L’inverno non è più la stagione del riposo e delle vacanze per gli appassionati di ciclismo, pedalare in questi mesi è ormai diventato parte della routine e difficilmente ci si ferma anche quando il freddo si fa insistente. Per godersi al meglio ogni uscita, però, è necessario scegliere il capo giusto che sappia offrire la giusta protezione dalle basse temperature e dall’aria fredda, senza tuttavia accumulare calore e sudore.
Serve un prodotto capace di mitigare e che abbia il giusto mix tra tecnica e protezione: traspirante ma anche una buona protezione e isolamento termico. Per questo ha lavorato Bioracer, marchio belga che da anni lavora nel professionismo e produce anche capi per la nazionale di ciclismo guidata dal detentore di due titoli olimpici: Remco Evenepoel. Il nome del marchio scritto sul cuore e il classico logo ispirato all’uomo vitruviano sulle tasche posteriori danno l’idea del nuovo corso aziendale.
L’inverno con Bioracer hai colori della nuova giacca TempestL’inverno con Bioracer hai colori della nuova giacca Tempest
Conoscenza tecnica
L’azienda belga arriva in supporto dei ciclisti e degli amanti della bicicletta con un capo invernale che è pronto a diventare il compagno di avventure nei prossimi mesi: la giacca Tempest. Un prodotto versatile e allo stesso tempo isolante e con una finitura idrorepellente. Le gocce di pioggia, una volta arrivate sul tessuto, scivolano via e grazie a questo difficilmente permeano. Questi vantaggi idrofobici permangono anche dopo molti lavaggi. Grazie al suo sostegno e alle qualità tecniche, la giacca Tempest vi permetterà di non mettere in letargo la bici, ma di pedalare ancora. Senza sosta.
L’inverno porta con sé il freddo, e questo è il principale fattore del quale tenere conto mentre si pedala. Ma non mancano anche pioggia, umidità e vento, infatti nel progettare la giacca Tempest i tecnici di Bioracer hanno voluto guardare a un solo obiettivo: rendere gli allenamenti invernali caldi, confortevoli e asciutti. Stando ai valori dichiarati dal produttore, il range di temperature nel quale Tempest si trova a suo agio va dagli zero gradi fino ai dieci, oltre i quali sparisce l’idea stessa che sia freddo e ci si avvia verso una stagione più mite.
La giacca Tempest è pensata proteggere dal freddo dell’inverno Il design della giacca è studiato per indossare anche altri accessori invernali, come i guantiLa giacca Tempest è pensata proteggere dal freddo dell’inverno Il design della giacca è studiato per indossare anche altri accessori invernali, come i guanti
Comfort e qualità
La nuova giacca Tempest di Bioracer coniuga in un mix di ottima qualità tanti aspetti importanti, non ultimo quello del comfort. I tessuti utilizzati sono pensati per garantire anche un’ottima elasticità, così da garantire e lasciare spazio a ogni movimento quando ci si trova in sella.
Le tasche posteriori sono tre, con taglio classico e dall’ottima capienza, è presente anche una cerniera che offre il giusto riparo per riporre oggetti delicati e personali. Nella parte delle maniche il taglio della giacca Tempest è studiato per sposarsi con i guanti invernali, garantendo lo spazio per indossare questo accessorio proteggendo il ciclista dal freddo.
E’ disponibile in sei taglie differenti (dalla S alla XXXL per gli uomini, dalla XS alla 2XL per le donne) e in cinque colorazioni: Glacier Blue, Misty Nautica, Eclipse Black, Berry Blizzard e Green Curry.
Stefano Viezzi è nell’appartamento belga della Alpecin-Deceuninck, in Belgio, e ci rimarrà fino ai primi di gennaio, quando tornerà in Italia per correre il tricolore di ciclocross. Un periodo lungo, pieno di impegni e intenso. Il friulano classe 2006 passerà le feste lontano da casa, ma nel momento in cui la stagione del ciclocross entra nel vivo c’è poco da fare. Racconta anche di averci fatto l’abitudine e che non è la prima volta in cui sta lontano dalla famiglia durante le feste.
«D’altronde dicembre è il mese più intenso – spiega Viezzi – con un calendario ricco di impegni e tutti di grande importanza. Non sono l’unico a passare le feste nella casa del team in Belgio, tanti ragazzi saranno qui».
Stefano Viezzi ha esordito a Tarvisio, vincendo la prova elite (foto El.photografer)Stefano Viezzi ha esordito a Tarvisio, vincendo la prova elite (foto El.photografer)
Coppa del mondo
La seconda stagione di ciclocross con la maglia del devo team della Alpecin-Deceuninck, per Stefano Viezzi (in apertura foto Yefrifotos), è iniziata con una vittoria a Tarvisio davanti a Bertolini e Ceolin. C’è stato il tempo per inserire altri due appuntamenti in Italia e poi il ragazzone di San Daniele del Friuli ha fatto le valigie per il Nord, con l’obiettivo ben chiaro di arrivare pronto al primo appuntamento di Coppa del mondo a Tabor.
«A parte la prima gara a Tarvisio – racconta il friulano – le altre non sono andate esattamente come avrei voluto. Ho comunque notato una condizione sempre migliore e questo mi ha dato fiducia per l’esordio in Coppa del mondo. A Tabor il percorso era veloce e sono riuscito a salire sul podio nella gara riservata agli U23 (è arrivato terzo, ndr). Risultato replicato a Flamanville dove però sono partito male, l’unico rimpianto è che forse con un inizio diverso avrei potuto lottare per la vittoria».
Viezzi ha poi fatto un percorso di avvicinamento alle prove di Coppa del mondo (foto Grand-Ducal Cycling)Viezzi ha poi fatto un percorso di avvicinamento alle prove di Coppa del mondo (foto Grand-Ducal Cycling)
Hai finito la stagione su strada a settembre, come hai gestito il passaggio al cross?
La condizione era buona, è stata una stagione in cui ho messo insieme tanto fondo, quindi mi sono dovuto abituare nuovamente alla fatica del ciclocross. Ero abbastanza indietro con gli sforzi brevi e i lavori dedicati, ad esempio i classici 30-30 e gli sprint. Ho dovuto implementarli piano piano e riprendere.
Quindi l’obiettivo è la Coppa del mondo?
Vorrei provare a giocarmi la classifica tra gli under 23. Anche l’europeo era un obiettivo, ma la gara è partita male a causa di un guasto tecnico e sono uscito subito dai giochi. Un altro appuntamento cerchiato in rosso sul calendario è il mondiale, forse questo è l’obiettivo principale della stagione invernale.
La ripresa nel cross dopo la stagione su strada ha richiesto una concentrazione particolare sugli sforzi brevi ed esplosivi (foto El.photografer)La ripresa nel cross dopo la stagione su strada ha richiesto una concentrazione particolare sugli sforzi brevi ed esplosivi (foto El.photografer)
Come sta andando questo secondo inverno in Alpecin-Deceuninck?
Sento che il mio livello sta crescendo sempre di più, mentre con le dinamiche di squadra mi sento maggiormente a mio agio. Diciamo che avendo alle spalle un anno di esperienza sono rodato. Stare in Belgio per tanto tempo non è facile, sembra banale dirlo ma è diverso dallo stare a casa. Meteo, lingua e persone, tutto era nuovo e adattarsi non è stato semplice. Poi ci sono anche le gare.
Sono tanto diverse da quelle in Italia?
Molto. In Belgio i percorsi cambiano a seconda dell’importanza della gara. Ad esempio quelle di livello internazionale sono meno adatte alle mie caratteristiche, ci sono parecchie curve lente e molti rilanci. La velocità media spesso è molto bassa. Invece io sono un atleta che ha bisogno di spingere (visti anche i 190 centimetri di altezza e i 73 chilogrammi di peso).
Viezzi in Belgio sta imparando ad affrontare percorsi tecnici con tante curve e parecchi rilanci (foto El.photografer)Viezzi in Belgio sta imparando ad affrontare percorsi tecnici con tante curve e parecchi rilanci (foto El.photografer)
Ci stai lavorando?
