La nuova vita di Plebani, ora a caccia del podio olimpico

09.04.2024
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Per Davide Plebani la notizia della prossima convocazione per i Giochi Paralimpici ha un sapore dolce come il miele. E’ già di per sé un riscatto dopo che la sua carriera da pistard si era chiusa senza essere riuscito a ottenere quel che voleva. Per anni parte della nazionale, sempre nel gruppo del quartetto anche se non titolare, nel corso del tempo Plebani era diventato l’esempio della grande speranza non concretizzatasi, di un corridore di grande talento ma con risultati inferiori a quelli che si attendevano. Il treno olimpico sembrava passato, invece…

La storia del suo connubio con Lorenzo Bernard, che l’ha portato al bronzo mondiale e quindi all’ammissione d’ufficio alla rassegna a cinque cerchi è un racconto che Davide fa con una gioia palpabile, che traspare dalla sua voce anche per il fatto che questo successo è condiviso.

I due in allenamento a Rio. Il loro bronzo vale direttamente la qualificazione olimpica
I due in allenamento a Rio. Il loro bronzo vale direttamente la qualificazione olimpica

«Io avevo smesso di correre per mia scelta, i mondiali del 2022 erano stati l’ultimo atto di una carriera comunque importante, considerando che ho dalla mia anche un bronzo mondiale ed europeo nell’inseguimento. Un mese dopo aver appeso la bici al chiodo mi ha chiamato il presidente della Fci Dagnoni, dicendomi che ha sempre creduto in me e che era un peccato mollare, ma che avrei potuto dare un contributo diverso. Mi ha suggerito l’idea del paraciclismo, fatto sta che a gennaio ero già in sella al tandem».

Una specialità completamente diversa, anche dal punto di vista tecnico…

Sì, serviva un po’ di tempo per abituarsi, ma d’altro canto la regola che vuole il decorrere di un anno di passaggio dal ciclismo olimpico a quello paralimpico mi dava il tempo per ambientarmi. Poi la mia esperienza nei velodromi mi consentiva di prendere presto confidenza col nuovo mezzo. Attenzione però, perché con Lorenzo il nostro impegno non riguarda solo la pista, ma anche le gare su strada, in linea e a cronometro. Io prima ero abituato ad affrontare le prove contro il tempo come un di più, ora invece sono un obiettivo vero e proprio.

Per Plebani e Bernard c’è anche la strada, con due occasioni di gara a Parigi 2024
Per Plebani e Bernard c’è anche la strada, con due occasioni di gara a Parigi 2024
Che cosa significa correre in tandem?

E’ diverso, non tanto e non solo per il gesto tecnico. E’ fondamentale trovare il giusto feeling con il compagno, conoscersi anche fuori dalla gara, entrare in sintonia. Soprattutto nel nostro caso dove per forza di cose abbiamo compiti diversi. Lorenzo, dietro, è fondamentale, perché deve spingere e trovare una grande sensibilità di gesto verso di me, seguire e assecondare la mia pedalata. In sella comunichiamo molto, io non sono solamente i suoi occhi, ma devo dargli i tempi. E’ importantissimo che ci sia sincronia e questa si acquisisce con il lavoro.

Accennavi al fatto che non sarete impegnati solo su pista, quanto cambia il vostro impegno passando alla strada?

Sono sforzi diversi. Le cronometro sono intorno ai 30 chilometri e anche qui bisogna trovare il giusto rimo di pedalata. Nelle gare in linea serve anche la sensibilità nel coesistere con gli altri, sono prove sui 100-120 chilometri, forse sono quelle dove il connubio è più forte. Resta il fatto che pista e strada sono connesse, ognuna è utile all’altra come per me è sempre stato, ogni specialità aiuta l’altra.

Ai mondiali hai ritrovato tanti corridori che erano con te nelle gare su pista e su strada da normodotati. Che effetto ti ha fatto ritrovarli in una situazione così diversa?

E’ particolare, tra una gara e l’altra a Rio spesso ci ritrovavamo, ci salutavamo, condividevamo le nostre esperienze e in tutti ho trovato la gioia di essere lì, di vivere questa nuova esperienza molto più profonda. E’ qualcosa che va al di là della pura competizione, è appagante già per il solo fatto di esserci. Ho trovato campioni della pista e anche della strada, è stato bellissimo.

Personalmente che effetto ti fa questa nuova esperienza?

Sono contentissimo, mi sento per la prima volta teso verso un obiettivo chiaro. Avevo chiuso la mia carriera insoddisfatto, mi era mancato qualcosa, soprattutto non sentivo fiducia intorno a me. Invece qui è tutto diverso. A gennaio avevamo gareggiato in Coppa del Mondo e le cose non erano andate bene, ma sapevo di poter crescere e avevo chiesto fiducia a Perusini. Lui me l’ha accordata, si è fidato. Io e Lorenzo abbiamo lavorato insieme trovando il giusto mix e ho potuto dare risposta a quella fiducia. Ora so che possiamo fare anche molto meglio, abbiamo ampi margini di crescita, quindi per Parigi sono molto ottimista.

Lorenzo Bernard, 27 anni della Valsusa, è già stato olimpico a Tokyo 2020 nel paracanottaggio
Lorenzo Bernard, 27 anni della Valsusa, è già stato olimpico a Tokyo 2020 nel paracanottaggio
Oltretutto avere già in tasca il biglietto olimpico è una motivazione in più…

Sì, perché possiamo concentrarci totalmente sulla preparazione, anche le tappe di Coppa diventano ora semplici test, non dobbiamo dannarci l’anima per qualificarci. Noi ci crediamo fortemente, possiamo davvero puntare al massimo risultato, l’importante è finalizzare l’obiettivo. Il mondiale era una tappa, il target è più in là…

Ti ritroverai a Parigi come la tua compagna Elisa Balsamo. Che cosa ha detto di questa tua seconda carriera?

Elisa mi aiuta e mi supporta in tutto, come io faccio con lei. Ci siamo sentiti durante i mondiali, ma lei era contenta per me già prima, mi diceva che da tempo non mi vedeva così felice, così concentrato verso qualcosa e per lei tanto bastava, i risultati venivano di conseguenza. Sarebbe stato bellissimo condividere la nostra esperienza olimpica, ma anche il fatto di viverla entrambi anche se con qualche settimana di differenza è esaltante.

Plebani con Elisa Balsamo: saranno entrambi a Parigi, ma in periodi diversi
Plebani con Elisa Balsamo: saranno entrambi a Parigi, ma in periodi diversi
Che impressione hai tratto dal mondo del ciclismo paralimpico?

