La festa di Remco e i pensieri di Ganna: dove si può migliorare?

11.08.2023
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STIRLING – Remco Evenepoel si è preso un’altra maglia iridata. E visto che quella della strada ha dovuto consegnarla a Van der Poel giusto domenica scorsa, ha allungato le mani su quella della crono, guastando la serata a Pippo Ganna e a tutto il clan azzurro che sperava di essere sulla porta di un altro oro. Che magari sarebbe anche arrivato se il piemontese avesse potuto recuperare dalla pista nel tempo necessario. Oppure qualcuno ha pensato che assemblando i due mondiali, gli atleti avrebbero reso al top come se la fatica non si sommasse? Comunque c’è l‘argento per un atleta che torna a casa con tre medaglie: una per ogni gara disputata. E l’argento è il metallo meno prezioso che ha conquistato. Cerchiamo di capirci…

Il riscaldamento di Ganna ha seguito un copione già visto molte volte: attorno a lui c’era fiducia
Il riscaldamento di Ganna ha seguito un copione già visto molte volte: attorno a lui c’era fiducia

Montecchi e Capuleti

Da un lato del podio, poggiati alle transenne c’erano Giovanni Lombardi e Marco Ganna, il papà di Filippo. Giusto di fronte, accanto a chi scrive, c’era invece Oumi: la signora Evenepoel, elegante e contenta. I 12 secondi che alla fine del mondiale della crono hanno diviso Remco e Filippo – gli stessi dall’inizio alla fine – sono uno spazio esiguo come la distanza fra queste due famiglie, destinate a dividersi a lungo gli allori delle prove contro il tempo.

Remco dall’alto del podio non ha fatto che scambiare sguardi e messaggi con la moglie, giocherellando con il peluche di mucca delle Highlands e indicando la masnada di tifosi assiepati su una tomba del cimitero monumentale inneggiando al suo nome.

«Ho sentito – ride – che sono il primo belga in assoluto a diventare campione del mondo a cronometro e anche che sono il più giovane. E’ fantastico. Questo era uno dei miei più grandi obiettivi della stagione. E’ bello essere riusciti a vincere su un percorso così duro, che forse non era neanche perfetto per un corridore del mio peso. Credo di aver vissuto una giornata super buona».

Evenepoel ha detto di aver trovato il giorno perfetto, spingendo anche più watt di quelli stabiliti
Evenepoel ha detto di aver trovato il giorno perfetto, spingendo anche più watt di quelli stabiliti

Sotto controllo

A un certo punto è parso che fosse lui a mettere un freno agli incitamenti che arrivavano dalla macchina alle sue spalle, ma di certo i suoi intermedi sono sempre stati migliori rispetto a Ganna. Pippo ci ha provato, ma la sensazione è stata quella di un gap minimo e incolmabile fra due atleti che si stavano spingendo al massimo.

«In questi giorni che potremmo definire perfetti – spiega Evenepoel – non voglio troppe indicazioni dalla macchina: gli stavo dicendo questo. Mi bastano i dati sulle traiettorie, non le indicazioni sul ritmo da tenere. A essere onesti infatti, sono stato in grado di andare ancora più veloce rispetto al piano che avevamo stabilito. Sono stato in grado di aggiungere altri 10-15 watt e dopo trenta minuti ho sentito che non ero ancora al limite. Al secondo intermedio sapevo anche di essere più veloce di Pippo (Filippo Ganna, ndr) e questo mi ha dato una spinta, soprattutto perché stava arrivando un tratto che andava su e giù bruscamente. Sapevo che avrei perso qualcosa nel tratto finale in discesa per la differenza di peso, ma anche che avrei riguadagnato sull’ultima salita. E’ stata un coltello nelle gambe, ma la nostra strategia è stata perfetta».

Ganna dice di aver fatto una crono al massimo delle sue possibilità: di più non poteva
Ganna dice di aver fatto una crono al massimo delle sue possibilità: di più non poteva

I limiti da superare

Ganna lo dice chiaro: più di questo non posso andare, servirà trovare una soluzione legata ai materiali o all’aerodinamica. Il pensiero è legittimo, se la differenza è la stessa dai primi chilometri e rimane invariata quasi a parità di spinta.

«Remco è giovane – dice Pippo – è il futuro, ma anche il presente. E’ colui con cui dovrò fare i conti se vorrò vincere ancora la maglia iridata, ma penso che migliorare nella performance sarà dura. I numeri sono già alti. Abbiamo due strutture completamente differenti, per cui credo che si dovrà provare a lavorare sull’aerodinamica. La mia strategia di gara era chiara. Dovevo cercare di stare vicino alla soglia il più a lungo possibile e credo alla fine di non aver mai fatto una crono di questo livello in vita mia. Devo proprio trovare una soluzione per la mia aerodinamica».

Dopo l’arrivo, con Velo che commenta la sua prestazione e i distacchi sempre costanti
Dopo l’arrivo, con Velo che commenta la sua prestazione e i distacchi sempre costanti

Tre gare, tre medaglie

E’ stanco, anche un po’ deluso, ma ha lottato da guerriero: possiamo solo dirgli grazie. Durante il riscaldamento è parso sereno, come in mattinata confermava anche Piero Baffi che si prende cura delle sue gambe. Lo dipingeva sereno, alla vigilia di una delle tante crono, con la differenza che avrebbe avuto davanti il meglio al mondo. Anche se poi sono bastati pochi chilometri per capire che il nemico da battere sarebbe stato proprio Evenepoel.

«Sono stanco – dice Ganna – sono qui da due settimane, prima per la pista e ora per la crono. Certo l’oro è meglio dell’argento, ma dalla pista sono uscito con un oro e un argento e qui ho preso un altro argento. Non mi posso lamentare. Remco è stato più forte, ma non so quanti in questi mondiali siano andati a medaglia in ogni gara che abbiano fatto. E’ duro fare pista e strada in cinque giorni. Passare da gare di quattro minuti a gare di un’ora. E ora devo recuperare per la Vuelta. La squadra mi ha voluto per la prima cronosquadre e non so in quali condizioni sarò dopo altri venti giorni di gara. Cercherò di stare vicino a Thomas…».

Il vento e le ruotone

Da una maglia iridata all’altra, Evenepoel ha risposto al passaggio a vuoto dopo il mondiale su strada, in cui era fra i più attesi e che invece ha lasciato con un bilancio passivo peesantissimo.

«E’ un peccato che quel giorno siamo arrivati secondi con Van Aert – risponde – ma per me quella gara è stata troppo dura, troppo esplosiva. Avevo buone gambe, ma non era il mio tipo di corsa. Oggi lo è stato molto di più (ride, ndr). Ci siamo concentrati su questo appuntamento per molto tempo, sono felice che tutte quelle ore di lavoro siano state ripagate. L’unico problema che ho avuto è stato il vento. Ho usato le ruote più alte con cui mi ero allenato per tutta la settimana. La bicicletta era perfetta, solo sarebbe servito che pesassi qualche chilo di più (ride di nuovo, ndr)».

Poche feste

Remco è prevedibilmente di buon umore, ma ha un timbro di voce calmo e riflessivo. Racconta che il suo prossimo traguardo è la Vuelta, ma che nel suo mirino prima o poi finiranno anche il Giro e il Tour, per i quali dovrà migliorare ancora. E semmai si lamenta che non potrà festeggiare come vorrebbe.

«L’anno scorso vinsi la Vuelta – racconta e ride – e mi toccò fare solo una piccola festa, perché poi bisognava partire per la trasferta australiana che era complicata. Adesso non vedo l’ora di ripartire e trascorrere qualche giorno a casa con mia moglie e la mia famiglia, che non vedo da tanto. Poi tornerò in altura e da lì andrò alla Vuelta».