Sì, correndo da queste parti imparo molto. La maggior parte dei progressi sono arrivati con l’esperienza. Una cosa curiosa è che gli stessi percorsi cambiano quando si passa da una gara nazionale a una di Coppa del mondo. Ad esempio Koksijde (dove ha corso ieri nella gara riservata agli U23, chiusa al decimo posto, ndr) e Dendermonde.
In queste settimane in Belgio ti alleni da solo o con il team?
Entrambe le cose. Durante la settimana mi alleno in autonomia, mentre una volta a settimana ci alleniamo tutti insieme nel parco di Herentals, lo stesso in cui gira anche Van Aert. In quel caso curiamo la tecnica.
Hai già pensato a come preparerai la strada?
Non ancora. Sicuramente fino al mondiale di ciclocross sarò concentrato sul fango, poi parleremo con il team. Immagino comunque ci sarà uno stacco e un percorso di adattamento alle corse su strada.
Alessandro Borgo quest’anno nel ritiro di dicembre della Bahrain Victorious ha cambiato tavolo, letteralmente. La scorsa stagione era seduto insieme ai ragazzi del devo team mentre ora è seduto accanto ai nuovi compagni di squadra del WorldTour.
«Essere accanto a corridori che fino due anni fa guardavo in televisione – racconta Borgo – è strano, però se sono arrivato fin qui vuol dire che qualcosa di buono posso farlo pure io. Per cui sì, c’è emozione, ma quella giusta. All’inizio i due con cui mi sono sentito un attimo in soggezione, se così si può dire, sono stati Mohoric e Caruso. Il primo per la famosa vittoria alla Sanremo e quelle al Tour de France, mentre Caruso per quello che ha fatto nei GrandiGiri. Però si è subito creato un bel rapporto, sia con loro che con lo stesso Tiberi».
Alessandro Borgo è pronto a proseguire il suo cammino di crescita, dal 2026 sarà nel WorldTourAlessandro Borgo è pronto a proseguire il suo cammino di crescita, dal 2026 sarà nel WorldTour
Sei uno che ama le sfide, arrivare nel WorldTour a cosa equivale?
Fino a tre anni fa non sapevo a cosa stessi andando incontro, il ciclismo era un gioco. Poi pian piano è diventato un lavoro. Negli ultimi due anni ho iniziato a pormi degli obiettivi, sono uno che crede molto in se stesso e mi ero prefissato di fare due stagioni da under 23 e poi entrare nel WorldTour. A livello personale sono contento di aver rispettato quello che mi ero prefissato. Ora che sono qui me ne sono posti degli altri.
Di questi due anni da under 23 che bilancio trai?
Al primo anno arrivavo in una categoria nuova, in un ciclismo diverso e sempre più impegnativo. Avevo iniziato a fare le prime esperienze all’estero, con avversari molto forti. Sono entrato nella categoria senza sapere nulla al riguardo e senza aspettative. Dopo le prime gare in Belgio ho capito di essere a un buon livello. Il 2025 è stato l’anno della consacrazione, con due vittorie importanti (Gent U23 e il campionato italiano U23, ndr).
Il 2025 è stata la stagione della consacrazione, prima con la vittoria della Gent U23 Poi è arrivato il titolo tricolore di categoria, conquistato a Darfo Boario Terme (photors.it)Il 2025 è stata la stagione della consacrazione, prima con la vittoria della Gent U23 Poi è arrivato il titolo tricolore di categoria, conquistato a Darfo Boario Terme (photors.it)
C’è qualche aspetto che avresti potuto o voluto fare meglio?
Quando mi fanno questa domanda rispondo sempre che un rimpianto è il secondo posto di tappa al Giro Next Gen. Vincere avrebbe dato qualcosa in più. Mi ero imposto di fare un bel risultato di tappa all’Avenir, ma anche in quel caso non è andata secondo le aspettative. Tuttavia è stata una corsa che mi ha dato tanto, in termini di esperienza e consapevolezza.
In che senso?
Nella tappa regina sono andato molto forte in salita, quella prestazione mi ha fatto crescere molto. Tanto da portarmi una convocazione al mondiale in Ruanda. Era un obiettivo fin dall’inizio della stagione. E’ stata un’esperienza indimenticabile, sia a livello personale che ciclistico.
Con il senno di poi il mondiale in Ruanda era troppo duro?
Il percorso era esigente, ma se la corsa si fosse svolta in un altro modo avrei potuto dire la mia. Ha vinto Lorenzo (Finn, ndr) uno scalatore, e tra i primi dieci sfido a trovare un corridore che non lo sia.
Borgo insieme a Mattio e Gualdi sono stati gli alfieri che hanno accompagnato Lorenzo Finn nella vittoria iridata U23 a KigaliBorgo insieme a Mattio e Gualdi sono stati gli alfieri che hanno accompagnato Lorenzo Finn nella vittoria iridata U23 a Kigali
La stagione scorsa si è conclusa con il secondo posto nel campionato italiano crono a squadre…
Ci tenevo a far bene, più per i miei compagni Marco e Bryan (Andreaus e Olivo, ndr). Anche perché c’era il rischio che potesse essere la loro ultima corsa. Mi sarebbe piaciuto aiutarli a vincere una maglia tricolore. Hanno avuto degli anni difficili, purtroppo il ciclismo non regala nulla. Ripartire non è mai semplice e non tutti capiscono cosa vuole dire.
Torniamo alle sfide, qual è quella di quest’anno?
Sicuramente voglio rubare con gli occhi dai più esperti, tra tutti Mohoric, che è l’atleta a cui sento di potermi ispirare. Il 2026 sarà l’anno delle esperienze, mi piacerebbe fare tante gare in Belgio e imparare a muovermi su quei terreni.
Pensi che possano diventare le tue gare?
Direi di sì. Dico il Belgio ma intendo tutte le Classiche, con pavé, freddo, vento e muri.
Borgo quest’anno ha già fatto qualche esperienza con i professionisti, qui in azione al Tour de WallonieBorgo quest’anno ha già fatto qualche esperienza con i professionisti, qui in azione al Tour de Wallonie
Ora che sei nel WorldTour lo spirito deve rimanere lo stesso di sempre?
Sicuramente non posso andare con l’idea di vincere la Roubaix il prossimo anno, avremo un capitano e dovrò lavorare per lui. Siamo una squadra che si è ringiovanita tanto, con innesti interessanti come Alec Segaert. Entrambi siamo giovani e vogliamo emergere sulle pietre del Nord. Ovviamente in questi anni il leader sarà Mohoric e lavoreremo per lui, mettersi a disposizione di un talento del genere è ancora più bello.
Tre anni fa non pensavi di poter essere qui, ora hai un pensiero su Borgo da qui a tre anni?
Penso di poter rispondere a questa domanda una volta terminata la mia prima stagione da professionista. Fino a quando non sei dentro e non corri è difficile capire cosa sia il WorldTour e le difficoltà a esso collegate. Anche solo entrare in un settore di pavé o andare alla presentazione dei team la mattina della Roubaix sono cose che posso solo immaginare ora.
L’inverno di Davide Stella lo ha visto pedalare in giro per il mondo tra parquet e strada, dal mondiale di Santiago del Cile su pista al Criterium a Singapore con Vingegaard e Milan. Ma per il classe 2006 del UAE Team Emirates Gen Z il richiamo della Sei Giorni di Gand è stato troppo forte per rinunciare quella che è la gara più bella per gli amanti di questa disciplina. Una settimana nel cuore del ciclismo, tra birre, giri di pista a velocità folli, musica e un mare di gente.
«Ero venuto qui anche lo scorso anno – racconta Stella – e quella di Gand si conferma una delle Sei Giorni più belle da correre in assoluto. La manifestazione prevede anche gare per la categoria under 23, le giornate sono meno frenetiche e si ha modo di guardare i grandi darsele di santa ragione.
