Tappa e maglia, storia di un successo nato dal dolore

27.06.2021
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Immenso Van der Poel, cos’altro vuoi dire? E immenso ancora di più alla luce delle cose successe ieri. Dell’insuccesso e delle critiche, che a volte sono troppo frettolose. Ma si diceva anche stamattina, Mathieu impara in fretta e in quello scatto rabbioso e nella tattica di tutta la giornata c’è stato tanto dei ragionamenti della serata scorsa, davanti al dolore dei suoi compagni e quello che lo scavava nell’animo.

E alla fine per Mathieu è arrivata la maglia gialla promessa a suo nonno Poulidor
E alla fine per Mathieu è arrivata la maglia gialla promessa a suo nonno Poulidor

Eroico “Sbara”

Kristian Sbaragli divide la stanza con l’olandese e quando ieri sera si sono ritrovati a commentare la tappa andata male, non c’è stato bisogno di troppe parole. Mathieu l’ha guardato e ha visto il compagno che avrebbe dovuto tenerlo davanti nel finale con 4 punti sul mento, le labbra aperte internamente perché nella caduta ha battuto i denti (e per fortuna non li ha rotti) e contusioni al costato e al ginocchio. Un quadro di dolore. Kristian non ha neppure cenato se non con qualcosa di liquido, eppure stamattina alla partenza ha messo nei pedali tutto quello che gli restava in corpo, resistendo alla tentazione di mollare.

L’idea della fuga

La Alpecin-Fenix sta tornando in pullman verso l’hotel e le parole di Sbaragli sono le prime, perché lo sforzo della tappa gli ha decongestionato le labbra e adesso riesce a parlare.

«Stamane – dice – siamo partiti per vincere. Come squadra avevamo il compito di fare il massimo perché Mathieu prendesse il muro nella posizione giusta. Poi negli ultimi chilometri, quando sta bene… lui è lui. Per come è andata ieri avevamo solo tanto rammarico, così stamattina s’è parlato di fare quel che poi s’è fatto. L’attacco al primo passaggio doveva servire a portare via un gruppettino e inventarsi una tappa diversa, ma alla fine sono venuti quei secondi di abbuono ed è andata bene lo stesso».

Oltre il dolore

Lui è lui. In queste sette lettere c’è la devozione del gregario e insieme il riconoscimento di una forza e una classe che tutto il gruppo è andato a tributare a Van der Poel dopo l’arrivo. Alaphilippe si è fermato. E come ieri Mathieu si era congratulato con lui, oggi il francese è andato a riconoscergli la superiorità di giornata. Poi è arrivato Pogacar, che l’ha abbracciato a lungo, come si fa con un grande avversario nei cui confronti hai anche e soprattutto stima.

Sul traguardo Pogacar si volta. Roglic è in scia, Alaphilippe poco dietro
Sul traguardo Pogacar si volta. Roglic è in scia, Alaphilippe poco dietro

«Non stavo bene per niente – riprende Sbaragli – avevo dolore da tutte le parti, ma toccava nuovamente a me e così sono partito con l’idea di vedere per strada come stavo. La squadra mi ha chiesto di fare il massimo. Non ho avuto grandissime gambe, ma ho dato tutto e anche altro. La pressione in questi giorni s’è sentita, anche se come squadra non abbiamo più tantissimo da dimostrare. Siamo concentrati, perché il Tour è lungo, ma siamo anche ben preparati, perché chi è qui ci sta lavorando da gennaio. L’obiettivo era vincere una tappa, la maglia gialla è stata la ciliegina sulla torta. Certo che Mathieu sentiva questo fatto di suo nonno Poulidor e ha sentito anche le critiche. Hanno parlato di fallimento, ma ieri è pur sempre arrivato a 8 secondi, avendo perso i compagni per una caduta. I campioni si riconoscono anche per queste reazioni. Invece le critiche per noi sono diventate benzina».

Sera di festa

Mathieu raggiungerà l’hotel più tardi in ammiraglia, essendo rimasto fermo con il protocollo, le interviste in zona mista e poi l’antidoping. Vederlo indicare il cielo e crollare in lacrime ha dato la misura di quanto siano grandi e potenti le motivazioni che animano un atleta e di come dietro certe imprese ci siano ancora il bambino, la famiglia, il nonno, le parole e i racconti di una vita.

«E allora stasera un po’ si farà festa – dice Sbaragli – niente di clamoroso, ma il brindisi ce lo siamo proprio meritato. Domani proveremo a vincere ancora con Merlier in volata, dovremo essere concentrati, ma la tappa e la maglia gialla valgono un festeggiamento. Io per fortuna non ho niente di rotto e adesso spero che il dolore passi e di riprendermi bene nei prossimi due, tre giorni. Non è iniziato bene questo Tour, ma sono convinto che possa cambiare. E giornate come questa aiutano parecchio».

E mentre Sbaragli raccontava e Van der Poel si sottoponeva a rituali e controlli, Alaphilippe molto deluso lasciava a bocca asciutti i cronisti in attesa, con tanto di scuse del suo addetto stampa che è riuscito provvidenzialmente a registrarne alcune battute. Tanto è dolce e toccante la vittoria, per quanto può essere beffarda la resa. E’ la storia del Tour, una delle tante maestose storie del ciclismo. Domani, potete scommetterci, saranno di nuovo qui per provarci ancora.

Bici di Pogacar a dieta: il manubrio Alanera perde 30 grammi

27.06.2021
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Anche se manca ancora la prova, cioè manca il riscontro delle tappe di montagna, pare che nel momento in cui il Uae Team Emirates avrebbe deciso di spostare tutti i corridori sulle bici con freni a disco, in Colnago si sia svolta una riunione fra tutti i fornitori di componenti, dal gruppo al manubrio, perché il peso finale della bici fosse il più vicino possibile a quello della bici con rim brakes.

