Pellizzari a tuttotondo: Del Toro, il Giro e le gare tra gli U23

11.04.2024
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VILLA DI VILLA – Il nome di Giulio Pellizzari è tra quelli che attraggono più attenzione se ci si concentra sul movimento giovanile italiano. Vero che il marchigiano è ormai professionista da tempo, nel 2024 ha iniziato la sua terza e forse ultima stagione alla Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè. I passi in avanti fatti sono stati notevoli, ma con il Tour de l’Avenir corso in grande stile e chiuso solo alle spalle di Del Toro, qualche domanda è emersa. Soprattutto alla luce delle prestazioni del messicano che da una formazione continental è passato al UAE Team Emirates. 

Gli appuntamenti tra gli U23 come il Recioto (qui in foto) servono per imparare a vincere
Gli appuntamenti tra gli U23 come il Recioto (qui in foto) servono per imparare a vincere

Senza fretta

L’inizio di 2024 ha scavato una differenza, più sul percorso di crescita che sulle qualità, tra il primo e il secondo classificato della corsa a tappe più importante nel mondo degli under 23. Del Toro corre e vince nel WorldTour, mentre Pellizzari lo vediamo impegnato nel professionismo, ma con ancora qualche salto fra gli under 23. Voci dall’interno danno per prossimo il suo approdo nel WorldTour dal 2025, noi approfittiamo della sua presenza al Giro del Belvedere per approfondire il discorso. 

«Ognuno ha i suoi ritmi – dice Pellizzari con serenità e un mezzo sorriso – sono al terzo anno da under 23, a questa età una volta si iniziava a vincere. Vedere che Del Toro va forte mi fa pensare, ma io guardo il mio, con calma. La sfida è arrivare dov’è lui, ma tempo al tempo».

Pellizzari procede nella crescita, convinto del suo cammino
Pellizzari procede nella crescita, convinto del suo cammino
Pensare che lui sia in determinate corse, come la Tirreno, e tu no cosa ti fa pensare?

Che sarebbe bello farle, soprattutto la Tirreno che era in casa, ma non è semplice. Poi in quei casi vai per tirare, metterti a disposizione, invece io posso mettermi in evidenza e provare a vincere. Correre ancora tra gli under 23 serve anche a questo: imparare a vincere. Mi serve come passaggio, anche perché ho vinto poco, quindi… 

Com’è iniziato quest’anno?

La stagione non è proprio iniziata nel migliore dei modi, sono partito dalla Turchia e mi aspettavo una vittoria, invece nulla, nemmeno nei dieci. Poi sono andato in Croazia, all’Istrian Spring Trophy, e ho fatto meglio.

Hai corso anche alla Coppi e Bartali…

Sì, l’ho finita da poco, è andata bene ma non benissimo: sto crescendo piano piano. Le prime corse diciamo che le ho usate per mettere su condizione e gamba. 

In squadra c’era anche Pozzovivo, com’è stato correre con lui?

Bello, in particolare per i momenti pre e post gara. Ci spiegava qualcosa di inerente alle tattiche o ci raccontava eventi del passato. Siamo stati molto curiosi e lui ha risposto molto volentieri alle nostre domande. 

Qual è la cosa che gli hai chiesto? O quella che ti ricordi.

Come si fa a fare classifica al Giro – ride – ma la risposta è semplice, andare forte tutte e tre le settimane. In realtà una cosa che ci ha detto e mi ha realmente stupito è che al Giro si va più forte in salita rispetto al Tour, negli anni in cui lo fece lui.

Pellizzari ha già partecipato al ritiro di febbraio, insieme agli atleti pre selezionati per il Giro (foto Instagram)
Pellizzari ha già partecipato al ritiro di febbraio, insieme agli atleti pre selezionati per il Giro (foto Instagram)
Ora che calendario farai?

Andrò al Tour of the Alps. Da lì in ritiro sull’Etna e, in teoria, il Giro d’Italia, quello dei grandi. Rispetto al 2023 ho corso meno fino ad ora, ma era programmato, questo perché nella preparazione è stato inserito un ritiro in altura a febbraio. Cosa che l’anno scorso non ho fatto. 

Un ritiro per preparare il Giro, con i corridori che sono nella pre selezione?

Sì. Essere tra i selezionati fa tanto piacere, ma dovrò meritare di andare. Il Tour of the Alps sarà un passaggio importante.

Nordhagen, un solo anno con i piccoli, poi dritto nel WorldTour

10.04.2024
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NEGRAR DI VALPOLICELLA – Se si vuole trovare un fil rouge che possa unire gli ultimi talenti emergenti nel devo team della Visma Lease a Bike dovremmo pensare alla bandiera norvegese. L’anno scorso sulle strade del Belvedere e del Recioto avevamo conosciuto Johannes Staune-Mittet. Nel 2024 è toccato a Jorgen Nordhagen

Se poi si vuole scavare più a fondo, vi basta sapere che entrambi i talenti del team olandese arrivano dallo sci di fondo. Nordhagen, in particolare, è stato campione nazionale juniores. Chissà se anche il classe 2005 si imporrà nel Giro Next Gen come fece Staune-Mittet l’anno scorso

Nordhagen pochi mesi si è laureato campione nazionale juniores nello sci di fondo (foto Graeme Williams)
Nordhagen pochi mesi si è laureato campione nazionale juniores nello sci di fondo (foto Graeme Williams)

Lo sci come preparazione

Ce lo aveva raccontato anche Staune-Mittet di come lo sci di fondo potesse essere un buon metodo di preparazione invernale. A dar man forte a queste parole erano arrivate quelle di Dario Igor Belletta, che nell’inverno del 2023 si era trovato a fare sci di fondo nel ritiro della Jumbo-Visma. 

«E’ sempre utile fare sci di fondo – dice Nordhagen – perché da noi in Norvegia durante il periodo invernale non si può andare in bici. Questa diventa, quindi, una delle attività più vicine allo sforzo che si trova nel ciclismo. Sono uscito dalla stagione dello sci con buone sensazioni, ora la condizione sta crescendo e vedremo come andrà. Dello sci di fondo mi piace il volume che si riesce a fare, mentre del ciclismo mi piace l’esplosività nel breve periodo. Sono due cose che riesco a trasportare tra una disciplina e l’altra».

Nordhagen alla partenza del Recioto, il norvegese correrà un solo anno nel devo team della Visma
Nordhagen alla partenza del Recioto, il norvegese correrà un solo anno nel devo team della Visma
Nel 2023 hai vinto tante gare tra gli juniores, e tutte diverse, ma quali sono le tue preferite?

Sicuramente quelle dure, con salite lunghe. In particolare mi piacciono le corse a tappe, dove viene fuori la forza con il passare dei giorni. 