I suoi tifosi sono ancora fuori che lo reclamano in questa serata che avrà immancabilmente il sapore della birra al pari del giorno, nell’esplosione di grida lungo il percorso e di urla selvagge al suo indirizzo quando è salito sul podio. In questa serata di festa, annotiamo che Remco non ha voluto rispondere alla domanda sul suo futuro alla Ineos. Ha guardato fisso il giornalista che gliel’ha fatta, poi si è rivolto alla moderatrice della conferenza: «Next question». La prossima domanda.

Quei tandem azzurri che puntano forte al tetto del mondo

11.08.2023
5 min
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GLASGOW – C’è perfetto equilibrio. Quelli del tandem sono due atleti che devono spingere insieme, oscillare insieme, crederci insieme. Uno vede e di conseguenza guida. L’altro non vede, per cui si affida e spinge ugualmente forte. Non funziona che più è forte il velocista davanti e più si va forte: se non c’è intesa, non si va lontano. Perciò quando nel velodromo di Glasgow ci troviamo di fronte Stefano Meroni e Francesco Ceci (in apertura, foto SW Pix), la sensazione è quella di avere davanti un equipaggio completo e forte, che si compensa abbattendo le differenze. 

«La coppia con questo ascolano – sorride Meroni, 35 anni di Lurago – si è formata in fretta, quasi in laboratorio, ma sta dando grandi soddisfazioni. Perché funzioni deve scattare la consapevolezza di cosa si sta facendo, perché lo si sta facendo, capire l’importanza e la bellezza di questo sport. A quel punto le gambe si sintonizzano in automatico. L’intesa personale deve diventare intesa fisica. Io devo sentire dai pedali cosa succede, cosa sta per fare Francesco da ogni suo movimento. Nello stesso istante, lui sente come mi muovo io. Bisogna capire, leggersi e imparare a leggere qualsiasi cosa fa il corpo dell’altro».

Ceci e Meroni vanno insieme sul tandem da febbraio: un tempo brevissimo che fa pensare ad ampi margini
Ceci e Meroni vanno insieme sul tandem da febbraio: un tempo brevissimo che fa pensare ad ampi margini

La guida di Ceci

Non esiste una ricetta per dire in quanto tempo nasca questa alchimia così esclusiva. I due azzurri, guidati da Silvano Perusini, lavorano insieme appena da gennaio, per cui se da un lato i risultati cronometrici e la medaglia ottenuti in questi mondiali sono una vera iniezione di fiducia, dall’altro sanno benissimo di dover lavorare ancora molto per l’obiettivo olimpico.

«Queste gare sono proprio convulse – prosegue Meroni – sono nervose e penso che anche Francesco possa confermare che abbiamo fatto tutto quello che lui aveva in mente. Penso di essere riuscito a seguirlo e assecondarlo. Francesco non è bravo, Francesco è il migliore, sono due cose diverse…». 

L’intesa è la chiave di volta del tandem, tra Ceci e Meroni c’è già un’ottima intesa (foto FCI)
L’intesa è la chiave di volta del tandem, tra Ceci e Meroni c’è già un’ottima intesa (foto FCI)

Senza parole

Ceci ascolta e sorride, con l’orgoglio che torna a galla. Le parole di Ivan Quaranta nei giorni scorsi hanno confermato che il suo livello prestativo e la sua esperienza farebbero ancora comodo al gruppo azzurro, ma adesso la sua pista è questa e la rivendica con orgoglio.

«Il primo giorno che siamo entrati in pista – sorride con una punta di ironia – c’erano le gare del team sprint dei ragazzi di Quaranta e Perusini mi ha chiesto quanta voglia avessi di salire anche io in pista con loro. Mi conosce e mi ha capito, ma io ho capito che anche così possiamo avere la nostra occasione. Questi mondiali sono il punto di partenza, ci siamo ritrovati di punto in bianco a imparare tutto da capo.

«Nella prima batteria ho avuto qualche difficoltà di guida. Poi abbiamo fatto qualche modifica tecnica e nelle ultime prove ho visto una sintonia completa. Ci siamo capiti così bene che solo una volta ho dovuto urlare di andare a tutta e non sono neanche certo che mi abbia sentito. Le altre coppie le vedo parlare molto di più».

Francesco Ceci è tornato ad allenarsi a gennaio. Ha vinto il titolo italiano del chilometro e ha sposato il tandem (foto SW Pix)
Francesco Ceci è tornato ad allenarsi a gennaio. Ha vinto il titolo italiano del chilometro e ha sposato il tandem (foto SW Pix)

Due impiegati

Di Ceci abbiamo detto e del suo lavoro come agente di Polizia Penitenziaria, da quando le Fiamme Azzurre lo hanno rimosso dal gruppo sportivo. Di Meroni sappiamo decisamente meno, a parte il buon umore che trasmette col suo sorriso e il suo entusiasmo.

«Sono un funzionario pubblico dei tributi locali – spiega – e fortunatamente grazie ai colleghi e alla turnazione del lavoro ho molto tempo per allenarmi. Quindi riesco a far convivere serenamente le mie due vite parallele. Siamo più o meno nella stessa posizione, anche lavorativa. Siamo due timidi impiegati, che poi vanno in pista e si trasformano…».

Anche Bissolati e Colombo collaborano da soli due mesi e mezzo e hanno preso un argento
Anche Bissolati e Colombo collaborano da soli due mesi e mezzo e hanno preso un argento

Obiettivo Parigi

Infatti Ceci ha già fiutato la preda e punta forte sulla possibilità di arrivare alle Paralimpiadi, coinvolto da Silvano Perusini in questo progetto pista che in pochi giorni ha portato all’Italia un interessante messe di risultati, a partire dalle medaglie di Claudia Cretti.

«Si può solo migliorare – dice – anche considerando che io ho ripreso gli allenamenti a gennaio e ci siamo visti per la prima volta a febbraio. La prima volta abbiamo usato il suo tandem, poi abbiamo cambiato tutto e i materiali nuovi li abbiamo avuti tutti a disposizione proprio qui. Gara dopo gara ci rendiamo conto che l’affinità cresce. Quello che abbiamo fatto qui è il minimo sindacale, non tanto nella velocità, quanto nel chilometro da fermo. Ci siamo resi conto che abbiamo perso nel primo giro i due secondi che ci dividono dalla medaglia d’argento e almeno un secondo e mezzo nel primo mezzo giro. Quindi sappiamo dove lavorare, considerando che invece nell’ultimo giro abbiamo recuperato quasi mezzo secondo sui primi tre tandem».

Nella velocità a squadre, per l’Italia un argento che vale, festeggiato con il presidente Dagnoni (foto FCI)
Nella velocità a squadre, per l’Italia un argento che vale, festeggiato con il presidente Dagnoni (foto FCI)

La medaglia d’argento

Nell’ultima serata di gare, per l’Italia dei tandem è venuto l’argento nella velocità a squadre, in cui le due coppie – femminile (Elena Bissolati e Chiara Colombo) e maschile (gli stessi Ceci e Meroni) – partono insieme e quando le ragazze si spostano, sta agli uomini fare gli ultimi giri e fermare il tempo. Eravamo contrapposti ai britannici e alla fine abbiamo dovuto piegarci.

«Sono molto soddisfatta – ha detto Chiara Colombo, al battesimo mondiale – veramente tantissimo. Non mi aspettavo un risultato come questo in così poco tempo, abbiamo iniziato a lavorare insieme da due mesi e mezzo. Abbiamo lottato per l’oro, non certo una cosa di ripiego. Spero sia stata la prima di tante occasioni, da qui si può solo crescere e magari un giorno anche noi prenderemo quella medaglia d’oro».