Doppi freni

Una delle caratteristiche dello squadrone di Gianetti è infatti da alcuni mesi la possibilità per i corridori di adottare bici con entrambi i tipi di freno, in funzione del percorso. Il tema era saltato fuori al Tour of the Alps e poi anche al Giro d’Italia, con la necessità tuttavia per i meccanici di portare via il doppio delle ruote. Al Tour in apparenza si è optato per i freni a disco. Per cui se da Colnago fanno sapere che il telaio non è stato toccato, fra i componenti che di sicuro hanno subito una cura dimagrante (per la bici di Pogacar, il più fissato col peso) c’è il manubrio integrato Deda Alanera.

«Avevamo già in mente di fare qualcosa del genere – spiega Gianluca Cattaneo, direttore commerciale di Deda – ma facendolo prima del Tour siamo andati anche incontro alle esigenze della squadra. Abbiamo fatto ricorso a una fibra di carbonio ugualmente ad alto modulo, ma diversa, con una resina speciale che permette di compattare lo spessore. Dall’altra parte, abbiamo studiato una laminazione che potesse portare all’obiettivo di ridurre ogni grammo in eccesso».

L’Alanera di Pogacar pesa 30 grammi in meno nella misura 42 c/f (attacco da 12)
L’Alanera di Pogacar pesa 30 grammi in meno nella misura 42 c/f (attacco da 12)

Distribuzione dei pesi

Non si riduce il peso e basta, anche se il corridore in oggetto è leggerissimo e in tempi remoti, quelli in cui si bucavano i reggisella per risparmiare qualche grammo, si sarebbero messe a punto soluzioni anche più estreme.

«Il ragionamento – prosegue Cattaneo – è partito dalla distribuzione dei pesi e dalle parti in cui c’erano margini di miglioramento. Non è stato un percorso rapidissimo. La squadra sarebbe stata contenta di riceverlo prima, ma abbiamo voluto essere certi dell’affidabilità. In pratica il 7 giugno, che era di lunedì, è venuto Archetti a prendere il manubrio. Ha viaggiato. Il martedì lo ha montato sulla bici e Tadej ha cominciato così (e vinto) il Giro di Slovenia».

Orgoglio italiano

Cattaneo lo dice chiaramente e ne va fiero: s’è voluto fare un lavoro di questo tipo anche per dimostrare che il Made in Italy è ancora un valore aggiunto.

«Si sente dire che soltanto certi marchi americani – ammette – siano capaci di interventi del genere, abbiamo tenuto a farlo perché questa spinta del mercato non sia effimera e si traduca in una bella iniezione anche per le aziende italiane. Il fatto di prenderci il tempo per le verifiche era necessario, anche se di solito ci teniamo un 25 per cento sopra gli standard ISO, quindi i 30 grammi che abbiamo risparmiato su Alanera non inficiano minimamente la sicurezza e semmai accrescono il comfort, dato che il manubrio risulta essere leggermente più flessibile».

Nove esemplari

Per vedere in produzione il manubrio Alanera nella versione più… magra ci sarà da aspettare ancora un po’.

«Difficile dire quando – dice  Cattaneo – le attuali richieste di Alanera dal mercato eccedono di due volte la nostra capacità produttiva e non ci permettono a breve di introdurre in produzione la nuova versione. Ovviamente l’investimento e lo sviluppo fatti per il team porteranno benefici anche alla produzione di serie dei prossimi anni. Per ora sono stati realizzati 9 pezzi, tutti per Pogacar. Un manubrio dalle misure abbastanza standard, con attacco da 12 e larghezza da 42, che trattandosi di Deda è come avere un 40 centro/centro. La bici completa è di poco superiore ai 6,8 chili. Nel 2020 il Tour è andato alla grande. Vediamo come andrà a finire quest’anno».

Bitossi

Nonno Bitossi, un ragazzino di 80 anni e quella maglia verde…

27.06.2021
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Lo chiamavano “Cuore matto” e non dipendeva solo dalle bizze che l’apparato cardiaco gli riservava durante alcune gare. Ancora oggi, a 80 anni suonati, Franco Bitossi è più che vispo, con l’entusiasmo che traspare dalla sua voce e una voglia di attività per nulla mitigata dagli anni.

La bici? Quella è rimasta parte della sua vita: «L’avevo ripresa in mano a sessant’anni, quando sono andato in pensione, ma ora mi limito a qualche giro tranquillo con la bici da passeggio».

Bitossi chiuse la sua carriera avanti negli anni, 38 ne contava la carta d’identità quando smise con la bellezza di 171 vittorie all’attivo, tra cui 21 tappe al Giro e 4 al Tour, tre titoli nazionali e due Giri di Lombardia. Aveva vissuto le ultime stagioni di Anquetil, tutta l’epopea di Merckx, i primi successi di Moser e Saronni. Tre epoche diverse, ma lui era sempre lì, corridore capace di qualsiasi impresa. E poi?

Bitossi Lombardia 1967
Bitossi al Giro di Lombardia 1967, vinto davanti a Gimondi e Poulidor. Lo riconquisterà nel 1970
Bitossi Lombardia 1967
Bitossi al Giro di Lombardia 1967, vinto davanti a Gimondi e Poulidor. Lo riconquisterà nel 1970

Una vita da contadino

Appesa la bici al chiodo, Bitossi si è dedicato anima e corpo alla terra, gestendo 12 ettari di appezzamento a Capraia Fiorentina, principalmente olio: «Ma la gestione per come la intendo io, sporcandosi le mani dalla mattina alla sera nei campi», poi con la pensione si è preso il gusto di vincere anche un altro titolo italiano (il sesto, ne aveva due anche nel ciclocross) nella categoria Over 60 nelle bocce.

E il ciclismo? Non lo ha mai perso di vista: «Lo guardo in TV e ne leggo sui giornali e mi accorgo che la fatica è sempre quella, è solo mitigata dai mezzi a disposizione. I corridori hanno pullman, massaggiatori, preparatori, bici di alta gamma, migliori capacità di recupero, ma il ciclismo resta uno sport di fatica e sacrificio».