Non credevo davvero di trovare tanta professionalità. Sono atleti veri. Il primo pensiero che mi è venuto in mente è che qui dovevo andare anche più forte di prima, se volevo emergere. Poi c’è il fatto che non si corre solamente per se stessi, si condivide l’esperienza con un compagno ed è bellissimo. Vorrei che Parigi fosse già domani…

Valoti raccontaci come procede la crescita di Masciarelli

09.04.2024
4 min
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NEGRAR DI VALPOLICELLA – Quando Lorenzo Masciarelli ha lasciato il Belgio e la Pauwel Sauzen-Bingoal, non sono mancati articoli e reazioni. Il ritorno in Italia del giovane abruzzese, vero talento nel ciclocross, ha spiazzato un po’ tutti. Masciarelli era finito nel mirino della Colpack-Ballan (dal 2024 MBH Bank-Colpack-Ballan-Csb) per le sue doti da scalatore (foto apertura NB Srl). 

La stagione passata è servita per capire che ,al di là di qualche importante problema fisico, c’è ancora tanta strada da fare. Allo stesso modo in cui in Belgio doveva imparare a correre nel fango, ora deve imparare a correre su asfalto. Il processo di apprendimento non è semplice, ma la decisione presa sembra incontrovertibile. Chi si aspettava, fin da subito, un impatto forte e deciso può essere rimasto deluso. Ma quello del classe 2003 è un percorso che va fatto a piccoli passi e tanto passa dall’aiuto e dal supporto fornito dal team.

Nel 2022-2023 Masciarelli ha passato un inverno da ciclocrossista
Nel 2022-2023 Masciarelli ha passato un inverno da ciclocrossista

Ancora margini

Il 2024 per lui è iniziato in maniera più decisa, con un quinto posto alla Coppa San Geo, prima gara elite e under 23 della stagione. I mesi di marzo e aprile sono stati e saranno impreziositi da impegni di livello maggiore. Prima Masciarelli è andato all’Istrian Spring Trophy, una corsa a tappe 2.2, poi alla Coppi e Bartali (2.1). Ora lo aspetta la corsa di casa: il Giro di Abruzzo. Durante i giorni di corsa tra Belvedere e Recioto abbiamo intercettato il suo diesse alla MBH Bank-Colpack, Gianluca Valoti, e con lui abbiamo fatto un punto sulla crescita di Lorenzo Masciarelli

«Lo abbiamo preso nel 2023 – ci spiega il diesse Valoti – ma per certi versi è come se questo fosse il primo anno. Solamente in questa stagione si è dedicato alla strada, curando tutto nei dettagli. E’ partito bene, è stato molto sfortunato in Croazia, dove una caduta gli ha impedito di performare al meglio. Tra pochi giorni correrà al Giro di Abruzzo, in casa, e da lì seguirà il programma per il resto della stagione. Ha ancora tanti margini di miglioramento».

Nel 2024 ha trascorso il suo primo inverno lavorando a pieno regime su strada (foto NB Srl)
Nel 2024 ha trascorso il suo primo inverno lavorando a pieno regime su strada (foto NB Srl)
In quali ambiti?

Come prima cosa gli manca un pochettino di esperienza per quanto riguarda le corse più lunghe e a tappe. Sta lavorando benissimo per recuperare questi piccoli problemi.

Dove lavorate di più?

Sulla distanza da percorrere in gara o per quanto riguarda l’alimentazione in corsa. Tante piccole cose che, sommate, portano ad un miglioramento importante.

Questo inverno, il primo interamente con voi, su cosa vi siete concentrati?

Abbiamo seguito il programma per la preparazione atletica. Ha lavorato molto bene, è un corridore meticoloso, ha bisogno di tante conferme. Nel ritiro invernale ha dimostrato di essere competitivo. E’ un ragazzo che si esprime meglio con temperature più alte, quindi con il proseguire della stagione ci aspettiamo qualcosa da lui.  

Dopo un primo periodo di gare tra U23 e pro’, l’abruzzese sarà al via della corsa di casa (foto NB Srl)
Dopo un primo periodo di gare tra U23 e pro’, l’abruzzese sarà al via della corsa di casa (foto NB Srl)
Dal Giro di Abruzzo in poi cosa prevede la stagione di Masciarelli?

Ora fino a inizio maggio abbiamo un programma delineato, poi vedremo in base al percorso del Giro Next Gen e sceglieremo la squadra. 

In vista del 2025 e del passaggio della MBH Bank-Colpack a team professional Masciarelli può essere un profilo interessante?

Sicuramente. C’è in programma di fare un salto nella categoria dei professionisti. Lui sarà uno di quelli che potrebbero essere con noi. 

Masciarelli lavora in maniera meticolosa ma senza perdere la serenità (foto NB Srl)
Masciarelli lavora in maniera meticolosa ma senza perdere la serenità (foto NB Srl)
L’obiettivo?

Quello di credere in lui e negli altri. Riuscire a portare una buona parte di questi ragazzi nel mondo dei professionisti per noi sarebbe una grande soddisfazione. I ragazzi sono giovani e devono crescere, non solo Masciarelli, anche se lui è uno sul quale puntiamo molto.

Roubaix, laboratorio della tecnica. Le chicche per il pavè

09.04.2024
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ROUBAIX (Francia) – La classica delle pietre è notoriamente una delle “gare laboratorio” dal punto di vista tecnico. La particolarità del percorso spinge a preparare bici ad hoc, molto più del solito. Una volta c’erano le ruote con i raggi più tirati e saldati nell’incrocio e il doppio nastro. Adesso c’è molto di più. Adesso non ci sono più “palliativi”, modifiche ai prodotti, ma prodotti nuovi o, per meglio dire, differenti. Qualcuno il doppio nastro lo usa ancora, ma di fatto siamo in un’altra era.

I telai moderni benché più aerodinamici, veloci e prestanti al tempo stesso sono anche più “versatili”, almeno alcuni di essi. Perché? Perché lasciano anche tanta luce per il passaggio degli pneumatici larghi. Pensiamo alla Cannondale della EF Education-Easy Post o alla Specialized Sl 8 che avevano quest’anno le atlete della Sd Worx-Protime.

Quali rapporti

Partiamo dai rapporti. La maggior parte dei corridori aveva il classico 54-40, tra questi anche sua maestà Van der Poel. Però si sono viste tante, ma davvero tante monocorona. E stavolta non le proponeva solo Sram, ma anche Vision.

Evidentemente il percorso pianeggiante e l’idea di un componente in meno che si potesse rompere o “incepparsi” (vedi il salto di catena), ha allettato non poco meccanici e corridori.

Usavano le mono Visma-Lease a Bike, Movistar, molti della EF e alcuni atleti individualmente. Tra questi spiccava e non di poco la 62 denti di Joshua Tarling, il “bimbo” fenomeno della cronometro. Al netto della sua squalifica per traino prolungato durante lo scambio di una borraccia dall’ammiraglia, il gallese ha avuto coraggio e gamba.

