno in altura all’Hotel di Lucchini (foto FB team)
Alla fine della quale cambi di categoria.  Ci sono tante squadre anche internazionali che sono sulle tue tracce. Sappiamo che hai già scelto ma che sta alla squadra, appartenente al WorldTour, ufficializzarlo. Come sei arrivato alla decisione?

Il mio procuratore inizialmente mi aveva dato una destinazione – specifica Proietti Gagliardoni – ma non era convinto a farmi rimanere in quella realtà. Io ho appoggiato la sua decisione. Poi ci sono state altre due squadre che mi hanno proposto un contratto. Io ne ho parlato con lui ma anche con la mia famiglia e anche con il mio preparatore Massimiliano Gentili per capire quale poteva essere la scelta più adatta al mio futuro. Soprattutto in base alle mie caratteristiche. Ma la decisione alla fine l’ho presa io.

Quali fattori avete considerato, e soprattutto l’aspetto tecnico, quello economico, quello della nazione e della presenza di altri italiani?

Partiamo dal fatto che non ho ancora un inglese molto fluente, quindi ho pensato a una squadra con la cultura molto più vicina a quella italiana, in un ambiente più vicino al nostro. L’aspetto economico sinceramente lo guardo, ma so che i veri guadagni si fanno quando si passa professionista. Ora è solo un momento per crescere, per imparare.

Il Team Franco Ballerini è stato fondamentale nella sua crescita in questo biennio (foto FB team)
Il Team Franco Ballerini è stato fondamentale nella sua crescita in questo biennio (foto FB team)
E’ contato anche il fatto che ci fossero già altri italiani?

Sinceramente non ci ho badato, magari ci si può trovare un po’ meglio perché trovi un compagno di squadra della tua Nazione, la comunicazione è sempre migliore, ma comunque è una squadra straniera e quindi è giusto che sia io ad adeguarmi.

Quanto è importante il rapporto con il procuratore alla tua età, tu che sei giovanissimo e che stai entrando adesso in questo mondo ti fidi ciecamente della sua esperienza?

Da allievo ero in contatto con Andrea Noè, parlavo spesso con lui delle gare, finché lo scorso anno ho conosciuto i Carera, sono venuti a casa mia. Abbiamo fatto un pranzo e abbiamo parlato un po’ e nel sentire la loro esperienza, i loro contatti in questo lavoro, la loro professionalità mi sono convinto subito.

Numero di Langellotti che va in giallo. E si rivede un bel Sobrero

09.08.2025
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BUKOWINA TATRZANSKA (Polonia) – La fiondata che piazza Victor Langellotti è di quelle che vale la classica accoppiata tappa e maglia. Il monegasco della Ineos-Grenadiers sorprende tutti con un numero favoloso nell’ultimo mezzo chilometro andando a conquistare la sesta tappa del Tour de Pologne e la leadership della corsa.

A 750 metri dal traguardo sembrava che McNulty con un deciso allungo avesse mandato i titoli di coda della giornata disputata a grande ritmo, specie nel finale. Invece no. Mentre un generoso Tiberi (poi quinto all’arrivo) perdeva le ruote dello statunitense della UAE Emirates e tutti gli altri erano un po’ al gancio, Langellotti sbucava quasi dal nulla con la sparata decisiva superando tutti e trionfando a braccia alzate, centrando il terzo successo in carriera, primo nel WorldTour. Ora guida la generale con 7” su McNulty e 20” su Tiberi, ma i primi dieci (con tanti italiani) sono racchiusi in meno di mezzo minuto.

Di nuovo davanti

Tra i nostri che avevamo messo sotto osservazione in questa 82a edizione del Tour de Pologne c’era anche Matteo Sobrero. Una chiacchiera quasi ogni giorno per capire come stesse e se avesse recuperato appieno dal brutto infortunio di marzo. Le impressioni sembravano positive, tuttavia mancava il risultato come lui stesso ci aveva detto. Ed eccolo qua, l’ottavo posto in cima a Bukowina che lo proietta nella stessa posizione anche nella generale.

«Oggi era l’ultimo giorno in cui si poteva attaccare – racconta Sobrero mentre è sui rulli sulla bici da crono e ringrazia i suoi compagni di squadra – quindi ci aspettavamo una tappa dura. Nel finale la Bahrain aveva tre corridori, idem la UAE e sapevamo che sarebbero stati loro a fare la corsa e attaccare. Stamattina sono rimasto solo io a fare classifica perché Finn (Fisher-Black, ndr) aveva la febbre ed è andato a casa. Noi abbiamo corso su di loro e visto che da due giorni mi sentivo bene, negli ultimi chilometri sono stato attento alla situazione.

«Ci sono stati tanti scatti – prosegue l’analisi – ma non potevo seguirli tutti. Sono contento, anche se forse potevo osare di più nell’ultimo chilometro perché ho capito che le gambe c’erano. Tuttavia penso che possano essere energie risparmiate per la crono di domani. Darò tutto e quello che sarà, sarà. Comunque, come vi avevo detto nei giorni scorsi, tornare a fare un Pologne a questo livello significa tanto. Ho corso senza pressione, mi sono guadagnato questa attuale top 10 e al momento mi sono tolto un peso. Finalmente è tornato Matteo e questa è la cosa più importante».

Percorso rispettato

Il programma di Sobrero per riprendere una buona condizione passava per la Polonia. E’ una gara che conosce e con la quale forse ha piccolo conto in sospeso dal 2022. Lui non vuole saldarlo a tutti i costi, però sa che il morale è già comunque buono.

«Sappiamo – va avanti – che questa corsa spesso si decide sul filo dei secondi e forse questa circostanza mi ha permesso di crescere ulteriormente di condizione. Mi ricordo che tre anni fa avevo vissuto qualcosa di simile quando dopo la crono del penultimo giorno ero quarto nella generale, poi in quello successivo mi ero ammalato ed ero uscito di classifica.

«Ero arrivato al Pologne – spiega dopo aver ricevuto una stretta di mano sia dal suo procuratore Lombardi che dal diesse Cesare Benedetti – da un periodo di altura a Livigno con la squadra. Ho corso a San Sebastian, ma dovevo affinare la preparazione in vista della Vuelta, che è l’obiettivo di questa parte di stagione. Per il momento sta andando tutto secondo i piani».

