I picchi del cross (che fanno bene anche allo stradista)

30.01.2021
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In allenamento sia esso per il calcio, il ciclismo o lo sci… si tende a riprodurre e in alcuni casi ed estremizzare il gesto tecnico-atletico a cui si è chiamati. Tra le discipline del ciclismo, il ciclocross è forse quella che più è fedele a questa regola. Chi prepara una Sanremo farà 300 chilometri una volta o due, forse, ma chi punta al cross non solo spesso farà quell’ora a tutta, ma nel mezzo tenderà a riprodurre fedelmente i famosi picchi di potenza che dovrà ad esprimere.

Partendo da un file Strava di Lorenzo Masciarelli, con l’aiuto di Michele Bartoli (ora preparatore) abbiamo cercato di capire non tanto come si allena un crossista, ma cosa succede quando fa dei picchi. E Lorenzo, seppur giovane, 17 anni, ne ha di esperienza con il cross. Figlio di Simone (il maggiore dei tre fratelli) e nipote di Palmiro, un paio di anni fa si è trasferito in Belgio, proprio per dedicarsi corpo ed anima al ciclocross.

L’esploso dell’allenamento di Masciarelli. In azzurro la curva della potenza e i suoi picchi
L’allenamento di Lorenzo Masciarelli. In azzurro i picchi di potenza

I picchi massimali

Dal file si evince come Lorenzo abbia fatto una mezz’oretta iniziale di riscaldamento e più o meno intorno ai 14 chilometri abbia iniziato a fare sul serio. In particolare è molto intensa la prima parte del lavoro. Ci sono 15 picchi, della durata di 10″-15” nei quali Masciarelli arriva anche oltre 1.300 watt. Un tipico lavoro intermittente. La “curva” della potenza tende poi a stabilizzarsi. Infine segue un’altra mezz’ora di scioltezza.

«Ad un primo sguardo – dice Bartoli – sembra più un allenamento per stradisti, quasi di un velocista che deve fare forza dinamica. Nel cross non si riproduce lo sforzo vero e proprio della corsa, ma si lavora sulla qualità che più serve, cioè i massimali. Quindi variazioni e lavori lattacidi, come ha fatto Masciarelli. Devi infatti saper convivere con l’acido lattico.

«Chiaramente a volte si fa anche la distanza, quella serve sempre, tanto più se il crossista è anche uno stradista. E’ la base delle preparazioni. I lavori massimali e specifici vanno bene anche per la strada e quando ne hai fatti due a settimana sono sufficienti».

Dorigoni
Lorenzo Masciarelli vive in Belgio e corre nella Pauwels Sauzen
Lorenzo vive in Belgio e corre nella Pauwels Sauzen

Come in una crono

«Il ciclocross – continua Bartoli – è quasi come fosse una cronometro, oggi più di ieri. Una volta infatti se i percorsi erano veloci si inserivano dei tratti a piedi proprio per rallentarli, oggi invece se sono veloci… tanto meglio. Di conseguenza l’allenamento diventa ancora più simile a quello della strada. Un’ora di sforzo massimale o quasi, che è quello che appunto accade in una crono.

«In quelle accelerazioni Masciarelli è stato al massimo per 15” con dei recuperi “ampi” (oltre il minuto, ndr), stava quindi cercando la “prestazione” e non stava simulando la gara. A mio avviso un allenamento ideale per la simulazione è quello di fare dei periodi di 10′-15′ in cui si spinge forte, si rilancia, si riparte da fermi… ».

L’importanza del recupero

Nell’interval training, che è forse l’allenamento simbolo del cross, è importantissimo il tempo di recupero tra una fase intensa e l’altra. Se bisogna abituarsi all’acido lattico questo deve essere inferiore alla durata della fase intensa, se invece si cerca la prestazione il recupero si allunga.

«Un velocista – spiega il toscano – che cerca di fare un grande sprint in allenamento deve essere il più fresco possibile o farlo con una piccola dose di acido lattico per riprodurre quel che avviene nei finali di corsa. Ma nei famosi 40″-20”, in quei venti, secondi si abitua il fisico a recuperare in breve tempo all’acido lattico. E questo nel cross succede spesso.