Gomme e ruote

Pianeta gomme… e ruote. Ormai la ruota in carbonio ad alto profilo è del tutto sdoganata: non è più una notizia. Però vedere le 60 millimetri con una certa frequenza per la Roubaix ci ha colpito un bel po’. La virata verso gli alti profili è strettamente legata anche alla disponibilità delle gomme che si possono montare. Gomme più larghe (e tubeless) consentono di osare di più con il profilo dei cerchi.

Posto che il tubeless l’ha fatta da padrone, grazie anche al “salsicciotto” che si può montare al suo interno e al liquido sigillante in caso di foratura, questa gomma è ormai prodotta in molti standard. Larghe, larghissime, rinforzate: i 28 millimetri erano davvero pochi, mentre hanno spopolato i 32. In certi casi montati proprio al limite. Pochissimi i tubolari avvistati.

Quando parliamo di pneumatici larghissimi pensiamo a Continental. Il brand tedesco ha proposto i 35 millimetri. Per questa Roubaix per esempio, li montava Andrea Pasqualon, che infatti non ha esitato ad usare ruote da 60 millimetri. 

Occhio poi alle ruote stesse. In apparenza erano identiche a quelle standard, ma in più di qualche caso si trattava di cerchi più robusti. In casa Soudal-Quick Step per esempio si è pensato ad un set misto: strada (anteriore)-gravel (posteriore).

I dati dei tecnici Specialized, fornitore del team, dicevano che dal punto di vista aerodinamico la perdita di efficienza al posteriore era inferiore rispetto al vantaggio che si aveva sul pavé, specie in termini di sicurezza, trazione e resistenza alle forature.

Tre tipi di scelta

Infine c’è un aspetto che ci ha colpito nelle scelte tecniche: la genesi delle stesse scelte. Le varie opzioni percorrono tre vie principali: la soluzione di squadra, gestita dai team performance; la soluzione proposta dal costruttore (o brand) e la scelta lasciata all’atleta.

Facciamo esempi pratici. La Visma-Lease a Bike decideva per tutti, infatti i setup erano uguali per tutti gli alfieri schierati: telaio Cervélo Soloist, ruote Reverse da 40 millimetri, gomme da 32 mm, monocorona da 54. A discrezione del corridore la possibilità di montare il doppio comando (sulla piega) oppure no. Quello che abbiamo inoltre notato è una scelta sempre più ampia dei reggisella con zero off-set, una conferma di questo tipo arriva proprio dalle Soloist.

C’era poi la soluzione dei team di Specialized, per esempio. Il costruttore americano, che propone telai, ruote e gomme, forniva ai team il loro setup ideale. Poi stava al team e all’atleta avallare quelle scelte o virare sul personale. Infine la terza modalità: si parte dai materiali standard e il corridore faceva le proprie scelte sempre nel ventaglio di materiali a disposizione.

Casa Visma: non è ancora allarme, ma quasi…

08.04.2024
5 min
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In un modo o nell’altro, i grandi cicli si somigliano tutti. Per questo quando la settimana scorsa è stato annunciato che Merijn Zeeman, numero uno dei tecnici Visma-Lease a Bike, passerà dal prossimo anno al calcio nelle file dell’Alkmaar, la mente è andata a quando Rod Ellingworth lasciò, sia pure per il solo 2020, il Team Ineos Grenadiers. In un modo o nell’altro quel passaggio di mano segnò l’inizio del ridimensionamento della squadra britannica, che vinse il Giro con Bernal e poi si mise in cerca di una nuova identità. Ellingworth fece in tempo a tornare e poi ad andarsene di nuovo e nel vuoto lasciato libero dagli inglesi si è infilata con prepotenza la squadra olandese di Vingegaard e Van Aert. Il loro ciclo avrà qualche ripercussione per la partenza di Zeeman?

Zeeman, capo dei tecnici della Visma, dal prossimo anno passerà al calcio
Zeeman, capo dei tecnici della Visma, dal prossimo anno passerà al calcio

Due cadute all’unisono

Il primo a saltare giù dalla nave è stato Primoz Roglic. La sua scelta non è legata alla partenza del tecnico, quanto piuttosto alla necessità di avere un proprio spazio al Tour de France. Nonostante ciò, la partenza dello sloveno ha aperto una voragine nell’organico del team che lo scorso anno ha vinto i tre grandi Giri e al momento rischia di non vincerne neanche uno. Chiaramente nel discorso entrano due cadute: quella di Van Aert a Waregem e quella di Vingegaard ai Paesi Baschi.

Già è parsa una forzatura la presenza del belga come uomo di classifica al Giro, ma adesso le incertezze sul suo recupero e quello del danese rendono il quadro ben più confuso. Al punto che la possibilità di Pogacar di fare la doppietta Giro-Tour, che fino a un mese fa sembrava irrealistica, adesso sembra meno remota. Con questi immensi campioni funziona così: se non hanno intorno rivali della loro grandezza, è difficile batterli. Come conferma il dominio di Van der Poel al Fiandre e ancor più alla Roubaix.

Anche Roglic coinvolto nella caduta dei Paesi Baschi, ma per una volta se l’è cavata con poco (foto Instagram)
Anche Roglic coinvolto nella caduta dei Paesi Baschi, ma per una volta se l’è cavata con poco (foto Instagram)

Linea verde per Roubaix

Proprio ieri, complice anche il forfait in extremis di Van Baarle, la presenza della Visma-Lease a Bike nella corsa del pavé è rimasta legata all’entusiasmo dei gemelli Tim e Mick Van Dijke e al talento di Per Strand Hagenes. Solo che quando si è varcato il muro dei 220 chilometri l’entusiasmo è stato scalzato dalla fatica, come è giusto che sia per atleti così giovani.

«Nel contesto dello sviluppo dei talenti – ha spiegato proprio Merijn Zeeman al belga Het Nieuwsblad – volevamo vedere fino a che punto potevano spingersi i nostri tre corridori più giovani. E loro hanno dimostrato di avere una prospettiva per il futuro. Naturalmente ci aspettavamo di più, sicuramente alla Roubaix, che per noi è un po’ più adatta rispetto al Fiandre. L’opening-weekend (vittorie di Tratnik e Van Aert, ndr) e la Dwars door Vlaanderen (vittoria di Jorgenson, ma caduta di Van Aert, ndr) sono state un sollievo per i risultati. Se avessimo avuto tutti i nostri leader lì, avremmo potuto lottare anche per la Roubaix, ma si è imposta la Alpecin-Deceuninck. E Mathieu era addirittura in una classe a parte».

Van Aert è convalescente in Belgio, sul mare di Knokke. Per ora la Visma non rivede i suoi piani (foto Instagram)
Van Aert è convalescente in Belgio, sul mare di Knokke. Per ora la Visma non rivede i suoi piani (foto Instagram)

Van Aert e il Giro

E adesso il gioco si fa spinoso. Manca meno di un mese all’inizio del Giro (4 maggio) e Van Aert si è fatto fotografare ancora fasciato e immobile sul balcone di un centro residenziale sul mare di Knokke. 

