Toccherà a Ulissi raccontare la Sardegna a Fabio Aru

18.07.2021
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Diego Ulissi continua a tenere in pugno a suon di vittorie la “Settimana Ciclistica Italiana… sulle strade della Sardegna”, così si chiama la neonata corsa a tappe in chiusura oggi a Cagliari. Ma forse sarebbe stato ancor più semplice dire “Sulle strade di Fabio Aru”. Il Cavaliere dei 4 Mori è il convitato di pietra di questa prima edizione, che tra Giochi di Tokyo da preparare e necessità di un calendario Uci sempre affollatissimo, è rotolata nel bel mezzo di luglio. Proprio il suo mese, quello in cui Fabio compie gli anni (e con lui sua mamma Antonella e suo fratello Matteo). Quello in cui ha ottenuto il successo più prestigioso, sulla salita della Planche des Belles Filles, nell’ormai lontano Tour del 2017.

Aleotti, reduce dalla vittoria di Sibiu, racconta di un Aru in gran forma. A sinistra Ackermann
Aleotti, reduce dalla vittoria di Sibiu, racconta di un Aru in gran forma. A sinistra Ackermann

Le strade di Fabio

L’ultima frazione (Cagliari-Cagliari, come la penultima, ma con uno sviluppo totalmente diverso) si spinge verso il Sulcis, sino a Carbonia. Qui porterà il gruppo a una doppia ascesa sulla salita di Terraseo, classico terreno di allenamento per Fabio, quando viveva a Villacidro. Già la terza aveva esplorato i luoghi cari al trentunenne della Qhubeka-NextHash, con il simbolico gpm (definizione quantomeno generosa per un tratto di neppure 2 chilometri al 5 per cento) proprio a casa sua, nel Paese d’Ombre descritto da Giuseppe Dessì. Ben altro era l’omaggio che il “vero” Giro di Sardegna gli avrebbe riservato nell’edizione in calendario per ottobre, disegnata per lui ma che resterà nel cassetto! Perché la speranza di chiunque organizzi una gara nell’Isola è di avere alla partenza il più grande corridore sardo di sempre, orgoglio di un popolo che sussultò vedendolo salire sul podio di Madrid avvolto nella bandiera con i Quattro Mori, preferita al tricolore.

Milan continua a crescere, su strada e su pista. Qui con Volpi, suo diesse in Sardegna
Milan continua a crescere, su strada e su pista. Qui con Volpi, suo diesse in Sardegna

Il tabù Sardegna

Ma il tabù-Sardegna per Aru continua. Il Giro di Sardegna si è interrotto nel 2011, l’anno prima che lui vestisse la maglia dell’Astana. Da allora i pro’ sono sbarcati soltanto nel 2017, per il Giro d’Italia. Una caduta durante il ritiro in Spagna gli conciò male un ginocchio e alla Grande Partenza da Alghero Fabio si presentò in borghese, giusto per un saluto ai propri tifosi. Una delusione cocente. Stavolta c’era il Tour nei suoi programmi, ma il tricolore di Imola ha fatto scattare il piano B. Troppo tardi, però. La Qhubeka aveva già disdetto gli inviti e Aru non ha potuto dar seguito alle belle prove di Lugano e Sibiu Tour, dove soltanto Giovanni Aleotti gli ha negato (due volte) la decima vittoria in carriera. Ma è stato il primo segnale dopo tanto tempo.

Così dopo Sassari, Ulissi conquista anche Cagliari ed è sempre più leader
Così dopo Sassari, Ulissi conquista anche Cagliari ed è sempre più leader

L’omaggio di Aleotti

«Fabio è un grandissimo corridore, non c’è bisogno che lo dica io: il suo curriculum e la sua carriera parlano per lui», conferma l’emiliano della Bora-Hansgrohe che in Sardegna si è confermato in grande forma (è 3° in classifica). «In Romania andava veramente molto forte, quindi credo che sia ancora a un grandissimo livello».

Magari non avrebbe avuta la velocità per imporsi negli sprint, ma di sicuro il villacidrese sarebbe stato tra i protagonisti. Si farà raccontare la corsa da Diego Ulissi, suo vicino di casa a Lugano ed ex compagno per tre anni alla Uae Emirates. Dopo la seconda vittoria nello sprint ristretto di Cagliari, Diego è sempre più vicino al successo nella neonata Settimana Ciclistica Italiana sulle strade di Fabio Aru, pardon… della Sardegna.

Il Sibiu Cycling Tour riporta un po’ di luce su Aru

14.07.2021
6 min
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In quei 19 secondi alla fine del Sibiu Cycling Tour c’è la differenza fra un atleta che non riusciva a ritrovarsi e uno che ha provato a vincere. E d’accordo che la corsa rumena non fosse il Tour de France e alla partenza non ci fossero i più grandi fenomeni del ciclismo mondiale, ma a volte i risultati vanno contestualizzati. E per Fabio Aru essere lì a lottare contro Giovanni Aleotti è stato un momento importante. Se vi interessa capire il perché continuate a leggere.

Secondo sul podio del Sibiu Tour dietro Aleotti e prima di Schlegel
Secondo sul podio del Sibiu Tour dietro Aleotti e prima di Schlegel

Il ruolo del giornalista

A Fabio si vuol bene, come quando conosci qualcuno da ragazzino, ne condividi i sogni, lo vedi realizzarli, poi lentamente scivolare verso chine inaspettate. Ti fai mille domande, le fai a lui. Qualcosa puoi scrivere, qualcosa no. Ma inizialmente non conta ciò che scriverai, conta ciò che puoi dirgli cercando di dare una mano. Però alla fine il giornalista ha l’obbligo di raccontare, così questa volta la chiamata è per scrivere, con il gusto reciproco di spiegare e capire. Nei giorni scorsi, parlando con altri corridori, il punto di domanda non era tanto sulla sua capacità di allenarsi, quanto piuttosto sulle grandi attese non sempre facili da fronteggiare.

Fabio è di ritorno a Lugano dopo un paio di giorni a Torino. Il tempo mette a brutto e anche se da quelle parti non fa mai particolarmente caldo, una rinfrescata ci sta bene. Gli sarebbe piaciuto correre in Sardegna alla Settimana Italiana appena partita, ma la sua squadra non partecipa e in nazionale ci sono i corridori per Tokyo. Parlare di programmi sarà un cammino a margine.