E’ tempo di Tour e Bitossi in Francia ha impresso il suo nome nella sua storia nel 1968, primo italiano a conquistare la classifica a punti, imitato solo da Alessandro Petacchi nel 2010: «Ora però la classifica a punti è diversa, ha meccanismi che premiano maggiormente i velocisti. Allora vinsi grazie alla costanza, perché ero veloce ma capace anche di emergere in salita. Vinsi due tappe, finii ottavo nella generale, secondo in quella della montagna e mi aggiudicai la combinata che univa le tre graduatorie».

Bitossi Tour 1968
Il Tour del 1968 vide Bitossi protagonista, a lungo in lotta per il podio finale. Ma vinse la classifica a punti
Bitossi Tour 1968
Il Tour del 1968 vide Bitossi protagonista, a lungo in lotta per il podio finale. Ma vinse la classifica a punti

I grandi problemi di cuore

Questa sua poliedricità emergeva spesso nei grandi giri, tanto che la maglia ciclamino di re della classifica a punti del Giro d’Italia fu sua quattro volte: «Io mi trovavo meglio nei grandi Giri proprio per il cuore, perché dopo tre giorni di sforzi si assestava e non mi dava più fastidio. Nelle gare d’un giorno, fino a 28 anni era un calvario, spesso mi toccava fermarmi per gli attacchi di tachicardia».

Al tempo Bitossi veniva spesso affiancato a Franco Fava, grande mezzofondista e maratoneta azzurro anche lui spesso costretto a fermarsi per problemi al cuore: «Ne parlavamo spesso, raggiungevamo i 220 battiti e ci toccava fermarci. E’ un problema simile a quello che hanno avuto Viviani e Ulissi, solo che la medicina rispetto ai nostri tempi è andata avanti. Io non mi sono mai operato, ho imparato a gestirlo, anche se ora con l’età ricomincia a fare i dispetti…».

Eppure Bitossi era uno di quelli che non si fermava mai, assommando ogni anno 80 giorni di gara e più: «E come potevo? Il ciclismo di allora era così, arrivavi alla Sanremo che già avevi almeno 20 giorni di gara nelle gambe, al Giro con 40 e al Tour con 60. Correvamo molto più di adesso, poi c’erano i circuiti, insomma non ci si fermava mai».

Bitossi Basso 2014
Bitossi e Basso a una premiazione nel 2014: l’antica ascia di guerra è stata seppellita da tempo…
Bitossi Basso 2014
Bitossi e Basso a una premiazione nel 2014: l’antica ascia di guerra è stata seppellita da tempo…

Se quella volta Merckx…

C’è una gara che, quando ci ripensa, a Bitossi torna su il magone. Il Mondiale di Gap ’72? No, risposta sbagliata: «E’ il Fiandre del ‘69: sono in una forma stellare e sul Grammont stacco anche Merckx, ma manca tanto al traguardo ed Eddy mi rientra. Dietro c’è un gruppetto e lui ha qualche compagno che può aiutarlo così non mi dà cambi. Ci riprendono e in una curva Merckx ci saluta e se ne va. Finisco 4° con una rabbia dentro… Perché se Eddy collaborava arrivavamo, mi avrebbe magari battuto, ma potevo giocarmela meglio».

E’ pur vero però che quel rettilineo interminabile di Gap, quella beffa di Marino Basso è leggenda: «Sbagliai un po’ io e un po’ gli altri. La realtà è che devi partire sempre pensando che puoi vincere, che le tue carte devi giocartele. Io seguii il francese Guimard sapendo che la situazione tattica mi poteva premiare, perché dietro c’erano due italiani. Poi Merckx era amico di Guimard e non si sarebbe dannato per inseguirlo. Il francese l’avevo staccato, ma gli altri rilanciavano, si avvicinavano. Dancelli e Basso fecero la loro volata e Marino mi superò sul traguardo. Diciamo che io non sono mai stato egoista, altri sì…».

Piccoli frammenti di storia dai quali emergono tra le righe importanti insegnamenti, che un uomo di 80 anni può ancora tramandare: «Il problema del ciclismo di oggi è che i ragazzi a 18 anni si sentono già arrivati, sono dilettanti che vivono come professionisti, che perdono via via quella voglia di soffrire per emergere, poi arrivano le delusioni e pian piano si spengono. In Colombia, in Slovenia, sanno che devono dare l’anima per emergere, sempre, perché potranno risolvere la loro vita ma solo se si metteranno in gioco al 100%. La differenza è tutta qui».

Van der Poel si brucia alla fiamma del Tour, ma oggi ci riprova

27.06.2021
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Ha poggiato la mano sulla spalla di Alaphilippe, poi è franato sul manubrio. Mathieu Van der Poel non ci gira intorno, per cui le sue prime parole sono state nette: «Non avevo gambe, la storia è semplice».

Un’eredità scomoda

Sembrava tutto perfetto. La Fosse aux Loups era un insolito Qwaremont da assalire per arrivare a giocarsi il Fiandre. Invece la magia non si è ripetuta e la favola della vittoria e della maglia gialla da dedicare a suo nonno Raymond Poulidor, per la quale l’Uci aveva consentito il cambio di maglia, si è infranta su quell’ultima salita. Come se la maledizione del nonno si fosse abbattuta anche sule spalle del nipote. C’è poesia anche in questo. Poesia e le necessarie analisi, perché non accada di nuovo.

Il primo Tour è una centrifuga, con pressioni e trappole che non si vedono. Come nella prima Roubaix, come in ogni posto in cui i segreti sono più delle evidenze. Però una certezza c’è: Mathieu impara molto in fretta e ieri sera avrà già capito il suo errore.

