VIDEO/In De Rosa, per scoprire la bici di Viviani

11.12.2020
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Un caffè nella sede dell'azienda milanese con il signor Ugo De Rosa e i figli Cristiano e Danilo. Giusto al mattino erano partite le ultime bici per la Cofidis. E bici.PRO si è fatto spiegare perché la bicicletta di Elia Viviani in realtà non è uguale alle altre.

Tutte le mattine alle 7,45 Cristiano De Rosa apre i cancelli dell’azienda e aspetta l’arrivo degli operai. Cusano Milanino è sospesa tra un filo di paura e la necessità di lavorare. Il signor Ugo, fondatore nel 1953 della Cicli De Rosa, si affaccia quando capita e sempre avendo cura di proteggersi al meglio. Sua moglie Mariuccia invece esce come se nulla fosse, va in ufficio e si fa carico come sempre delle fatture.

Stamattina sono partiti gli ultimi furgoni della Cofidis, con le bici per i dieci nuovi arrivati. E la curiosità di questa immersione in azienda è proprio capire in che modo l’esperienza di un team si traduca in vantaggi tecnologici per chi le bici le produce. Partiamo da qui, ma il discorso prenderà le direzioni più disparate.

«Oggi i rapporti con le squadre – dice Cristiano – sono diversi da una volta. Ci sono i direttori sportivi e i capi meccanici. Alcuni lasciamoli stare, per fortuna ci sono quelli che studiano le caratteristiche dei prodotti e si documentano. E poi ci sono i corridori come Elia Viviani, cui potrei chiedere tranquillamente consulenze sui materiali, certo che me le darebbe. Lavoriamo quotidianamente per corridori come lui, per cercare l’evoluzione e la performance del carbonio ad alto modulo e delle resine. La bici di un professionista, che poi è la bici che va in produzione, deve essere sicura, guidabile e leggera. Una volta non era così».

De Rosa, 2020
Cristiano De Rosa, nel suo ufficio al primo piano di via Bellini
De Rosa, 2020
Cristiano De Rosa nell’ufficio al primo piano
Perché, com’era una volta?

C’è stata una fase storica da cui tutti noi siamo nati in cui, grazie all’immensa sapienza di alcuni artigiani fra cui mio papà, si puntava unicamente alla leggerezza. Oggi abbiamo parametri che ci consentono di valutare la flessione e la deformazione di ogni parte del telaio. Un po’ come le Superbike, che sono le stesse moto di produzione. Noi qui produciamo soltanto biciclette del servizio corse, con un approccio diverso rispetto ad allora. Le bici di oggi vanno forte e non è un caso che i terreni in cui si decidono tante corse siano la discesa e le crono, cioè le fasi in cui le bici sono spinte al limite.

Un atleta come Viviani entra anche nel discorso delle geometrie della sua bici?

Il discorso non è legato tanto ad angoli e misure, quanto piuttosto al bilanciamento del telaio e al fatto che non disperda potenza. Elia fa 1.500 watt, ha bisogno che la sua bici vada dritta anche quando lui dà il massimo. Ci sono software che permettono di capire come rinforzare le scatole del movimento centrale. Una volta mio padre per la bici di un velocista metteva un tubo più grande. Noi oggi ragioniamo sull’aumento della quantità di carbonio e di conseguenza della resina, che fa aumentare il peso.

Rigidità contro leggerezza?

Per uno come Viviani serve qualcosa di più nella scatola. Quindi qualche pezza in più di carbonio ad alto modulo e resina leggera. Abbiamo uno stampo solo per lui, anche se una bici così me la sono fatta anch’io. Certe cose sarebbe quasi meglio non dirle in squadra, per evitare che si creino gelosie. Abbiamo scoperto grazie a Pininfarina che differenza ci sia fra una bici bella e una bici performante.

Qual è?

Ci sono dei software ideati per altri contesti che permettono di valutare in modo completo l’efficienza di una bici. Veniamo da abitudini sanissime, dettate dall’esperienza, ma quando si punta sulla performance serve conoscenza. Fra la prima SK e la seconda, io preferivo la prima, perché mi piaceva di più la sezione del tubo orizzontale. Eppure, dati alla mano, ci hanno dimostrato che per prestazioni vince la seconda. E a quel punto non c’è stato più nulla di cui parlare.

