EDITORIALE / Juniores con la valigia nel meridione d’Europa

20.11.2023
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«Si è sempre meridionali di qualcuno»: lo disse Luciano De Crescenzo in Così Parlò Bellavista, commedia italiana del 1984. Dal prossimo anno, juniores italiani andranno a correre all’estero e la scelta non è passata inosservata. Anche perché quella che inizialmente poteva sembrare una forzatura, è stata da poco autorizzata dalla Federazione ciclistica italiana. Nel Consiglio federale dell’11 novembre si è infatti reso possibile il tesseramento per società affiliate a Federazioni extra nazionali (in alto la Auto Eder, team U19 della Bora Hansgrohe, in una foto presa da Facebook), a patto che partecipino a un determinato numero di gare regionali.

Suscita clamore già da un paio di stagioni il fatto che emigrino gli under 23 di primo anno, attirati dai Devo Team delle WorldTour del Nord Europa. Ora che se ne vanno i piccoli, il primo istinto è l’indignazione. Un sentimento condivisibile. Partire significa spesso crescere più in fretta, ma non è detto che funzioni per tutti. Il rischio è tornare sconfitti, avendo perso del tempo. Per questo ci aspetteremmo una reazione anche più energica davanti alle cause che li spingono fuori dall’Italia. Perché questi ragazzi effettivamente partono?

Coppa d'Oro 2021
Dal prossimo anno, i migliori allievi potranno correre da juniores anche all’estero (foto Coppa d’Oro)
Coppa d'Oro 2021
Dal prossimo anno, i migliori allievi potranno correre da juniores anche all’estero (foto Coppa d’Oro)

Siamo tutti siciliani

Di certo perché ci sono agenti che glielo propongono e che negli ultimi anni – fra giovani e donne – hanno triplicato il bacino di utenza. I corridori parlano delle poche corse a tappe nel calendario nazionale (nel 2024 ce ne saranno due nuove). Del tipo di attività. Di squadre dedite al risultato e poco alla formazione. Vero o no che sia (sbagliato fare di tutta l’erba un fascio), sarebbe davvero utile parlare delle cause e non limitarsi a perdere la voce di fronte al fatto compiuto. Non è singolare però che nessuno abbia mai detto nulla quando a partire da juniores erano ragazzini siciliani come Visconti o Nibali? Oppure stranieri come i fratelli Vacek, arrivati in Italia da allievi? Forse per averne narrato la storia in un recente libro, il percorso di Visconti continua a sembrarci emblematico di cosa significhi per un ragazzo di 16 anni lasciare casa.

«La necessità di partire – ha detto anche di recente il palermitano – a un certo punto si è fatta impellente, perché giù non c’era più il calendario necessario per emergere. Ho cominciato a viaggiare da allievo. Da un certo punto in poi la mia vita è cambiata. Se non mi fosse piaciuta, probabilmente avrei smesso e non sarei durato troppo a lungo. Però era anche il tipo di vita che faceva la selezione fra i tanti che provarono insieme a me. Perché alla fine, di quei tanti sono rimasto solo io».

E così i siciliani partivano, lasciando gli affetti sull’Isola, anche loro in cerca di squadre migliori e gare più attendibili. Non tutti però sono diventati Nibali e Visconti, l’esperienza di Sciortino lo ha appena confermato. La risposta negli anni è sempre stata debole. Nessun presidente federale degli ultimi 30 anni – da Carlesso a Ceruti, da Di Rocco fino ai giorni nostri – può dire di averci provato seriamente. Il blocco dei siciliani ad opera del Comitato regionale agli inizi degli anni 90. Il Progetto Sud. Il balletto delle affiliazioni plurime, concesse e poi ritirate. I vincoli regionali. E tutto quell’universo di rimedi che hanno coperto per anni la scarsa intenzione di mettere mano al problema.

Forse lo si riteneva normale. Non si è sempre dato per scontato che per trovare lavoro si debba lasciare il Sud e trasferirsi al Nord? Giù non ci sono soldi, d’altra parte, su ci sono le fabbriche. E se invece i soldi finiscono anche al Nord? Succede che anche quelli di su scoprono (in parte) cosa significhi essere siciliani e veder partire i propri figli. Siamo il Meridione d’Europa, lo siamo anche geograficamente. E tutto sommato da una qualsiasi regione del Nord Italia si fa molto prima a raggiungere Raubing, sede della Bora-Hansgrohe, di quanto impieghi un palermitano per raggiungere Pistoia (il viaggio di Visconti).

Nibali da junior, Visconti già da allievo: essere ciclisti al Sud ha sempre comportato la necessità di lasciare presto casa
Nibali da junior, Visconti già da allievo: essere ciclisti al Sud ha sempre comportato la necessità di lasciare presto casa

Ragazzini con la valigia

Lo stesso inaridimento del Mezzogiorno si è prima esteso al Centro e ora sta attaccando il Nord. E la risposta, di fronte al calo dei tesserati, alla difficoltà di trovare squadra da juniores e poi da U23, alla ricerca di un’attività più qualificata, è stata gestire gli effetti senza andare alle cause. Invece di dare il via libera, che in caso di minorenni non è legato al diritto al lavoro, perché non riqualificare l’attività nazionale?

In verità non ci sembra affatto insolito che atleti di 17 anni mettano i sogni nella valigia e li portino dove vedono o credono di vedere una migliore prospettiva per il futuro. Come ai tempi di Visconti. Quello che troviamo disarmante è anche che il fenomeno non sia stato inquadrato a livello internazionale. Ognuno fa quel che gli pare: tanti partono, tanti tornano, qualcuno riesce, tanti smettono.

Alessio Delle Vedove è passato U23 con la Circus-ReUz, pagando da sé il proprio punteggio (foto DirectVelo)
Alessio Delle Vedove è passato U23 con la Circus-ReUz, pagando da sé il proprio punteggio (foto DirectVelo)

Tutti alle urne

Dopo le Olimpiadi si andrà nuovamente al voto e nei programmi elettorali dei vari candidati leggeremo di nuovo le proposte per il Sud e magari anche per l’attività giovanile.

Chi è chiamato al voto legga attentamente quei programmi e poi torni a leggere quelli delle ultime volte. Quindi verifichi quanto di ciò che è stato promesso sia stato effettivamente attuato. E a quel punto voti. Sarebbe curioso, in questa Italia che cerca il cambiamento ma poco fa per cambiare, vedere che cosa succederebbe se la base per una volta votasse con la testa anziché sulla base delle promesse che presto ricominceranno a piovere.

Che rapporto c’è fra i corridori e la loro bicicletta?

20.11.2023
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La bicicletta è l’oggetto del desiderio. Costosa e tecnologica, avveniristica e legata in modo indissolubile al motore umano, la bicicletta è una passione e anche uno strumento di lavoro che necessita di cura e manutenzione. Che rapporto hanno gli atleti con il proprio strumento di lavoro?

Abbiamo chiesto ad Andrea Guardini che, tolti i panni del corridore, è diventato il meccanico della Nazionale Italiana della pista (con qualche sbirciatina nel mondo della strada). Ci ha incuriosito un suo commento sul nostro canale YouTube, sotto al video che raccontava l’esperienza di Francesca Selva e Miriam Vece alla UCI Champions League: «Dal 2024 – ha scritto Guardini con tanto di emoticon sorridenti – corso base a tutti gli atleti su cambio rapporti e impacchettamento/spacchettemto pre e post gara!».