«Io lo dico ai miei ragazzi dell’Accademy, bisogna sempre gestirsi, anche in una disciplina da fare “a tutta” come il ciclocross. Nei primi 15′ di gara bisognerebbe stare un po’ sotto i propri valori, che poi non è altro quel che si fa in una crono. Se in una gara contro il tempo si deve viaggiare a 400 watt, nelle fasi iniziali meglio attestarsi sui 380 watt che sui 410. Perché altrimenti si crea quel dispendio elevato che nel finale si paga con gli interessi. Se parti a 380 watt, magari finisci a 420-430, ma se parti a 410 finisci a 360. Nelle fasi iniziali si consuma sempre di più. Lo stesso vale per il cross, certo se c’è da tenere un gruppetto in percorso veloce si tiene duro, ma nel limite delle possibilità bisogna gestirsi».

Mathieu Van der Poel, Soudal Scheldecross 2020
Van der Poel, esprime sempre grandi watt, ma in corsa il valore aumenta ulteriormente
Mathieu Van der Poel, Soudal Scheldecross 2020
La potenza di VdP in corsa, eccolo a “caccia” di un avversario

Strada e cross, stessi watt

Dicevamo: due allenamenti specifici a settimana, molta intensità. Questa formula va bene sia per la strada che per il cross.

«I 1.300 watt di Masciarelli o i 1.500 di Van der Poel sono gli stessi che toccano su strada, solo che nel cross sono costretti a farli 20 volte e su strada una o due. E’ per quello che certe attitudini del cross vanno bene anche su strada, è per quello che Van Aert e Van der Poel spesso fanno molti attacchi su strada ed è per quello che ho deciso di creare l’Accademy. Credo molto a questa cosa: sono utili per formare l’atleta. 

«I 40″-20″ in allenamento li fai e cerchi di eseguirli al meglio, ma non hai coinvolgimento emotivo. Segui i tuoi valori, nel cross li fai in modo naturale, ma con lo stimolo dell’avversario».

daibike

Daibike, una start up in “rosa”

30.12.2020
2 min
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Daibike nasce da un’idea, anzi un’intuizione di Angela Giacomini, un passato nell’atletica con un titolo di campionessa regionale nei 110 ostacoli, oggi mamma di tre splendidi bambini.

Un training completo

E’ lei a raccontarci la nascita di Daibike avvenuta in piena fase Covid.

«Volevo trovare il modo di sfogare lo stress accumulato durante la giornata – spiega – e mantenermi in forma. Mio marito si allenava con la bici sui rulli liberi, allora ho provato anch’io! Mi rendevo conto di quanto i rulli liberi, oltre a mantenere alto il mio stato aerobico, allenassero l’equilibrio e mettessero in condizione d’eccellenza il mio core. Un allenamento perfetto, full body. Unica pecca: la difficoltà di restare in sella».
Tra una pedalata, una riflessione e vari schizzi per raccogliere i propri pensieri è nato Daibike, un sistema finalizzato a mettere in sicurezza il soggetto che sta pedalando e allo stesso tempo permettergli di svolgere una serie di esercizi complementari per il corpo.

System è una piattaforma composta da tre elementi
System è una piattaforma composta da tre elementi

Una piattaforma aperta

Nasce così System, una piattaforma aperta per integrare qualsiasi tipo di rullo. Gli elementi che la compongono sono i seguenti:

Smart Mirror: uno specchio dal design fluido e all’avanguardia con una potente smart TV integrata che consente di trasmettere le sessioni di allenamento o di poter godere delle proprie serie TV preferite mentre ci si allena.

Lo Smart Mirror integra una potente smart TV
Lo Smart Mirror integra una potente smart TV per vedere le sessioni di allenamento

Aura Boards: una piattaforma con protezioni laterali imbottite al fine di assicurare una facile partenza e soprattutto una sicura protezione durante l’allenamento. Realizzato con robusti telai in ferro con morbidi cuscini, il board, disponibile in 4 colori, stabilizza il ciclista quando necessario. Il fondo della tavola è rivestito con un tappetino ideale per l’allenamento complementare di rafforzamento del corpo.

Infinito Roller: l’unico dispositivo da ciclismo che offre un allenamento completo del corpo. Allena le gambe, migliora l’equilibrio e rafforza il fisico. Consente di pedalare sulla bici come se si fosse su strada.

daibike.com

Francesco Chicchi

Ehi Chicchi, come si allena un velocista in salita?

