Arrighetti, un buon 2023 e già un bel nome per il futuro

26.10.2023
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Sull’altopiano di Bossico, un balcone naturale che si affaccia sul Lago d’Iseo, ci vive Nicolò Arrighetti, uno dei migliori debuttanti tra gli U23. Il bergamasco ha disputato una buona stagione con la Biesse-Carrera senza accusare troppo il salto di categoria e i suoi due tecnici sono pronti a scommettere su di lui.

Le parole spese nelle settimane scorse da Milesi e Nicoletti rappresentano una bella investitura per il futuro di Arrighetti (in apertura foto Rodella) e lui per il 2024 non ha paura di continuare a confrontarsi nelle gare più dure, anche se non bisogna correre troppo. Ora arriva lo step della crescita graduale, quello tradizionalmente più complicato di percorsi come il suo. Il diciottenne quest’anno ha ottenuto subito una vittoria a marzo a Fubine nella Monsterrato Road, battendo De Pretto in uno sprint ristretto. Ha poi infilato due podi, quattro top 5 e otto top 10, arricchendo il suo ruolino con la maglia azzurra indossata alla Corsa della Pace. Valeva la pena approfondire la conoscenza di Nicolò.

Risultati a parte, com’è andata questa prima annata da U23?

E’ stata ottima, nonostante avessi la maturità (si è diplomato in elettrotecnica, ndr). Ho fatto tanta esperienza. Mi sono rivoluzionato e migliorato su tante competenze grazie ai miei compagni, ai miei diesse e alla squadra in generale. Qualche soddisfazione me la sono ritagliata e onestamente non mi aspettavo di vincere così presto, anche se stavo abbastanza bene.

Abbastanza?

In primavera ho sofferto per l’allergia, però ho comunque conquistato un bel quinto posto con la nazionale. Nella seconda parte di stagione sono cresciuto, per merito di un periodo in altura a Livigno assieme al mio compagno D’Amato. Mi sentivo più presente in gara.

Azzurro. Arrighetti ha vestito la maglia della nazionale alla Corsa della Pace ottenendo un quinto posto nella prima tappa
Azzurro. Arrighetti ha vestito la maglia della nazionale alla Corsa della Pace ottenendo un quinto posto nella prima tappa
Principalmente che differenze hai notato dall’anno scorso?

Tante. Considerate che da junior correvo in una formazione attrezzata ma piccola, dove ero abituato a fare il leader. Qui in Biesse-Carrera invece ho imparato a lavorare per i compagni e anche a girare l’Italia per le gare, stando tanti giorni lontano da casa. E’ stata una indicazione di com’è la vita del corridore. Poi naturalmente, la differenza maggiore è legata alle corse. Un ritmo maggiore, che diventa ancora più alto quando corri in mezzo ai pro’.

Appunto, per te in certe corse è stato un salto doppio. Come te la sei cavata?

La squadra mi ha sempre portato a gare di alto livello. Devo dire che ero abbastanza preparato a correre tra i pro’ perché i compagni erano stati bravi a spiegarmi come fare e cosa avrei trovato. Ovvio però che i valori sono davvero tanto differenti. Nelle gare pro’ per noi delle continental è molto difficile arrivare in testa al gruppo e restarci. Ci sono chiaramente anche delle gerarchie. In più si soffrono le cosiddette frustate date dalla velocità. L’ho visto proprio due settimane fa al Giro del Veneto…

Racconta pure.

Stavo bene e ho cercato di limare tutto il giorno per mantenere le prime venti-trenta posizioni, ma è stata dura. A sette chilometri dalla fine ho preso un buco perché ero ormai al gancio e stanco. Fortuna che nel mio gruppetto a chiudere il gap c’era De Marchi, altrimenti non sarei riuscito mai a rientrare davanti. Alla fine ho raccolto un buonissimo piazzamento (26° posto a 15” dal vincitore Godon, ndr) che per me vale tanto.

Quali sono le caratteristiche di Nicolò Arrighetti?