Salendo verso Bukowina, Sobrero è stato attento senza rispondere ad ogni attacco. Sarà ottavo al traguardo (come nella generale)
Salendo verso Bukowina, Sobrero è stato attento senza rispondere ad ogni attacco. Sarà ottavo al traguardo (come nella generale)

Recupero, altura e Vuelta

Dopo un inizio di anno problematico, Sobrero è anche felice di aver trovato anche una buona condizione mentale oltre che fisica. In un ciclismo che va sempre a tutta, quando ti fermi per un lungo e brutto infortunio, puoi avere periodi difficili. La squadra lo ha aiutato dandogli il necessario supporto col medico sociale, così come la fidanzata e la famiglia. E poi contano anche gli amici, o meglio gli amici-colleghi-parenti. Infatti si parla di una prossima altura a Macugnaga con Ganna e Pellizzari.

«E’ vero – risponde Matteo con un sorriso – ne stiamo parlando per capire come organizzarci. Sarebbe un gran bel gruppo di lavoro. In ogni caso sarebbe solo una settimana di ritiro tra fine Polonia e inizio Vuelta. Devo ancora parlare con la squadra dei programmi tra le due gare.

«Da lì in avanti – continua – andremo dritti alla Vuelta che parte dal Piemonte. L’obiettivo per me potrebbero essere alcune tappe, però principalmente andrò in supporto a Jai (Hindley, ndr) che punta alla generale. Poi vedremo il nostro Giulio cosa ci combina (dice sorridendo e riferendosi a Pellizzari, ndr). A grandi linee i piani sono questi.

«Mentre per il resto della stagione – conclude Sobrero – dovrò ancora deciderlo con la squadra. Se penso che in primavera non potevo pedalare e mi sentivo un leone in gabbia, adesso sono contento di non essermi fatto prendere dalla foga e aver saputo gestire tutte quelle energie per rientrare in modo graduale. Domani ci sono 12,5 chilometri a crono da fare a tutta, poi penserò ai prossimi impegni».

La settima ed ultima frazione del Tour de Pologne sarà appunto la cronometro individuale con partenza e arrivo alle miniere di sale di Wieliczka, che deciderà tutto. L’avvio è il leggera salita, ma è un percorso adatto agli specialisti e agli uomini di classifica che si sentono a proprio agio in prove contro il tempo. Si parte con distacchi contenuti alle spalle di Langellotti: per tanti corridori è lecito sperare e sognare di fare il colpaccio.

Mas fermato dalla tromboflebite. Parliamone col dottore…

09.08.2025
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La notizia arrivata questa settimana ha colpito l’ambiente del ciclismo: la stagione di Enric Mas si è improvvisamente conclusa, saltando la Vuelta che per il capitano della Movistar era l’evento principale, quello a cui teneva di più. Tutto a causa di una tromboflebite alla gamba sinistra, probabilmente di origine post-traumatica.

Un caso decisamente particolare, che va a colpire e togliere di mezzo, nel pieno della stagione, uno dei suoi protagonisti. Ma che cos’è la tromboflebite? Per saperne di più abbiamo chiesto lumi al medico della Jayco AlUla, Carlo Guardascione.

Carlo Guardascione, varesino, è medico della Jayco AlUla (@jayco-alula Sprintcycling)
Carlo Guardascione, varesino, è medico della Jayco AlUla (@jayco-alula Sprintcycling)

«La tromboflebite – spiega – è un’infiammazione in genere acuta di una vena, causata dalla formazione di un trombo che ha ostruito parzialmente o totalmente un vaso venoso, ma qualche volta può anche essere arterioso. Quindi è uno stato infiammatorio di un vaso sanguigno. Un trombo è un piccolo coagulo di sangue che si forma per svariate cause. Nel caso di Mas ho letto che è stato post traumatico, nel senso che, suppongo, in una caduta probabilmente ha avuto un trauma al polpaccio e dall’ematoma scaturito in seguito al trauma, probabilmente si è formato anche un piccolo coagulo all’interno di una vena del polpaccio che nei giorni successivi gli ha ostruito il vaso circolatorio».

Parliamo di qualcosa di comune?

Dipende dall’ambito. La tromboflebite è una situazione patologica che nella popolazione generale è abbastanza frequente, ma in persone che possiamo considerare un po’ predisposte, ad esempio cardiopatici o persone che hanno un’insufficienza venosa, ossia una situazione di ipercoagulabilità. Come può venire? Ad esempio la disidratazione marcata che può essere dovuta a uno stato di malattia, come una diarrea prolungata o del vomito prolungato può causare, in soggetti predisposti che hanno già una predisposizione, la formazione di trombi. Nei giovani però è quasi sempre post-traumatica. E’ molto più frequente nella popolazione, chiamiamola così adulta.

La tromboflebite può colpire anche vasi sanguigni molto ampi, soprattutto venosi (foto Cardio Center Napoli)
La tromboflebite può colpire anche vasi sanguigni molto ampi, soprattutto venosi (foto Cardio Center Napoli)
Qual è il problema per un atleta?

Le tromboflebiti vengono trattate con una terapia a base di eparina. In genere consta, almeno in fase iniziale, in punture sottocutanee che possono essere una o due volte al giorno a seconda del danno. La terapia con eparina è delicata per il paziente: proviamo a immaginare un corridore sotto terapia che cade, ha un trauma, è fortemente a rischio di emorragia, soprattutto interna, estremamente pericolosa.

Quanto dura il trattamento?

Generalmente la terapia di una tromboflebite normale è mediamente di 4-6 settimane di trattamento con eparina oppure con farmaci anticoagulanti dopo la fase acuta. Questo rende l’attività sportiva praticamente impossibile, eccessivamente rischiosa. Poi è chiaro che se io faccio ad esempio tiro con l’arco il rischio traumatico è minimo, ma nel ciclismo non è assolutamente così. O se gioco a calcio o faccio sport di contatto. Il problema è che il mio sistema della coagulazione in caso di ferite è praticamente bloccato.

Il trattamento della tromboflebite è a base di punture sottocutanee di eparina
Il trattamento della tromboflebite è a base di punture sottocutanee di eparina
Nei ciclisti capita spesso?

No, è un caso molto raro, devo dire che nella mia carriera, che oramai è abbastanza lunga, penso di contarli sulle dita di una mano i casi di tromboflebite nei ciclisti agonisti. Invece mi è capitato di vederla di più in adulti ultracinquantenni o sessantenni che vanno in bicicletta, che però magari sono già ipertesi, magari sono con valori di sangue molto elevati e pertanto per patologie pregresse possono incorrere più facilmente in flebiti superficiali e in qualche caso anche delle tromboflebiti.

Come si scopre?

La diagnosi si fa con una ecografia con un ecodoppler arterioso e venoso che evidenzia appunto lo stato dei vasi sanguigni, quindi l’ostruzione che in genere è nella sede del dolore o lievemente sopra o lievemente sotto. E quindi poi bisogna fare il trattamento con l’eparina che fa scoagulare nei tempi che ho detto.

