Majka da Pogacar ad Ayuso, spalla preziosa al Giro

19.12.2024
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BENIDORM (Spagna) – Da quello che faceva lui, capivi che cosa avrebbe fatto Pogacar. Al Giro d’Italia è stato così quasi ogni giorno, quantomeno nelle tappe di salita. Quando il polacco si alzava sui pedali e calava il rapporto, la velocità cresceva di colpo. Significava che di lì a poco Tadej avrebbe attaccato e per allora gli altri sarebbero stati già al gancio. Rafal Majka è l’ultimo dei gregari all’antica. Uno che prima di lavorare per gli altri ha fatto il capitano.

A 35 anni detiene con Laengen il primato di corridore più anziano del UAE Team Emirates, dopo che nelle ultime due stagioni se ne sono andati i coetanei Trentin e Ulissi, per cui vederlo in mezzo a tanti ragazzini sembra persino strano. Se non fosse che gli stessi ragazzini lo guardano con rispetto e anche un filo di soggezione. Quello è Majka: ha vinto per due volte la maglia a pois del Tour e anche tre tappe.

Entrambi classe 1989, Laengen e Majka sono i due corridori più maturi del UAE Team Emirates
Entrambi classe 1989, Laengen e Majka sono i due corridori più maturi del UAE Team Emirates
Che effetto fa essere nella squadra numero uno al mondo?

E’ diventata forte, fortissima. Ci sono arrivato nel 2021, sono passati 4 anni e quasi non la riconosci. Non credevo che sarebbe stato possibile un progresso del genere, perché avviene in ogni comparto. I tecnici, gli allenatori, i nutrizionisti. E’ tutto ai massimi livelli e mi sento di dire che starci dentro è più facile di prima. Ho corso con Tinkoff e poi alla Bora, la UAE Emirates è la mia terza squadra. E quando faccio il confronto, per me è meglio perché è stabile. Si va senza problema ai ritiri, si prendono i voli e tutta una serie di dettagli. Come il fatto che abbiamo il cuoco sempre con noi. Anche nei ritiri prima di Giro, Tour e Vuelta. Ogni cosa che facciamo viene controllata, mi pare che ci sia una bella differenza rispetto ad altre squadre. Ho la sensazione che qui siamo proprio più avanti.

Hai corso per sei anni nelle squadre di Bjarne Riis, che sembrava il più organizzato di tutti. Se le riguardi adesso quanto sembrano più piccole?

Mi ricordo quando sono passato con Bjarne, la sua scuola prevedeva già una grande attenzione al cibo e il cuoco nelle corse più importanti. Ma le cose sono cambiate. Il carico sui corridori è aumentato e serve più concentrazione rispetto ad allora. Anche prima facevi sacrifici, però adesso ancora di più. Se vuoi vincere le corse, per stare avanti bisogna fare la vita oltre quello che prima si poteva immaginare.

Al Giro guardavamo te per capire cosa avrebbe fatto Tadej…

Lo sapete che prima del Giro avevo problemi con il tendine di Achille? Pensavo fosse il momento peggiore, però sono stato un mese a Sierra Nevada e il nostro fisio ha fatto il miracolo. Dopo due giorni di trattamento ho ripreso ad andare in bici e mi sono sentito subito molto meglio. Poi lo sapete, quando c’è un capitano come Pogacar e ti ritrovi davanti con venti corridori, sai che se acceleri, lui va via. Questo è un fenomeno, ragazzi.

Questo è il momento dell’attacco: Majka dà tutto, sta per scattare Tadej
Questo è il momento dell’attacco: Majka dà tutto, sta per scattare Tadej
A un certo punto chiedemmo a Matxin perché non portare anche te al Tour. Ce l’avresti fatta?

Dopo il Giro ci siamo ritrovati tutti a cena e abbiamo parlato. Stavo preparando anche io il Tour, in quanto prima riserva. Sono già stato per due volte in Francia con Tadej e uno l’ha pure vinto, quello del 2021. Però l’ultima parola spettava alla squadra e avevamo corridori molto bravi sia per la pianura e altri per la salita. Non sempre funziona tutto alla perfezione, anche a me sarebbe piaciuto andare, ma l’importante è che Tadej abbia vinto ugualmente. Ha vinto il Giro, il Tour e poi anche i mondiali.

Dicono che la figura del gregario non esiste più, allora tu cosa sei?

Prima ero capitano, adesso mi godo l’andare in bici. Ho un capitano di altissimo livello, uno così non l’avevo mai visto in vita mia. E’ anche un ragazzo umile, perché sono stato tanti giorni in gara con lui, anche in camera. E’ impressionante quanto sia umile e stabile, è sempre uguale. Quando però parte in bici, quello che vedo io è un terminator. Vuole ammazzare tutto. E’ lui che mi dice quando partire e io non aspetto altro.

Quest’anno è parso anche più potente di altre volte in passato.

Ha fatto la scelta di cambiare allenatore e la differenza si vede. Quando dopo un paio di anni che lavori allo stesso modo ti arriva l’impulso di cambiare, la squadra ti asseconda. Dal 2025 cambio anche io, ero sempre con lo stesso da quattro anni. Mi serve fare dei lavori diversi e questa squadra può darmi il supporto che mi serve, fra allenamento, bici e alimentazione. Tutti pensano che sia facile, però bisogna saper scegliere i corridori per lavorare e quelli per vincere. E’ il lavoro di Matxin, che lo fa bene.

Rafal, Magdalen, Maja e Oliwier: la famiglia Majka (immagine Instagram)
Rafal, Magdalen, Maja e Oliwier: la famiglia Majka (immagine Instagram)
Che cosa ti ha cambiato il nuovo preparatore?

Faccio un po’ lavori strani che non facevo prima. L’importante, come gli ho detto, è che voglio partire più tranquillo e arrivare bene, perché voglio fare il Giro d’Italia. Perché mi piace e penso che fare il Giro con Ayuso sarà diverso dal farlo con Pogacar. Juan è cresciuto tanto, soprattutto dopo questa stagione. L’ho visto quando ho corso con lui la Tirreno. E’ un ragazzo che vuole vincere e lo sai com’è un giovane che vuole vincere, scalpita. Io invece sono uno corridore che fa quello che gli viene detto dai direttori sul bus. Sono due leader diversi, però c’è una squadra che ti paga e bisogna fare al 100 per cento quello che ti dicono. Io penso che Ayuso possa arrivare fra i primi tre. Lo sapete come è il ciclismo, mai dire mai perché può succedere tutto, però può fare bene.

Ti sei mai pentito di aver fatto questa scelta, di non fare più il capitano?

Dopo Bora e dopo otto anni facendo il leader, mentalmente era diventato pesante. Non dico che non stessi bene, perché non sarebbe vero, però era un continuo carico di stress. Mi si attaccava addosso e interferiva nei rapporti con la famiglia, non riuscivo a essere in perfetto equilibrio. Invece questi quattro anni sono passati che quasi non me ne sono accorto. E’ incredibile. Matxin e Gianetti mi danno fiducia e anche quest’anno quando al Giro ho rinnovato il contratto con Mauro, non c’è stato nulla da ridire. Abbiamo trovato subito l’accordo, anche con Matxin per il mio ruolo. Lavoro al 100 per cento per la squadra, ma l’anno prossimo voglio vincere una corsa.

Quale corsa?

Spero di trovare spazio per vincere una tappa. Ne ho vinte tre al Tour e due alla Vuelta, mi manca una tappa al Giro. Sicuramente andrò a lavorare al 100 per cento per i ragazzi, però se avrò l’opportunità ci proverò. Prima pensiamo a lavorare e poi quando avremo un bel vantaggio e dopo che avremo fatto tutto quello che chiede la squadra, proveremo a portarne a casa una.

Pogacar e il grattacapo Sanremo: sentiamo tre diesse

17.12.2024
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Manca ancora tanto, tantissimo, eppure già si parla della Milano – Sanremo come abbiamo visto qualche giorno fa con i 20 anni del trionfo di Petacchi, ma lo si fa anche in ottica futura e soprattutto sul grande atteso: Tadej Pogacar. Come dovrà fare per vincerla? Secondo molti, per non dire tutti, nell’ambiente del ciclismo la Classicissima potrebbe essere la spina nel fianco dell’asso della UAE Emirates, la gara più difficile da conquistare per lui. E in effetti viste le caratteristiche fisiche di Pogacar e visto il percorso si fa fatica a non essere d’accordo.

Ma allora come potrebbero fare Pogacar e la sua squadra a vincere la Sanremo? Con che tattica? Lo abbiamo chiesto ad alcuni direttori sportivi che con la Classicissima hanno ed hanno avuto, anche come corridori, un certo feeling.

Pareri discordanti emergono sulle tattiche da impostare, ma su una cosa sono d’accordo: il meteo avverso. Freddo, pioggia e vento, potrebbe essere gli alleati più preziosi per lo sloveno, se non l’unica chance di vittoria.

Piva ipotizza una corsa dura sin dal Turchino. Ma alla UAE servirebbe una squadra super e anche una seconda punta che possa dare garanzie
Piva ipotizza una corsa dura sin dal Turchino. Ma alla UAE servirebbe una squadra super e anche una seconda punta che possa dare garanzie

Piva, attacco lungo

Lo scorso anno, con il secondo posto di Michael Matthews, la Jayco-AlUla ha dimostrato di avere una solida conoscenza della gara, ma è evidente che c’è una componente di incertezza che può cambiare radicalmente le sorti della corsa. Per Valerio Piva, è stata addirittura l’occasione mancata del 2024.