Andrea Guardini dopo un anno con il nuovo ruolo
Andrea Guardini dopo un anno con il nuovo ruolo
Cosa porti con te dopo la prima stagione da meccanico della Nazionale?

Un anno bellissimo, intenso e particolarmente impegnativo. Lo è stato perché devo costruire il mio futuro lavorativo, lo è stato perché avevo necessità di fare più giornate per accumulare un’esperienza diversificata, spendendo anche delle ore per imparare dai più esperti in materia. Ecco perché ho iniziato dalla pista e ho fatto il servizio tecnico anche in alcune gare su strada.

Nelle tue parole si percepisce emozione, è così?

Onestamente non avrei mai pensato di vivere delle emozioni così intense, ora che non sono più corridore. Le soddisfazioni che ho avuto agli europei su pista e che porterò sempre con me. Abbiamo fatto incetta di medaglie. Anche aver fatto l’assistenza tecnica agli atleti paralimpici, perché oltre a vedere quanto vanno forte, mi hanno trasmesso una visione di vita differente. Emozioni difficilmente quantificabili.

Guardini in Argentina con la nazionale pista al fianco del CT Villa
Guardini in Argentina con la nazionale pista al fianco del CT Villa
Stai toccando con mano l’enorme lavoro che viene fatto dietro le quinte?

E’ così. Quando ero corridore mi rendevo conto di quanto lavoro veniva fatto per mettere in condizione i corridori di avere il meglio, ma si capisce appieno la mole di cose da fare solo quando si indossa il grembiule e si prendono in mano gli attrezzi. Da una parte è bellissimo, dall’altro lato è veramente tosto e pensavo fosse più semplice. E’ pur vero che la strada e la pista sono due mondi paralleli, ma differenti soprattutto per quanto concerne la gestione tecnica della bicicletta.

Quale è in generale il rapporto che i corridori hanno con la bicicletta?

Posso dire che è un modo di vedere soggettivo. Ci sono corridori e ci sono sempre stati che vedono la bicicletta come una prolunga del proprio corpo e altri che non toccano nulla e lasciano fare tutto ai meccanici quando c’è l’occasione. Prendiamo ad esempio la bicicletta da allenamento, quella più sfruttata e lontana dagli occhi del meccanico. Ci sono atleti che la trattano come fosse la fidanzata (io ero uno di quelli), altri che non la toccano per mesi. E quelle infatti sono le bici che non si possono né vedere né sentire per quanto sono sporche e per i rumori che fanno.

Da sintetizzare con la frase “ho il cambio che salta”?

Si esatto e di solito io rispondo, meno male che fa solo quello!

Per meccanica e tecnica, le bici da pista e quelle da strada sono diverse anche nella gestione
Per meccanica e tecnica, le bici da pista e quelle da strada sono diverse anche nella gestione
Ci puoi raccontare un aneddoto?

Quando ero corridore non sopportavo la bici sporca e che faceva rumori fastidiosi. Non ero un meccanico professionista, ma nella manutenzione fatta a casa mi gestivo bene. Ad esempio prima di fare una distanza lavavo la bici. Quest’anno, prima di partire per l’Argentina ho preso in mano una bici da allenamento che gridava pietà. Povera bicicletta, mi sembrava sofferente per quanto era sporca!

Succede anche con le bici da pista?

Con le bici da pista è diverso. Ovviamente non subiscono le incurie dell’ambiente esterno, ma sono comunque soggette a manutenzione. La polvere che si genera con il legno e altre variabili influiscono sulla loro efficienza.

La conoscenza del mezzo potrebbe aiutare anche nelle situazioni più spinose
La conoscenza del mezzo potrebbe aiutare anche nelle situazioni più spinose
Eppure si potrebbe pensare che le nozioni di meccanica facciano parte del mestiere del corridore!

Dovrebbe essere così. A mio parere manca un minimo di formazione meccanica, piccole cose e semplici segreti che potrebbero facilitare la vita degli stessi corridori in qualche situazione, anche nell’ottica di biciclette più complicate, vedi le trasmissioni elettroniche, i freni a disco e altre variabili. Una volta, una delle prime cose che il pistard si teneva una chiave inglese da 15, fondamentale per cambiare i rapporti e altre cose. Per le bici da strada si teneva un forcellino, quello del cambio, di scorta. Un’abitudine che non esiste più, ma è pur vero che gli staff che ci sono oggi una volta non esistevano.

La multidisciplina è una scuola anche in questo?

Aiuta a svegliarsi e ad essere più… sgamati. Di sicuro aiuta nella visione di corsa, ma anche per quanto riguarda la capacità di leggere i comportamenti della bicicletta. Ne sono convinto da sempre.

Gabriele Tosello che all’Astana ha lavorato con Nibali e con Guardini, aiutandoli nelle scelte
Gabriele Tosello che all’Astana ha lavorato con Nibali e con Guardini, aiutandoli nelle scelte
C’è anche una categoria di atleti che invece mastica la tecnica del mezzo?

Sì, certo! Prendi ad esempio Nibali, ma anche Viviani che è un preciso e molto attento ai materiali. Vincenzo era capace di smontare e rimontare la bicicletta. Provava sempre cose diverse, ai ritiri passava due/tre ore con i meccanici. Anche a me piaceva capire cosa stavo utilizzando, non come lui, ma ritenevo questa pratica una parte del mio lavoro di corridore. Mi rendo conto che più si va avanti e più questa tipologia di corridori viene a mancare, ma non è tutta colpa dell’atleta, perché il mestiere è cambiato molto.

Cosa significa?

Significa che oggi è tutto molto più complesso. Il corridore deve stare attento ai dati dall’allenamento, sentire cosa gli dice l’allenatore, controllare sulla app del telefonino se ci sono aggiornamenti nel profilo personale, andare dal motivatore, controllare il peso e la dieta, fare stretching. Tante cose che sottraggono tempo e concentrazione. Capisco quei ragazzi che durante il giorno sfruttano il poco tempo che rimane per disconnettere il cervello.

Bramati lancia l’operazione Moscon. L’obiettivo è vincere

20.11.2023
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«Moscon è con me – dice Bramati – nei giorni scorsi ho cominciato a guardarlo negli occhi. E’ molto determinato, abbiamo parlato tanto. Sono contento che l’abbiamo in squadra, lo dicevo sin da quando era under 23 che fosse un corridore in grado di fare grandi cose nel professionismo. E adesso cercherò di motivare lui come ho sempre motivato tutti per arrivare a dei grandi risultati. E’ arrivato in questa squadra per ultimo. Abbiamo parlato, ma ora saremo noi a decidere il suo programma. A dicembre a Calpe ci sarà tempo per sedersi e decidere dove iniziare. Dobbiamo conoscerlo meglio, lo vedremo in allenamento e lo vedremo in generale».

