Bronzini su Malcotti: okay salita e discesa, ora serve più forza

12.08.2025
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I chilometri sulla Cisa scorrono rapidi verso il mare. Giorgia Bronzini guida verso qualche meritato giorno di vacanza e ci offriamo di farle compagnia fra una galleria e l’altra. La linea tiene bene, la voce solo a tratti arriva interrotta. Il Tour de France Femmes è finito in archivio con la vittoria di Pauline Ferrand Prevot e il tredicesimo posto di Barbara Malcotti, che al quarto anno con la Human Powered Health sta raggiungendo una dimensione solida e promettente. Prima del risultato francese, l’ottavo posto al Giro d’Italia Women le ha aperto la porta del gruppo che conta e di questo vogliamo ragionare con la piacentina, che alla squadra americana è legata da un altro anno di contratto

«Barbara – racconta – aveva già dato dei bei segnali nella prima parte dell’anno, dopo aver lavorato bene già durante l’inverno. Al UAE Tour aveva fatto vedere di saper preparare l’appuntamento e di essere già a un livello più alto del 2024. Perciò con il suo allenatore e le scelte della squadra, abbiamo chiesto di programmare un bel Giro d’Italia. Sinceramente pensavamo che fare una top 12 potesse già essere un bell’obiettivo, ma ammetto che l’ottavo posto ha superato qualsiasi nostra aspettativa. Il Tour invece doveva prepararlo Talita De Jong, era il suo obiettivo. Invece a maggio si è presa un virus e non ne è mai uscita completamente. Perciò già durante il Giro d’Italia sapevamo che al Tour non sarebbe stata competitiva».

La squadra del Tour, consluso con il 13° posto di Barbara Malcotti e il 3° di Edward Ruth a Chambery (foto HPH)
Per questo avete allertato Malcotti?

Non si possono fare programmi con un preavviso di due settimane, per cui le abbiamo detto che sarebbe stata libera di fare la sua corsa, senza pressione. Quel che fosse venuto, sarebbe stato ben accetto. E anche in Francia ha fatto la sua bella corsa.

E’ un’atleta da convincere dei suoi mezzi oppure è consapevole del fatto che sta crescendo atleticamente?

Diciamo che all’inizio anche noi non sapevamo bene dove potesse arrivare, quindi la sua crescita è una scoperta anche per noi, persino durante il Giro stesso. Quando poi si è trattato di andare al Tour Femmes, le ho detto: «Adesso sei consapevole di quel che sei e di quel che hai. Devi fartene una ragione e capire dove puoi arrivare. Hai fatto uno step in più, cerca di conoscere bene le cose necessarie per dosarti anche a livello tecnico e tattico». Quando la dirigevo in corsa, avevo bisogno di ricevere il feedback di quanta benzina avesse ancora in corpo per interpretare la salita successiva. Le prime volte probabilmente non lo sapeva neanche lei, invece i riscontri che mi dà adesso sono molto più precisi e attendibili.

Il risultato del Giro può essere il punto di partenza per un altro tipo di carriera?

Al di là del margine di endurance che può avere, dal mio punto di vista Barbara ha tanto da guadagnare sul piano della forza e spero che il suo allenatore Mattia Follini quest’inverno metta del buon seme da questo punto di vista per sfruttarlo poi in corsa. Ci aveva già lavorato nello scorso inverno e ci siamo accorti dei miglioramenti. E’ molto magra, anche nella parte superiore del corpo, ma non è andata in deficit e questa è una cosa molto positiva, anche per quanto riguarda il recupero. Quindi io penso che Barbara possa fare un altro step di crescita.

Dopo l’ottavo posto al Giro Women, Malcotti era fra le osservate anche al Tour Femmes (foto Instagram/HPH)
Dopo l’ottavo posto al Giro Women, Malcotti era fra le osservate anche al Tour Femmes (foto Instagram/HPH)
La vedi leader o spalla per altri leader?

Non so se altre squadre la cercheranno e per fare quale tipo di lavoro, farà lei le sue scelte. Ma se anche venisse fuori che dovrà correre da gregaria, si potrà ritagliare sicuramente tanti spazi per sé. Barbara ha ancora un anno di contratto, ma comunque anche se saltasse fuori un team che ne ha bisogno come spalla per un leader, dovrebbe sapere di avere un’atleta di alta qualità, che potrebbe fare come Persico per Longo Borghini. Perché sul Monte Nerone, Silvia si è rialzata, ma se avesse tenuto duro sarebbe arrivata con una classifica notevole.

Avere una Malcotti così spingerà la squadra a investire su di lei e su un gruppo di lavoro per le corse a tappe?

Non saprei cosa rispondere, non è il tipo di parere che mi viene richiesto. La mia opinione, strettamente personale, è che si potrebbe ragionare sul fare di lei il centro della squadra, come pure sulla possibilità di prendere una leader già esperta, accanto a cui farla crescere. Si potrebbe aiutarla ad arrivare a un risultato importante andando per gradi, senza darle la patata bollente di dover fare subito risultato, perché avere fretta non serve a nessuno. Mi piacerebbe che Barbara potesse avere in gara un leader che si affidi a lei nei momenti importanti o che le lasci il suo spazio. Ripeto che l’esempio di Silvia Persico è perfetto. Quello che ha fatto al Giro per Elisa è stato una grande cosa e sono certa che la Longo, per come la conosco, alla prima occasione troverà il modo di ricambiare.

Cosa ci puoi dire del suo carattere in gara: Malcotti è sicura di sé?

Dipende dalla corsa, da come è fatto il percorso e da come si sente lei tecnicamente in base alle strade. Ci sono dei momenti in cui non si sente ancora sicurissima, ma è migliorata tantissimo. In salita ha fatto uno step notevole, è cresciuta e sa come gestire la tensione. Ma forse il miglioramento più grande lo ha fatto in discesa, che era un suo grosso limite. Ci ha messo anima e cuore per cercare di migliorare, ha fatto discese su discese. E alla fine ha vinto la paura che ti fa tirare i freni.

Il Giro Women ha portato all’exploit di Malcotti ma anche a buone prove di Carlotta Cipressi, di cui Bronzini si dice soddisfatta
Il Giro Women ha portato all’exploit di Malcotti ma anche a buone prove di Acrlotta Cipressi, di cui Bronzini si dice soddisfatta
Ad ora non risulta un programma definito per il seguito della stagione: cosa farà Malcotti da qui a fine anno?

Prima farà Kreiz Breizh e Plouay, poi Ardeche. A quel punto bisognerà vedere se verrà convocata in nazionale per mondiale ed europeo. In caso positivo, non potrà fare il Ciudad de Eibar in Spagna. Poi abbiamo in calendario due gare a ottobre in Italia.

Hai parlato del mondiale, la vedi pronta per la gara di un giorno o si trova a suo agio di più nella corsa a tappe?

E’ chiaro che il mondiale è duro e dipenderà dalle partecipanti e da come i nostri vorranno impostare la gara. Capire cioè se Barbara servirà ad esempio a far sì che la Longo Borghini sferri il suo attacco. In nazionale vanno rispettate le gerarchie e Longo Borghini dal mio punto di vista è il leader su cui si dovrebbe puntare, perché è campionessa italiana, ha vinto il Giro d’Italia e dà delle garanzie. Ovviamente non sono il tecnico della nazionale, quindi non so cosa abbia in mente Velo, ma se la convocano, Barbara può essere funzionale ai suoi schemi. E tutto sommato mi auguro che sia così.

Dal Casano allo stage con la Tudor: l’esperienza di Del Cucina

12.08.2025
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Una settimana in Svizzera respirando l’aria del ciclismo dei più grandi insieme ai ragazzi del devo team della Tudor Pro Cycling. Quella di Riccardo Del Cucina, atleta toscano del team Casano-Stabbia, al suo secondo anno da junior, è stata un’esperienza formativa e che ha aumentato ancora di più la sua voglia di affermarsi. Un primo assaggio condito da tanta curiosità nello scoprire i segreti dei più grandi, che ora non sembrano più così lontani. 