A Lugano ha tentato l’attacco solitario a 100 chilometri dall’arrivo, restando solo per circa 40
A Lugano ha tentato l’attacco solitario a 100 chilometri dall’arrivo, restando solo per circa 40
Come è andata a Sibiu?

Chapeau ad Aleotti per come è andato. Potevo giocarmi meglio la tappa in cui ho fatto secondo, ma il giorno dopo l’ho attaccato forte e non l’ho staccato. Poco da dire. E’ andato forte e io ho fatto buoni valori. Sono tornato a casa con belle sensazioni, come non succedeva da un pezzo, dopo una corsa ben organizzata e con un bel livello. In realtà ero andato abbastanza bene anche a Lugano. Sono arrivato 14° ma prima ho attaccato. Oddio, forse da troppo lontano, visto che mancavano 100 chilometri…

Stai bene?

Nelle ultime due settimane, anche in allenamento ho notato un bel cambiamento nelle sensazioni e nei valori. Ho finalmente buoni riscontri in salita. Ho pagato a caro prezzo la discontinuità degli anni passati. Non era normale finire tutte le corse con i crampi. E non crampi da disidratazione, ma da disabitudine alla fatica. La testa mi avrebbe spinto ad andare oltre, ma le gambe non ce la facevano. In più finora avevo fatto un calendario di primo piano e ho dovuto accettare il fatto di non avere ancora il livello per fare bene. Invece arrivare davanti in una corsa pur minore mi ha dato morale e mi ha permesso di correre diversamente, di non subire il ritmo degli altri.

Un bel cambiamento nelle sensazioni e nei valori?

Nelle ultime due settimane ho fatto dei record in salita. Non sono uno che pubblica su Strava, ma forse a volte a qualche tifoso farebbe piacere leggerlo. Solo che ora mi serve dare continuità. Con i miei allenatori abbiamo contato che da settembre 2019 all’inizio di quest’anno, quindi in circa 18 mesi, ho fatto solo 26 giorni di gara. Sia a livello fisico che di fiducia sono arrivato alla ripartenza con qualche lacuna.

A Sibiu ha ritrovato la possibilità di correre senza subire la gara
A Sibiu ha ritrovato la possibilità di correre senza subire la gara
Come mai il campionato italiano è finito con un ritiro?

Non era quello il mio livello, sono rimasto male anch’io. Ho avuto sensazioni negative inattese, ma proprio in seguito a quel giorno ho scelto di non andare al Tour. Non so come sarebbe stato in Francia. Ora invece il trend è positivo ed ho un morale diverso rispetto a quando dovevo sempre inseguire.

Credi che questa nuova assuefazione alla fatica sia completa adesso?

Avrei avuto bisogno di trovarla qualche mese fa, ma non è arrivata. Però di ritorno da Sibiu, mi sono voluto testare su salite che conosco e sono rimasto colpito da me stesso. Parliamo di Marzio, che però è in Italia, oppure di Carona.

Bernal ha vinto il Giro dicendo che finalmente è tornato a divertirsi. Tu ti diverti ancora?

Ce ne sarebbe bisogno. Questo sport è diventato tanto più professionale, raramente ti senti dire di fare una salita a sensazione per capire come stai. Certe volte disporre di così tanti dati è deleterio. Un conto è prendere il tempo sulla salita, altra cosa dover inseguire sempre i numeri… Che tanto poi alla fine conta sempre chi scollina per primo.

La condizione di partenza non era all’altezza delle gare WorldTour: qui alla Parigi-Nizza
La condizione di partenza non era all’altezza delle gare WorldTour: qui alla Parigi-Nizza

Divertirsi in bici

L’esempio di Bernal è calzante. La schiavitù dei programmi e dei numeri non viene accettata da tutti i corridori in egual misura. Ci sono quelli che in essa trovano un riparo e una disciplina e altri che non vi trovano l’orizzonte per il quale hanno scelto di fare questo mestiere. Il fatto che sia stato David Brailsford a… staccare tutti i cavi da Bernal, consentendogli di approcciarsi al Giro con il divertimento come linea guida, certifica che il discorso sta effettivamente in piedi. L’ambiente certo non aiuta. Fra le pieghe del discorso, che è andato avanti a lungo, una parentesi si è dedicata al rapporto con i giornalisti. Non è facile essere corridori di vertice, perché si hanno sempre microfoni e obiettivi puntati e a volte può capitare di non avere cose da dire o di essere stanchi di ripetere sempre le stesse (chiedere a Caruso come sia cambiata la sua vita dopo il secondo posto del Giro). Se anche ciò genera pressioni, diventa difficile riuscire a concentrarsi sulle sensazioni e l’allenamento. Dopo un po’ tutto questo schiaccia e isolarsi rischia di sembrare il solo rimedio, purtroppo non sempre azzeccato.

Basta errori

In quei 19 secondi alla fine del Sibiu Cycling Tour c’è la differenza fra un atleta che non riusciva a ritrovarsi e uno che ha provato a vincere. Il prossimo passo, dopo qualche giorno in montagna con la famiglia, sarà stabilire un calendario da cui ripartire. Ci sarà forse la Vuelta? Fabio allontana le attese, il concetto è assai semplice.

«Memore di alcuni errori fatti in passato – dice e saluta – ho deciso che in certe corse si parte soltanto se stai bene a livello fisico e mentale. Essere meno che al meglio, non sarebbe salutare e una mazzata morale sarebbe l’ultima cosa di cui ora ho bisogno. Faremo i programmi, voglio correre. Ma al momento non so ancora dove. Tutto qua…».

Dove sono finiti quelli del 90? Solo pochi tengono duro

12.06.2021
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La paura fa… 90. Stavolta non c’entra nulla la cabala, ma un’annata che ha prodotto talenti incredibili anche se, per un motivo o l’altro, alcuni di loro si sono persi o non hanno mantenuto le aspettative trasmesse da dilettanti o dopo i primi anni di professionismo. Attenzione, in questa nidiata non mancano fenomeni assoluti però molti di loro hanno sofferto – anche più del dovuto – lo stress, fino ad arrivare al ritiro anticipato o ad una pausa di riflessione della carriera.

Sagan, classe 1990, continua a vincere ed è forse l’eccezione fra i corridori della sua età
Sagan, classe 1990, continua a vincere ed è l’eccezione fra i corridori della sua età

Capo Sagan

La stella polare di questa annata, in cui tengono banco Mikel Landa e Nairo Quintana, è senza dubbio Peter Sagan – 31 anni fatti a gennaio, passato nel 2010 in Liquigas, finora 117 vittorie totali di cui 58 nelle prime quattro stagioni da professionista – il quale ha abituato tutti sin troppo bene, al punto che qualche detrattore lo dipinge sul viale del tramonto quando, palmares alla mano, non gli si può contestare nulla. E tanto ha ancora da dare, pur dovendo fare i conti sia con la pressione del risultato, sia con la nouvelle vague dei giovani campioni affamati e pigliatutto.