28.11.2020
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Salita e velocista, dicotomia più che binomio. Da sempre le ruote veloci del gruppo fanno molta fatica quando la strada sale. La loro conformazione fisica non li aiuta di certo: più muscoli, più peso, più esplosività e meno resistenza e, se vogliamo, anche meno attitudine mentale a questo a sforzo. Uno dei velocisti che più incarna questo prospetto è (è stato) Francesco Chicchi, iridato U23 nel 2002 a Zolder e professionista per ben 14 stagioni, dalla Fassa Bortolo (2003) all’Androni Giocattoli (2016), oggi ds in forza al Team New Speedy Bike Casano.

Velocista puro addio

E il problema si va ad acuire. Oggi infatti anche nelle tappe altimetricamente più facili ci sono non meno di 1.500-2.000 metri di dislivello. Simone Consonni vinse un campionato italiano U23 che non era affatto facile. C’era una salita da ripetere molte volte. Non era lunga ma era dura. E infatti non si arrivò con una volata di gruppo. Eppure oggi Simone è considerato un velocista.

Consonni e Viviani a tutta sulle salite del Tour
Consonni a tutta sulle salite del Tour

«Vero – commenta Chicchi – basta pensare alla vittoria dell’italiano di Nizzolo quest’anno o a quella di Viviani qualche anno fa, quando arrivò in gruppo con Visconti e Pozzovivo. Pozzovivo, scalatore.

«Il velocista moderno deve essere in grado di scollinare con gruppi anche di 50-60 corridori, altrimenti rischia grosso o non arriva nel finale con la giusta forza. Oggi sprinter come me o Napolitano farebbero tanta, ma proprio tanta fatica. Credo che il velocista puro andrà a scomparire».

Salite a tutta

Ma cos’è che rende il velocista puro o meno? Contano anche gli allenamenti? Lavorare più in salita va a modificare le peculiarità dello sprinter?

«Un ragionamento che ci sta. Lavorare in salita fa perdere quel chilo o due, anche di muscolo, che ti fa fare lo sprint a 71 all’ora anziché a 72. Senza contare che lavorare per la salita ti fa perdere esplosività. La salita per il velocista è come l’aglio per i vampiri! Anche in allenamento…

«I lavori sono più o meno gli stessi per tutti: scalatori, passisti, sprinter. Si va dalle SFR ai 40”-20”, ma il velocista deve pensare che in salita è costretto ad andare sempre “a tutta”, perché il piano dello scalatore è il forte del velocista. Per questo se deve fare 10 ripetute ci sta che alla fine ne faccia 8, tanto è in acido lattico».

Velocisti-scalatori

«Credo che oggi sia cambiato il modo dei velocisti di lavorare in salita. Fanno più chilometri di salita in allenamento, anche perché le tappe davvero piatte non ci sono più. Io vinsi il Manservisi: 200 chilometri di pianura. Oggi anche la più piccola delle corse ha uno “zampellotto”. Non ho numeri certi, ma credo che oggi uno sprinter faccia almeno il 30 per cento di salita in più rispetto a 10 anni fa.

Francesco Chicchi
Chicchi vince a Crevalcore (Coppi e Bartali), una tappa completamente piatta
Francesco Chicchi
Vince a Crevalcore (Coppi e Bartali), una tappa piatta

«Come facevo io le salite? Con tanta pazienza! Avendo come maestro Petacchi ricalcavo un po’ il suo schema, quindi salite di 3 chilometri fatte così: 1° chilometro fuori soglia, 2° al medio, 3° a soglia. Era un esercizio che allenava la resistenza a stare a tutta. Però si faceva così tanto acido lattico che magari alla quarta salita dicevi: vabbè questa la faccio piano».

«Oggi gli sprinter fanno salite più regolari, impostando un passo di 2-3 chilometri orari più forte della soglia e si aiutano molto con il dietro motore. L’idea del velocista è quella di accorciare il tempo di fatica. Di velocizzare. Guadagnare 10” su una scalata per scollinare 30 posizioni più avanti».

Approccio mentale

E si tende ad andare più regolari. Ci si affida agli strumenti e l’approccio alla salita è diverso, anche mentalmente, se vogliamo.

«Il velocista (ma non solo lui) è anche più attento a tavola. A me è capitato di correre anche con 4 chili in più e di arrivare alla volata, oggi sarebbe impossibile. Guardate anche quest’anno come è andata. Non avevano corso eppure alle prime gare erano già tutti magrissimi.