«E’ stata una bellissima esperienza – ci racconta Del Cucina mentre si trova a Livigno per preparare le prossime gare, tra cui il Giro della Lunigiana – purtroppo è arrivata nella settimana peggiore degli ultimi anni dal punto di vista climatico. Me lo hanno detto anche gli altri ragazzi e lo staff, sui nove giorni totali ha piovuto praticamente sempre. E faceva anche un gran freddo. Mi sono comunque goduto questa esperienza, è stato un piacere immenso. Inoltre ho un po’ “spiato” quello che sarà il livello tra gli under 23 e c’è da dire che vanno forte davvero. Però questo non mi ha spaventato, tutt’altro, ho ancora più voglia».

Riccardo Del Cucina a inizio anno è passato nel team Casano-Stabbia sotto lo sguardo attento di Beppe Di Fresco (foto Instagram)
Riccardo Del Cucina a inizio anno è passato nel team Casano-Stabbia sotto lo sguardo attento di Beppe Di Fresco (foto Instagram)
Qual è la cosa che ti ha maggiormente emozionato?

Già parlare una lingua diversa dall’italiano per tanti giorni mi ha fatto capire di essere in qualcosa di grande. Ho fatto tanti lavori in bici nuovi per me e ho imparato anche come si vive la quotidianità in una realtà grande come quella della Tudor. 

Com’è nato il contatto?

Principalmente dal mio procuratore Matteo Roggi, e anche da alcuni contatti di Pino Toni che lavora con noi al Casano. Anche se non è lui il mio preparatore, da ormai tre anni mi alleno con Rinaldo Nocentini e insieme al team abbiamo deciso di affrontare questa stagione, fondamentale, con continuità. La Tudor ha ricevuto i miei valori e ha avuto accesso ai miei dati di Training Peaks e mi hanno aperto le porte per uno stage.

L’occasione dello stage con la Tudor Pro Cycling U23 è arrivata grazie ai risultati e al suo procuratore Matteo Roggi
L’occasione dello stage con la Tudor Pro Cycling U23 è arrivata grazie ai risultati e al suo procuratore Matteo Roggi
Eri l’unico?

Eravamo tre ragazzi a fare da stagisti, io e due atleti svizzeri che sono già under 23. Ero il più piccolo. Gli altri due faranno delle gare di prova, mentre io attendo una risposta sul mio futuro. Al momento non so nulla, ma ammetto che mi piacerebbe entrare in un devo team. Però sto anche parlando con squadre continental italiane.

Che settimana è stata?

Ho avuto l’onore di entrare in un mondo che sogno da anni, questa cosa mi ha responsabilizzato ancora di più. A livello tecnico è stata la settimana nella quale ho fatto il mio record di ore per quanto riguarda gli allenamenti. Di solito oscillo tra le 15 e le 20 ore, quando ho caricato tanto ne ho fatte 22. In quei sette giorni mi sono allenato per un totale di 28 ore

Del Cucina in questa stagione è cresciuto molto, maturando sia fisicamente che mentalmente (foto Instagram)
Del Cucina in questa stagione è cresciuto molto, maturando sia fisicamente che mentalmente (foto Instagram)
Impegnativo?

Sicuramente, anche se sono un corridore che con il passare dei giorni si sente meglio. Abbiamo caricato molto, pedalavamo una media di quattro ore al giorno, che per me equivale a un lungo. Durante l’uscita facevamo anche test e lavori di intensità. Insomma i primi giorni qui a Livigno li ho presi per recuperare un po’. 

Una prima esperienza da solo?

La prima di questo genere. Sono partito da casa in aereo, una volta atterrato a Zurigo c’era un altro atleta del team che mi aspettava e siamo andati in treno fino alla sede della Tudor, a Schenkon. La bici me la sono portata da casa, quindi l’altro ragazzo mi ha spiegato come muovermi all’interno della stazione e dell’aeroporto. 

Un cammino, quello di Del Cucina, che lo ha portato a vestire la maglia della nazionale nella prova di Coppa delle Nazioni in Slovacchia (foto Instagram)
Un cammino, quello di Del Cucina, che lo ha portato a vestire la maglia della nazionale nella prova di Coppa delle Nazioni in Slovacchia (foto Instagram)
Con chi eri in stanza?

Roman Holzer, è un ragazzo svizzero che fa già parte del devo team. Abbiamo parlato tanto e gli ho fatto parecchie domande confidandomi tanto con lui. Gli ho chiesto come ci saremmo organizzati per gli allenamenti e la vita comune. Alla fine è andato tutto bene, è un ambiente in cui ti responsabilizzano molto, ma mi piace come cosa. 

Sei arrivato e come ti sei presentato, che atleta sei?

Nell’introduzione iniziale hanno detto di avermi preso perché sono un atleta versatile e completo. Effettivamente è una descrizione che sento mia, quest’anno sento di essere cresciuto molto fisicamente e di aver fatto dei netti miglioramenti in alcuni ambiti, ad esempio in salita. Mi difendo bene e ho un ottimo spunto veloce. Questo è stato possibile anche grazie al team Casano e alla gente che lavora insieme a noi: nutrizionista, biomeccanico, osteopata…

Con quale spirito sei tornato a casa?

Sicuramente senza alcun timore, anzi con ancora più voglia e fame di arrivare a questi livelli.

Il lungo addio della Aspiratori Otelli, tra nostalgia e speranze

12.08.2025
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E’ un anno davvero particolare per la Aspiratori Otelli. L’ultimo, almeno a livello juniores. Il sodalizio, che è nell’ambiente dal secolo scorso e attraverso il quale sono passati tanti ragazzi poi approdati al professionismo, si arrende ai cambiamenti di un ciclismo sempre più dispendioso. Sono cambiati i valori e la passione non basta più. Intanto però la stagione va avanti e anche con qualche soddisfazione, considerando ad esempio i successi di Francesco Baruzzi che l’hanno portato in cima alle gerarchie della categoria e a trovare già un approdo fra i pro’.

Giambattista Bardelloni è al timone della squadra ormai da tempo immemore e ha seguito tutta l’evoluzione dell’Aspiratori Otelli e a dispetto di una difficile situazione è soddisfatto dei suoi ragazzi, non solo per i risultati ma anche per il loro approccio.

Il Team Aspiratori Otelli, con più di 30 anni alle spalle. Bardelloni è all’estrema sinistra
Il Team Aspiratori Otelli, con più di 30 anni alle spalle. Bardelloni è all’estrema sinistra

«Al di là della quantità di vittorie, siamo sempre stati presenti anche nelle gare nazionali e internazionali. E magari con un po’ di fortuna si poteva anche raggiungere qualche successo in più, vedi ad esempio Scofet (in apertura, foto Rodella) al GP Sportivi Loria. Secondo me è una stagione più che eccellente perché i ragazzi devono maturare. Non è che l’unico obiettivo deve essere solo la vittoria…».

Le voci di una dismissione della società a fine stagione hanno influito sui ragazzi?

A me non sembra, d’altronde non è stato un fulmine a ciel sereno e molti di loro hanno già trovato casa per il 2026. Marzocchi va alla Biesse Carrera e Bartolotta va alla Salus, ad esempio. Insomma, essendo già sistemati sono tranquilli e pensano alle gare. Per i secondi anni abbiamo già contatti con le squadre U23. Vediamo di sistemare anche loro. A parte Baruzzi che lui è già a posto (andrà al devo team della Visma-Lease a Bike, ndr).

Baruzzi vincitore di tappa in Slovacchia nella prova di Nations Cup, ora lo attende la Visma (foto Rodella)
Baruzzi vincitore di tappa in Slovacchia nella prova di Nations Cup, ora lo attende la Visma (foto Rodella)
Tu che sei da tanti anni nel gruppo come stai vivendo questo lento trapasso?