«Nove giorni dopo l’intervento chirurgico – ha scritto su Instagram, prima di ringraziare tutti quelli che lo stanno sostenendo – e inizio a sentirmi di nuovo un po’ me stesso. Spero di tornare presto in sella alla mia bici, ma in questo momento il recupero completo delle ferite e delle ossa rotte ha la mia priorità assoluta».

In realtà non è ancora dato di sapere quando potrà riprendere gli allenamenti e questo, in un ciclismo che vive di calcoli millimetrici, è un bel problema. Quel che fa onore alla squadra olandese è voler per ora mantenere fede all’impegno del Giro, che potrebbe in ogni caso diventare un buon rodaggio sulla strada eventuale del Tour. Il recupero per ora procede.

«Si tratta di una combinazione di costole e clavicole rotte – spiega Zeeman – un polmone contuso e una vasta ustione sulla schiena. Le cose stanno migliorando, ma non possiamo ancora dire quando potrà riprendere ad allenarsi sui rulli. Non dico che non possa accadere presto, ma al momento resta da vedere. Non so dire neanche di quanto lavoro avrà bisogno Wout per arrivare bene al via del Giro. Tutto dipende dal punto di partenza, dalla condizione che gli sarà rimasta. Il principio di base è che in corsa dovrà essere al 100 per cento. E’ uno dei nostri leader e non andrà al Giro solo per pedalare: questo è chiaro come il sole. Il tempo è poco, ma speriamo di ottenere informazioni dettagliate sulla situazione di Wout nelle prossime settimane».

Vingegaard ha riportato fratture e un pneumotorace: è ancora in ospedale (immagine Eurosport)
Per Vingegaard fratture e un pneumotorace: è ancora in ospedale (immagine Eurosport)

Vingegaard e il Tour

Il Tour per fortuna è più lontano, anche se neppure le condizioni di Vingegaard sono così tranquillizzanti. Il danese è sparito dai radar, come è giusto che sia, ma il bollettino relativo alla sua caduta è nettamente peggiore rispetto a quello di Van Aert. Per lui si parla di costole e clavicole fratturate, di un polmone contuso e un polmone collassato.

«C’è un po’ più di tempo per Jonas – chiude Zeeman – perché ovviamente punta al Tour. Solo che abbiamo deciso di non mantenere il ritiro in quota di Sierra Nevada che dovrebbe iniziare il 6 maggio. Troveremo un altro avvicinamento. Ogni giorno migliora un po’, ma è ancora in ospedale e questo ovviamente dice abbastanza. Tutto quello che possiamo fare ora è pensare a quanti più scenari possibili. Wout potrebbe non arrivare pronto per il Giro, come Vingegaard potrebbe non essere pronto per il Tour. Speriamo di poter concretizzare tutto questo nelle prossime settimane».

Ricordate Magagnotti? E’ già pronto a graffiare fra gli juniores

08.04.2024
5 min
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Quando arrivi fra juniores con le stimmate del campione per quanto fatto da allievo, è chiaro che ogni battito di ciglia ha il suo peso. Per questo non aver visto il nome di Alessio Magagnotti negli ordini d’arrivo delle prime prove della stagione aveva sorpreso più di qualcuno. La medaglia d’argento degli Eyof ha però risposto da par suo, cogliendo la seconda piazza al GP Festa del Perdono, non una classica qualsiasi visto che per correrla sono arrivati anche dall’estero, seguita poi dal 4° posto nel Trofeo Ristorante alla Colombera.

Per Magagnotti questo podio è stato un po’ una liberazione: «La prima soddisfazione dell’anno, che ha cancellato un inizio davvero sfortunato. Sono caduto alla prima e alla terza gara e questo mi aveva un po’ imballato. Ne avevo bisogno per ritrovare spinta».

Lo sprint per il secondo posto a Melegnano, con Magagnotti che beffa Fietzke (foto Instagram)
Lo sprint per il secondo posto a Melegnano, con Magagnotti che beffa Fietzke (foto Instagram)
Che cambiamenti hai trovato salendo di categoria?

E’ un altro mondo. Si vede quanto conta l’organizzazione dei team, quanto è importante nella gestione di certe corse. L’ho capito proprio al GP del Perdono, perché nelle gare internazionali si va sempre a tutta mentre in quelle prettamente nostrane si lavora in maniera diversa nella prima e nella seconda parte, quando ci si muove davvero.

Com’era stata la preparazione invernale, diversa da quella tua solita?

Abbastanza. Intanto ho iniziato molto prima, io che ero abituato a fare le cose sul serio da inizio dicembre ho invece cominciato ad allenarmi già un mese prima e poi a dicembre c’è stato il ritiro in Spagna. Io non ero mai stato all’estero, ad allenarmi così lontano da casa. E’ stata anche quella un’esperienza nuova. I carichi di lavoro sono diventati più intensi rispetto a un anno fa e soprattutto più frequenti.

Magagnotti è nato nel 2007 a Vo’ Sinistro (TN), sta mostrando grandi progressi. Ora correrà al Giro dell’Abruzzo
Magagnotti è nato nel 2007 a Vo’ Sinistro (TN), sta mostrando grandi progressi. Ora correrà al Giro dell’Abruzzo
Fisicamente sei cambiato?

Non mi controllo molto allo specchio, non so se ad esempio sono cresciuto in altezza. Ho messo un po’ più di muscoli grazie al lavoro in palestra che prima non era contemplato e devo dire che dei miglioramenti li ho notati soprattutto nella mia resistenza e potenza sulle salite lunghe.

Passando di categoria, è chiaro che molti si sono soffermati su di te visto il tuo curriculum da allievo. Senti questa pressione?

Un po’ sì, soprattutto nelle primissime corse avevo l’impressione che tutti si aspettassero da me qualcosa e quelle cadute avevano lasciato deluso me in prima persona. Poi ho cercato di vivere la mia attività con un po’ più di tranquillità e subito ho visto che andavo meglio, questo mi ha incoraggiato e il podio è stato anche figlio di questo nuovo atteggiamento.

Il team Autozai Contri quest’anno ha fatto grandi acquisti, con Contri anche Valjavec, 2° alla Roubaix di categoria
Il team Autozai Contri quest’anno ha fatto grandi acquisti, con Contri anche Valjavec, 2° alla Roubaix di categoria
Com’è l’atmosfera nel tuo nuovo team, l’Autozai Contri?

Molto positiva, il ritiro invernale è stato importante anche per stringere legami fra noi. Si è creato un bel clima e in gara si vede, ognuno sa quel che deve fare e punta alla vittoria di squadra. Finora sono arrivati tre podi, sono convinto che presto verrà anche il nostro momento di gioire per il risultato pieno.