«E sì, chiaramente cambia anche l’approccio mentale e credo siano seguiti da chi di dovere. Io le tappe mi spaventavo solo a vederle sulla cartina! Quando faticavo ero lì a pensare: ho mangiato troppo. Quella salita l’ho impostata male… Ci pensavo un po’ troppo insomma e sprecavo energie».

Fusaz a Milan: aumentare la potenza

30.09.2020
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«Ormai certe ripetute è costretto a farle in salita, tanto è potente». Basterebbe questa frase del preparatore Andrea Fusaz per capire l’entità della crescita di Jonathan Milan, uno dei suoi atleti al Cycling Team Friuli.

La “Locomotiva di Buja” il prossimo anno correrà con la Bahrain-McLaren e non sarà più Fusaz ad allenarlo in vista di Tokyo 2021. Tuttavia, con il tecnico friulano, abbiamo voluto analizzare lo stesso l’ipotetico cammino atletico verso le Olimpiadi di Milan, in quanto nessuno lo conosce meglio di lui.

Milan
Jonathan Milan con Andrea Fusaz. I due analizzano i dati dopo una sessione di allenamento
Milan
Milan e Fusaz analizzano i dati di un test
Andrea, da dove dovrebbe partire Milan per essere al top in vista del quartetto olimpico?

Il primo step sono gli europei in Bulgaria a novembre. Lì avremmo tirato una riga per valutare il suo livello e tracciare il cammino olimpico.

Poniamo per un secondo che Jonathan sia ancora nelle tue mani, come imposteresti questo cammino?

L’obiettivo è aumentare la potenza. Dopo un’importante base aerobica (fine novembre-gennaio) inizierei a lavorare sull’intensità: ripetute a ritmo gara o più forte, a partire da 1′ fino ad un massimo di 2’30”, man mano riducendo il recupero. Raramente si arriva a coprire l’intera durata dello sforzo in gara. Ci si basa molto sui numeri. E’ importante valutare come Jonathan reagisce fisicamente e mentalmente a questi lavori particolarmente duri.

Quali sono le fasi della preparazione verso Tokyo?

Dopo gli europei Milan osserverei un paio di settimane di stacco, soprattutto mentale. Non dimentichiamo che tira la carretta da un anno intero. Lo avrei lasciato libero. L’unica cosa che gli avrei chiesto, di tenere a bada il peso. Per questo andavano bene del nuoto o delle passeggiate in montagna. Poi sarebbe salito in sella, su strada, per iniziare la fase aerobica. Contestualmente avrebbe curato la fase più intesa in palestra, quella in cui si lavora coi carichi massimali. Man mano la parte di forza in palestra si sarebbe alternata con quella in bici: partenze da fermo, ripetute con rapporti più lunghi (un dente in più davanti e uno in meno dietro), lattato massimo… E saremmo stati già verso febbraio. A quel punto sarebbero iniziate le gare di Coppa del mondo.

Spesso parli di recupero mentale. Questi sforzi intensi consumano anche sul piano psicologico. Avete un figura ad hoc nel CTF?

No. Nel Cycling Team Friuli però tendiamo a stare molto vicino ai ragazzi. E li ascoltiamo. In questo modo capiamo noi stessi i problemi. Solo così, hanno la capacità di affrontare in allenamento i propri limite e superarli.

Milan
Milan dopo la vittoria di tappa all’ultimo Giro U23 (foto Scanferla)
Milan dopo la vittoria di tappa all’ultimo Giro U23 (foto Scanferla)
Per le Olimpiadi avresti previsto più picchi di forma?

No, un solo picco. Io sono per una crescita graduale fino all’appuntamento clou. Poi va da sé che al termine di ogni blocco Milan avrebbe toccato dei picchi, ma ognuno sarebbe stato più basso del successivo. Sarebbe stato un lavoro approfondito su ogni fronte. Avrei prestato attenzione soprattutto alla forza. La palestra sarebbe stata fondamentale. Un allenamento o due a secco a settimana lo avrebbe svolto sempre.

Nell’anno olimpico la bici da strada si usa di meno?