La tromboflebite per un ciclista è quasi sempre post traumatica, come nel caso di Mas
La tromboflebite per un ciclista è quasi sempre post traumatica, come nel caso di Mas
Quindi è giusta anche la scelta del corridore e del suo team di fermarlo del tutto per il resto della stagione?

Certamente, considerando intorno alle sei settimane di trattamento, poi dipende anche se è una tromboflebite di un vaso piuttosto grande è chiaro che il trombo è più grande. Mi spiego, una tromboflebite di una vena del polpaccio è molto più grande quel trombo di una vena del piede o di una vena della mano. I tempi di terapia sono quelli, calcolando il periodo della stagione è chiaro che non c’è tempo per riprendersi, è giusto rimandare tutto a quella successiva. Dovrà star fermo i primi tempi, poi sicuramente gli faranno un altro ecodoppler per vedere se trombo si è ridotto.

Solitamente lascia strascichi?

Se guarisce bene no, perché il trombo viene praticamente sciolto. Se poi il flusso di sangue che viene controllato nuovamente con l’ecodoppler è valido, non ci sono più conseguenze, soprattutto per un giovane come Mas. Un adulto magari deve prendere comunque dei banali anticoagulanti per tutta la vita, ad esempio la cardioaspirina. Se ha una predisposizione di questo genere.

Un trombo è un coagulo di sangue che ostruisce, in parte o del tutto, la circolazione (foto SME)
Un trombo è un coagulo di sangue che ostruisce, in parte o del tutto, la circolazione (foto SME)
Nel caso di un corridore a cui capita, è anche un campanello d’allarme per il futuro?

Se è post traumatico, legato alla caduta o all’impatto con un corpo contundente che può essere il telaio della bicicletta o un ostacolo duro sulla strada, è abbastanza casuale. Non ci vedo dietro un segnale d’allarme a meno che si abbia una ipercoagulabilità propria, ossia valori di globuli rossi, di emoglobina molto alti, di piastrine molto alte. Ma nel suo caso è insorta dopo un paio di giorni dall’impatto, quindi è tutto nei tempi, non vedo conseguenze.

Tour: sprinter e scalatori puri a rischio estinzione? Parla Bramati

09.08.2025
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Poche tappe per velocisti e scalatori puri in difficoltà con i big. L’ultimo Tour de France è stato un bel crocevia per sprinter e grimpeur puri. Una volta c’erano dieci giorni di “piattoni” e la Grande Boucle diventava il festival dei velocisti, ma forse era anche troppo. Oggi invece nei percorsi si inseriscono difficoltà, strappi, pavé. Pensiamo alle prime tappe già con le sfide fra Pogacar e Van der Poel o le fughe di Healey. Per contro, corridori Lenny Martinez e Valentin Paret-Peintre, bravissimi in salita, hanno dovuto anticipare per non essere schiacciati dagli uomini di classifica. Ci chiediamo perciò che futuro ci sia al Tour per queste due tipologie di ciclisti.

Per questo ragionamento abbiamo coinvolto Davide Bramati, direttore sportivo della Soudal-Quick Step. Il “Brama” aveva in corsa sia il velocista puro, Tim Merlier, e lo scalatore Paret-Peintre. Proprio i quei giorni Thierry Gouvenou, responsabile per ASO dei tracciati, per esempio aveva detto che per motivi di share televisivo e di attenzione si sta pensando di eliminare o limitare al massimo le tappe piatte.

Davide Bramati (qui al microfono di Jens Voigt) è direttore sportivo della Soudal dal 2010
Bramati (qui al microfono di Jens Voigt) è direttore sportivo della Soudal dal 2010
Davide, dunque, come vedi il futuro per queste due categorie così particolari e specifiche?

Il giorno che Gouvenou ha rilasciato quell’intervista c’era stata una tappa anomala con tanto vento contro e quindi meno bagarre. In più le tappe precedenti erano state affrontate ad alta velocità e ci stava un giorno di “relax”, però secondo me le tappe in volata e i velocisti ci saranno sempre. I velocisti sono parte del ciclismo e della sua storia. Magari si faranno delle volate con finali diversi o con qualche strappo, perché alla fine magari guarderanno anche la sicurezza al fine di arrivare con gruppi meno numerosi o più allungati. Però è giusto avere delle volate anche nei Grandi Giri, non puoi fare secondo me tre settimane impegnative.

Però è anche vero che c’è un importante incremento delle salite, tante volte ormai si arriva in volata dopo 2.000-2.500 metri di dislivello: cambierà negli anni il fisico del velocista? Sarà un po’ meno da 2.000 watt e un filo più scalatore?

Sicuramente il velocista dovrà essere sempre più pronto anche a passare certe salite. Penso per esempio alla seconda tappa che ha vinto Milan: non era un percorso facile. Eravamo sui 2.000 metri, forse le salite erano un po’ lontane dall’arrivo, però sicuramente il velocista ha faticato. E infatti si erano staccati. Di certo in futuro lo sprinter dovrà adeguarsi se i percorsi saranno sempre più duri: non dovrà solo mantenere l’esplosività, la velocità, ma dovrà anche migliorare in salita.

Chiaro…

Però torno indietro, ma non penso che cambierà tanto, almeno spero. In un Grande Giro i metri di dislivello sono già veramente tanti, metterne ancora più per avere meno volate, mi sembra portare il nostro sport su altre vie. E’ già molto duro, è sempre più duro e nonostante tutto le velocità che si stanno facendo sono pazzesche.

Prendiamo il tuo Merlier, per esempio, ci lavori da anni ormai: hai notato una sua trasformazione?

Tim in questi ultimi due anni è migliorato in salita e non ha perso la sua esplosività, la sua velocità. L’anno scorso ha vinto la tappa di Roma al Giro d’Italia, quindi l’ultima, superando le grandi montagne, quest’anno ha finito il Tour de France… In questi ultimi due anni lo vedo migliorato in salita senza aver perso il suo spunto.

Nel tempo anche i velocisti puri saranno destinati a dover tenere di più in salita. Qui Merlier contro Milan
Nel tempo anche i velocisti puri saranno destinati a dover tenere di più in salita. Qui Merlier contro Milan
C’è stata una tappa dell’ultimo Tour in cui Tim non è riuscito a tenere per giocarsi la volata?