«Secondo me – dice Piva – la chiave sta nel fare una selezione precoce, anticipando gli attacchi e cercando di sfondare già prima del Poggio. La difficoltà principale di Pogacar alla Sanremo è che l’idea di una volata finale a ranghi ristretti è davvero difficile per lui. La salita del Poggio è corta e le possibilità di un attacco vincente sono limitate e se non ha già staccato i velocisti più potenti… gli diventa dura poi.

«Penso che la soluzione migliore per Pogacar potrebbe essere quella di cercare un attacco solitario, o almeno un attacco in un piccolo gruppo che sia in grado di arrivare al traguardo facendo la Cipressa veramente forte, forte».

Piva dunque è per una selezione precoce. Lui ipotizza qualche mossa addirittura sul Turchino o la sua discesa. La discesa Turchino, o anche quella del Poggio, possono essere un trampolino di lancio, Pogacar potrebbe avere la possibilità di fare la differenza se le condizioni meteo sono brutte. La Sanremo è una corsa che non si vince mai facilmente e Pogacar dovrà farci i conti.

«Il meteo avverso è sicuramente una componente fondamentale – riprende Piva – In passato abbiamo visto come un po’ di fortuna, unita a un attacco deciso, possa fare la differenza. Ricordo quando vinse Chiappucci, io avevo Argentin. Pogacar avrà bisogno di sfruttare questa variabile al meglio, ma anche la sua condizione fisica e mentale dovranno essere impeccabili. E lo stesso vale per la sua squadra. Uno dei grandi problemi è che tutti lo aspettano e tutti sanno quel che può fare. Servirebbe una seconda punta molto importante, un vice che potrebbe vincerla veramente. In quel modo correre del tutto contro di lui potrebbe un po’ cambiare le cose.

«Credo che la Sanremo per Pogacar rimarrà una delle corse più difficili da vincere. Serve anche un po’ di fortuna. Io ho avuto Gilbert che era uno specialista e non ci è mai riuscito. Al contrario Cavendish l’ha vinta alla prima partecipazione. Pensate che a Cav dissi: “L’hai vinta oggi, rischi di non vincerla più”. E infatti…».

Cipressa a tutta? Okay, ma andare via da solo lì è dura anche se ti chiami Pogacar
Cipressa a tutta? Okay, ma andare via da solo lì è dura anche se ti chiami Pogacar

Zanini, sul Poggio ma…

«La Milano-Sanremo è una corsa che ha sempre avuto un fascino particolare, anche quando ero corridore. A differenza di altre classiche, qui non basta essere veloci o forti sulle salite. La Sanremo è una gara che richiede molto più di una semplice gamba in salita. Pogacar, ha sicuramente le caratteristiche fisiche per vincere questa corsa, ma ci sono una serie di variabili che entrano in gioco. Il percorso è sempre lo stesso, ma il livello di velocità è aumentato, così come la preparazione dei corridori, che ora hanno un approccio completamente diverso rispetto al passato»:  Stefano Zanini, direttore dell’Astana-Qazaqstan, va direttamente al nocciolo della questione.

Se fossi il direttore sportivo della UAE, la mia strategia sarebbe quella di puntare su un attacco deciso sul Poggio. Come detto, la corsa è sempre più veloce, quindi non ha senso tentare qualcosa di lontano, come attaccare dalla discesa del Turchino o dalla Cipressa, come avveniva in passato. Oggi il ritmo è talmente alto che se provi ad andare via da lontano, rischi di bruciarti troppo presto. Invece, l’idea è quella di fare un attacco secco, deciso, sull’ultimo tratto del Poggio. Pogacar può essere in grado di anticipare i rivali con uno scatto potente, come fece Van der Poel due anni fa. Ma non è facile».

Per “Zazà” il Poggio è il punto chiave, ma anche su quella salita ormai tutti si aspettano l’attacco. Se Pogacar aspetta troppo rischia di non fare la differenza. «La mia idea sarebbe quella di attaccare prima del punto classico, quando spiana per intenderci, ma un po’ prima a metà della salita. Intorno al chilometro e mezzo dalla cima, in modo da avere un vantaggio un po’ più ampio quando inizia la discesa. Chiaro che anche la squadra lo deve portare ottimamente all’imbocco del Poggio e anche prima deve impostare un ritmo che faccia male».

Anche Zanini insiste poi sulla questione meteo: «Se ci fosse la pioggia, ad esempio, sarebbe più difficile mantenere un ritmo elevato sulla Cipressa e sul Poggio e quindi ci sarebbe un po’ più di possibilità di fare la differenza. Tra l’altro abbiamo visto che lui sa guidare bene anche in queste condizioni. Potrebbe essere il momento giusto per provare a staccare gli altri: col maltempo cambia tutto».

Il meteo avverso potrebbe essere l’alleato speciale di Pogacar. Ci vorrebbe una Sanremo tipo quella del 2013 quando addirittura nevicò
Il meteo avverso potrebbe essere l’alleato speciale di Pogacar. Ci vorrebbe una Sanremo tipo quella del 2013 quando addirittura nevicò

Pellizotti, all-in sul Poggio

La Milano-Sanremo è una delle gare più affascinanti e complicate da vincere, anche per i direttori sportivi, cosa che però Franco Pellizotti è riuscito a fare tre anni fa, ormai, con Mohoric.

«Come corridore – racconta Pellizotti – non era la mia corsa, ma mi è sempre piaciuta moltissimo. Credo che Pogacar abbia tutte le potenzialità per vincerla, ma deve affrontarla con una strategia molto mirata. La Sanremo è una corsa che si decide sui dettagli, e ci sono diversi modi per tentare di conquistarla, ma bisogna essere estremamente lucidi nella scelta dei momenti giusti per attaccare».

«Oggi non si può più pensare di fare la corsa da lontano. La Cipressa è diventata troppo veloce per essere un punto utile per fare selezione. Oggi si deve puntare al Poggio. Il segreto è riuscire a fare il vuoto prima dell’ultimo tratto, ma senza bruciarsi troppo presto. Qui entra in gioco anche la gestione della squadra, che deve essere impeccabile. Bisogna arrivare al Poggio con gli uomini giusti, e non è mai facile trovare il giusto equilibrio. Ne servono almeno tre per il Poggio. Quello che tira in pianura sull’Aurelia, quello che ti porta all’imbocco vero e proprio, perché quella fase è cruciale per le velocità che si sviluppano: quel corridore spenderà tantissimo e non sarà in grado di aiutare Tadej successivamente. E appunto un terzo compagno che lo aiuti nella prima parte del Poggio. Altro aspetto: Pogacar non deve stare oltre la quinta, sesta posizione. Altrimenti con i tornanti del Poggio ad ogni uscita prenderebbe delle frustate e avrebbe già 2″-3″ di ritardo dalla testa».

«Alla Sanremo – conclude il diesse della Bahrain Victorious – il meteo può fare la differenza. Se piove, se c’è vento, allora le cose cambiano, e la corsa si fa più selettiva. In quel caso Pogacar potrebbe sfruttare le condizioni meteo per fare il vuoto prima del Poggio. Col bagnato, se il gruppo è allungato, allora l’attacco può avvenire anche sulla Cipressa, magari con l’aiuto della squadra, cercando di guadagnare terreno prima che il gruppo si riorganizzi. Andare via tra Cipressa e Poggio? E’ quasi impossibile, anche perché poi tutti lo marcherebbero».

EDITORIALE / Ubi maior, minor cessat

16.12.2024
5 min
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Ubi maior, minor cessat. Quando l’altro giorno Matxin ha annunciato la presenza di Ayuso al Giro d’Italia e poi ha aggiunto che potrebbe esserci anche Pogacar, il giovane spagnolo non ha fatto salti di gioia. Ovviamente ne avevano già parlato, ma sentirsi chiedere dalla stampa se per lui cambierebbe qualcosa, ha costretto Ayuso ad aprire gli occhi e fare l’inchino. Se ci sarà Pogacar, si correrà in modo completamente diverso, perché sarà lui il capitano.

Poche ore dopo, dal ritiro mallorquino della Red Bull-Bora è arrivata la conferma che anche Roglic correrà il Giro d’Italia, già conquistato nel 2023 (in apertura, immagine Red Bull-Bora). Lo sloveno, che è ironico e realista, ha dichiarato che farà i suoi programmi sulla base di quelli di Pogacar, andando dove non sarà Tadej. Era una battuta? Se c’è Pogacar, non si vince: ubi maior, minor cessat. Anche per questo nei giorni scorsi anche O’Connor ha spiegato il motivo per cui al Tour bisogna comunque andare. E l’apice del ciclismo, si partecipa pur consapevoli di essere sconfitti.

Pogacar, qui nel ritiro di Benidorm, è il riferimento e lo spauracchio del gruppo
Pogacar, qui nel ritiro di Benidorm, è il riferimento e lo spauracchio del gruppo

Pellizzari e il Giro

Il ciclismo non è una scienza esatta, lo ha spiegato bene Matej Mohoric, ma si sta lavorando perché lo diventi. Pogacar ha ringraziato perché nel 2024 gli è andato tutto liscio. Ricorda bene infatti la caduta della Liegi 2023 che gli costò la Doyenne e la preparazione per il Tour. E magari è consapevole che un Vingegaard al meglio gli avrebbe reso la vita più dura. Tuttavia il suo strapotere spingerà sempre di più gli avversari a concentrarsi sugli obiettivi raggiungibili.