Bramati è tornato a casa dal Belgio, dove la Soudal-Quick Step ha festeggiato i 25 anni di attività e il bergamasco è fiero nel dire di esserci stato dall’inizio. Prima come corridore e a seguire come direttore sportivo. Il tempo di tornare a casa ed è cominciato il susseguirsi di videoconferenze per iniziare a parlare dei programmi dei corridori, che saranno sbrogliati definitivamente nel ritiro di Calpe, a metà dicembre.

Bramati è nel gruppo belga dal 1999, quando la squadra si chiamava Mapei-Quick Step. Qui alla Japan Cup
Bramati è nel gruppo belga dal 1999, quando la squadra si chiamava Mapei-Quick Step. Qui alla Japan Cup
Come è stato il primo approccio con Moscon?

Abbiamo avuto questi tre giorni per conoscerci, è stato bello. Abbiamo visitato la sede di Soudal e poi anche Quick Step. I 27 corridori hanno fatto un team building tutti insieme e so che si sono divertiti tanto. In gruppo c’è l’atmosfera festosa come sempre, ma sicuramente da dicembre bisognerà mettersi sotto, iniziare a pedalare per il 2024, sperando che non succeda niente.

Prima che arrivasse da voi, cosa pensavi di Moscon?

Che fosse un predestinato e infatti anche nel professionismo, appena passato, ha fatto veramente delle belle cose. Sono contento che ce lo abbiano proposto.

La vittoria di Bagioli al Gran Piemonte e quella di Van Wilder alla Tre Valli sono state prova di grande reazione
La vittoria di Bagioli al Gran Piemonte e quella di Van Wilder alla Tre Valli sono state prova di grande reazione
Perché Cattaneo ha detto che questa è la squadra giusta per rilanciarsi? Perché Lefevere l’ha paragonato all’esperienza con Cavendish?

Abbiamo sempre preso corridori all’ultimo momento e Mark (Cavendish, ndr) è stato l’ultima nostra scommessa. Cattaneo ha ragione, siamo una squadra vincente. Tanti hanno detto che quest’anno siamo stati sottotono, ma io penso che cogliendo 55 vittorie dietro a due colossi come la Jumbo e la UAE, abbiamo fatto la nostra parte. Abbiamo vinto in tutti i tre Grandi Giri e abbiamo vinto una Monumento. Penso che la squadra abbia dimostrato di avere sempre la mentalità vincente, lo stimolo che da anni riusciamo a trasmettere ai corridori.

Forse si è parlato poco della reazione durante il periodo della presunta fusione…

Esatto. La settimana delle corse italiane e i risultati delle ultime cinque gare di fine stagione sono stati la prova della nostra compattezza, nonostante le tante voci che c’erano in giro. La squadra ha reagito veramente alla grande. I corridori che indossano la nostra maglia portano la mentalità di questo gruppo, che coinvolge anche noi direttori e tutto lo staff. L’ho sempre detto: è una grande famiglia.

Che va avanti da un quarto di secolo…

La settimana scorsa c’è stata la festa dei 25 anni e io ci sono dall’inizio. Penso che questa sia anche la nostra forza e non vogliamo perderla. Vogliamo continuare su questo passo e spero che Gianni si integrerà bene già da dicembre. In questi giorni ha visto la mentalità, a dicembre ci sarà da rimboccarsi le maniche e lavorare, programmando il 2024 che per lui sarà veramente importante. Spero che ottenga il riscatto di tutte le qualità che ha sempre avuto sin da giovane.

Moscon ha sempre avuto bisogno di grandi motivazioni, forse l’ultimo averlo capito è stato Cassani in nazionale. E’ importante per un corridore come lui il fatto di sentire la fiducia della squadra?

Penso che nel ciclismo degli ultimi anni, dove il livello si è alzato tantissimo, i corridori devono arrivare agli appuntamenti preparati alla perfezione. Ma un altro fattore che conta tantissimo è la motivazione. Se la squadra crede in loro, questo diventa un altro punto di forza. Si sa che durante l’anno ci sono dei momenti in cui le cose non andranno bene e in quelle situazioni la squadra deve essere dalla parte del corridore, saperlo seguire, saperlo far reagire nei momenti che non vanno. Penso che noi l’abbiamo sempre fatto e sicuramente continueremo a farlo.

Quarto ai mondiali di Harrogate 2019, mentre consola Trentin giunto secondo. In azzurro Moscon non ha mai deluso
Quarto ai mondiali di Harrogate 2019, mentre consola Trentin giunto secondo. In azzurro Moscon non ha mai deluso
I programmi definitivi si faranno a dicembre, ma intanto come si procede?

Siamo a buon punto, manca solo di parlare con i corridori. Io ho i miei 4-5 da seguire, fra cui anche Gianni. Nei prossimi giorni li chiamerò per farci una prima chiacchierata e avere un’idea ancora più completa, affinché a dicembre si decida nel modo giusto. I programmi saranno poi rivelati il 9 gennaio alla presentazione della squadra. La speranza nel frattempo è che tutto vada bene, che non ci siano incidenti, che nessuno si ammali, che nessuno cada, per avere una programmazione senza imprecisioni. Dicembre, gennaio e febbraio, anche più di un tempo, sono veramente tre mesi molto importanti, sia per il lavoro del singolo, sia per la programmazione degli obiettivi della squadra.

Moscon ha ricevuto anche la nuova bici?

Proprio in questi giorni stanno partendo le mail alle squadre precedenti dei nuovi corridori, affinché dal primo dicembre li lascino liberi di utilizzare i nuovi materiali. Altrimenti non si può. Non dovrebbe nemmeno servire fare una simile richiesta, ma ad ora la situazione è questa. Seguo anche Landa e anche lui è nella stessa posizione.

L’UCI promuove a pieni voti il Giro della Lunigiana

19.11.2023
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Sui profili social del Giro della Lunigiana è apparso qualche giorno fa l’evaluation report stilato dall’UCI. Per la corsa internazionale juniores c’è stata una promozione a pieni voti. Così, incuriositi da quello che è il lavoro fatto per mettere in piedi un’organizzazione del genere, abbiamo chiesto a Lucio Petacchi, presidente della corsa e ad Alessandro Colò, uno degli organizzatori, che cosa vuol dire per loro tale riconoscimento

Il report redatto dall’UCI che promuove l’organizzazione del Giro della Lunigiana
Il report redatto dall’UCI che promuove l’organizzazione del Giro della Lunigiana

Tutti al lavoro

Non ci sorprendiamo nel venire a conoscenza del fatto che gli ingranaggi si siano già messi in moto per l’edizione del 2024. 

«Tutti quei semafori verdi – dice Lucio Petacchi, direttore del Giro della Lunigianaci fanno solo piacere e dicono che abbiamo lavorato bene. Organizzare la più importante corsa a livello juniores è un lavoro immane, già ora siamo all’opera per la prossima edizione. Sono passato dai Comuni e dalle Amministrazioni per iniziare a costruire il percorso. Contiamo molto sui nostri punti fermi come Regione Liguria, Città di La Spezia, Luni, Pontremoli, Fivizzano, Massa e da due anni a questa parte anche Portofino e Chiavari».

«Nella scorsa edizione abbiamo inserito una figura importante – continua Petacchi – che è quella dell’intermediario tra le squadre e noi dell’organizzazione. Questo ruolo lo ricopre Rino de Candido, ex cittì della nazionale juniores. Lui conosce questo mondo e si interfaccia con le varie selezioni nazionali e regionali per riportare il loro punto di vista».