Caro Rosa, cosa fai sulla mountain? «Mi diverto e vado forte»

11.08.2023
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Per un ex pro’ non è mai facile ridisegnare la propria vita una volta scesi dalla bici da strada, su cui si è passata gran parte del proprio tempo tra sacrifici e successi. Diego Rosa lo avevamo lasciato nel 2022 conscio che la sua carriera da stradista sarebbe finita per dare inizio a quella da biker. Lo abbiamo ritrovato sette mesi dopo campione italiano nella specialità marathon.

Un risultato importante che ripaga una scelta voluta, ma forse un po’ anticipata. Il tricolore sul petto e il nono posto conquistato una settimana fa ai mondiali di Glasgow (foto FCI in apertura), però hanno il sapore di rivincita e sono una molla per continuare a pedalare fuoristrada proprio come agli inizi della sua carriera. 

Il podio della categoria Elite maschile di Valsugana Wild Ride (foto Alice Russolo)
Il podio della categoria Elite maschile di Valsugana Wild Ride (foto Alice Russolo)
Diego, sei campione italiano marathon. Riavvolgiamo il nastro e raccontaci come sta andando questa “prima” stagione offroad…

A inizio anno ho fatto Gran Fondo e assaggiato alcune gare a tappe, per prendere un po’ confidenza con con gli avversari che poi avrei trovato alle marathon. Tante gare che mi servivano per fare esperienza. Sono partito meglio di quello che mi sarei aspettato. Sono arrivato nella seconda metà senza essermi ancora rotto nessun osso, quindi il bilancio è più che positivo (ride, ndr), già solo quello mi bastava, non mi sarei aspettato niente. 

Tutto liscio quindi?

Nella prima parte della stagione ho vinto una Gran Fondo, ho visto che più o meno ero sempre davanti, però mancavano un po’ i confronti nelle gare internazionali. Ecco invece che nella seconda parte di stagione, sono arrivati. Sportivamente diciamo che la seconda parte invece è stata anche un po’ dolce/amara, è iniziata con la Coppa del mondo ed ero andato in altura a prepararmi per quel blocco di gare compreso l’europeo e la Hero. Però a Finale mi sono rotto due costole e all’europeo ho bucato, ma in ogni caso non ero nelle migliori condizioni. Poi ho fatto una bella gara all’italiano e un bel mondiale. Morale alto, visto che mi rivedo davanti e son contento di dove sono adesso.

A livello di ritmo è stato facile oppure difficile entrare nell’ottica di queste gare marathon, venendo da stagioni su strada?

In realtà la parte dove pensavo di patire di più era la partenza e la prima parte di gara. Però già nelle Gran Fondo e nelle prime gare dell’anno avevo visto che grandi problemi in partenza non ne avevo. Sui percorsi più brevi, più da crosscountristi fatico di più. Invece in quei percorsi dove serve più il fondo posso dire la mia. Ho visto che nel finale di gara riesco sempre ad avere qualcosa di più anche se il mio punto debole rimangono le salite brevi. 

Rosa in azione durante il campionato italiano Marathon (foto Alice Russolo)
Rosa in azione durante il campionato italiano Marathon (foto Alice Russolo)
La bici da strada l’hai appesa al chiodo o ti alleni ancora sulle ruote strette?

La uso tantissimo, faccio blocchi da due o tre giorni di lavoro e su ogni blocco di lavoro esco una volta sola in MTB. Alterno periodi in cui uso di più la mountain a momenti in cui la uso un po’ di meno, dipende anche un po’ dalla logistica. Adesso per esempio sono al mare e sono venuto giù con la MTB. Quindi diciamo 70% strada e 30% mountain bike.

Una percentuale a dir poco sbilanciata…

So di non essere tanto abituato quando esco con la mountain e quindi vado a sovraccaricare e ad avere dei dolorini dappertutto. Sono un po’ costretto ogni tanto ad alternarla di più perchè la parte alta è stata ferma per anni.

Dal punto di vista tecnico invece ci avevi detto che dovevi un po’ ritornare a conoscere quello che è questa nuova generazione di mountain bike, settaggi e dettagli. Come ti stai trovando?

Ma sicuramente molto bene, da novembre ad oggi ho già cambiato tre bici. Sono passato dalla Specialized Epic da 100, a quella da 120 e adesso uso la World Cup, quindi ho avuto anche la possibilità di capire le diversità fra una bici e l’altra. Le 120 ti permettono molto di più, sono molto più stabili. Adesso con la World Cup probabilmente mi diverto di più, è un po’ uno stile di guida che torna al vecchio “frontino”, una via di mezzo. Sinceramente avessi dovuto fare questo passaggio alla mountain bike con le bici che utilizzavo 10 anni fa, sarebbe stato tutto molto, molto più complicato. Abbiamo corso un mondiale su un percorso davvero tecnico, con tanto fango. Le mie capacità di guida non sono di quel livello, però ho finito il mondiale, non sono caduto e non ho bucato, sicuramente la bici mi ha aiutato tantissimo.

Per Rosa i primi ritiri sono stati fondamentali per apprendere consigli dai compagni (foto Taddei Team)
Per Rosa i primi ritiri sono stati fondamentali per apprendere consigli dai compagni (foto Taddei Team)
E invece dal punto di vista della squadra come ti stai trovando?

Benissimo. Siamo una squadra di ex corridori su strada. La Taddei Factory Team ora, con me e Riccardo Chiarini, prima c’erano Failli e Casagrande, ha sempre avuto una certa mentalità. Andiamo a correre tutti per uno. Io a inizio stagione mi son messo a disposizione di Failli e Chiaro in diverse corse e adesso loro sapevano che quando sarebbe arrivato il mio turno mi avrebbero aiutato come all’italiano. Ci piace correre da squadra e mi trovo davvero bene. Loro hanno fatto lo stesso passaggio, mi aiutano con consigli che hanno già provato sulla loro pelle. E poi il modo di correre è quello un po’ da stradisti.

Arrivando al risultato dell’italiano. Cosa vuol dire per te? È un po’ una conferma di questa scelta…

Sì, è stata una rivincita che mi ripaga degli sforzi fatti e delle decisioni. Dire alla famiglia che smetti di correre e poi ti ritrovi ad andare via, in altura e alle gare tutti i fine settimana non è facile. La maglia tricolore l’ho inseguita per anni, sono molto contento di indossarla. E’ una di quelle maglie che tutte le domeniche ricordi a tutti e a te stesso che hai vinto quella gara. Ha un sapore speciale.

Qui la squadra al completo Taddei Factory Team
Qui la squadra al completo Taddei Factory Team
Per chiudere il il mondiale, questo nono posto che cosa ti ha dimostrato? 

Questo mondiale ha avuto due facce. Nella prima parte ho perso quattro minuti. Era un percorso molto tecnico e soprattutto c’erano discese difficili che finivano prima dei tratti di pianura, quindi io perdevo in discesa e poi rimanevo al vento. La seconda parte era più da pedalare con discese più scorrevoli e nelle ultime due ore ho perso solo 20 secondi dal vincitore. Quindi son più contento di quello. Nella seconda parte ho pedalato più forte di chi ha vinto ma in discesa ho perso. So che c’è ancora margine. Guardo sempre il bicchiere mezzo pieno.

E adesso come si sviluppa la tua stagione? 

Adesso sono al mare qualche giorno con la famiglia, perché se lo meritano assolutamente e anch’io ne ho bisogno. E poi tornerò a correre alla Kronplatz, poi la Mythos e due prove di coppa del mondo. 