Sono alto 1,88 metri e peso circa 73 chilogrammi, quindi fisicamente mi riterrei un passista che tiene bene su strappi e alcuni tipi di salite. Al momento quelle con pendenze abbordabili riesco a superarle senza grossi problemi, però io vorrei migliorare tanto in generale e su quelle più lunghe e dure. Sono ancora molto giovane (compirà diciannove anni il prossimo 23 dicembre, ndr), pertanto credo di avere ancora ampi margini su tante cose.

Sulle strade del Giro del Veneto, Arrighetti (qui con Belleri e D’Amato) è riuscito a ben figurare tra i pro’ (foto Elisa Nicoletti)
Sulle strade del Giro del Veneto, Arrighetti (qui con Belleri e D’Amato) è riuscito a ben figurare tra i pro’ (foto Elisa Nicoletti)
Che obiettivi ti sei posto per il 2024?

Ce ne sono diversi, tutti con l’intento di proseguire nella crescita affidandomi sempre alle indicazioni di Marco e Dario (rispettivamente i diesse Milesi e Nicoletti, ndr). Non vorrei esagerare o sembrare presuntuoso, ma data l’esperienza maturata nel 2023 nelle gare internazionali, posso dire che il prossimo anno mi presenterò nelle stesse con la voglia di fare bene. Spero di poter correre il Giro NextGen e anche di potermi guadagnare ancora una convocazione in nazionale. Quello è sempre un grande onore. Invece al passaggio tra i pro’ ci penserò solamente più avanti, se riuscirò a cogliere dei risultati importanti.

Pozzato, dieci giorni dopo il bilancio della prima volta

27.10.2021
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Dieci giorni dopo la sua Veneto Classic, Filippo Pozzato è a casa riordinando le idee e immaginando a uno scenario possibile per le prossime edizioni. La collocazione a ottobre non lo ha convinto molto. E siccome il vicentino è perfezionista, piuttosto che dirsi che è andato tutto bene, ha ben chiaro cosa si potrebbe migliorare. E la data è il fronte più importante.

«Sono contento – dice – è stato un bell’inizio. Peccato per la data, appunto. C’è andata bene con il meteo, ma abbiamo avuto poche squadre. La collocazione perfetta sarebbe a settembre, per avere i corridori che preparano il mondiale e più team al via. Ma a settembre pare non ci sia posto e quindi ci sarà da ragionare bene».

Quattro giorni di ciclismo: Giro del Veneto, Serenissima Gravel, gran fondo e Veneto Classic: che bilancio fai?

Il Giro del Veneto me lo ha proposto la Regione e ho subito pensato che, avendolo sempre organizzato la Padovani, sarebbe stato brutto portarglielo via. Sono contento perché siamo riusciti a farlo insieme a loro. Non è semplice fare squadra con altre associazioni, ma è venuta bene, ci hanno aiutato anche nelle altre corse e penso che si possa ripetere.

Il concetto di squadra, se ne parla spesso…

E’ la mia filosofia. Da solo non vai da nessuna parte, giocando di squadra si fanno grandi cose.

La Serenissima Gravel?

Bellissima. Posti stupendi, che le foto e le immagini hanno valorizzato. E’ venuta bene, un bel vincitore, spettacolare, ma è stata un disastro sul fronte dei permessi. Si passava in parchi e riserve naturali, ognuno con il suo regolamento. L’ultimo permesso, quello per passare nel Parco del Sile, è arrivato alle 16,30 del giorno prima.

Nella GF VeneToGo, niente classifiche e traffico aperto: per Pozzato è stato un successo
Nella GF VeneToGo, niente classifiche e traffico aperto: un successo
La gran fondo?

Un bel momento di condivisione (in apertura, Pozzato con Davide Cassani, ndr). Sono stato contento e la formula senza classifica ha funzionato, credo sia piaciuto anche a quelli che normalmente partecipano pensando al risultato. Ho partecipato al Fiandre e a quella di Miami, si corre con il traffico aperto e rispettando il codice della strada. Credo sia stato il primo caso che in Italia si sia svolta una gran fondo con il traffico aperto. Ci siamo fermati ai ristori, siamo andati in bici tutti insieme.