Sicurezza al primo posto

Ma nello specifico che lavoro c’è dietro al Giro della Lunigiana? Noi abbiamo avuto modo di raccontarvelo da dentro, curiosando nei vari aspetti. Ma è con Alessandro Colò, uno degli organizzatori, che entriamo nello specifico. 

«La sicurezza è il punto più importante per noi – racconta Colò – e per avere sicurezza servono strade libere. Questo vuol dire partire tre mesi prima con la verifica dei percorsi, individuare gli incroci strategici e predisporre così i volontari sul percorso per chiudere il passaggio alle macchine. Per ogni tappa si definiscono quante persone appiedate servono e quante, invece, in moto. Ci sono due persone che si occupano di ciò e sono Marco Casini e Gianluca Buriani.

«Poi bisogna transennare partenza e arrivo – prosegue – e in quel caso una persona si occupa della logistica: posizione transenne, decidere dove mandare le auto, i giudici e le moto. In questo ci aiuta la planimetria del territorio che usiamo come riferimento. Per ultima cosa, il giorno della corsa si devono posizionare i cartelli sui punti pericolosi del percorso. Anticipano in moto la gara, ed è un lavoro che va programmato bene, quindi mesi prima dei volontari visionano le tappe e decidono quali punti sono da segnalare, così fanno una lista dei cartelli di cui hanno bisogno. Per esempio: tre cartelli per ogni incrocio pericoloso, due per le curve a gomito, quattro per i restringimenti».

Pubblico e percorso

La seconda parte evidenziata dall’UCI riporta la voce pubblico e percorso, due fattori che devono combaciare per far sì che la corsa non sia goduta solamente dai ragazzi ma anche dagli appassionati.

«Per il percorso – continua Colò – l’UCI impone, per le corse a tappe internazionali della categoria juniores, un massimo di 400 chilometri in totale. Capite che a livello di territorio e di Comuni non è facile far combaciare tutto, nell’edizione 2023 siamo stati dentro al pelo con 398 chilometri percorsi, trasferimenti esclusi. I trasferimenti servono proprio a noi organizzatori per unire le città di partenza e arrivo. Per questo a volte i trasferimenti sono più lunghi del necessario. Un’altra difficoltà è legata alla modifica dei percorsi, cosa che può accadere. Per esempio quest’anno abbiamo modificato alcune tappe perché tra i sopralluoghi di maggio e il periodo della gara erano cambiate delle cose. 

«La voce pubblico – spiega – è legata a come i tifosi riescono a seguire la corsa. Se ci sono strade alternative per andare alla partenza o all’arrivo. Se c’è lo spazio per far stare la gente a bordo strada, insomma tutta la logistica legata al pubblico».

Il pubblico a bordo strada si è presentato sempre in gran numero ed ha potuto assistere in tutta comodità alla corsa (foto Fruzzetti)
Il pubblico a bordo strada si è presentato sempre in gran numero ed ha potuto assistere in tutta comodità alla corsa (foto Fruzzetti)

Alberghi e media

Non è facile trovare una sistemazione per tutte le squadre che prendono parte al Giro della Lunigiana. Si deve tener conto del fatto che non si possono costringere i team a fare trasferimenti troppo lunghi. Ma i giorni del Giro della Lunigiana coincidono con la fine della stagione estiva, i turisti sono presenti su un territorio a metà tra mare e montagne. 

«l’UCI controlla tutti gli alberghi dove alloggiano i team – dice ancora Colò – ed i servizi devono essere all’altezza. Cucina, spazi per i mezzi e per lavare le bici. Abbiamo già parlato con alcune strutture per prenotare dei posti in vista del 2024. Diamo un numero di persone che intendiamo far alloggiare presso l’hotel e concordiamo un prezzo, perché comunque da noi è alta stagione.

«La parte della copertura mediatica (che ha riguardato anche noi di bici.PRO, ndr) è riferita alla copertura televisiva e non solo. Noi avevamo previsto una differita sui canali Rai la domenica dopo la fine della corsa. In più c’è anche la parte social, dove ci siamo impegnati tanto per mantenere la comunicazione sempre aggiornata. Facevamo una diretta tutte le mattine, post e aggiornamenti sulla corsa, notizie scritte e foto. Senza dimenticare anche la velocità di comunicazione riguardo gli ordini di arrivo e le classifiche aggiornate».

«Gli standard sono alti – conclude Lucio Petacchi – ma per gestire al meglio una corsa importante come la nostra è giusto che sia così. Noi veniamo ripagati con questo tipo di giudizi, perché è quello che ci spinge a migliorare e proporre sempre un prodotto nuovo e ben confezionato».

Un giorno ad Herentals dove tutto parla di Van Aert

19.11.2023
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HERENTALS (Belgio) – Capita che in una bella (chiaramente un eufemismo!) giornata d’autunno ci si ritrovi ad Herentals, il paese di Wout Van Aert. Pianura, pianura e ancora pianura. Piste ciclabili ovunque. Un campanile in stile gotico-fiammingo e tutto ordinato in un modo che è quasi irritante!

Ci mettiamo, come molti tifosi, in “pellegrinaggio”, vale a dire alla ricerca della casa di Van Aert. Sapevamo che comunque non lo avremmo incontrato. Wout era in Sud America da Rigoberto Uran. Però questo “gioco” non ha fatto altro che portarci ancora di più nel suo mondo.

Campagna “poco” tranquilla

Herentals, paese di 26.000 abitanti nelle Fiandre Orientali, fa parte della provincia di Anversa. Qui si respira ciclismo, nel raggio di 25 chilometri sono nati non si sa quanti campioni. Due su tutti? Eddy Merckx e Tom Boonen. Ed è la patria del ciclismo anche perché tutti vanno in bici e perché il mito non è solo Van Aert. Herentals è la patria di Rik Van Looy, uno dei tre assieme al Cannibale e De Vlaeminck, che è riuscito a vincere tutti e cinque i Monumenti. Anzi, ad essere pignoli questa è più la patria di Van Looy che di Van Aert. 

Il fuoriclasse della Jumbo-Visma è infatti di Lille, non quella francese, ma un paese omonimo poco distante da Herentals. 

E proprio nelle campagne tra Herentals e Lille, ma in territorio di Herentals, c’è la sua casa. Una bella villa. Assolutamente non esagerata, col giardino e il tetto spiovente. La tranquillità in teoria regna sovrana. Campi di rape, di barbabietole e ampi pascoli.

Quando siamo andati noi, pioveva a dirotto e non c’era davvero nessuno in giro, ma giusto qualche tempo fa Van Aert si era risentito. Aveva chiesto pubblicamente di essere lasciato in pace quando era a casa. «Ogni giorno viene da me qualcuno per autografi, selfie o per propormi questo o quell’evento. Ognuno con una sua storia, una richiesta… Ormai non rispondo più», riportava la Gazet van Antwerp. 

E scatta automatico il paragone con Remco Evenepoel, per molti belgi reo di essersi trasferito in Spagna. La metà dei tifosi ama Remco, l’altra metà decisamente no. Ma tutti tifano Van Aert.