Io sono qui dal ‘95. Con Giancarlo Otelli ne abbiamo passate tante, tra gioie e dolori. Sono decisioni difficili che la società ha preso e non le discuto, a me dispiace tantissimo perché smettere mi sembra davvero un peccato anche se so che come c’è un inizio, in tutte le cose c’è anche una fine.

Trent’anni in questo ambiente, quanto è cambiato il ciclismo giovanile in questi tre decenni?

Tantissimo, soprattutto negli ultimi 5-6 anni. Io credo che liberando i rapporti si sia trasformata questa categoria e tutto il ciclismo nel suo complesso. I corridori sono più sfruttati di trent’anni fa, quando c’erano 6-7 corse di alto livello in Italia. Adesso ce ne sono ogni fine settimana, è come fare un campionato italiano tutte le domeniche. Forse io sarò di vecchio stampo, però secondo me stiamo esagerando. Non siamo noi come i tedeschi o i Paesi anglosassoni dove i ragazzi maturano prima, in Italia serve tempo. Si finisce che abbiamo dei bei ragazzini negli allievi che poi si perdono subito.

Federico Saccani si divide fra strada e pista. Su di lui Bardelloni è pronto a scommettere (foto Facebook)
Federico Saccani si divide fra strada e pista. Su di lui Bardelloni è pronto a scommettere (foto Facebook)
Secondo te perché?

Perché il salto da allievi a juniores è eccessivo, è la categoria precedente che andrebbe riadattata. Si passa da gare di 60 chilometri a 120 col rapporto libero. E’ un contraccolpo enorme, così perdiamo tanti ragazzi che potrebbero crescere e invece mollano. Da juniores a U23 cambia poco, 20-30 chilometri che vuoi che siano? Da allievi vedi tanti supervincenti che poi passano e si perdono nel mucchio, si scoraggiano, non crescono più.

Baruzzi a parte, chi sono gli elementi che ti sembrano già abbastanza pronti per il salto di qualità, per salire di categoria con un certo peso?

Innanzitutto penso a Federico Saccani, perché è stato molto sfortunato in questi due anni. Ha avuto dei problemi seri al ginocchio sia l’anno scorso che parzialmente anche quest’anno. Di risultati di spicco non ne ha, ma sta dimostrando di avere stoffa, poi è una pedina per la nazionale ai mondiali in pista. Un ragazzino molto serio, sicuramente psicologicamente molto preparato per la categoria dilettanti. Poi abbiamo Scofet, che l’anno scorso correva in mountain bike ed è tutto da scoprire, sta ottenendo molti piazzamenti. Va molto bene in salita, è molto determinato, secondo me se ha la fortuna di trovare una squadra che l’aspetta un anno o due farà davvero bene. Per gli altri serve tempo, ragazzi che passando di categoria avranno bisogno di essere attesi con pazienza perché hanno ancora molto da imparare ma anche molto da dare.

Tra gli elementi messisi in luce c’è anche Sebastiano Tavelli, 9° ai tricolori (foto Rodella)
Tra gli elementi messisi in luce c’è anche Sebastiano Tavelli, 9° ai tricolori (foto Rodella)
Prossimi impegni e quelli a cui tenete di più?

Lunigiana e poi il Trofeo Buffoni che per noi ha un significato speciale. Visto che è il mio ultimo anno, vorrei riuscire a portare a casa qualcosa d’importante perché abbiamo ragazzi che possono fare bene su quel percorso, a cominciare proprio da Baruzzi e Scofet, ma anche Tavelli che ha fatto nono al campionato italiano. Poi si sa che nel ciclismo tra vincere e perdere a volte basta una sciocchezza che fa la differenza, ma dobbiamo provarci.

Felline riparte: «Motivazione mai persa, ora voglio riscrivere il finale»

12.08.2025
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Quindici come le stagioni nel professionismo. Quindici come il livello di fitness del TrainingPeaks da cui è ripartito. Parliamo di Fabio Felline che è pronto a tornare in gruppo. Il piemontese ha avuto esperienze importanti all’Astana e da ultimo alla Lidl-Trek, ma prima ancora era stato uno dei primi a passare pro’ super giovane. Erano gli anni della Footon Servetto.

Felline è tornato ad allenarsi forte questa estate. Era fermo dall’ottobre scorso e ha deciso in primavera di rimettersi in gioco accettando la proposta della MBH Bank-Ballan di Antonio Bevilacqua, formazione continental che il prossimo anno diventerà professional. Un rientro nato quasi per caso, che ha riportato in sella un corridore capace di vincere e di aiutare e che ora, a 35 anni, vive una seconda giovinezza sportiva con la stessa curiosità e la stessa determinazione degli esordi.

Fabio Felline
Al primo anno da pro’, era il 2010, Fabio Felline ha preso parte al Giro delle Fiandre e poi al Tour
Fabio Felline
Al primo anno da pro’, era il 2010, Fabio Felline ha preso parte al Giro delle Fiandre e poi al Tour
Come vivi, Fabio, questo rientro dopo dieci mesi senza gare?

E’ quasi come essere un neoprofessionista, pur sapendo che non è così. L’ultima corsa l’ho fatta a ottobre, tornerò a fine agosto: dieci mesi sono tanti. Tutto questo ritorno non è stato pianificato a lungo, è nato quasi per caso. Quando ho deciso, stavo vivendo da persona “normale” e a metà aprile ho iniziato ad allenarmi come se fosse inverno. Anche in accordo con la squadra non c’era motivo di forzare i tempi: questo blocco di gare a fine stagione è importante e ci siamo concentrati su quello.

Raccontaci come è andata…

Tutto è nato poco dopo la Coppi e Bartali e da lì la sensazione è stata subito quella di provarci anche se non c’era nulla di scritto. Il sentimento immediato che ho avuto è stato: «Fabio prova a ripartire». C’è grande voglia, grande motivazione. Per dire: non ho aspettato che mi dicessero “sei dentro al 110 per cento”. No, sono partito fiducioso che la cosa andasse per il verso giusto. Quindi i primi di aprile ho iniziato a pedalare, ho iniziato come se fosse novembre. Poi il tutto si è ufficializzato a giugno.

Da dove partirà il tuo calendario?

Debutterò il 31 agosto al GP di Kranj, gara 1.2, una categoria, che può sembrare strano, ma che non conosco. Le gare di livello più basso hanno dinamiche particolari. Sono più caotiche. Ma sono felice, sarà una rottura del ghiaccio.

Come gli attori avrai la possibilità di fare una prova generale! Alla fine il vero rientro sarà in Italia…

Da settembre, quindi una settimana dopo, ci saranno Larciano, Peccioli e Toscana. E poi anche altre gare come Pantani e Matteotti. Un bel calendario fitto, stimolante. Un calendario che sento più mio.

Felline in questi giorni sta lavorando in altura
Come hai vissuto i mesi da ottobre ad aprile? Ci sta anche che vivendo da “persona normale” tu abbia messo su qualche chilo, per dire…

Non ho pedalato in senso agonistico. Non amo bere e non ho preso molto peso: forse due o tre chili in più del solito inverno. Anzi, quando a febbraio sono andato a vedere il Laigueglia, Bettiol mi ha detto che ero più magro di certi anni indietro! Ho vissuto uno degli inverni più tranquilli, senza eccessi, consapevole di avere una vita intera per concedermi qualche sfizio. Cosa che invece non è possibile quando sei corridore: hai un mese e devi fare tutto in quello, per farla breve.

Allenamento zero, quindi?

Quasi. Uscite sporadiche perché lavoro con un’azienda di abbigliamento, tra l’altro sono anche ambassador di Trek, quindi un minimo mi sono mantenuto anche per fare delle foto. Ma un conto è uscire in bici ogni tanto, un conto è impostare una preparazione. Ho fatto anche un po’ di corsa a piedi e sono andato persino a sciare durante il vero inverno.