E poi la Veneto Classic, la tua corsa…

Non è un mistero che sia quella in cui credo di più. E’ la mia idea di corsa, impegnativa e spettacolare. Quest’anno l’abbiamo fatta con pochi corridori buoni ed è venuta fuori molto bene, immagino che cosa potrebbe diventare con le squadre al completo. Per me è lei la corsa, ispirata ancora una volta al Belgio.

In ciascuna delle tre corse, podio minimal e grande scenario alle spalle…

Come ai campionati italiani l’anno scorso, con le mura di Cittadella alle spalle. Come al Tour, con l’Arco di Trionfo. A Padova abbiamo scelto Prato della Valle. A Bassano, il Ponte degli Alpini. A Piazzola sul Brenta la Villa Palladiana. E’ il modo migliore per valorizzare il nostro territorio.

Questo il team con cui Pozzato (al centro) ha realizzato i 4 eventi di ottobre
Questo il team con cui Pozzato (al centro) ha realizzato i 4 eventi di ottobre
Parli spesso di Belgio, il legame con Flanders Classics esiste davvero?

Thomas Van der Spiegel (Ceo di Flanders Classics, ndr) è un mio amico. E’ grazie a lui e alla mia mediazione che Vermiglio ha avuto la Coppa del mondo di ciclocross a dicembre. Le località che avevo sotto mano erano già impegnate con lo sci, ma nel 2023-24-25 probabilmente ci saranno altre sedi.

Durante tanto organizzare, sei stato contattato dalla FCI come possibile commissario tecnico: questo ti ha distratto?

In realtà no. Ho incontrato il presidente Dagnoni ai mondiali di mountain bike in Val di Sole, abbiamo fatto grandi ragionamenti, poi non s’è fatto più sentire. Ha espresso valutazioni sui nomi che giravano, sono curioso di vedere quali saranno alla fine le sue scelte. Da lì capiremo forse anche il resto.

Trentin e le volate ristrette: che cosa si è inceppato?

26.10.2021
5 min
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E’ possibile che una volata, nello specifico quella di Harrogate del 2019, ti rimanga nella testa e ti condizioni al punto da sbagliare le successive? Ce lo siamo chiesti parlando di Matteo Trentin, che da quel 29 settembre del 2019 non è più riuscito a vincerne una e per alzare le braccia è dovuto arrivare da solo al Matteotti dello scorso 19 settembre.

Quarto a Kuurne. Terzo alla Gand. Secondo nella 13ª tappa della Vuelta dietro Senechal, sprint a due. Secondo all’Agostoni dietro Lutsenko, sprint a due. Secondo al Giro del Veneto dietro Meurisse.

Secondo qualcuno – Paolo Bettini, ad esempio – il collegamento con quello sprint di due anni fa ha fondamento. Secondo altri, più semplicemente, Trentin spende troppo e arriva stanco alle volate. Allora partiamo da lui, dal trentino del UAE Team Emirates e sentiamo cosa dice.

L’esplosività perduta

Ieri è stato il suo primo giorno di vacanza e l’ha passato… lavorando. Tornato dal ritiro negli emirati, Matteo si è infatti dedicato con sua moglie Claudia all’organizzazione del criterium Be King che si svolgerà a Monaco il 28 novembre, con amatori accanto ai campioni e la raccolta fondi per due associazioni benefiche. Ma il tema è un altro e Matteo risponde.

«Ho perso qualcosa come esplosività – dice – è un po’ che ci ragiono su quelle sconfitte. Sono migliorato sui percorsi più duri, come ad esempio l’Agostoni, ma bisognerà mettersi a tavolino e fare una riflessione approfondita. Con l’età perdi sempre qualcosa, ma credo che una bella fetta di responsabilità ce l’abbiano avuta la pandemia e il fatto che le palestre siano rimaste a lungo chiuse. A casa puoi fare qualcosa, ma è diverso».

Manca la base?

Il discorso regge, anche se altri come ad esempio Colbrelli hanno lavorato in palestra per tutto l’anno e non hanno avuto questi problemi.