Hai messo una data al finale di stagione?

Non lo sappiamo ancora, abbiamo preparato, le trasferte in Francia per la Coppa del Mondo e in America e poi dopo da lì vedremo. Poi avendo la maglia da campione Italiano, più si corre meglio è, bisogna sfoggiarla (ride,ndr).

Da Imola a Stirling, Dygert ha chiuso il cerchio

11.08.2023
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STIRLING – Dopo essere rimasta seduta ben più di un’ora sulla hot seat con il miglior tempo della crono, Chloe Dygert e la sua voce molto roca hanno fatto tappa davanti ai giornalisti per riallacciare il filo che si era spezzato nel 2020 in una discesa della crono di Imola. I capelli legati sopra la testa, lo sguardo scintillante.

Era campionessa del mondo in carica per aver battuto Van der Breggen e Van Vleuten l’anno precedente, quando perse il controllo della bici in un tornante in discesa e finì contro il guard rail, che come una lama tagliò i muscoli della sua gamba sinistra.

Tre anni molto duri

La rincorsa richiese tempo e pazienza. E se già l’americana commosse tutti vincendo il campionato nazionale della crono nel 2021 poi strappando il settimo posto nella gara olimpica di Tokyo, il vero ritorno è datato 2023. Nel mezzo infatti, una bruttissima mononucleosi e un intervento al cuore hanno azzerato il 2022.

«Sì, arrivare sin qui – ha detto ieri pomeriggio – è stata sicuramente una strada difficile. Sono stati tre anni molto duri. C’erano momenti in cui non mi importava più della mia vita. Pensavo che non sarei stata mai più bene. Dopo l’incidente di Imola, ho perso 3 pollici di circonferenza della mia gamba sinistra e per ora è ancora un pollice più piccola. A tratti ho ancora dolore, ad esempio alla schiena, quando il mio corpo inizia a compensare».

Dygert è partita fra le prime, poi è rimasta in attesa per oltre un’ora
Dygert è partita fra le prime, poi è rimasta in attesa per oltre un’ora
Come sei riuscita a superarlo?

Ancora una volta, non l’ho affrontata da sola. Ho un’enorme rete di supporto che mi circonda, dallo staff tecnico della mia squadra e della nazionale, alla mia famiglia. Devo molto a tutti loro. All’inizio della stagione era in discussione se avrei corso di nuovo, perciò se sono qui sulla sedia del vincitore è anche grazie al grande supporto di tutti quelli che ci sono dietro di me. Questo significa molto per noi. Abbiamo creduto nel piano di Dio e per questo sono davvero grata».

Perché era in discussione se avresti continuato?

A novembre ho dovuto operarmi al cuore per un’aritmia che mi toglieva tranquillità. L’intervento ha aiutato, ma ci sto ancora facendo i conti. Ci sono alcuni momenti mentre pedalo, in cui sembra che il problema voglia presentarsi di nuovo. E’ uno spavento. Se succede durante un momento importante di gara, devo fermarmi e lasciarlo passare, perché a quel punto ci sarebbe in gioco la mia vita.

A quel punto però sei potuta ripartire?

Un mese dopo l’operazione sono stata malata per circa quattro settimane. Quindi ho avuto un incidente durante un training camp con la squadra e mi sono strappata un muscolo della gamba già infortunata. Quindi tecnicamente non ho iniziato ad allenarmi prima di marzo. Sono andata a farlo nello Stato di Washington, dove già in precedenza avevo vissuto la mia preparazione. Ho fatto un mese di lavoro molto intenso e poi sono venuta in Europa e ho iniziato con la Vuelta, la mia prima gara dell’anno, poi Burgos, London Ride Classique e il Giro d’Italia. Di solito le corse così lunghe non mi piacciono, ma mi hanno permesso di trovare un’ottima condizione.

Al Giro d’Italia Donne 2023 Dygert ha portato a casa due podi
Al Giro d’Italia Donne 2023 Dygert ha portato a casa due podi
Perché sei senza voce?

Sono stata a lungo nel velodromo e penso che là dentro ci fossero tante malattie in corso. Sono stata solo sfortunata a prendermi qualcosa. Oggi è il quinto giorno di questo raffreddore, se la crono ci fosse stata un giorno prima, non credo che sarei stata in grado di correre.

Perché?

Quando corro, ho bisogno di sentire l’odore della gara. E’ stato un grande vantaggio per me stamattina quando mi sono svegliata, poter annusare un po’ l’aria. Così sono salita sui rulli, ho pedalato per 30 minuti e le gambe mi sono sembrate decenti. Nell’ultima settimana, non ho mai pedalato per più di un’ora, quindi mentalmente ho cercato di capire se avrei avuto o meno le forze per la crono. Per fortuna ho avuto qualche giorno di recupero in più.

Perché distanze così brevi?

Avevo fatto solo i lavori della pista, per cui questa crono è stata decisamente 16 chilometri troppo lunga (le donne elite hanno corso sulla distanza di 36,2 chilometri, ndr). Da un certo punto in poi, non riuscivo a recuperare il respiro e ho iniziato a sentire la fatica.

A Glasgow, Chloe Dygert ha conquistato il quarto iride nell’inseguimento col tempo di 3’17″542
A Glasgow, Chloe Dygert ha conquistato il quarto iride nell’inseguimento col tempo di 3’17″542
E come l’hai gestita?

Ero nervosa. Sapevo che Grace Brown stava per arrivare e che il finale era molto adatto a lei. Sapevo che sarebbe stata una di quelle da guardare. Ho fatto tutto il possibile per arrivare al traguardo. Sono davvero fortunata che sia bastato addirittura per vincere.

La tua storia può essere di ispirazione, secondo te?

Forse sì, ma è difficile dirlo per me vivendoci dentro. Sto solo cercando di essere una persona migliore, ogni giorno, dentro e fuori dalla bici. Spero solo che si sappia tutto quello che faccio e come agisco.

Domenica punterai alla gara su strada?

La crono era il mio obiettivo principale. Se non mi sentirò al 100 per cento per la gara su strada, non toglierò spazio alla squadra. Prenderò la decisione nei prossimi giorni per vedere se avrò recuperato. Ma se mi sento bene, allora sì, penso che sarà una bella gara. Sarà dura e non vedo l’ora, perché abbiamo una squadra davvero forte.

L’infortunio del 2020 è avvenuto durante una crono, ma qui prima hai vinto l’inseguimento. Quale vittoria ti ha dato più emozioni?

Questa è una bella domanda. Ogni volta che indossi la maglia iridata, ogni volta che ascolti il tuo inno nazionale, è un onore assoluto perché lavoriamo tutti per questo momento. Io ho una storia. Ho degli infortuni che ho dovuto superare. Ho dovuto lavorare sodo come tutti gli altri per arrivare a questo momento. E alla fine della giornata, non mi sentirei di cambiare qualcosa di tutto quello che ho vissuto. Tutti abbiamo degli ostacoli da superare. Perciò non so dire se sia stato meglio vincere l’inseguimento o questa crono. Penso che alla fine sia un onore assoluto poter indossare questa maglia.

Possiamo dire che il momento nero sia alle spalle?

Sono tre anni che cerco di tornare e sento che questo è stato il primo tentativo riuscito. Sono davvero grata e felice. Non sono ancora al 100 per cento, ma sono in buona salute. Non vedo l’ora che arrivi la fine dei mondiali per vedere a che punto sarà la mia forma fisica.