Per questo motivo, la Red Bull-Bora-Hansgrohe del Giro vedrà accanto a Roglic gregari come Hindley, Martinez, Aleotti, Sobrero e Moscon. Manca Tratnik, che verosimilmente sarà il pilastro per la squadra del Tour. E manca anche Pellizzari, stella nascente del ciclismo italiano, che per ora è riserva e dovrà semmai guadagnarsi il posto a suon di risultati. Sarebbe un peccato non vederlo nuovamente al via, ma anche nel suo caso, la regola è ancora la stessa. Ubi maior, minor cessat. Piace la scelta di Piganzoli di insistere ancora un anno con la Polti-Kometa. Si metterà nuovamente alla prova nel Giro, prima di diventare un numero (pur importante) in squadre più grandi.

Giulio Pellizzari, passato alla Red Bull-Bora, per ora è riserva al Giro
Giulio Pellizzari, passato alla Red Bull-Bora, per ora è riserva al Giro

Chiude il CT Friuli

E’ notizia di poche settimane fa che il Cycling Team Friuli chiuderà la sua storia di successi fra gli under 23, diventando a tutti gli effetti il devo team della Bahrain Victorious. Roberto Bressan le ha provate tutte per difendere l’identità della sua squadra, ma alla fine è stata fatta la scelta più logica. Andrea Fusaz era da tempo uno snodo decisivo fra i preparatori del team WorldTour e dispiace semmai che Fabio Baronti, cresciuto alla sua scuola, non abbia trovato posto e sia passato alla Jayco-AlUla.

Proprio la squadra australiana nel frattempo ha assorbito la Hagens Berman Jayco di Axel Merckx, protagonista di una storia di talenti lanciati nel WorldTour. Mentre la Lotto-Kern-Haus è entrata nell’orbita della Ineos Grenadiers. Anche in questo caso, neanche a dirlo: ubi maior, minor cessat.

I team WorldTour sono gli unici a possedere le risorse per mandare avanti uno sport diventato costosissimo, con buona pace degli altri che per sopravvivere hanno la doppia opzione di restare piccolini finché ce la fanno o farsi assorbire. L’esempio della BePink-Bongioanni di Walter Zini è perfetto per illustrarlo. Il team manager milanese aveva adocchiato uno sponsor polacco che gli avrebbe permesso di fare il salto tra le professional, ma alla fine l’azienda ha preferito diventare il terzo nome della Canyon-Sram. Essere il terzo nome di una grande squadra è stato ritenuto più redditizio dell’essere il primo di un team più piccolo. Ubi maior, minor cessat, tanto per cambiare.

Daniel Skerl è l’ultimo neopro’ del Team Bahrain Victorious nato nel CT Friuli
Daniel Skerl è l’ultimo neopro’ del Team Bahrain Victorious nato nel CT Friuli

L’esempio di Piemonte e Friuli

In questo quadro, cosa dovrebbe fare il presidente della Federazione ciclistica italiana? Può a nostro avviso concentrarsi sulla base, puntando a riportare in alto i numeri dei tesseramenti che da troppi anni a questa parte vivono una picchiata apparentemente incontrollata. Va bene preoccuparsi per le società U23 che spariscono, ma varrebbe forse la pena lavorare prima su quelle di base che intercettano i talenti e gli danno una forma.

Vi siete mai chiesti come mai il Piemonte e il Friuli, regioni che pure non hanno grandissime squadre, sfornano o hanno sfornato atleti di primissima fascia? Ganna, Longo Borghini, Sobrero, Barale, Covi, Balsamo, Gasparrini, Mosca, De Marchi, Viezzi, Cimolai, Buratti, Olivo, Fabbro, Milan, Cecchini, Skerl. Sono bandiere nate negli anni da società giovanili che lavorano bene e portano ragazzi sani e motivati fin sulla porta delle categorie internazionali. Li prendono dalla strada, la pista, il cross e anche dalla mountain bike. Hanno tecnici competenti e capaci anche di essere animatori del movimento. Coinvolgono le famiglie come si è sempre fatto e come in realtà accade sempre meno di frequente.

Anche in quelle categorie ci sono genitori purtroppo sensibili alla corte di team più grandi. Ne è l’esempio quanto accaduto di recente nella squadra di Jacopo Mosca. Se non si lavora su numeri e non si fa capire che c’è un tempo per essere grandi e uno per crescere, la sorgente si esaurirà. E a quel punto saranno guai seri. E’ vietato, parlando di bambini, rassegnarsi al cinismo di “Ubi maior, minor cessat”. Dal futuro presidente federale, ci aspetteremmo la determinazione nel fare scelte impopolari, assieme al coraggio di lasciar andare qualche medaglia. Meglio investire sul futuro o continuare nella conta dei trofei?

Ayuso fa rotta sul Giro e lavora per superare Pogacar

16.12.2024
6 min
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BENIDORM (Spagna) – Prima di Roglic, la dichiarazione d’amore al Giro d’Italia l’ha fatta Juan Ayuso. E’ stato Matxin, il capo dei tecnici del UAE Team Emirates ad annunciarne la presenza e subito dopo lo spagnolo l’ha confermato. Verrà al Giro per tentare di vincerlo, come ha già fatto nel 2021 fra gli under 23. Il nodo che resta da sciogliere riguarda l’eventuale presenza di Pogacar, che per decidere aspetterà il 19 dicembre e la presentazione della Vuelta. E’ chiaro che in quel caso cambierebbe tutto, ma nel parlarne Ayuso minimizza e tira dritto.

Il terzo posto alla Vuelta del 2022 sembra lontanissimo. I successivi problemi al ginocchio e il quarto posto del 2023 hanno confermato che la sostanza è tanta, mentre il ritiro dall’ultimo Tour con qualche sbavatura nei rapporti con i compagni ha lasciato un interrogativo che il Giro potrebbe risolvere definitivamente.

«Io vado al Giro – sorride Ayuso – se poi ci viene anche Tadej, allora saremo in due e non è un problema. Sono completamente concentrato sul Giro, è uno degli obiettivi più grandi per la prossima stagione. In termini di preparazione per me non cambia nulla. Ci si prepara sempre al meglio delle proprie possibilità, nel miglior modo possibile. Se Tadej ci fosse, correremmo in un modo, se non lo fa, cambierebbe tutto, ma il focus sul Giro non cambia».

Pogacar, Ayuso e il Tour a Firenze. Lo spagnolo lascerà la corsa dopo 13 tappe
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E’ stato il tema del 2024, il fatto di essere in una squadra con così tanti leader e non avere il tuo spazio. TI senti mai schiacciato?

Non userei questi termini, ma è vero che siamo una delle migliori squadre del mondo per cui ho molti compagni di livello molto alto. Questo fa crescere il livello di tutti, perché se vuoi avere una possibilità, devi dimostrarti all’altezza, non puoi semplicemente chiederlo, perché potrebbero esserci dei corridori migliori di te. Quindi penso che anche questa sia una motivazione, sai che devi continuare a lavorare e non puoi rilassarti.

Parlando del Giro con Tadej, sei riuscito a farti dare qualche consiglio?

Penso che per Tadej sia tutto più facile che per ciascuno di noi, quindi è abbastanza difficile ottenere dei consigli. E’ il migliore del mondo e tutto ciò che fa lo fa sembrare più facile di quanto in realtà non sia. Ho molti amici al di fuori del ciclismo che non guardano molto le corse. Poi vedono Tadej fare certe cose e pensano che sia normale. E io invece gli dico che non lo è. Tadej Pogacar è un bravo ragazzo da avere intorno ed è meglio averlo dalla tua parte che come avversario.

Sai spiegarti perché gli viene tutto così facile?

Perché è il migliore del mondo. È come quando vedi Messi con la palla e come gira intorno a tutti. Anche quello può sembrare facile, poi però vedi tutti gli altri e capisci che non possono farlo. Penso che nel ciclismo lui sia come Messi.

Prima crono del 2024 alla Tirreno: Ayuso si lascia indietro Ganna per un secondo e Milan di 12″
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Avete entrambi dei contratti a lungo termine, quindi per tutto il resto della tua carriera avrai intorno Tadej. Cosa pensi che succederà fra un anno o due?

Se lui oggi è considerato il miglior corridore al mondo, immagino che per fare meglio dovrò prendere io il suo posto. Ma se azzardassi una cosa del genere, voi della stampa chissà cosa direste. Per cui mi limiterò a dire che un giorno mi piacerebbe essere migliore di lui, perché è il miglior corridore del mondo. Sogno di essere come lui, quindi per riuscirci dovrei batterlo. Ovviamente non voglio che questo crei un malinteso perché Tadej non è un rivale, ma il mio metro di paragone. Lui mette l’asticella e tu devi cercare di raggiungerla.

Dopo il Tour si vociferava che fra voi due non corresse buon sangue…

La relazione fra noi è perfettamente normale. Abbiamo passato molto tempo insieme, specialmente quest’anno, preparando il Tour. E anche l’anno scorso, quando lui si allenava per il Tour e io per il Tour de Suisse. Abbiamo passato molto tempo in ritiro e questo crea delle amicizie. E’ stato difficile per me non poterlo aiutare al Tour, mentalmente mi sono sentito incapace di dimostrare quello che ero in grado di fare. Ne abbiamo parlato in privato e penso che abbia capito la situazione. Lo apprezzo molto per questo, perché pur essendo un campione si prende sempre del tempo anche per questi dettagli. E per quanto riguarda il contratto, ora sono contento e non ho bisogno di pensarci.

Quando si è svolta questa conversazione fra voi?

Andato via dal Tour, la volta successiva ho visto Tadej in Canada. Ci tenevo a dirgli che quello che era uscito sulla stampa non era vero e volevo che lo sentisse direttamente da me. Ma l’ho anche ringraziato per un paio di cose per le quali gli ero molto grato e poi l’abbiamo chiusa lì, perché mi è parso che abbia capito alla perfezione quello che volevo dirgli.