«Concentrarsi sulle volate va bene – dice – però mi è mancata la base di partenza. E poi quest’anno sono arrivato a farle solo nella seconda parte di stagione e ho trovato sulla mia strada sempre squadre piene di uomini veloci. La Deceuninck-Quick Step, ad esempio, e la Alpecin. Meurisse che mi ha battuto al Giro del Veneto è un signor corridore, ma di sicuro è al mio livello. Ci dovremo ragionare. Perché arrivo dove devo essere e a fine anno mi ritrovo 25° nella classifica Uci. Non male, considerati tutti i punti che ho buttato. Nella volata con Lutsenko, è stato bravo lui a mettermi al gancio e quando è partito io ero girato dalla parte sbagliata. Mi manca qualcosa, ma non la serenità. Quella è la stessa di sempre.

Sul podio della Agostoni, il pensiero di un’altra volata persa traspare nello sguardo
Sul podio della Agostoni, il pensiero di un’altra volata persa traspare nello sguardo

«E sul fatto che spendo troppo… Adesso lo dicono anche di Van der Poel perché hanno capito come fregarlo e non vince più. Prima quando vinceva era un fenomeno. E’ tutto relativo, questione di punti di vista…».

Bettini non è d’accordo

E proprio perché si tratta di punti di vista, Paolo Bettini ha una diversa visione del problema, partendo dall’esperienza personale.

«Vedete – dice – che trova già la scusa di non aver lavorato bene in inverno? Calato di potenza… Sì, ci può stare che magari ti manchi qualcosa a febbraio, marzo, aprile. Ma diciamo che poi arriva un certo punto che ti rimetti in pari. Non credo che sia quello. Anche perché vai forte e se poi arrivi lì e sei in due/tre e normalmente sei veloce, ci sta che ne sbagli una. Che ne sbagli due ci sta un po’ meno, ma è possibile. Se però ne sbagli tre su tre, dagli indizi si passa alle prove».

Pochi giorni dopo l’Agostoni, per Trentin battuta d’arresto al Veneto contro Meurisse
Pochi giorni dopo l’Agostoni, per Trentin battuta d’arresto al Veneto contro Meurisse

Quella volta con Riccò

Solita franchezza, ancor più credibile perché appoggiata sull’esperienza personale che, almeno quella, poco si presta a interpretazioni.

«E’ capitato anche a me – dice – personalmente. Una volata brutta, fatta male, ti rimane addosso. La superi facilmente se riesci a ricredere in te stesso e a rivincere. A volte ci vuole poco, a volte invece te la porti dietro. Di sicuro che quella volata lì, per il peso specifico che aveva, secondo me ce l’ha ancora addosso. Lui era già convinto di avere la maglia e abbiamo visto com’è andata a finire.

«Una che mi sta veramente sulle scatole è una volata in una tappa del Coppi e Bartali del 2006 a Sassuolo, pertanto si capisce che perdere una volata in quella situazione non pesa come perderla in un mondiale… Mi girarono abbastanza le scatole perché mi fregò un giovane di nome Riccò, che sottovalutai. Attaccai io, feci selezione. Questo ragazzino sempre a ruota. Feci la volata convinto di averla vinta e invece mi passò».

Dopo quella volata, Paolo arrivò secondo alla Liegi dietro Valverde, fece tre podi in altrettante volate del Giro e si sbloccò a Brescia, nella 14ª tappa, vincendo proprio in volata. E certo conveniamo sul fatto che una tappa alla Coppi e Bartali pesi meno dell’arrivo di un mondiale…

Messaggio (prezioso) per chi vuole fare il mestiere di Zanatta

14.10.2021
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La frase di Ivan Basso al via della Coppa d’Oro continuava a farci sorridere. Suo figlio Levante, piuttosto che fare il corridore come il fratello Santiago, gli aveva chiesto quale scuola si dovesse fare per imparare il mestiere di Zanatta. Perciò un po’ sul ridere e un po’ sul serio, alla vigilia del Giro del Veneto, incontrando il direttore sportivo della Eolo-Kometa dopo la riunione dei direttori sportivi, glielo abbiamo chiesto. Anche Stefano sapeva della divertente domanda del giovane Basso, perciò dopo una risata, ci ha seguito nel discorso.