Guazzini, crono maledetta. Ma c’è qualcosa da rivedere

10.08.2023
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STIRLING – Guazzini arriva trascinando i passi, con la bici da un lato e il casco nell’altro. E’ rimasta a lungo ferma sull’arrivo facendo i conti col battito del cuore e come prima cosa ha prosciugato una bottiglietta d’acqua, tirando così forte da schiacciarne la plastica. Il cronometro è stato spietato: 32ª a 4’32, come su qualche montagna del Giro o del Tour.

Parlando brevemente con Roberto Amadio, è stato palese che la programmazione della stagione di queste ragazze sia stata disorganica: potrebbero vincere molto di più e meglio, ma corrono senza tregua e tantomeno programmazione. L’anno prossimo per preparare le Olimpiadi servirà mettere dei paletti.

La giornata storta ci può stare, ma non è facile incassare certe sconfitte, quando delle crono si è uno dei riferimenti mondiali. Comunque Vittoria arriva. Si ferma. Mostra un sorriso sfinito. Guarda negli occhi. Deve aver pianto.

Il riscaldamento prima del via, sperando che questo fosse un giorno buono (foto FCI)
Il riscaldamento prima del via, sperando che questo fosse un giorno buono (foto FCI)
Vittoria, la cronometro è bella, ma anche bastarda.

Che sia bella io non l’ho mai detto, neanche quando sono andata forte (ride, ndr). Oggi poi, guarda, già è tanto se sono arrivata al traguardo. A parte gli scherzi, alla prima svolta a destra, ho pensato seriamente che non ce l’avrei fatta.

E’ la somma di tutto quest’anno così balordo?

La caduta certo non ha aiutato (ad aprile Vittoria si è rotta il bacino, ndr), ma oggi proprio non andavo avanti. Al Tour è andata molto meglio, al di là del risultato. Non è che cerco scuse a destra e sinistra, ma erano un po’ di giorni che mi sembrava di non andare avanti. Quando dico certe cose è perché sono vere.

Una spiegazione sai dartela? La somma di troppe fatiche?

Forse, vediamo. Ormai è andata inutile starci a girare intorno. Ovvio che ci sono giornate sì e giornate no, da quello non si scappa. Però sapevo che oggi l’unica cosa era che succedesse veramente un miracolo, sennò… Ma tanto lo sappiamo che i miracoli li faceva solo uno lassù.

Al Tour Guazzini ammette di aver sofferto, ma di essersi risollevata nel finale con la crono
Al Tour Guazzini ammette di aver sofferto, ma di essersi risollevata nel finale con la crono
Ed è finito anche male. Adesso è il momento di fermarsi un po’ e fare il punto?

In teoria dovrei correre il Tour of Scandinavia dal 23 agosto, perché, non so come dire… Diciamo che questi giorni storti non erano pianificati, però siamo tutti umani e vedremo. Ora intanto mi levo questo body, poi penserò al resto.

Ieri mattina ti abbiamo visto parlare col tuo preparatore.

Ha cercato un po’ di tirarmi su di morale, perché comunque anche la testa fa la sua parte. Però lo sapevo che non era solo la testa. Nella crono lo capisci come va a finire. Non sai come o cosa possano fare le altre, però se la fai per vincere, è importante avere i parametri giusti.

Oggi cosa dicevano i tuoi dati?

Non ho visto ancora bene, ma credo che i miei parametri fossero più di 100 watt in meno, quindi di cosa stiamo parlando? Quando dico che pensavo di non finire è perché veramente pensavo di non arrivare al traguardo. Se non c’erano le transenne, davvero tiravo dritto.

Sin dai primi chilometri, le sensazioni erano pessime. Guazzini era parsa pessimista già dal giorno prima
Sin dai primi chilometri, le sensazioni erano pessime. Guazzini era parsa pessimista già dal giorno prima
Volendo immaginare il prossimo anno, vedendo com’è andato questo, c’è da cambiare qualcosa? Va bene l’incidente, però la sensazione è che corriate davvero tanto.

Diciamo che è una serie di cose che si sono incastrate. Una tira l’altra e poi per far quadrare tutto si mette una pezza…

Però nel taglia e cuci ci andate di mezzo voi…

E vabbè (sorride, ndr), si cerca sempre di fare tutto il meglio. Però la sfera di cristallo non ce l’abbiamo. Magari arrivavo qua dopo il Tour e, come si suol dire, planavo. Invece ci sono arrivata che sono finita.

E’ stato così duro il Tour?

Ho avuto alcune tra le più brutte giornate… No, al primo posto devo metterci oggi, siamo andati al top del ranking. Però al Tour ho avuto veramente dei quarti d’ora tremendi, anche se mi sono sentita meglio giorno dopo giorno. Infatti nella crono ho fatto l’ottavo posto, che è comunque un top 10 nel Tour. Ero contenta, sentivo che spingevo. Oggi invece sono scesa dalla rampa e nei primi 100 metri, che erano in discesa, avevo già mal di gambe.

Prima della strada, Guazzini ha corso anche nel quartetto, chiudendo al quarto posto
Prima della strada, Guazzini ha corso anche nel quartetto, chiudendo al quarto posto
Anche Vollering ha pagato il Tour e non ha fatto meglio del sesto posto…

Ma Demi ha fatto una bellissima stagione, fossi in lei sarei più che soddisfatta. Giornate no ci possono stare per tutti, ma nulla toglie a una campionessa del genere.

Non sarà che hai passato i superpoteri delle crono a Lorenzo (il suo compagno Milesi, che ieri ha vinto fra gi U23, ndr) e con te non funzionano più?

No, sono contenta per lui (ride, ndr). Insomma, se lo merita e mi ha fatto piangere. Oggi invece ho pianto io per altri motivi.

Dai, verranno sicuramente giorni migliori.

Migliori eh? Speriamo, perché peggiori sarà dura…

Hanno la priorità la nazionale o i team di appartenenza? Su questo equilibrio si giocano le Olimpiadi del prossimo anno
Hanno la priorità la nazionale o i team di appartenenza? Su questo equilibrio si giocano le Olimpiadi del prossimo anno

Qualcosa su cui riflettere

Alla fine di febbraio avevamo fatto un’intervista proprio con lei, dal titolo piuttosto eloquente: “Il 2023 di Guazzini, senza respiro da febbraio ad agosto”. Aveva tolto i ferri della caduta di Roubaix dell’anno prima, poi la stagione era cominciata con gli europei in pista: argento nel quartetto e bronzo con Elisa Balsamo nella madison. Poi sarebbe venuta la fase delle classiche, da lì il Tour Femmes e poi i mondiali. Poteva filare tutto alla perfezione se non si fosse verificata la frattura del bacino. Questo non avrebbe dovuto indurre a qualche cambiamento di programma? Lo stesso non sarebbe stato necessario per Elisa Balsamo, schierata al Tour dopo un recupero impegnativo?

Il WorldTour delle donne ha ritmi frenetici e sempre poche ragazze. La nazionale si trova a prendere le briciole possibili. Forse mettere dei paletti presto diventerà una necessità per le stesse ragazze. Altrimenti si andrà avanti a sfinimento, senza orizzonti né grandi prospettive.

Un passo dopo l’altro, Venturelli andrà lontano

10.08.2023
5 min
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STIRLING – Come ieri avevamo tutti lo spauracchio di Segaert, oggi solo Kate Ferguson poteva scalzare Federica Venturelli dal podio. Ma la britannica delle meraviglie ha subito la pressione ed è crollata dopo l’arrivo sotto il peso di un passivo inaspettato. A quel punto, Felicity Wilson-Haffenden ha avuto la certezza di aver vinto l’oro, Izzy Sharp ha tenuto l’argento e l’azzurra ha conquistato una medaglia di bronzo che parla di un altro pezzetto di crescita.