Hai detto: veniamo da abitudini dettate dall’esperienza…

Per fare le bici oggi devi avere un background da… metallaro. L’acciaio, l’alluminio e il titanio. Costruire telai con i tubi e con i vari materiali ci ha permesso di capire tante cose, arrendendoci davanti al fatto che soltanto il carbonio ha permesso di cambiare il disegno dei tubi.

De Rosa Sk, Elia Viviani, Cofidis 2021
Sul lato destro, il ricordo del campionato europeo
De Rosa Sk, Elia Viviani, Cofidis 2021
A destra, il ricordo del titolo europeo
De Rosa Sk, Elia Viviani, Cofidis 2021
Sul fianco sinistro il richiamo alla vittoria del tricolore
De Rosa Sk, Elia Viviani, Cofidis 2021
A sinistra il ricordo del tricolore
Il peso ha smesso di essere l’unica bussola in De Rosa?

Il peso va ragionato e dipende da come viene ripartito. Possiamo fare un telaio da 300 grammi e arrivare a 6,8 chili soltanto con i componenti. Oppure un telaio da 3 chili e arrivare al peso con tutto il resto. Abbiamo la fortuna di lavorare con aziende molto preparate. In Campagnolo sono maniacali per l’affidabilità di ogni parte che producono, per cui sappiamo che quello è il peso necessario perché il componente non si rompa. Detto questo, non è scritto da nessuna parte che 6,8 sia il peso giusto. Una bici può andare bene anche a 7-7,1 chili, ma trovi corridori e manager fissati che per prima cosa la sollevano. Preferirei atleti consapevoli dei vantaggi che una bici può dargli. Non è nemmeno bello avere la bici leggera e doverci mettere dentro i pesi. Di sicuro la bici di Pozzovivo non dovrebbe pesare come la bici di Ganna, giusto per fare due nomi a caso.

Quante bici date alla Cofidis?

Lo scorso anno 212. E se si pensa che i produttori di componenti faticano a consegnare e che le bici di scorta non le hanno mai toccate, per alcuni il 2021 comincerà con le bici intatte del 2020. Di fatto la prossima stagione durerà 15 mesi. Questi ultimi tre del 2020 e i 12 del 2021. Piuttosto, avete visto che bella annata è venuta fuori? Okay che il lockdown ha stravolto la preparazione degli atleti più esperti, ma Tour, Giro e Vuelta sono stati spettacolari come non succedeva da un po’. Belli tutti questi giovani. C’è chi dice che potrebbero durare di meno, ma è così importante che arrivino a 40 anni?

Si è anticipato un po’ tutto. Basta che non si scateni la caccia ai ragazzini, che per arrivare prima al top, magari smettono di studiare…

Sono d’accordo. Le squadre satelliti dei team WorldTour dovrebbero investire sulla formazione dei giovani. Perché se non studiano, non sono neanche in grado di svolgere la loro funzione di personaggi pubblici e testimonial. Lo fanno in altri sport, dovremmo farlo anche noi.

Avete vantaggi dalla presenza nel WorldTour?

Non esiste uno strumento che possa dirlo esattamente. Era stato fatto uno studio secondo cui soltanto due o tre squadre garantivano un ritorno. Noi siamo contenti di Cofidis e della collaborazione con un tecnico come Damiani. Abbiamo aumentato le vendite in Francia, ma anche in Indonesia. Questo per dire che in alcuni mercati il messaggio del professionismo non arriva e neppure serve. In Giappone, ad esempio, in cui vendiamo da 50 anni, conta il modo in cui ti sei comportato. Dovrebbe essere sempre così, in fondo…

Attilio Viviani

Attilio Viviani, scaltrezza e sprint nel Dna

10.12.2020
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Se la lucidità in corsa e la scaltrezza si misurassero in watt, Attilio Viviani avrebbe vinto maglia rosa, maglia gialla e maglia verde in una sola stagione! Il giovane corridore della Cofidis, fratello di Elia, è una ruota veloce, ma forse un po’ più completo: 63 chili, quasi un peso da scalatore, ma parecchia potenza. Quando lo “pizzichiamo” sta giusto andando in palestra.

Attilio, certo non potevi “scegliere anno migliore” per debuttare nel WorldTour…

Eh sì! Un anno strano, ma non l’ho scelto io, così come non lo ha scelto che so, Sabatini che ha 35 anni. Prendiamola così e portiamo a casa quello che di buono c’è stato e cioè che il protocollo anticovid ha funzionato e si sono disputati i tre grandi Giri e molte altre corse. 