E hai ripreso inserendo anche la palestra?

Sì, sì… Ad aprile ho iniziato il vero lavoro di base, con palestra due volte a settimana e per otto settimane ho fatto tanta, tanta base. Quindi chilometri, ore di sella, Z2. Ora mantengo la palestra una volta a settimana come richiamo, lavorando su forza e resistenza.

Alla fine Felline è rimasto solo una stagione (quella passata) alla Lidl-Trek
Alla fine Felline è rimasto solo una stagione (quella passata) alla Lidl-Trek
Su cosa ti stai concentrando ora?

Ora sono in altura. Prima ero a Cervinia, ora al Sestriere dove rimarrò fino al 22 agosto. Il bello del Sestriere è che posso allenarmi sia in altura sia a quote più basse, simulando le condizioni di gara. Anche in termini di temperatura. Giù in valle di Susa c’erano 36 gradi. Quindi posso scendere e fare lavori intensi, quelli “a sfinimento”… quelli che poi ti fanno fare in gare. Questo ultimo blocco serve per ricreare appunto certe intensità. Non più solo ore e ritmo regolare. Mi sto preparando a ritrovare e riprovare le sensazioni della corsa.

Hai già incontrato i ragazzi, i tuoi giovani compagni di squadra?

A giugno sono andato a Sestriere, dove loro erano in ritiro. Ho fatto un po’ di allenamento, ma ancora non c’era nulla di ufficiale. Tanto è vero che anche loro si chiedevano cosa ci facessi lì. Li rivedrò direttamente in gara. Per me è importante anche questo aspetto: ritrovarsi in gruppo dopo tanto tempo è parte del rientro. Ho chiesto a Davide Martinelli, con lui siamo amici, su come hanno appreso il mio arrivo. E Davide mi ha detto spesso gli chiedono di me. «Allora quando torna?». Luca Cretti per esempio mi aveva cercato per sapere se potevamo fare l’altura insieme a Cervinia, ma poi ero qui al Sestriere. Mi sembrano contenti.

Hai già parlato con Bevilacqua del futuro?

E’ un argomento di cui mi piacerebbe parlasse anche Bevilacqua. Lui sa che se ho fatto tutto questo, non l’ho fatto per noia o perché non sapevo cosa fare in questi sei mesi della mia vita. Non mi voglio dare un tempo. Ovviamente ho 35 anni e so bene di non avere dieci anni carriera davanti a me. Però siamo d’accordo nel vivere la cosa insieme, in base alle sensazioni, a quel che verrà. Si affronta il tutto con la massima professionalità, il massimo impegno. Se poi si alzeranno le braccia al cielo tanto meglio, ma non è questo il punto. Da parte loro c’è la totale apertura. Se però mi chiedete se ho già firmato il contratto per il 2026 rispondo di no.

Felline con Bevilacqua, l’avventura con la MBH Bank è iniziata ufficialmente il 14 giugno
Felline con Bevilacqua, l’avventura con la MBH Bank è iniziata ufficialmente il 14 giugno
Chiaro, avrai anche un ruolo importante. Sei un corridore con alle spalle tanti anni di WorldTour, avrai intorno tanti ragazzi giovani. E’ una bella storia… Noi ti sentiamo motivato!

Io non ho mai perso la motivazione. Mi dispiace, e lo dico senza polemica sia chiaro, che certe cose non siano andate come dovevano. Sono andato via dall’Astana, dove mi avrebbero tenuto, perché c’era un amico come Ciccone che mi voleva con sé. Purtroppo Giulio ha vissuto uno degli anni più particolari e complicati della sua carriera col problema al “sotto sella” (e altri intoppi, ndr). Sono saltati tutti i programmi che avevamo.

E in una squadra WorldTour le cose non le cambi così…

Di fatto era saltata una programmazione di cinque mesi, su cui era impostata la stagione. Quindi aver smesso in questo modo, mi ha fatto sentire “beffato”. Poi, è chiaro, c’è un inizio e una fine per tutto. Ma in quindici anni di professionismo non ho mai rischiato di rimanere a piedi. Ho sempre potuto scegliere, non ho mai avuto la mia carriera in pericolo. Per una volta che c’è stata una situazione che, tecnicamente, ha girato male… tutto è andato storto. Scelgo di fare il gregario, scelgo di mettermi al servizio, con la consapevolezza che ti basta fare il tuo lavoro… Poi, però non lo puoi fare perché il tuo capitano non c’è. Insomma, non ero contento di come fosse finita la mia carriera.

Fabio, ti sei espresso benissimo, hai fatto un quadro realistico, non c’è polemica…

Anche perché con Luca Guercilena (manager della Lidl-Trek) c’è un bel rapporto e anche lui era dispiaciuto di come fossero andate le cose. Comunque eccoci qui. C’è motivazione, c’è voglia di fare bene e vedere come andranno le cose.

Vincente a 41 anni: su Mavi Garcia la lente di Marta Bastianelli

11.08.2025
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Il 27 luglio, vincendo la seconda tappa del Tour Femmes a Quimper, Mavi Garcia è diventata la vincitrice di tappa più… esperta nella storia del ciclismo. Più di Maria Canins e Jeannie Longo, che della corsa francese hanno scritto e riscritto la storia. La spagnola di Marratxi, sull’isola di Mallorca, era parsa addirittura sul punto di ritirarsi, invece a 41 anni ha conquistato la tappa e si è piazzata bene per tutto il resto della corsa.

In questo ciclismo che anche al femminile sta vivendo un’accelerazione a dir poco intensa, non è affatto facile esprimersi al top dopo i 35 anni. Eppure alcune atlete di classe comprovata sono riuscite a vincere anche da grandi. A ben vedere una delle più forti e continue è italiana ed è Marta Bastianelli. La romana che ha chiuso la carriera nel 2023 a 36 anni ha continuato a vincere fino agli ultimi mesi della carriera. Con Mavi Garcia ha condiviso tanti anni in gruppo e tre stagioni nella stessa squadra (prima alla Alé di Alessia Piccolo e poi nella prima stagione della Garcia al UAE Team Adq). Così, intercettandola alla ripresa dell’attività con la nazionale (due corse da seguire e il ritiro di Livigno con le juniores) le abbiamo chiesto di raccontarci Mavi Garcia e insieme di spiegarci cosa cambi nel rendimento quando si diventa grandi.

Tour de l’Ardeche 2021, Bastianelli vince a Saint Jean en Royans, Mavi Garcia va ad abbracciarla
Tour de l’Ardeche 2021, Bastianelli vince a Saint Jean en Royans, Mavi Garcia va ad abbracciarla
Quanto cambia fare attività e vincere mano a mano che passano gli anni?

Diciamo che l’anno in più ovviamente si sente. Penso che accada in tutti gli sport, anche i calciatori a un certo punto smettono di fare tanti goal (ride, ndr). Però quando la classe dell’atleta è limpida, si vince lo stesso, anche se l’età è matura. Noi abbiamo avuto l’esempio della Vos, di Van Vleuten e anche di Anna Van der Breggen. Credo che se c’è talento, l’età non sia un grande problema, anche se le differenze si sentono.

Una volta si diceva che con gli anni aumenta anche la quantità di lavoro da fare.