Vigilia serena

A Stirling fa caldo, quasi piove. Il meteo è asincrono rispetto alle stagioni e in questi giorni abbiamo capito che anche gli scozzesi ne hanno le scatole piene. Il mattino nella zona del pullman Vittoria che fa da base alle squadre azzurre è trascorso in relativa tranquillità. Vedere Venturelli riscaldarsi ha ricordato le scene di dolore dello scorso anno, quando cadde alla vigilia della crono e nel giorno di gara quasi non riusciva a salire sui rulli. Questa volta l’avvicinamento è stato buono, la gara su strada ha dato sicurezza. Stamattina Federica rideva.

Velo si è avvicinato, agitandole un computerino sotto al naso: «Adesso lo sincronizzo, così dalla macchina vedo come vai e ti dico di aumentare!».

Federica si è voltata a sua volta: «Non voglio che vedi i miei watt – gli ha risposto – poi mi sento spiata!».

L’occhio di Diego Bragato sul riscaldamento di Venturelli: lo stesso protocollo delle gare in pista
L’occhio di Diego Bragato sul riscaldamento di Venturelli: lo stesso protocollo delle gare in pista

La cronaca dice che Federica Venturelli è partita molto forte e ha pagato pegno sulla salita finale. Si poteva pensare di impostare una tattica diversa, ma in una crono di appena 13,5 chilometri non c’è troppo spazio per il ragionamento. Si va sempre a tutta e si corre il rischio di piantarsi nel finale.

E’ andata così?

E’ andata così. In un campionato del mondo, partire piano è sempre un rischio, perché potresti non riuscire a recuperare nel finale. Conoscendomi, so che anche partendo piano, alla fine sarei stata comunque stanca. Quindi ho preferito giocarmi le mie carte in questo modo e alla fine nel complesso è uscita una prestazione molto soddisfacente. Perciò sono contenta.

Quanto è duro questo muro finale?

E’ più di quello che pensassi, soprattutto gli ultimi 500 metri in ciottolato sembrano più lunghi di 500 metri. Però quando sei lì, devi spingere sino alla fine e non mollare, perché è un campionato del mondo che si gioca sul filo dei secondi ed è importante spingere sino alla linea finale.

Ricordiamo tutti con dolore la vigilia dello scorso anno, come è andata invece questa volta?

Fisicamente sono in una forma migliore ed ero anche più tranquilla. Sicuramente avevo delle aspettative dopo il quarto posto della gara su strada, però questo non mi ha impedito di rimanere tranquilla. Ho dormito bene, ho riposato e mi sono presentata nelle migliori condizioni.

La nazionale ti ha creato attorno una bella struttura. Stamattina avevi vicino Bragato, Velo, si è affacciato anche Villa e c’è sempre Eisabetta Borgia.

Essendo anche coinvolta anche nella pista, sono sotto gli occhi di tutti (sorride, ndr). Quindi lo staff mi segue, perché ha puntato molto su di me in questa categoria. D’altra parte so che il progetto di questa nazionale prevede di continuare il percorso di crescita anche nei prossimi anni e questo è quello che mi fa stare un po’ più tranquilla.

Diciamo che la nazionale è il riferimento fisso, mentre quest’anno sei passata alla Valcar: come sta andando con loro la tua crescita?

Mi sono trovata molto bene e sono passata comunque in una squadra con delle buone compagne (la Valcar-Travel&Service, ndr), che mi possono aiutare sia nelle gare sia anche mentalmente. Mi sono sempre vicine quando ho dei momenti cattivi e quindi secondo me l’importanza della squadra è anche questa. Il fatto di avere delle compagne che mi supportano qualunque cosa succeda, anche quando capita di fare dei quarti posti, dato che questa stagione ne ho fatti tanti…

Il bronzo è un altropasso avanti nella sua progressione personale, psicologica e atletica
Il bronzo è un altropasso avanti nella sua progressione personale, psicologica e atletica
Ti rendi conto che ad ogni appuntamento sali un gradino?

Si, più mentalmente che fisicamente. Quest’anno sento di essere maturata tanto rispetto all’anno scorso, quando prima delle gare ero così agitata, quasi da mettermi a piangere. E invece questi mondiali li ho vissuti bene, sono riuscita a risparmiare anche delle energie dal punto di vista mentale, che poi mi sono tornate utili in gara.

Se ne va, con i capelli sciolti e leggermente commossa, in direzione dell’antidoping, poi la sua giornata sarà finita e potrà pensare anche di far festa. La campionessa del mondo nel frattempo ha raccontato di essere salita per la prima volta su una bici nel 2021 e di sentirsi a suo agio solo nelle crono, perché in gruppo è un disastro. Dice che non crede di essere la campionessa del mondo e racconta l’orgoglio di aver fatto ben figurare il suo paese e il suo coach Matthew Hayman. Noi che siamo fedeli alla politica dei piccoli passi, ci mettiamo a scrivere ben orgogliosi di raccontare la giornata di Federica Venturelli, contenti che sia italiana e sicuri che là in alto presto o tardi ci arriverà anche lei.

Milan “poco brillante”? Fusaz ci spiega perché

10.08.2023
4 min
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Ne avevamo parlato direttamente con Jonathan Milan e lo stesso friulano ha ribadito il concetto dopo l’inseguimento iridato: «Sono stanco. Ho fatto fatica a recuperare dopo il Giro d’Italia». Il tutto con un bronzo al collo! Il che non può che farci ben sperare. Pensiamoci un po’: se a 23 anni, dopo aver preso parte al tuo primo grande Giro, con giusto una manciata di giornate in pista per allenarti arrivi terzo in un mondiale, il bicchiere è decisamente mezzo pieno.

Tuttavia con il suo coach, Andrea Fusaz abbiamo voluto analizzare meglio la situazione del “Jonny nazionale” e capire meglio il perché di questo recupero lento e di questa stanchezza latente rimasta nelle sue gambe.

Jonathan Milan (23 anni da compiere) bronzo iridato nell’inseguimento individuale
Jonathan Milan (23 anni da compiere) bronzo iridato nell’inseguimento individuale

Il primo GT

Fusaz fa un discorso semplice, ma al tempo stesso importante, che lega il grande Giro alla stanchezza delle gambe, ma anche a quella mentale. E c’è un aspetto che in tutto questo discorso resta sempre centrale. E questo aspetto non è tanto il grande Giro, quanto il primo grande Giro. Una differenza fondamentale.

«Sicuramente – spiega Fusaz – Milan non aveva la stessa brillantezza che si può avere prima di un grande Giro, ma tutto ciò per me è normale, tanto più alla sua età. Jonathan è partito per la corsa rosa senza pressioni, nessuno gli ha chiesto nulla. Poi è stato lui stesso a mettersele a suon di risultati, con la vittoria, la maglia ciclamino… tutto ciò lo ha portato a tirare un po’ troppo la corda non solo fisicamente». Gli mancava cioè quel guizzo che ti fa andare oltre i tuoi limiti.

Giro d’Italia 2023, Milan vince la seconda tappa a San Salvo
Giro d’Italia 2023, Milan vince la seconda tappa a San Salvo

Calo fisiologico

Secondo Fusaz la stanchezza mentale incide quando non si “performa” – come si dice adesso – o almeno non lo si fa a livelli che vanno oltre certi limiti. Perché comunque va ricordato che Milan non è andato piano. A Glasgow si è espresso su standard molto alti ed importanti. E parlano i risultati: terzo con un 4’05″868.

«A volte – riprende Fusaz – ci si dimentica che siamo di fronte a degli esseri umani e non a delle macchine. Tecnicamente Milan non era stanco, altrimenti non sarebbe riuscito a fare ciò che ha fatto. Come ho detto, era meno brillante.