Attilio Viviani
Attilio Viviani al campionato italiano 2020
Attilio Viviani
Attilio Viviani al campionato italiano 2020
Che impressioni hai avuto del grande ciclismo?

Un po’ quello che mi aspettavo e che già avevo visto l’anno scorso da stagista: si va molto forte. Il mio obiettivo era crescere nelle corse di prima fascia e fare risultato in quelle di seconda. Un obiettivo che ho raggiunto già prima del lockdown. Infatti ho vinto in Gabon (Tropicale Amissa Bongo), gare certamente meno importanti ma comunque con gente che arrivava nei dieci alla Vuelta o che faceva 2° al Laigueglia ed ho ottenuto buoni piazzamenti in gare più grandi, come al UAE Tour. Lì in volata c’erano tutti, poteva essere un Tour. E sono soddisfatto della mia Tirreno-Adriatico. Nella prima tappa sono caduto, ho tenuto duro e ho fatto un 12° posto nella frazione che veniva dopo un giorno con oltre 5.000 metri di dislivello. Per molti non sarà una gran cosa, ma per è importante.

Il tuo direttore sportivo, Roberto Damiani, dice che sei molto furbo, molto attento in gara, che vedi la corsa. E’ così?

Vero. Credo venga dall’esperienza degli anni passati tra le categorie giovanili e la pista. E poi perché mi piace molto guardare il ciclismo in tv e lì impari a vedere le tattiche. Non dico che oggi so già come finisce una corsa, ma posso immaginare il suo svolgimento. Per esempio, alla Vuelta ho detto subito che la Movistar avrebbe corso contro Carapaz

Non è da tutti alla tua età…

Quando ho fatto 8° all’UAE Tour tutti volevano stare dietro al treno di Groenewegen, c’era un gran movimento dietro la sua ruota. Quando invece Gaviria, che aveva Richeze, era praticamente solo. E uno come Richeze ce lo porta allo sprint Gaviria. Se lo prendi ai 400 metri sei a cavallo. E così ho fatto. Risparmi energie e corri meno rischi.

In effetti, Attilio, sembri molto lucido…

Questa cosa me l’ha detta anche Chavanel che a fine carriera è stato l’ultimo uomo di Demare. Gli descrissi per filo e per segno di una caduta: dove accadde, chi c’era alla mia destra, chi alla mia sinistra, la dinamica del ruzzolone… La sera venne in camera e mi disse: ho rivisto il video ed è andata esattamente come hai detto te!

Attilio Viviani
Lo scorso anno Attilio (stagista) ha vinto la Museeuw Classic, prima vittoria da pro’
Attilio Viviani
Alla Museeuw Classic 2019, prima vittoria da pro’ per Attilio (stagista)
Ma che corridori sei? 

Peso 63 chili, sono un po’ più basso rispetto ad Elia, ma le fibre sono quelle del velocista. Che poi questo peso mi avvantaggi un po’ in salita tanto meglio. Esco un po’ meglio di altri dalle tappe con dislivelli maggiori. Ho fatto una top ten in una tappa con oltre 2.500 metri di dislivello. E se in futuro i percorsi continueranno ad essere questi va bene. I Petacchi o i Cipollini non ci sono più. Loro vincevano 5-6 tappe in un Giro anche perché c’erano 10-12 volate. Oggi è diverso. Guardate la tappa di Monselice. Davanti c’erano gli scalatori e dietro c’era il gruppo con Elia, Demare e Sagan. O Kristoff che ha preso la prima maglia gialla. Noi con la squadra eravamo andati a fare la ricognizione di quella tappa ed era impegnativa. Si è arrivati in volata, ma Kristoff è uno che ha vinto il Fiandre.

Cosa ti aspetti dal tuo 2021?

Non abbiamo ancora parlato di calendari con la squadra, ma credo partirò dalle gare spagnole e dall’Argentina. Cosa voglio? Voglio continuare a crescere e a fare risultato in qualche corsa, tipo quelle in Francia come Poitou Charentes, per esempio. Quest’anno lì vinse Demare e io feci quarto. Vorrei fare più corse di prima fascia, come le chiamo io. So che Demare non lo batto, sono realista, ma prendo attitudine a fare certi sprint. L’obiettivo di batterlo è da qui a due anni.