Giro di Svizzera al top, non c’è partita fra Vdp e Alaphilippe
Giro di Svizzera al top, non c’è partita fra Vdp e Alaphilippe

Posizione sbagliata

Che cosa ha sbagliato Van der Poel? Basta riguardare il film della corsa e incrociarlo con le sue parole dopo l’arrivo. Il segreto del finale di tappa lo aveva raccontato ieri Hirschi, anche se pure allo svizzero è andata piuttosto male. Si arrivava all’attacco della salita della Fosse aux Loups dopo una discesa piuttosto veloce da una località di nome Le Stum. Da quel punto e fino alle prime rampe del finale, serviva avere accanto dei compagni in grado di tenerti davanti e poi di lanciarti. Una strategia che Alaphilippe ha attuato alla perfezione. Tanto che in fondo alla discesa, il francese era già in terza ruota con Asgreen e Devenyns pronti a fare la loro parte. Van der Poel invece era intorno alla 30ª posizione.

Alla partenza della prima tappa, tutti gli occhi su Mathieu
Ma la squadra dov’era? La Alpecin non ha retto il confronto con la Decuninck-Quick Step

Recupero prodigioso

Il ragazzo è un portento, non c’è molto altro da dire. Scorrendo le immagini si vede infatti che in una ventina di secondi riesce a risalire in quinta posizione, ma non osiamo immaginare a prezzo di quali energie. Da quel momento e fino all’arrivo, la corsa diventa una prova di apnea e se il cuore pompa già al doppio dei battiti, non sono i circa 30 secondi di recupero che Van der Poel riesce a concedersi a dargli il tempo di recuperare.

«Alaphilippe ha attaccato nella parte più ripida – racconta – il punto perfetto per lui, esattamente dove me lo aspettavo. Il piano era di seguirlo, ma le mie gambe erano sparite. Sono scoppiato, impossibile seguire Julian».

Ma la squadra dov’era? La Alpecin non ha retto il confronto con la Decuninck-Quick Step
Ma la squadra dov’era? La Alpecin non ha retto il confronto con la Decuninck-Quick Step

Doppio fuorigiri

Il ragazzo è un portento, lo ribadiamo. E piuttosto che arrendersi, decide di scoppiare un’altra volta. Se sei abituato alle strappate del cross, cosa vuoi che sia un altro fuorigiri nel giro di così poco tempo? Succede infatti che alle spalle di Alaphilippe si muovano le due star del Tour, Pogacar e Roglic, evidentemente intenzionati a lottare anche per le briciole. E Van der Poel ci riprova, ma ancora una volta le gambe e il cuore, soprattutto il grande cuore che nei giorni scorsi si era caricato di sentimenti e di pressioni invisibili e infide, gli dice basta.

«Ha pensato tanto a suo nonno – dice il suo addetto stampa – non so quanto sia stato pesante. Ha detto che oggi cercherà di farlo il meno possibile. Se ieri è stata una giornata condizionata dai nervi, allora oggi proviamo a essere più leggeri. Se sono state le gambe, allora per Mathieu il favorito sarà nuovamente Alaphilippe. Le tappe si somigliano molto».

Si apre con Alaphilippe e il suo ciuccio sulla riga. Ma certi tifosi…

26.06.2021
6 min
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La scena più emblematica di questa prima tappa del Tour 2021, più ancora delle due cadute e del fare l’appello dei feriti e di quelli che hanno già dovuto alzare bandiera bianca, si vede poco dopo l’arrivo. Alaphilippe si è già fermato e ha abbracciato i primi compagni, quando dalle sue spalle arriva Van der Poel. L’olandese avrebbe dedicato la tappa e la maglia gialla a suo nonno Raymond Poulidor, ma nulla ha potuto quando il campione del mondo ha preso il largo. Così Mathieu si ferma due metri dopo Alaphilippe e piegato sul manubrio ripassa la grandezza dell’avversario. Mentre il francese, che aveva a sua volta in animo la dedica per suo figlio appena nato e per questo è passato sulla riga con il pollice come un ciuccio per bambini, si gode il successo e la maglia gialla.

Fermi a due metri di distanza: Alaphilippe in paradiso, Van der Poel nel rammarico
Fermi a due metri di distanza: Alaphilippe in paradiso, Van der Poel nel rammarico

«Questa è una vittoria così speciale – dice Alaphilippe, con la gamba destra sporca di sangue e grasso – che non riesco a trovare le parole per dire come mi sento. Prima di tutto, voglio dire un grande grazie a tutti i miei compagni per essersi presi cura di me oggi e per aver mostrato uno straordinario spirito di squadra. Sono stato coinvolto in quella prima grande caduta, ma con il loro aiuto sono tornato in gruppo. Hanno creduto in me, hanno lavorato sodo tutto il giorno e sono felice di poterli ripagare»

Tifosi allo sbando

Era atteso e ha risposto presente. Alaphilippe ha vinto la prima tappa del Tour a Landerneau, battendo Matthews e Roglic. Lo ha fatto a modo suo, con quella creatività di cui aveva parlato il manager del team Patrick Lefevere e chiudendo con l’atteso gesto del ciuccio sulla riga. Ha attaccato a 2,2 chilometri dall’arrivo sulla salita di Fosse aux Loups (3 chilometri al 5,7 per cento), ultimo scoglio della tappa lunga 197,8 chilometri.

La Bretagna e le sue pietre hanno accolto il Tour alla grande
La Bretagna e le sue pietre hanno accolto il Tour alla grande

In una cornice finalmente di grande pubblico, quello di cui non si sentiva la mancanza era l’irresponsabilità dei tifosi, invece il Tour è partito nel segno della caduta provocata da un irresponsabile munito di cartello che, per ottenere un’inquadratura memorabile, ha falcidiato tutto il gruppo. Che adesso venga identificato e risponda penalmente e civilmente dei danni arrecati!

Froome malconcio

Gruppo nervoso e numeroso, strade strette. La prima caduta si è verificata in cima alla collina di Saint-Rivoal. Tony Martin ha urtato troppo a lato della carreggiata il cartello del suddetto spettatore, trascinando nella sua caduta gran parte del plotone. Diversi corridori sono finiti a terra. Fra loro il campione italiano Sonny Colbrelli e quello belga Wout Van Aert, che ha dovuto inseguire a lungo prima di rientrare. Il più malconcio, Jasha Sutterlin, è stato il primo a doversi fermare: il primo ritirato del Tour.

