E Ganna intanto mette (altre) due crono nel mirino

20.06.2025
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Se molti dei campioni in vista del Tour de France sono passati per il Critérium du Dauphiné o per il Tour de Suisse, c’è anche chi è passato dal Baloise Belgium Tour, vale a dire Filippo Ganna. Il Pippo nazionale ha deciso, in accordo con il suo team, che il passaggio migliore per arrivare alla Grande Boucle fosse questo. E tutto sommato, non dovendo fare classifica, perché non scegliere una corsa veloce?

Giusto oggi l’alfiere della Ineos Grenadiers è arrivato secondo nella velocissima crono di Ham: 9,7 chilometri piatti come un fuso, ideali per gente più esplosiva come l’ex compagno Ethan Hayter. Per Pippo quattro secondi troppo, quattro secondi che dicono come la scelta di passare da una gara veloce come il “Giro del Belgio” forse era proprio quel che serviva.

Ganna (classe 1996) impegnato sulle strade del Giro del Belgio

Stacco e ritorno

Guardiamo dunque nel complesso questo ritorno alle corse dell’ex iridato a crono. Ganna è rientrato alle corse dopo 66 giorni. La sua ultima apparizione era stata alla Parigi-Roubaix. Uno stacco probabilmente mai così ampio da quando è professionista, anche perché se non c’era la strada, c’era la pista.

«Direi che sto bene – ha iniziato Ganna – tornare alle corse è stato un bell’impatto. Era un bel po’ che non correvo e rientrare in gruppo non è stato semplice. Ho fatto un po’ di fatica. E’ vero, sono stato parecchio tempo senza correre, ma rispetto agli anni passati, non facendo il Giro d’Italia, è stato possibile. E’ venuto a crearsi tutt’altro programma. Ma posso dire che avevo bisogno di questo stacco. Dopo la Roubaix sono stato una settimana a casa e poi ho ripreso a lavorare. Ho fatto parecchia altura e ora sono qui per rifinire la condizione. E’ una corsa che mi piace e a fine settimana vediamo se avrà dato l’effetto desiderato».

E’ un Pippo solare quello che racconta. Le prime due frazioni del “Giro del Belgio” sono andate ai due velocisti più forti presenti: Tim Merlier e Jasper Philipsen. Ganna ha fatto il suo compito ed è arrivato in gruppo. L’obiettivo è mettere ritmo gara nelle gambe e trovare la brillantezza giusta. Di certo ci proverà nelle restanti due frazioni.

Il piemontese ha macinato tanti chilometri in salita. Eccolo sulle rampe di Macugnaga (foto Instagram)
Il piemontese ha macinato tanti chilometri in salita. Eccolo sulle rampe di Macugnaga (foto Instagram)

Quanta salita

In queste settimane senza gare, Ganna ha raccontato di grandi volumi di allenamento e, soprattutto, di aver fatto tanta salita. Due grandi blocchi in altura: uno al Teide con la squadra al completo e uno più recente a Macugnaga, presso il Rifugio Zamboni-Maroli, sul filo dei 2.800 metri di quota. Tanto lavoro a carico in entrambe le occasioni, e nel secondo anche più qualità, con del dietro moto.

«Se mi sento allora un po’ più scalatore? Dovrei perdere altri 20 chili – scherza il piemontese – ma ho lavorato tanto in salita. Sul Teide abbiamo fatto tanti chilometri con una media di 16.000 metri di dislivello a settimana».

Un lavoro corposo fatto in ottica Tour, ovviamente. In Francia la Ineos si presenta con una squadra d’assalto. L’uomo di classifica sarà Carlos Rodriguez, ma poi ci sarà gente come Kwiatkowski, Foss e appunto lui, che possono fare bene anche altrove. Ricordiamo che Ganna negli ultimi anni ha dimostrato di essere anche piuttosto veloce, e pensando a qualche tappa ondulata… magari potrebbe dire la sua.