No, secondo me non è più così. Se quella che cambia è la capacità di recupero, la differenza la fai a maggior ragione con la freschezza. Io ho sempre lavorato intensamente, ma non ho aumentato perché l’età avanzava. Ho sempre mantenuto un livello medio alto, perché credo che vincere anche da grandi sia una questione di genetica. Anche quando ero giovane, c’erano le più grandi che andavano forte…

Se quello che cambia è il recupero, è più facile vincere la tappa di un Giro o la corsa di un giorno? Forse non è per caso che Mavi abbia vinto la seconda tappa…

Probabilmente è meno difficile vincere la gara di un giorno. Dopo i 35 anni, fai più fatica ad avere un certo recupero. Prendiamo Marianne Vos, che prima faceva cross, mountain bike, strada e pista. Più passano gli anni e più la sua attività è diventata mirata, fa le cose col contagocce e ben definite. Questo fa capire che il recupero è la base e con gli anni è più difficile ottenerlo, parlo anche di vita quotidiana. Allora magari scegli di correre meno e di selezionare gli obiettivi, fai il Giro oppure il Tour, ma non entrambi. Se però hai il fattore genetico che ti porta a convivere bene con la soglia della fatica e della stanchezza, allora vinci lo stesso.

A Quimper, seconda tappa del Tour Femmes, arriva la stoccata di Mavi Garcia
A Quimper, seconda tappa del Tour Femmes, arriva la stoccata di Mavi Garcia
In questo contesto, come la inseriamo Mavi Garcia?

Mavi è una grande atleta e una bravissima persona. Ho corso con lei per tanti anni ed è stata anche un’ottima compagna di squadra, non solo per il lavoro, ma anche per le bellissime giornate passate insieme. E’ molto appassionata di questo sport, le piace tantissimo il lavoro che fa e ci si dedica al mille per cento. Mi aveva detto che dopo le Olimpiadi di Parigi avrebbe smesso, invece ha continuato. Forse incentivata dalla famiglia e dal compagno che l’hanno stimolata a proseguire il suo percorso. Ho visto che poi è diventata molto più coraggiosa…

In che senso?

Per la vittoria del Tour de France è partita da lontano. Di solito lei attendeva le salite e le azioni delle altre, per vedere cosa sarebbe successo. Invece in questo caso ho visto che il coraggio l’ha portata a vincere. Sono stata felice soprattutto per i sacrifici che fa, perché se non finalizzi mai, è normale che le motivazioni vadano giù. Vedrete che questa vittoria sarà il modo per andare avanti.

Quindi è soprattutto un fatto di testa?

Nel suo caso penso che ci sia anche questo. Il fatto di incoraggiarsi e dirsi che malgrado l’età, può farcela ancora. Anche perché atleticamente sta benissimo, è un’atleta molto forte. Ovvio che le giovani stanno venendo fuori e smontano il castello di tutte e altre, non solo delle ragazze che cominciano avere una certa età.

Un attacco nella tappa da Brest a Quimper e 421 giorni dopo l’ultima vittoria, Mavi Garcia l’ha fatto ancora
Un attacco nella tappa da Brest a Quimper e 421 giorni dopo l’ultima vittoria, Mavi Garcia l’ha fatto ancora
Mavi ha iniziato a correre nel 2015, quando aveva già 31 anni: questo può darle una longevità superiore?

Ha iniziato tardi perché viene dal duathlon, in cui ha vinto anche due mondiali. A livello fisico è molto forte, anche perché è abituata a sforzi maggiori. Però nei primi anni in cui venne con noi alla Alé dopo essere stata alla Movistar, ci rendevamo conto che a livello tattico e nello stare in gruppo faceva più fatica, come la Reusser. Poi piano piano ha imparato a stare davanti, non aveva più paura di stare in gruppo in discesa e quello aiuta tanto. Al Tour abbiamo visto che Sarah Gigante ha perso il podio per una discesa…

Mavi ci ha lavorato?

E’ migliorata molto negli anni anche sotto questo punto di vista. Di conseguenza iniziare più tardi può essere stato un punto sfavorevole rispetto a chi inizia da piccolino, però al momento credo che non abbia nulla meno delle altre.

E i suoi 41 anni li porta benissimo, no?

Non posso che confermare. Un’atleta che arriva a 41 anni e riesce a vincere e stare davanti, ha delle doti fuori dal comune.

Ferrand Prevot in maglia gialla ha 33 anni, Mavi ne ha 41: quando il dna è vincente, le vittorie arrivano
Ferrand Prevot in maglia gialla ha 33 anni, Mavi ne ha 41: quando il dna è vincente, le vittorie arrivano
Le hai mandato i complimenti dopo la vittoria?

Certo, era felice e soprattutto emozionata. Mi ha detto che non ci credeva ancora, che si era lanciata in quella fuga quasi per caso e invece le è andata bene. Questo ti fa capire che puoi provarci dieci volte e prima o poi trovi quella che ti va bene. E per lei sarà un’altra lezione preziosa da mandare a mente.

EDITORIALE / Anche diplomazia nella stanchezza di Pogacar?

11.08.2025
5 min
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Il fatto che abbia visto il limite della riserva ha reso improvvisamente Pogacar più umano e questo non è necessariamente un male. Ieri Komenda, il suo paese, lo ha accolto con una gratitudine e una marea umana degna del Tour de France (in apertura un’immagine di Alen Milavec). Dalla Slovenia, la Grande Boucle dovrebbe partire nel 2029, costringendo implicitamente il campione del mondo a ripensare la data del ritiro che nei giorni francesi aveva invece legato alle Olimpiadi del 2028.

In tempi non sospetti, comunque dopo la seconda vittoria del Tour, Mauro Gianetti disse parole chiare sulla necessità di tenere a freno lo sloveno per tutelarne la carriera e la salute. «Lui si diverte – disse nel 2023 lo svizzero – ma dobbiamo comunque gestire la cosa con calma e tenere anche una visione sul lungo termine. Perché è chiaro che Tadej abbia delle grandi potenzialità, delle ambizioni grandissime, però sappiamo che è importante guardare oltre il presente. E quindi corre, va forte perché va forte e fa la stessa fatica di quello che arriva decimo o cinquantesimo. Perché tutti si impegnano al 100 per cento, ma lui è davanti. Secondo noi, corre il giusto: l’anno scorso ha fatto 54 giorni di gara».

Nella terza settimana del Tour si è avuta spesso la sensazione di un Pogacar stanco o meno motivato del solito
Nella terza settimana del Tour si è avuta spesso la sensazione di un Pogacar stanco o meno motivato del solito

La fine della carriera

I giorni di corsa sono stati 50 nel 2023 con l’interruzione per la frattura dello scafoife; 58 nel 2024 con il Giro e poi il Tour; sono 43 per ora quest’anno. La gestione è stata molto oculata e questo ha permesso a Pogacar di tenere un altissimo livello, che ne ha fatto il campione acclamato in tutto il mondo.

«Ho iniziato a vincere abbastanza presto – ha detto ieri nella conferenza stampa – e da allora tutto è andato alla grande. Alcuni ridono leggendo che conto gli anni che mancano al mio ritiro. A ogni stagione ci alleniamo più duramente e più velocemente, quindi guardo al mio futuro con piacere. Da un lato, so che la mia carriera sportiva non sarà lunga, ma dall’altro sono consapevole di poter godere del livello attuale per qualche anno ancora. Mi aspetto che questo livello calerà a un certo punto e che non ci saranno più vittorie in stagione di quelle attuali e che prima o poi ci sarà un anno negativo. Sono preparato a tutto ciò che sta arrivando, quindi sono ancora più consapevole di dover godermi il momento. Devo essere pronto a fermarmi, ringraziare e dire addio alle gare ai massimi livelli».

A Komenda ieri un pubblico degno del Tour de France se non superiore (foto Alen Milavec)
A Komenda ieri un pubblico degno del Tour de France se non superiore (foto Alen Milavec)

Ragioni di opportunità

E se all’aumento della fatica, si fosse sommata davvero la necessità di non dare troppo nell’occhio? Ospite del programma Domestique Hotseat, Michael Storer del Tudor Pro Cycling Team ha raccontato un singolare retroscena della tappa di Superbagneres, che a suo dire Pogacar avrebbe rinunciato a vincere.