E qui è davvero un Vip, come potrebbe essere un calciatore da noi. 

Si legge della nascita del suo secondogenito. Dell’acquisto di una nuova automobile. Del primo giorno di scuola del primogenito, con tanto di foto di mamma Sarah e papà Wout che lo accompagnano.

Nella patria del ciclocross

Da Lille a Herentals ci sono una dozzina di chilometri, forse meno. Van Aert abita nel mezzo come detto. Qui non c’è davvero lo spettro di una salita, neanche uno “zampellotto”. C’è da chiedersi come faccia questo atleta ad essere tanto forte quando la strada sale. Okay esserci portati, ma un minimo di allenamento, di feeling con le pendenze, servirà pure.

Però recupera in quanto ai percorsi di cross. In questi giorni in Belgio, abbiamo visto una quantità spropositata di nuovi percorsi ciclabili, anche gravel, per quella che è una vera rete ciclistica, e badate bene non abbiamo detto ciclabile, ma ciclistica. Van Aert dunque recupera con una zona particolarmente adatta al cross. 

E’ proprio dietro casa sua infatti che c’è la foresta di Bosbergen. Qui qualche lieve avvallamento c’è… relativamente al cross chiaramente. L’area di Bosbergen-Lichtaart è tutta in sterrato, è una roccaforte per la mtb, il gravel e appunto il ciclocross. Van Aert ha una vera palestra naturale. Ci abbiamo messo in naso: era un tappeto di foglie morte, ma i sentieri promettevano bene. Ci hanno detto che nel weekend è un brulicare di rider di ogni tipo.

Ad Herentals con Van Looy

Nei negozi di bici c’erano i poster di Van Aert. Sul vetro di un ufficio c’era Van Aert. In un grande cartello al centro della piazza che annunciava vari eventi, c’era Van Aert. E lo stesso Wout, ma anche Rik Van Looy, Erwin Vervecken e Sanne Cant, i quattro campioni del mondo della città, comparivano stilizzati su un murales nel quartiere Vest (nella foto di apertura).

Nella piazza centrale, la Grote Markt, di Herentals due anni fa andò in scena una super festa in onore del corridore, al ritorno dal Tour de France. Wout aveva vinto una tappa, la maglia verde ed era stato protagonista assoluto nella prima conquista della Grande Boucle del compagno Vingegaard. Si stima ci fossero quasi 40.000 persone e non tutte riuscirono ad entrare nella piazza.

Sempre in Grote Markt c’è la statuta di Van Looy. Lo hanno ritratto in veste borghese e in anzianità, come per sottolineare che Rik era uno di loro. Non c’era bisogno di metterlo su una bici per dire al mondo che quello era Van Looy e cosa aveva fatto.

Magari un giorno di fronte a Rik ci sarà anche la statua di Wout, come quelle di Peppone e Don Camillo a Brescello. Chissà, anche lui sarà riuscito a mettere nel sacco tutti e cinque i monumenti. O magari il Giro d’Italia.

Pensieri e parole di Velasco sulla magia del tricolore

19.11.2023
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SAN GIOVANNI IN MARIGNANO – Una “Serata di Grande Ciclismo” sulle colline riminesi al confine tra Romagna e Marche. L’occasione creata da Fisioradi e Ca’ Virginia per incontrare i campioni italiani e non solo, per premiarli in nome della bici.PRO Challenge. Arrivata alla sua terza edizione, quest’anno a ricevere la maglia tricolore stampata in 3D da Morfeo Gadget non poteva che essere Simone Velasco.

Il bolognese dell’Isola d’Elba è stato infatti premiato per la sua stagione e per la vittoria conquistata in quel di Comano Terme (Trento). Sul palco Simone ha risposto con tanto orgoglio e un sorriso che lo accompagnerà per 365 giorni. Arrivati quasi al giro di boa, abbiamo chiesto un bilancio di questo suo finale di stagione in tricolore e le ambizioni per il 2024. 

La vittoria al campionato italiano ha riacceso l’entusiasmo nel 2023 di Velasco
La vittoria al campionato italiano ha riacceso l’entusiasmo nel 2023 di Velasco

Piccola rinascita

Per Velasco il 2023 è stato un anno di svolta. Le vittorie sono state “solo” due, ma il significato di quella che gli è valsa la maglia tricolore, ha mosso sicuramente qualche consapevolezza in lui. Magari basata sul passato, quando il professionismo era solo un sogno. 

«Davo segnali di forza e di classe – spiega Velasco – a sprazzi non ero più quello che ero una volta, quando da juniores o da dilettante avevo la mia continuità ed ero sempre ai vertici. Da quando ho vinto la maglia tricolore ho ritrovato questa voglia e si è visto durante tutto il corso della seconda parte della stagione. Questo mi fa ben sperare per il 2024. E’ sicuramente un’iniezione di fiducia e di motivazione.  

«Questo 2023 – dice – si è concluso con la “botta” alla Veneto Classic che mi ha lasciato un po’ di traumi e di residui. Comunque abbiamo ripreso normalmente la preparazione. Adesso stiamo preparando al meglio il 2024 e speriamo che sia un’altra bella annata. Avendo avuto l’infortunio facciale nella zona dentale ed essendo un punto molto delicato, poteva compromettere anche parte dell’inverno. Però in qualche giorno ho recuperato, un po’ di punti ma fortunatamente eravamo già a riposo e non mi ha compromesso niente».

Per Simone Velasco un buon finale di stagione che ha confermato l’ottima annata
Per Simone Velasco un buon finale di stagione che ha confermato l’ottima annata

Oneri e onori

Il ciclismo è da sempre uno sport democratico e paritario. Allo stesso modo ogni anno vengono assegnate le maglie di campioni nazionali che vestono il ciclista che per un anno rappresenterà quella nazione sulle strade di tutto il mondo. Una responsabilità che comporta oneri e onori e questo Simone lo ha già imparato.

«Non sono in tanti – afferma Velasco – che possono dire di aver vinto la maglia tricolore. Quando rappresenti la tua Nazione per un anno intero e lungo tutte le strade del mondo, poi rimani nelle pagine della storia per sempre. Quindi è per me è un onore vestire la maglia di campione italiano. Ti regala quella spinta per dare ancora qualcosina in più e fare sempre il meglio possibile.

«Sicuramente si fa fatica a riposarsi – sostiene Simone – però allo stesso tempo è bello essere in queste manifestazioni. Fino a poche ore fa, ero in tutt’altra parte d’Italia, ho fatto una corsa per esser qui. Ho piacere di prendere parte a questa serata e penso che sia anche doveroso essere presente per chi vuole premiarti e omaggiarti con passione e sorrisi. Vedo sempre tanti giovani ed è importante fare queste cose anche per loro».

L’apertura dello spumante Astoria per il brindisi finale
L’apertura dello spumante Astoria per il brindisi finale

La ciliegina

Salito sul palco per ritirare il premio e mettere in palio le sue maglie (dimenticate a casa, ndr) per la lotteria della serata, Velasco si rivolge a Filippo Zana che siede al suo stesso tavolo: «Vorrei fare come Filippo e vincere magari al Giro in maglia tricolore. Sarebbe la ciliegina sulla torta».