A sinistra Matteo Fiorin con Davide Stella, i due hanno corso insieme alla Sei Giorni di GandA sinistra Matteo Fiorin con Davide Stella, i due hanno corso insieme alla Sei Giorni di Gand
Preparatori e pista
Alla Sei Giorni di Gand le gare iniziano alla sera, intorno alle 18,30, con le prove riservate agli under 23. Dopo un’ora e mezzo nella quale i giovani scaldano il pubblico, come se ce ne fosse bisogno, entrano in pista i pezzi da novanta. Lo spettacolo inizia e per Stella e gli altri si apre il sipario sul mondo che verrà.
«Nella Sei Giorni di noi under – spiega ancora Stella – si corre molto meno rispetto agli elite, cosa che in questa parte dell’anno va anche bene. Siamo nel mezzo della ripresa invernale e i preparatori ci fanno fare tante ore a bassa intensità. Diciamo che una corsa in pista contrasta un po’ con il programma, però per una settimana si può fare. Anzi, io mi sento di stare meglio. Per i primi tre giorni noi under 23 correvamo due gare: una corsa a punti singola con due manche, dove le coppie venivano divise in numeri bianchi e neri. Poi la seconda prova era il giro lanciato. Mentre gli altri tre giorni avevamo la madison al posto della corsa a punti».
Stella e Fiorin hanno corso nelle gare riservate agli under 23Stella e Fiorin hanno corso nelle gare riservate agli under 23
Hai corso in coppia con Fiorin, come vi siete organizzati con la logistica?
Eravamo in trasferta con la nazionale, quindi l’alloggio e gli spostamenti ce li hanno organizzati loro. Per il resto ci organizzavamo noi la giornata: la sveglia era abbastanza comoda visto che correvamo la sera. Io avevo con me anche la bici da strada e uscivo per fare qualche ora di allenamento. Una volta tornato riposavo, insieme a Fiorin giocavamo a Mario Kart e poi si andava in pista.
Che clima c’era una volta arrivati?
L’atmosfera era bellissima, uno spettacolo unico. E’ sia una corsa di ciclismo che uno show. Ogni sera dopo le nostre gare ci fermavamo a guardare quelle degli elite e ci siamo divertiti tantissimo, soprattutto perché era l’ultima in pista di Elia Viviani. Essere presenti a questo addio, dopo averlo visto vincere il mondiale qualche mese fa, è stato emozionante.
Trovare un posto libero sulle tribune del velodromo di Gand durante la sei giorni è praticamente impossibileIl pubblico acclama ogni corridori, tutti sono protagonisti durante l’eventoTrovare un posto libero sulle tribune del velodromo di Gand durante la sei giorni è praticamente impossibileIl pubblico acclama ogni corridori, tutti sono protagonisti durante l’evento
Quanto prima correvate?
Questione di minuti, noi iniziavamo alle 18,30 mentre gli elite alle 20. La cosa bella è che potevamo scegliere se sederci in tribuna o rimanere in mezzo ai corridori. Per vedere bene la corsa era meglio andare in tribuna, ma facevamo fatica a trovare un posto libero (ride, ndr).
Com’è vivere la corsa tra il pubblico?
Bello perché la maggior parte della gente se ne intende di ciclismo, tutti sanno come funzionano le varie prove. Poi in Belgio conoscono tutti i ciclisti, prendevano d’assalto anche me! Il più gettonato però era Viviani, diciamo che tra la sua carriera e la maglia di campione del mondo era difficile che passasse inosservato.
A Gand l’evento porta con sé sei giorni di festa e divertimentoA Gand l’evento porta con sé sei giorni di festa e divertimento
Siete stati anche con Viviani?
Andavamo spesso a trovarlo tra una gara e l’altra. Però loro rimanevano poco nel parterre, tra una gara e l’altra ci saranno stati forse venti minuti di pausa. Ci siamo goduti ogni momento, poi sono arrivati anche Lamon, Ganna e Consonni per fargli una sorpresa e siamo stati tanto anche con loro. Diciamo che le sere una birretta post gara ce la siamo bevuta, mentre intorno a noi andava avanti la festa.
Una vera festa, che effetto fa viverla in prima persona?
Il DJ della Sei Giorni penso sia uno dei più bravi che abbia mai visto. Per prima cosa se ne intende di ciclismo e capisce i movimenti della corsa e dei corridori. Ogni atleta, quando attacca, ha la sua colonna sonora. Oppure a ogni passaggio o situazione lui cambia ritmo e coinvolge tutto il pubblico. Quando correvamo nel giro lanciato ogni coppia poteva scegliersi la canzone che preferiva.
La Sei Giorni di Gand è stata l’ultima corsa su pista di Viviani, qui con Scartezzini, Ganna e Consonni che sono venuti a fargli una sorpresaScartezzini insieme a Viviani durante l’ultimo giorno di gara durante il saluto finaleFilippo Ganna e Simone Consonni sono arrivati per salutare l’amico e compagno di tante avventure su strada e pista
Tu e Fiorin che canzone avete scelto?
Pedro di Raffaella Carrà, il remix. Mentre Viviani aveva “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri.
Quindi appuntamento per il 2026?
Speriamo in un altro invito! Adesso ho collezionato tre maglie della Sei Giorni. I colori li decidono l’organizzazione insieme agli sponsor. Quest’anno insieme a Fiorin avevo il verde. Poi lui non ha corso l’ultimo giorno perché è stato male, mi sono trovato a correre con un belga. Così ora a casa ho anche una maglia rossa.
Peter Sagan è fra i più attesi sul traguardo di Canale. La pioggia scombussola i piani dei velocisti. Ma con la dirigenza della Bora i rapporti restano tesi
Il periodo di riposo di Renato Favero ha tardato un po’ di più rispetto agli altri ad arrivare, infatti il corridore che dal 2026 sarà con la Biesse Carrera Premac di Marco Milesi e Dario Nicoletti ha corso i mondiali elite su pista in Cile. Solo una volta terminati i suoi impegni con il quartetto e l’inseguimento individuale ha potuto trovare la meritata pausa invernale. Una quindicina di giorni prima di riprendere la preparazione il 10 novembre. Prima in maniera leggermente più blanda con qualche sessione di palestra, della corsa a piedi, il tutto intervallato da qualche uscita in mtb.
Renato Favero, Italia, mondiali pista 2025, Santiago del Cile, inseguimento individualeRenato Favero, Italia, mondiali pista 2025, Santiago del Cile, inseguimento individuale
Già all’opera
Nel momento in cui lo chiamiamo Favero ha appena finito una sessione di rulli, è quasi sera ma la giornata lo ha portato a fare un check insieme al suo preparatore per capire se gli esercizi in palestra vengono fatti nella maniera corretta.
«Un controllo che ha confermato che sto facendo tutto bene – dice Favero con un sorriso – però ci siamo presi il giusto tempo, quindi non ho avuto modo di uscire in bici, così ho recuperato con una sessione di rulli. Adesso sono ufficialmente entrato nel vivo della preparazione. Non ho ancora avuto modo di conoscere personalmente i nuovi compagni e lo staff, ma dovrei farlo a dicembre ai primi test. Oppure ci sarà il tempo di farlo a gennaio con il ritiro a Denia, in Spagna. Negli anni al devo team della Soudal Quick-Step andavamo ad Altea, lì vicino. Cambia il nome della cittadina ma non quello delle salite e delle strade che faremo (sia Denia che Altea si trovano nella Comunità Autonoma Valenciana, ndr)».
Favero (al centro) insieme a Giami e Grimod (rispettivamente a destra e sinistra) ha vinto il titolo iridato nell’inseguimento individuale da juniores (foto Uci)Favero (al centro) è da anni nel giro della pista azzurra e da juniores ha vinto il titolo iridato nell’inseguimento individuale (foto Uci)
Che off-season è stata quella dopo il mondiale su pista in Cile?
Rilassante, sono andato in vacanza con i miei amici della pista: Etienne Grimod e Luca Giaimi. Praticamente tra mondiale e ferie abbiamo passato un mese abbondante insieme. Abbiamo un bellissimo rapporto e stare con loro è davvero piacevole.