E al Giro ci pensi? Dovevi esserci ma avevi il covid…

Eh sì, dovevo farlo, ma ero positivo al virus. Nessuno se lo aspettava e ho preferito non dirlo e lasciar passare la cosa. Sono rimasto a casa, ma non ho avuto problemi. Ero totalmente asintomatico e questo vuol dire che in teoria potrei riprenderlo. Mi è dispiaciuto molto non averlo fatto. Avrei potuto aiutare Elia nel limite delle mie possibilità. Non credo che avrei potuto fare l’ultimo uomo, però sarebbe stata una bella esperienza. Speriamo si ripresenti la possibilità. Per me va bene uno qualsiasi dei tre grandi Giri. Anche se fosse la Vuelta: tanti giovani iniziano da lì. Il mio sogno è fare il Giro o il Tour. In ogni caso voglio fare un grande Giro perché sono quelli che formano il corridore, che lo fanno crescere nel fisico e nell’esperienza.

Attilio, stai andando in palestra, ma di solito con chi ti alleni? Non con tuo fratello, immaginiamo, lui sta a Montecarlo…

Con il mio “cuginetto”, Enrico Zanoncello. Anche lui è una ruota veloce (da quest’anno alla Bardiani CSF, ndr). Ha fatto anche lo stagista con noi. Qui a Verona abbiamo percorsi ideali. Per attraversare la città impieghiamo 15-20′ ma alla fine va bene per scaldarsi e poi iniziamo le salite di zona, mentre se dobbiamo fare quelle lunghe, da un’ora, andiamo verso il lago di Garda o sulla Peri-Fosse.

Quali sono gli allenamenti che ti piacciono di più?

Il giorno della forza. Oggi si tende a fare più cose nello stesso giorno, ma quando si fa la forza tra quella resistente, esplosiva, dinamica… le 3-4 ore mi passano da Dio!

Elia Viviani, Rio 2016

Viviani, come si passa dalla strada alla pista?

14.11.2020
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L’ultimo concetto approfondito con Elia Viviani in tema di preparazione riguardava il tempo necessario affinché i lavori più duri su pista si trasformino in vantaggi su strada. Resta però aperta una questione molto importante legata alla posizione in bicicletta, dato che le ultime tendenze hanno reso molto più esasperato l’assetto in sella del pistard.

Elia Viviani, Rio 2016
Rispetto a Rio, la bici per prove di gruppo è più lunga di 3 centimentri
Elia Viviani, Rio 2016
Rispetto a Rio, la bici per prove di gruppo è diversa
Com’è passare dalla bici da strada a quella da pista e viceversa?

Non è mai stato traumatico, vediamo se lo diventa con il passare del tempo. Ora in pista si spingono rapporti esagerati e la posizione non è certo da meno. La bici della corsa a punti, uguale per uomini e donne, ha il telaio di 3 centimetri più lungo rispetto a quella di Rio. Si chiama Maat, in più ha il manubrio da 38 anziché da 42 come su strada e i cornetti che ci sono in cima servono per piegarsi di più. Si deve essere aerodinamici al massimo anche nelle prove di gruppo, quindi si fa in modo di allungarsi al limite.

Elia Viviani, manubrio bici De Rosa, 2020
Il manubrio da strada di Viviani è largo 42, quello da pista scende a 38
Elia Viviani, manubrio bici De Rosa, 2020
Manubrio da strada da 42, per Viviani, in pista da 38
Parlavi dei rapporti.

A Rio ho usato il 53-54×14 adesso mi pare si stiano allungando anche quelli. Ma siccome l’incognita del passaggio fra le due bici ce l’ho ben presente, si è deciso che in tutti i ritiri avrò con me la bici da pista, fosse anche per farci i rulli al mattino o quando è brutto. Saremo nell’anno olimpico e questa attitudine va coltivata.

La posizione sulla tua De Rosa da strada è cambiata in parallelo o quella non si tocca?

Non la tocco da quando sono neopro’. L’altezza di sella e l’inclinazione non si cambiano, altrimenti lo pago con le ginocchia. L’altezza del manubrio l’abbiamo sistemata a fine 2015 con Sky ed è perfetta. Pedivelle da 172,5 su strada e su pista e il 54 che ormai usano tutti i velocisti.

Non solo i velocisti, a dire il vero.