«Quel giorno il UAE Team Emirates-XRG ha tirato a tutta per tutto il giorno – ha raccontato – e poi Pogacar, sull’ultima salita, non ha fatto nulla. Per quello che mi hanno riferito, lungo la strada ci sono stati dei cori di disapprovazione da parte del pubblico e quindi i direttori della squadra hanno deciso che quel giorno era meglio che Pogacar non vincesse, in modo da tenere i tifosi francesi dalla loro parte. E penso che abbiano tenuto in conto la cosa anche durante l’ultima settimana del Tour de France: non volevano vincere tutto».

Un punto di vista che cancella parzialmente l’immagine di Pogacar stanco o aggiunge ad essa una differente sfumatura? «A La Plagne può anche essere che non avesse le gambe – ha proseguito Storer – ma a Superbagneres ha proprio detto ai compagni che non voleva vincere. Allora avrebbe potuto lasciar andare subito la fuga e non spremere la squadra per tutto il giorno. Si vedeva che i suoi compagni erano molto stanchi e anche Tadej sembrava provato».

Dopo l’arrivo, Pogacar è andato da Arensman e si è congratulato: ha davvero rinunciato a vincere?
Dopo l’arrivo, Pogacar è andato da Arensman e si è congratulato: ha davvero rinunciato a vincere?

Meno obiettivi e… divertenti

La stanchezza c’era e l’abbiamo toccata ogni giorno con mano. Se Pogacar avesse tenuto fede agli annunci di inizio stagione, sarebbe dovuto andare alla Vuelta e a quel punto i giorni di gara sarebbero saliti per la prima volta sopra quota 60. La scelta di ridisegnare il finale di stagione risponde alla volontà di mantenere una prospettiva di carriera. Stesso motivo per cui ad esempio lo scorso anno, di fronte alla possibilità di aggiungere la Vuelta alle vittorie del Giro e del Tour, si optò per il passo indietro.

C’è stato un periodo in cui si pensava che certi campioni potessero correre a ruota libera tutto l’anno. Poi, uno dopo l’altro, si sono accorti loro per primi che per restare in alto c’è bisogno di selezionare gli impegni. Van der Poel, ad esempio, lo scorso anno si è fermato a 42 giorni di gara. Pogacar è stato sinora l’eccezione alla regola, ma forse le fatiche del Tour gli hanno fatto capire che il livello medio è cresciuto ancora. Le squadre dei suoi avversari si sono rinforzate con fior di campioni che hanno lui come bersaglio e questo di certo induce parecchio stress. Il programma di Tadej prevede la trasferta canadese con il Grand Prix Cycliste de Quebec e Montréal. Poi Tadej difenderà il mondiale in Rwanda e potrebbe anche correre ai campionati europei in Francia. Nei prossimi anni lo sloveno tornerà al Tour, difficilmente la squadra glielo risparmierà. Ma la sensazione è che quel senso di fatica sia più legato al dover portare a casa risultati che ormai per lui significano poco. E quando Pogacar non si diverte, se ne accorgono davvero tutti.

Un mondiale difficile nel BMX, ma c’è di che sorridere

11.08.2025
5 min
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Prima delle varie discipline ciclistiche ad aver vissuto la sua rassegna mondiale nell’anno postolimpico, il BMX racing già si proietta verso l’appuntamento a cinque cerchi del 2028. Un mondiale, quello vissuto a Copenhagen, difficile per molte ragioni per la nazionale italiana anche se qualche segnale positivo e che fa ben sperare è arrivato.

Mattia Furlan, il cittì azzurro, si gode ora qualche giorno di riposo prima di rimettersi all’opera, ma intanto tira le somme della rassegna danese, scevra di medaglie per la nostra compagine: «Il nostro è uno sport in cui è veramente difficile dare un giudizio complessivo. Alla fine posso dire che è stata una trasferta con dei lati positivi, il che non significa che sia contento, ma in questo momento del nostro cammino è giusto guardare al bicchiere mezzo pieno e per questo non possiamo che fare i complimenti a Francesca Cingolani Ferreira per il suo quinto posto fra le U23 perché ha grandi significati. Un piazzamento che le va quasi stretto e vederla arrabbiata dopo la finale, conscia che la medaglia era alla sua portata la dice lunga del suo atteggiamento, della sua voglia di emergere».

Il gruppo azzurro di BMX presente a Copenhagen, con il cittì Furlan all’estrema destra
Il gruppo azzurro di BMX presente a Copenhagen, con il cittì Furlan all’estrema destra
Su di lei sono riposte molte delle speranze azzurre per il 2028, essendo considerata a livello omnisportivo uno dei prospetti azzurri più interessanti in ottica olimpica. Che ciclista è?

E’ una rider molto tecnica. Sa guidare la bici quasi a livello maschile, è molto bella e lineare da vedere Francesca in sella. Ha un atteggiamento agonistico molto aggressivo. E’ un bell’esempio anche per le giovani ragazze che dietro di lei stiamo crescendo in Italia. Quindi sinceramente ci fa ben sperare.

E’ chiaro che soprattutto in uno sport come la BMX, molto giovanile, si aprono scenari importanti in vista di Los Angeles. Una sua presenza alle Olimpiadi sarebbe una storica prima assoluta per una donna italiana.

L’obiettivo per Los Angeles sarà sicuramente riqualificare la nazionale maschile, ma anche portare la prima donna a gareggiare alle Olimpiadi per il BMX Race. Questo per lei era l’ultimo anno di categoria, ora entriamo in una fase importante e delicata. Dal prossimo anno la Cingolani Ferreira gareggerà con le più grandi, cambierà la musica, si alzeranno il livello e le difficoltà. Lei comunque non è per nulla spaventata, con i passi in avanti che ci ha fatto vedere quest’anno, con la consapevolezza e la stabilità che ha trovato con questo nuovo team che le dà supporto tecnico siamo molto ottimisti. Ma anche noi ci mettiamo del nostro…

Per Francesca Cingolani Ferreira un 5° posto molto incoraggiante in ottica olimpica (foto UCI)
Per Francesca Cingolani Ferreira un 5° posto molto incoraggiante in ottica olimpica (foto UCI)
In che senso?

Vogliamo provare a cambiare un po’ la situazione degli atleti più importanti che abbiamo, dare loro il massimo del supporto per ottenere il risultato. A oggi vedo una ragazza molto più tranquilla, molto più determinata e consapevole che per raggiungere la qualifica c’è bisogno di uno sforzo da parte di tutti molto, molto importante. Ma con lei come esempio io dico che le ragazze che stanno crescendo in Italia potranno essere un apporto non indifferente per la questione punti, perché servirà uno sforzo collettivo per far sì che alle Olimpiadi ci sia anche il nostro vessillo, l’apporto individuale non basta per il complicato sistema di qualificazione olimpica.

Dicevi di essere soddisfatto ma non contento. Che cosa non è andato?

Nessuno dei ragazzi ha raggiunto il proprio 100 per cento nel momento clou della stagione e su questo dobbiamo ragionare. Diciamo che Francesca c’è arrivata più vicina possibile. Una nota positiva è arrivata anche da Albert Groppo, tra gli Under 23 che dopo un europeo molto deludente ha fatto un ottimo mondiale dove soltanto una caduta in semifinale gli ha tolto la qualificazione. Ma abbiamo visto l’Alberto che conosciamo, aggressivo, determinato.

Alla britannica Shriever l’oro femminile battendo l’olimpionica australiana Sakakibara, bronzo all’olandese Baauw (foto UCI)
Alla britannica Shriever l’oro femminile battendo l’olimpionica australiana Sakakibara, bronzo all’olandese Baauw (foto UCI)
Ci si aspettava molto da Radaelli dopo i suoi allori giovanili…

E’ vero e anche lui stesso si aspettava riscontri da questo mondiale, invece si è trovato in una situazione non gestita bene agli ottavi il primo giorno. E’ stato purtroppo l’unico dei sei a non qualificarsi alle fasi finali. Mi dispiace per Federico Pasa, che fra gli juniores poteva davvero far bene ma dopo l’infortunio alla spalla all’europeo ha avuto poco tempo per allenarsi e alla fine ha pagato dazio.