Dal mondiale sei tornato soddisfatto?
Speravo di fare qualcosa di meglio. Il quartetto è andato abbastanza bene alla fine, siamo arrivati a pochi decimi di secondo dal podio. Alla fine eravamo un quartetto pressoché giovane, quindi va bene così, anche perché le altre nazionali avevano un livello davvero alto. Mentre, nell’inseguimento individuale pensavo di andare molto più forte. Tuttavia dopo una stagione lunga e con le fatiche del quartetto non è stato semplice fare una buona prestazione.
Renato Favero è passato under 23 con la Soudal Quick-Step Development nel 2023Renato Favero è passato under 23 con la Soudal Quick-Step Development nel 2023
Possiamo dire che dal prossimo anno prenderai il posto di Grimod alla Biesse? Gli hai fatto qualche domanda?
Siamo sempre in contatto e in questi due anni ha sempre parlato bene della Biesse, quindi non gli ho fatto tante domande perché sapevo già tante cose. Quando ho scoperto che non avrei più continuato con la Soudal Quick-Step ho capito che all’estero sarebbe stato difficile trovare spazio. Nel momento in cui mi hanno detto dell’interessamento della Biesse Carrera ho accettato subito, credo siano la miglior continental italiana e così ho firmato con loro.
Perché le strade tue e della Soudal si sono separate?
A inizio luglio mi hanno detto che non avrei proseguito il mio cammino in Belgio, sinceramente il perché non mi è mai stato detto. Penso si aspettassero qualcosa in più nella prima parte della stagione, periodo nel quale ho fatto più fatica. Avevo firmato un contratto di due anni con il devo team e al termine hanno deciso di non continuare.
Favero ha deciso di seguire la strada delle Classiche, qui alla Paris-Roubaix Espoirs nel 2024 (foto Freddy Guérin/DirectVelo)Favero ha deciso di seguire la strada delle Classiche, qui alla Paris-Roubaix Espoirs nel 2024 (foto Freddy Guérin/DirectVelo)
Ti saresti aspettato qualcosa in più da te stesso?
Credo di aver imparato tanto nel mio periodo alla Soudal Quick-Step, anche se non proseguirò con loro ho accumulato un bagaglio di esperienze importanti. Mi hanno insegnato il loro modo di correre, la loro mentalità e io mi sono messo alla prova in un ambiente tanto diverso dal nostro.
E’ stato difficile?
Devi essere forte mentalmente, perché si passa tanto tempo via da casa ed è difficile trovare qualcuno che parla la tua lingua. Rispetto alla Borgo Molino, dove ho corso da juniores, è tutto diverso e grande. Quando sono arrivato ho fatto dei test e mi hanno detto che avrei potuto scegliere se far parte del gruppo delle classiche o delle corse a tappe. Ho optato per le classiche anche visto il mio fisico (Favero è alto 192 centimetri, ndr).
Dopo due stagioni Favero è riuscito a trovare il primo successo in Belgio quest’anno alla Omloop Mandel-Leie-Schelde Un cammino difficile quello in Soudal Quick-Step, che però gli ha insegnato tantoDopo due stagioni Favero è riuscito a trovare il primo successo in Belgio quest’anno alla Omloop Mandel-Leie-Schelde Un cammino difficile quello in Soudal Quick-Step, che però gli ha insegnato tanto
Molti ragazzi partono con in testa le Classiche, ma è difficile affermarsi, per te è stato così?
Correre in Belgio, o in generale al Nord è molto diverso dal farlo in Italia. Tra pavè, vento, muri e tutto il resto c’è molto da imparare e il salto è ampio. Inoltre il modo di correre in gruppo è totalmente differente, si attacca sempre e le corse escono dure e selettive, anche perché ogni dieci minuti qualcuno attacca.
Questo è ciò che hai imparato?
Sì, soprattutto quest’anno e in particolare nella seconda metà di stagione. Mi sono messo tanto alla prova, lanciandomi in azioni e fughe fin da inizio gara. E proprio ad agosto ho trovato la mia prima vittoria in una gara nazionale. Per me è stata una conferma di quanto fatto.
Favero torna in Italia consapevole di avere ancora ampi margini di crescita, una disciplina su cui vuole lavorare è la cronometroFavero torna in Italia consapevole di avere ancora ampi margini di crescita, una disciplina su cui vuole lavorare è la cronometro
Marco Milesi ha detto che in Italia troverai percorsi diversi, credi possa essere comunque un passo importante per crescere ancora?
Le corse del calendario italiano sulla carta sono più toste, con salite lunghe e strappi importanti. Penso sia una cosa positiva per me e non mi spaventa, anzi mi stimola. Tornare in Italia dopo due stagioni in un devo team mi dà la carica, voglio dimostrare di essere tornato più forte di prima. Ci sono ancora tanti margini, uno di questi è la cronometro. Non avevo mai corso una gara contro il tempo e al campionato italiano under 23 ho colto un bel quarto posto. Quindi sono fiducioso di quanto posso fare nella prossima stagione.
In che modo il quartetto si avvicina alle convocazioni olimpiche. Ce lo racconta Michele Scartezzini. Si lavora sodo e si parla poco. Lo stress è tanto
E’ uno dei passaggi più importanti del ciclomercato per noi italiani: quello di Alberto Dainese dalla Tudor Pro Cycling Team alla Soudal–Quick‑Step. Lo sprinter veneto è ormai una certezza e approdare in un team che fa delle classiche e delle tappe il suo obiettivo maggiore non è da poco. Specie se quel team è proprio uno squadrone come la Soudal–Quick-Step.
Qualche giorno fa Dainese è volato in Belgio a Turnhout presso la sede di ricerca e sviluppo di Soudal, per un meeting di tre giorni come si è soliti fare oggigiorno. Qui ha conosciuto i nuovi compagni, ma anche tecnici, staff. Da lui ci siamo fatti raccontare le prime impressioni ed è emersa subito la “parolina” magica: Wolfpack.
Alberto Dainese (classe 1998) saluta la Tudor dopo due stagioneAlberto Dainese (classe 1998) saluta la Tudor dopo due stagione
E quindi, Alberto, è cominciata una nuova avventura: quanto della stagione è già impostato e quanto invece è ancora in divenire?
Sì, esatto, siamo andati in Belgio e ci siamo trovati tutti quanti: atleti, direttori sportivi, parte dello staff. Il primo giorno ho preso le misure per la bici, ho fatto il bike-fitting. Poi ho incontrato preparatori e nutrizionisti. Il giorno successivo ho conosciuto l’altra parte dello staff: mental coach, dottori, massaggiatori…
E cosa ti è parso?
Mi sembra tutto bene, professionali, più pignoli di quello che credevo, quindi è un bene. Abbiamo fatto anche un tour per la sede Soudal. Non eravamo al service course della squadra.
Invece un aspetto più descrittivo di questa giornata: la sede com’è? Come te l’aspettavi?
E’ una struttura moderna. Eravamo nella sede proprio di Soudal, quindi non eravamo al service course dove c’è il magazzino della squadra ma eravamo proprio in sede Soudal, che ha diverse filiali. Abbiamo fatto una visita dell’azienda. Siamo andati in quello che era il primo stabilimento di produzione di siliconi, incollaggi, isolanti. E’ bello che comunque tocchi con mano la realtà dell’azienda. E devo dire che mi è piaciuto molto vedere i lavoratori di Soudal. Eravamo un po’ ospiti loro.
Con gli altri ragazzi non è mancata una visita al centro R&D di SoudalCon gli altri ragazzi non è mancata una visita al centro R&D di Soudal
Vi riconoscevano? Vi chiedevano selfie?
Sì certo, poi chi più chi meno… Conoscevano soprattutto i corridori belgi. Poi comunque eravamo ben separati. Anche perché eravamo anche nel reparto di ricerca e sviluppo. Loro non venivano a disturbarci e noi non andavano a disturbare loro. Però sì, alcuni ti fermavano ed è stato carino.
In quei giorni siete andati in bici, avete fatto una pedalata?