Sono stati gli ultimi uomini del treno a usare il 54 o il 55 per fare delle progressioni più regolari. Poi di riflesso anche i velocisti. Ai campionati italiani sono rimasto colpito dal fatto che Nizzolo abbia usato il 56, però ha un senso. Solo di recente Giacomo ha un treno, per cui dovendo fare le volate di rimonta da dietro, il 56 si spinge bene. E se viene duro, puoi sempre usare il 12. 

Elia Viviani, Tre Sere di Pordenone 2020, De Rosa

Elia, la settimana tipo tra Monaco e la pista

14.11.2020
4 min
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Dopo tre giorni a Brunico in una spa con Elena Cecchini, rilassandosi, mangiando e bevendo del buon vino, Elia Viviani è tornato a Monaco. E in attesa che con la prossima si concluda la quarta settimana senza bici, il veronese della Cofidis ha… sbobinato l’ultima stagione, cercando le responsabilità della prima volta senza vittorie da quando è nato.

«Non fare gli europei in pista – dice – è stata una buona idea, avrei avuto più dubbi che altro. Nel 2020 ho fatto 70 giorni di gare. Magari ti viene la voglia di recuperare qualcosa, ma non sarebbe stato intelligente farlo».

Come procede il debriefing?

Ci stiamo confrontando su cosa non è andato, con il team e anche con me. Bisogna essere obiettivi e capire perché non avessi nelle gambe quel che cercavo.

Villa dice che è stata la mancanza dei lavori in pista.

Ci sta che abbia ragione. La regolarità in pista e i lavori ad alto lattato nelle gambe sarebbero serviti. Li abbiamo fatti dopo il Tour, ma ormai era tardi ed è stato un inseguire. Da questo inverno in avanti ci sarà molta più pista nei miei allenamenti. Farò un primo mese su strada, poi inizierò delle sedute di tre giorni a Montichiari. 

Viviani al Tour
Tanto lavoro in salita per Sanremo e Tour de France: un errore?
Viviani al Tour
Tanto lavoro in salita prima del Tour
Per forza fino a Montichiari?

In Francia c’è il velodromo di Hyeres, che però è semi-coperto. Allora, tanto vale andare a Montichiari per tre giorni e poi tornare a casa per lavorare su strada. Farò le cose con semplicità, senza cercare la luna. L’errore quest’anno potrebbe essere stato causato dalla Sanremo.

Vale a dire?

E’ la corsa dei miei sogni. Per vincerla il velocista deve superare bene le salite. In più c’era il percorso del Tour, che anche nelle tappe cosiddette piatte, aveva mille salitelle. Così, anziché andare in pista, ho puntato su Livigno. Mi ha sempre fatto bene. Però probabilmente ho privilegiato resistenza e salita a scapito della brillantezza. Ricordate cosa avevo detto alla ripresa?

Che non erano ammessi errori?

Dissi che chi arrivava alla ripresa un po’ indietro era spacciato. Non credo alla sfortuna o a una stagione maledetta: quelli che hanno vinto sono gli unici ad aver lavorato giusto. A parziale discolpa, c’è il fatto che non ero mai restato così a lungo senza correre e che ho sempre odiato l’indoor cycling, i rulli.

Come è fatta la settimana di Elia fra strada e pista?

Ragioniamo da lunedì a domenica. E siccome la pista è quella in cui si fatica di più, soprattutto a inizio stagione, diciamo che i tre giorni di Montichiari vanno da lunedì a mercoledì. Per cui, viaggiando da Monaco il lunedì mattina, immaginiamo cinque sessioni di lavoro, ogni sessione mezza giornata.

Primo giorno.

Lunedì pomeriggio. Si parte piano, è il ritorno in pista. Si gira dietro moto e poi si fanno tanti sprint lanciati. Di solito ci sono Villa, oppure Fabio Masotti e Diego Bragato. Non bisogna sovraccaricare le gambe. Per cui si usa la bici da corsa a punti.

Secondo giorno.

Martedì mattina. Prima si fa riscaldamento, quello c’è sempre. Poi faccio 20 partenze da fermo, in cinque serie da quattro. Ed è un carico che fa esplodere le gambe. Si fanno in piedi. Da seduto. Per mezzo giro. Per un giro intero. Usiamo la bici del quartetto, con rapporti che inizialmente sono il 60×16-17. E poi aumentando con il 60×14-13-12 che poi sono i rapporti con cui facciamo i lavori di forza.

E il pomeriggio?