«Vado in Francia – spiega Pippo – con l’obiettivo iniziale di fare bene nella prima crono (quella veloce di Caen, quinta frazione, ndr). Risparmiare energie sin lì. Poi nelle tappe seguenti l’idea è di trovare un varco per poter dire la mia.
«Io maglia verde? Allora diciamo a Jonny (Milan, ndr) di non partire! Io la vedo già disegnata sulle sue spalle. Ci saranno arrivi in volata adatti a lui. Per me sarà più complicato».

Ganna ha già vinto il tricolore cinque volte
Ganna ha già vinto il tricolore cinque volte

Ma prima…

Prima del Tour de France, però, il cammino di Ganna incrocia un altro obiettivo a cui tiene molto: la cronometro del campionato italiano. Lui di maglie tricolori contro il tempo ne ha già vinte cinque. Quella del 2022 lo portò poi in Francia da campione italiano della specialità.

«Vero – dice Ganna – prima c’è l’obiettivo della crono tricolore. Non ho ancora visto nulla, ma ci hanno mandato il percorso qualche giorno fa. Arriveremo in Friuli il 24 e spero già il 25 di avere le informazioni giuste».

Anche se ti chiami Ganna, una cronometro in gara dopo tanto tempo è una fonte importante di informazioni e ideale per riprendere il feeling, anche in ottica Tour.

«Sì – conclude Ganna – sarà una crono importante, ma soprattutto è una corsa che mi piace vincere perché ho la possibilità di portare in giro per il mondo questo simbolo del mio Paese. E’ una maglia fantastica. L’ultima volta che ci sono andato al Tour non sono salito sul podio, spero che stavolta possa essere differente».

Quella volta, era giusto il 2022, la maglia tricolore era nascosta da quella iridata. Magari si è tenuto la cartuccia buona per far brillare il tricolore al momento giusto…

Zamperini torna a vincere e sta imparando a correre da grande

20.06.2025
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Edoardo Zamperini è emigrato, ciclisticamente parlando, in Francia per correre con il devo team dell’Arkea B&B Hotels. Dopo una prima parte di stagione corsa principalmente insieme alla formazione WorldTour è tornato a correre tra gli under 23. La prima vera gara nella categoria di cui è campione italiano è stata la Gent-Wevelgem, nella quale ha trionfato Alessandro Borgo. Lo scalatore veneto, nato ad Azzago, rientrava alle corse dopo una pausa di quasi un mese. 

Qualche giorno dopo Edoardo Zamperini è volato in Polonia con la nazionale di Marino Amadori per correre l’Orlen Nations Grand Prix, prova di Nations Cup che gli ha regalato una vittoria che mancava da quasi un anno. L’ultima volta che aveva alzato le braccia al cielo era stato al campionato italiano scorso a Trissino, nel suo Veneto.

Zamperini ha alzato il livello del suo calendario quest’anno correndo molte più corse a tappe rispetto al passato (foto Instagram)
Zamperini ha alzato il livello del suo calendario quest’anno correndo molte più corse a tappe rispetto al passato (foto Instagram)

Un libro aperto

Dopo aver corso per tre anni in due formazioni continental italiane, prima alla Zalf nel 2022 e nel 2023 e poi alla Trevigiani nel 2024, Zamperini è uscito dall’Italia. Cambiare non è semplice, ma lui si è rimboccato le maniche e ha lavorato sodo facendo dei passi in avanti. C’è ancora da fare, ne è consapevole, ma si tratta di trovare l’equilibrio giusto.

«Questa prima parte di stagione – racconta Edoardo Zamperini – non è andata male. Sono riuscito a vincere ed è una cosa che mi rende felice. Il livello delle corse si è alzato parecchio e devo prendere bene la mira. C’è parecchia differenza rispetto agli anni in cui correvo con squadre italiane, la principale è che si va più forte. La seconda cosa che è cambiata è il calendario. Il team prende parte solamente a gare professionistiche o internazionali per quanto riguarda quelle under 23. Questo vuol dire che non si può pensare di arrivare ad un appuntamento all’80 per cento. Ci si deve far trovare pronti».