No, siamo stati due notti e tre giorni alla fine. E tra viaggio e partenza i veri giorni di lavoro sono stati due. Come detto, abbiamo fatto visite, misure, incontri, test fisici… Per esempio ci hanno valutato con lo squat la differenza di forza fra una gamba e l’altra. Mi sono ritagliato giusto un’ora una mattina perché sono andato a correre con Filippo Zana.
Ti è stato già assegnato un preparatore?
Esatto. E’ un belga e preparerà tutti e quattro gli italiani… quindi dovrà iniziare a imparare l’italiano da qui a fine anno! Mi sembra in gamba. Con lui abbiamo visto due o tre cose da implementare e migliorare rispetto a quest’anno. Soprattutto in considerazione del fatto che venivo da una stagione con due infortuni importanti ed è stata un po’ tosta. Ho subìto un po’ sia quel che è stato il mio 2024 e una preparazione che non ha considerato la mancanza delle ore dell’anno precedente.
Da rivali a compagni di squadra: ecco Alberto con MagnierDa rivali a compagni di squadra: ecco Alberto con Magnier
Quindi?
Quindi probabilmente quest’anno mi allenerò un po’ di più. Però sono motivato, voglio anche riscattarmi da due annate sotto tono perché da quando ho fatto quella caduta terribile (il riferimento è all’incidente avvenuto lo scorso inverno a Calpe, ndr) non sono più tornato ai miei livelli. Non a caso sono già tornato in bici. Ho fatto due settimane di fermo, anche se comunque andavo a correre a piedi, ma come ripeto da sei giorni sono già in bici. E le sensazioni mi sembrano buone.
E’ interessante il discorso dell’incontro col preparatore. Tu già avevi inviato i tuoi file al coach o avete parlato lì sul momento?
Ovviamente lui aveva accesso al mio TrainingPeaks già da prima, perché quando fanno firmare un corridore tutte le squadre te lo richiedono. Vedono tutti i valori, da lì lui si è fatto un’idea e mi ha fatto un programma.
Il corridore in questo caso esprime le sue preferenze, le sue sensazioni?
Sì certo. Io sono stato il primo a dire cosa avrei voluto, cosa mi aspetto dalla preparazione e da un preparatore.
Secondo Dainese vista da fuori la Soudal dava un senso di compattezza più di altre squadreSecondo Dainese vista da fuori la Soudal dava un senso di compattezza più di altre squadre
Hai visto gli altri due sprinter del team? Chiaramente parliamo di Paul Magnier e Tim Merlier…
Sì, sì, uno: Paul Magnier, era di ritorno dalla Cina: era bello provato! Sicuramente è stimolante stare con gente di questo calibro. Non vedo l’ora di confrontarmi con loro già dal primo ritiro. Loro sono il primo e il secondo sprinter al mondo per numero di vittorie quest’anno, di conseguenza se avrò un calendario in comune sarò pronto anche a dare una mano. Anche questa è una cosa che mi stimola. E poi farò un terzo calendario e cercherò di far bene. Una cosa è certa: qua si corre per vincere ed è una mentalità che mi piace. E’ diversa da altre realtà. Conta solo fare primo.
Quindi hai già parlato con Merlier e Magnier?
Brevemente, c’erano da conoscere così tante persone che con loro ho fatto fatica a parlare anche perché erano abbastanza pressati. Ci conoscevamo per aver scambiato qualche rapida battuta in gruppo, ma nulla di più.
E invece Bramati che dice?
Con lui sono contento. Lo conoscevo poco però è una guida che mi sembra molto valida. Mi dà una carica… Ci segue, ci tiene, ci dà le dritte giuste: Brama è molto presente in squadra. Mi dicevano che è in questo gruppo da 30 anni. Lui sarà il direttore sportivo di riferimento di noi italiani, quindi: Garofoli, Raccagni, Zana e io.
L’ultima vittoria di Dainese è quella alla Région Pays de la Loire del 2024. Poi tanti problemi che non lo hanno fatto rendere al meglioL’ultima vittoria di Dainese è quella alla Région Pays de la Loire del 2024. Poi tanti problemi che non lo hanno fatto rendere al meglio
Parli con entusiasmo, Alberto, si percepisce proprio, e allora dicci: qual è stata la cosa che ti ha colpito di più?
La mentalità. La mentalità che è quel che fa la differenza. Si respira questa voglia di vincere. Per un cacciatore di classiche o per uno sprinter come me è come andare al Real Madrid… dove ti aspetti di vincere tutte le partite. Si corre per vincere e questo trascina tutta la squadra e tutto lo staff. Questa cosa mi ha sempre colpito, catturato anche prima, quando li vedevo da fuori. Già ti senti parte di qualcosa, del famoso Wolfpack… Puoi dire corro nel Wolfpack. Corrono uniti: tutti per uno, uno per tutti.
Avete già parlato un po’ di calendario o è tutto in divenire?
Per adesso so che parto dall’Australia. Pensate: mi hanno chiesto come l’avrei presa se mi avessero mandato subito al Down Under. E gli ho risposto: «Volevo domandarvelo io!». Quindi sono contento di partire subito.
KIGALI (Rwanda) – Dopo l’arrivo, mentre Pogacar ancora faceva festa con la squadra e la compagna, Remco Evenepoel è andato a sedersi contro una transenna con la testa fra le mani (foto di apertura). Il secondo posto brucia, il fatto che sia stato scatenato da un problema meccanico, lo rende anche più pesante. Sul podio il belga aveva un sorriso vagamente mesto, ma gradualmente ha recuperato il senso delle cose. Dopo aver vinto l’oro nella crono, il belga ha centrato l’argento su strada. Se esistesse una classifica combinata fra le due discipline, sommando i distacchi fra crono e strada, il leader nella sfida contro Pogacar sarebbe ancora lui, con margine di 1’09”. Meglio sorridere e fare buon viso a cattivo gioco.
La sua giornata è stata variopinta, come lo è stata la sua settimana. E’ iniziata con la crono stellare in cui ha imposto la sua legge anche su Pogacar. E’ proseguita con una conferenza stampa piena di sicurezza e con un’affermazione sugli italiani che si è prestata a interpretazioni poco simpatiche. Quando la corsa è partita, lo abbiamo visto fermarsi e infilarsi in un WC chimico. Poi ha cambiato per due volte la bici, con tanto di scena stizzita diventata ormai virale sui social. E alla fine, rimesse le cose in pari, si è espresso in un inseguimento così potente da aver tolto di ruota Ciccone in pianura e discesa e non in salita. La sua giornata l’ha spiegata lui quando, ultimo dei tre del podio, è venuto a raccontarsi davanti alla platea dei giornalisti.
Nei giorni precedenti la corsa, Evenepoel (come Pogacar) è stato visto spesso nelle ricognizioni sul Mount KigaliAl via, per Remco il saluto inatteso di Mark Cavendish, invitato dell’UCI a KigaliNei giorni precedenti la corsa, Evenepoel (come Pogacar) è stato visto spesso nelle ricognizioni sul Mount KigaliAl via, per Remco il saluto inatteso di Mark Cavendish, invitato dell’UCI a Kigali
Perché quei minuti sconsolati dopo l’arrivo?
Forse dopo la guarderò con occhi diversi, ma al momento non mi sento benissimo.
Che cosa è successo da farti cambiare per due volte la bici?
Prima del Mount Kigali, sono finito in una buca della strada e la sella si è abbassata, tanto che stare seduto è diventato un problema. Poi è cominciata la salita e i crampi ai muscoli posteriori della coscia si sono fatti sempre più forti. Non è stato il massimo. E una volta che Tadej ha sferrato il suo attacco, cosa che sapevo sarebbe accaduta lì, ho avuto dei crampi e non riuscivo a spingere bene. Potrebbe sembrare strano, ma è così che funziona quando si cambia posizione drasticamente. Finché ho trovato dei compagni di squadra e ho detto loro che dovevano riportarmi dentro, ma che al traguardo avrei dovuto cambiare bici.
Primo cambio: e poi?