Alla guida della Eolo-Kometa, Zanatta riferimento per Hernandez (sinistra) e Sean Yates
Alla guida della Eolo-Kometa, Zanatta riferimento per Hernandez (sinistra) e Sean Yates
Come è nato il lavoro di Zanatta?

Quando ho smesso di correre, diciamo che salire in ammiraglia era la continuazione di una tradizione familiare, perché mio padre faceva il direttore sportivo e quindi in me questa cosa è un po’ innata. Già negli anni in cui correvo alla Gatorade, non c’erano le radio quindi facevo da tramite fra i direttori e la squadra. Era mio il compito di parlare con Stanga o con Corti (tecnici del team, ndr) e poi trasmettere ai miei compagni quello che si poteva o doveva fare in gara. Ho sempre avuto questo spirito. Pertanto mi è venuto spontaneo quando ho smesso di prendere in mano la squadra con Roberto Amadio nella Jolly Componibili. Poi ho avuto la fortuna, oltre all’insegnamento di mio padre, di lavorare con Stanga che era già molto organizzato e poi di fare gli anni alla Fassa Bortolo con Giancarlo Ferretti. L’ho sempre detto: con lui ho fatto l’università del ciclismo.

Che cosa hai imparato da tuo padre?

Ad avere un rapporto distaccato con gli atleti, di non innamorarmi dei corridori. Far sì che il corridore sia onesto soprattutto e bravo. Riuscire a fargli tirare fuori le doti che ha.

Remigio Zanatta, padre di Stefano e Gianfranco, è stato uno storico diesse veneto. Si è spento nel 2017 a 81 anni
Remigio Zanatta, padre di Stefano e Gianfranco, è stato uno storico diesse veneto. Si è spento nel 2017 a 81 anni
E da Ferretti?

Ho imparato l’agonismo. Capire che quando si è professionisti, si va sulla strada per portare in alto un nome e per ottenere risultati. Questo è preponderante per poter continuare l’attività, altrimenti uno non fa lo sportivo ad alti livelli. Questo è il professionismo, si va alle corse e quando si attacca il numero, si deve competere. Ferron mi ha dato questo spirito.

Oggi che sei uno dei direttori più esperti, senti di insegnare qualcosa ai più giovani, ad esempio a Jesus Hernandez che cresce nella vostra squadra?

Ho sempre cercato di trasmettere qualcosa. Sicuramente Jesus è giovane, ha appena smesso di correre quindi su molte cose ha vissuto un ciclismo differente dal mio, che io vedevo dall’ammiraglia. Però credo che abbia buona volontà di apprendere il lavoro e questo mi rende anche orgoglioso di trasmetterglielo. Come tante cose con Ivan (Ivan Basso, i due sono stati insieme alla Liquigas, foto di apertura, ndr), che è stato mio corridore e mi conosce un po’ di più. Però dare fiducia a qualcuno e apprezzare il lavoro che fa e quello che si può fare all’interno di una squadra nuova, per uno come me è la maggior soddisfazione.

Da Ferretti ha imparato l’agonismo e il fatto che un professionista va alle corse sempre per fare risultato
Da Ferretti ha imparato l’agonismo e il fatto che un professionista va alle corse sempre per fare risultato
Un ragazzo che oggi volesse imparare il lavoro di Zanatta?

La scuola ti dà tanto, però uno si deve sentire di poter vivere questo tipo di ruolo avendo il giusto distacco. Mirando a ottenere risultati, ma soprattutto con il gruppo. Molti adesso preferiscono seguire un campione, seguire i dati e magari guidare l’ammiraglia, poi non sanno quello che si sente in corsa. Secondo me uno che ha fatto anche il corridore, sicuramente è più portato. Perché poi vivere o rivivere, quantomeno capire le sensazioni, i momenti e gli stati d’animo che si possono trovare in gruppo, credo lo possa aiutare. Avere la capacità di leggere e soprattutto capire i ragazzi che sono sulla strada. Credo che la maggior difficoltà oggi sia quella, perché il mondo corre talmente veloce che non è facile fermarsi un attimo la sera e magari fare un resoconto della giornata, per capire se un atleta può darti qualcosa di più o se abbiamo già dato tanto e più di quello non può raggiungere.