Inoltre Zamperini ha corso spesso con il team WorldTour, qui in fuga al Gran Premio Miguel Indurain
Inoltre Zamperini ha corso spesso con il team WorldTour, qui in fuga al Gran Premio Miguel Indurain
Un aspetto nuovo?

Per me sì. Gli anni scorsi correvo tutte le settimane mentre ora lavoro con blocchi di allenamento programmati per arrivare pronto in determinate gare. Inoltre dopo diversi anni ho cambiato preparatore, è un passaggio delicato. Ci si deve conoscere e capire quali parti prendere e quali no del lavoro. 

Ad esempio?

Durante l’inverno ho fatto tanto volume, quindi lavori in Z2. Mi sono accorto che in gara, quando il ritmo è alto per tutta la giornata, riesco a fare bene. Al contrario se si va più piano per poi alzare l’andatura su strappi o salite corte vado in difficoltà. Ne ho parlato con il preparatore, andremo ad aumentare gli allenamenti dalla Z3 in su. Serve riuscire ad aprire il gas quando la corsa lo richiede. 

Tutta la grinta del corridore veneto, che alla prova di Nations Cup in Polonia è tornato a vincere dopo un anno (foto Tomasz Smietana)
Tutta la grinta del corridore veneto, che alla prova di Nations Cup in Polonia è tornato a vincere dopo un anno (foto Tomasz Smietana)
Sei comunque riuscito a vincere dopo tanto tempo, come ti sei sentito?

Molto felice. Per me ma anche perché sento di aver ripagato la fiducia che Marino Amadori (il cittì della nazionale under 23, ndr) mi ha dato. Al termine dei primi mesi di corse, dopo il Laigueglia, gli avevo detto che mi sarei fatto trovare pronto per l’Orlen Nations Grand Prix. Per ovvi motivi mi aveva messo tra le riserve, alla fine Chesini non è andato per motivi di salute e Amadori mi ha portato. 

Avete parlato tu e Amadori prima della gara?

Con lui sono sempre stato onesto e gli ho sempre detto quali fossero le mie sensazioni. Lo scorso anno ero nella lista per il Tour de l’Avenir ma prima di fare le convocazioni gli ho detto che non ero nella condizione giusta per fare bene. Questa volta sono contento di aver mantenuto una promessa in positivo. 

Per Zamperini nella seconda metà dell’anno c’è la voglia e l’ambizione di andare al Tour de l’Avenir (foto Tomasz Smietana)
Per Zamperini nella seconda metà dell’anno c’è la voglia e l’ambizione di andare al Tour de l’Avenir (foto Tomasz Smietana)
Non vincevi dal campionato italiano dello scorso anno, che sensazioni avevi durante la corsa?

Ero fiducioso. Vero che il successo mancava da tanto tempo però sono sempre stato abituato a non essere un grande vincente. Lo so, mi conosco e questa cosa non mi pesa. Nel momento in cui approccio il finale di gara non ho pressioni, uso la testa e studio gli avversari. 

Una decina di giorni dopo sei andato all’Alpes Isère Tour, ma non è andata come ti saresti aspettato…

No, tra l’Orlen e l’Alpes Isère non ho recuperato bene. Anche questo è un punto da capire insieme al team. Alla fine di gare a tappe, di quattro o cinque giorni, esco stanco nei giorni successivi accuso un po’. Si deve trovare il giusto equilibrio anche nel recupero. Torno a dire che rispetto agli anni passati questa è la prima volta in cui corro diverse gare a tappe, può darsi che il mio fisico si debba ancora abituare. 

Ora si sta correndo il Giro Next Gen, da campione italiano ti dispiace non esserci?

Dispiace ma la squadra non ha mai fatto richiesta di partecipare. Lo sapevo e non è un problema, le corse non mancano. Uno dei prossimi grandi obiettivi è il Giro della Valle d’Aosta e poi il Tour d’Alsace. La speranza è di fare bene per cercare di guadagnare un posto per l’Avenir.