Sì, ma non per questioni di dislivello. Penso alla prima vittoria di Milan. Quel giorno Merlier forò a 10 chilometri dall’arrivo e con le velocità di adesso paghi dazio. Ha cambiato bici, è rientrato però aveva speso troppo. C’erano questi ultimi tre chilometri in cui si girava a destra, la strada saliva, c’era una rotonda, da lì scendevi a tutta velocità e poi altre due rotonde prima dell’ultimo chilometro in leggera salita. Lì, ai 500-600 metri dall’arrivo, ha pagato lo sforzo per tornare in posizione per poter disputare lo sprint.

Passiamo agli scalatori. Voi in Soudal-Quick Step siete stati bravi nella gestione Paret-Peintre. Però viene da chiedersi se uno scalatore potrà mai tornare a fare classifica al Tour de France…

Sono convinto che in questo ciclismo se uno scalatore puro decide di non fare classifica è meglio. Voi avete nominato Martinez e Valentin, emblema di questa categoria. Noi non siamo mai partiti con l’idea di puntare alla maglia a pois, tutti eravamo venuti con un altro obiettivo che ben sapete (fare classifica con Remco Evenepoel, ndr) e di conseguenza i piani sono cambiati. Il giorno del Ventoux entrare nella fuga era importante e non facile: erano già state fatte le prime due ore a 52-53 all’ora. Per uno del suo peso era importante avere dei compagni vicino come di fatto è accaduto. Penso che per un vero scalatore l’obiettivo dipenda soprattutto da ciò che vuole la squadra.

Cioè?

Penso all’aiuto nel tenere la posizione: se è lui che deve essere aiutato o se deve aiutare. Se può riposarsi nelle tappe di pianura oppure se deve tenere. E torniamo al discorso del fare classifica o no. Per me è meglio che sia libero e punti alle tappe. Oggi se sei nei primi dieci della classifica e vai in fuga non è facile che ti lascino andare. Se sei al ventesimo posto è più facile.

Nella tappa del Ventoux. le prime due ore sono state corse a velocità supersoniche. Gli scalatori puri erano in difficoltà
Nella tappa del Ventoux. le prime due ore sono state corse a velocità supersoniche. Gli scalatori puri erano in difficoltà
Quindi anche per il futuro sarà un po’ destinato o a tirare per un vero big o a uscire di classifica?

Non è detto, non è facile rispondere: alla fine quanti scalatori puri c’erano davvero in gruppo al Tour? Restiamo sempre a quei due nomi. Nella tappa del Ventoux, come detto, hanno fatto le prime due ore in pianura ad oltre 50 di media e non è così scontato che atleti con quelle caratteristiche restino in gruppo. Al Tour tutte le tappe sono state fatte a velocità folli e sicuramente loro spendono di più di un corridore-scalatore di 60-63 chili, questa è la differenza. Però sicuramente sono corridori che quando la strada sale si vede che hanno ancora qualcosa in più. Nel caso di Martinez e Paret-Peintre sono ancora giovani, bisogna aspettare per giudicare.

Quindi secondo te in chiave futura al Tour de France chi è più a rischio: lo sprinter o lo scalatore puro?

E’ una domanda a trabocchetto e non è facile poter rispondere. Ad oggi io terrei il ciclismo esattamente com’è, perché è veramente un ciclismo spettacolare, corso ad alti livelli. Bisognerà capire cosa succederà fra qualche anno quando non ci saranno più questi tre-quattro dominatori assoluti. Magari si apriranno altri scenari. Io credo che certe frazioni piatte e certi corridori ci saranno sempre, sono parte del ciclismo.

E gli scalatori? Passeranno ancora gli scalatori da 50-55 chili, i Pozzovivo della situazione?

Dipenderà da quel che vogliono le squadre. Però dipende anche dal corridore. Valentin per esempio nonostante i suoi 52 chili a Parigi, sotto quell’acqua e sul pavé, è arrivato diciassettesimo: non è poco su quel percorso per uno come lui. Quindi in qualche modo sa essere competitivo anche su altri terreni.

Tutti ai piedi di Pogacar: le scarpe e il mondo che ci gira attorno

09.08.2025
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Quando Pogacar arrivò alla DMT, aveva da poco concluso la prima stagione da professionista. Quella della prima vittoria e del podio alla Vuelta. Lo accompagnava Alex Carera, suo agente dalla primissima ora, e si trovò di fronte Nicola Minali. L’ex velocista veronese, che nel 1997 ha anche vinto la tappa di Parigi del Tour de France, era già allora addetto allo sviluppo dei modelli di calzature sulla base delle esigenze degli atleti. Nella scuderia degli atleti DMT c’era già Elia Viviani, veronese come lui, i cui feedback erano e sono ancora preziosi per lo sviluppo dei modelli.

Ora che Pogacar ha vinto il quarto Tour (ma non la tappa di Parigi), parlare di lui con Nicola Minali ci ha offerto la possibilità di fare un viaggio tecnico molto profondo nell’indole del campione e nell’impegno certosino dell’azienda nel crescere accanto a lui.

Nicola Minali, bentrovato. Partiamo da quel primo incontro?

Carera aveva parlato con Zecchetto, che è il mio titolare, di questo ragazzo molto promettente. Arrivano su, lui firma il contratto e una delle prime volte che lo incontro, mi chiede: «Ma voi fate le scarpe con i lacci?». Io gli dico di no, che le facciamo con i rotori e con i lacci abbiamo solo un modello da pista per Elia. Ma lui ripete che si trova bene coi lacci. Aveva le scarpe di uno sloveno e visto che sembrava convinto, gli dico che ne avrei parlato con il titolare e, se mi avesse autorizzato, avrei provato a fare qualcosa.

Come va a finire?

Chiamo Zecchetto e gli dico: «Guarda, Tadej mi dice questa cosa. Avrei una mezza idea di fare un modello con certi crismi». Lui mi dice che va bene e io mi metto al lavoro su questa scarpa che viene pronta 15 giorni prima del Tour del 2020.

Cosa ne dice Pogacar?

La prova. Dice che si trova bene e che ci correrà il Tour. Io gli dico: «Fermati un attimo, c’è anche un discorso commerciale, non puoi correre con una scarpa che nemmeno esiste. E poi che ne sappiamo se terrà?». Morale della favola, richiamo Zecchetto e lui approva che le usi: Tadej corre e vince il primo Tour, la cosa è partita da lì. Diciamo si sono allineati i pianeti, un po’ con la fortuna e con un po’ di bravura. Lui poi è diventato quello che è ora, ma noi l’abbiamo sempre seguito.