E mentre sembrava tutto lanciato verso il gran finale, con Ide Schelling ripreso a 28 chilometri dal traguardo, ai meno otto si è verificata un’altra caduta molto impressionante soprattutto perché si è verificata a velocità particolarmente elevata. Fra coloro che hanno subito l’urto più violento, sicuramente Chris Froome e Marc Hirschi, rivelazione del Tour 2020, che come raccontava stamattina puntava alla tappa e alla maglia gialla.

Il bollettino del Team Uae Emirates parla per Hirschi di una lesione del legamento della spalla, che è uscita, e si valuterà domattina se farlo ripartire.

Si decide in salita

Passato lo shock della caduta, la salita di Fosse aux Loups ha fatto ciò che ci si aspettava. E mentre tutti invocavano l’attacco Van der Poel e Van Aert, Julian Alaphilippe ha fatto vedere che al Giro di Svizzera non aveva ancora la gamba che voleva. Il campione del mondo ha attaccato sulle pendenze maggiori, lasciando sul posto gli avversari. Pogacar e Roglic hanno provato a inseguirlo, ma il francese, che ha percorso gli ultimi 500 metri della salita a 42,6 km/h, ha potuto assaporare la vittoria sulla linea. E ha preso la maglia gialla.

Cattaneo ha lavorato sodo e sul traguardo la vittoria è anche sua
Cattaneo ha lavorato sodo e sul traguardo la vittoria è anche sua

«Oggi il piano – dice dopo aver mimato sulla linea il gesto del ciuccio – era di rendere la gara difficile per gli uomini veloci, quindi ho chiesto ai ragazzi di andare a tutto gas fin dall’inizio. Poi, nel finale, Devenyns ha finito il suo sforzo e io sono decollato. Appena ho notato un piccolo vantaggio, ho continuato a tirare. Ho saputo di aver centrato la centesima vittoria di tappa in un grande Giro nella storia di questa squadra e tutto quello che posso dire è che sono orgoglioso di farne parte».

Ci salva Nibali

Nibali è stato come spesso gli accade il primo degli italiani. Avendo deciso di mettersi alla prova proprio nelle frazioni di apertura, il siciliano è passato indenne attraverso le tensioni del gruppo.

E così Alaphilippe ritrova la maglia gialla, indossata brevemente lo scorso anno e più a lungo nel 2019. Quel ciuccio era la dedica a suo figlio Nino
E così Alaphilippe ritrova la maglia gialla. Ha dedicato il successo al figlio Nino, mimando il ciuccio

Fra i corridori di classifica che hanno pagato il conto più saltao, Michael Woods è passato sul traguardo con 8’49” di ritardo mentre Froome alla fine è passato con 14’37”.

Miguel Angel Lopez è caduto la prima volta, poi è rientrato ed è caduto ancora, chiudendo a 1’49” con Martin e Kruijswijk. Valverde ha subito 5’33” mentre il compagno Marc Soler è scivolato addirittura a 24’38”. E’ andata meglio a Carapaz, che è finito nel secondo gruppetto ad appena 30″ da Alaphilippe. Il Tour è davvero cominciato con un Alaphilippe selvaggio e insieme tenero, mentre tagliava il traguardo con quel ciuccio. Peccato soltanto che per l’irresponsabilità di un imbecille, per altri la corsa sia già finita.

Hirschi aiuterà Pogacar, ma oggi vuole tappa e maglia

26.06.2021
4 min
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Il vecchio adagio, che non è mai stato tanto attuale come quest’anno, dice che vincere è difficile, ma farlo di nuovo lo è di più. C’era grande attesa per le prestazioni di alcuni supergiovani venuti alla luce lo scorso anno e fra questi Marc Hirschi era il più atteso. Dopo il 2020 della Freccia Vallone, la Liegi sfumata per la scorrettezza di Alaphilippe e la tappa al Tour sul traguardo di Sarran. Lo svizzero annuisce di fronte all’osservazione, mentre per onestà intellettuale omettiamo di far notare le voci poco lusinghiere che sul suo conto sono uscite dalla squadra, ex Sunweb e attuale Team Dsm, che lo ha lasciato andare di buon grado al Uae Team Emirates.

Lo scorso anno volava, sul Muro d’Huy piegò tutti
Lo scorso anno volava, sul Muro d’Huy piegò tutti

L’idea di San Millan

Quando ad aprile parlammo di lui con Inigo San Millan, che ne segue la preparazione, le sue parole furono chiare.

«Ci ha detto di volere la sua libertà e non abbiamo problemi a lasciargliela – disse – ma deve esserci continuo scambio di informazioni. Ha tanto talento e col tempo può diventare un corridore da corse a tappe. Lavoreremo per questo. La fase attuale prevede di valutarlo in quelle di una settimana. Al Giro dei Paesi Baschi è stato 12° nella crono ed è interessante. Sappiamo che va bene sugli strappi, bisognerà vedere le salite lunghe, ma non c’è fretta di scoprirlo. Ha solo 22 anni. Durante il lockdown del 2020 si è allenato tanto. Approfittando del fatto che in Svizzera si potesse uscire, ha fatto una base incredibile. Le sue prestazioni dello scorso anno si spiegano così».

Cambio di prospettiva

Ora che si parte alla pari, insomma, il gioco potrebbe essere meno divertente. E allora la cosa migliore da fare è forse fare un passo indietro e, considerando il 2020 come un anno poco credibile, cominciamo a valutare i suoi piazzamenti fra i cinque come ottimi segnali per un ragazzo di 21 anni che deve ancora scoprire la sua dimensione.