Quanto è pesata la vicenda Sciortino, la sua esclusione dopo la positività alle analisi per una sostanza vietata?

I ragazzi sono veramente stati bravi a isolarsi, a non farsi coinvolgere da una situazione che è scomoda e che ha dato fastidio e ha colto tutti impreparati. Pesa molto per me perché come cittì ovviamente mi ero fatto il programma ideale nella rincorsa olimpica che va completamente rivisto. Aspettiamo di vedere come si evolverà la vicenda, per valutare come muoverci il prima possibile.

Francia dominatrice in campo maschile, oro a Pilard e bronzo a Clerté, in mezzo l’australiano Kennedy (foto UCI)
Francia dominatrice in campo maschile, oro a Pilard e bronzo a Clerté, in mezzo l’australiano Kennedy (foto UCI)
Uscendo dal panorama italiano, questo mondiale che cosa ha detto?

Ha confermato secondo me che se vogliamo scegliere una nazione a cui ispirarci ce l’abbiamo vicino casa. E’ anche difficile fare un confronto tra noi e la Francia, guardando i numeri che hanno, parliamo di 10 mila iscritti, di società finanziate dai vari dipartimenti e che sono semiprofessionistiche. Anche il lavoro della nazionale stessa, diventa a quel punto molto più semplice. Là il grosso lo fanno le squadre private, in nazionale ci si limita a guardare, selezionare e convocare. Noi dobbiamo stimolare i club, dai quali trovo sempre maggiore disponibilità, e come squadra nazionale dobbiamo allo stesso tempo dare il supporto e la direzione alle squadre perché questo avvenga. Stiamo già discutendo su quel che è stato fatto quest’anno, che è piaciuto e quello che invece va migliorato. Se vogliamo sognare LA28, non dobbiamo perdere tempo…

Amadori: «All’Avenir non vogliamo stare dietro a nessuno»

11.08.2025
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La prima notizia è che Marino Amadori si trova a casa e che sia costretto a preparare il Tour de l’Avenir affidandosi al lavoro svolti da propri ragazzi, i quali si sono dispersi per le diverse alture italiane. Lorenzo Finn si trova a Tignes, mentre Simone Gualdi e Alessandro Borgo sono a Livigno. Invece gli altri tre nomi selezionati per l’Avenir: Davide Donati, Filippo Turconi (in apertura al Giro Next Gen insieme a Finn, photors.it), avrà modo di vederli in corsa tra Poggiana e Capodarco. Mentre Pietro Mattio sarà impegnato con la Visma al PostNord Tour of Denmark.

«Preparare l’Avenir e avere i ragazzi lontani – dice Amadori – non mi darà modo di vedere come stanno giorno dopo giorno. Ho comunque massima fiducia nei loro confronti e nelle squadre che li supportano. La formazione l’ho comunicata un mese fa, ci vedremo il 21 agosto e partiremo tutti insieme. Avremo comunque modo di confrontarci e di parlare di tattiche. Faremo un piano d’azione che comprenderà tutte le possibili varianti».

Alessandro Borgo, qui insieme ad Amadori dopo aver vinto il tricolore U23, sarà uno dei protagonisti all’Avenir
Alessandro Borgo, qui insieme ad Amadori dopo aver vinto il tricolore U23, sarà uno dei protagonisti all’Avenir

Tanti impegni

Lontano dagli allenamenti il cittì della nazionale under 23 ha avuto modo di studiare il percorso e gli avversari. Sarà un Tour de l’Avenir impegnativo, sia per le tappe che per gli avversari che si presenteranno in Francia il prossimo 23 agosto. 

«C’è massima fiducia nei nostri mezzi e nei ragazzi – dice Amadori – penso di aver messo insieme una buona squadra. Dispiace per alcuni atleti che sono rimasti fuori come Agostinacchio, Sambinello, Zamperini, Savino. Però tra Avenir, mondiale ed europei ci sarà spazio per tutti».

Pietro Mattio è ormai uno dei pilastri della nazionale di Marino Amadori (foto Tour Avenir)
Pietro Mattio è ormai uno dei pilastri della nazionale di Marino Amadori (foto Tour Avenir)
Andiamo con ordine e pensiamo alla corsa a tappe francese?

Certo, un passo alla volta. In gara troveremo un livello altissimo, come gli altri anni. I nomi di spicco non mancheranno, il primo che mi viene in mente è quello di Paul Seixas. Il transalpino, passato direttamente dalla categoria juniores al WorldTour, ha già raccolto una top 10 al Delfinato e altri piazzamenti importanti. Sicuramente verrà con l’obiettivo di vincere, non possono di certo nascondersi. 

I contendenti che arrivano dal WorldTour non mancheranno…

Avremo anche Jorgen Nordhagen e Pablo Torres. Senza dimenticare Jarno Widar, il quale anche se è ancora nel devo team della Lotto ha già dimostrato di essere uno dei favoriti. 

Davide Donati ha ottenuto la sua prima vittoria in maglia Red Bull-BORA-hasgrohe al Tour de Wallonie con i pro’
Davide Donati ha ottenuto la sua prima vittoria in maglia Red Bull-BORA-hasgrohe al Tour de Wallonie con i pro’
I nostri?

Non ci nascondiamo, arriviamo con una formazione forte. Alla fine si scontreranno con i pari età e anche i nostri ragazzi hanno fatto gare di un certo livello. Vedremo dove ci metteranno e dove riusciremo a metterci noi. 

Partiamo con gli scalatori, ne avremo tre: Finn, Gualdi e Turconi…

Sono tre atleti che in salita hanno dimostrato di esserci, la loro crescita e maturazione durante questa stagione sono state evidenti. Per me la categoria under 23 è un passaggio, si deve fare esperienza e capire come si corre in certe gare. Finn è il nostro uomo di riferimento, al Giro Next Gen ha dimostrato di saper reggere gli otto giorni di corsa. 

Paul Seixas quest’anno sta già correndo nel WorldTour, arriverà all’Avenir come uno dei favoriti
Paul Seixas quest’anno sta già correndo nel WorldTour, arriverà all’Avenir come uno dei favoriti
Come giudichi il percorso?

Dopo il prologo di Tignes, di appena tre chilometri con 300 metri di dislivello, avremo quattro tappe mosse. Sono percorsi molto tosti sui quali le squadre dei favoriti proveranno a controllare la corsa per non far andare via fughe pericolose. Noi dovremo trovare la giusta strategia per raccogliere il massimo risultato. Gli ultimi due giorni, per un totale di tre tappe, avremo la sagra della salita e lì quelli forti verranno fuori per forza.

La scelta di portare Mattio, Donati e Borgo, è dettata dalle quattro tappe intermedie?

Questi ragazzi su delle frazioni del genere ci vanno a nozze. Poi Donati e Mattio sono due atleti che sanno gestire bene la corsa e leggerne i momenti, cosa fondamentale anche nel dare una mano a Lorenzo Finn. Mi aspetto un team unito e coeso, non saremo noi a dover gestire la corsa ma non dovremo nemmeno subirla. 

Dopo il ritiro al Giro Next Gen, Jarno Widar ha dominato il Valle d’Aosta scrivendo il suo nome tra i favoriti dell’Avenir
Dopo il ritiro al Giro Next Gen, Jarno Widar ha dominato il Valle d’Aosta scrivendo il suo nome tra i favoriti dell’Avenir
Cosa intendi?

Che dovremo sfruttare le occasioni che ci capiteranno, perché in sette giorni di gara arriverà il momento giusto per fare qualcosa. Non dovremo far scappare i migliori. Anzi, sarebbe un bel risultato metterli alle spalle in qualche occasione. Il nostro obiettivo deve essere quello di imporci. 