Casi diversi

Della stessa classe di nascita dello slovacco abbiamo altri esempi di ragazzi che, dopo le speranze iniziali, avrebbero potuto dominare per molto tempo e che adesso sembrano essere invecchiati precocemente o appaiono incompiuti.

Naturalmente ci sono tante varianti – infortuni, avversari più forti – che condizionano una carriera e per qualcuno di essi hanno inciso tanto, troppo. Moreno Moser, Aru (in apertura contro Contador al Giro 2015), Cattaneo, Diego Rosa, Dumoulin, Pinot, Bardet e Phinney, per citare i casi più eclatanti, hanno alternato grandi successi a battaglie anche contro lo spettro di stati melanconici e umorali vicini alla depressione. E questi aspetti ti svuotano più di una tappa di trecento chilometri con settemila metri di dislivello.

Moreno Moser è del 90 e ha vissuto un primo anno da pro’ stellare, poi ha avuto cali di tensione
Moreno Moser è del 90 e ha vissuto un primo anno da pro’ stellare, poi ha avuto cali di tensione

Il punto di Amadori

Nel 1990 Marino Amadori – ct della Nazionale U23 dal 2009 – ha terminato la sua buonissima carriera da pro’ e a lui, che di giovani se ne intende, abbiamo provato a chiedere di analizzare questa particolare situazione proprio mentre sta seguendo dal vivo il Giro d’Italia U23 dove sta dominando il diciottenne Ayuso, il nuovo ennesimo fenomeno del panorama internazionale.

Da dove possiamo partire, da un confronto fra le varie epoche? 

Non è facile trovare i motivi o dire il perché. Ai miei tempi non c’era tutta l’esasperazione di adesso nel passaggio da dilettante a professionista. E che c’è anche tra gli juniores e le categorie vicine. Però va detto che non c’erano nemmeno tutta la attenzione e la cura che vengono riservate ai ragazzi attuali.

Battaglin ha lanciato lampi di classe e alternato momenti di buio
Battaglin ha lanciato lampi di classe e alternato momenti di buio
Spiegaci meglio.

Forse i ragazzi nati in quel periodo, fra il 1989 e il 1991, erano meno preparati nei minimi dettagli, sia fisici che mentali, rispetto a quelli di adesso al passaggio tra i pro’. Sono passati 10-11 anni, quindi non un’eternità, ma la differenza c’è e quelli di adesso soffrono meno il salto.

C’è un rovescio della medaglia per te?

Certo, e non è da sottovalutare. La seconda riflessione che faccio infatti è che così facendo si rischia di bruciare i ragazzi più di quelli del ’90, visto che l’abbiamo presa ad esempio. Adesso corridori, direttori sportivi, team manager, genitori, vogliono tutto e subito. Non c’è più pazienza, ma invece serve eccome, non bisogna avere fretta. Chiaramente non è così per tutti, però bisogna prestare attenzione. Inoltre molti ragazzi hanno attorno tantissime figure che da una parte tendono ad innalzare la loro qualità di atleta e dall’altra tendono a creare stress e pressioni.

Dumoulin, classe 90, vincitore del Giro 2017, poi un continuo calare
Dumoulin, classe 90, vincitore del Giro 2017, poi un continuo calare
Una volta un corridore a trent’anni suonati poteva essere considerato a fine corsa, ma lo sport dell’ultimo periodo ci propone talenti precoci e campioni datati. Nel ciclismo come funziona?

Intanto dico che per me un altro come Valverde (quarantunenne alla ventesima stagione da professionista ad altissimi livelli e pronto a rinnovare anche nel 2022, ndr) non lo troveremo più, mentre al giovane fuoriclasse non possiamo chiedere sempre il massimo perché vivono un insieme di situazioni non semplici. Poi dobbiamo anche considerare che talvolta qualcuno di loro si trova a convivere, ancora giovane, con un appagamento economico che può togliergli qualche stimolo. E questo può diventare un altro problema difficile da risolvere.

Secondo te Marino c’è una soluzione a tutto ciò?

La ricetta matematica non esiste, ci vuole molto buon senso da parte di chi gestisce questi ragazzi, ma non è semplice.

Giacomo Nizzolo, classe 1989, è esploso negli ultimi due anni perché vari infortuni lo hanno… protetto da un logorio eccessivo
Giacomo Nizzolo, classe 1989, è esploso negli ultimi due anni perché vari infortuni lo hanno… protetto da un logorio eccessivo
Ultima domanda: della lunga lista dei ragazzi del ’90, tutti di grande talento, da chi ti aspettavi qualcosa in più?

Li conosco tutti bene, sono diventato cittì quando loro erano dilettanti e ne ho convocati parecchi. Se posso allargo il discorso anche a qualche fuori età. Innanzitutto mi sento di fare i complimenti a Caruso, che è un po’ più vecchio ma che considero quasi di quella generazione, per il grande Giro d’Italia che ha fatto. E poi sono felice per Cattaneo che dopo anni di purgatorio sta facendo bene nella Deceuninck. Faccio però altri due nomi: Moreno Moser ed Enrico Battaglin, anche se lui è un ’89. Per me potevano fare tanto di più, ma è andata diversamente. Capita, questo è il ciclismo.

Aru: «Ma quale Giro, dopo la Liegi riposo e guardo avanti»

22.04.2021
4 min
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«Sono gare che vanno fatte. Serve esperienza, devi conoscerle per affrontarle al meglio». Tra i debuttanti di lusso di ieri non c’era solo Primoz Roglic, ma anche il nostro Fabio Aru.

In effetti, per un motivo o per l’altro, il corridore della Qhubeka-Assos non aveva mai corso nelle Ardenne, aveva solo preso il via, senza finirla, all’Amstel Gold Race del 2016. Ma, come si dice, non è mai troppo tardi.

Aru appena dopo l’arrivo della Freccia Vallone
Aru appena dopo l’arrivo della Freccia Vallone

Vecchie care sensazioni

Non è mai troppo tardi, soprattutto se a fine gara hai un sorriso grosso così. Ti sei divertito, ti sei misurato e senti che finalmente sei sulla strada giusta. Quei fenomeni che sgomitano davanti, e di cui facevi parte, piano piano tornano a farsi più vicini.