Sei molto forte anche a cronometro e hai vinto una corsa impegnativa come l’Eroica Nations Cup…

Penso che per essere competitivi oggi serva essere un corridore a tuttotondo. Non si può lasciare indietro nessun tipo di dettaglio per diventare un grande ciclista. Bisogna crescere e fare meglio gara dopo gara. Lo vediamo da corridori come Vingegaard e Pogacar, che vincono i Grandi Giri e si mettono in evidenza nelle Classiche. 

E’ un corridore che va forte anche a cronometro
E’ un corridore che va forte anche a cronometro
Hai nominato Vingegaard, tu hai già un contratto di 3 anni con il team WT, a partire dal 2025.

Mi aspetto di crescere tanto, migliorare e di poter pedalare e allenarmi con Vingegaard e altri grandi ciclisti che corrono nel team. Voglio cogliere questa possibilità di crescere e progredire come atleta. 

Una cosa che ti piacerebbe imparare da lui?

La sua attenzione anche al più piccolo dei dettagli e di fare sempre meglio anno dopo anno. 

Nordhagen da junior ha vinto tante gare e tutte diverse, dimostrandosi un corridore completo (foto Instagram)
Nordhagen da junior ha vinto tante gare e tutte diverse, dimostrandosi un corridore completo (foto Instagram)
Un solo anno nel devo team non è poco?

Potrebbe sembrare, non lo so sinceramente. Voglio correre con i ragazzi di questa squadra e vedere come andrà la stagione. Il prossimo inverno mi allenerò a tempo pieno in bici e con il team WorldTour.

In gara che tipo di corridore sei?

Mi piacciono le corse dure, e non essendo molto veloce negli sprint preferisco arrivare da solo. Se c’è una salita voglio farla al massimo, per staccare tutti gli altri. O comunque vedere chi ha le gambe migliori. Se si arriva in volata non ho molte possibilità di vincere (conclude con una risata, ndr).

Dietro Pogacar, in Slovenia c’è un movimento enorme

10.04.2024
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Mentre Van der Poel domenica effettuava la sua cavalcata trionfale alla Parigi-Roubaix, al velodromo applaudivano una coppia vestita allo stesso modo, Jakob Ormzel e Erazem Valjavec che realizzavano una straordinaria doppietta per la Slovenia nella prova per gli juniores (sul podio nella foto di apertura di Stephane Mortagne). Un successo che non è un caso, anzi è l’esempio di quell’effetto virtuoso che i successi di Tadej Pogacar stanno avendo nel suo Paese. Chi ha qualche anno in più sulle spalle ricorda come le vittorie a ripetizione di Bjorn Borg crearono una vera e propria scuola tennistica in Svezia, dalla quale nacquero eredi come Wilander, Edberg e tanti altri prolungando i successi per decenni.

L’arrivo della Roubaix juniores con Valjacev e Ormzel festanti, battuto anche l’iridato Philipsen, 4° (foto DirectVelo)
L’arrivo della Roubaix juniores con Valjacev e Ormzel festanti, battuto anche l’iridato Philipsen, 4° (foto DirectVelo)

In Slovenia sta succedendo lo stesso, proprio perché le vittorie di Pogacar (ma anche di Roglic, Mohoric, Tratnik) stanno cambiando la cultura stessa del Paese e Andrej Hauptman, che ne vive da diretto testimone l’evoluzione al fianco di Tadej, ne è cosciente.

«E’ l’effetto di anni di vittorie. Quando correvo io – dice – la gente sapeva a malapena del Giro e del Tour, oggi entri nei bar e senti gente che commenta anche piccole corse. Sta cambiando tutto, c’è proprio una conoscenza maggiore del ciclismo in tanti suoi aspetti e quest’evoluzione andrà sicuramente avanti».

In che cosa si vede questo cambiamento culturale?

Prima, per uno sloveno era un grande risultato finire una corsa under 23 nella top 10. Oggi invece ogni ragazzo parte per vincere, perché vuole emulare i suoi campioni di riferimento. E’ proprio la concezione del ciclismo che hanno le nuove generazioni a essere diversa, c’è un enorme spirito di emulazione. Faccio un esempio che riguarda l’altro sport di riferimento in Slovenia, il basket. Se sai che un ragazzo come Doncic può andare in America e diventare una stella dell’Nba, i più giovani si sentono in grado di fare lo stesso, almeno di provarci e quindi vanno nei campi per imparare. Lo stesso avviene nel ciclismo, vedendo Tadej vincere dappertutto.

Hauptman e Pogacar, Il tecnico sloveno è da sempre molto legato al suo pupillo
Hauptman e Pogacar, Il tecnico sloveno è da sempre molto legato al suo pupillo
Secondo te adesso il ciclismo è uno sport nazionale in Slovenia come lo è nel Belgio?

Sicuramente, ormai ha soppiantato tante altre discipline, credo che solamente il basket sia a quei livelli.

Di ragazzi che stanno emergendo ce ne sono tanti, ma chiaramente un riferimento pressoché sicuro è Gal Glivar, che oltretutto corre nello stesso team di Pogacar (ma nella formazione development). Come lo vedi?

E’ un corridore completo, che va bene a cronometro e emerge anche sulle salite brevi. Inoltre non si fa problemi ad attaccare, non ha paura di metterci la faccia e prendere l’iniziativa e questo di lui mi piace moltissimo.

Per Glivar un grande inizio di stagione con lo squillo al Giro del Belvedere
Per Glivar un grande inizio di stagione con lo squillo al Giro del Belvedere
Quanto conta per lui avere Tadej al suo fianco?

Tantissimo, ma anche tutti gli altri campioni che sono alla Uae, ognuno è un riferimento. Gal sta imparando molto, quando poi capita l’occasione di allenarsi e ancor meglio gareggiare con Tadej sono esperienze che gli servono enormemente. Inoltre è ben seguito nel devo team, ha tutto il tempo per emergere. Lui è davvero soddisfatto, perché sente che il livello si sta alzando sempre più.

Conosci i due ragazzi primi a Roubaix?

Sì, Ormzen corre per l’Adria Mobil, già si era visto lo scorso anno che era forte con i titoli nazionali in linea e a cronometro, il 4° posto all’Eroica, il successo all’Alpe Adria Tour. Anche Valjavec, che corre in Italia nel Team Autozai Contri, è un corridore completo. Io però sono abituato a prendere i risultati fra gli juniores sempre con le molle, l’importante è che continuino ad evolversi, a imparare. Certamente sono a un livello tale che avranno un futuro.

Zak Erzen, fortissimo anche su pista: iridato nell’eliminazione nel 2022, ha 4 medaglie tra europei e mondiali
Zak Erzen, fortissimo anche su pista: iridato nell’eliminazione nel 2022, ha 4 medaglie tra europei e mondiali
E di Zak Erzen che cosa dici? Lui è un po’ diverso, viene dalla pista…

E’ davvero tanto veloce, al Cycling Team Friuli Victorious sta crescendo bene e secondo me può diventare un forte sprinter. A proposito della pista però c’è una cosa da dire…

Quale?