Non guardarsi troppo intorno…

Abbiamo le carte per correre da protagonisti. Ed è questo quello che mi aspetto. 

Il Pologne è di McNulty. Gianetti: «Una vittoria per Baroncini»

10.08.2025
6 min
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WIELICZKA (Polonia) – Le miniere di sale che fanno da cornice alla crono conclusiva del Tour de Pologne cristallizzano la vittoria di McNulty nella generale, il solito dominio UAE ed una bella giornata per gli italiani che salgono sul podio di tappa e finale.

Il baffuto statunitense rovina una possibile tripletta tricolore sul traguardo di Wieliczka. Prima del suo arrivo, davanti a tutti a comandare i 12,5 chilometri della prova contro il tempo ci sono nell’ordine Milesi, Sobrero e Tiberi. Ci vuole quindi una grande prestazione di McNulty per batterli e per sfilare contemporaneamente la maglia gialla a Langellotti.

Langellotti nella crono conclusiva non riesce a salvare la maglia gialla: 21° al traguardo, 5° nella generale
Langellotti nella crono conclusiva non riesce a salvare la maglia gialla: 21° al traguardo, 5° nella generale

Il pensiero a “Baro”

Il successo di McNulty – il numero 72 stagionale per la UAE Emirates-XRG – ha un sapore decisamente speciale ed un destinatario ben preciso: Filippo Baroncini. Proprio negli istanti in cui si stava chiudendo la lunga cerimonia protocollare delle premiazioni della gara, partiva il volo per l’Italia con a bordo il ragazzo di Massa Lombarda. Per l’occasione era arrivato in Polonia anche Mauro Gianetti, general manager della squadra.

«Questa vittoria – ci dice in mixed zone – la dedichiamo col cuore a Filippo. Per tutta la settimana tutti i nostri corridori non facevano altro che chiedere informazioni su di lui. I ragazzi qua in Polonia li ho visti molto pensierosi. La nostra squadra vive di grandi emozioni e in questi giorni c’era un tono più basso del solito per un sentimento triste. Tutti ci tenevano a conquistare la corsa per lui.

«I compagni che lo hanno visto subito per terra dopo l’incidente – continua Gianetti – ci sono rimasti molto male naturalmente. Per chi invece non c’era e sapeva che era in ospedale intubato non era una bella cosa. Non abbiamo grande voglia di esultare, però credo che il vero successo straordinario sia il trasporto di Filippo in Italia in queste ore a Milano dove verrà preso in consegna dall’ospedale Niguarda per l’operazione e per tutte le cure del caso».

Gianetti è arrivato al Polonia per vedere Baroncini prima del volo per l’Italia per l’operazione
Gianetti è arrivato al Polonia per vedere Baroncini prima del volo per l’Italia per l’operazione

Passione per la vita

L’incidente occorso a Baroncini ha scosso tutti e tutti si sono fatti sentire per fare sentire la propria vicinanza ad un ragazzo tanto talentuoso quanto sfortunato.

«Filippo sta bene – riprende Gianetti – ha tutti i parametri vitali a posto. Sarà una questione di tempo, di pazienza e di passione per la vita. Tornerà più forte di prima. Sono venuto perché lo volevo vedere, stare vicino a lui e alla famiglia. E’ stata un’impressione impattante.

«Quando entri in quei reparti di cure intensive – prosegue – e vedi uno dei tuoi ragazzi in quelle condizioni è una brutta sensazione. Devo dire che il reparto dell’ospedale di Walbrzych è stato veramente eccezionale. Hanno preso veramente a cuore la situazione di Filippo e lo hanno seguito ogni secondo. Hanno fatto bellissime cose, stabilizzandolo. Grazie a questi interventi lui sta bene e può essere fiducioso».

McNulty per Gianetti può diventare in futuro un capitano nelle grandi corse a tappe
McNulty per Gianetti può diventare in futuro un capitano nelle grandi corse a tappe

UAE pronta per la Vuelta

All’orizzonte per la UAE c’è la campagna spagnola che partirà dal Piemonte. Come sempre il team di Gianetti andrà per vincere e arrotondare il proprio bottino.

«La Vuelta – spiega il general manager – è una delle gare più importanti per noi di tutto l’anno. Almeida si è dovuto ritirare dal Tour per una caduta e sta preparando a puntino la corsa spagnola. Vuol provare ad essere protagonista e dovrà combattere con corridori di altissimo livello a partire da Vingegaard. Avremo il rientro in una grande corsa a tappe di Ayuso, che purtroppo ha dovuto abbandonare il Giro prematuramente. Si sta preparando molto bene anche lui e può essere una valida alternativa per la generale.

«Rispetto al 2024 di questo periodo – Gianetti risponde ad un dato statistico – siamo in vantaggio di una decina scarsa di vittorie in più. Sarebbe bello raggiungere il record delle 85 (che appartiene alla HTC High Road nel 2009, ndr), ma credo che le 100 siano un po’ esagerate (sorride, ndr). Cerchiamo di prendere giorno per giorno e non guardare troppo lontano».

Il podio della crono della settima e ultima tappa del Pologne: McNulty fra Milesi e Sobrero
Il podio della crono della settima e ultima tappa del Pologne: McNulty fra Milesi e Sobrero

A proposito di McNulty

Brandon McNulty è il primo americano, nonché extra europeo ad entrare nell’albo d’oro del Tour de Pologne. Con la crono e la generale ha conquistato i primi due successi stagionali che diventano venti da quando è pro’. Gianetti ci saluta spendendo grandi parole su di lui.

«E’ un ragazzo – conclude – che ha fatto una grande crescita e sempre dietro le quinte. Quest’anno ha fatto un Giro d’Italia straordinario a disposizione di Ayuso prima e Del Toro poi finendo nella top 10. Non si tira mai indietro, sa sacrificarsi. Qui ha avuto occasione per fare classifica e non ha sbagliato. Ieri gli è sfuggita la vittoria a Bukowina perché è stato bravissimo Langellotti. Oggi ha fatto una grande crono vincendo anche la generale. Brandon ha ancora del margine, può ancora migliorare. Con questo successo in una gara così importante come il Pologne, sono sicuro che prenderà una grossa iniezione di fiducia per il suo futuro e lo vedremo protagonista in un grande giro».

Italiani in alto

Li abbiamo seguiti tutta la settimana e alla fine gli italiani hanno saputo essere protagonisti. Dopo il traguardo mentre Milesi era sulla hot seat, abbiamo seguito le fasi conclusive della crono con Sobrero e Tiberi sia per i piazzamenti parziali che generali. Sul podio di giornata ci vanno Milesi e Sobrero (rispettivamente a 12” e 15” da McNulty) e su quello finale salgono Tiberi e Sobrero (rispettivamente a 29” e 37” dallo statunitense).

«Sono abbonato al secondo posto – scherza Milesi in mixed zone – anche se credo che sia la prima volta che batto Sobrero a crono e quindi va bene così. Battute a parte, sono felice delle prestazioni che ho avuto in questi giorni. Negli ultimi due giorni purtroppo non mi sono sentito tanto bene, ma credo che anche senza problemi McNulty avrebbe vinto lo stesso. Da domani saprò il resto del calendario della stagione».

«Oggi – racconta soddisfatto Sobrerocon questo doppio podio chiudo un cerchio col Tour de Pologne del 2022 come vi dicevo ieri. Al di là del risultato, ho il morale alto per partire “da casa” dalla Vuelta.

«Sono partito a tutta – confida Tiberi con un sorriso – per arrivare a tutta. Non mi sono risparmiato in questa gara, però sono stato attento a non “limare” troppo per non rischiare di cadere o compromettere l’avvicinamento alla Vuelta. Sarebbe stato bello avere tre italiani nei primi tre di tappa, però dobbiamo essere contenti tutti per esserci saliti in due sui due podi».