Bisogna recuperare e metabolizzare gli sforzi del mattino. Per cui si fa velocizzazione e poi magari lavori con il quartetto per 4-5.000 metri a pedalate da gara, ma con rapporti più agili.

Fernando Gaviria, Elia Viviani, Vieste, Giro d'Italia 2020
Al Tour e poi al Giro ad Elia è mancata la brillantezza in volata
Fernando Gaviria, Elia Viviani, Vieste, Giro d'Italia 2020
Al Giro gli è mancata la brillantezza
Siamo arrivati a mercoledì.

Si fanno lavori di forza lanciati. Di solito 4-5.000 metri con il 60×12 al 90% del ritmo gara. Mentre il pomeriggio, tenendo conto del fatto che poi dovrò guidare, uso la bici della corsa a punti e faccio una mezz’ora di americana, perché il meccanismo del cambio va comunque allenato.

Tre giorni belli tosti, niente da dire. E il giovedì sei di nuovo a casa?

Ed è un bel giorno di riposo. Si fa al massimo il giro caffè, un paio d’ore. Che poi adesso i bar sono chiusi…

Cosa fai il venerdì?

Tre o quattro ore su strada, aggiungendo 5 volate lanciate nell’ultima ora. Sforzi di 15 secondi e se non c’è la moto da cui lanciarmi, cerco strade che scendono leggermente.

Ecco il weekend. Sabato…

Lavori brevi in salita, tipo le ripetute 40-20 o uno dei tantissimi lavori che si possono fare. Ma visto che la forza l’ho fatta bene in pista, su strada non carico troppo. Tenete conto però che non vado in pista se prima non ho raggiunto un certo livello.

Caro Elia, non resta che la domenica.

In cui faccio cinque ore con un po’ di salite, guardando il panorama. Solo ore e resistenza. Arrivo a sette ore solo se c’è da preparare una classica.

Dopo quanto tempo ti ritrovi nelle gambe i frutti di quei… lavoracci?

Un paio di mesi. Se faccio dicembre e gennaio, me li ritrovo a febbraio-marzo.

Quella brillantezza ti è mancata su strada?

Fa parte della nostra analisi. Puoi fare il picco a 110 pedalate, come a 125 che ovviamente è meglio. Ma se resti in piedi fino a 117 e poi ti siedi, ovvio che qualcosa manca e perdi lo spunto.

Fin qui, dunque, la parte atletica. Ma il file è ancora pesante, per cui vale la pena spezzarlo. Nell’articolo correlato, si parlerà dunque di come siano cambiate le posizioni in sella dai giorni di Rio e delle scelte per la stagione che viene.

SFR, Sabatini ci spiega come le fa

13.11.2020
3 min
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Fabio Sabatini è uno degli apripista più desiderati del gruppo. Elia Viviani lo ha voluto con se dalla Deceuninck-Quick Step alla Cofidis. Toscano, fisico possente è uno di quei passistoni veloci che quando apre il gas scarica a terra molti cavalli.

Con lui, pertanto, visto che si parla di potenza andiamo a scoprire come esegue le SFR, le salite forza resistenza.

Fabio, quante volte a settimana fai le SFR?

Dipende dal periodo. Durante l’inverno o comunque lontani dalle corse due volte a settimana. Mentre nel pieno della stagione si fa un richiamo.

Servono salite non troppo dure per le SFR
Servono salite non troppo dure per le SFR
Come le esegui?

Ad inizio preparazione alterno 3′ di forza e 2′ di agilità. Poi nel corso della stagione la parte di forza va ad aumentare fino ai 5′. Non di più.

E quando fai i 2′ in agilità mantieni gli stessi wattaggi o cali?

D’inverno calo un po’, perché altrimenti non ci starei dentro con i battiti. Andrei alla soglia e sarebbe un altro lavoro. Per me che sono 76-78 chili fare 2′ a 90 anche 100 pedalate a 420 watt non è facilissimo!

In effetti! E 420 è il wattaggio che mantieni anche nella parte di forza?

Sì, quello. Magari se dimagrisco ed è lo stesso vuol dire che sono migliorato. Però è anche vero che d’inverno hai meno forza e sei meno in forma. Tutto è proporzionato.

Su che cadenza ti attesti mentre fai la parte di forza?

Ad inizio stagione Michele Bartoli, che mi segue, mi fa stare sulle 35 rpm, poi vado a salire fino alle 50 e neanche mi sembra più di fare forza!