Al box mi hanno passato la terza bici, che non uso molto. Sentivo che aveva la sella troppo orizzontale e che iniziava a darmi molti problemi alla parte bassa della schiena, a causa dei miei infortuni del passato. Quindi non sono riuscito a farci neanche un giro, perché ero davvero in difficoltà. A quel punto mi sono fermato per prendere la seconda bici dall’auto. Sfortunatamente in quel tratto c’erano alcuni corridori staccati e un po’ di traffico, quindi ho dovuto aspettare un po’ per la macchina. Una volta presa la bici, ho sentito che ero nella posizione giusta e tutto girava correttamente. Così sono rientrato in gara e ho concluso con un secondo posto.
La compagnia di Healy e Skjelmose dopo un po’ non è bastata e Remco li ha staccati, ma Pogacar era imprendibileLa compagnia di Healy e Skjelmose dopo un po’ non è bastata e Remco li ha staccati, ma Pogacar era imprendibile
Hai pensato anche solo per un secondo di ritirarti?
Sì, l’ho pensato. Ero fermo, con la bici rotta. Guardavo con stupore il mio distacco che ormai era di 1’45”. A quel punto mi sono chiesto: perché continuare? Mancavano ancora cinque giri o qualcosa del genere, per cui è stata dura. Poi però ci siamo ritrovati tra le ammiraglie, almeno fino a che c’è stato il barrage e così sono tornato nel gruppo. Con il secondo cambio di bici, mi sentivo di nuovo meglio, le gambe giravano e avevo meno crampi. Ho sentito che c’era ancora un po’ di potenza e qualcosa da fare. Ovviamente in quel momento il distacco era già troppo grande per colmarlo, perché sappiamo tutti che se Tadej prende vantaggio, non rallenta. Siamo bravi cronomen, sappiamo come mantenere un certo margine. Quindi, la gara in quel momento era già persa, potevo solo sperare nel meglio e puntare al massimo.
Sei andato fortissimo, sapevi di stare così bene?
Credo di essere andato piuttosto forte, ma Tadej ancora una volta ha fatto una corsa fenomenale ai campionati del mondo. Ero frustrato perché sapevo che oggi sarebbe potuta andare diversamente senza i problemi alla bici. Penso che se non avessi avuto i crampi sul Mount Kigali, sarei riuscito a stare al passo con lui e Del Toro. E a quel punto la gara sarebbe finita, perché in tre saremmo arrivati davvero lontano. Le gambe c’erano, ma ho avuto anche un po’ di sfortuna.
Evenepoel ha mantenuto pressoché invariato il suo ritardo da Pogacar, segno di due andature piuttosto similiEvenepoel ha mantenuto pressoché invariato il suo ritardo da Pogacar, segno di due andature piuttosto simili
Ti accorgi che il gap da Tadej è sempre più sottile?
Mi rendo conto che il mio livello è salito. Oggi sono finito dietro Pogacar, ma non a tre minuti come al Lombardia dell’anno scorso. Sono rimasto dietro di un minuto e non sono diventati tre. L’ho inseguito andando alla sua stessa velocità. A un certo punto abbiamo perso terreno in tre. Io stavo lavorando molto, invece sentivo che Ben e Matthias (Healy e Skjelmose, ndr) ci stavano rallentando ed è per questo che ho deciso di provarci sulla cima della salita del golf. E alla fine ho sempre mantenuto lo stesso distacco. Mi sento abbastanza bene e spero di poter mantenere questa forma la prossima settimana agli europei e poi anche al Lombardia. E’ una gara che prima o poi nella mia carriera mi piacerebbe vincere.
Alcuni corridori hanno detto che si è trattato della gara più dura della loro carriera.
Per me no, per esempio Glasgow fu qualcosa di completamente diverso perché eri sempre in salita. Certo, il tratto sul pavé alla fine ha reso tutto davvero difficile, perché inizi a essere stanco e poi hai di nuovo quel pavé e ancora quel pavé e ancora, ancora, ancora. Non era una cosa che mi infastidisse, ma alla fine ho iniziato a odiarla. Non mi è sembrata la gara più dura, probabilmente perché sono in ottima forma.
Dopo il traguardo, Evenepoel non ha voluto altro che un angolo di asfalto per sedersi a smaltire fatica e delusioneDopo il traguardo, Evenepoel non ha voluto altro che un angolo di asfalto per sedersi a smaltire fatica e delusione
Perché a un certo punto hai dovuto andare in un bagno chimico? Problemi di stomaco?
Dovevo fare pipì e non ho osato farla da qualche altra parte per paura che mi squalificassero. Ma poi, dopo qualche chilometro, ho visto tre australiani che la facevano sul ciglio della strada. E allora mi sono chiesto: perché non l’ho fatto anch’io? Però è vero che negli ultimi giorni ho avuto qualche problema di stomaco, non serve che vi spieghi cosa (ride, ndr). All’inizio della gara è andata abbastanza bene, ma appena ho cominciato a mandaregiù dei gel, ho avvertito un po’ di crampi allo stomaco. Ma non mi hanno frenato, solo che dopo l’arrivo sono dovuto correre in bagno per sfogarmi, diciamo così. Penso di non essere il primo e neanche l’ultimo in questa trasferta ad avere problemi di stomaco.
Vincere il campionato europeo di domenica prossima potrebbe riequilibrare la situazione?
L’ultimo mese della mia stagione ha da tempo tre obiettivi: il mondiale di Kigali, gli europei in Ardeche e il Lombardia. La maglia degli europei è anche l’unica che manca dal mio armadio, quindi nel prossimo fine settimana avrò molta motivazione. Ma non cerco la vendetta, è solo un obiettivo molto ambizioso e mi sento pronto. Quindi spero di riprendermi bene e poi ci riproveremo.
Remco Evenepoel va a casa dopo la caduta di Sega di Ala, ma la scelta di portarlo al Giro fa acqua da dovunque la si guardi. Ne abbiamo parlato con Damiani
L’immagine del ritorno alla vittoria per Arnaud De Lie si divide in due momenti a distanza di pochi secondi, forse attimi. In quel breve lasso di tempo, superata la linea del traguardo di Leuven nell’ultima tappa del Renewi Tour, il Toro di Lecheret è tornato a incornare gli avversari. Nell’arena di casa i panni del torero li ha vestiti Mathieu Van Der Poel, il quale ha scelto la corsa a tappe belga come ultimo trampolino di lancio prima di andare a caccia del titolo iridato in mountain bike.
Podio finale Renewi Tour 2025, vincitore Arnaud De Lie, secondo Mathieu Van Der Poel e terzo Tim Wellens (RhodePhoto)Podio finale Renewi Tour 2025, vincitore Arnaud De Lie, secondo Mathieu Van Der Poel e terzo Tim Wellens (RhodePhoto)
La mente e le gambe
Una vittoria a testa per i due contendenti alla classifica finale e solamente tre secondi a separarli. De Lie ha vinto il Renewi Tour grazie agli abbuoni. Ma sarebbe meglio dire che non ha perso grazie alla grinta e alla voglia di soffrire oltre i limiti. Sull’arrivo dell’iconico Muur Geraardsbergen il belga è stato l’unico a tenere le ruote di Van Der Poel. Uno sforzo brutale che lo ha costretto a due minuti di totale apnea prima di tornare a sorridere (in apertura nella foto di RhodePhoto).
«Penso ci siano diversi aspetti da considerare – ci racconta Nikola Maes, diesse della Lotto Cycling che ha seguito la corsa in ammiraglia – nel periodo delle Classiche (dalle quali è stato escluso, ndr) De Lie non ha dato il meglio di sé. Ha fatto quello che doveva fare, ma se il corpo non è completamente pronto per l’allenamento e la mente non è al 100 per cento è quasi impossibile crescere fino alla forma migliore. E penso che avesse alcuni problemi personali che doveva risolvere. La squadra lo ha sostenuto in tutto, ma alla fine dei conti è il corridore che deve cambiare».