Torniamo un attimo alla classica di Melegnano, che impressione hai avuto dal confronto con il Team Grenke Auto Eder, considerato da tutti un riferimento nella categoria?

Ho notato che hanno una straordinaria resistenza, partono cattivi e arrivano ancora più cattivi, agonisticamente parlando. In gara guardano tutti a loro e non si lasciano intimidire, tengono le redini della corsa. In salita hanno fatto selezione riducendo il gruppo a una ventina di unità con me che avevo già speso un po’ di energie per rientrare dopo una caduta. L’azione decisiva l’ha promossa il danese Clemmensen, io l’ho seguito, poi su di noi sono rientrati il tedesco Fietzke e Bosio, ma i tedeschi potevano far valere la superiorità numerica e infatti alla fine Clemmensen ha piazzato la botta a 3 chilometri dall’arrivo. Io sapevo che in quella situazione sarebbe stato molto difficile vincere, sono stato contento della mia piazza d’onore.

Il podio del GP Festa del Perdono con il trentino al fianco di Clemmensen (foto team)
Il podio del GP Festa del Perdono con il trentino al fianco di Clemmensen (foto team)
Con il cittì Salvoldi ti sei già sentito?

Sì, mi ha promesso che più avanti nella stagione mi chiamerà per qualche corsa internazionale, voglio farmi trovare pronto quando sarà il momento perché so che quelle prove sono un momento importante nella mia crescita.

Ora che cosa ti aspetta?

Il Giro dell’Abruzzo di categoria, per me sarà il primo impegno in assoluto in una corsa a tappe. Io spero che sia abbastanza duro e che ci siano occasioni per farmi vedere, ho visto il disegno delle tappe e sono con le caratteristiche giuste per me, ma quel che conta sarà il risultato del team, speriamo davvero di centrare il nostro primo successo. Se sarò io a farlo, tanto di guadagnato…

EDITORIALE / L’Italia, la legge del calcio e la nicchia del ciclismo

08.04.2024
5 min
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Sangue, soldi e sesso. In mancanza di vittorie, se si realizza una di queste condizioni, anche il ciclismo ha diritto al suo grande spazio. La caduta dei campioni al Giro dei Paesi Baschi ha conquistato le prime pagine e le successive, come pure lo spazio in alcuni telegiornali, con conduttrici e conduttori in evidente imbarazzo nel pronunciare nomi per loro totalmente sconosciuti. Abbiamo poco da lagnarci, basterebbe chiedere agli appassionati di tennis per quanti anni siano rimasti in sala d’attesa, accontentandosi della storia d’amore fra il giocatore e la velina e tornando finalmente a respirare grazie a Sinner.

La caduta nella 4ª tappa del Giro dei Paesi Baschi ha avuto più attenzione della vittoria di VdP a Roubaix (immagine Eurosport)
La caduta nella 4ª tappa del Giro dei Paesi Baschi ha avuto più attenzione della vittoria di VdP a Roubaix (immagine Eurosport)

Una vetrina in subaffitto

In Italia lo sport è un mondo strano. Il calcio si mangia tutto e chi è chiamato a dirigere i grandi media ha chiaro di non dover lasciare spazio ad altro. Difficile dire se vengano scelti per questa loro idea o se gli venga chiesto di farla propria. Il resto, in ogni caso, ha a disposizione una piccola vetrina in subaffitto. Quando ci si lamenta per la mancanza di una squadra WorldTour in Italia, si agitano spesso fantasmi del passato, ma ci siamo chiesti quale potrebbe essere da noi il ritorno di immagine per un simile investimento?

Non esiste lo sport come valore oggettivo, mentre esiste l’oggettività di un certo tipo di cultura. La grande prestazione in teoria dovrebbe trascendere i confini nazionali e gli interessi di parte. E se ieri il Van der Poel della Roubaix è olandese e non italiano e se anche il primo dei nostri (Andrea Pasqualon) arriva al traguardo in cinquantesima posizione, la grandezza dello spettacolo dovrebbe svegliare la voglia di raccontare. C’erano tre milioni di persone lungo le strade. C’era il campione del mondo in fuga come un’aquila. C’erano la resa eroica di Pedersen e il cinismo spietato di Philipsen. Ci sono state le cadute di Viviani, Milan e Bettiol: i primi due attesi alle Olimpiadi su pista. C’era il mondo. Quel che mancavano erano i giornalisti dall’Italia, perché tranne pochi specializzati, gli altri hanno dovuto raccontarla da casa.

Van der Poel non è neppure francese, lo era suo nonno Raymond Poulidor. Eppure L’Equipe di oggi in edicola ha riservato alla Roubaix dieci pagine, oltre alla prima con l’iridato da testa a piedi (immagine di apertura. Il titolo recita: Sua Altezza del pavé). Il calcio l’hanno messo dopo, perché è giusto che una qualsiasi giornata di campionato venga dopo una prova Monumento. La Sanremo è un Monumento: siamo certi che il resto dello sport si sia fermato per ammirarla?

La vittoria della Roubaix di Van der Poel si è svolta in un contesto trabordante di pubblico
La vittoria della Roubaix di Van der Poel si è svolta in un contesto trabordante di pubblico

La missione del giornalista

I lettori vanno educati, un po’ come i figli e gli studenti. Se a un figlio proponi sempre la stessa vita, crescerà con orizzonti limitati e non potrà sviluppare le sue potenzialità. Se l’insegnante non è capace di spiazzare gli studenti diversificando il modo di raccontare la cultura, avrà fallito la sua missione. Anche i contadini sanno che a un certo punto la rotazione delle colture è il solo modo perché il campo continui a rendere.

Se un organo di informazione, qualunque sia la sua forma, continua a proporre sempre gli stessi argomenti, quale tipo di cultura sportiva potrà sperare di generare nei suoi lettori? Va bene, qualche direttore che si sentisse chiamato in causa potrebbe rispondere che non gliene importa nulla e che non è questa la sua missione, ma di questo potremmo discutere a lungo.

Se quello che facciamo è spolpare sempre lo stesso osso e rinunciamo a trasmettere dei valori, come possiamo pretendere che domani la gente avrà voglia di leggere altro? Qual è il ruolo del giornalista nel formare nuovi cittadini? E se domani, tornando allo sport, Van der Poel sarà italiano, siamo certi che le pagine a lui dedicate non verranno vissute come spazio sottratto alla routine e agli interessi del calcio?