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Diventare il migliore al mondo è una bella scalata, dove vedi che devi migliorare di più?

Per ora penso a ogni piccolo aspetto. Mi piacerebbe migliorare di più in salita perché mi considero uno scalatore, ma se guardo le mie vittorie, la metà di esse sono venute sulla bici da crono. E’ strano, ma del resto se si vuole vincere una classifica generale, bisogna andare forte anche contro il tempo. Ora per me è difficile recuperare uno o due minuti in salita, ma posso guadagnarli nella cronometro e questo viene in mio favore. Ma se voglio cercare di colmare il divario da corridori come Vingegaard, Remco e Roglic, devo assolutamente diventare uno scalatore migliore.

Non significa mettersi troppa pression?

La pressione che metti su te stesso non è la stessa che può venirti dall’ambiente. Quando sono andato al Tour, volevo fare del mio meglio e avere questo tipo di motivazione è molto importante perché è quello che faccio da quando ero piccolo. E’ un plus che mi motiva di più.

Cambierai la tua preparazione?

Non so ancora dirlo nei dettagli, ma forse ci sarà più carico di lavoro. Fino ad ora, anche a causa della mia età, probabilmente non mi allenavo lo stesso numero di ore degli altri. Quindi un aspetto sarà quello di cercare di aumentare le ore generali, intervenendo poi con dei lavori specifici. Ci sono vari tipi di mitologia sui tipi di allenamento, ma preferisco attenermi a quello che penso abbia davvero funzionato per me. D’altra parte, penso che sarebbe un errore fare 20 anni di carriera allo stesso modo, quindi voglio sperimentare cose nuove.

Juan Ayuso ha compiuto 22 anni il 16 settembre. E’ pro’ dall’estate 2021
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Hai già vinto un Giro d’Italia da U23, qual è il tuo rapporto con l’Italia?

La verità è che fare il Giro mi riporta alla mente tanti bei ricordi, perché ho corso per metà anno alla Colpack. Quattro o cinque mesi a Bergamo in cui sono stato molto bene e le gare da under 23 che ho fatto in Italia mi hanno permesso di fare un salto molto importante grazie al quale sono arrivato di qua con molta più fiducia. Mi piace correre in Italia. L’anno scorso la Tirreno è andata bene per certi versi, ma fare secondo non mi è piaciuto tanto, quindi spero di tornarci il prossimo anno e che il Natale mi porti fortuna e buoni risultati.

Milano Sanremo 2005, Alessandro Petacchi

Vent’anni dopo la sua Sanremo, quella del 2025 con Petacchi

15.12.2024
7 min
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Alessandro Petacchi ha vinto la Milano-Sanremo nel 2005 con uno sprint imperiale. Erano anni in cui spesso si arrivava in via Roma con il gruppo compatto e a spuntarla erano i velocisti. Nel frattempo il ciclismo è cambiato, e vedere la Classicissima decidersi con una volata di molti corridori è diventato sempre più raro. E forse per questo più affascinante.

Abbiamo raggiunto al telefono Petacchi per farci raccontare quali sono, secondo lui, i possibili scenari della prossima Sanremo, che si correrà il 22 marzo 2025. Vent’anni dopo la sua. 

Il podio della Milano-Sanremo 2024: Michael Matthews, Jasper Philipsen, Tadej Pogacar
Milano-Sanremo 2024, Jasper Philipsen e Tadej Pogacar
Petacchi, parliamo di Milano-Sanremo, la classica più imprevedibile del calendario.

La Sanremo è la gara più incerta tra le cinque Monumento, perché è la prima della stagione, il percorso è vario e conta anche più del solito la condizione degli atleti. Ogni edizione sono almeno 10-15 che possono vincerla. Non come il Lombardia o la Roubaix, dove i nomi sono due o tre. La Sanremo è sicuramente la più complicata da indovinare e la sua bellezza sta esattamente lì.

Iniziamo da sua maestà Pogacar. Il 2025 potrebbe già essere l’anno buono per quella che è forse la Monumento più difficile da vincere per lui? 

Sicuramente il suo obiettivo è vincere più classiche possibili. L’ha detto e ridetto, e l’ha anche fatto. Quel che è certo è che se l’ha vinta Nibali, può vincerla anche lui. Sa che deve fare il diavolo a quattro in salita perché non può arrivare in una volata di gruppo. Deve avere anche un po’ di fortuna, lui stare benissimo e gli altri un po’ meno. Ma questa è la Sanremo ed è il suo bello, la può vincere davvero qualunque tipo di corridore.

Lo scatto di Pogacar sul Poggio nell’edizione 2024
Lo scatto di Pogacar sul Poggio nell’edizione 2024
Se fossi in ammiraglia della UAE che tattica faresti? L’anno scorso hanno spremuto la squadra sulla Cipressa ma poi sul Poggio il capitano non aveva più molti uomini…

Per come la vedo io non hanno sbagliato più di tanto. Sul Poggio non serve troppo la squadra, quando sei nelle prime posizioni e hai 2-3 compagni bastano, talmente si va veloce. Comunque cercherei di portare gli uomini più adatti, passisti-scalatori, anche se è normale che la UAE abbia corridori più da corse a tappe. Per dire, uno come Adam Yates non è adattissimo alla Sanremo. 

Quindi come li faresti muovere?

Farei lavorare la squadra sulla Cipressa perché è lì che devi mettere tutti al limite, soprattutto i velocisti, cosa che l’anno scorso non gli è riuscita. Perché se vai in difficoltà sulla Cipressa, la Sanremo non la vinci, questo è chiaro. Poi Wellens e Del Toro me li terrei sul Poggio. Però devono stare anche loro bene, anzi benissimo, e non è facile. Ricordiamoci che comunque l’anno scorso Pogacar ha fatto terzo nonostante gli scatti in salita. Non avevo mai visto una cosa simile, di solito chi attacca lì poi si stacca. Ma lui è Pogacar e infatti è un corridore eccezionale, ed è giusto che vinca questa corsa prima o poi.

L’abbraccio fra Van der Poel e il vincitore 2024 Jasper Philipsen
L’abbraccio fra Van der Poel e il vincitore 2024 Jasper Philipsen
L’altro grande favorito è Van der Poel. La sensazione è che l’anno scorso più che cercare di vincerla abbia voluto farla perdere a Pogacar per favorire Philipsen. Credi che nel 2025 andrà ancora così?

Credo che Van der Poel farà la sua corsa fino in cima al Poggio e poi vedrà. Se poi in fondo alla discesa ci dovesse essere ancora Philipsen, credo che correrà per lui. Se invece già sul Poggio lui e Pogacar riuscissero ad andare, credo si darebbero cambi regolari fino in fondo, anche perché, almeno in teoria, Van der Poel in volata sarebbe avvantaggiato. Quest’anno ha tirato un po’ il freno in discesa, anche perché aveva già vinto la Sanremo, l’anno prossimo vedremo, potrebbe essere sia questo che quello.

Un altro favorito ogni anno è Van Aert, che sembra fatto apposta per questa gara. Non a caso è l’unica Monumento che ha vinto finora. Dopo le cadute del 2024 sarà ancora capace di essere tra i protagonisti?

Mi è dispiaciuto tanto che quest’anno sia caduto prima di Fiandre e Roubaix.  Avevano ragionato bene, facendo meno gare più mirate, un avvicinamento perfetto. Speriamo che questo sia il suo anno buono. Certo, se scattano Van Der Poel e soprattutto Pogačar, Van Aert non può cercare di rispondere, deve tenerli il più vicino possibile salvando la gamba, senza per forza seguire in prima persona. Anche perché Pogačar peserà 15 chili in meno di lui. Comunque gli scenari sono tantissimi. 

Julian Alaphilippe Wout Van Aert
Van Aert ha vinto la Sanremo nel 2020, battendo allo sprint Alaphilippe
Julian Alaphilippe Wout Van Aert
Van Aert ha vinto la Sanremo nel 2020, battendo allo sprint Alaphilippe
Per esempio?

Se nel gruppetto in cima al Poggio ci fosse ancora Philipsen, per Van Aert andrebbe bene, perché così potrebbe temporeggiare e capire un po’ la situazione. Se dovesse arrivare in una volata a due contro Van der Poel l’olandese credo sarebbe avvantaggiato, perché la velocità di partenza sarebbe probabilmente più bassa. In uno sprint a tre, invece, magari proprio con Pogacar che dovrebbe anticipare, potrebbe essere avvantaggiato Van Aert. Quali che siano gli scenari, quando uno come Van Aert parte e sta bene può sempre vincere, quindi non si può non considerarlo.

Passiamo a Matthews, che l’anno scorso è arrivato secondo, e sembra voglia puntarci ancora. Secondo te se la può giocare contro gli altri mostri sacri?

Credo proprio di sì. Si è già piazzato molto bene, è vero che comincia ad avere una certa età ma è molto veloce, e tra quelli veloci è quello che forse fa meno fatica in salita. Pur con le dovute differenze mi ricorda Freire, che non a caso ha vinto tre Sanremo. Matthews deve fare un po’ la stessa gara di Van Aert, cercare di resistere e poi fare la sua volata. Come tra l’altro ha fatto quest’anno, dove non a caso è arrivato secondo per pochissimo. Anche perché l’arrivo è ottimo per lui, tende un po’ all’insù, la velocità non è mai altissima e si equilibrano le forze.