«De Lie – continua – si è assunto alcune responsabilità dopo quel periodo e ha capito cosa stesse succedendo, cosa stava andando storto».
L’attimo in cui De Lie realizza di essere tornato alla vittoria e di aver fatto suo il Renewi Tour (RhodePhoto)L’attimo in cui De Lie realizza di essere tornato alla vittoria e di aver fatto suo il Renewi Tour (RhodePhoto)
E’ stato capace di ripartire…
De Lie è ancora un ragazzo giovane, è con noi da molto tempo ma ha solamente 23 anni e sta ancora imparando tanto. Si trova nella fase di apprendimento della sua carriera e ogni anno mette un tassello in più. A essere sinceri lo abbiamo visto tornare dal Tour de France con una mentalità nuova. Dopo le difficoltà della prima settimana ha ritrovato una grande forza mentale e la fiducia di credere in se stesso. Alla fine dei conti puoi parlare quanto vuoi, ma sono le prestazioni che ti danno la fiducia per vincere le gare o per competere di nuovo con i migliori.
Cosa non stava funzionando?
È difficile individuare il problema. De Lie è un corridore, ma prima di tutto è una persona. In un periodo come quello delle Classiche tutto deve funzionare al meglio prima di andare a fare certe corse. Durante l’inverno non era tutto al 100 per cento. Arnaud (De Lie, ndr) voleva essere al meglio, non possiamo dire che fosse carente o che se la prendesse comoda. Ha lavorato sodo ma non ci sono garanzie, non è con la scienza che ottieni tutto, ci sono anche aspetti umani da considerare.
Il Toro di Lecheret si era già lanciato in uno sprint nella prima tappa arrivando secondo alle spalle di Merlier (RhodePhoto)Il Toro di Lecheret si era già lanciato in uno sprint nella prima tappa arrivando secondo alle spalle di Merlier (RhodePhoto)
Era una questione di testa?
Penso che la parte mentale abbia avuto un ruolo, sicuramente. Perché alla fine è il pulsante del motore che ti farà performare o meno. Il suo stato mentale in quel momento non era al massimo, ed era una cosa che doveva risolvere principalmente da solo. Posso solo congratularmi con lui per averlo capito e per il modo in cui ha ritrovato la concentrazione, la fame e la voglia di lavorare sodo per un obiettivo. Se mi chiedete cosa è andato storto non lo saprei dire, è più complesso di un semplice errore di programmazione.
Come siete ripartiti dopo quel momento buio?
Lo abbiamo affidato a un nuovo allenatore, è passato da un preparatore esterno ad allenarsi con Kobe Vermeire, uno dei membri del nostro staff. Non avevamo dubbi sulle qualità dell’atleta, ma sapevamo che sarebbe stato un lavoro a metà. Solo ripartendo da zero avrebbe potuto raggiungere un certo livello. Al Tour è scattata la molla e ha avuto la conferma che la strada intrapresa era quella giusta. Vedere De Lie migliorare durante una corsa a tappe difficile come il Tour ci ha fatto capire che ha qualità incredibili. E se non fa nulla di anormale, direi che riuscirà sempre a risalire la china. E questo è anche ciò su cui ha puntato la squadra.
Sul muro di Geraardsbergen De Lie è stato l’unico a resistere ai colpi di Van Der Poel Sul muro di Geraardsbergen Van Der Peol ha provato a fare il forcing per conquistare tappa e maglia L’unico a resistere al forcing dell’olandese è stato Arnaud De Lie
Perché si è cambiato preparatore?
Lo scorso anno c’erano alcuni problemi con l’allenatore interno al team che lo seguiva, così gli abbiamo dato fiducia nel trovarne uno esterno. Tutto stava andando bene, però la squadra vuole avere un certo controllo sui suoi corridori, soprattutto quelli di primo piano. Nel periodo delle Classiche abbiamo fatto una bella chiacchierata con De Lie e, in accordo con lui, abbiamo cambiato. Questo non vuol dire che si riparte da zero, la sua crescita e il suo cammino sono continuati.
L’arrivo a Geraardsbergen e la vittoria a Leuven ci hanno mostrato un De Lie di nuovo capace di sostenere certe sfide…
Dopo quelle due giornate ha avuto un momento di “decompressione”. Specialmente al termine del Renewi Tour, a Leuven. De Lie ci ha sempre abituati a buoni risultati, anche durante questa stagione, ma gli avversari al Renewi Tour erano di un’altra caratura, pensiamo al solo Van Der Poel. Sul muro di Geraardsbergen ha tenuto botta e nell’ultima tappa ha vinto. Arnaud nella sua forma migliore può competere al livello di quei corridori.
Eccoli i due contendenti alla vittoria finale che se ne vanno, alle loro spalle spunta Wellens (foto Rhode Photos)Eccoli i due contendenti alla vittoria finale che se ne vanno, alle loro spalle spunta Wellens (foto Rhode Photos)
Torniamo a marzo, quando lo avete fermato, ti saresti mai aspettato di rivederlo davanti così presto?
Sì. Ed è quello che hanno detto i miei colleghi durante il Tour. Lo stato mentale di De Lie era ripristinato, avevamo di nuovo il vecchio Arnauld: che ride, che si sente bene, ascolta, dà suggerimenti e parla molto. Era completamente diverso da quello che avevamo visto durante le Classiche.
E’ tornato se stesso?
Definirei quei comportamenti come tipici di un corridore che si sente bene nel proprio corpo rispetto a uno che si sente perso. Qualsiasi atleta che non si sente al meglio tenderà a isolarsi, smetterà di comunicare, di ridere e diventerà più introverso. Quando l’ho rivisto ad Amburgo era un ragazzo, anzi un uomo diverso. Aveva recuperato la concentrazione.
Non è un caso che De Lie sia tornato al successo sulle strade di casa, dove ha ritrovato l’abbraccio del proprio pubblico (RhodePhoto)Non è un caso che De Lie sia tornato al successo sulle strade di casa, dove ha ritrovato l’abbraccio del proprio pubblico (RhodePhoto)
Il fatto che sia tornato alla vittoria sulle sue strade, in Belgio, non può essere un caso…
Ha un ottimo rapporto e un ottimo feeling con questo tipo di gare. E l’intera corsa ruotava attorno alle tappe di Geraardsbergen e Leuven. C’è da dire che lo scorso anno, proprio a Geraardsbergen, aveva vinto. Mentalmente il legame con la gara c’era già, oltre al fatto che gli addice. Essere riuscito a battere rivali di altissimo livello come Van Der Poel e Wellens non farà altro che dargli più fiducia e confermargli che nei suoi giorni migliori può competere con questi corridori. Inoltre c’erano i suoi genitori e la sua fidanzata a seguirlo, questo ha giocato un ruolo importante.
Ora però serve mantenere la concentrazione.
Saprà farlo, abbiamo ancora alcune gare importanti come Bretagne Classic, Quebec e Montreal. Sono abbastanza fiducioso che la sua concentrazione rimarrà buona e adeguata fino alla fine della stagione.
TESSENDERLO (Belgio) – Già la sola accoglienza, ordinata, con gli spazi appositi per le auto elettriche e le siepi curate, racconta quanto in Bioracer si dia importanza ai particolari… e la porta deve ancora aprirsi. Poi il livello si alzerà ulteriormente. E non di poco.
Ad accoglierci c’è Jelmer Jacobs, Performance Manager del brand belga. Una gigantografia di Remco Evenepoel che festeggia la vittoria olimpica sotto la Tour Eiffel ci introduce nel mondo Bioracer. «Guardate – dice con orgoglio Jacobs – in questa foto si vede bene il nostro logo (sul pantaloncino di Remco, ndr) e lui è nella stessa posizione». Una posa che richiama l’uomo vitruviano di Leonardo. «Uno spot perfetto per noi», conclude.