Con Pantani la popolarità del ciclismo era riuscita a far vacillare quella del calcio
Con Pantani la popolarità del ciclismo era riuscita a far vacillare quella del calcio

Lo spirito olimpico

Ad agosto Parigi chiamerà a raccolta l’elite dello sport mondiale e, come ogni quattro anni, ci ritroveremo a tifare davanti a discipline di cui non sappiamo nulla. Ogni sportivo ha la sua storia, ogni grande impresa ti scuote dentro se chi la racconta suona i tasti giusti. Ma la sensazione è che nel Paese più bello del mondo con la corsa più dura del mondo, tutto questo venga visto come noia e semmai occasione per spremere limone e sponsor, in attesa che ricominci il campionato e si possa finalmente rimestare nel paradiso del calcio.

Non può essere il ciclismo a cambiare la storia, ma i valori dello sport potrebbero essere tanto potenti da scardinare pregiudizi e cattivi costumi. Si è scelto tuttavia di appiattirsi su un mondo che non riesce a sganciarsi dalla dittatura dei milioni e si fa andare bene il razzismo e l’omofobia. Allora forse, nel chiudere questo amaro editoriale, la sensazione che ci assale è che rientri tutto nello stesso disegno. Va bene che il pubblico venga assecondato e beva quello che gli viene versato, senza che debba chiedere altro. Casomai gli venisse poi la voglia di pretendere qualcosa di diverso da chi, qualunque sia la sua bandiera, invece dello sport, è chiamato a fornirgli leggi, democrazia e lavoro.

Si capisce bene che Pantani a un certo punto sia diventato scomodo. Come lo inquadri uno che offusca il calcio, i suoi sponsor e i limitati orizzonti e accende le luci sul ciclismo, sponsorizzato per giunta non da una multinazionale, ma da una piccola catena di supermercati? Magari una spintarella perché se ne parli un po’ meno o in modo diverso, avrà pensato probabilmente qualcuno, gli si potrebbe anche dare, no?

Giro d’Abruzzo, il ritorno dopo 17 anni. Giuliani racconta

08.04.2024
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Ritorna dopo 17 anni il Giro d’Abruzzo, RCS Sport lo ha inserito nel calendario al posto del Giro di Sicilia. Una corsa a tappe breve, di quattro giorni, che attraversa l’intera regione: il via domani, la fine venerdì. L’Abruzzo torna ad avere una corsa importante, oltre al Trofeo Matteotti, e questo accade perché l’investimento nel ciclismo è stato importante. La regione ha ospitato la cronometro di apertura del Giro d’Italia 2023 e prima ancora ha lavorato ad una rete ciclabile proprio sulla Costa dei Trabocchi

Il ciclismo cresce

Uno che il Giro d’Abruzzo lo ha respirato e vissuto, e che in questa terra ha legato il suo amore per il ciclismo, è Stefano Giuliani. Quando gli abbiamo chiesto di parlare della sua regione, la voce si è accesa e le parole sono uscite come un fiume in piena. 

«Sono felice perché sono il mio sport e la mia regione – dice – da qualche tempo siamo diventati il centro del ciclismo italiano. Prima la partenza del Giro, nel 2029 avremo gli europei su strada. Si è spostato il baricentro da nord a sud. Per fare un bel ciclismo ci vogliono tanta passione e grinta, che a noi non mancano, ma anche tanti soldi. Fortunatamente abbiamo dei politici che credono nel ciclismo e ci investono molto. Alla fine il nostro è uno sport che fa scoprire il territorio, basta guardare nelle località sciistiche: c’è più gente che va in bici rispetto a quella che scia. E’ il momento giusto per investire sulla bici».

Si attraverseranno paesini tipici abruzzesi, come Rocca San Giovanni (foto: Camillo Masciarelli)
Si attraverseranno paesini tipici abruzzesi, come Rocca San Giovanni (foto: Camillo Masciarelli)
Come hai preso la notizia del ritorno della corsa?

E’ stata una bellissima sorpresa, ma pensate che ansia da prestazione che mi ha messo addosso. Io che sono anche diesse (del team continental Vini Monzon-Savini Due-OMZ, ndr) arriverò alla prima tappa con un fremito addosso. Mi spiace un po’ perché avrei voluto una squadra con cui provare a vincere, ma ho tanti ragazzi giovani che in questo mondo devono imparare tanto.

Ci saranno i top team.

Per essere competitivo ora bisogna avere una grande motivazione, ma non basta, servono una struttura solida e un programma delineato di lavoro. Anche al Trofeo Matteotti, che aiuto a organizzare, ora vengono a correre i campioni. Fa piacere, perché è un bel messaggio, ma per le squadre piccole diventa tutto difficile. 

Cosa ci racconti del percorso?

Le prime due tappe sembrano essere abbordabili, si dovrà stare attenti alle fughe, ma con il controllo che c’è ora in gruppo la volata dovrebbe essere scontata. L’arrivo di Pescara è veloce, prima ci sono dei sali e scendi nella zona di Ortona, ma non credo possano fare male ai velocisti moderni. 

La prima tappa inizia da Vasto…

Si partirà da lì, e si vedranno gli stessi territori che ha attraversato il Giro d’Italia lo scorso anno. La corsa rosa ha aiutato a far scoprire dei bellissimi paesaggi e sono sicuro che tanta gente verrà a vederli. Per arrivare a Pescara, città dello sport a 360 gradi, si passerà da una zona ricca di vigneti, dove nascono tante cantine, come la Vini Fantini Farnese. 

La seconda frazione sembra più mossa.

Si parte da Alanno, dove da bambino andavo in bici, si attraverseranno tante zone di collina, con salite anche medio lunghe. Ma anche in questo caso i velocisti moderni possono reggere tranquillamente la fatica a mio modo di vedere. La parte impegnativa, che da altimetria non si vede, è quella di Celano, che è un continuo sali e scendi. C’è un castello molto bello e lì vicino ci sono le gole che prendono il nome dal paese. 

Dalla terza tappa Iniziano le montagne?

RCS sembra aver tenuto il format del Giro di Sicilia: due tappe veloci, una terza più dura e l’ultima di vera montagna. Si sono invertite un po’ le cose perché nella terza frazione del Giro d’Abruzzo si arriva a Prati di Tivo. Salita famosissima e altrettanto rinomata località sciistica. Si parte da Pratola Peligna, vicino a Sulmona, zona conosciuta per i confetti. Si procede verso Rocca di Mezzo, città famosa grazie al Giro. 

Ultimo giorno, con arrivo a L’Aquila…

Con partenza da Montorio al Vomano, i corridori passeranno dal Parco Nazionale del Gran Sasso, diretti verso L’Aquila. L’arrivo immagino sarà lungo lo strappo che porta in città. Se si pensa a L’Aquila ancora si ritorna al Giro, con la famosa tappa di pioggia e freddo. 

Nel 2010 il Giro torna a L’Aquila, terra ancora ferita dal terremoto, anche oggi le cose non sono cambiate
Nel 2010 il Giro torna a L’Aquila, terra ancora ferita dal terremoto, anche oggi le cose non sono cambiate
Ci sono zone dove si possono giocare dei trabocchetti?