Il movimento sloveno si sta evolvendo anche lì. Abbiamo ora un impianto come quello di Novo Mesto che è un punto di riferimento e intorno ad esso si sta sviluppando tanta attività. Noi siamo partiti proprio da zero, ma io dico che tra qualche anno cominceremo a raccogliere i frutti anche lì, com’è avvenuto in Italia con Montichiari.

Ogni vittoria di Pogacar è seguitissima, anche le sue imprese alla Volta a Catalunya
Ogni vittoria di Pogacar è seguitissima, anche le sue imprese alla Volta a Catalunya
Quanto sono seguite le corse ciclistiche in Slovenia sul piano televisivo?

Hanno ormai share clamorosi. Fino a qualche anno fa il Tour de France andava sempre sulla rete nazionale, adesso vengono trasmesse tutte le corse, sparse fra 3-4 network che si contendono i diritti. Il Catalunya ad esempio con le imprese di Pogacar è stato seguitissimo, come lo stesso era avvenuto lo scorso anno per le classiche in Toscana, che non sono neanche del WorldTour, ma la presenza di Tadej è un catalizzatore eccezionale.

Grandi gambe e grande bici: la SL8 di Kopecky per il pavé

10.04.2024
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ROUBAIX (Francia) – Specialized S-Works Tarmac Sl 8 è la bici che ha vinto la Parigi-Roubaix Femmes. Veloce su asfalto, rapidissima nel velodromo, filante sul pavé. Questa in sintesi la specialissima di Lotte Kopecky.

Il setup della sua bici parte da lontano. Come usano fare tutti i team di vertice, già in inverno la Sd Worx-Protime ha svolto dei sopralluoghi tecnici. E alla fine si è arrivati alla bici perfetta, visto che ha vinto. Chiaramente sabato l’iridata aveva gambe infallibili, ma l’efficienza del mezzo si sa che in questa gara tanto particolare ha il suo bel peso.

Kopecky in azione sul pavè. Da notare come anche Vos abbia Sram, ma comandi molto più dritti
Kopecky in azione sul pavè. Da notare come anche Vos abbia Sram, ma comandi molto più dritti

Solo colore?

La prima novità è che Lotte ha utilizzato un telaio diverso da quello che siamo abituati a vedere di solito con la livrea iridata, come la sua maglia. Stavolta la belga aveva una bici nera.

In Sd Worx-Protime ci hanno detto che era identica a quella che utilizza solitamente, ma magari poteva essere un telaio più robusto o al contrario leggermente più “morbido”. Ricordiamo che in casa Specialized c’è anche la versione un po’ più accessibile di questa bici: una versione che utilizza una fibra meno rigida dello stesso telaio ed è quella che che non ha il nome S-Works, ma solo Tarmac.

Attenzione: questa è una nostra supposizione, sia chiaro. Sul telaio la scritta S-Works c’è ed è in bella vista e dalla squadra hanno parlato solo di una colorazione diversa, uguale per Kopecky come per le altre atlete. Pertanto ci atteniamo alle fonte ufficiale.

La Specialized Sl 8 di Kopecky. Ruote Rapide CLX dal profilo differenziato classico 51 mm anteriore, 60 mm posteriore e canale interno da 21 mm
La Specialized Sl 8 di Kopecky. Ruote Rapide CLX dal profilo differenziato classico 51 mm anteriore, 60 mm posteriore e canale interno da 21 mm

Rapporti standard

Anche nella Parigi-Roubaix, corsa in pianura, l’iridata non ha rinunciato alle sue pedivelle da 165 millimetri: scelta che magari sarebbe stata più normale in caso di salite. Pedivelle corte, che stanno utilizzando anche Remco Evenepoel (anche lui su Specialized) e in qualche occasione Tadej Pogacar. 

Kopecky ha leve fisiche lievemente inferiore ai due colleghi uomini, ma può beneficiare del colpo di pedale da pistard. Anche se è molto potente, la belga non rinuncia “all’agilità”, sia pure con tutte le proporzioni del caso, dato che comunque spinge rapporti lunghi.

A proposito di rapporti, la campionessa del mondo ha scelto una cassetta Sram 10-33 e una monocorona anteriore da 50 denti. Altre atlete che avevano Sram hanno preferito la cassetta 10-28: ipotesi corretta visto che non c’erano salite e potevano beneficiare di una cassetta più progressiva. Kopecky, invece, si è tenuta questa “ancora di salvataggio” del 33, magari per favorire eventuali ripartenze da ferma. 

Copertoncino da 32

C’è poi la questione delle gomme, sempre delicata quando si parla di pavè e Roubaix in particolare come abbiamo visto anche ieri. In questo caso sono emerse tutta la sua capacità di guida e la personalità nel fare determinate scelte. Tutte le ragazze del team utilizzavano il copertoncino Mondo da 35 millimetri, Lotte aveva il 32.

Questa è una copertura particolare, tornata in auge da poco in casa Specialized. La stessa gomma il giorno dopo l’abbiamo visto anche tra gli uomini. Il copertoncino Mondo è realizzato con la mescola Gripton (di Specialized). E’ una miscela T2 e T5, come le gomme al vertice della gamma di Specialized. Però ci ha un po’ colpito il fatto che non avesse la spalla rinforzata contro le forature. Tutto sommato non ci sarebbe stata male in un copertoncino che nasce per l’endurance.

Il copertoncino Mondo da 32 mm con doppia mescola: scorrevole al centro, più grippante ai lati
Il copertoncino Mondo da 32 mm con doppia mescola: scorrevole al centro, più grippante ai lati

Nel segno della continuità

Riguardo alle misure della bici, nulla è stato cambiato, così confermano in casa Specialized. Ogni angolo rispetta la norma. Però c’è un dettaglio che ci ha incuriosito. Quando la bici era sul podio abbiamo notato che la sella sembrava essersi spostata di un paio di millimetri rispetto al serraggio sul carrello. I segni erano visibili.

E’ stata una scelta ponderata, cioè fatta prima del via, o magari la sella è “scivolata” indietro per via di sobbalzi e vibrazioni? In ogni caso parliamo davvero di micro aggiustamenti.

La posizione delle leve dei freni era invece nel limite dei 5 gradi. Sembrano parecchio ruotati all’interno, ma la bici è stata controllata (tra l’altro si nota anche il tagliando rosso appeso al manubrio). Quello che invece è diverso è proprio il manubrio. Solitamente Kopecky utilizza un modello integrato (piega e attacco). Per la Roubaix invece ha scelto un set tradizionale, probabilmente per avere una presa alta migliore e utilizzare i secondi comandi, quelli con i bottoncini. E proprio questo le ha consentito di intervenire in prima persona per eseguire una regolazione con una brugola alla vigilia del primo settore di pavé.