Un auspicio che fa sognare gli appassionati e può essere un obiettivo realizzabile e replicabile in più occasioni, non solo al Giro. Un modo per motivarsi per il 2024 alzando l’asticella e ponendosi standard di nuovo più ambiziosi a cui Simone forse mancavano da un po’.

«La preparazione per il 2024 – conclude Velasco – rimane bene o male la solita. E’ certo che cerchiamo di concederci qualche momento di relax in meno perché gli anni passano anche per me. Quindi ogni anno bisogna fare qualcosina in più e implementare quello che poi riguarda la performance, però comunque non andiamo a stravolgere niente. Quello che faremo sarà focalizzare il programma in funzione di qualche appuntamento importante. Come le classiche di inizio stagione tipo Milano-Sanremo e in prospettiva magari del Giro d’Italia, poi si vedrà».

I trofei realizzati con la stampante 3D da Morfeo Gadget rappresentata da Riccardo Pellegrini
I trofei realizzati con la stampante 3D da Morfeo Gadget rappresentata da Riccardo Pellegrini

Grande ciclismo

Oltre 200 partecipanti, appassionati e praticanti hanno applaudito nel corso della serata anche gli altri campioni presenti: Filippo Zana, Rachele Barbieri, Filippo Baroncini e Giovanni Carboni. Saliti sul palco si sono raccontati. Zana, premiato l’anno scorso con la maglia tricolore Challenge bici.PRO ha portato a termine una stagione ai vertici in più occasioni. Le vittorie al Giro e quella dello Slovenia su tutte. La Barbieri, ha invece spiegato a cuore aperto il suo addio momentaneo alla pista che ha raccontato anche a noi qualche giorno fa. Baroncini, ha rilanciato sulle classiche e sulla voglia di essere protagonista con la maglia della UAE Emirates. Infine Carboni, a cui è andato l’in bocca al lupo della sala per la ricerca della squadra per il 2024

Gli ospiti erano tanti, dai ciclisti più piccoli a quelli d’onore. Tra quelli che hanno sicuramente strappato un sorriso sono stati i tre commentatori di Eurosport. Luca Gregorio e Moreno Moser, dal palco, hanno videochiamato il convalescente Riccardo Magrini in via di guarigione, ma sempre sorridente e con la battuta pronta. Una “Serata di Grande Ciclismo” guidata dalla voce di Ivan Cecchini e gli interventi di Maurizio Radi di Fisioradi e Giacomo Rossi di Ca’ Virginia

Ancora da De Lie. Resistenza, esplosività e testa da finisseur

19.11.2023
5 min
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LESCHERET (Belgio) – Nella visita a casa di Arnaud De Lie si è parlato anche di allenamenti e argomenti tecnici. Uno su tutti, il fatto che lui non è e non si sente (questo è molto importante) un velocista puro. Anzi…

Dietro a questa sua definizione ci sono determinate caratteristiche fisiche e anche un certo ambiente che le favorisce, vale a dire le sue strade di allenamento quotidiane. E questo ambiente sono le cotes delle Ardenne, che ben conosciamo per la Liegi, per la Freccia… Affrontarle non “di rimessa” come farebbe uno sprinter e con una certa predisposizione mentale, può incidere molto proprio sull’identikit del corridore.

Chiaro che Greipel, per esempio, non sarebbe mai stato uno scalatore anche se fosse vissuto quassù, ma magari avrebbe avuto un altro feeling con le salite. A tal proposito ci viene in mente una vecchia frase di Paolo Bettini che parlando delle colline vicino alla sua Cecina, disse che la Liegi non poteva che venirgli naturale.

Arnaud ci ha aperto la porta di casa: tanti i temi toccati
Arnaud ci ha aperto la porta di casa: tanti i temi toccati

Esplosività e resistenza

Lescheret sorge a circa 450 metri di quota. Collina dunque, ma De Lie afferma che ha anche un po’ di pianura non troppo lontano ideale per certi lavori o per sciogliere la gamba.

Arnaud è velocissimo, ma tiene bene nelle salite non troppo lunghe. Alto 182 centimetri per 78 chili, è chiaro che può andare bene per gare non troppo dure. Anche se lui ha dimostrato il contrario, quindi sopperisce ai chili con una grande potenza.

E proprio sul discorso della forza abbiamo parlato con Arnaud: «In questo momento della stagione – dice il corridore della Lotto-Dstny – vale a dire la ripresa, sono molto importanti entrambi: sia l’esplosività che gli allenamenti più lunghi e tranquilli. Che poi è quello che ho già fatto l’anno scorso. Abbiamo visto che ha funzionato bene, anche per le corse più lunghe di 200 chilometri e persino di 260. In questo caso penso alla Gand. In quella corsa credo di aver avuto uno dei miei giorni migliori in bici, ma ho avuto tre forature nel momento sbagliato».

«Ora che ho in mente anche le classiche, devo saper combinare bene la tenuta con l’esplosività. Ci stiamo lavorando con il mio allenatore. Sappiamo che le classiche arrivano fino a sei ore e che devi essere esplosivo nel finale, ma devi anche spendere poco per le prime quattro. Quindi in quelle due ore restanti devi sapere come aprire il gas».

«Ma per essere esplosivo nel finale devi anche essere resistente. Quest’anno si è visto che sono migliorato sotto questo aspetto, ma credo anche che la resistenza sia qualcosa che vada a migliorare naturalmente di anno in anno alla mia età».

De Lie vince il GP du Morbihan, corsa con 2.800 m di dislivello. Non a caso il secondo è stato Gregoire, che non è certo uno sprinter
De Lie vince il GP du Morbihan, corsa con 2.800 m di dislivello. Non a caso il secondo è stato Gregoire, che non è certo uno sprinter

Palestra? Il giusto

Oggi molti sprinter, ma non solo (ricordiamo che De Lie si è definito finisseur), fanno dei richiami di palestra anche nel corso della stagione. Per alcune squadre il lavoro coi pesi o a secco è una filosofia. 

«Direi che non conta molto per la squadra – spiega De Lie – semmai è più a livello personale. La palestra la faccio, ma preferisco lavorare di più sull’esplosività in bici. I richiami di forza durante la stagione qualche volta li faccio».

«Ho lavorato in palestra parecchio quest’anno dopo la caduta a Dunkerque e la conseguente frattura della clavicola. Ci ho lavorato con un fisioterapista e penso ci sia stato ancora un cambiamento nel mio fisico. Vediamo se sono diventato più forte grazie a questo. E’ un piccolo bonus alla fine, ma saranno i risultati a dirlo».

«Essendo un finisseur per vincere una gara devi avere una grande velocità di punta. Ma non basta. Stiamo lavorando super forte sugli sforzi di 5-6 minuti e anche sugli sforzi più brevi e intensi di 10-15-20-30 secondi».

Siamo nelle Ardenne e queste sono le strade davanti casa Di Lie. Lescheret sorge a circa 450 metri di quota
Siamo nelle Ardenne e queste sono le strade davanti casa Di Lie. Lescheret sorge a circa 450 metri di quota

Freddo e testa

E poi c’è un altro aspetto che ci ha colpito di De Lie, quello del freddo. L’altro giorno a casa sua il vento si faceva sentire. Non era certo un clima mediterraneo. Arnaud senza giacca era a suo agio.