Alla fine Aru ha tagliato il traguardo di Huy in 41ª posizione, ma quel che conta è che sia arrivato ai piedi del muro con il gruppo dei migliori.

E’ chiaro, non ha ancora la gamba per tenere testa a gente che in questi mesi viaggia su altri mondi e probabilmente questa non sarebbe stata la sua corsa, neanche se fosse stato il Fabio dei tempi migliori. Ma è meglio prendere quello che di buono c’è e guardare avanti, piuttosto che rimuginare sul quel che non ha funzionato o che poteva essere.

Il sardo nella pancia del gruppo. «E’ importante conoscere certi percorsi», ha detto Aru
Il sardo nella pancia del gruppo. «E’ importante conoscere certi percorsi», ha detto Aru

Come un neopro’

Al mattino, scambiando qualche parola, Fabio era entrato subito nel merito di una sua presunta partecipazione al Giro.

«Sinceramente – spiega Aru – rimango basito certe volte da quello che esce, da come vengono fuori le notizie, ma ormai ci sono un po’ abituato. Ho visto anche io che su alcuni siti davano la mia partecipazione al Tour of the Alps, che non era in programma, e poi anche al Giro. 

«La nostra squadra ha questo nuovo metodo di comunicare la convocazione degli atleti sui social, tramite annunci fatti da alcuni fans un paio di giorni prima dell’evento e nessuno aveva parlato di queste corse. Per quello i nostri programmi non escono mai troppo in anticipo. Insomma era completamente errata questa news della mia partecipazione sia al Tour of the Alps sia al Giro d’Italia. Mentre avevo in programma queste classiche, Freccia e Liegi, che tra l’altro corro per la prima volta. E quindi debutto come un neopro’!».

Aru (31 anni a luglio) è alla Qhubeka-Assos da questa stagione
Aru (31 anni a luglio) è alla Qhubeka-Assos da questa stagione

Condizione in crescita

Nella stagione della ricerca degli stimoli, ci sta bene cambiare radicalmente le cose. Mettersi in gioco su terreni sconosciuti non solo è propositivo, ma evita anche eventuali paragoni, ricordi. E’ tutto nuovo.

«Sì, sì ci voleva questo! Non pensavo di essere così indietro. Ho perso veramente tanta continuità in questi anni e quindi c’è da lavorare, c’è da fare, c’è da correre, da far fatica sulla bici ed è quello che sto facendo».

A questo punto ci chiediamo se, vista la sua attuale condizione, fare gare di un giorno sia meglio da un punto di vista della fatica, per ritrovare il giusto colpo di pedale gradualmente. Magari le gare a tappe se non si è al top rischiano di affossarti. Ma con Michelusi, il suo preparatore, il piano è stato ben ponderato.

«In realtà stiamo facendo tutte e due, nel senso che ho fatto delle corse di un giorno in Francia a febbraio e altre a tappe successivamente. Finirò alla Liegi con 25 gare da inizio stagione più qualcuna di ciclocross. E’ un bel un bel blocco di lavoro, però era quello  di cui avevo bisogno. Ho ancora tanti atleti davanti, ma non sono neanche lontanissimo dai primi. Ai Paesi Baschi, ad esempio, avevo 20 corridori davanti a me, tutti top rider, ma so che sto progredendo, il corpo sta migliorando gara dopo gara».

Fabio Aru, Montodino 2020
Tra dicembre e gennaio Aru ha preso parte anche a diverse gare di cross
Fabio Aru, Montodino 2020
Tra dicembre e gennaio Aru ha preso parte anche a diverse gare di cross

Verso l’estate

Con la Liegi-Bastogne-Liegi, si chiude quindi la prima parte del 2021 di Aru. In pratica ha già uguagliato quanto fatto lo scorso 2020, quando mise nel sacco appena 26 giorni col numero sulla schiena. Solo che stavolta la storia non finisce qui.  

«Dopo domenica – dice Aru – farò un piccolo periodo di riposo per poi preparare appunto la seconda parte, l’estate. Mentalmente sono sereno e molto contento. Mi sto divertendo e questa è una cosa importante».

Non sappiamo se rivedremo il campione di San Gavino Monreale al Tour, ma se questa è la strada per ritrovare il suo talento ben venga. Il Tour o il Giro ci saranno anche l’anno prossimo. E comunque lui ha parlato di estate e ad agosto c’è la Vuelta.

Ma prima di andare ai bus: «A proposito, chi ha vinto?», ci chiede. «Alaphilippe – rispondiamo noi – e Roglic secondo». Lui fa un gesto col capo e scappa via. 

Qhubeka-Assos: Aru è la più grande delle scommesse

20.04.2021
3 min
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Con 17 arrivi e 19 partenze, il team sudafricano è quello che più di tutti si è trasformato rispetto alla passata stagione. La Qhubeka-Assos ha completamente rivisto il suo assetto, facendo anche alcune scommesse intriganti, la principale delle quali riguarda Fabio Aru, reduce da annate che definire difficili è un eufemismo. I responsabili del team hanno voluto compiere un atto di fiducia e il corridore sardo, vincitore di una Vuelta e sul podio in più grandi Giri, vuole dare a loro come a se stesso una risposta, dimostrando di poter tornare ai suoi livelli e per questo ha lavorato sodo d’inverno, mettendosi alla prova anche nel ciclocross.

Giro d’Italia 2021, Verona, Giacomo Nizzolo centra la prima tappa della carriera
Giro d’Italia 2021, Verona, Giacomo Nizzolo centra la prima tappa della carriera

Punta Nizzolo

La punta della squadra resta un corridore già nel roster del team, quel Giacomo Nizzolo che viene da un 2020 stratosferico con la conquista delle maglie italiana ed europea: per lui non si può certo parlare di scommesse. L’obiettivo è confermarsi, soprattutto nelle classiche e per questo sono stati inseriti nel team corridori utili alle sue caratteristiche, primo fra tutti quel Matteo Pelucchi avversario nelle volate delle categorie giovanili ma anche suo amico fraterno, col quale costruire un abbinamento che tecnicamente possa rendere al 100%. Altro corridore per le classiche è Simon Clarke, uscito rinvigorito dall’ultima stagione e in grado di competere con i migliori nelle gare più difficili.