VF Group-Bardiani: le tante strade che portano al Giro

10.04.2024
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PESCARA – Il colpo di reni con cui Zanoncello ha infilato Malucelli sul traguardo è stato a dir poco chirurgico. Fino a un metro dalla riga, il romagnolo era davanti e poi di colpo si è ritrovato incredulo a chiedersi se fosse tutto vero. Il Giro d’Abruzzo si è aperto nel segno della VF Group-Bardiani e del velocista veneto, che ha così consacrato la sua presenza al prossimo Giro d’Italia. Anche se lì ci saranno altri clienti con cui fare i conti, la condizione è quella giusta. Anche per questo il veronese di 26 anni ieri sorrideva soddisfatto. Quella di Pescara è stata anche la prima vittoria in Italia da quando è professionista: l’ultima risaliva all’agosto del 2020 quando vestiva ancora la maglia della Zalf. Accanto a lui, dopo l’arrivo, anche Domenico Pozzovivo tirava il fiato e anche lui ormai ha gli occhi e i denti sulla corsa rosa.

Il Giro d’Abruzzo si era corso l’ultima volta nel 2007: torna quest’anno su iniziativa di RCS Sport
Il Giro d’Abruzzo si era corso l’ultima volta nel 2007: torna quest’anno su iniziativa di RCS Sport

Percorsi diversi

L’avvicinamento dei ragazzi di Reverberi al Giro prosegue seguendo binari diversi. E se ad esempio l’esperto lucano ha chiesto di non correre il Tour of the Alps, preferendo spostarsi sull’Etna subito dopo l’Abruzzo, c’è chi come Giulio Pellizzari non corre fra i professionisti dalla Coppi e Bartali e nel frattempo si è visto soltanto al Giro del Belvedere e al Palio del Recioto. Per fare il punto della situazione, abbiamo intercettato Roberto Reverberi, che dopo la tappa è partito alla volta dell’hotel con Pozzovivo accanto.

«Al momento – ha detto – ci sono cinque-sei corridori in procinto di andare in altura perché sono pressoché sicuri del Giro. Dobbiamo ancora trovarne altri due o tre per completare la rosa. Ne abbiamo diversi fra cui scegliere, osservando le varie corse che faremo: qui al Giro d’Abruzzo, come pure al Tour of the Alps che inizia la prossima settimana. Faremo anche tre corse impegnative in Francia nello Jura, mentre sarà difficile vedere al Giro i ragazzi che correranno al Turchia, perché tornerebbero a casa solo otto giorni prima. Zanoncello però era già in predicato di venire come velocista, perché dall’inizio dell’anno è sempre stato fra i primi. Chiaramente al Giro dovrà vedersela con altri avversari, però è comunque uno che l’anno scorso ha vinto le sue quattro corse. E’ un ragazzo serio e ha delle doti, non va piano neanche in salita: su quelle medie tiene bene. Non è il classico velocista che si stacca: alla Guardini, per capirci».

La tappa di ieri da Vasto a Pescara è stata il 13° giorno di gara di Pozzovivo nel 2024
La tappa di ieri da Vasto a Pescara è stata il 13° giorno di gara di Pozzovivo nel 2024
Per la volata di Pescara ha ringraziato Fiorelli: potrebbe essere il suo ultimo uomo al Giro?

Potrebbe, anche perché Fiorelli al Giro ha ottenuto qualche piazzamento, ma le volate di gruppo non le vince. Potrebbe dargli una mano a patto che anche lui trovi la condizione, perché ha avuto un po’ di problemi in avvicinamento a queste corse e non è proprio al 100 per cento. Speriamo che migliori, anche perché abbiamo bisogno di qualcun altro, magari uno Zoccarato o anche Tarozzi, che entrino in fuga nei giorni in cui gli attaccanti possono arrivare.

Quali sono i corridori sicuri del Giro che andranno sull’Etna?

Non sono sicuri al 100 per cento, tranne un paio. Però parliamo di Martinelli, Pozzovivo, Pellizzari, Covili e Marcellusi.

E qui veniamo ai vari avvicinamenti: in che modo avete differenziato l’attività dei singoli? Perché Pozzovivo è qui in Abruzzo, mentre ad esempio Pellizzari farà il Tour of the Alps?

Abbiamo concordato questo percorso con il dottor Giorgi e il suo staff. Come squadra, abbiamo dato indicazioni sugli appuntamenti in cui vorremmo avere i corridori pronti. Pozzovivo ha scelto da solo: ci ha chiesto di non fare il Tour of the Alps, ma di venire in Abruzzo e poi andare direttamente in altura. Pellizzari invece sarà in Trentino in funzione del Giro, poi andrà anche lui sull’Etna. In base a queste nostre esigenze, i preparatori hanno disegnato il calendario.

Dopo l’arrivo, scortato da Gianluca Mirenda, Zanoncello (26 anni, 1,70 per 64 chili) va verso il podio
Dopo l’arrivo, scortato da Gianluca Mirenda, Zanoncello (26 anni, 1,70 per 64 chili) va verso il podio
Uno come Pellizzari non avrebbe avuto più bisogno di correre fra i professionisti anziché andare alle corse under 23?

Abbiamo pensato che gli basti fare il Tour of the Alps. Al Giro tutti si aspettano chissà cosa, ma bisognerà partire senza stress. Nei primi giorni magari si vedrà dove può arrivare e se non dovesse essere impegnato nella classifica, potrà provare a far bene una tappa. Quando abbiamo avuto dei giovani che andavano in salita, abbiamo sempre fatto così. Ma non è detto che abbia le gambe per tenere duro, per cui vediamo…

Immagini di metterlo in camera assieme a Pozzovivo?

Potrebbe essere proprio così, in effetti. Non so ancora chi ci sarà al Giro, ma di solito mettiamo in stanza il più giovane con il più vecchio e probabilmente Giulio e “Pozzo” finiranno insieme. Sarà un bell’esempio cui guardare.

In effetti sul più anziano non dovrebbero esserci dubbi…

Aspettate che glielo dico, è qui accanto. Anche “Pozzo” dice di non avere dubbi, a meno che al Giro non venga Sevilla (ride, ndr). Ma non credo che verrà e poi comunque non nella nostra squadra…

La risata sommessa di Pozzovivo e poi i saluti. Mancano tre settimane e mezzo all’inizio del Giro. Zanoncello ha fatto la sua parte, oggi a Luco dei Marsi e più ancora domani a Prati di Tivo potrebbe esserci spazio per Domenico. Il mosaico si va componendo, a metà fra la voglia di conferme immediate e quel sogno rosa che si sveglia con i primi raggi della primavera.