Nel 2024 Michael Matthews ha sfiorato la vittoria, arrivando secondo di un soffio
Nel 2024 Michael Matthews ha sfiorato la vittoria, arrivando secondo di un soffio
Anche Pedersen è un nome da tenere in grande considerazione?

Sicuramente. Anche se uno che col suo fisico ha bisogno di alte velocità per dare il meglio, è anche capace di partire lungo, ai 300 metri, perché vuole lanciarsi al meglio. In una Sanremo può fare una grande volata, è un arrivo adattissimo a lui. Se scollina il meglio possibile e poi, magari, ha ancora uno come Stuyven a fianco, per gli altri sono dolori. Ecco, se io avessi un compagno come Stuyven in una gara così, lo seguirei come un’ombra.

Parlando di compagni di squadra di Pedersen, Milan potrebbe avere delle possibilità o il tracciato è troppo duro per lui?

L’ostacolo per lui potrebbe essere non il Poggio, ma la Cipressa. Anche se il primo vero scoglio è Capo Berta, io capivo lì se potevo vincere oppure no. Ci arrivi dopo 260 km veloci e lì fai il primo vero sforzo, perché tutti vogliono stare davanti per non correre rischi in discesa e lì capisci come stai. Quest’anno Milan ha speso molto già sul Berta e poi infatti ha pagato sulla Cipressa. Ma se la prossima volta riuscisse a stare bene a ruota e risparmiare energie, perché no. Anche se non è facile per lui avendo in squadra un corridore come Pedersen, in teoria più adatto. Però in Lidl-Trek potrebbero voler provare a giocarsela con le due punte, e allora può provare a fare la sua gara. Gambe permettendo, naturalmente.

L’anno scorso Ganna ha dimostrato di potersela giocare con i migliori
L’anno scorso Ganna ha dimostrato di potersela giocare con i migliori
Un italiano che abbiamo visto brillante l’anno scorso è Filippo Ganna.

La Sanremo è una gara a cui tiene e in cui ha dimostrato di poter fare molto bene. Peccato per quest’anno: era in ottima posizione sul Poggio, ma poi ha avuto quel problema al cambio. Lui può provare uno scatto appena dopo la discesa, anche se è in un gruppetto di 10-15 corridori e se parte da dietro ce la può fare. Un chilometro e mezzo ai 60 all’ora lui ce l’ha… Poi chiaro che sarebbe più facile se tutti fossero isolati, senza compagni di squadra, perché chi va a prenderlo poi ha perso.

Quali sorprese potrebbero esserci l’anno prossimo?

Se ci fosse un meteo avverso allora potrebbe cambiare tutto. Un corridore singolo in gran forma soffre meno anche il freddo e la pioggia, ma le squadre invece sono più disunite, le discese fanno più selezione, c’è più nervosismo generale. E questo conta, molto.

Secondo Petacchi una possibile sorpresa potrebbe essere il giovane belga Arnaud De Lie, qui in fuga con Van der Poel
Secondo Petacchi una possibile sorpresa potrebbe essere il giovane belga Arnaud De Lie, qui in fuga con Van der Poel
Per quanto riguarda possibili outsider invece?

Bauhaus è uno che ci prova sempre, uno tosto, potrebbe regalare sorprese. Poi anche De Lie è un corridore che può vincere una Sanremo. Va forte negli strappi, è vero che è molto giovane, ma ha grandi qualità.

Alessandro, finiamo con una domanda impossibile per la classica più imprevedibile. Ma dopotutto siamo qui apposta. Vent’anni dopo di te, chi vince?

Diciamo che vedere vincere la maglia di campione del mondo è sempre bello… Se vince la Sanremo contro un lotto di avversari di questo calibro, che sono sulla carta molto più adatti a lui a questa corsa, sarebbe davvero qualcosa di unico. D’altronde Pogacar ci ha abituati a stravolgere le normali regole del ciclismo. 

L’occasione mancata: Tiberi a Oropa e il podio che se ne va

14.12.2024
5 min
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Due minuti e 25 secondi, questo è il distacco che a Roma ha separato Antonio Tiberi dal terzo gradino del podio al Giro d’Italia, occupato da Geraint Thomas. Se poi si conta che nella seconda tappa, quella che ha portato la carovana al Santuario d’Oropa il laziale ha perso due minuti dal gallese della Ineos Grenadiers i conti sono presto fatti. 

Quando chiamiamo Franco Pellizotti per chiedere quale sia la sua occasione mancata del 2024, il diesse della Bahrain Victorious ci ha pensato un paio di minuti. Prima ha detto la Milano-Sanremo con Matej Mohoric

«Però anche la tappa di Oropa – ci dice subito in battuta – lì abbiamo perso il podio al Giro con Tiberi…».

La Bahrain Victorious aveva approcciato bene il finale tenendo Tiberi davanti
La Bahrain Victorious aveva approcciato bene il finale tenendo Tiberi davanti

Obiettivo raggiunto ma…

L’occasione ci arriva davanti e cogliamo la palla al balzo. D’altronde della Sanremo mancata avevamo parlato proprio con Piva a proposito del secondo posto di Michael Matthews. E poi si parla di vittorie di singole corse o tappe, qui c’era in ballo il podio al primo Giro d’Italia corso da capitano di Antonio Tiberi

«A Oropa non avrebbe vinto – continua Pellizotti – ma proprio quei due minuti ci hanno impedito di salire sul podio. Era la seconda tappa, la prima con un arrivo in salita e Tiberi stava davvero bene, era fresco e preparato. Arrivava come capitano designato e l’obiettivo era di entrare nella top 5 e di vincere la maglia bianca. Alla fine ci siamo riusciti, certo che quei due minuti persi ad Oropa bruciano».

A inizio salita il gruppo era ancora compatto ma allungato, tra la testa e la coda c’erano comunque 30-40 secondi
A inizio salita il gruppo era ancora compatto ma allungato, tra la testa e la coda c’erano comunque 30-40 secondi
La foratura a inizio salita non ci voleva.

Siamo stati parecchio sfortunati, perché Tiberi ha bucato proprio sulle prime rampe della salita di Oropa (anche la bici di scorta poi aveva la ruota forata, ndr). Anche Pogacar aveva bucato, ma almeno era successo cinque chilometri prima e ha sfruttato il tratto in pianura e la scia delle ammiraglie.

Per Tiberi questo non è stato possibile?

No, perché in salita la scia delle ammiraglie non c’è, la velocità è bassa. Lui si è fermato a cambiare la ruota e così si è trovato dietro a tutti e con il gruppo da risalire, solo che intanto molti corridori stavano perdendo terreno. 

Tiberi si è trovato nel gruppetto con Paret-Peintre, ormai lontano dalla testa
Tiberi si è trovato nel gruppetto con Paret-Peintre, ormai lontano dalla testa
Si sarebbe potuta gestire in maniera diversa?

Avrebbe potuto prendere la bicicletta da un suo compagno di squadra, solo che Caruso era ancora in classifica. Accanto a lui c’erano anche Zambanini e altri. Si sarebbe potuto anche cambiare tutta la bici e non solo la ruota. 

In quei casi è il capitano che deve prendere in mano la situazione o anche i gregari che devono agire d’istinto?

E’ un mix di entrambe le cose. Sicuramente tutti avrebbero potuto fare meglio. In quelle fasi concitate Tiberi ha anche provato a forzare per rientrare ma senza successo. La salita di Oropa non è così lunga, o ti chiami Pantani oppure non rientri. Antonio ha anche fatto un fuorigiri che ha pagato, era nervoso e c’era tanta tensione. 

La faccia al traguardo dice tutto, alla fine il passivo da Pogacar è stato di 2′ 24″ da Thomas invece 1′ 57″
La faccia al traguardo dice tutto, alla fine il passivo da Pogacar è stato di 2′ 24″ da Thomas invece 1′ 57″
A fine tappa ne avete parlato?

Certo. Ho detto a Tiberi che il suo Giro sarebbe iniziato nella cronometro di Foligno e che avrebbe dovuto tenere duro. E’ stato bravo a reggere mentalmente perché la botta emotiva poteva essere forte.

Nella quale ha reagito subito bene.

Le prestazioni a cronometro ci hanno dato conferma di quanto avesse lavorato bene quanto fosse preparato al massimo. In una gara di tre settimane certe cose possono capitare, poi ci sono momenti e momenti.

Alla fine l’obiettivo della maglia bianca è stato centrato, così come la top 5
Alla fine l’obiettivo della maglia bianca è stato centrato, così come la top 5
Anche perché in salita i livelli tra i primi (a parte Pogacar) si equivalevano.

Era difficile pensare di poter recuperare minuti, a meno che qualcuno fosse andato in crisi. Thomas e O’Connor sono corridori solidi.

Con il proseguire dei giorni vi siete resi conto dell’importanza di quel momento?

A Roma quando ho ripensato all’intero Giro il pensiero è andato a quel giorno. Ma sono cose che capitano. Tiberi ha dimostrato di essere forte, ci ha dato un gran bel segnale.

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Javier Sola-Jeroen Swart: il punto su Tadej con i due coach

12.12.2024
8 min
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BENIDORM (Spagna) – Un anno per parlare con Javier Sola. Ogni tentativo precedente di fare qualche domanda al nuovo allenatore di Pogacar è stato respinto con la promessa di un incontro al primo ritiro. Per questo quando lo spagnolo viene a sedersi assieme a Jeroen Swart, il coordinatore della performance, la curiosità è tanta. Al coach spetta il compito di farci capire in che modo hanno lavorato per dare allo sloveno il margine di strapotere che non aveva dodici mesi fa.