Pozzovivo, 38 anni, è alla sua 17ª stagione da professionista
Pozzovivo, 38 anni, è alla sua 17ª stagione da professionista

Grande “Pozzo”

Nelle gare a tappe, con Henao, Pozzovivo (costretto amaramente al ritiro dal Giro d’Italia), Claeys c’è gente d’esperienza che potrà recitare ruoli importanti, facendo leva soprattutto sulla propria esperienza. Di materiale ce n’è per far bene, puntando sempre ad avere l’iniziativa.

Fra le grandi scommesse del team, Fabio Aru (31 anni a luglio) passato alla Qhubeka-Assos in questa stagione
Aru (31 anni a luglio) è passato alla Qhubeka-Assos in questa stagione

L’ORGANICO

Nome CognomeNato aNaz.Nato ilPro’
Sander ArmeeLovanioBel10.12.19852010
Fabio AruS.Gavino MonrealeIta03.07.19902012
Carlos Barbero CuestaBurgosEsp29.04.19912008
Sean BennettEl CerritoUsa31.03.19962018
Connor BrownCittà del Capo (RSA)Nzl06.08.19982018
Victor CampenaertsWilrijkBel28.10.19912014
Dimitri ClaeysGandBel18.06.19872010
Simon ClarkeMelbourneAus18.07.19862009
Nicholas DlaminiCittà del Capo Rsa15.02.19942016
Kilian FrankinyReckingenSui26.01.19942017
Michael GoglGmundenAut04.11.19932016
Lasse Norman HansenFaaborgDen11.02.19922014
Sergio L.Henao MontoyaRionegroCol10.12.19872007
Reinardt J.Van RensburgPretoriaRsa03.02.19892010
Bert-Jan LindemanEmmenNed16.06.19892012
Giacomo NizzoloMilanoIta30.01.19892011
Matteo PelucchiGiussanoIta21.01.19892011
Robert PowerPerthAus11.05.19952016
Domenico PozzovivoPolicoroIta30.11.19822005
Mauro SchmidBulachSui04.12.19992019
Andreas Stokbro NielsenBrondbyDen08.04.19972016
Dylan SunderlandInverellAus26.02.19962018
Harry TanfieldGreat AytonGbr17.11.19942019
Karel VacekPragaCze09.09.20002019
Emil VinjeboGadstrupDen24.03.19942014
Maximilian R.WalscheidNeuwiedGer13.06.19932016
Lukasz WisniowskiCiechanowPol07.12.19912015

DIRIGENTI

Douglas RyderRsaGeneral Manager
Lars MichaelsenDenDirettore Sportivo
Gabriele MissagliaItaDirettore Sportivo
Hendrik RedantBelDirettore Sportivo
Alexandre Sans VegaEspDirettore Sportivo
Gino VanoudenhoveBelDirettore Sportivo
Aart VierhoutenNedDirettore Sportivo

DOTAZIONI TECNICHE

I corridori del team sudafricano possono contare su bellissime bici Bmc: Teammachine SLR01, Timemachine Road e Timemachine TT. Hanno componenti Shimano, con rotelline del cambio Ceramic Speed. Le ruote sono le britanniche Hunt.

CONTATTI

TEAM QHUBEKA-ASSOS (Rsa)

Muntsraat 9, 4903PA Oosterhout (NED)

info@ryder.co.za – https://teamqhubeka.com

Facebook: @QhubekaAssos

Twitter: @QhubekaAssos

Instagram: nttprocycling

Disordini alimentari: anche Aru ha qualcosa da dire

05.03.2021
5 min
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I disordini alimentari fra i corridori ci sono e sono ancora molto diffusi: Aru interviene nel dibattito e lo conferma. Oggi è a casa (ieri per chi legge). Il suo programma di allenamento prevede che ogni 10 giorni, in base ai blocchi di lavoro, ce ne sia uno senza bici. E allora Fabio si dedica a Ginevra, che in sottofondo reclama il suo spazio, e trova il tempo per la chiacchierata che lui per primo aveva suscitato dopo aver letto l’intervista a Cimolai, avendo riconosciuto un personaggio di cui il friulano aveva parlato, pur senza farne il nome. Se i nomi venissero fuori, ci viene da pensare, forse le cose cambierebbero.

«Tanti atleti sono stati rovinati da certe figure che continuo a vedere in giro – dice – sono il prodotto di una vecchia mentalità italiana. Vengono a dirti che devi sempre avere fame. Che il rapporto watt/chilo è l’unica cosa che conti. E io dico: va bene tenere il peso sotto controllo, ma serve una sana alimentazione. Puoi anche pesare 55 chili, ma se non spingi, cosa te ne fai?».

Fabio Aru coglie la seconda vittoria al Giro di Val d’Aosta 2012, poi va tra i pro’
Passa pro’ nel 2012 dopo il secondo Val d’Aosta
Parli per esperienza personale?

Io ora mangio bene e nessuno mi dice che l’unica cosa da guardare sia il peso. A livello internazionale è una mentalità davvero superata. Può capitare che in gara si pesino i cibi con la bilancia, ma soprattutto per integrare nelle giuste quantità. Io mi gestivo così l’anno scorso e non è male, ma deve essere fatto con criterio e con la supervisione di un nutrizionista. Invece tanti hanno creato una vera e propria psicosi, che si aggiunge allo stress dei corridori che è notevole.

Di chi stiamo parlando?

Anche di direttori sportivi soprattutto italiani, perché nelle squadre degli altri Paesi hanno imparato che ognuno ha le sue competenze e a quelle deve attenersi. Ho letto in una vostra intervista di personaggi che fanno battute ricorrenti…

Tiratissimo al Tour del 2017. Vince una tappa, resiste sui Pirenei e paga sulle Alpi
Tiratissimo al Tour del 2017. Vince una tappa, resiste sui Pirenei e paga sulle Alpi
Se ne parlava con il dottor De Grandi, vero.

E’ un fenomeno diffuso, che mi ha sempre dato un fastidio atroce. «Guarda che culo che hai!». E ammetto di aver passato un periodo in cui mi facevo condizionare tanto da questa cosa.

Sin dagli under 23?

Tanti hanno parlato di Locatelli in relazione a questi comportamenti, ma con me non ha mai detto nulla in questo senso. Nel mio caso è legato piuttosto agli anni da pro’.

E’ anche vero che tu a Locatelli hai sempre tenuto testa. Altri ragazzi con minore personalità in quella squadra hanno avuto i loro problemi.