Tra i punti di forza di Zanatta c’è il lavoro con i giovani. Con Fortunato nel 2021 le cose sono andate benissimo
Tra i punti di forza di Zanatta c’è il lavoro con i giovani. Con Fortunato nel 2021 le cose sono andate benissimo
Il corridore ha sempre bisogno delle stesse cose? 

Il corridore ha ancora bisogno di sapere che la bici è fatica, che bisogna pedalare da soli, che bisogna avere una vita e un’alimentazione adeguate a questo tipo di sport. Perché la strada è ancora quella, le salite sono ancora quelle e i competitor sono di più. Perché è tutto globalizzato. Una volta c’era un ciclismo più legato al nostro territorio europeo e quando veniva un americano o un australiano era un’eccezione. Ora sappiamo che loro sono preparati come noi, hanno imparato. Sono arrivati col ciclismo già fatto. Gli inglesi hanno cominciato a fare il ciclismo sapendo già tutto, non hanno una storia dietro. Hanno preso il libro, l’hanno letto e sono stati bravi a trasformarlo e mettere in campo le loro risorse.

Tutto così facile?

Glielo dico sempre. Con i social e i mezzi che hanno a disposizione, sembra che tutto sia facile, tutto scontato. Fanno un risultato e hanno tutti già un libro aperto, invece non è così. Il corridore di mattina deve ricordarsi che deve dimostrare che bisogna allenarsi, bisogna cercare di fare la vita, bisogna metterci l’agonismo giusto. E quando c’è da fermarsi, dobbiamo fermarci a recuperare soprattutto. Perché altrimenti le aspettative che hanno… Tempo per maturare ci vuole, le aspettative sono sempre alte e tempo ce n’è sempre poco. Quindi chi riesce a dar tempo ai ragazzi, sicuramente potrà avere grandi risultati.

Viviani, subito un posto per Parigi e poi a tutta strada

13.10.2021
5 min
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Tokyo ha in qualche modo dato la svolta, se non nei risultati di certo per il lavoro svolto. E così l’Elia Viviani incerto delle volate precedenti si è trasformato di nuovo in un vincente da cui guardarsi con attenzione. La vittoria di Fourmies poi quella di Isbergues non sono state per caso. Tanto che la Cofidis gli ha chiesto di non correre la Veneto Classic di domenica per andare in Francia a giocarsi gli ultimi due round della Coupe de France, in cui è secondo a 23 punti da Godon della Ag2R Citroen. Però intanto il saluto alla sua regione in maglia Cofidis, Elia l’ha dato oggi con il Giro del Veneto, prima delle tre prove organizzate da Pozzato e Moletta, che mancava dal 2012.

Agli europei ha mostrato una buona gamba, ma l’intesa con Scartezzini non ha funzionato
Agli europei ha mostrato una buona gamba, ma l’intesa con Scartezzini non ha funzionato

Dalla pista alla strada

Facile fare l’associazione tra il gran lavoro svolto in pista e la ricaduta immediata per l’attività su strada: dopo Rio avvenne esattamente così. 

«Ho qualcosa in più nelle gambe – conferma – ho più sforzi ripetuti e riesco a spendere qualcosa prima della volata per essere al posto giusto. E se mi portano con un bel treno, riesco a fare una volata di testa. Come per esempio a Fourmies, dove mi sono messo a 5 chilometri dall’arrivo a ruota di Ackermann e sono riuscito a restarci fino allo sprint finale. Ho più sforzi e più resistenza all’acido. Quindi qualsiasi sforzo io faccia prima della volata, poi ho le gambe per sprintare».

C’era anche Viviani all’evento delle Fiamme Azzurre ieri a Ca’ del Poggio e anche lui ha provato… il rally
C’era anche Viviani all’evento delle Fiamme Azzurre ieri a Ca’ del Poggio e anche lui ha provato… il rally
Mentre prima?