Javier Sola ha 38 anni e, rispetto alla foto sul sito della UAE Emirates, ha tagliato la barba. Parla in inglese e solo a tratti cede alla tentazione di rispondere in spagnolo agli spagnoli. Il suo compito è dimostrare che non è successo nulla di eccezionale e che qui l’unica eccezionalità sia costituita dal campione.

«Secondo me avrebbe anche potuto fare anche la Vuelta – inizia per dare al discorso il giusto ritmo – e sarebbe andato anche bene. Ma forse non sarebbe stato funzionale al suo sviluppo e all’obiettivo di vincere il mondiale. Non so se ci sarà un tentativo di questo tipo, di certo non il prossimo anno».

Il discorso va avanti a due voci, con la conferma di una sensazione che avevamo da tempo. Il Pogacar visto fino al 2023 non aveva raggiunto né cercato il suo limite. Non aveva gambe scavate, né la profondita nel lavoro dei suoi rivali. I tecnici si confrontano e completano l’uno le frasi dell’altro, anche se alla fine si guarderanno bene dall’entrare nei dettagli. Mandare avanti la preparazione di una squadra così grande è già di per sé stimolante, avere a che fare con la grandezza di Pogacar deve essere un viaggio straordinario. Si comincia con Javier.

Secondo Javier Sola, Pogacar avrebbe potuto puntare anche sulla Vuelta e andare bene
Secondo Javier Sola, Pogacar avrebbe potuto puntare anche sulla Vuelta e andare bene
Abbiamo visto alcune prestazioni incredibili da parte di Tadej in questa stagione. Puoi dire quali sono stati i principali cambiamenti mentali, fisiologici e nella sua preparazione?

Non abbiamo fatto grandi cambiamenti, in realtà. Dobbiamo seguire una linea, ma ovviamente Tadej ha il suo background. Fondamentalmente abbiamo incrementato gli allenamenti sulla forza, inoltre ha migliorato la sua composizione corporea rispetto agli altri anni. Inoltre ha lavorato di più con la bici da cronometro quest’anno, puntando anche più sull’intensità.

Tutto questo giustifica un simile miglioramento?

Tadej ha un anno di più e sta facendo esperienza. Abbiamo valutato che fosse il momento di provare a spingere un po’ verso l’alto. Abbiamo lavorato sulla forza in bici, ma anche fuori dalla bici. Abbiamo fatto lavori di intensità e penso che possa ancora migliorare, ma non posso prevedere quanto e dove. Non ho la sfera di cristallo. Lavoriamo tutti i giorni e cerchiamo di porci degli obiettivi ogni anno, per mantenerci motivati. Solo così potremo capire il range di miglioramento. Ovviamente la cosa più importante è che sia ancora motivato per continuare a migliorare e vincere.

Cosa hai imparato su Tadej in questo primo anno di lavoro insieme?

Che è super rilassato, è molto umile, un gran lavoratore. Questo è Tadej, il miglior corridore del mondo.

Ci sono dei fronti su cui concentrare il miglioramento?

Penso che possa progredire ancora sul fronte della forza, quindi ora ci stiamo concentrando su questo, anche un po’ di più rispetto all’anno scorso. In più pensando alle corse a tappe cercheremo di fare un po’ più di intensità, cercando di capire se possa gestire un carico superiore e così progredire ancora. Questo è un processo che cerchiamo di aumentare ogni anno.

E’ vero che la Zona 2 di Tadej è così alta da uguagliare la Zona 3 degli altri?

Parlare della Zona 2 di Tadej e confrontarla con gli altri è giusto fino a un certo punto. Più è alta la soglia aerobica e più in proporzione si alza tutto il resto. Quando Tadej è stato ospite del podcast di Peter Attia, si è parlato di 280-300 watt in Zona 2. Come per qualunque mortale, si tratta del 75 per cento della soglia, basta fare il calcolo. E quando la soglia si alza, il resto la segue in proporzione.

Sola e Swart hanno spiegato senza grandi dettagli la preparazione svolta da Pogacar per migliorare
Sola e Swart hanno spiegato senza grandi dettagli la preparazione svolta da Pogacar per migliorare

La parola a Swart

Finora Swart è restato in silenzio, annuendo alle risposte del collega. Ma quando è Sola a interpellarlo perché dica qualcosa sugli ultimi concetti, anche il sudafricano dimostra di avere utili argomenti. Il prossimo anno compirà 50 anni, arriva da Cape Town ed è nel team emiratino dai primi anni.

«Ogni anno – spiega – le squadre fanno passi avanti in termini di incremento della qualità del lavoro e della scienza che introducono nella loro preparazione. Stanno migliorando la nutrizione e anche i materiali. Ogni anno dobbiamo valutare quello che facciamo e vedere dove ci sono ancora aree in cui possiamo migliorare. Lo facciamo su base annuale e fortunatamente durante il 2023 ci sono stati alcuni passaggi chiave, che ci hanno permesso di intervenire nella preparazione del 2024. La squadra è andata bene con tutti i corridori, non solo con Tadej, quindi penso che sia importante concentrarsi su tutti».

C’è stato nel caso di Tadej un fattore decisivo per il miglioramento?

Non c’è un elemento specifico, ci sono varie sfaccettature. Javier ha menzionato l’allenamento sulla forza. Diciamo che monitoriamo quella che chiamiamo la produzione media di coppia massima per tutti i corridori. Così facendo, abbiamo potuto vedere che nell’espressione della potenza c’erano alcune carenze anche per Tadej. Siamo intervenuti e questo ha portato qualche piccolo vantaggio. Poi c’è la nutrizione, che negli ultimi 10 anni si è evoluta enormemente.

Tadej ha ammesso di aver faticato per adattarsi alle tabelle del nutrizionista.

Prima tutti consumavano 60 grammi di carboidrati all’ora e pensavano di essere vicini al limite massimo. Oggi lo standard è di 110-120 grammi e questo significa che il carburante a disposizione dei corridori è molto maggiore. Ce ne accorgiamo dalla capacità complessiva degli atleti di fare sforzi ad alta intensità per periodi molto più lunghi. Allo stesso modo, analizzando l’andamento delle gare, abbiamo puntato sull’allenamento con il calore, una grande area su cui si è fatta tanta ricerca. Nell’ultimo anno ci sono state dozzine di articoli praticamente solo in quella sfera. E quindi abbiamo implementato anche questo con successo».

Doppia borraccia al via di tappa, con i carboidrati in base alle indicazioni del nutrizionista
Doppia borraccia al via di tappa, con i carboidrati in base alle indicazioni del nutrizionista
Pogacar è davvero un’eccezione?

Ci sarebbero anche altri atleti del suo livello, ma non producono le stesse prestazioni perché non hanno l’intero spettro di quella capacità. Per essere una superstar che capita una volta nella vita, come Federer, Nadal o Tadej, devi possedere l’intera gamma e non tutti ce l’hanno. Se si combina il super talento naturale con il duro lavoro, i risultati arrivano. Se tralasci un aspetto, non raggiungerai lo stesso livello. Forse avrai delle vittorie, ma non diventerai una superstar globale come Tadej.

L’UCI di recente ha chiesto alla Wada di vietare l’uso del monossido di carbonio.

La respirazione con il monossido di carbonio è una tecnica convalidata da 20 anni e utilizzata da alpinisti, sportivi di resistenza e atleti di tutto il mondo per misurare la massa dell’emoglobina quando si recano in quota. Negli ultimi sette anni abbiamo ottenuto degli ottimi benefici grazie ai ritiri in altura, ma non c’era modo di quantificare i miglioramenti in modo chiaro se non misurando la massa dell’emoglobina. Così due anni fa abbiamo deciso di valutare se i nostri corridori stessero migliorando o meno rispetto alle nostre aspettative.

Come è andata a finire?

Abbiamo condotto per 18 mesi uno studio e valutato la massa dell’emoglobina usando la respirazione del monossido di carbonio, che ha una tecnica molto standardizzata con attrezzature molto specifiche. Il processo ormai è terminato e i risultati mostrano che i training camp in altura sono molto adatti ai nostri corridori, quindi non abbiamo bisogno né intenzione di andare avanti. Mentre penso che siano stati scritti articoli piuttosto sensazionalistici che speculano sull’abuso di una tecnica che sarebbe piuttosto complicata e difficile da attuare.

I ritiri in altura danno i risultati sperati: il test del monossido di carbonio sarebbe servito per dimostrarlo (foto Alen Milavec)
I ritiri in altura danno i risultati sperati: il test del monossido di carbonio sarebbe servito per dimostrarlo (foto Alen Milavec)

Torniamo da Javier Sola

Il tema è caldo, il fatto che del monossido di carbonio sia stato chiesto il divieto fa pensare che magari non tutti se ne servano per scopi di ricerca. Le domande riprendono, si torna a parlare di preparazione con Javier Sola.

In che modo il calendario influisce sulla sua preparazione?

La cosa più importante per noi è che Matxin continui a fare un ottimo calendario, che ci permette di dividere la stagione in due blocchi: quello delle classiche e quello con i Grandi Giri. Questa distinzione permette di programmare bene la preparazione, dato che le esigenze della gara di un giorno sono diverse rispetto al Tour de France, assecondando le esigenze specifiche di ogni evento.

Qual è la particolarità di Pogacar rispetto a queste programmazioni?

Il modo in cui risponde al piano di allenamento. E’ un monitoraggio che stiamo facendo, seguendo il lavoro con i dati oggettivi e i dati soggettivi, sommando tutte le informazioni possibili. Penso che Tadej sia incredibilmente professionale, lui segue il piano e fa quello che serve. A volte è anche troppo entusiasta e per questo dobbiamo tenerlo a bada. Ma la realtà è che spesso ha ragione lui, perché ha un’incredibile capacità di allenarsi, recuperare e adattarsi.