No. La strada come detto serve per la base aerobica. In pista si fa bene il lattato. Ma nel complesso una gara su strada porta una qualità che nessun allenamento può dare. In più ci saranno i blocchi in pista con i ritiri a Montichiari. In quel caso i ragazzi alternano uscite su strada e 4-5 allenamenti su pista a settimana. Ogni sessione sul parquet dura circa tre ore, ma non si gira in continuazione. Tra riscaldamento, recupero, ripetute, analisi dei dati ci sono delle pause. 

Quando gli avresti fatto fare l’ultima gara su strada?

Dipende dalla durezza della corsa, ma non oltre le tre settimane prima.

Quali sono i lavori che preferisce Jonathan?

Vedo che tiene bene gli intermittenti. Jonathan ha dei numeri che degli atleti normali non hanno. E’ in grado di fare i 30-30 o i 40-20 anche a 650 watt. E ormai in pianura non riesce a farli, non riuscirebbe a raggiungere quei wattaggi. La velocità sarebbe troppo alta e così lo mando in salita.

Nell’ultimo anno Milan è cresciuto moltissimo. Ha potenza da vendere (foto Scanferla)
La potenza del friulano in pianura (foto Scanferla)
Dove può arrivare Milan?

Bella domanda. Dobbiamo capirlo anche noi. Stiamo parlando di un ragazzo che fino ad un anno e mezzo fa praticamente non si allenava. Mi sento di dire con certezza che batterà quel suo 4’08” (tempo stabilito a febbraio nell’inseguimento individuale, ndr). Vi dico che quest’anno ho dovuto rivedere tre volte le intensità delle sue tabelle. Per certi lavori siamo partiti con 500 watt, poi siamo passati a 600 e ora siamo a 650!

Quanto conterà il lavoro sui materiali?

Molto, ma questa risposta è legata alla nuova squadra. Posso dire che con Campagnolo e Pinarello abbiamo lavorato bene. Io mi concentrerei molto sul manubrio. Guardate cosa ha fatto Ganna ai mondiali.

Formolo

Formolo più forte della caduta (e dell’anestesia)

23.09.2020
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Davide Formolo è stato uno dei protagonisti della ripresa dopo il lockdown: secondo alla Strade Bianche, primo in una tappa del Delfinato e spesso davanti nelle altre corse cui ha preso parte. Al Tour de France stava svolgendo egregiamente il suo ruolo di gregario di lusso per Tadej Pogacar quando nella quinta tappa è caduto, si è rotto la clavicola ed è stato costretto al ritiro.

Come ha cambiato la sua stagione questo incidente? Come ha vissuto quei giorni dopo la caduta? Ce lo dice direttamente “Roccia”.

Davide, raccontaci come è andata dopo la caduta al Tour…

Sono stato fermo completamente solo quattro giorni. Poi sono subito risalito in sella però non avevo considerato una cosa: l’anestesia, dopo l’operazione. Mi ha davvero “ammazzato”. Pensate che il primo allenamento l’ho fatto sui rulli e quando ho finito sono svenuto. Mi sentivo debole nelle uscite, ma non immaginavo di stare così.

Formolo
Giro del Delfinato 2020, Formolo a braccia alzate sul traguardo di S. Martin-de-Belleville
Formolo a braccia alzate al Delfinato
Una tenacia incredibile…

Eppure l’anno scorso alla Vuelta fu peggio. Mi si staccò il gluteo dall’osso. Pedalare era un disastro. E sulle buche poi, un dolore bestiale. Quando arrivai ero sfinito. Quest’anno al Tour devo dire che è stata una brutta sensazione, non mi ero mai rotto un osso, però alla fine la tappa l’ho conclusa “bene”. Guidavo con una mano sola, la destra. In cuor mio pensavo che la spalla fosse solo uscita. Mi dicevo: stasera il massaggiatore mi farà vedere le stelle, ma me la rimetterà a posto. Invece appena sono arrivato al bus tutti sono stati pessimisti.

Ecco perché ti chiamano Roccia! 

Questo mondiale mi… chiamava, ci avevo messo l’anima per esserci. Poi però le cose non sono andate come immaginavo e a quel punto ho dovuto rinunciare, però volevo mantenere almeno le classiche delle Ardenne, che erano nel mio programma. Ma alla fine ho dovuto dire no anche a quelle.