Arrivavo o spendevo per arrivare in una buona posizione e stavo a ruota. Questo e il motivo dei quarti e quinti posti, dei tanti piazzamenti.

Come sarà fatto il prossimo inverno?

E’ ovvio che adesso sembra tutto tornato alla normalità, ma non lo è. Sono consapevole che per arrivare al calibro delle corse che ho vinto nel 2018-19 c’è ancora qualche step da fare. Quindi voglio fare un inverno normale, però con la consapevolezza di dover stare di più in pista. Più lavori sulle partenze, più lavori di resistenza lattacida e quindi probabilmente tanto dello specifico verrà fatto in pista e non su strada. Fermo restando comunque che per le classiche e per il Giro, dovrò comunque fare la mia preparazione. 

Dopo Rio dichiarasti che ti saresti dedicato alla strada.

Questa volta sarà lo stesso, anche se Parigi è più vicina. Il fatto che su strada mi serve la pista, mi spingerà ad aumentare la cadenza degli allenamenti. Cadenza e continuità nelle sedute in pista, ma guardando agli obiettivi. E il minimo obiettivo da qui a Parigi sarà la qualifica olimpica. Speriamo di riuscire a mettere un bel mattone con i mondiali di prossima settimana, dove magari mi potrei togliere una soddisfazione e non inseguire la qualificazione nei prossimi anni. Quindi priorità la strada, con una presenza però costante su pista.

Dopo il Giro del Veneto, domani sarà a Montichiari. Poi andrà in Francia con la Cofidis e da lunedì via ai mondiali
Dopo il Giro del Veneto, domani sarà a Montichiari. Poi andrà in Francia con la Cofidis e da lunedì via ai mondiali
Quali possono essere i tuoi obiettivi su strada?

Gli obiettivi sono sempre quelli. Per cui, dopo due stagioni così, bisogna partire forte subito. Mi viene da pensare alle gare WorldTour, quindi già in UAE a inizio anno, poi principalmente la Tirreno e la Sanremo. E’ ovvio che per tornare a pensare di poter vincere o fare bene una Sanremo, devo fare un inizio stagione fantastico. Per questo dei buoni risultati alla Tirreno potrebbero essere un segnale illuminante. Sono sempre stato realista, devo tornare al mio livello per poter dire di voler vincere la Sanremo.

In Cofidis per un po’ hai provato a ricreare il treno della Deceuninck…

Facendo una fatica bestia. Cercando di costruire un treno stile Quick Step, senza rendersi conto che in quel team viene tutto facile. C’è un automatismo di tutto il team, cambi gli atleti e li metti nelle posizioni che vuoi e funzionano lo stesso. Poi hanno delle perle come magari Morkov e Jakobsen che è tornato al livello di prima… Il sistema che c’è in quella squadra sembra facile dall’interno, ma una volta che cambi squadra, vedi che non è così. E l’abbiamo imparato sulle nostre ossa in questi due anni.

Viviani Rio 2016
Era ancora al Team Sky quando Viviani vinse l’oro dell’omnium alle Olimpiadi di Rio. Solo nel 2018 passò infatti alla Quick Step
Viviani Rio 2016
Era ancora al Team Sky quando Viviani vinse l’oro dell’omnium alle Olimpiadi di Rio
Perché Ineos e non Astana?

Non è ancora ufficiale, ma non potevo permettermi di prendere un’altra scelta, dove ripartire da zero, ripartire dal nuovo. Quindi la paura di sbagliare e di andare in un posto che già non conosco, sarebbe stato un gap da colmare.

Perché Ineos allora e non Deceuninck-Quick Step?

Perché Patrick (Lefevere, team manager della squadra belga, ndr) non era convinto. Prima ha detto di voler fare un anno solo per valutare quanto andassi. Poi ha detto di voler capire Cavendish. Poi ha detto… Ma prima che dicesse altro, ho capito che non era convinto ed è stato meglio scegliere un gruppo in cui so che starò bene.