Pokerissimo Grenke al Dorigo. L’analisi di Salvoldi

20.06.2025
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Il Trofeo Dorigo ha regalato un esito a sensazione: 5 corridori della stessa squadra, nell’occasione il Team Grenke Auto Eder, ai primi 5 posti (in apertura, foto team). Qualcosa di assolutamente inusuale nell’ambito sportivo nel suo insieme, ricordando un po’ quello che faceva la Valanga Azzurra nello sci alpino anni Settanta (ma nell’ambito ciclistico anche la Mapei dei bei tempi non ci andava poi lontano, Roubaix 1996 docet…), ma quel che è avvenuto a Solighetto, che per molti team italiani era uno degli obiettivi di questa parte di stagione, non può passare sotto silenzio.

Dino Salvoldi, il cittì della nazionale juniores, si è fatto delle sue idee al riguardo, partendo comunque da un momento complessivamente positivo del nostro movimento che in fin dei conti è sempre in testa alla Nations Cup pur con una partecipazione ridotta per i ben noti tagli finanziari.

Salvoldi, cittì della nazionale italiana, ha guardato con molta attenzione quanto successo al Trofeo Dorigo
Salvoldi, cittì della nazionale italiana, ha guardato con molta attenzione quanto successo al Trofeo Dorigo

«Questa prima parte di stagione ci ha dato da una parte delle certezze e dall’altra ha evidenziato lacune sulle quali lavorare. I risultati internazionali ci dicono che il movimento c’è, è forte, ma abbiamo uomini che sono forti per alcuni percorsi e non per altri. Per spiegarmi meglio, nel 2024 avevamo un corridore di livello assoluto come Finn che non per caso poi è andato a prendersi il titolo mondiale. Oggi forse non abbiamo il riferimento assoluto, ma abbiamo tanti corridori forti a comporre un’ottima squadra».

Tu però hai un occhio molto attgento e quel che è successo a Solighetto non potrà non averti destato alcune considerazioni…

Certamente, quel che è avvenuto deve essere soppesato con attenzione. Partiamo col dire che a vincere è stato un italiano, Roberto Capello e questo a me che sono il cittì non può che far piacere e darmi indicazioni positive. Una settimana prima alla Classique des Alpes Capello aveva sfiorato lo stesso risultato, poi solo particolari situazioni tattiche avevano determinato scelte diverse. Poi non dimentichiamo che a lottare per un posto nei primi 5 ci sarebbe stato anche Agostinacchio, se non fosse caduto. Detto questo, non voglio comunque sfuggire al tema.

Per Roberto Capello una grande vittoria, arrivando da solo con 1’45” sui compagni (foto Arianna Paoli)
Per Roberto Capello una grande vittoria, arrivando da solo con 1’45” sui compagni (foto Arianna Paoli)
Secondo te un dominio così marcato da che cosa dipende, al di là del valore intrinseco del team appartenente alla filiera della Red Bull?

Generalmente c’è una differenza marcata nella preparazione. Queste prestazioni derivano dalla consapevolezza di poter realizzare nelle gare quel che emerge nella preparazione di gruppo ed è importante questa specifica. Perché in quel team si lavora molto tutti insieme e quegli allenamenti di squadra hanno poi un peso specifico diverso da quello che hanno negli altri team, dove si lavora individualmente con contatti fra corridore e preparatore. La qualità dell’allenamento di gruppo alza il livello di tutti, i grandi momenti di preparazione si fanno in team, esattamente come avviene per gli sport di squadra. Il ciclismo sta cambiando in questo senso.

Quindi non è più solo un problema di “quanto” ma di “come” ci si allena?

Sono cose connesse. In Italia si è spesso discusso sul monte ore di allenamento che fa uno junior, ma accumulare ore vale se lo si fa in gruppo. Torniamo al discorso delle lacune di cui prima: noi notiamo che generalmente (e ci tengo che si consideri questo fatto, perché poi ogni caso va valutato di per sé) i nostri ragazzi hanno una qualità media di allenamento in pianura inferiore a quella di altri Paesi. Questo significa che in una gara internazionale, quando si arriva ai piedi della salita, il corridore che pure ha grandi valori come scalatore ci arriva stanco, con le armi spuntate. L’allenamento CT 5+5 diviso fra pianura e salita sarà più simile alla gara. In team come quello si ragiona prendendo le prestazioni in allenamento per far sì che siano le stesse in gara.