«Non cambierei nulla del suo post Giro. Abbiamo rispettato le tempistiche necessarie. Dopo il tempo di recupero bisognava riprendere a lavorare per gli obiettivi successivi, però è chiaro che se esci stanco ci metti un po’ di più a ritornare al top. Ma torniamo al solito discorso, al punto di partenza: Milan era al primo grande Giro. In più bisogna considerare che a metà stagione è più difficile recuperare. Non è come lo stacco d’inverno in cui puoi stare davvero due settimane senza fare nulla totalmente.

«E’ fisiologico per un ragazzo della sua età, al primo grande Giro pagare un po’. Non stiamo parlando di un ragazzo di 28-30 anni che di Giri ne ha fatti già due, quattro o sette… Jonathan si è ritrovato di fronte ad un carico di lavoro enorme per 20 giorni per la prima volta e per di più con degli obiettivi importanti». Non poteva mollare, come invece hanno potuto fare altri “girini”».

Milan ha sofferto in qualifica, mentre è cresciuto nella finale ed è arrivato il bronzo
Milan ha sofferto in qualifica, mentre è cresciuto nella finale ed è arrivato il bronzo

Guardando avanti

Questo non vuol essere un processo. Il ricordo va ai mondiali di Roubaix 2021 quando Ganna fu terzo nell’inseguimento individuale e tutti restammo scioccati. Lo stesso Villa ha ricordato quell’episodio. Tra l’altro a giocarsi l’oro ci andò proprio Jonny!

«Sento parlare di certi risultati quasi come se fossero negativi – dice Fusaz – ma alla fine siamo stati secondi al mondo nel quartetto, primi e terzi nell’individuale. La Danimarca aveva atleti che fanno solo pista. I nostri vengono dalla strada e questo conta… Siamo ad eventi di portata mondiale: qualcuno che ti mette la ruota davanti lo puoi anche trovare».

Il quadro di Fusaz va a braccetto con le parole del cittì Marco Villa, il quale pensando alle Olimpiadi del prossimo anno ha già indicato la via: dopo il Giro tutti all’appello da lui. E’ chiaro che il tutto rientra in un programma più generale. In cui si progettano con ampio anticipo certi “macrocicli” di lavoro. Queste esperienze, vedi il Ganna sfinito a fine 2021 o il Milan poco brillante dopo il Giro di quest’anno, non fanno altro che tracciare la via. Quella giusta chiaramente.

Il mondiale in panchina di Pasqualon, utile alla causa

10.08.2023
5 min
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Una domenica diversa, quella vissuta da Andrea Pasqualon. Sicuramente diversa da quella che si era immaginato fino a pochi giorni prima. Il veneto doveva far parte del team azzurro in gara ai mondiali di Glasgow, invece si è ritrovato a fare la riserva, ma non per questo si è tirato indietro. Non sarebbe stato da lui. Andrea si è messo a disposizione, ha lavorato per tutto il tempo con Bennati e il suo staff, era ai box o in altri punti concordati del percorso a rifornire i ragazzi o a dare consigli.

Le premesse erano diverse. Bennati contava su di lui, sulla sua esperienza per dare una mano in gara alle punte Bettiol e Trentin, poi che è successo?

«Era già stato stabilito – racconta Andrea – che partecipassi al Giro di Polonia, Bennati si era raccomandato che mi ritirassi un paio di giorni prima per raggiungere la squadra. Solo che Mohoric era in lotta per la vittoria finale e io, in qualità di ultimo uomo, non potevo lasciarlo solo. I dirigenti della Bahrain Victorious mi hanno detto che era necessario tirassi dritto, così i miei sogni azzurri sono stati riposti in un cassetto…».

Il momento topico del Polonia: Pasqualon tira la volata di Mohoric che batte Almeida e vince il Giro
Il momento topico del Polonia: Pasqualon tira la volata di Mohoric che batte Almeida e vince il Giro
Un dolore, soprattutto considerando che hai 35 anni e tante altre occasioni non ci saranno…

Sì, ma non ho nulla da recriminare. Era giusto che restassi, la mia presenza si è rivelata fondamentale. Se guardate la classifica e l’andamento dell’ultima tappa, tutto il Polonia si è giocato in un traguardo volante, noi lo sapevamo e soprattutto sapevamo che dovevamo giocare d’anticipo nei confronti di Almeida. Io ho pilotato Matej fino alla fine e i risultati ci hanno dato ragione. Quella vittoria, quella maglia la sento anche un po’ mia.

Che mondiale è stato personalmente?

Messo da parte il dispiacere per non essere della partita, mi sono messo a disposizione e devo dire che è stata un’esperienza molto interessante. Ho capito innanzitutto che il lavoro è enorme, anche e soprattutto nella vigilia. Io ho cercato di parlare molto con i ragazzi, di motivarli, di dare indicazioni in corsa. Non ho certo avuto tempo per pensare che non ero io a correre.

Andrea ha fatto la ricognizione del sabato con i compagni, traendo molte indicazioni (foto Maurizio Borserini)
Andrea ha fatto la ricognizione del sabato con i compagni, traendo molte indicazioni (foto Maurizio Borserini)
Il percorso ti sembrava adatto alle tue caratteristiche?

Sì, decisamente, era un tracciato “cattivo”, per velocisti abituati a limare. Per emergere serviva avere una grande condizione, capisco Bennati che voleva gambe fresche al via. Dopo le fatiche del Polonia fino all’ultimo giorno, non c’era la possibilità di esserci e dare una mano, soprattutto quando la corsa fosse entrata nel vivo.

Che cosa dici della condotta dei tuoi compagni?

A freddo si può pensare che, se Bettiol non avesse attaccato da solo poteva anche entrare nei primi 5 vista la condizione che aveva, ma ha fatto bene a provarci. E’ stata per lui un’esperienza più che positiva. Magari se un paio di corridori gli si fossero attaccati e avessero dato cambi, potevano arrivare anche più avanti. Va comunque detto che la nostra nazionale è stata grandiosa, anche se non ricompensata dal risultato.

L’unica apparizione in azzurro del veneto è agli europei del 2019. Dopo 4 anni ci sarà un bis?
L’unica apparizione in azzurro del veneto è agli europei del 2019. Dopo 4 anni ci sarà un bis?
Pensi che se Bettiol fosse stato seguito sarebbe finita diversamente?

Non credo, sono emersi i veri valori in campo e in un mondiale non succede sempre. Gli strappi duri hanno messo in evidenza chi ne aveva di più, di talento prima di tutto. Inoltre, se ci fate caso, i primi 4 venivano tutti dal Tour, segno che la corsa a tappe li aveva rodati al meglio.

Ora che cosa ti aspetta?

Dopo il Polonia e la trasferta scozzese, ho due settimane di riposo attivo a casa, poi si parte per il Giro del Benelux che è una corsa che mi piace molto e nella quale sarò ancora ultimo uomo a favore di Mohoric per provare a replicare il risultato polacco. Poi si andrà a Plouay e la lunga trasferta canadese per le classiche del WorldTour.

Pasqualon ha un altro anno di contratto alla Bahrain. Intanto la sua agenda è fitta d’impegni
Pasqualon ha un altro anno di contratto alla Bahrain. Intanto la sua agenda è fitta d’impegni
Poi c’è l’europeo…

Sì, in Olanda, su un percorso che mi favorisce. Vorrei esserci, ma perché ciò avvenga dovrò farmi vedere nelle settimane precedenti. Con Bennati non abbiamo avuto occasione di parlarne ma lo faremo, io intanto vado avanti un gradino alla volta e voglio essere all’altezza di un’eventuale convocazione.