Da Roubaix al Brabante, nel recupero di Pasqualon

10.04.2024
7 min
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Da Roubaix a Leuven ci sono 150 chilometri, ma per tutti i corridori che hanno corso sul pavé e oggi partono per la Freccia del Brabante sono molti di più. Ne abbiamo parlato con Andrea Pasqualon, migliore degli italiani nel velodromo francese. Se è vero che la Roubaix ti resta addosso per giorni, come ci si rimette in sesto per ripartire?

«La Roubaix è una corsa davvero dura – spiega il corridore della Bahrain Victorious – penso la più dura delle classiche, per cui arrivare cinquantesimo è un piacere. Vuol dire che a 36 anni sono stato competitivo in mezzo a ragazzi di 20: 15 anni meno di me. Sono ancora competitivo e questo mi fa solamente piacere. In più alla Roubaix ci sono tanti inconvenienti possibili e questa è stata un’edizione particolare…».

Quasi 10 chilometri con le come a terra: così la Roaubaix di Pasqualon ha cambiato faccia (@charlylopez)
Quasi 10 chilometri con le come a terra: così la Roaubaix di Pasqualon ha cambiato faccia (@charlylopez)
In che modo?

Proprio ieri sera stavo parlando di questo con i miei compagni. Una volta di solito la Roubaix iniziava da Arenberg, quasi mai prima. Invece questa volta la corsa è esplosa subito e al secondo settore di pavé eravamo sparpagliati in vari gruppetti. D’altra parte, quando si corre con atleti di classe come Mathieu Van der Poel o Van Aert o Pogacar, che hanno veramente una o due marce più di tutti noi, possono crearsi scenari come quello di domenica. Per noi che abbiamo un motore più piccolo, è difficile reggere il passo.

Quand’è così si allargano le braccia o si pensa al modo di tirare fuori qualcosa di più dal proprio motore?

Cosa dire… Se le gambe arrivano fino lì, non hai da inventarti tante cose. Questi ragazzi stanno in gruppo con la sigaretta in bocca rispetto a noi. E’ brutto da dire, ma è la verità. Quando ci si affianca a loro, si capisce che hanno una zona o anche due di differenza. Quando noi siamo al medio, loro sono al lento. Quando uno attacca a 60 chilometri e arriva con 3 minuti di vantaggio, poi ha il tempo di guardare gli altri che fanno la volata per il secondo posto, vuol dire proprio essere di un altro livello.

Finché sono 3-4 del loro livello, c’è un po’ di confronto. Quando sono da soli la differenza sembra anche maggiore, no?

Sì, fanno sembrare tutto molto facile. Ieri ho guardato la corsa in televisione, perché domenica ero dietro e non avevo visto niente. E guardandola, mi sono detto: «Cavolo, ma quanto riesce a spingere questo sul pavé?». Sembra che sia tutto molto facile, ma in realtà di facile non c’è niente. Noi che l’abbiamo corsa sappiamo quanto sia faticoso uscire dalla Foresta di Arenberg, dal Carrefour de l’Arbre o da Mont Saint Pevele. Invece Van der Poel riesce ad andare a 60 all’ora sul pavé, vuol dire che Madre Natura gli ha donato qualcosa che a noi non ha dato.

Per quanto tempo ti rimane addosso una Roubaix così faticosa?

Domenica sera non stavo male, lunedì ero un po’ dolorante. Martedì invece ero ancora malconcio, più che altro perché ci vogliono due o tre giorni per recuperare davvero. Alla fine è stata una Roubaix devastante, corsa a una media mostruosa. Siamo partiti a tutta e siamo arrivati a tutta. E’ vero che i materiali hanno inciso tanto, ma penso che la vera differenza l’abbiano fatta corridori come Mathieu e la sua squadra. I ragazzi della Alpecin sono andati veramente fortissimo. Vermeersch è arrivato sesto, nonostante il lavoro che ha fatto: secondo me è andato più forte di Mathieu.

In che modo hai passato i due giorni fra la Roubaix e il Brabante? Gambe per aria e riposo assoluto?

No, assolutamente. Si fanno delle uscite di un’ora e mezza, al massimo due, in tranquillità. Si fanno girare le gambe, perché il riposo totale non ci fa bene. Magari si può fare lontano dalle corse, ma durante la stagione non è il massimo. Quindi si fa una sgambata per far circolare il sangue ed eliminare le tossine di una corsa lunga come domenica. Poi si fanno i massaggi e il trattamento con l’osteopata, la routine più o meno è questa.

Il primo massaggio l’hai fatto la sera della Roubaix oppure hai aspettato il giorno dopo?

No, ho aspettato lunedì ed è stato un massaggio davvero pesante. Si sentiva (ride, ndr) che c’era ancora qualche… pietra all’interno dei miei muscoli! E’ stato un massaggio profondo, perché bisogna eliminare veramente le tossine e soprattutto le aderenze. Non scherzo quando dico che è una corsa massacrante. Parliamo di schiena, braccia e mani. Ho le mani ancora gonfie per i colpi della Roubaix, anche perché ci si è messa anche la sfortuna…

In che modo?

Ho forato e ho avuto la sfortuna che la seconda ammiraglia non fosse vicino a me. Perciò sono andato avanti per parecchi chilometri con le ruote bucate. Poi ho trovato dei massaggiatori e le ho cambiate entrambe. Però non avevano le gomme da 35 millimetri con cui ero partito e me ne hanno passate due da 28, gonfiate anche abbastanza alte. A correre la Roubaix con i 28, mi è sembrato di tornare indietro di 10 anni, però alla fine sono arrivato ugualmente nel velodromo.

Si riparte dopo il cambio delle ruote, la Roubaix è ancora lunga (@charlylopez)
Si riparte dopo il cambio delle ruote, la Roubaix è ancora lunga (@charlylopez)
Con quelle gomme, la bici e la guida cambiano completamente?

Cambia tutto. Ognuno ha la pressione con cui si trova bene in base al proprio peso. Tutte le marche hanno dei parametri per trovare la giusta pressione e posso assicurarvi che anche 0,1-0,2 bar di differenza possono veramente cambiare tantissimo sul pavé. Per questo, in base alle ruote e al tubeless che si usa, cambiano anche le pressioni. Per questo motivo avevamo optato per un 35, perché abbiamo visto che c’è una grandissima differenza sul pavé, anche se sull’asfalto si ha la sensazione che la bici scorra di meno.

Come è andata a livello di vibrazioni con quelle ruote sottili?