Tour de France 2020, il via da Nizza il 29 agosto. Nella prima tappa, ecco Pogacar con le inedite DMT con i lacci
Tour de France 2020, il via da Nizza il 29 agosto. Nella prima tappa, ecco Pogacar con le inedite DMT con i lacci
Come sono cambiate le sue scarpe?

E’ stata una continua evoluzione. Ne aveva un solo esemplare, poi gliene abbiamo dato un altro. Abbiamo cambiato la tomaia, rimanendo sempre nel contesto dei lacci e cercando sempre di dargli qualcosa di più leggero e più performante. Tadej è tranquillissimo, non è di quelli che ti chiamano sette volte al giorno, non è nella sua indole. Ultimamente è un po’ più attento ai pesi e a dettagli minori, ma se fossero tutti come lui, andremmo molto meglio. Non è non è una persona che ti stressa. Ci confrontiamo su qualcosa, ma troviamo sempre la quadra.

Trovare la quadra significa che, battezzata la forma giusta, non si tocca più?

Non mettiamo mai mano alla sua forma senza coinvolgerlo, quando facciamo delle modifiche gliele facciamo testare. Cerchiamo sempre di non lasciare la strada vecchia, ma di implementare la nostra proposta con l’esperienza fatta per dargli un qualcosa di più performante. Le ultime scarpe che sono state fatte, invece di avere il laccio che passa attraverso le asole, hanno delle canaline 3d con delle carrucole in cui passano i lacci. Siamo stati i primi al mondo.

Qual è il vantaggio?

Si eliminano gli attriti e si tira meglio la scarpa. Inserendo una carrucola fatta ad hoc da un nostro fornitore, quindi molto leggera e molto piccola che non esisteva in commercio, ci siamo ispirati agli scarponi da montagna. Questo consente in modo molto semplice di tirare il cavo, chiudere tutta la scarpa e poi bloccare tutto con un blocca laccio.

Pogacar corre la Strade Bianche e la Sanremo, la Roubaix e il Tour: quante scarpe cambia nella stagione?

Ultimamente fa fatica a cambiarle. I primi anni non c’era problema, potevi dargli la scarpa rosa, quella gialla, quella che volevi e che poteva, perché gli accordi con la squadra prevedono che possa mettere solo il bianco o il nero. Invece dal Tour dell’anno scorso, una volta che ha le sue scarpe, difficilmente le cambia. E’ diventato più attento, un po’ più professionista. Da questo punto di vista, la sella e le scarpe fa fatica a cambiarle.

Quindi la scarpa della Strada Bianche è la stessa di Sanremo, Fiandre e Roubaix?

Sì. E’ cambiato qualcosa quando gli ho fatto la grafica con l’iride, però l’ha messa e poi l’ha cambiata subito, perché c’erano 5-6 grammi in più. Ultimamente è attento proprio a questi aspetti. Per cui al Tour aveva le scarpe con cui correva e tre di scorta, una per ogni borsa del freddo. Quelle però hanno i rotori, perché sono più facili da infilare e chiudere se vanno cambiate durante la corsa.

Una volta, parlando con Viviani, venne fuori il discorso che le scarpe fatte con filo Knit evitano che il piede si surriscaldi d’estate. Tadej ha di questi problemi?

Davvero no. D’inverno, mette il copriscarpe solo se piove, non ha problemi di piedi. Va meglio col freddo che col caldo. Ovviamente la nostra scarpa va meglio l’estate. E’ molto leggera e areata. Il Knit, il materiale con cui la facciamo, è un filo, che rende la scarpa molto traspirante. Tanti dicono che sia estiva, ma io rispondo sempre di no. Tirando fuori l’umidità del piede anche d’inverno, con un copriscarpe ad hoc, tiene il piede ancora più caldo perché lo mantiene asciutto. Se invece il sudore resta dentro, con la classica scarpa in microfibra il piede congela. Che poi spesso la scarpa non c’entra.

Minali (seduto) l’uomo del comparto tecnico, Viel (in piedi) l’addetto alle relazioni, qui al lavoro con la Decathlon Ford di MTB (foto DMT)
Minali (seduto) l’uomo del comparto tecnico, Viel (in piedi) l’addetto alle relazioni, qui al lavoro con la Decathlon Ford di MTB (foto DMT)
Che cosa vuoi dire?

Che va sempre considerata l’irrorazione sanguigna. Tanti non lo sanno, ma chi ha freddo ai piedi molto spesso ha problemi circolatori. Me ne sono accorto per primo, dato che ho sempre avuto problemi di piedi freddi.

Abbiamo visto le foto del tuo collega Mattia Viel al Tour: qual è la vostra funzione alle corse?

Esatto, è andato Mattia. Apro e chiudo una parentesi: Mattia è con me da un anno, siamo le due parti della stessa mela. Lui tiene i contatti con i manager e si occupa di contratti, io seguo la parte tecnica. Fino all’anno scorso facevo tutto da me, però mi sono reso conto che non si può più improvvisare niente. Mattia era già in azienda, ho visto che è un ragazzo capace, brillante, veloce, sempre sul pezzo. Ha corso in bici, è una persona intelligente. Per cui è andato lui a Lille e poi a Parigi. A me farebbe piacere andare, a chi non lo farebbe? Però accetto le direttive aziendali e faccio quello che mi dicono.

In quali occasioni sei più a contatto con gli atleti?

Per il mio lavoro la presenza conta di più a gennaio quando si va in ritiro in Spagna e allora si parla un po’ più di lavoro, ma per il resto non c’è bisogno della presenza alle corse.

A Parigi con Pogacar eccio Mattia Viel (a destra) e Karel Vacek, ultimo arrivo in casa DMT
A Parigi con Pogacar eccio Mattia Viel (a destra) e Karel Vacek, ultimo arrivo in casa DMT

L’occhiolino del campione

Tirato in ballo da Minali, Mattia Viel spiega rapidamente quale sia il suo ruolo alle corse e nei ritiri e perché farsi vedere, anche per ricevere l’occhiolino del campione, sia effettivamente importante.

«La presenza alle corse – dice – serve ad avere più feedback possibili per quanto riguarda il prodotto, ma anche per farci vedere presenti, che è la filosofia DMT. Mantenere le relazioni fa parte del nostro modo di lavorare. E’ il punto di forza di un’azienda a gestione familiare rispetto a un colosso internazionale che su questo ha più difficoltà. La parte umana è importante quanto la ricerca della performance. Nel caso di Pogacar, durante il Tour mi sento più con Alex Carera. Tadej per necessità durante le corse deve essere distaccato da certe dinamiche. La percezione rispetto a qualche anno fa è che adesso sia veramente una star paragonabile a quelle di altri sport. A me basta uno sguardo, una stretta di mano al volo per capire se tutto va bene. Bisogna essere bravi ad aspettare i pochi minuti che ti dà, a interpretare l’occhiolino prima che salga sul pullman e a mettere tutto assieme per fare qualcosa di sensato».