Questo è vero. Sono cose che esistono e tante volte sei giovane e non rispondi per paura di sembrare maleducato. E intanto quel pensiero ti condiziona. Mangi meno, vai a ricercare il limite e non ti accorgi che neanche integri quello che consumi. Diventa un pensiero fisso. Vuoi andare sempre più forte e ti fai mille paranoie, mentre questa gente continua a martellare.

Al Giro del 2018 le cose non vanno bene
Al Giro del 2018 le cose non vanno bene
Inutile pesare 55 chili se poi non spingi…

Certo, perché vedi che sei magro, ma non ti accorgi ad esempio che i valori di cortisolo e testosterone vanno a picco. E quando lo capisci, magari è tardi. E’ un tema veramente delicato. C’è tanta gente che ha smesso di correre e ne ha sofferto psicologicamente.

Ne vedi ancora intorno a te?

Mi capita spesso di inquadrarne alcuni, ma è un argomento troppo delicato per parlarci. Quando l’ho passato anche io, ho avuto bisogno di capirlo da me. Oppure serve qualcuno che ti faccia ragionare. Sai che succede se viene a parlarti un altro corridore?

Ho quasi paura di chiedertelo…

Tu sei lì che ti fai il problema per ogni cosa che mangi, convinto di aver trovato il segreto per andare più forte. Viene un collega che ti dice di non farlo e invece di ringraziarlo pensi che voglia fregarti. Che non voglia farti raggiungere il tuo obiettivo. Che voglia danneggiarti. Siamo colleghi, ma la legge è mors tua, vita mea. Il contratto devi firmarlo tu, mica lui…

Al Tour del 2020 ha ottimi valori, si ritira dopo un lutto familiare
Al Tour del 2020 ha ottimi valori, si ritira dopo un lutto familiare
E’ un quadro inquietante, lo sai?

Per questo sono contento di essere qui al Team Qhubeka-Assos e semmai di rivolgermi a un nutrizionista. E’ chiaro che se devi perdere peso, devi passare per un deficit calorico, ma devi stare attento a non perdere il muscolo. Non devi convivere con la fame. Per questo serve avere un piano alimentare e serve gente competente. E’ sbagliato se in certe cose si immischiano i direttori sportivi oppure i medici che non hanno quel tipo di specializzazione. Non è il loro lavoro.

Quello che dice Brajkovic è emblematico di certe ingerenze…

Ho corso con lui, so di cosa parla. E anche quando ho letto l’intervista di Cimolai, che parla di persone che ti guardano nel piatto, ho capito subito di chi parlava. E mi dispiace davvero tanto dover discutere di certe cose ancora nel 2021.

E’ ancora peggio se lo fa un tecnico o un medico.

Ti guardano e ti dicono: sali sulla bilancia. Guardano il peso e ti dicono che sei grasso. E io dico: fammi una plicometria, che ne sai da cosa è composto quel peso? Oppure ci sono quelli che ti chiedono quanto pesavi da under 23 e ti domandano perché adesso hai dei chili in più. Come se a 20 anni la costituzione fisica di un uomo fosse la stessa di quando ne ha 28. E’ ignoranza bella e buona. Ed è anche terrorismo psicologico. Sai cosa diceva un tale con cui ho lavorato?

Rieccoci…

Bisogna allenarsi poco, per mangiare poco ed essere magri. Senza considerare che le gare sono tiratissime e serve energia in più. Se riguardo qualche vecchia foto, ce ne sono alcune in cui sono magrissimo, ma neanche spingevo. E allora cosa te ne fai?

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Qhubeka Assos Campaenaerts

Ai piedi di Aru e compagni, le nuove Gaerne G.STL

04.03.2021
4 min
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Come abbiamo detto altre volte, i punti di contatto fra il ciclista e la bicicletta sono pochi: manubrio, sella e pedali. Proprio su questi ultimi viene impressa la forza per spingere in avanti la bicicletta, ma ovviamente ciò avviene tramite le scarpe, che ricoprono un ruolo fondamentale nella ricerca della migliore prestazione. Per capire quanto siano importanti abbiamo parlato con Fabio Aru, che utilizza da qualche stagione le scarpe prodotte da Gaerne.

Collaborazione pluriennale

Il campione sardo è un corridore molto attento agli aspetti tecnici sia per quanto riguarda la bicicletta sia per gli altri accessori. In questa stagione sta utilizzando le nuove Gaerne G.STL.
«Uso Gaerne da quattro anni. Per i tre anni in Uae Team Emirates erano uno sponsor personale, mentre da quest’anno sono sponsor della squadra (la Qhubeka-Assos, ndr) – esordisce il campione di Villacidro – il nuovo modello che abbiamo in dotazione è uscito prima dell’ultimo Tour de France».

Fabio Aru Tour de la Provence 2021
Fabio Aru impegnato al Tour de la Provence
Fabio Aru Tour de la Provence 2021
Fabio Aru impegnato al Tour de la Provence

Attenti alle esigenze dei pro

Aru sottolinea la sua lunga collaborazione con Gaerne apprezzandone il modo di lavorare.
«Fanno periodicamente degli aggiornamenti, come la nuova suola lanciata circa un anno fa, più rigida della precedente – e poi sottolinea – con il fatto di essere Made in Italy, stanno parecchio dietro a noi professionisti per le personalizzazioni. Sono stato da loro in sede un paio di volte per fare un paio di modifiche. In realtà piccoli interventi, perché non ho esigenze particolari. Si è trattato ad esempio di sagomare la scarpa in punta per avere più spazio».

Una fase della progettazione delle Gaerne G.STL
Una fase della progettazione delle nuove G.STL
Una fase della progettazione delle Gaerne G.STL
Una fase della progettazione delle nuove Gaerne G.STL

Base standard

In che modo si procede per arrivare ad avere una scarpa che calzi a perfezione?
«Si parte dalla misura standard e si fanno gli aggiustamenti per stare più comodi – ci spiega Aru – inoltre, hanno una persona che lavora con loro da anni e che si dedica appositamente ai lavori di personalizzazione».

Gaerne G.STL pezzi
In una scarpa convivono numerosi componenti
Gaerne G.STL pezzi
Le scarpe da ciclismo sono composte da numerosi pezzi con precise caratteristiche tecniche

I feedback dei corridori

Per Gaerne avere una serie di corridori di alto livello e dedicare loro un’attenzione particolare è un vantaggio in termini di sviluppo e messa a punto dei prodotti.
«Ho usato anche la versione da mountain bike quest’inverno e ho dato anche qualche feedback. Avere una squadra significa ricevere decine di riscontri – e poi continua – siamo in 27 e ogni corridore potrebbe raccontare la sua versione della stessa scarpa, perché tutti abbiamo forme diverse e spingiamo sul pedale in modo diverso. Fra i ritocchi più ricorrenti, ma non è il mio caso, c’è la sagomatura del collo, perché magari qualcuno ha il malleolo più basso. Oppure la forma nella zona del metacarpo».