Suo papà Philippe ci raccontava tuttavia che anche da quelle parti il clima è cambiato. Che una volta d’inverno la neve restava a terra a lungo, adesso non nevica quasi più. E quelle giornate con temperature anche a -15 gradi sono ormai rarissime. In questo contesto, anche se fa meno freddo, allenarsi in bici non è proprio il massimo.

«Freddo? Io non sento mai freddo – ci ha detto con la sua solita naturalezza De Lie – a me piace questo clima. Mi trovo bene. Certo, se però ci sono dieci gradi sotto zero, come è accaduto una volta, preferisco andare in Spagna al caldo!».

Anche questo può sembrare un aspetto banale, ma l’approccio mentale al freddo è indicativo. Si dice che quando piove la metà dei corridori al via siano spacciati. Avere una certa predisposizione mentale verso certe avversità vuol dire molto, così come il non sentirsi “solo” uno sprinter. 

Corone grandi: perché le usano e quali differenze con le compact?

18.11.2023
6 min
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La combinazione delle corone 54-40 è diventata uno standard tra i pro’ (c’è chi usa abitualmente il 55 o il 56). Il motivo principale è relativo alle velocità e alle medie orarie sempre più elevate, in pianura, in volata, come in salita. Le compact (52-36) vengono usate in casi di pendenze estreme e dai corridori che praticano il gravel.

Abbiamo fatto anche un confronto tra l’utilizzo dei due plateau, con l’ausilio della piattaforma Shimano Connetc Lab.

Con le corone Miche è possibile personalizzare il plateau Ultegra, ottima soluzione
Con le corone Miche è possibile personalizzare il plateau Ultegra, ottima soluzione

Il nostro test

Prima di tutto si è cercato di rendere il test replicabile, utilizzando lo stesso percorso e la medesima base di lavoro (bici Exept, power meter Shimano Ultegra e pignoni Miche Primato 11/34, analisi dei numeri tramite Shimano Connect Lab e device Garmin 1040 Solar). Una prova sul campo, facile da interpretare e che non vuole essere “un’analisi scientifica”. Le diverse fasi del test sono state eseguite in un ambiente esterno. Le variabili esistono e sono da considerare (ad esempio il vento e la temperatura).

Con entrambe le combinazioni abbiamo pedalato sulla stessa salita (6% di pendenza media) di 4,28 chilometri (con la corona da 36 e da 40, pignone da 21 posteriore) e su un tratto in pianura di 2,12 chilometri (usando il pignone da 17) senza traffico e curve. Nelle due situazioni non ci siamo mai alzati in piedi sui pedali e abbiamo tenuto il riferimento di 80 rpm. Il nostro peso attuale è di 67 chilogrammi.

Power meter Shimano Ultegra e corone 52-36
Power meter Shimano Ultegra e corone 52- 36

Cadenza e una sorta di pignone fisso

Una scelta per considerare il lavoro in KiloJoule e per permettere anche a chi non usa il misuratore di potenza, di potersi immedesimare in questa prova. E’ naturalmente da considerare la differenza in fatto di sviluppo metrico (36×21 3,694 e 40×21 4,104 metri, 52×17 6,591 e 54×17 6,845 metri), fattore che comunque ci permette di capire quanto proprio gli sviluppi metrici influiscono sul consumo di energie (sulla forza da imprimere sui pedali) ed inevitabilmente sulla performance.

In ambito pro le “vecchie” 53/39 sembrano ormai dimenticate
In ambito pro le “vecchie” 53/39 sembrano ormai dimenticate

Usando corone 52-36

Il tempo del tratto in salita è stato di 1447“, con una potenza normalizzata di 282,7 watt, media di 276,3 watt e com 150 bpm medi. Il bilanciamento medio tra gamba destra e sinistra è stato rispettivamente di 50,8:49,2%. La velocità media è stata di 17,4 con un totale di 245,5 KiloJoule. La cadenza media rilevata è stata di 80,5 per minuto.

In pianura il tempo di percorrenza è stato di 405” e complice anche un po’ di vento a favore il lavoro (in termini di consumo) è stato davvero esiguo. 80,5 rivoluzioni medie, 31,1 di media oraria e 102 battiti medi per minuto, per soli 30 KiloJoule. Ma quello che balza all’occhio è lo scostamento del bilanciamento tra arto destro e sinistro, 56,1/43,9%, non poco. In casi come questo sarebbe utile un istogramma che legge anche la dinamica della pedalata nella sua completezza.

Alcuni feedback. Durante l’ascesa non abbiamo cambiato rapporto. In alcuni momenti la pedalata è risultata “troppo leggera”, in particolar modo a metà salita dove la strada tende a scendere per alcuni metri. Al tempo stesso, la combinazione dei rapporti e una pendenza di questo tipo, permettono di gestire la forza, la tensione muscolare e una pedalata costantemente “agile”. In pianura non di rado in alcuni momenti ci è “mancata” la pedalata e la voglia di scalare un pignone si è manifestata costantemente.

Con corone 54-40

La salita ha mostrato delle differenze degne di nota. Prima di tutto il tempo di percorrenza (4’08”), inferiore di 39 secondi e con una potenza normalizzata (NP) di 300,7. La media oraria è migliorata (18,1 chilometri orari). E’ cresciuto il lavoro in KiloJoule, arrivato a 250,4, un incremento non significativo nel breve periodo, che diventa considerevole se lo spalmiamo su salite che superano i 30/40 minuti e oltre. Pur essendo diminuito il valore medio dei watt (294,8) e della frequenza cardiaca (164, anche se per questo dato è bene considerare la variabilità al quale è soggetto) è aumentato in modo esponenziale il dato relativo al TSS (training stress score), arrivato a 29 punti in soli 14 minuti (con la precedente combinazione era a 26,8).

Nel tratto pianeggiante (a parità di condizioni meteo) il tempo di percorrenza è stato di 3’58”, ad 80 rpm medie, 29 KiloJoule di lavoro (inferiore di un punto) e 110 battiti medi per minuto. La velocità media è stata di 32,1 (da considerare lo sviluppo metrico maggiore). E’ interessante il dato del bilanciamento tra gamba destra e quella sinistra, uguale a quello rilevato con le corone 52-36.

Feedback e sensazioni. Nel corso della ascesa, quando la pendenza ha sfiorato il 10%, il rapporto ha messo alla prova le nostre gambe e tenere la cadenza stabilita non è stato facile. Tratti brevi, che però hanno fatto registrare un consumo di energie elevato. Al netto dei numeri, in pianura la scelta del rapporto è stata adeguata (per il tipo di lavoro svolto). Ci fa pensare la media più alta della frequenza cardiaca, che nel breve periodo è insignificante, ma nell’ottica di un’uscita lunga, con diversi metri di dislivello positivo può portare ad un maggiore consumo calorico. Fattore da non sottovalutare. Al tempo stesso il bilanciamento tra gamba destra e quella sinistra è stato buono, 50,9:49,1%.