Le vibrazioni sono il vero problema. Proprio per evitare di riceverne troppe, alcuni hanno usato ugualmente il manubrio aerodinamico in carbonio, mentre tanti hanno optato per quelli più classici. Magari in alluminio o anche in carbonio, ma comunque tondi per avere meno vibrazioni nelle braccia. Qualcuno ha utilizzato il doppio nastro, chi il gel all’interno del nastro stesso. Io ho utilizzato dei guantini fatti da Prologo per il pavé e alla fine ne sono uscito senza neanche una vescica e questo fa la differenza. Se succede che a 50-60 chilometri dall’arrivo sei pieno di vesciche, diventa difficile anche guidare la bici.

Dal punto di vista dell’alimentazione, come hai recuperato le forze?

La sera si cerca sempre di reintegrare i carboidrati. Lunedì invece siamo stati abbastanza leggeri, mentre martedì abbiamo iniziato a integrare i carboidrati, in modo di averli per la gara. L’integrazione dei carboidrati inizia dalla colazione del giorno prima e prosegue con pranzo e cena. Il giorno prima si fanno le basi per avere la giuste quantità di carboidrati il giorno seguente. Con gli studi degli ultimi anni, si è visto che è meglio fare il carico di carboidrati dal giorno prima della gara.

Pasqualon ha concluso la Roubail al 50° posto, primo degli italiani (@charlylopez)
Pasqualon ha concluso la Roubail al 50° posto, primo degli italiani (@charlylopez)
A livello di sensazioni, secondo te nei primi chilometri di corsa della Freccia del Brabante sentirai ancora la Roubaix nelle gambe?

Può essere che nella prima ora senta un po’ di affaticamento, però confido che poi tutto vada a diminuire fino a sbloccarsi, come diciamo fra corridori. E comunque è sempre meglio partire bloccati e finire la corsa in gran forma che partire bene e spegnersi nel finale.

Dopo il Brabante tiri una riga o continui?

La Freccia del Brabante è l’ultima corsa di questo inizio di stagione, poi andrò direttamente ad Andorra e farò due settimane e mezzo di altura per preparare proprio il Giro d’Italia. Sarà una corsa importante per la squadra e io avrò da fare soprattutto per aiutare il nostro velocista Bauhaus. Essendo il suo ultimo uomo, dovrò recuperare e risparmiare un po’ di forze per il Giro d’Italia. Perciò che altro dire? Ci vediamo a Torino…

Nuova BMC Roadmachine: una piattaforma, tre bici diverse

09.04.2024
6 min
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GIRONA (Spagna) – BMC ufficializza la terza generazione della Roadmachine, ovvero il progetto che ha l’endurance come soggetto principale. La nuova piattaforma diventa ancora più funzionale, versatile e dedicata ad un’interpretazione ad ampio spettro della bici.

La famiglia comprende la versione classica stradale e la X: quest’ultima concepita per affrontare anche lo sterrato/gravel (comunque differente dalla bici gravel race Kaius). A queste si aggiunge AMP, ovvero la bici con assistenza alla pedalata con le unità elettriche TQ. Entriamo nel dettaglio con il contributo del capo ingegnere BMC Stefan Christ.

Stefan Christ, capo ingegnere BMC
Stefan Christ, capo ingegnere BMC

BMC formula endurance

«Formula endurance è il nostro punto di vista ingegneristico di questa categoria di biciclette – ci racconta Christ – anche se lo sviluppo di questa piattaforma ha origine nel 2013 con il modello Granfondo. Van Avermaet e altri atleti l’hanno utilizzata alla Roubaix. All’epoca il soggetto tecnico principale era il comfort, ma anche la volontà di far lavorare in combinazione il telaio con ogni singolo componente della bicicletta: un concetto innovativo per il periodo. Molto è cambiato, perché le bici sono diverse, le tecnologie si sono evolute, così come tutto quello che è legato alla componentistica e così le geometrie. La nuova Roadmachine – prosegue Christ – è assolutamente una bici endurance/performance, ovviamente diversa dalla Teammachine R e dalla SLR. Certamente è più comoda, ma anche molto più versatile e facile».

Aspetto inconfondibile

«Si chiama BMC visual identity ed è una sorta di DNA che permette di riconoscere una BMC sempre e comunque – dice Christ – anche quando le scritte sul telaio non si vedono. Impatto estetico a parte, il cuore della nuova Roadmachine è tutto diverso. La laminazione del carbonio è cambiata completamente, così come le geometrie e la possibilità di montare, in modo effettivo e non virtuale, pneumatici fino a 40 millimetri di sezione.

«Il rinnovato processo di laminazione – argomenta Christ – ci ha permesso di creare il vano nella tubazione obliqua e di ottenere al tempo stesso un elevatissimo rapporto tra rigidità e peso, decisamente superiore alla media della categoria endurance. Nella versione 01 e nella taglia 54 l’ago della bilancia si ferma a 7,2 chilogrammi.

«Taglia per taglia abbiamo aumentato lo stack – prosegue – la bici è più alta di un centimetro rispetto alla versione precedente ed è di qualche millimetro più corta grazie ad un reach più contenuto. La scatola del movimento centrale è stata alzata di 3 millimetri, un fattore di estrema importanza nell’ottica di un utilizzo gravel anche impegnativo della versione Roadmachine X».

Numeri in comune

«Tutte le taglie – continua Christ – hanno dei valori in comune e funzionali alla prestazione del mezzo meccanico. Il seat-post arriva ad avere una flessione anche di 2 centimetri, per un concetto che noi chiamiamo compliance da sempre e comprende gli obliqui, il piantone e l’orizzontale. Il componente è specifico, mutuato dai modelli Kaius e URS. I foderi bassi del carro posteriore sono lunghi 41,5 millimetri, relativamente corti per la categoria endurance, mentre il trail del triangolo principale è di 63 millimetri.

«Tutto questo – termina Christ – permette di avere una bici con un passo corto, quindi agile e facile da guidare, comunque comoda. La Roadmachine stradale e quella con il suffisso X hanno il medesimo frame-kit (predisposto al supporto dei parafanghi specifici), non cambia nulla se non l’allestimento».

Il nuovo integrato ICS Evo Carbon presente sulle 01
Il nuovo integrato ICS Evo Carbon presente sulle 01

Allestimenti e prezzi

Le taglie disponibili sono sei, dalla 47 alla 61. La terza generazione della BMC Roadmachine è prodotta nelle versioni Roadmachine 01 (carbonio con laminazione Premium) e Roadmachine (carbonio laminato in modo standard).

Per la prima gli allestimenti totali sono quattro: One a 13.999 euro, Two a 12.999 euro e si basa sulla trasmissione Shimano Dura Ace. Si passa alla Three e Four, rispettivamento a 8.499 con la trasmissione Sram Force AXS e 7.999 euro con Shimano Ultegra. Mentre la Roadmachine “standard” è disponibile in tre allestimenti, Two (con un listino di 5.499 euro sulla base dell’Ultegra), Four (4.199 euro sulla base dello Shimano 105 Di2) e Five (3.199 euro di listino con il 105 meccanico).