Nella seconda tappa, quando si attraverserà Fucino, in quell’area c’è sempre vento, ma è difficile determinare da che parte tira. Anche se, con gli strumenti moderni, ti alzi al mattino e sai tutto. Riesci a sapere se il vento cambia anche quando sei in corsa. 

Intanto l’appuntamento è per il 9 aprile…

Vi aspetto, teniamo da parte qualche arrosticino anche per voi.

La chicane dell’Arenberg non incide. Almeno in apparenza…

08.04.2024
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WALLERS (Francia) – Si potrebbe dire che tanto tuonò e alla fine non piovve, ma siamo davvero sicuri che la Foresta di Arenberg e la sua chicane non abbiano inciso per niente sulla Parigi-Roubaix? I 2.300 metri dell’Inferno del Nord comunque hanno segnato la gara. Hanno detto chi non avrebbe vinto la corsa del pavé.

C’era un’attesa spasmodica per questo tratto: quest’anno più che mai proprio in virtù della chicane, inserita per rallentare l’ingresso dei corridori sullo sconnesso pavé della Foresta. Di sicuro ci sono entrati più piano, ma altrettanto sicuramente la bagarre c’era già stata parecchio prima. Quindi è difficile dire quali effetti avrebbe sortito la chicane a gruppo pieno.

Corsa anticipata

Come aveva accennato Mathieu Van der Poel, era probabile che la corsa sarebbe esplosa prima. E’ andata esattamente così: hanno imboccato la Foresta circa venti corridori.

E per fortuna, ci sentiamo di dire. Col vento a favore che c’era, in caso di gruppo compatto sarebbero entrati a 80 all’ora. E sarebbero andati a quella velocità sia che ci fosse stato subito il pavé, sia la curva della chicane. Noi eravamo lì, sulla “U” della chicane e abbiamo osservato bene.

Concentrato, con le mani basse, è stato Mads Pedersen a virare per primo. VdP era in quinta, sesta posizione, molto più sciolto in volto. Una manciata di atleti, poi il vuoto assoluto. Anche se pochi secondi dopo, arrivando come un falco, ecco Edward Planckaert. Il corridore della Alpecin-Deceuninck stava dando tutto per rientrare e dare una mano ai suoi due leader: l’iridato, appunto, e Philipsen.

Circa venti i corridori che formavano il drappello di testa
Circa venti i corridori che formavano il drappello di testa

Festa all’Inferno

Mentre una folla incredibile si distribuiva lungo il rettilineo più famoso del ciclismo, andava in scena una vera festa all’ingresso della Foresta. Un vero show con intrattenimento, giochi, birre, musica, patatine fritte. La corsa sembrava fosse cosa lontana. 

Chi non aveva il pass per la macchina o era lì dalle prime ore dell’alba o si è sorbito non meno di 2,5 chilometri a piedi.

Poi però appena sono passate le prime moto, ecco che tutti hanno portato gli occhi (e gli smartphone) sulla strada. Qualcuno era contento della chicane, altri meno. La rete nazionale, France 2, faceva domande a destra e manca per quella che era una vera inchiesta.

Tra l’altro sembra, il condizionale è d’obbligo, che il prossimo anno si arrivi dalla strada perpendicolare alla Foresta, così da abbandonare la chicane, ma avere comunque l’ingresso dalla curva, esattamente come quest’anno. Quindi a velocità più bassa.

Pedersen (guardate chi lo bracca) fa il forcing, ma non crea grande selezione. Forse lì ha capito che non avrebbe avuto possibilità
Pedersen (guardate chi lo bracca) fa il forcing, ma non crea grande selezione. Forse lì ha capito che non avrebbe avuto possibilità

Arenberg (quasi) decisivo

Ma torniamo alla corsa. La Roubaix già in quel punto era questione di pochi. Tutti quelli che dovevano essere all’appuntamento avevano risposto presente. Peccato solo non ci fosse neanche un italiano.

La velocità più bassa d’ingresso ha creato delle differenze forse minori di quanto ci si attendesse. Pedersen prima e Van der Poel, ancora di più dopo, hanno allungato tantissimo il gruppo. Nonostante le urla, si sentiva il rumore delle bici. La risonanza di ruote e telai in carbonio è stata una roba da brividi.

Nella Foresta, dopo il forcing, Pedersen deve aver capito che la sua giornata non sarebbe stata facile visto che dopo l’affondo VdP e Philipsen, soprattutto, lo francobollavano: «Oggi – ha detto Pedersen – Mathieu con noi ha quasi giocato. Non credo che la chicane abbia condizionato troppo la corsa, semplicemente Mathieu era più forte». 

Dicevamo delle differenze. Qualche metro per quattro atleti, ma poi di fatto erano tutti molti vicini. E così la Alpecin-Deceuninck all’uscita di Arenberg ha fatto la conta, come si suol dire. A quel punto, saggiamente, ha deciso di sfruttare la sua superiorità numerica. Di 14 atleti, tre erano i suoi.

Ha mandato avanti Gianni Vermeersch facendo passare una quindicina di chilometri molto tranquilli a Philipsen e Van der Poel. Energie risparmiate… in vista di una storia che ben conoscete.

VdP fa la stessa cosa e crea un buco. Ma non era ancora l’ora di andare via da solo
VdP fa la stessa cosa e crea un buco. Ma non era ancora l’ora di andare via da solo

Il bilancio

Insomma, la chicane e la Foresta non hanno inciso in modo diretto, ma è certo che hanno influito nell’economia della corsa.

La chicane ha incentivato le azioni, i forcing, ben prima del solito. E non è un caso che ci si sia arrivati in una ventina. Di certo la sicurezza è aumentata. Oggi non ci sono state cadute: è accaduto perché erano solo in venti o per la presenza della chicane? A quella velocità, crediamo, che anche solo in venti l’ingresso nella Foresta non avrebbe scongiurato cadute. Quindi in tal senso la chicane un peso lo ha avuto.

C’è poi l’aspetto della Foresta. E della Foresta da “bassa” velocità. Le differenze sono state inferiori alle attese. Però oggi questo tratto ha fatto capire a Van der Poel e alla sua squadra di avere totalmente il controllo della corsa. E agli altri ha smorzato un bel po’ di entusiasmo. Uno su tutti a Pedersen.

Le parole sono finite. Immenso Van der Poel. E grande Alpecin

07.04.2024
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ROUBAIX (Francia) – Non gli basta la sua vittoria. Ad un certo punto quando entrano nel velodromo i suoi primi inseguitori smette di abbracciare la sua compagna, fa un passo verso la pista e si gusta lo sprint. Fa un cenno di coraggio al suo compagno Jasper Philipsen impegnato nella volata. Basta questa immagine, per sintetizzare il dominio totale di Mathieu Van der Poel… e della sua Alpecin-Decuninck.