«Rivincere – annuisce – è molto più difficile, ma non l’ho scoperto quest’anno, credo di averlo sempre saputo. In più, l’anno scorso quasi nessuno sapeva chi fossi, mentre ora mi guardano e sono in una squadra in cui siamo controllati a vista. Poi mettiamoci che ho cambiato allenatore e preparazione… Insomma, sto bene, ma non ho mai pensato di poter riprendere dal punto esatto in cui avevo lasciato».

Il passaggio al Uae Team Emirates non è stato primo di sorprese
Il passaggio al Uae Team Emirates non è stato primo di sorprese

Prima tappa all’attacco

Il Tour che parte oggi per lui sarà insomma un’appendice di prova e insieme vedrà il suo coinvolgimento nella causa di Tadej Pogacar, un altro giovane di superiori qualità e concretezza, con cui fra gli juniores si contendeva i risultati più prestigiosi.

«Continuo a pensare di essere un atleta da classiche – dice – ma aiutare Tadej a difendere il suo titolo mi stimola molto. Dalla mia parte vedo le prime due tappe. Siamo andati a vederle e soprattutto quella di oggi l’abbiamo studiata tre giorni fa in allenamento. Sarà importate stare davanti quando si entra in città, nella discesa. Serviranno dei compagni davanti, perché poi quando inizia la salita finale, la strada di stringe ed è ripida. E’ un arrivo pericoloso anche in termini di cronometro. Un leader che rimanesse indietro potrebbe già perdere qualche secondo».

Nella crono del Romandia è arrivato piuttosto indietro, non è specialità che ami molto
Nella crono del Romandia è arrivato piuttosto indietro, non è specialità che ami molto

Obiettivi condivisi

Poi, finite le tappe per cacciatori, sarà la volta di Pogacar, un po’ vecchio rivale e un po’ nuovo amico.

«E’ bello essere qui – sorride – differente dallo scorso anno perché quest’anno abbiamo come obiettivo la classifica, in una squadra che può vincere il Tour. Non è una cosa da poco. E per me essere qui per aiutare allontana la pressione. Con Tadej ci conoscevamo come si conoscono due rivali, spesso sorridevamo, ma ci guardavamo di traverso. Siamo giovani, riusciamo a capire molto bene quello che ci passa per la testa e le fasi che viviamo. Credo che essere compagni sia un bel vantaggio per entrambi. Mi sento pronto per dargli una mano e per cercare i miei spazi. Cos’altro dire, cominciamo e vediamo come va a finire».

Un’estate senza Tour per Niccolò Bonifazio

26.06.2021
4 min
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La valigia era pressoché pronta. In pratica, mancava soltanto la nuova maglia del Team Total Drect Energie per completare i bagagli e volare in Bretagna. Dopo due Tour de France consecutivi, invece, Niccolò Bonifazio non sarà alla partenza della Grande Boucle che scatta oggi. Una doccia fredda che ha lasciato svuotato il ventisettenne ligure di Diano Marina, già pronto però a riscattarsi sin dalle prime occasioni che si troverà davanti.

Che effetto fa vedere spegnersi il sogno così in extremis?

Brucia, perché ci arrivavo con uno stato di forma perfetto. Ho fatto il campionato italiano senza particolari ambizioni perché il percorso era troppo duro per me e così avevo già la testa al Tour, impaziente di partire.

Niccolò con suo fratello Leonardo ai campionati italiani di Imola
Niccolò con suo fratello Leonardo ai campionati italiani di Imola
La squadra che cosa ti ha detto riguardo all’esclusione?

Hanno fatto delle scelte tecniche, decidendo di puntare sulle fughe e sulle tappe in salita. Quest’anno non c’era proprio spazio per gli uomini veloci. 

Hai pensato a come riorganizzare la stagione?

Non è stato detto, ma all’inizio dell’anno ho avuto il Covid e questo ha creato parecchi problemi nella preparazione, perché a gennaio sono rimasto fermo a casa. Ho corso poco e non è stato un bell’inizio di stagione, però nei test successivi avevo i miei numeri migliori degli ultimi anni, a dispetto della malattia. 

E’ stato difficile ritrovare la forma?

Sono un esperto nelle preparazioni invernali, avendo sempre vissuto in una zona dove c’è sempre bello e non manca mai la possibilità di allenarsi. Volevo partire forte anche quest’anno, già da novembre mi ero mentalizzato per arrivare al top a marzo.

Vincitore di una tappa alla Parigi-Nizza 2020, il contratto di Niccolò con il team scade nel 2022
Vincitore di una tappa alla Parigi-Nizza 2020, il suo contratto scade nel 2022
Anche perché la Milano-Sanremo è la tua corsa di casa, basta passare sul Poggio per accorgesene, trovando tante scritte per te…

Sono nato a 10 chilometri dalla Cipressa, per cui per me Cipressa e Poggio sono la routine negli allenamenti e anche ora che vivo a Montecarlo continuo a farle come salite appena posso. Purtroppo, a causa di questo “buco” di allenamenti di 20 giorni, mi è mancato qualcosa a livello fisico e all’ultimo chilometro del Poggio mi sono staccato. Con il senno di poi, non si sa, perché la preparazione è stata giusta, ma mi sono mancati quei due minuti di resistenza in cima al Poggio per arrivare giù coi migliori quest’anno. 

Senza Tour, come cambia la tua estate?

Viene a mancare l’obiettivo a cui tenevo di più, ma mi riscatterò con le corse di fine stagione. Agosto, settembre e ottobre mi farò trovare super pronto e spero di fare davvero bene. Penso e spero che correremo tanto in Italia, per cui spero che mi vediate là davanti. Non mi sono sorpreso della sua vittoria, ha trionfato praticamente senza appello.

Esclusione a parte, come va con la compagine francese?

Mi trovo bene, a parte questo inizio di stagione che non ha girato per il verso giusto, e con loro ho il contratto che mi lega ancora per un altro anno, vediamo come andrà. 