Tutti i modelli 01 Premium Carbon (stradali) sono dotati del nuovo cockpit integrato in carbonio ICS Evo Carbon, mentre le bici con il carbonio standard hanno lo stem e la curva in alluminio (separati tra loro). La luce posteriore è compresa nel pacchetto 01.

Gli allestimenti della AMP e X

In totale gli allestimenti AMP sono quattro, tre nelle versioni 01 e uno dedicato al segmento 01 X, ma tutti hanno in comune l’utilizzo dell’unità elettrica TQ da 360 Wh. Le AMP con allestimento “stradale” sono la 01 One con un prezzo di listino di 8.999 euro, sulla base della trasmissione Ultegra Di2. La 01 Two a 7.999 euro con la trasmissione Shimano GRX Di2 e la Roadmachine 01 AMP Three, sempre a 7.999 euro, ma con il pacchetto Shimano 105 Di2.

BMC Roadmachine 01 AMP X One è una sorta di endurance-gravel elettrica, proposta ad un listino di 8.999 euro con la configurazione Sram Force XPLR AXS, dedicata a chi ama affrontare anche tratti di sterrato.

Si passa alla Roadmachine X e anche qui le versioni sono due, 01 X e X, tutte con corona singola anteriore e tutte dotate di attacco manubrio ICS MTT, quello ammortizzato. In cima alla lista troviamo la 01X One a 7.999 euro che si basa sulla trasmissione Sram Force AXS XPLR. Gli allestimenti X Two (4.799) e X Three (4.299) si basano rispettivamente sui componenti Sram Rival AXS XPLR e Apex AXS XPLR.

BMC-Switzerland

Altro che Inferno del Nord, per Borghesi il pavè è un paradiso

09.04.2024
4 min
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ROUBAIX (Francia) – Forse il sorriso di Letizia Borghesi è anche più grande di quello di Elisa Balsamo, nonostante l’ex iridata abbia sfiorato la vittoria della Parigi-Roubaix Femmes. Nel velodromo gli occhi della portacolori della EF Education Tibco SVB la dicono lunga.

La prestazione di Borghesi è stata buona, eccellente se si pensa che si tratta di una classica  monumento: 13° posto, nel drappello inseguitore, ad appena 28” dalle ragazze che si sono giocate la vittoria. Il bicchiere è decisamente è mezzo pieno.

Letizia Borghesi (classe 1995) all’arrivo della Roubaix sabato scorso
Letizia Borghesi (classe 1995) all’arrivo della Roubaix sabato scorso

Feeling da crossista

«E’ stata una gara durissima – ha detto la trentina – Questo terreno, il pavé, mi piace veramente tanto. Quando c’è da spingere sulle pietre mi trovo a mio agio. Entravo bene nei settori. Sarà anche perché vengo dal ciclocross, ma sento che mi muovo con naturalezza».

Tutto facile? Neanche per sogno. La corsa delle donne, rispetto a quella maschile all’inizio muoveva verso Sud. E in quei giorni di vento caldo, nell’alta Francia, questo significava avere il vento contro o di lato, facendo aumentare lo stress della gara. 

E così succede che nella bagarre iniziale Letizia si difenda bene, ma poi nei primi settori di pavé incappa in una noia meccanica. Tutto quello di buono fatto sin lì, tutto quello fatto per restare davanti rischia di sfumare.

Di sfumare, ma non di svanire, perché la gamba c’è. Ed è anche bella piena.

«Mi è scesa la catena – racconta Borghesi – pensavo fosse tutto finito. Invece sono ripartita e ho continuato a lottare davvero duramente. Ho fatto uno sforzo enorme per rientrare nel primo gruppo. E poi sono riuscita a tenere le migliori».

Tra le grandi. Letizia ha detto che ama questa corsa, il pavè e che non vede l’ora di tornare (foto Instagram)
Tra le grandi. Letizia ha detto che ama questa corsa, il pavè e che non vede l’ora di tornare (foto Instagram)

Ritmi da leader

Borghesi è un fiume in piena. Ascoltarla mentre ci racconta di una Roubaix con il viso ancora impolverato e le tracce di sudore infangate è un contesto che esalta le emozioni.

Lei ha parlato di riuscire a tenere le migliori, ed è vero, ma ad un tratto il drappello in cui viaggiava stava quasi per riprenderle… le migliori. Andava più forte di Kopecky e compagnia bella. 

«Sì, sì – si accende Borghesi – ad un certo punto quasi abbiamo creduto di riprenderle. Andavamo davvero forte. Io però ero a tutta per restare attaccata. Si spingeva tanto e non c’era respiro. Non volava una mosca. Io almeno non dicevo nulla. Speravo solo di arrivare qui al velodromo».

«Mi spiace un po’ per il finale, perché nella volata mi sono ritrovata con i crampi». E poi, dopo una breve pausa, aggiunge: «Ma questa Roubaix per me è un ottimo punto di partenza per il futuro».

La trentina ha fatto molte classiche. Domenica chiuderà la sua Campagna del Nord con l’Amstel Gold Race
La trentina ha fatto molte classiche. Domenica chiuderà la sua Campagna del Nord con l’Amstel Gold Race

Sguardo in avanti

A 25 anni Borghesi ha tutte le carte in regola per poter continuare a crescere e a sognare in grande. 

Prestazioni del genere in gare simili ti danno qualcosa. Ti lasciano qualcosa: consapevolezza in primis, ma anche piccoli “ritocchi” al motore. Sai che se le cose vanno bene ci puoi essere. Così capisci dove limare, dove poter guadagnare quel qualcosa. E in più in queste gare spingi il tuo corpo un po’ oltre, spostando l’asticella dei parametri fisici.

Senza contare che sono occasioni di vivere in prima persona il ciclismo al massimo livello. Giusto l’altro giorno l’altra Letizia, Paternoster, ci spiegava come studiasse le grandi: nei movimenti in gruppo, nel mangiare, nei rapporti. Anche Borghesi non perde occasione di osservarle.

«Kopecky – dice – si è mostrata in grande forma e riesce ad essere competitiva su ogni terreno. Poi c’è Vos che è, e resta, una garanzia. L’obiettivo è quello di arrivare al loro livello. E di lavorare per farlo. Si cerca d’imparare dalle più forti.

«La cosa bella che ho notato è che riescono ad essere tranquille e a dare tranquillità alle compagne anche nei momenti più concitati della corsa. E questa credo sia una grande qualità».