Da Tignes, Lorenzo Finn ha negli occhi il Tour de l’Avenir

09.08.2025
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Diciotto giorni a Tignes con il Tour de l’Avenir (23-29 agosto) nel mirino, questa è l’estate di Lorenzo Mark Finn. Anche se di estivo c’è ben poco nel suo abbigliamento, felpa e giacca invernale mentre si trova sul lago poco sotto al paese. Per questo ritiro, che dopo diversi anni non è più organizzato dalla nazionale, Finn ha trovato come compagni di allenamento Enea Sambinello e alcuni amici

«Sambinello – racconta Finn – è sceso dall’altura qualche giorno prima per correre alcune gare con il team (la UAE Emirates Gen Z, ndr). Io invece rimarrò qui a Tignes fino al 10 agosto e arriverò al Tour de l’Avenir senza fare corse intermedie. Ho fatto così anche per il Giro Next Gen e mi sono trovato bene». 

Lorenzo Finn ha scelto Tignes per preparare l’Avenir, per qualche giorno ha avuto la compagnia di Enea Sambinello
Lorenzo Finn ha scelto Tignes per preparare l’Avenir, per qualche giorno ha avuto la compagnia di Enea Sambinello

Da un Giro all’altro

Giro Next Gen e Tour de l’Avenir, le due corse a tappe più importanti della stagione under 23 sono il centro del programma del giovane ligure della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies. La corsa a tappe francese, che correrà con la maglia della nazionale che sarà guidata da Marino Amadori, è un secondo banco di prova importante

«Il programma di lavoro è sempre lo stesso – continua Lorenzo Finn – con un po’ di adattamento all’altura e poi ho iniziato a caricare. Ho diviso la settimana fra un giorno con distanze più brevi e maggiore intensità e l’altro con un classico allenamento lungo senza lavori. Per poi scaricare il terzo giorno. Riesco a stare sulle 25 ore di allenamento a settimana e va bene così».

Al Tour de l’Avenir Finn tornerà a sfidare Widar, qui nella terza tappa dello scorso Giro Next Gen vinta dal belga (foto La Presse)
Al Tour de l’Avenir Finn tornerà a sfidare Widar, qui nella terza tappa dello scorso Giro Next Gen vinta dal belga (foto La Presse)
Dal Giro Next Gen come eri uscito?

Le prime tappe stavo davvero bene, lo si era visto anche sul Maniva. La caduta della terza tappa mi ha lasciato qualche strascico, ma per il resto sentivo di aver lavorato bene e di essere arrivato pronto. Purtroppo al Giro dell’Appennino, pochi giorni dopo il Giro, sono caduto e mi sono rotto la clavicola. Mi sono ripreso bene dall’infortunio, però peccato non aver sfruttato la condizione. 

Con quali consapevolezze arrivi al Tour de l’Avenir?

Sicuramente sarà un bel percorso, molto duro. Siamo venuti apposta a Tignes ad allenarci così da vedere un po’ i percorsi. Due tappe si concluderanno qui (la cronoscalata inaugurale e la quinta tappa, ndr). Verrà fuori una gara più dura con molto dislivello, andremo molte volte sopra quota 2.000 metri. Per me sarà la prima volta in gara, anche questo sarà un fattore da tenere in considerazione. 

Terminato il Giro Next Gen il ligure ha voluto sfruttare la condizione correndo al Giro dell’Appennino, ma una caduta gli ha causato la frattura della clavicola
Finn ha voluto sfruttare la condizione correndo al Giro dell’Appennino, ma una caduta gli ha causato la frattura della clavicola
Ti senti a tuo agio da questo punto di vista?

Avendo fatto tre settimane di ritiro in quota diciamo che mi preoccupa meno. Poi è un fattore che vale per tutti gli atleti allo stesso modo. C’è l’incognita della gara, perché per quanto ci si possa allenare diventa difficile fare ritmi sostenuti o simulare la corsa. L’obiettivo è di abituare il corpo a fare determinati sforzi in certe condizioni. 

Con quali ambizioni arrivi?

Correrò con la nazionale, il che sarà un po’ diverso ma mi fa piacere tornare a vestire l’azzurro. Avrò al mio fianco compagni di squadra forti e anche Davide Donati. Corriamo insieme al team Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies e averlo con me è una bella cosa, a causa di un infortunio non è riuscito a partecipare al Giro Next Gen e condividere un’esperienza del genere con lui sarà molto bello. 

Lorenzo Finn e Paul Seixas torneranno a sfidarsi quasi un anno dopo il Lunigiana
Lorenzo Finn e Paul Seixas torneranno a sfidarsi quasi un anno dopo il Lunigiana
Cosa dici del percorso?

La cronoscalata iniziale è tosta, ma mi piace. E’ abbastanza esplosiva. Poi ci saranno tre tappe miste e un gran finale con tantissime salite sulle quali ci sarà una selezione naturale. Saranno scalate diverse rispetto a quelle del Giro Next Gen, sono salite da un’ora e ripetute una dopo l’altra. 

Per te è meglio avere salite più impegnative, in modo da cercare di fare la differenza sul passo?

Se le gambe girano bene non importa su quale salita ci si trova. Per esperienza posso dire che sono felice di avere questo appuntamento verso il finale di stagione, di solito riesco a dare il meglio di me nei mesi conclusivi. 

Come vi siete organizzati in questi giorni di ritiro?

Ci troviamo bene, abbiamo preso una casa in affitto e ci gestiamo noi la routine. Non avendo la squadra dietro abbiamo maggiore libertà sugli orari e i percorsi ma manca la parte del supporto tecnico. Senza l’ammiraglia ci si arrangia e se fa troppo freddo per fare la discesa verso valle in bici la facciamo in macchina e partiamo più in basso. 

Davide Donati sarà parte del team del Tour de l’Avenir, una bella notizia per Finn che ritrova il suo compagno di squadra
Davide Donati sarà parte del team del Tour de l’Avenir, una bella notizia per Finn che ritrova il suo compagno di squadra
Riuscite a godervi un po’ di tempo libero?

E’ difficile perché passiamo cinque o sei ore in bici e una volta tornati dobbiamo cucinare, fare la spesa, le pulizie e tanto altro. Però ci divertiamo, nei giorni di riposo facciamo un giro nel paese e la sera abbiamo tempo per cucinare qualcosa di più complesso. L’altro giorno Sambinello ha fatto un risotto con i peperoni davvero buono, altre sere ci cuciniamo una carne o un sugo più elaborato per la pasta. 