I danesi Byrkedal e Moller Andresen, che con Schoonvelde (NED) e Tjumins (LAT) hanno lavorato per Capello (foto Arianna Paoli)
I danesi Byrkedal e Moller Andresen, che con Schoonvelde (NED) e Tjumins (LAT) hanno lavorato per Capello (foto Arianna Paoli)
Siamo quindi indietro…

Piano con i giudizi. Io parlo generalmente e posso dire che ci stiamo adeguando, si comincia a capire che non ci si gioca più tutto in salita. Un dato che mi ha sorpreso, a proposito della prestazione del team tedesco è stata il fatto che abbiano lavorato di squadra senza l’uso delle radioline, sono stati bravissimi in questo e ciò deriva proprio dalla formazione del gruppo in allenamento, tutto l’anno. Ma io sono convinto che ci stiamo arrivando e se guardo l’andamento italiano nel suo insieme posso dire che il bicchiere è ben più che mezzo pieno…

Non avere un team di riferimento nel WT è in questo senso un handicap?

Sono tanti i Paesi che non ce l’hanno, io credo che influisca poco, non ne facciamo un alibi di comodo. Il tema è insito in ogni team, bisogna capire se si preferisce guardare più all’agonismo o alla promozione, se si cerca solo il risultato o si pensa alla crescita dei propri ragazzi. Io ho contatti costanti con i vari direttori sportivi e trovo molta comprensione e voglia di crescere di pari passo con il movimento internazionale, di adeguarsi. Noi i team di riferimento nazionale li abbiamo, 2 professional che dal prossimo anno saranno 3 ma bisogna ragionare su altri termini.

Il lettone Tjumins, un altro dei leader della Grenke, dove il ruolo è gestito a rotazione (foto Arianna Paoli)
Il lettone Tjumins, un altro dei leader della Grenke, dove il ruolo è gestito a rotazione (foto Arianna Paoli)
Il lavoro su pista che fai con tanti ragazzi ha un’importanza anche in tal senso?

Diciamo che serve a crescere anche per affrontare certi percorsi, è sicuramente un aiuto ma non è la soluzione per tutto. Bisogna capire che si va sempre più veloci e i ragazzi devono essere messi nelle condizioni di farlo. Poi anch’io sono critico, anch’io penso che le velocità dovrebbero diminuire ma questo si fa a livello di regole, a livello dirigenziale, noi possiamo solo adeguarci.

Seixas sta attento ai fuorigiri: per quest’anno niente Tour

20.06.2025
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«Se un corridore è pronto – dice Thomas Voecklerse ha la capacità mentale di gestire tutto, allora non puoi porti limiti. Ma il Tour de France non è come il Giro e la Vuelta, il ritmo è più intenso e non mi riferisco alla corsa in sé. Il Tour è ingrato, invece all’età di Seixas, bisogna sognare. Quindi troverei logico non mandarlo al Tour, non ne vedo il motivo. Il Delfinato è stato già una tappa importante dopo la sua prima preparazione in altura».

L’ottavo posto del campione del mondo juniores della crono al Criterium du Dauphine (che dal prossimo anno prenderà il nome di Tour Auvergne-Rhone Alpes) ha destato scalpore in Francia. Il ragazzino ha un notevole appeal sui tifosi. Lo hanno visto vincere il Giro della Lunigiana e battagliare in tutte le altre corse a tappe juniores e oggi non è come quando alla categoria prestavano attenzione solo pochi appassionati. Oggi i social ti rendono personaggio anche a 17 anni e così le attese attorno al nome di Seixas sono esplose. Al punto che, avendolo visto correre da leader al Delfinato, qualcuno si è chiesto se potesse essere schierato anche al Tour de France (in apertura foto Decatlhon-Ag2R/KBLB).