In altre parole?

La sua forza rispetto ad altri corridori è la capacità di assimilare il carico di lavoro a un ritmo molto più veloce. E’ in grado di raggiungere non solo il picco di forma molto rapidamente, ma anche queste prestazioni fenomenali. E questa è davvero una cosa che capita una volta in una generazione.

Le vittorie di Pogacar hanno motivato la squadra: grazie all’emulazione sono arrivate le 81 vittorie 2024
Le vittorie di Pogacar hanno motivato la squadra: grazie all’emulazione sono arrivate le 81 vittorie 2024
Fino a che punto pensi che oggi abbia raggiunto la piena capacità e sia in grado di fare un passo avanti?

Lo scopriremo nel prossimo anno. Sicuramente ha fatto davvero un buon passo dai 23 ai 24 anni, poi dai 24 ai 25 e ora dai 25 ai 26. Il tempo dirà se riuscirà a crescere ancora.

Come si fa a conciliare l’eccezionalità di Tadej col resto della squadra?

Non è un problema, perché si è creata ormai una cultura del successo. Quando un corridore vince così, gli altri vogliono emularlo e tutti sono spinti a un livello superiore. Lo abbiamo visto con i nostri atleti: tutti vogliono vincere e hanno l’opportunità di farlo quando sono al livello in cui devono essere. E’ come quello che accadde con la Ineos, che aveva ingaggiato tante stelle e costruito tutta la squadra intorno a loro. Penso che sia una cosa complessa da gestire, ma penso che Matxin lo faccia bene. Per questo abbiamo ottenuto una stagione con 81 vittorie, questa squadra sta progredendo in modo fenomenale.

Pogacar allunga le mani su Sanremo, Fiandre, Tour e mondiale

11.12.2024
8 min
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BENIDORM (Spagna) – E venne finalmente il giorno di Pogacar. Lo abbiamo aspettato per tutto il giorno. E’ uscito in bici vestito con l’iride, dedicando poche parole a poche persone. La Colnago bianca come quella del Lombardia e non la Y1Rs nuova e futuristica su cui è stato alzato il velo giusto ieri. Pare che la conformazione a dir poco originale del manubrio richieda un’attenzione certosina per la messa in sella, per cui ci vorrà ancora qualche giorno prima che la squadra cominci a usarla.

La mattina era inondata di sole, solo nel pomeriggio si è alzato il solito vento che ha portato nuvole e qualche grado in meno. Per il resto, la regione è un incanto a misura di ciclista. Accorgersi ogni volta della disciplina delle auto dietro i gruppi ci fa vergognare della nostra voglia di passarli.

Per questo primo ritiro, il UAE Team Emirates ha scelto il gigantesco Grand Luxor Hotel, parte integrante di Terra Mitica, il parco dei divertimenti a Benidorm, che per anni ha sponsorizzato la nazionale spagnola. Una hall smisurata, marmi e statue finte di divinità egizie, la piscina e il mare in lontananza.

Prima che arrivasse Pogacar, Matxin ha spiegato il suo programma per il 2025
Prima che arrivasse Pogacar, Matxin ha spiegato il suo programma per il 2025

Svelato il calendario

Prima di Pogacar è stata la volta di Matxin. Il capo dell’area tecnica della squadra ha spiegato per sommi capi i programmi del campione sloveno. Inizio al UAE Tour. Poi Strade Bianche, Sanremo e le classiche del pavé fino al Fiandre. Quindi le Ardenne e il Tour de France preceduto dal Delfinato. Ha anche detto che per battezzare il secondo Grande Giro, aspetteranno la presentazione della Vuelta il 19 dicembre, ma la sensazione è che quest’anno al Giro avremo Ayuso e non Pogacar.

Quando Tadej si siede davanti al plotone dei giornalisti, il nodo del calendario è già sciolto, ma tutto sommato l’attesa era inferiore allo scorso anno, quando la scelta del Giro era un fattore intrigante per la possibile doppietta col Tour. Ora che lo sloveno ha dimostrato di non avere limiti, il suo calendario ha smesso di essere motivo di interesse. Solo i giornalisti spagnoli insistono per sapere se tornerà alla Vuelta.

Aver realizzato la doppietta Giro-Tour ha in parte tolto la suspense dall’annuncio del calendario
Aver realizzato la doppietta Giro-Tour ha in parte tolto la suspense dall’annuncio del calendario
Come fai ad addormentarti pensando a questa stagione così bella, forse la più grande di sempre?

Non sono io a giudicare, ma dal mio punto di vista, è stato un anno davvero grandioso. Mi sono divertito molto, per cui dormo davvero bene. E con tanti bei pensieri nella testa.

Cosa ha fatto sì che quest’anno tutto funzionasse?

Non lo so, credo che le cose a volte vadano bene, ma serve anche avere fortuna. Nel ciclismo, nello sport in genere è così. E quest’anno sono davvero grato e fortunato che tutto sia andato come volevamo. Sono arrivato in buona forma in ogni gara dall’inizio alla fine. Tutti i pezzi più piccoli si sono uniti e hanno composto il quadro. Allenamento, alimentazione, l’ambiente intorno a me… Tutto si unisce per dare vita alla stagione perfetta.

Puoi parlarci del tuo programma per il 2025 e spiegare i tuoi obiettivi?

Non c’è niente di strano nel mio programma. Inizio con il UAE Tour come ho già fatto altre volte in passato. Farò alcune classiche in Italia, alcune in Belgio fra il pavé e le Ardenne e poi inizierò la preparazione per il Tour, che sarà l’obiettivo principale insieme ai campionati del mondo. Voglio andare a difenderli entrambi e questo mi dà grande piacere.

Uscita del mattino. Il giovanissimo Giaimi alle prese con il misuratore di potenza del capo Gianetti
Uscita del mattino. Il giovanissimo Giaimi alle prese con il misuratore di potenza del capo Gianetti
Pensi di poter migliorare o sarà più importante mantenere lo stesso livello del 2024?

Penso che migliorerò, questo almeno è l’obiettivo. Le esperienze sono occasioni di crescita e io non mi considero ancora un corridore anziano. Sono piuttosto giovane, quindi forse c’è ancora spazio per crescere. Dovremo aspettare e vedere durante l’inverno se riesco a crescere in qualche aspetto. Le prime gare diranno se ci sono riuscito. Ma anche se sarò un po’ meno forte di quest’anno, penso che andrà bene lo stesso.

Hai individuato l’area in cui potresti migliorare di più?

Ci sono piccoli dettagli, come in qualsiasi altra cosa. Penso che gli esseri umani possano sempre migliorare se stessi e penso che nello sport sia lo stesso. Cerchi di migliorare fino alla fine della tua carriera e quando non ci riesci più, forse è il momento di dire basta. Altrimenti te ne accorgi quando è tardi e va tutto a rotoli. Per quanto mi riguarda, penso ai dettagli sulla bici, in allenamento, nell’alimentazione e nel sonno. Si può migliorare tutto e cercare di arrivare al 100 per cento. Dovrò impegnarmi alla perfezione e cercare di fare un passo avanti in ogni aspetto.

In realtà il tuo off-season è stato tutto fuorché riposante: può esserti costato troppo?

Sono riuscito a riposare bene. Ci siamo divertiti molto nel ritiro degli Emirati Arabi Uniti. C’è stato qualche impegno, ma con i compagni di squadra è andata molto bene. Poi sono stato in vacanza con Urska ed è stato davvero fantastico. Ci sono stati alcuni obblighi a cui non potevo dire di no, ma in genere ho capito che non puoi semplicemente stare seduto a casa tutto il tempo senza fare niente. Devi vedere persone, amici, famiglia, sponsor, partecipare ad alcuni eventi. Ogni anno è più o meno uguale e quando arriva il momento di riprendere gli allenamenti diventa impegnativo.

Un assalto di microfoni e telecamere per Tadej Pogacar al Grand Luxor Hotel
Un assalto di microfoni e telecamere per Tadej Pogacar al Grand Luxor Hotel
Tutto ciò richiede grande concentrazione. Hai mai pensato di farti aiutare da un mental coach per gestire tanta tensione?

La salute mentale è una cosa di cui in passato non si parlava a sufficienza. Ora le persone iniziano a rendersi conto che è un aspetto piuttosto importante, anche se non tutti hanno chiaro cosa fare. E’ difficile trovare qualcuno di cui ti puoi fidare, quindi questo sarebbe il primo passaggio. Se si sblocca una situazione mentale che ti condiziona, potresti averne anche dei miglioramenti nello sport. Ma la cosa più importante è che sarai più rilassato e più felice, anche al di fuori della vita ciclistica.

Hai firmato un contratto lunghissimo, fino al 2030: sarà un elemento di tranquillità per il futuro non dover pensare a questo aspetto?

Questa è una cosa certa. Quando firmi un contratto lungo puoi concentrarti di più solo sul ciclismo e sul fare bene la tua parte. C’è anche da dire che in questa squadra conosco tutti molto bene. Ho costruito delle grandi amicizie, quindi per me è bello restare molto a lungo. Non mi meraviglierei di chiudere qui la mia carriera.

Hai parlato delle classiche del pavé, ma non della Roubaix: come mai?

Non è una decisione definitiva, potrei anche decidere di farla, anche se sono certo che non mi si addica e che ho tanto tempo ancora per provarci. Mi piace molto fare le classiche, nel 2023 ho avuto una stagione fantastica finché non sono caduto. Per cui voglio tornare sul pavé almeno un altro paio di volte e non importa se per allora non avrò più la maglia iridata.