La nuova vita di Plebani, ora a caccia del podio olimpico

09.04.2024
6 min
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Per Davide Plebani la notizia della prossima convocazione per i Giochi Paralimpici ha un sapore dolce come il miele. E’ già di per sé un riscatto dopo che la sua carriera da pistard si era chiusa senza essere riuscito a ottenere quel che voleva. Per anni parte della nazionale, sempre nel gruppo del quartetto anche se non titolare, nel corso del tempo Plebani era diventato l’esempio della grande speranza non concretizzatasi, di un corridore di grande talento ma con risultati inferiori a quelli che si attendevano. Il treno olimpico sembrava passato, invece…

La storia del suo connubio con Lorenzo Bernard, che l’ha portato al bronzo mondiale e quindi all’ammissione d’ufficio alla rassegna a cinque cerchi è un racconto che Davide fa con una gioia palpabile, che traspare dalla sua voce anche per il fatto che questo successo è condiviso.

I due in allenamento a Rio. Il loro bronzo vale direttamente la qualificazione olimpica
I due in allenamento a Rio. Il loro bronzo vale direttamente la qualificazione olimpica

«Io avevo smesso di correre per mia scelta, i mondiali del 2022 erano stati l’ultimo atto di una carriera comunque importante, considerando che ho dalla mia anche un bronzo mondiale ed europeo nell’inseguimento. Un mese dopo aver appeso la bici al chiodo mi ha chiamato il presidente della Fci Dagnoni, dicendomi che ha sempre creduto in me e che era un peccato mollare, ma che avrei potuto dare un contributo diverso. Mi ha suggerito l’idea del paraciclismo, fatto sta che a gennaio ero già in sella al tandem».

Una specialità completamente diversa, anche dal punto di vista tecnico…

Sì, serviva un po’ di tempo per abituarsi, ma d’altro canto la regola che vuole il decorrere di un anno di passaggio dal ciclismo olimpico a quello paralimpico mi dava il tempo per ambientarmi. Poi la mia esperienza nei velodromi mi consentiva di prendere presto confidenza col nuovo mezzo. Attenzione però, perché con Lorenzo il nostro impegno non riguarda solo la pista, ma anche le gare su strada, in linea e a cronometro. Io prima ero abituato ad affrontare le prove contro il tempo come un di più, ora invece sono un obiettivo vero e proprio.

Per Plebani e Bernard c’è anche la strada, con due occasioni di gara a Parigi 2024
Per Plebani e Bernard c’è anche la strada, con due occasioni di gara a Parigi 2024
Che cosa significa correre in tandem?

E’ diverso, non tanto e non solo per il gesto tecnico. E’ fondamentale trovare il giusto feeling con il compagno, conoscersi anche fuori dalla gara, entrare in sintonia. Soprattutto nel nostro caso dove per forza di cose abbiamo compiti diversi. Lorenzo, dietro, è fondamentale, perché deve spingere e trovare una grande sensibilità di gesto verso di me, seguire e assecondare la mia pedalata. In sella comunichiamo molto, io non sono solamente i suoi occhi, ma devo dargli i tempi. E’ importantissimo che ci sia sincronia e questa si acquisisce con il lavoro.

Accennavi al fatto che non sarete impegnati solo su pista, quanto cambia il vostro impegno passando alla strada?

Sono sforzi diversi. Le cronometro sono intorno ai 30 chilometri e anche qui bisogna trovare il giusto rimo di pedalata. Nelle gare in linea serve anche la sensibilità nel coesistere con gli altri, sono prove sui 100-120 chilometri, forse sono quelle dove il connubio è più forte. Resta il fatto che pista e strada sono connesse, ognuna è utile all’altra come per me è sempre stato, ogni specialità aiuta l’altra.

Ai mondiali hai ritrovato tanti corridori che erano con te nelle gare su pista e su strada da normodotati. Che effetto ti ha fatto ritrovarli in una situazione così diversa?

E’ particolare, tra una gara e l’altra a Rio spesso ci ritrovavamo, ci salutavamo, condividevamo le nostre esperienze e in tutti ho trovato la gioia di essere lì, di vivere questa nuova esperienza molto più profonda. E’ qualcosa che va al di là della pura competizione, è appagante già per il solo fatto di esserci. Ho trovato campioni della pista e anche della strada, è stato bellissimo.

Personalmente che effetto ti fa questa nuova esperienza?

Sono contentissimo, mi sento per la prima volta teso verso un obiettivo chiaro. Avevo chiuso la mia carriera insoddisfatto, mi era mancato qualcosa, soprattutto non sentivo fiducia intorno a me. Invece qui è tutto diverso. A gennaio avevamo gareggiato in Coppa del Mondo e le cose non erano andate bene, ma sapevo di poter crescere e avevo chiesto fiducia a Perusini. Lui me l’ha accordata, si è fidato. Io e Lorenzo abbiamo lavorato insieme trovando il giusto mix e ho potuto dare risposta a quella fiducia. Ora so che possiamo fare anche molto meglio, abbiamo ampi margini di crescita, quindi per Parigi sono molto ottimista.

Lorenzo Bernard, 27 anni della Valsusa, è già stato olimpico a Tokyo 2020 nel paracanottaggio
Lorenzo Bernard, 27 anni della Valsusa, è già stato olimpico a Tokyo 2020 nel paracanottaggio
Oltretutto avere già in tasca il biglietto olimpico è una motivazione in più…

Sì, perché possiamo concentrarci totalmente sulla preparazione, anche le tappe di Coppa diventano ora semplici test, non dobbiamo dannarci l’anima per qualificarci. Noi ci crediamo fortemente, possiamo davvero puntare al massimo risultato, l’importante è finalizzare l’obiettivo. Il mondiale era una tappa, il target è più in là…

Ti ritroverai a Parigi come la tua compagna Elisa Balsamo. Che cosa ha detto di questa tua seconda carriera?

Elisa mi aiuta e mi supporta in tutto, come io faccio con lei. Ci siamo sentiti durante i mondiali, ma lei era contenta per me già prima, mi diceva che da tempo non mi vedeva così felice, così concentrato verso qualcosa e per lei tanto bastava, i risultati venivano di conseguenza. Sarebbe stato bellissimo condividere la nostra esperienza olimpica, ma anche il fatto di viverla entrambi anche se con qualche settimana di differenza è esaltante.

Plebani con Elisa Balsamo: saranno entrambi a Parigi, ma in periodi diversi
Plebani con Elisa Balsamo: saranno entrambi a Parigi, ma in periodi diversi
Che impressione hai tratto dal mondo del ciclismo paralimpico?

Non credevo davvero di trovare tanta professionalità. Sono atleti veri. Il primo pensiero che mi è venuto in mente è che qui dovevo andare anche più forte di prima, se volevo emergere. Poi c’è il fatto che non si corre solamente per se stessi, si condivide l’esperienza con un compagno ed è bellissimo. Vorrei che Parigi fosse già domani…