C’è una parte della calzatura che a detta di Aru è molto personale: «Per quanto riguarda la soletta è indipendente dalla scarpa e credo che ciascun professionista le faccia fuori».

Gaerne G.STL azzurra
Le Gaerne G.STL nella colorazione Matt Light Blue
Gaerne G.STL azzurra
Le Gaerne G.STL nella bella colorazione Matt Light Blue

Chiusura ok con i Boa

Abbiamo approfittato della disponibilità di Fabio Aru per chiedergli quali caratteristiche hanno le sue scarpe.
«Le G.STL che ho io sono scarpe che stringono bene grazie ai Boa nuovi, che sono molto efficaci e va detto che si infilano e si tolgono facilmente – e poi continua – con il caldo si sta bene, anche se è normale, avendo provato ormai diversi tipi di scarpe, che con le temperature più alte il piede un po’ soffra. Con le G.STL la situazione è gestibile. Anche la suola in carbonio, che normalmente si scalda parecchio, non dà particolari problemi in questo senso».

Suola Gaerne G.STL
La suola in carbonio delle G.STL con i fori di ventilazione
Suola in carbonio delle Gaerne G.STL
La suola in carbonio delle G.STL. Si vedono i fori di ventilazione e la scala di allineamento

Quattro prese d’aria

A conferma di quello che ci ha detto Fabio Aru vediamo che le G.STL sono dotate del sistema di chiusura In-Fit Closure System con ben otto zone di fissaggio, che insieme ai Boa Li2 permettono una chiusura molto precisa e pienamente regolabile. La suola è in fibra di carbonio intrecciato con quattro prese d’aria che permettono un’ottima ventilazione interna. Rispetto alla versione precedente è possibile arretrare la tacchetta di 9 millimetri. In questo modo ognuno può trovare il posizionamento migliore delle tacchette rispetto al pedale. Ad agevolare questa operazione c’è anche una scala di allineamento stampata sulla suola, che aiuta anche a memorizzare la posizione della tacchetta nel momento della sostituzione della stessa. Concludiamo dicendo che il peso delle G.STL è di 274 grammi nella taglia 43.

Parola a Michelusi, l’angelo del motore di Aru

04.02.2021
3 min
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Da quest’anno dunque Fabio Aru lavorerà seguendo le direttive di Mattia Michelusi, veneto classe 1985 (in apertura nella foto @1_in_the_gutter), laureato in Scienze Motorie con specializzazione in Scienza e Tecnica dello Sport. Un passato da corridore, quindi gli studi, il passaggio per il Centro Studi Federale come formatore dei direttori sportivi, l’approdo al professionismo con la Androni Giocattoli e poi al WorldTour, prima con la Ef Cannondale e ora con il Team Qhubeka Assos. Tuttavia, al netto dei titoli in suo possesso, quando un allenatore inizia a collaborare con un atleta, non sono certo i libri la prima fonte cui attinge.

Il Team Qhubeka Assos, 25 corridori: 17 sono nuovi
Il Team Qhubeka Assos, 25 corridori: 17 sono nuovi
In effetti se fosse così semplice…

Infatti non lo è affatto. Conoscevo Aru come atleta, ma non conoscevo Fabio come persona. La tecnologia ci aiuta nel programmare allenamenti a distanza e sapere quali effetti hanno sul corridore, ma l’aspetto fondamentale del ritiro in Spagna è stato proprio quello di fare la sua conoscenza. Ne avevamo in programma uno in altura a gennaio, ma lui ha preferito il cross, così abbiamo adeguato la preparazione. Io sono favorevole a questa disciplina, può essere utile per qualsiasi atleta, anche per lo scalatore. Offre stimoli che però hanno bisogno di essere integrati con la preparazione per la strada. Ovviamente il suo obiettivo non era diventare campione del mondo, ma allenarsi e farlo in un contesto senza stress.

Quindi avete ridisegnato la preparazione in funzione del lavoro fatto nel cross?

Inserendo questi stimoli allenanti in un contesto ampio, fatto ad esempio di sedute più lunghe. Il fatto di conoscersi porta anche ad analizzare quel che si è vissuto, perché si impara sia dai momenti belli, sia da quelli brutti. La sensazione è che il primo Aru si allenasse sulle salite per vincere, ora invece la salita è una difficoltà da affrontare e superare. Per questo abbiamo anche analizzato il modo in cui lavorava all’inizio e quello che ha fatto negli ultimi due anni.

Brillantezza e resistenza nel menù di Aru stilato da Michelusi (Photo: @breakawaydigital)
Brillantezza e resistenza nel menù di Aru (Photo: @breakawaydigital)
Quindi è sbagliato pensare che con Michelusi si possa o si debba ripartire da zero.

Fabio è un atleta di esperienza, sarebbe sbagliato pensare di fare tabula rasa. Ma occorre lavorare accanto a lui per capire come risponde a certi stimoli. Possiamo avere tutti i dati del mondo, ma per capire come reagisca ai carichi di lavoro, ad esempio, non c’è niente di meglio che guardarlo in faccia. Se arriva in cima a una salita stravolto, vuol dire che lo sforzo è stato eccessivo. Se arriva e sorride, allora si può fare di più. Chiaramente in modo progressivo. Non siamo ancora al top della stagione, più avanti aumenteremo di sicuro perché potremo valutare meglio le sue risposte.

Finora avete introdotto elementi nuovi nel suo piano di lavoro?

No, nulla. Abbiamo semplicemente integrato il cross. Anche se lo ha interrotto, continuiamo a inserire sforzi concentrati che sarebbe inutile mollare del tutto. Fabio credeva in questa strada ed è stato giusto portarla avanti, prevedendo ancora qualche pizzico della stessa intensità.

Come lo vedi?

Lo vedo davvero molto motivato.

Un Aru tutto nuovo: zero stress e… carpe diem!