Come ti scaldi?

Faccio una salita regolare o un medio di 15-20′ in pianura tra le 80 e le 90 rpm.

Ti capita mai di fare questi lavori durante la distanza?

Sì, anche perché io non sono uno che fa 5-6 ore sempre regolare. Ci metto sempre dentro qualcosa.

Molti dicono che con i moderni rulli, questo esercizio viene molto bene: tu li usi?

No, non ho un bel rapporto con i rulli, ma c’è chi lo fa. Però io ho la presa a casa, e quando rientro la faccio per trasformare la forza pura fatta in bici.

Oggi si cura molto l’aspetto alimentare, anche te in allenamento e il giorno prima aumenti le proteine?

Io sono “vecchio stampo” e punto più sull’equilibrio. Se mangio i miei 200 grammi di pasta va bene. Semmai preferisco prendere gli aminoacidi. Le proteine le prendo durante le corse a tappe.

Oggi molti fanno la forza anche sui rulli
Oggi molti fanno la forza anche sui rulli
Nei tuoi allenamenti forza fai anche quella dinamica?

Sì, eseguo delle progressioni più che delle volate vere e proprie. Faccio tra 5-7′ di medio (e oltre) e una volata di 20”, sugli 800 watt e di questi gli ultimi 10” li faccio veramente forte. In poche parole tendo a simulare gli ultimi chilometri di gara, quando devo tirare le volate.

Il recupero?

Ora che vanno avanti gli anni si recupera peggio! Ho fatto 20 grandi Giri e me li sento addosso, eccome. Non credo di essere vecchio però servono più attenzioni.

Fai scarico il giorno dopo?

No, perché di solito viene all’inizio del blocco. La forza va fatta quando… hai forza te e non come si diceva una volta con il muscolo stanco.

De Rosa

De Rosa, le bici per i campioni

01.10.2020
2 min
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Una delle biciclette più ammirate in gruppo è certamente la De Rosa SK Pininfarina in dotazione al Team Cofidis in cui milita anche il nostro Elia Viviani. Noi di bici.PRO ci siamo chiesti se il marchio italiano adottasse qualche accorgimento particolare sulla bicicletta del campione veneto. Abbiamo contattato direttamente Cristiano De Rosa.

Per competere da subito

Abbiamo cercato di carpire qualche segreto della SK Pininfarina di Elia Viviani chiedendo a Cristiano De Rosa se ci fosse qualche modifica su misura.
«In realtà sulle biciclette che forniamo ai professionisti e quindi anche ad Elia non ci sono modifiche strutturali, in pratica il telaio che usano i professionisti è lo stesso che si trova nei negozi». La nostra curiosità è nata dal fatto, che essendo Viviani un velocista e sprigionando molti watt nelle volate, ci fosse un qualche rinforzo strutturale in alcune zone del telaio. Ma De Rosa ci ha spiegato che «Vedi, tutte le nostre biciclette sono progettate per resistere e dare il meglio a corridori come Viviani, quindi le nostre bici nascono già racing oriented – aggiunge il patron del marchio italiano – sono dei prodotti concepiti per i corridori professionisti e pronte ad essere usate in gara. L’amatore che va in negozio si trova una bicicletta che è lo stessa dei professionisti, con gli stessi standard di qualità».

Viviani al Tour
Elia Viviani in sella alla sua De Rosa al Tour de France
Viviani al Tour
Elia Viviani in sella alla sua De Rosa sulle strade dell’ultimo Tour de France

Modifiche si, ma non sul telaio

Ovviamente qualche piccola personalizzazione è stata fatta come ci ha illustrato De Rosa.

«L’unica cosa che facciamo per i professionisti è quella di usare una livrea diversa per risparmiare qualche grammo, oppure – aggiunge Cristiano De Rosa – con Campagnolo si è deciso di allungare la leva per fare in modo che Elia possa cambiare più velocemente dal 12 all’11».
Piccoli dettagli che possono fare la differenza ai livelli altissimi a cui sono abituati i professionisti, che si giocano, nel caso dei velocisti in particolar modo, la vittoria per questione di centimetri.