Lo scorso anno, Niccolò ha concluso il Tour con il 14° posto a Parigi
Lo scorso anno, Niccolò ha concluso il Tour con il 14° posto a Parigi
Parlando d’Italia, ti aspettavi il morso del cobra al campionato tricolore?

Sonny (Colbrelli, ndr) andava già forte al Delfinato e con una condizione così su quel percorso, un corridore come lui non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione. Ha stravinto e con quella forma lì al Tour si leverà parecchie soddisfazioni.

Il tuo sogno per il futuro?

Sto pensando di lasciare un po’ perdere l’obiettivo Sanremo, ma ogni anno ci ricapito in mezzo. Quest’anno ho evitato le salite, ho lavorato tantissimo sull’esplosività e sulla forza perché avevo pensato alle volate di gruppo del Tour. Sono sempre stato fissato sul peso per passare le salite perché un chilo o due in più sono determinanti a un certo livello e fanno sì che ti stacchi. Per questa stagione, ho deciso di rimanere un po’ più pesante e ho avuto i miei frutti perché ho fatto tutti i miei record in volata, compreso quello sul minuto. Dispiace, perché mi sentivo davvero pronto per lasciare il segno in Francia. 

Che lavori hai fatto?

Tante volate, innumerevoli ripetute da seduto sulla sella o in piedi. Mi sono concentrato su questi sprint da un minuto “alla morte” per essere ancora più forte. Nel nostro gruppo di allenamento siamo in tre o quattro e c’è sempre mio fratello Leonardo. Averlo di fianco mi motiva a dare il 120 per cento, è sempre molto bello.

Guarnieri al Tour con un disegno nella valigia

25.06.2021
5 min
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Questa volta Jacopo Guarnieri è partito da casa col magone. Sua figlia Adelaide ha ormai quattro anni e così il giorno della partenza l’ha passato tutto con lei. L’ha portata a fare un giro in bici, sono stati insieme fino alle 15, poi ha chiuso la valigia ed è partito per la Francia. «Stavolta – ammette – gli occhi lucidi li avevo io. Tre settimane sono tante. Mi ha fatto un disegno da mettere in valigia e io le ho detto che mi mancherà molto. E lei allora mi ha risposto di fare ciao al disegno, perché rappresenta lei. Per fortuna ci sono le videochiamate, credo che prima fosse molto più dura. Ma anche il pensiero di mia figlia diventa uno stimolo per la corsa».

Al Giro del 2020, vero mattatore nel tirare le volate a Demare: 4 vittorie
Al Giro del 2020, vero mattatore nel tirare le volate a Demare: 4 vittorie

Il gigante Jacopo, ultimo uomo di Demare e regista del treno della Groupama-Fdj, arriva al Tour dal caldo torrido dei tricolori di Imola e in Bretagna ha trovato invece il freddo del Nord. Quando hai voglia di farti due chiacchiere non banali, il milanese è uno degli interlocutori più giusti. E al via del Tour, che più che una corsa è una vera e propria odissea di uomini contro le montagne e le pianure, trovare delle chiavi di lettura non banali è quel che ci vuole.

Cosa ti pare di questo Tour?

Sulla carta, dal punto di vista dello sprinter, mi sembra meno impegnativo del solito. Voglio dire, è duro, però non ci sono delle tappe disperanti. Piuttosto vedo giornate pericolose, per il vento e i percorsi. E quelle, dal punto di vista del velocista, sono un bel casino.

La squadra è divisa in parti uguali fra Gaudu e Demare?

Non in modo matematico, perché si collaborerà, però sì. L’idea di Gaudu è di prendere spazio, in fondo sta andando bene. Pinot al Tour non sarebbe venuto comunque perché doveva fare il Giro, vediamo adesso cosa viene fuori. Credo che un posto nei 10 sia alla sua portata, anche se è giovane. Pur sapendo che di questi tempi dire a uno che è giovane non è più indicarne un limite (ride, il riferimento è ai supergiovani che imperversano dal 2020, ndr).

Caleb Ewan sarà di certo tra i velocisti più pericolosi per Demare
Caleb Ewan sarà di certo tra i velocisti più pericolosi per Demare
E tu che ormai sei diversamente giovane che ruolo hai?

Ho un buon peso. In squadra comincio ad essere il secondo più vecchio come esperienza e per quello che è il mio ruolo, va bene così. Mi prendo volentieri la responsabilità.

Squadra francese, ma non più squadre di francesi…

Ci stiamo aprendo, come anche la Ag2R e la Cofidis. E’ un’evoluzione naturale, se vuoi tenere il passo. Se punti su una sola nazionalità, non ci riesci. Siamo al Tour in una squadra francese, ma siamo quattro stranieri.

Che cosa significa però essere al Tour in una squadra francese?

Non ci sono grandi differenze, se non per i tanti media attorno. C’è più attenzione, ce ne rendiamo conto. I francesi sentono la corsa come io sentirei il Giro. E’ la fregola del corridore di casa. E un po’ ce l’ho anche io, perché ho la responsabilità di aiutare Demare. Siamo velocisti, corriamo per vincere. Siamo tutto l’anno fra il 90 e il 95 per cento, per cui adesso la sensazione è quella dell’adrenalina che sale.

Anche questo è palpabile alla vigilia?

Sappiamo che ci saranno le volate, le studiamo. Il cuore aumenta i battiti. Abbiamo riguardato i video del 2020 per ripassare volate rivali. Si richiama tutto quello che si vuole fare, sapendo che fino a lunedì noi non ci saremo.

Dopo aver vinto il tricolore, Colbrelli ha un disegno ben chiaro: vincere domani e prendere la maglia gialla
Dopo il tricolore, Colbrelli ha un disegno ben chiaro: vincere domani e prendere la maglia gialla
Non c’è Bennett, dominatore dello scorso anno, cosa cambia?

Ci sono 4-5 protagonisti delle volate. L’anno scorso nessuno si aspettava in Sunweb, ma ci saranno ancora. La Trek con Pedersen, Teuns e Stuyven farà le sue belle tappe. Poi la Lotto con Caleb Ewan. E poi ci siamo noi.