Quando Davide Cassani ha eliminato i nomi dalla prima lista di 13 uomini, ha dichiarato di aver apprezzato la sincerità di chi si è chiamato fuori, il pensiero è andato a te…

Olimpiadi e mondiali sono gare che ho sempre sognato. Anche l’anno scorso dopo la Vuelta, dove ero caduto e mi sono ritirato, ho fatto di tutto per esserci. Sono andato a fare le classiche italiane, Toscana, Sabatini, Matteotti…. All’inizio non andavo, ho sofferto, poi però stavo bene e sinceramente fui amareggiato quando Davide non mi convocò.

E glielo hai detto?

Sì, con Cassani ho un bel rapporto. Sono una ragazzo sincero. Lui lo ha apprezzato e infatti quest’anno mi ha dato fiducia fino alla fine. Poi sono stato io dopo le prime uscite a dirgli che non ero in grado di correre. I dottori mi dicevano che avrei perso 4-5 settimane, io dicevo che al massimo ne avrei persa una, invece…

Oggi quasi nessuno si allena con le corse, ma tutti puntano. E’ il metodo Contador…

Come hai fatto invece ad essere subito al top dopo il lockdown?

Con il mio preparatore, Rubens Bertogliati, avevamo deciso di partire forte. Poi avrei “staccato” quasi subito, cioè avrei fatto due settimane tranquille dopo il Delfinato. Sarei andato al Tour per essere d’aiuto a Pogacar, soprattutto nella terza settimana. L’idea era di crescere durante la Grande Boucle ed essere in forma per il finale, così da aiutare Tadej e uscire bene per il mondiale e le classiche delle Ardenne.

E come hai lavorato per essere vincente al rientro?

Ho sempre fatto le mie best performance dopo l’altura e i grandi blocchi di lavoro. A me piace allenarmi. Quando va così riesco a tirare la corda il giusto, a calibrare bene le fasi intense e quelle di recupero, quando sei in corsa invece non sei tu che decidi l’andatura. E’ un po’ il ciclismo moderno. E’ il metodo Contador.

Cosa intendi?

Che oggi raramente qualcuno va alle corse per allenarsi. Squadre, atleti, sponsor nessuno lo vuole. Contador magari correva meno, ma mirava ad ogni appuntamento. Quest’inverno al Teide c’erano Roglic e la sua squadra, ebbene da lì andavano direttamente alla Parigi-Nizza senza intermezzi. A me per esempio hanno più volte proposto di fare la Challenge di Majorca (ad inizio febbraio, ndr) ma se vado lì devo fare dei lavori specifici ed intensi già a gennaio, lavori che poi servono a poco per il resto della stagione. Mi sono trovato bene invece iniziando al UAE Tour.

La caduta al Tour non ha quindi cambiato il tuo programma: niente Giro ma classiche delle Ardenne…

Sì, ci tenevo troppo. Mi piacevano troppo. Ma poi ero indietro e sono saltate anche quelle. Ho lasciato però un occhio alla Vuelta. In Spagna vorrei fare bene.

Un calendario serratissimo…

Esatto. Se tutto fosse andato secondo programma da dopo il lockdown avrei fatto due allenamenti, ma due di numero! Uno dopo il Delfinato e uno dopo il mondiale: poi o viaggi o corse.

Formolo
Tadej Pogacar e Davide Formolo scherzano con Vasile Morari, meccanico della UAE
Formolo
Formolo scherza con Vasile Morari, meccanico UAE
Prima hai parlato di aiutare Pogacar, ma quindi questa vittoria non è stata del tutto una sorpresa come si dice, la UAE era partita con l’idea di far classifica con lo sloveno?

Beh, dopo quella sua Vuelta dello scorso anno… Lì Pogacar aveva vinto le tre tappe più dure e aveva fatto terzo nella generale. Mi è dispiaciuto non poterlo aiutare, anche perché Tadej abita due piani sotto di me e usciamo sempre insieme. Nel ritiro di Livigno questa estate siamo andati insieme ripartendo quasi da zero, stando sempre fianco a fianco in bici e fuori.

Per te quindi non è stata una sorpresa?

No. Ricordiamoci che alla Vuelta 2019 nella cronosquadre iniziale erano caduti tutti, perdendo oltre un minuto. Pogacar è un ragazzo davvero unico. Lo svegli a mezzanotte e gli dici di fare un test all’improvviso si alza e ti fa 20′ a 7 watt per chilo!