Le due biondine, sono fidanzate proprio dei primi due, Van der Poel e Philipsen. Si abbracciano, sono tese. Soprattutto la compagna di Philipsen. Quando il compagno vince lo sprint lancia un urlo incredibile.

La foto non è super ma rende l’idea: VdP (di spalle in maglia iridata) ha appena finito di festeggiare e si gode lo sprint di Philipsen
La foto non è super ma rende l’idea: VdP ha appena finito di festeggiare e si gode lo sprint di Philipsen

Doppietta Alpecin

E’ dunque doppietta Alpecin-Deceuninck a Roubaix. La squadra dei fratelli Roodhooft, Christoph e Philip, porta a casa così il terzo Monumento su tre in stagione. E potrebbe non essere finita qui visto che VdP tirerà dritto fino a Liegi.

Rispetto a Visma-Lease a Bike e UAE Emirates certamente la squadra belga paga qualcosa, però quando sono in corsa corrono forse meglio di chiunque altro.

Si vede proprio che hanno le idee chiare, che sanno ciò che devono fare e sanno che poi ci sarà qualcuno che quasi certamente finalizzerà per loro. Se poi quel qualcuno è VdP il risultato è quasi una certezza.

«Un corridore come Mathieu – dice Edward Planckaert – ti dà tanta, tanta sicurezza. Noi sappiamo che dobbiamo fare un certo lavoro. Ognuno ha il proprio compito e questo ti spinge a dare di più. In squadra c’è davvero una bella atmosfera di amicizia».

«Se è vero che tiro per due? Questo non lo so – ci dice Dillier – so che dovevo fare bene il mio lavoro. E il mio lavoro oggi era di tenere avanti la squadra. La corsa poi è andata come volevamo, ma con un Mathieu così è anche facile. L’importante è tenerlo davanti… Poi ci pensa lui».

Mathieu Van der Poel (classe 1995) vince la seconda Roubaix consecutiva e mette in bacheca il sesto Monumento
Van der Poel (classe 1995) vince la seconda Roubaix consecutiva e mette in bacheca il sesto Monumento

Parla Christoph

Siamo dunque sicuri che l’Alpecin-Deceuninck sia così inferiore agli squadroni? Ripetiamo la stessa domanda di domenica scorsa. Nomi in rosa e punti UCI alla mano, sembra che alcune squadre siano messe meglio è vero. Ma poi quello che conta è la strada. E le corse, specie le classiche, le vincono loro. Per ora i fatti stanno dando nettamente ragione alla Alpecin-Decuninck.

«E’ incredibile – ci dice Christoph Roodhooft, il direttore sportivo – abbiamo sette Monumenti in bacheca. Van der Poel è il nostro uomo leader, ma anche gli altri sono stati forti. Penso per esempio a Gianni (Vermeersch, ndr) che oggi ha avuto un ruolo cruciale».

«Dite che siamo uno squadrone ormai? Sì, ma restiamo sempre gli stessi. Sappiamo che nelle gare di un giorno possiamo dire la nostra. Per il momento sicuramente non c’è l’idea di cambiare e di pensare ad un grande Giro. Vogliamo essere competitivi in gare come Roubaix, Flandre, Sanremo, gare che possiamo vincere. E poi quest’anno è così, ma non è detto che lo sarà anche nei prossimi anni, quindi è bene godersi il momento. No, non pensiamo al gap con altri team».

C’è consapevolezza come ha detto suo fratello Philip.

Tutti per uno

Un leader e tanti uomini vicino. Roodhooft è d’accordo con questo punto di vista. Ma non tanto, o meglio, non solo in rapporto a Van der Poel, ma anche agli altri. In Alpecin-Deceuninck si corre per chi può vincere e le forze si concentrano su di lui.

«Oggi – riprende il diesse – la tattica è stata quella che volevamo. Eravamo dove volevamo essere. Oscar Riesebeek e Silvain Dillier hanno lavorato nella prima parte, esattamente come dovevano fare. E gli altri sono stati molto bravi: anche loro erano al posto giusto nel momento giusto. L’attacco di Mathieu è stato perfetto e nel momento giusto. In quel tratto il vento non era a favore ma laterale. In quel modo andare via sarebbe stato un uomo contro un uomo. E lui era il più forte».

Prima di congedarci, chiediamo al tecnico belga cosa abbia detto in tutti quei chilometri di fuga solitaria al suo pupillo. E finalmente nel risponderci sorride: «Che non avevo più parole!».

Certe cose restano in ammiraglia o negli auricolari delle radiolina, insomma.

La classe, l’eleganza e la potenza dell’olandese. Anche oggi 59,5 km di fuga solitaria
La classe, l’eleganza e la potenza dell’olandese. Anche oggi 59,5 km di fuga solitaria

Determinazione Mathieu

Infine ecco il protagonista di giornata. Finalmente arriva in sala stampa. Appare molto più fresco rispetto a domenica scorsa. A parte una rapida stirata alla schiena dopo l’arrivo, non ha mai dato un cenno di fatica.

Ha corso senza guanti, ha guidato come un drago, ha spinto come un ossesso. E si è anche goduto, per sua stessa ammissione, gli ultimi 10 chilometri.

«Stress? Certo – dice Van der Poel – la pressione c’era e in una corsa come la Roubaix può succederti di tutto anche se sei il più forte, ma sapevo che potevo contare su un’ottima squadra. Sono orgoglioso di tutti loro».

«Rispetto al Fiandre, la Roubaix è una corsa differente e oggi ancora di più, visto che il meteo era diverso. La gara era più aperta. Ma io stavo incredibilmente bene. Ritengo sia stato importante andare in Spagna quei giorni per allenarmi al sole tra le due gare. Mi hanno fatto bene». 

Non solo gambe

L’iridato è una sfinge. Anche se più di altre volte sembra felice. E prosegue con il racconto della sua ennesima impresa. 

«Sono partito ad Orchies perché ho creduto fosse un buon momento – riprende VdP mostrando anche una grande intelligenza tattica – vento e pavè erano giusti. Sapevo che dopo quell’attacco sarei rimasto solo, ma sapevo anche che dopo qualche chilometro il vento sarebbe tornato favorevole e quindi dalla mia parte.

«Cosa mi passava nella testa in quei chilometri? Nulla di particolare, cercavo di restare concentrato, specie nei tratti in pavè. Non bisognava sbagliare nulla e guidare bene. Ho cambiato bici perché avevamo preparato due gomme diverse. Una più stretta per la prima parte di gara, così da risparmiare un po’ di energie, e una più larga e un po’ più sgonfia per la seconda».

Anche questo cambio di bici denota quella precisione, quell’attenzione ai dettagli che Jasper Philipsen ha esaltato a fine corsa. Insomma. Van der Poel è fortissimo, e si sa, ma la sua squadra non è da meno. E ora sotto con l’Amstel Gold Race.