L’ingresso, minimal e moderno, nel centro del brand belgaAppena entrati c’è questa foto di Evenepoel ai Giochi di Parigi. Jacobs ci mostra il logo di Bioracer (sulla coscia destra) e la posizione di Remco simile al logo stessoL’ingresso, minimal e moderno, nel centro del brand belgaAppena entrati c’è questa foto di Evenepoel ai Giochi di Parigi. Jacobs ci mostra il logo di Bioracer (sulla coscia destra) e la posizione di Remco simile al logo stesso
Si comincia
Inizia così un viaggio nell’azienda che veste molti dei migliori atleti al mondo, a partire da quelli della nazionale belga (e non solo). In queste stanze sono passati campioni come Evenepoel, ma anche Kopecky, Van Aert, Bigham… e altri che forse neanche si potrebbero nominare. «Remco – dice Jacobs – non è pretenzioso per nulla. E’ un ragazzo davvero tranquillo ed educato. Una volta capito che funziona, si fida»
Ogni angolo di Bioracer è un settore specifico. Il primo che Jelmer ci fa visitare è per certi aspetti il più importante: il cuore di una delle caratteristiche fondanti del marchio belga, l’aerodinamica.
Siamo infatti nella stanza in cui, partendo dalla posizione in sella, si ottengono i feedback necessari per creare il completo perfetto, su misura, per ogni ciclista. Due grandi telecamere laterali, una frontale, una bici centrale e un software che elabora tutto. Ci sono poi 22 marker, ovvero sensori: 10 sul corpo dell’atleta e due sulla bici.
«Questo software – spiega Jacobs – serve per capire come pedala l’atleta. La sua efficienza, quanto si muove e quanto si muove la bici. Come cambia la superficie frontale in base alle posizioni. Da qui otteniamo dati fondamentali per migliorare la stabilità e la postura. Informazioni preziose che possiamo correggere con i nostri plantari e che ci servono per realizzare completi specifici», che siano per bici da crono, strada o pista.
Ed ecco la stanza più importante (Jacobs al computer). La visita inizia da qui, perché è da qui che trae genesi il fitting di Bioracer. Quelle “ali” sul muro sono particolari telecamere…Tramite dei maker e un software specifico sul monitore l’operatore (e l’atleta stesso) possono vedere i dati. A destra numeri relativi all’impatto aerodinamico frontaleQui, Anna Van der Breggen con i marker, i sensori che appunto disegnano quelle linee sul monitor, utili al biomeccanico e a chi dopo dovrà fare vestiario e suoleMentre pedala i marker riproducono il movimento degli arti dell’atleta e anche le micro-oscillazioni della biciEd ecco la stanza più importante (Jacobs al computer). La visita inizia da qui, perché è da qui che trae genesi il fitting di Bioracer. Quelle “ali” sul muro sono particolari telecamere…Tramite dei maker e un software specifico sul monitore l’operatore (e l’atleta stesso) possono vedere i dati. A destra numeri relativi all’impatto aerodinamico frontaleQui, Anna Van der Breggen con i marker, i sensori che appunto disegnano quelle linee sul monitor, utili al biomeccanico e a chi dopo dovrà fare vestiario e suoleMentre pedala i marker riproducono il movimento degli arti dell’atleta e anche le micro-oscillazioni della bici
L’aerodinamica è centrale
Il tema dell’aerodinamica è centrale in Bioracer. Ne è la colonna portante. Proprio qui è nata una parte del Record dell’Ora di Filippo Ganna. «Pippo – riprende il tecnico fiammingo – non è mai venuto, ma Bigham ha svolto qui moltissime ore di lavoro. Un lavoro che poi è stato trasmesso a Ganna, il quale lo ha ottimizzato al Politecnico di Milano».
Per questo dicevamo che la stanza iniziale era importantissima. E’ chiaro poi che un body, una maglia, un calzino aero non sono frutto di un settore solo, ma dell’insieme: materiali, posizione, taglio, calzata… Ma la creazione del capo di abbigliamento con la “personalizzazione attiva” è quel passo in più di Bioracer.
I completi, siano da strada, crono o pista, sono progettati e costruiti sulle forme dell’atleta, in particolare su quelle che assume nello sforzo massimo. Le pieghe che un completo fa su un atleta non sono mai le stesse che fa su un altro. C’è dietro un lavoro minuzioso. E le foto della gallery che segue possono aiutare molto a capire…
Ecco come viene consegnato un body Bioracer… Altro che in posizione eretta!Ogni parte del vestiario è suddiviso in aree di un centimentro quadrato. Ognuna ha una tensione specifica ed è catalogata per eventuali modificheIl concetto di lavorare sulla posizione dello sport si sfrutta anche in altri ambiti, come il pattinaggio di velocitàEcco come viene consegnato un body Bioracer… Altro che in posizione eretta!Ogni parte del vestiario è suddiviso in aree di un centimentro quadrato. Ognuna ha una tensione specifica ed è catalogata per eventuali modificheIl concetto di lavorare sulla posizione dello sport si sfrutta anche in altri ambiti, come il pattinaggio di velocità
Stabilità = efficienza
Un altro principio base di Bioracer è la stabilità. E’ un passaggio tutt’altro che secondario, specie quando il corridore è a tutta. La stabilità influisce sull’efficienza e persino sull’aerodinamica. Come dicevamo nessun settore è indipendente dall’altro.
Da qui nascono le loro solette-plantari speciali, realizzate con materiali specifici che rendono la suola su misura pressoché indeformabile. Aiutano i corridori a stare più fermi, a spingere di più, distribuendo meglio la pressione e migliorando così la prestazione.
Per realizzare quelle particolari suole si parte da questo macchinario. L’atleta si schiaccia verso il basso facendo leva sul manubrioLa sola di Bioracer ricalca la forma esatta del piede…E’ rigidissima e aumenta a dismisura la stabilità dell’atleta, mentre pedala specie quando è a tuttaPer realizzare quelle particolari suole si parte da questo macchinario. L’atleta si schiaccia verso il basso facendo leva sul manubrioLa sola di Bioracer ricalca la forma esatta del piede…E’ rigidissima e aumenta a dismisura la stabilità dell’atleta, mentre pedala specie quando è a tutta
Materiali
La ricerca e lo sviluppo dei materiali è una costante assoluta. Ogni ambiente, ogni funzione ha un proprio ufficio, una “stanza” dedicata. La riduzione delle pieghe nei completi è uno degli obiettivi primari, spesso minimizzate fino a sparire. Il tessuto, passateci il termine, è compressivo su tutto il corpo, ma in modo personalizzato da atleta ad atleta. Le cuciture sono ridotte al minimo, le zip sono a scomparsa.
Non è un caso che qui vengano anche i pattinatori di velocità su ghiaccio. «Noi spesso – aggiunge Jacobs – sfruttiamo anche la galleria del vento di Ridley, che non è lontana da qui».
Oltre alla parte tecnica c’è poi quella “fashion”. E qui Bioracer sfoggia tutta la sua vasta esperienza nel campo della personalizzazioneAnche sui colori la ricerca non si arresta maiUno dei macchinari per il controllo qualitàOltre alla parte tecnica c’è poi quella “fashion”. E qui Bioracer sfoggia tutta la sua vasta esperienza nel campo della personalizzazioneAnche sui colori la ricerca non si arresta maiUno dei macchinari per il controllo qualità
Colori e personalizzazione
Come in altre aziende del settore, anche in Bioracer si insiste molto sulla personalizzazione grafica, ma anche la resa dei colori è oggetto di test approfonditi. Perché un colore visto su una cartella è una cosa, vederlo sulla Lycra è tutt’altro. Anche il giorno della nostra visita si stavano effettuando test su una tonalità di nero che, se abbiamo ben capito, era destinata a una mantellina.
A proposito di test, non manca quello sulla qualità. Ci sono macchinari specifici che distendono il materiale e ne misurano la reazione, la dilatazione e la tenuta. Ma non solo, ce ne sono anche altri.
L’idea è che davvero ogni cosa sia studiata al massimo e soprattutto sotto diversi punti di vista. Insomma è proprio il classico esempio in cui si può dire che nulla è lasciato al caso. Ci si pongono continuamente domande. E così si va avanti nello sviluppo… seguendo gli atleti di pari passo, ovviamente.