I piedi per terra

Paul ha appena 18 anni, ma i piedi saldamente per terra. Appare ben fondato atleticamente. E’ in grado di parlare un ottimo inglese, essendo studente dell’Em Lyon Business School, la più antica scuola di economia d’Europa, fondata nel 1872. E quando gli è stato chiesto se gli piacerebbe correre il Tour, ha dimostrato che i sogni sono una cosa, la consapevolezza un’altra. Ed è solida come la sua scarsa propensione a dare credito ai social e alle voci dall’esterno.

«Il Tour è certamente un sogno – ha detto dopo l’arrivo in salita di Valmeinier – ma non credo abbia senso farlo ora. A prescindere dal risultato di qui, non mi vedrete alla partenza di Lille, anche se da più parti si scrive in questo senso. In tempi normali ignoro completamente il telefono, ma a maggior ragione in questi ultimi giorni preferisco non perdere tempo a guardarlo inutilmente».

Seixas in Francia è già un beniamino dei tifosi: giusto tutelarlo dalle attese (foto Decatlhon-Ag2R/KBLB)
Seixas in Francia è già un beniamino dei tifosi: giusto tutelarlo dalle attese (foto Decatlhon-Ag2R/KBLB)

Il rischio di bruciarlo

Non ha senso bruciare le tappe quando si hanno così tanto talento e fulgide prospettive di carriera. Seixas è passato dal 2024 in cui le distanze di gara fra gli juniores erano di 100-120 chilometri a quelle ben superiori del professionismo. Così se da un lato sarebbe una sfida interessante vederlo alla prova del Tour, dall’altro si avrebbe la sensazione di un voler bruciare le tappe forzato e privo di logica.

«C’è sicuramente un curriculum da convalidare – ha spiegato a L’Equipe Jean-Baptiste Quiclet, responsabile della performance della Decathlon-Ag2R – prima di affrontare un Grande Giro in termini di carico di lavoro e intensità. Il Tour è la corsa più intensa, la più dura dell’anno, e se vi partecipasse, potrebbe avere un aumento del carico di lavoro del 15 o 20 percento nell’arco di un mese. Dato che ha talento, potrebbe superarla senza intoppi, ma si potrebbe anche entrare in una fase di superlavoro o sovrallenamento. E questo potrebbe ostacolare la sua progressione».

Due volte secondo al Tour of the Alps. Qui a Lienz, dietro al compagno Prodhomme
Due volte secondo al Tour of the Alps. Qui a Lienz, dietro al compagno Prodhomme

Uno studente modello

La scelta è ovviamente condivisa anche dai compagni più esperti, che tuttavia si sono detti tutti stupiti per la serenità del ragazzino davanti alle prove più impegnative, dal UAE Tour di inizio stagione ai percorsi ben più severi del Delfinato.

«Non abbiamo molto da insegnargli sugli aspetti fisici, tattici o di gara – ha detto Aurelien Paret-Peintre, che scherzando i compagni hanno eletto come il padre di Seixas – semmai qualcosa di più sugli effetti collaterali, come recupero, programmi e fasi di decompressione. E’ importante perché gli verrà chiesto di assumere un ruolo di leadership, cosa che ha iniziato a fare in questa settimana. E sta imparando in fretta. E’ un buon ascoltatore ed è ambizioso, quindi è sicuramente desideroso di progredire sempre più velocemente».

Scortato dall’addetto stampa Pierre Muglach: anche le interviste sono accuratamente dosate (foto Decatlhon-Ag2R/KBLB)
Scortato dall’addetto stampa Pierre Muglach: anche le interviste sono accuratamente dosate (foto Decatlhon-Ag2R/KBLB)

Tour de l’Avenir, sì o no?

In sintesi: Seixas potrebbe essere alla partenza del Tour e a tratti potrebbe essere anche all’altezza della situazione. Tuttavia potrebbe bruciarsi e pagarne le conseguenze a lungo: per questo motivo la scelta più ovvia è stata quella di prevedere per lui un programma diverso, in cui non rientra neppure la Vuelta.