E Cavendish?

Giusto, anche Mark. Ha ancora gambe, ma certo l’hanno portato perché non avevano alternative. E’ veloce, ha già vinto. Non so però come passerà le montagne, anche se nessuno di noi è brillante in salita. I campioni come lui si esaltano nei grandi appuntamenti. Cavendish ci sarà.

Colbrelli fa paura?

Di sicuro si butterà dentro, ma non è più il velocista cattivo dei primi tempi, ha cambiato caratteristiche. Per lui ci saranno tappe più dure e complicate, come la prima domani. Sono suo amico, domani farò il tifo per lui. Può vincere e prendersi la maglia gialla.

Cavendish aspettava dal 2018 di tornare al Tour de France: avrà motivazioni pazzesche
Cavendish aspettava dal 2018 di tornare al Tour de France: avrà motivazioni pazzesche
Immagini di controllare la corsa da subito?

Impossibile, avete presente lo stress delle prime tappe? Ci saranno tutti i treni a sgomitare, sarà difficile organizzarsi. La normalità inizierà nella seconda settimana. E a quel punto lotteremo per le tappe e vedremo come muoverci per la maglia verde, che in effetti quest’anno strizza l’occhio ai velocisti.

E tu come stai?

Sto bene. Ho cercato di abituare il mio corpo al caldo. Però mi rendo conto che sono di quelli che si lamentano in allenamento, poi quando attacco il numero do sempre un 10 per cento in più

Stai diventando vecchio, la spiegazione è una sola…

Può darsi, ma finché le cose vanno così, ci posso stare. Ho buoni valori, adoro le corse a tappe. Adoro le sensazioni della seconda e della terza settimana. Mi piacciono le volate del Tour. Domani finalmente si comincia, ma quel disegno sono certo che lo guarderò spesso…

La saggezza (e l’astuzia) di Majka al servizio di Pogacar

25.06.2021
4 min
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Rafal Majka è tornato nei panni del gregario di lusso, dopo aver corso per sé a fasi alterne con la Bora-Hansgrohe. La notizia della firma con il Uae Team Emirates venne fuori lo scorso anno durante i giorni del Giro, ma s’era già in ottobre. Gianetti cercava un uomo di sostanza per correre in appoggio di Pogacar e, seppure lontane di quattro anni, le sue prestazioni al fianco di Alberto Contador non erano state dimenticate. E così il polacco, che ha sempre saputo fare bene i suoi conti, ha riposto le velleità personali accettando l’offerta dello squadrone arabo.

Al Tour del 2015, Majka al fianco di Contador: i due hanno corso insieme per 5 anni
Al Tour del 2015, Majka al fianco di Contador: i due hanno corso insieme per 5 anni

Polacco d’Italia

Majka si sa è pure mezzo italiano, per aver corso da under 23 al Gragnano, poi alla Petroli Firenze e alla fine, prima di passare professionista nel 2011 con la Saxo Bank, anche alla Trevigiani. La sua fortuna fu di approdare nella squadra del miglior Alberto Contador, per cui i suoi primi passi nel professionismo furono all’ombra di uno dei più grandi. Aiutò. Studiò da leader. Vinse le sue corse. E quando la squadra, nel frattempo diventata Tinkoff, chiuse i battenti, si accasò con Sagan alla Bora.

«Se penso ora a Contador – riflette – e poi guardo Pogacar, vedo due corridori forti soprattutto nella testa e nella loro convinzione. Tadej non è mai stressato, lo trovo incredibile. Alberto al confronto era più concentrato, ma era già più avanti nella carriera. Questa calma è un grande vantaggio, per entrambi. Me ne sono reso conto quando è toccato a me essere leader e vi giuro che non ero neanche lontanamente calmo come loro».

La collaborazione fra Majka e Pogacar ha già dato ottimi frutti già al Uae Tour
La collaborazione fra Majka e Pogacar ha già dato ottimi frutti al Uae Tour

Addio stress

Con il Tour che parte domani, il suo sorriso la dice lunga sulle differenze fra l’avviarsi a una Boucle da leader e farlo da gregario, sia pure di lusso. E tutto sommato, essendo ormai arrivato a 31 anni ed essendosi giocato le sue carte al massimo, essere nuovamente l’ultimo uomo di uno dei più forti è un ripiego molto più che onorevole.

«Ho molto meno stress – ammette – non sono nervoso come prima, al momento prevale soprattutto l’eccitazione per la sfida. Sarà diverso, senza avere tutta la responsabilità e dover prestare attenzione a ogni dettaglio come se fosse vitale. Certo non dico di essere venuto a fare una gita. Quando dovremo tenere Tadej davanti, sarà comunque difficile, però sul piano personale cambia molto».

Al Tour, Majka avrà accanto anche Formolo: Pogacar ha buone spalle
Al Tour, Majka avrà accanto anche Formolo: Pogacar ha buone spalle

Inizio e fine

Un colpo al cerchio e uno alla botte, ti aspetteresti che anche il gregario più forte sia concentrato come un ninja alla vigilia dello scontro, ma forse ha ragiona Rafal a prenderla con filosofia, avendo capito da tempo che rodersi di attese e domande non porta lontano.

«Lo scopo infatti – spiega – è cercare di salvare energie fisiche e mentali, anche se riuscire a risparmiarsi al Tour de France è abbastanza impossibile. Ho guardato il percorso. La prima settimana sarà da mal di testa, fra vento, strade strette, rischio di cadute. Da domani vivremo sette giorni di grande stress e sarà davvero la parte più difficile di questo Tour. La seconda settimana sarà tutto sommato normale, mentre la terza sarà decisiva. Molto dura. Ci saranno grandi montagne, salite da un’ora e se sarò stato bravo, ci arriverò ancora con buone gambe. Capito perché è necessario stare calmi adesso?».