All’Avenir ci sarà qualche nome “nuovo” che hai già avuto modo di conoscere, come Seixas o Torres che arrivano dal WorldTour…

Non corro contro di lui dal mondiale dello scorso anno a Zurigo. Abbiamo visto quello che ha fatto in questi mesi con una top 10 al Giro del Delfinato e altri piazzamenti di rilievo. Credo che lui possa essere il faro della corsa, ma non vuol dire che sia il favorito. Certe gare a tappe ti danno una gamba differente, ma vedremo. Fino all’anno scorso ce la giocavamo in ogni gara. 

Sfreccia Brennan, ancora terzo Bagioli con lo zampino di Mosca

08.08.2025
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ZAKOPANE (Polonia) – Una volata lanciata per sbaglio ai 300 metri si trasforma in una vittoria ineccepibile per Matthew Brennan sul traguardo della quinta frazione del Tour de Pologne, la più lunga della corsa con i suoi 206 chilometri.

«Sono stato un po’ avventato a lanciare una volata così lunga, ma ho dovuto tirare dritto fino alla fine rischiando qualcosa», ha affermato l’inglese della Visma Lease a Bike che ha compiuto 20 anni due giorni fa e che oggi ha conquistato il nono successo nella sua prima stagione da pro’. Mentre il francese Lapeira zitto zitto non perde un colpo e mantiene ancora la leadership della gara, dietro Brennan sono finiti Turner e Bagioli, senza poter prendere la sua ruota.

Bagioli (ancora terzo in volata) ora vuole centrare una top 10 nella generale (foto Tour de Pologne)
Bagioli (ancora terzo in volata) ora vuole centrare una top 10 nella generale (foto Tour de Pologne)

Mosca apripista

I finali di tappa in Polonia hanno sempre regalato emozioni e tentativi da finisseur. Quando sull’ultima salita posta a 10 chilometri vengono ripresi in sequenza Plotwright e Artz, fuggitivi superstiti, nella successiva discesa partono i contrattacchi. Quello più convinto scatta ai -8 per merito di Bettiol che porta con sé Christen. Il toscano della XDS-Astana mena a tutta per lasciare il segnale che gli chiedeva la squadra e Shefer. Non ha troppa collaborazione e poco prima dei duemila metri il gruppo torna su di loro. Bettiol chiuderà ottavo e contrariato.

Chi invece sorride è Bagioli che trova il secondo podio in tre giorni. A tirargli la volata è Jacopo Mosca che ci racconta gli ultimi attimi.

«Il nostro piano di oggi – dice il piemontese della Lidl-Trek – prevedeva di portare allo sprint Teutenberg. Sull’ultima salita era rientrato dopo essersi staccato, così a 2 chilometri dalla fine Oomen ha preso la testa per noi tirando fino ai 700 metri. Lì sono entrato in azione io pensando poi di lasciare il posto a Bagioli per Teutenberg. Invece Tim non aveva buone gambe e così “Bagio” si è dovuto arrangiare. Peccato perché avrei potuto tirare di più e magari ottenere un risultato migliore. Comunque Brennan va forte su questi arrivi e noi dobbiamo essere soddisfatti del podio di Andrea».

Mosca ha tirato la volata a Bagioli e domani sarà ancora pronto a supportarlo nell’arrivo verso Bukowina
Mosca ha tirato la volata a Bagioli e domani sarà ancora pronto a supportarlo nell’arrivo verso Bukowina

Piano B come Bagioli

La Lidl-Trek era venuta al Pologne con Vacek leader, ma la brutta caduta della terza tappa l’ha messo fuori gioco, dopo che il giorno prima aveva dovuto abbandonare Kirsch. Nel team statunitense però c’era già pronta l’alternativa.

«Adesso – spiega Bagioli con un sorriso – ricade su di me la pressione. Anche oggi ho cercato di gratificare al meglio il grande lavoro che hanno fatto Mosca, Mollema e Oomen. Battute a parte, dopo il ritiro di Mathias abbiamo discusso in squadra per capire se potevo fare classifica oppure puntare alle tappe. Ho risposto che volevo curare la generale, anche perché la top 10 è ancora fattibile. La tappa di domani (la settima che arriva in salita a Bukowina, ndr) la conosco bene perché c’è quasi tutti gli anni. Sicuramente domani la classifica verrà stravolta ed io vedrò come muovermi. Ne parleremo con i diesse, comunque il morale è buono».

«Secondo me – prosegue – domani uomini come Tiberi, Christen oppure Bettiol, che sta dimostrando di andare forte, tenteranno qualcosa sull’ultima salita. Non bisogna escludere però Lapeira che sta facendo una grandissima gara, specie dopo le botte rimediate l’altro giorno nella caduta. Non so come vada a crono, ma in salita ha una buona gamba e sa stare con i migliori. E’ ancora tutto aperto».

Manovre tattiche

Se Bagioli dovrà essere il finalizzatore della Lidl-Trek al Pologne, dove sta preparando la Vuelta per concentrarsi su qualche tappa e per supportare Ciccone e Pedersen, ritorniamo con Mosca su quello che potrebbe succedere nella frazione montana di Bukowina. Domani conterà la squadra, poi domenica ognuno dovrà vedersela con le proprie gambe nella crono di Wieliczka.

«Domani sulla carta – commenta Jacopo – sarà la Decathlon a controllare la corsa perché hanno la maglia. Credo che ci sarà una bella battaglia, soprattutto ad inizio tappa. Anche UAE, che hanno un paio di punte con Christen e McNulty, e Barhain-Victorious con Tiberi e Pello Bilbao credo che dovranno tentare qualche azione. Noi sicuramente possiamo provarci a stare davanti, ma non possiamo tenere chiusa la corsa perché siamo in cinque.

«Sono d’accordo anch’io – conclude con un aneddoto che profuma di stima e amicizia – nel dire che la gara è ancora tutta da decidere. Il mio favorito rimane “nutellino” Tiberi, che chiamo ancora così per nostri motivi quando eravamo compagni di squadra. Vedo che pedala bene in salita e a crono va forte. Naturalmente spero che a vincere possano essere le nostre maglie e faremo di tutto per farlo, ma se non dovesse essere così avrei piacere che fosse proprio Antonio a conquistare il Tour de Pologne».