04.02.2021
5 min
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Conclusa con sua grande soddisfazione la parentesi del cross, Aru ha finalmente trascorso in Spagna i giorni del primo ritiro con il Team Qhubeka Assos. C’erano compagni e staff da conoscere, il nuovo preparatore da incontrare e tanti chilometri da mettere nelle gambe. E poi, dopo una decina di giorni di buon lavoro, Fabio è tornato a Lugano in auto, per evitare rischi inutili e soprattutto perché il volo diretto è stato soppresso. Ridendo al momento di chiudere lo sportello, ha fatto notare che si era talmente abituato a stare in macchina per le trasferte del cross, che non sarebbero stati quei 1.500 chilometri a mettergli paura. Ora però la stagione sta finalmente per iniziare. Il debutto è previsto al Tour de la Provence, gara di 4 tappe dall’11 al 14 febbraio, che il penultimo giorno propone l’arrivo allo Chalet Reynard, sul Mont Ventoux, dove l’anno scorso vinse Quintana. Fabio racconta e riflette. Consapevole di essere davanti a una svolta importante della carriera.

Fabio Aru compirà 31 anni a luglio, è passato professionista nell’agosto del 2012. Ha corso con Astana e Uae Team Emirates
Aru compirà 31 anni a luglio, è pro’ dall’agosto 2012
Soddisfatto di quello che hai visto?

Molto bene, oltre le aspettative. Ho trovato un ambiente tranquillissimo, in cui si vede la voglia di fare. Mi sembra un gruppo molto affiatato, si capisce che lo staff non è cambiato, perché funziona tutto benissimo.

Una squadra tutta nuova, giusto?

Ci sono 17 corridori nuovi su 25 in totale. Alcuni li conoscevo, come Simon Clarke. Altri sono stati una piacevole scoperta, come Lindeman in arrivo dalla Jumbo e Armée dalla Lotto.

Hai conosciuto anche i nuovi tecnici?

Certo, anche quelli che magari non vedevano di buon occhio la mia partecipazione alle gare di ciclocross. Ci siamo spiegati, almeno abbiamo cominciato a farlo. Loro hanno capito la mia posizione e siamo pronti per partire.

Nessun rimpianto per non essere andato ai mondiali, giusto?

Avevo preso la decisione il lunedì dopo l’ultima gara a Variano di Basiliano, nel paese di Pontoni. Poi ho seguito la prova di Coppa del mondo di Overijse, quindi ho parlato con Scotti, risultati alla mano. Dorigoni, che va più forte di me, ha preso un giro. Non mi andava di partire per il mondiale ed essere fermato. Sarebbe stata una partecipazione forzata. Ci siamo trovati tutti d’accordo. Non si è trattato di fare un favore a qualcuno, ma la scelta giusta. In ogni caso, aver partecipato a quelle gare ed essere stato ai ritiro della nazionale è stato per me il top. Dal 5 gennaio sarei dovuto andare sul Teide, ma mi ha dato di più correre a Porto Sant’Elpidio e ai campionati italiani.

Il cross ha costretto Aru a lavori brevi e intensi, da conciliare con il lavoro di fondo
Nel cross lavori brevi e intensi, da conciliare con il fondo
Hai seguito i mondiali?

Certo, ma posso garantirvi che in tivù non ti rendi conto. Avete visto come andavano Van der Poel e Van Aert? Lasciate stare il primo tratto sulla sabbia, dove arrivavano lanciati dal ponte. Quello che faceva impressione era il passaggio nell’acqua, sul bagnasciuga. Abbiamo provato passaggi simili in ritiro, l’acqua ti frena e affondi nella sabbia bagnata. A ogni pedalata fai 800-1.000 watt. In quei tratti erano mostruosi.

Torniamo alla squadra…

Quando vai in un nuovo ambiente, non sai mai cosa aspettarti. Questa stava per chiudere, ho pensato che potessero esserci dei problemi. Invece ho trovato un grande clima e soprattutto persone serene. Nelle squadre in cui sono stato, in Astana soprattutto, c’era davvero tanta pressione. Con Saronni, subito dopo, era lo stesso. E il resto è tutto una bomba, i mezzi e le bici Bmc che sono dei veri missili. Lo capisci subito, ad esempio, se il magazzino è gestito bene. E poi c’è il vestiario Assos, ovviamente di ottima qualità.

Il 13 febbraio, appuntamento a Chalet Reynard, sullo stesso arrivo della corsa a piedi di Froome al Tour 2016. Aru fu 12°
Il 13 febbraio, a Chalet Reynard. Al Tour del 2016 Aru fu 12°
Avete lavorato tanto?

Siamo riusciti a fare 1.000 chilometri, avendo tutte le sere due meeting.

Con chi ti allenerai?

Mi seguirà Mattia Michelusi, mi piace il suo metodo. Non faremo le stesse cose del passato, quantomeno correggeremo quelle che non vanno.

Di fatto la tua preparazione è sempre stata simile a se stessa.

Quando sono passato nel 2012, non mi assisteva nessuno. Poi sono stato affidato a Mazzoleni e a seguire è arrivato Slongo. Il primo anno feci il programma di Vincenzo (Nibali, ndr), con il Teide a inizio stagione e il debutto in Argentina. Diciamo che lo schema che funzionava non è stato più toccato. Anche alla Uae, con Tiralongo, si è cercato di tenere la stessa linea.

Ora cambia qualcosa?

Ora seguo la squadra, con l’eccezione della scelta del cross, per il quale ho saltato l’altura di gennaio e di cui abbiamo condiviso la bontà. Ho visto come lavorano e mi piace. Abbiamo concentrato due ritiri in uno e la programmazione delle giornate è stata eccezionale.

Giornata di lavoro in Spagna, in un mix di intensità e lavoro di fondo
Giornata di lavoro nel ritiro spagnolo
Bici nuova, posizione nuova?

Ho voluto cancellare tutti i cambiamenti degli ultimi anni, tornando all’assetto che avevo quando facevo i risultati migliori. Diciamo che se le cose non vanno, si cominciano a cercare spiegazioni anche in queste cose. Si cambia, ma invece di migliorare, spesso si peggiorano le cose.

Come va con gli italiani del team?

Conoscevo abbastanza bene Pelucchi, ma adesso sto scoprendo anche Nizzolo e Pozzovivo, con cui sono nel gruppo degli scalatori. Domenico sa tante cose, con lui si parla parecchio.

Quale sarà il tuo approccio con le corse?

Vivrò gara per gara. Quindi inizierò in Provenza e poi vedremo, ma la cosa più importante è che sono felice e non vedo l’ora di iniziare la mia nuova stagione.