In conclusione

Se è vero che i numeri ci dicono di una soluzione, quella con le corone 54-40, più sfruttabile di quanto si possa pensare, è pur vero che a parità di condizioni (e pignone posteriore) la forza da imprimere sui pedali è maggiore. Questo fattore influisce inevitabilmente sull’autonomia nel medio e lungo periodo, spiegando (in parte) questa grande richiesta di energia da parte dei corridori delle generazioni più moderne. Quindi, si va più veloci, si sviluppa tanta potenza e tanti watt, ma tutto ha un costo.

Conosciamo Mattia Sambinello, l’altro italiano della Hagens

18.11.2023
5 min
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La maturità scolastica ce l’avrà la prossima estate, quella agonistica sembra proprio averla trovata quest’anno. Un salto qualitativo, condito da quattro vittorie e una quindicina di piazzamenti, che ha permesso a Mattia Sambinello di essere preso dalla Hagens Berman Axeon-Jayco (in apertura foto Davide Morello).

Guardando lo score ottenuto quest’anno dal diciottenne varesino di Corgeno con la maglia del Canturino, si potrebbe dire che sia un corridore per tutte le stagioni. O quanto meno Sambinello ha dimostrato di saper vincere – ed esprimersi al meglio – da marzo a ottobre con grande costanza. Normale che anche su di lui fossero arrivati gli occhi degli osservatori stranieri. Il suo è l’ennesimo passaggio di un nostro junior in una formazione estera. Un trend che, al netto delle motivazioni, si sta allargando sempre di più ed è spesso sognato dagli stessi ragazzi. Abbiamo quindi voluto seguire Mattia nel suo cammino verso il team continental gestito da Axel Merckx, dove troverà Samuele Privitera.

Sambinello conquista la prima vittoria a marzo a Lodrino, in Svizzera. Battuti Arthur Guillet e Luca Giaimi (foto instagram)
Sambinello conquista la prima vittoria a marzo a Lodrino, in Svizzera. Battuti Arthur Guillet e Luca Giaimi (foto instagram)
Com’è andato il tuo 2023 in generale?

E’ stata una stagione molto buona, con tanti piazzamenti di valore, oltre alle quattro vittorie. Onestamente non mi aspettavo di fare così bene. Mi sono sentito più maturo rispetto all’anno prima ed ora lo sono ancora di più per il passaggio alla Hagens.

Cos’è cambiato principalmente dall’anno scorso?

Nel 2022 era normale che mi mettessi al servizio della squadra, che imparassi a conoscere la categoria. Però direi che quest’anno sono entrato più in sintonia col mio diesse Andrea Arnaboldi e col mio preparatore Ruggero Borghi (ex pro’ per dodici anni a cavallo del Duemila, ndr). Fra di noi c’è stata un’evoluzione e tutto è stato più semplice. Riuscivo a mettere in pratica meglio i loro tanti consigli. E poi c’è stato anche l’aspetto fisico. Ad esempio, avevo lavorato bene in inverno in palestra per essere pronto ai nuovi rapporti liberi da spingere. Quest’anno sentivo sempre la catena in tiro e ne ho beneficiato in corsa.

Che tipo di corridore sei?

Devo ancora scoprirmi fino in fondo, però mi definisco un passista veloce. Fisicamente sono 1,80 per 66 chilogrammi e per la verità me la cavo abbastanza bene anche in salita. Su quelle lunghe e regolari, anche se fatte forte, riesco a stare davanti. Soffro ancora invece i cambi di ritmo. Su questo e altro lavorerò per la nuova avventura che mi attende.

Sambinello ha doti da passista veloce e tiene bene anche sulle salite lunghe, ma soffre i cambi di ritmo (foto Davide Morello)
Sambinello ha doti da passista veloce e tiene bene anche sulle salite lunghe, ma soffre i cambi di ritmo (foto Davide Morello)
Cosa ti aspetti dal prossimo anno?

Sono sulla stessa lunghezza d’onda di Samuele (Privitera, ndr). Anch’io, come vi ha detto lui, mi aspetterò di prendere delle bastonate. Sono preparato a questo. Dovrò abituarmi a tante situazioni difficili in corsa, ma credo che dopo tante “botte”, saprò anche reagire e prendere le giuste contromisure. Anzi, a tal proposito avere in squadra Samuele sarà importante. Ci conosciamo bene da tanto tempo e sono sicuro che ci supporteremo reciprocamente. Lo dicevo con lui che saremo un riferimento l’uno per l’altro.

Il contatto con la Hagens come è avvenuto?

Premetto che quest’anno, se avessi fatto un certo tipo di risultati, ero partito con l’intenzione di andare all’estero, soprattutto per un’esperienza di vita. Il tutto è nato grazie al mio procuratore che a maggio mi fece fare un test incrementale da mostrare a qualche squadra. La Hagens era una di queste e a giugno mi hanno contattato per approfondire il discorso. Devo dire che già a marzo/aprile si erano fatte avanti alcune squadre italiane, però era ancora un po’ presto per intavolare certe trattative.

Sambinello vorrebbe restare nel giro azzurro anche da U23. Quest’anno ha disputato il Trophée Centre Morbihan (foto CA Photographies)
Sambinello vorrebbe restare nel giro azzurro anche da U23. Quest’anno ha disputato il Trophée Centre Morbihan (foto CA Photographies)
Con chi ti sei sentito della nuova squadra?

Mi hanno chiamato sia Koos Moerenhout che Axel Merckx (rispettivamente diesse e team manager, ndr) e potete immaginare la mia gioia. L’impressione è stata subito ottima. So che troverò una squadra molto organizzata e con una bella mentalità. Mi sto già allenando con la nuova bici e finora non mi hanno fatto mancare nulla.

C’è qualcosa che ti ha colpito dai colloqui con loro?

Sì, certo, soprattutto la chiacchierata con Axel. Mi ha detto che nel 2024 dovrò mettere la scuola al primo posto (Mattia frequenta l’istituto aeronautico di Gallarate dove studia trasporti e logistica con una buona media voti, ndr). Anzi, se dovessi iniziare ad andare male, non mi farà correre finché non recupererò. Questo è un grande stimolo per me. Penso di avere più stimoli che pressioni. Potrò preparare la maturità con serenità e contestualmente crescere con calma senza l’assillo dei risultati con la squadra.

Il quarto ed ultimo successo Sambinello lo ottiene in Piemonte a metà settembre, superando Perracchione e Mellano (foto instagram)
Il quarto ed ultimo successo Sambinello lo ottiene in Piemonte a metà settembre, superando Perracchione e Mellano (foto instagram)
Mattia Sambinello che obiettivi si è prefissato per la nuova stagione?

Ne ho tanti, tutti legati fra loro. Mi concentrerò sull’essere ciclista a tutti gli effetti e su tanti dettagli pre e post gara. Tutti aspetti che accresceranno la mia esperienza, specie nelle gare al Nord o in quelle a tappe. Mi piacerebbe correre il Giro NextGen, ma dovrò organizzarmi bene con la maturità. Vorrei anche tenere vivo il legame con la nazionale dopo le corse di quest’anno. Ai risultati ci penserò in un secondo momento, non devo avere fretta. Ho firmato un contratto di due anni e so che alla Hagens, se uno è forte, prima o poi riesce a venir fuori.