La tanto annunciata sesta tappa del Tour de Pologne prevede 147,5 chilometri con sei “gpm” di prima categoria ed arrivo in salita ai 943 metri di Bukowina Tatrzanska. Il meteo prevede sole, vento laterale ed i 2900 metri di dislivello suggeriranno i big della generale ad uscire allo scoperto. Sulla montagna in cui in passato Evenepoel e Almedia hanno ipotecato il successo finale, qualcuno potrebbe fare altrettanto.

Il cardiofrequenzimetro e i pro’: ha ancora senso usarlo?

08.08.2025
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Il cardiofrequenzimetro oggi: ha ancora senso usarlo? E se sì, perché? E’ questa, in sostanza, la domanda che ci siamo posti in questo articolo. Per trovare una risposta chiara, ci siamo rivolti al dottore e coach Andrea Giorgi, figura di riferimento nella preparazione atletica e dello staff medico della VF Group-Bardiani.

Pensiamoci un attimo: oggi i parametri da osservare sono tantissimi. Se negli anni ’90 e 2000 il cardiofrequenzimetro era il primo vero strumento tecnologico per l’allenamento, ora il fisico dell’atleta viene monitorato in continuazione. Si controllano i watt, il consumo di zuccheri, la temperatura esterna e interna, perfino i cicli respiratori. Il sistema di monitoraggio è vasto. Senza contare i dati esterni come velocità, cadenza, distanza, pendenze… C’è più elettronica su un ciclista che su un’auto! E allora: che cosa se ne fanno i corridori del caro vecchio cardio?

Il dottor Andrea Giorgi preparatore e medico della VF Group-Bardiani
Il dottor Andrea Giorgi preparatore e medico della VF Group-Bardiani
Dottor Giorgi, dunque serve ancora il cardio?

Bisogna fare una premessa: partiamo dalla fisiologia, che è la base. Il consumo di ossigeno, ovvero la quantità di ossigeno utilizzata dal corpo per produrre energia, dipende dalla frequenza cardiaca, dalla gittata sistolica e dalla differenza artero-venosa dell’ossigeno. La frequenza cardiaca è quindi fondamentale per capire quanta energia sta usando il corpo in un dato momento. Quindi già da qui si capisce che la frequenza cardiaca è un parametro che va rilevato, che è importante. Poi dipende da quale sia l’utilizzo del parametro frequenza cardiaca.

Parliamo di allenamento o gara?

Di entrambi e non solo. Ha anche un utilizzo parallelo. Come misurare le pulsazioni al mattino a riposo nel letto. O dopo alcuni giorni di stacco… Può essere usata per monitorare l’andamento dell’allenamento: come varia la frequenza durante uno sforzo, quanto si abbassa a riposo. L’allenamento fisiologicamente abbassa la frequenza a riposo e nei lavori submassimali, mentre nei sovramassimali la frequenza tende a restare stabile. Quindi è utile anche per capire il livello di allenamento o se si è in una condizione di sovrallenamento.

Come si capisce se si è sovrallenati?

Entrano in gioco diversi fattori. Faccio un esempio: se un atleta si allena con un carico crescente e dopo una decina di giorni la sua frequenza a riposo si abbassa, oppure riesce a sostenere lo stesso lavoro con frequenze più basse, significa che c’è un adattamento positivo. Il consumo di ossigeno resta stabile o scende, la gittata aumenta, il cuore lavora meglio e i muscoli usano più ossigeno. Viceversa, se la frequenza a riposo aumenta e gli stessi esercizi generano più battiti, allora potrebbe esserci uno stato di sovrallenamento. Il cuore fatica a rispondere e al contrario non si riescono a raggiungere i picchi massimali desiderati.

Il cardiofrequenzimetro è utilissimo specie per il lavoro aerobico
Il cardiofrequenzimetro è utilissimo specie per il lavoro aerobico
Dopo una corsa, i dati del cardiofrequenzimetro vengono analizzati?

Certo, servono per confrontare sensazioni, potenza e frequenza. Si guarda la dissociazione tra frequenza cardiaca e potenza durante allenamento: power heart rate ratio. O anche se dovesse presentarsi una frequenza irregolare. In questo caso si accende un campanello d’allarme. E l’atleta può rivolgersi al medico del team ed iniziano ulteriori accertamenti.

I corridori oggi in gara guardano il cardio?

Qualcuno sì, dipende dalle abitudini. In genere lo fanno quando sentono che qualcosa non va e allora la frase più ricorrente è: «Non mi si alzano i battiti». Lo usano più che altro per capire se sono stanchi. Ma spesso prevale il potenziometro e in certe situazioni non si guarda nemmeno quello: si spinge e basta.

Nell’allenamento invece, conta ancora o si guarda solo il potenziometro?

La risposta è doppia. Primo: per i lavori submassimali il cardio resta fondamentale. Se un preparatore chiede di fare una Z2, la frequenza aiuta a capire come risponde il corpo, se si sta adattando, se si è efficienti. Secondo: c’è la durability, di cui in Italia si parla sempre poco, che è la capacità di mantenere una determinata intensità dopo un lungo periodo di esercizio.

Si nota la fascia cardio sotto la maglia di Piganzoli
Si nota la fascia cardio sotto la maglia di Piganzoli
Puoi spiegarci meglio?

Un atleta può sostenere gli stessi watt dopo tre ore di lavoro, ma quanto sono più alti i battiti? Quanta fatica in più ha fatto? Il mio collega Borja ha condotto uno studio confrontando valori submassimali a riposo e dopo un lungo allenamento: a parità di watt, la frequenza era più alta e la fatica percepita maggiore. Quindi il cardio serve anche per queste valutazioni.

E nei lavori massimali il cardiofrequenzimetro serve?

No o meglio, serve meno. La frequenza cardiaca ha un ritardo fisiologico nella risposta allo sforzo. Se fai ad esempio ripetute 40″-20″, il cuore non fa in tempo a seguire l’andamento dell’intensità. Lo capisci dopo 5-6 minuti di interval training, quando puoi osservare quanto sale (e anche quanto scende il battito al termine dell’esercizio). Ma in questi casi di lavori ad alte intensità si guarda il potenziometro, perché è più immediato. Però anche qui poter conoscere i dati del cuore, i battiti, è sempre importante.

In conclusione, dottor Giorgi, il caro vecchio cardio è ancora utile, ma forse serve più al preparatore che all’atleta. E’ così?

No, serve ad entrambi. All’atleta per capire come sta e per svolgere al meglio determinati lavori. Al preparatore per analizzare i dati e avere un quadro completo. Poi ovviamente ci sono variabili come l’altura, il caldo, lo stress, l’attrezzatura… tutti elementi che influenzano la frequenza. Ma questo è un altro discorso.