Sanremo 2024, il forcing di Pogacar sul Poggio non è bastato per fare il vuoto
Sanremo 2024, il forcing di Pogacar sul Poggio non è bastato per fare il vuoto
Abbiamo chiesto a Matxin se ci sono possibilità che tu prima o poi faccia i tre Grandi Giri nello stesso anno e lui dice di no, almeno per quest’anno…

Mi piacerebbe provare, ma non è una priorità né qualcosa per cui morirei. Quest’anno ho fatto Giro e Tour. Sarebbe bello anche fare Tour e Vuelta, fermo restando che il Tour è il più grande. Nel 2024 ho scoperto che fare due Giri nello stesso anno è molto bello, ma devi essere in buona forma. Devi pianificare e organizzare molto bene gli allenamenti, la pianificazione dei training camp e i periodi di riposo nel mezzo.

Uno dei grandi obiettivi che ti mancano è la Milano-Sanremo, hai già qualche idea di come correrla?

La Sanremo è la gara meno prevedibile del calendario, eppure è una di quelle in cui voglio davvero dimostrare il mio valore. Mi sto avvicinando al primo posto, ma ci sto arrivando lentamente. Penso che per l’anno prossimo sia uno dei primi obiettivi. E’ una Monumento davvero bella, la gara più lunga della stagione, che si concentra nelle ultime due salite della giornata. E’ davvero interessante e non vedo l’ora che venga.

Quanto è importante avere una bici aerodinamica per la Sanremo?

Non direi che la cosa più importante sia avere una bici aerodinamica. Di sicuro aiuta, ma si certo hai più bisogno di comfort, dato che passi molto tempo in sella. Hai anche bisogno di una bici che vada molto veloce su pendenze del 5-7 per cento e che vada bene in curva per l’ultima parte della gara. Ci sono molte occasioni in cui si corrono dei rischi, soprattutto nelle discese finali dalla Cipressa e dal Poggio. Quindi serve una bici veloce che vada bene in discesa.

Nel salone delle bici, ecco la nuova Colnago Y1Rs con i colori di Pogacar
Nel salone delle bici, ecco la nuova Colnago Y1Rs con i colori di Pogacar
Se dovessi scegliere quale sia l’aspetto più importante in cui puoi migliorare, di cosa parleresti?

Penso la completezza, l’attenzione all’allenamento, all’alimentazione sana e al sonno. Questa coerenza, la regolarità di ogni giorno ti consente di concentrarti su ciò che vuoi fare ed è la cosa principale da migliorare.

Molti dei miglioramenti di cui abbiamo parlato finora sono correlati alla scienza. Nel ciclismo è tutto molto calcolato, quanto è importante per te essere libero di attaccare da lontano?

Penso che quando si tratta di tattica, il ciclismo sia uno degli sport più liberi. Puoi anche fare riunioni di dieci ore cercando di spiegare come andrà la gara e ugualmente non riuscirai mai a inquadrarla, perché ci sono tante opzioni che possono accadere. Il ciclismo è uno sport molto aperto e imprevedibile. I corridori devono usare tanto la testa ed è la parte di questo lavoro che mi piace di più.

Prudhomme: il Tour in Italia e il dualismo tra Pogacar e Vingegaard

24.11.2024
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RIVA DEL GARDA – Dai giorni di Firenze, Bologna e Torino sono passati pochi mesi, abbastanza da far sembrare la partenza del Tour de France dall’Italia un vago ricordo. Eppure il giorno in cui è stato annunciato che la Grande Boucle sarebbe partita proprio dal nostro Paese, si ebbe la sensazione di qualcosa di unico. La conferma è arrivata con la presentazione dei team da Firenze, avvenuta il 28 giugno. Un evento enorme, per grandezza, spettacolo offerto, pubblico presente e valorizzazione del territorio. La macchina gialla, guidata da Christian Prudhomme si era messa in moto e aveva lasciato tutti affascinati. Quasi ammaliati da ciò che il ciclismo permette di fare. 

Di mesi ne sono passati cinque, il Tour de France è stato vinto da Tadej Pogacar, lo sloveno mangia tutto. Sembra quasi che sia stato digerito in fretta, masticato con voracità senza essere stato apprezzato fino in fondo. Si sa che a volte l’attesa del piacere è essa stessa il piacere. 

La presentazione del Tour a Firenze aveva unito perfettamente la corsa alla storia della città
La presentazione del Tour a Firenze aveva unito perfettamente la corsa alla storia della città

Conoscere 

Tuttavia ritrovarsi davanti alla figura di Christian Prudhomme ci ha fatto ricordare della bellezza che ha regalato con la sua corsa. Il direttore generale del Tour de France ha portato, solo negli ultimi due anni, la Grand Depart prima in Spagna e poi in Italia. Che bilancio trae dall’esperienza del Tour in Italia?

«L’accoglienza è stata fantastica – ci dice ai margini della conferenza stampa di presentazione del Tour of the Alps – anzi, l’accoglienza degli italiani è stata fantastica. Il Tour de France non era mai partito dall’Italia, aveva toccato tutti i Paesi limitrofi, ma mai il vostro. Tutti conosciamo i campioni come Coppi, Bartali e tanti altri. Abbiamo voluto mettere in evidenza la storia del ciclismo in Italia, che è davvero ricca e profonda. Sentivamo che gli italiani volevano questo, ma anche noi». 

Christian Prudhomme prima del Tour è stato anche ai campionati italiani, anch’essi partiti da Firenze
Christian Prudhomme prima del Tour è stato anche ai campionati italiani, anch’essi partiti da Firenze
Com’è stato immergersi nella nostra cultura?

Il motivo per cui mi sono recato sulla tomba di Fausto Coppi il 2 gennaio è che, come direttore del Tour de France, non avrei mai potuto creare un evento simile senza conoscerne la storia. Pensare di essere alla partenza da Firenze senza aver visitato i luoghi del ciclismo italiano non sarebbe stato giusto. 

In quali luoghi si è fermato?

Al museo Bartali, sulle strade di Nencini e Ottavio Bottecchia. Sono davvero molto, molto felice di averlo fatto, perché senza tutto questo la Grande Depart sarebbe stata un’esperienza molto diversa. 

L’Etape du Tour a Parma è un format che ha subito raccolto tanti consensi, infatti verrà riproposto (foto Facebook)
L’Etape du Tour a Parma è un format che ha subito raccolto tanti consensi, infatti verrà riproposto (foto Facebook)
E il pubblico italiano come ha reagito?

Partire da una città come Firenze è estremamente prestigioso, le immagini parlano da sole. Sono venute tantissime persone, le quali hanno mostrato rispetto per i campioni e per la bellezza dei monumenti. Ero stato a Firenze diverse volte in vacanza. È semplicemente una città magnifica. Ma ogni strada, città e paesino che il Tour ha attraversato mi ha lasciato qualcosa. E poi c’è stata una grande battaglia sportiva. Ogni volta che la nostra corsa inizia dall’estero siamo costretti a spiegare i motivi. L’Italia ce li ha mostrati da sola. 

I corridori non si sono risparmiati. 

Quando hai questi paesaggi, questi campioni e questo pubblico tutto viene più semplice. Se a tutto ciò si aggiunge anche la battaglia agonistica sulle strade allora non manca nulla. Sul San Luca, a Bologna, abbiamo visto subito Pogacar attaccare e Vingegaard rincorrerlo. La fortuna per noi francesi è stata quella di avere due connazionali che hanno vinto nei primi due giorni. 

Sulle rampe del San Luca il primo assaggio dello spettacolo del Tour de France
Sulle rampe del San Luca il primo assaggio dello spettacolo del Tour de France
La vittoria a Rimini di Bardet è stata il fiore all’occhiello per voi…

Successo di tappa e maglia gialla, incredibile. La seconda tappa è stata vinta da un giovane: Kévin Vauquelin. Tutte queste cose ci hanno regalato dei ricordi molto belli dell’Italia. 

Qual è stato il bilancio degli altri eventi, ad esempio l’Etape du Tour a Parma?

Lo sviluppo del Tour avviene anche attraverso pedalate come queste. Sono eventi che fanno respirare alla gente cosa vuol dire far parte della Grande Boucle. L’affluenza è stata ottima, tanto da riproporre l’evento, in totale l’Etape du Tour tocca venti Paesi differenti. E’ un format che funziona, e siamo ovviamente felici che ce ne sia una anche in Italia. 

Prudhomme spera in un duello alla pari tra Pogacar e Vingegaard nel 2025
Prudhomme spera in un duello alla pari tra Pogacar e Vingegaard nel 2025
Lei ha parlato di battaglia sportiva, il dominio di Pogacar nel 2024 la spaventa? C’è il rischio che l’entusiasmo del pubblico venga meno?

 Mi fate questa domanda in un momento in cui si piange l’addio di un campione come Rafael Nadal e le partite che negli anni ci sono state tra lui e Federer. Quando Pogacar vinse la cronometro di Laval nel Tour del 2021 tutti erano convinti che ne avrebbe vinti 6, 7, 8 di fila. Nei due anni successivi, invece è arrivato Vingegaard e il dominio sembrava potersi invertire. Quello che mi auguro è che entrambi i protagonisti siano al via del Tour de France senza dover recuperare da una caduta molto grave. Negli ultimi due anni lo squilibrio è stato causato da cadute e infortuni, che hanno colpito entrambi. Quindi spero davvero che entrambi siano in piena forma, e poi vedremo.