Tu hai già il contratto per il prossimo anno?

Avevo firmato un biennale con la Bahrain, mi trovo davvero molto bene, è un gruppo affiatato con un’atmosfera positiva e i risultati sono la logica conseguenza.

Insieme a Milan, un binomio che poteva costruire qualcosa d’importante anche in proiezione Parigi 2024
Insieme a Milan, un binomio che poteva costruire qualcosa d’importante anche in proiezione Parigi 2024
Alla vigilia dei mondiali, dopo l’ufficializzazione dei percorsi olimpici, si era notato come ci fosse una somiglianza. Un pensierino a una convocazione olimpica per finire in bellezza lo fai?

Sinceramente – ammette Pasqualon – quando è uscito il percorso, ci ho pensato. Io penso che sia un tracciato dove Milan può recitare un ruolo importante e con lui mi sono trovato bene, mi dispiace che cambi squadra perché altre esperienze insieme sarebbero state utili. D’altronde si è visto anche al mondiale come correre senza radioline cambi molto nella gestione di una gara.

Tu sei di una generazione che sa come si correva senza radio: cambia davvero così tanto?

E’ proprio questo il punto: i più giovani non sono abituati a correre senza sapere dal di fuori com’è la situazione e che cosa fare. Puoi comunicare dai box, con le lavagne se si corre in circuito, ma non è lo stesso. In quei casi un regista in corsa che piloti la squadra è davvero fondamentale.

Ganna a cuore aperto a due giorni dalla crono

10.08.2023
7 min
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STIRLING – Traduci cosa intendi per dover sopportare le pressioni dei media? Ganna ci pensa un istante e a guardarlo da qua sotto sembra ancora più alto.

«Sai, quando comunque dici sempre – spiega – che Ganna deve dimostrare, fare, aspettiamo lui. L’ho detto un paio di anni fa, non la sento più così tanto, però ovviamente cerchi sempre di non deludere, perché deludere qualcuno è la parte forse più brutta. Però lo ripeto, non sempre si può fare la performance della vita e magari quel giorno c’è qualcuno più forte. Forse questo non tutti lo capiscono e sono quelli che poi puntano il dito. Ed è la parte peggiore, perché dici: “Caspita, non è che sono andato piano perché volevo andare piano, perché chiunque vuole andar forte!”. Quindi a volte è questo che la gente non capisce».

Thomas con il 64

Ganna e Cattaneo sono appena rientrati da un doppio giro sul percorso della crono che correranno venerdì, lungo un anello di quasi 48 chilometri che dai prati alla base del castello li condurrà fra le mura della fortezza più grande e importante di Scozia, costruita a partire dal quindicesimo secolo. Per il piemontese in maglia azzurra, si tratta del secondo assalto al terzo titolo mondiale, dopo quello andato a vuoto dello scorso anno. E’ mercoledì 9 agosto, il giorno in cui Milesi conquisterà la maglia iridata degli U23.

«La voglia – dice – viene forte ogni anno, non è legata a episodi particolari. La maglia iridata è una delle più belle da indossare, quindi voglio sempre provarci, sperando che vada bene. Nel primo giro abbiamo dato le indicazioni a Velo, il secondo l’ho fatto dietro Thomas che faceva i suoi lavori con il 64. Gli ho chiesto se non avrà problemi a spingerlo sulla salita finale, mi ha detto che non c’è problema…

«E’ una crono abbastanza lunga, ci saranno parecchi avversari. Nella parte centrale c’era un tratto con delle curve in discesa che al primo passaggio mi aveva un po’ preoccupato, invece dopo averla vista un paio di volte, già non è più un problema, ma le mani bisognerà comunque metterle sotto. Per il resto si fa tutto con le appendici».

Il finale preoccupa

La scelta dei rapporti è il nodo da sciogliere. Sulla nuova Bolide F azzurra, abbiamo visto montato un monocorona Dura Ace con 58 denti e dietro il pacco pignoni 11-30. La cosa stava bene a Pippo, finché ha visto Thomas e altri corridori Ineos usare la monocorona a disco della squadra, che gli ha fatto venire voglia di montarla a sua volta. Quanto al pacco pignoni, il tratto finale in salita non è affatto banale. In effetti, avendolo fatto a piedi, proprio nel finale propone pendenze superiori al 6 per cento della media. Per questo Ganna ha chiesto al meccanico un pacco pignoni con il 32 perché ha avuto la sensazione che sulla rampa finale con il 58×30 si perda troppa velocità.

«La bici è nuova solo per i colori – conferma Matteo Cornacchione – ma due novità ci sono. In primis le protesi sul manubrio, ugualmente stampate in 3D, fatte in settimana dopo l’ultimo test in galleria del vento a Milano 10 giorni fa. Hanno la parte terminale diversa. Gli appoggi sono uguali a quelli usati al Giro, la parte terminale ha cercato di ottimizzarla per riuscire a stare con le mani unite. E poi c’è il monocorona Shimano, che è arrivato».

Pronto per la Vuelta

Pippo annuisce, mentre Cattaneo viene giù dal pullman e presto torneranno verso l’hotel di Glasgow. Il cielo è grigio, il vento durante la prova si è sentito, ma era pià a favore che contro.

«L’altro giorno ho detto di non aver preparato l’inseguimento – dice Ganna – perché in realtà ho preparato la Vuelta. Ho fatto tanti metri di dislivello con Thomas e diciamo che le appendici le ho usate poco. Prima in prova abbiamo cercato di prendere le curve un po’ più forte, come si pensava di fare in gara. Quindi sono andato tranquillo nella parte diciamo dove dovrei spegnere normalmente e un po’ più aggressivo nelle curve. C’era anche Joshua Tarling, che è giovane, non ha paura, non ha bisogno di dimostrare niente e può andare alla garibaldina».

Cattaneo è stato secondo al campionato italiano della crono e ha appena vinto quella del Polonia: la forma c’è
Cattaneo è stato secondo al campionato italiano della crono e ha appena vinto quella del Polonia: la forma c’è

Una crono dura

Cattaneo invece punta tutto sulla leggerezza d’animo, anche se ha appena vinto la crono del Polonia e non potrà passare inosservato. Sembra che sia qui in vacanza, con niente da perdere, ma conoscendolo da quando era un ragazzino, siamo certi che dentro abbia il cuore pieno d’orgoglio. Dice che firmerebbe per un posto fra i dieci e che le sue crono migliori le ha fatte nelle corse a tappe, quindi la prova secca è un punto di domanda.

«E’ un percorso veloce – dice – però credo che dipenderà tanto dal vento. Dal punto di vista delle energie è molto dispendioso, perché comunque tratti di recupero ce ne sono veramente pochi. Sono 48 chilometri tutti da spingere. Quando si comincia a tornare indietro, ci sono degli strappetti che si sentono. Hai già fatto 25 chilometri di cronometro, per cui sarà molto più esigente di quello che sembra su carta, anche se la media sarà altissima.

«La strada è buonina, in alcuni pezzi è nuova, quindi super scorrevole, in altri non è super scorrevole (ride, ndr). Però tutto sommato non è malissimo. Io avrò il 60, non monocorona perché non me l’hanno dato, ma bloccherò la catena sul 60. Quanto alla ruota anteriore, dipenderà dal vento, finora però nel 90 per cento delle crono ho usato quella da 110».

Il furgone che li porta in hotel è pieno delle loro bici, si può partire. Il mondiale va avanti qui con la crono U23 e in serata nel velodromo di Glasgow con Letizia Paternoster nell’omnium e Scartezzini (davvero in difficoltà ieri della madison) nella corsa a punti.