Roberto Damiani

Damiani aiutaci a capire questo Viviani

22.09.2020
3 min
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Roberto Damiani era al Tour sull’ammiraglia di Elia Viviani ed ha avuto tutto il tempo di osservarlo e riflettere con lui sulla strada che dalla Francia lo avrebbe portato al Giro d’Italia. La trasferta non è andata come il veronese avrebbe voluto e, a ben vedere, è stata l’intera ripresa post Covid a non aver dato le risposte giuste.

«E questa sicuramente – spiega Damiani a bici.PRO – è stata la prima valutazione che abbiamo fatto. Elia ha sempre corso parecchio e ha fatto le cose migliori dopo un grande Giro. Per questo eravamo in Francia a stringere i denti, sperando che tutto quel masticare sarebbe servito per il Giro».

Elia Viviani, Tour de France 2020
In difficoltà sulle salite del Tour, ha stretto i denti fino a Parigi
Elia Viviani, Tour de France 2020
In difficoltà sulle salite del Tour, ha stretto i denti fino a Parigi

Scelte tecniche impopolari

Fra i motivi di disagio di Viviani, l’assenza di Fabio Sabatini ha inciso molto sulla sua tranquillità negli sprint. La Cofidis aveva deciso di affiancare degli uomini di qualità a Guillaume Martin e l’ultimo uomo del treno è stato sacrificato. Viviani ha compreso, non ne è stato entusiasta, ma da professionista ha fatto buon viso a cattivo gioco.

«Ma è chiaro – prosegue Damiani – che questa assenza ha ridotto il suo potenziale e le sue certezze in volata, in un 2020 in cui l’assenza di vittorie ha tolto qualche sicurezza. Non avere un treno da seguire è un fattore decisivo. Gli ho chiesto più di una volta quanto gli mancasse Morkov. Gli bastava guardare la sua ruota e lanciarsi quando lui si spostava. Elia ha i suoi schemi e perderli fa la differenza. E poi l’anno in più porta via la sfrontatezza dei bei tempi, la condizione non ottimale fa sì che il rischio sembri più un pericolo che un’occasione. Al Giro ci aspettiamo tutti qualcosa di meglio. Al Giro avrà tutto il suo treno».

Il doppio impegno di Consonni

Il lombardo ha concluso il Tour del debutto in buone condizioni, per cui l’impiego al Giro che inizialmente era soltanto un’ipotesi è diventato realtà.

«Perché Consonni ha recuperato bene – spiega Damiani – e soprattutto non è detto che i reduci dal Tour faranno il Giro per finirlo. Fisseremo una riga e quando l’avremo superata, decideremo di giorno in giorno. E’ meglio riuscire a gestire la fatica che mollare per sfinimento.

«Simone si è rivelato un ottimo corridore. E’ molto cresciuto e soprattutto è una persona onesta. Davanti alla condizione imperfetta di Viviani, avrebbe potuto voler fare la sua corsa, invece non c’è mai stata una spaccatura. Il terzo posto nel giorno del suo compleanno a Lione, Elia si era già chiamato fuori. E’ stato di un’onestà esemplare, tanto che nella tappa dello sterrato, si è rialzato, lo ha aspettato e hanno fatto la salita insieme».

Elia Viviani
Agli Europei su pista del 2019 ad Apeldoorn, Viviani ha vinto l’oro nell’eliminazione
Elia Viviani
Agli Europei su pista del 2019 ad Apeldoorn, Viviani ha vinto l’oro nell’eliminazione

La tensione del campione olimpico

Si sbaglierebbe a credere che il campione di Rio 2016 abbia vissuto il Tour con serenità, anche se il clima che ha respirato attorno a sé lo ha infine tranquillizzato.

«Ma all’inizio della corsa – ancora Damiani – era parecchio teso, molto in discussone con se stesso. Elia è il tipo che non si adagia sulle vittorie, fatta una, via la prossima. Ma è rimasto stupito nel sentire la fiducia della squadra, che non lo ha mai discusso e anzi lo ha coinvolto in ragionamenti sul mercato. Lo stesso Laporte, che nel 2019 ha vinto nove corse, ha sempre detto che sarebbe venuto al Tour per aiutare Viviani. Ed è stato di parola».

La strada insomma è ripida, ma non impossibile. Dopo il Giro, l’inverno che conduce alle Olimpiadi non ha ancora una forma. Hanno ragionato appena un po’ sull’ipotesi di andare al Tour Down Under per iniziare, ma nessuno alla fine di settembre avrebbe avuto voglia di guardare oltre. Per il futuro c’è tempo. Non troppo, a dire il vero…