E’ certa la partecipazione ai campionati nazionali a cronometro, mentre nel mirino ci sarebbe il Tour de l’Avenir, ma con un punto interrogativo. Anche se la riforma UCI prevede che ancora per quest’anno gli atleti professionisti potranno prendervi parte (saranno invece banditi dal 2026), pare che la Federazione francese potrebbe portare in gara una squadra coerente con quella che poi porterà ai mondiali in Rwanda. In quel caso, essendo già tesserato in una WorldTour, Seixas non potrebbe correre e questo lo escluderebbe dall’Avenir. A meno che la FFC non decida di fare un’eccezione per il suo caso così speciale.

Resta l’opzione dei mondiali dei professionisti. E qui, tornando da Voeckler, si scopre che il cittì francese non avrebbe alcuna controindicazione per una sua chiamata in nazionale, se non il rispetto della giovane età e la volontà di agire di concerto con chi lo gestisce. Il talento è tanto e limpido, la gabbia intorno serve per evitare di disperderlo.

Luci e ombre del Delfinato nella testa di Pogacar e Vingegaard

20.06.2025
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Dice Garzelli che dopo il Delfinato, Vingegaard ha capito di dover lavorare sui cambi di ritmo e che avrà le prossime due settimane in altura per mettersi a posto. Pogacar invece l’ha detto da sé: dovrà lavorare sulla crono, perché il quarto posto di Saint Peray non gli è andato giù. Al punto da essere sceso dai rulli subito dopo e aver saggiato la leggerezza della bici del rivale. Ma se questi sono stati gli esiti fisici del confronto, che cosa è rimasto nelle loro teste dopo il confronto appena vissuto? Quali sicurezze in più ne ha tratto Pogacar? E a Vingegaard è convenuto sfidarlo dopo un anno di batoste, col risultato di essersi ritrovato esattamente deve l’aveva lasciato l’ultima volta?

Sono sfumature su cui si ragiona fra amici e addetti ai lavori. E così, avendo la fortuna di poter interpellare il meglio fra gli esperti che operano nel professionismo mondiale, ci siamo rivolti a Elisabetta Borgia, psicologa e mental coach della Lidl-Trek e della nazionale, portando con noi le stesse domande.

Elisabetta Borgia fa parte dello staff performance della Team Lidl-Trek e della nazionale italiana
Elisabetta Borgia fa parte dello staff performance della Team Lidl-Trek e della nazionale italiana
Si può dire secondo lei che Vingegaard abbia preso le misure a Pogacar anche sul piano psicologico e ne sia uscito con qualche certezza in più oppure si è fatto male?

Bisogna analizzare più aspetti. Il primo è che sicuramente un campione come Vingegaard ha molto chiaro il suo piano di avvicinamento all’obiettivo, che si basa su di sé e non sugli avversari. Va da sé che lavorando sulla tua fiducia e la tua efficacia, hai bisogno di dati oggettivi, tuoi personali. Banalmente vedere che cresce l’allenamento o che cresci in base alle tempistiche che ti sei dato col coach e con la squadra. Però ogni tanto è importante avere anche delle reference esterne. Non solo tue, ma anche nel confronto con l’altro, prendendo sempre tutto con le pinze, nel senso che immagino nessuno conosca il tipo di allenamento e avvicinamento che hanno fatto al Delfinato e nessuno sappia quanto margine reale abbia l’altro.

Qualche dato ce l’hanno…

Immagino di sì, anche se non li seguo nello specifico. In ogni caso sono entrambi in altura e Vingegaard ha chiare le cose su cui migliorare per essere performante nei confronti di Pogacar. E’ sicuramente qualcosa che lo può aiutare a far uscire la parte più aggressiva e agonistica che c’è nel pensiero quando fai dei blocchi di lavoro da solo o con la squadra e che nel momento dello scontro diretto col tuo avversario esce di più. Quindi credo che Vingegaard, cosciente del valore suo e di Pogacar, dal Delfinato abbia preso soltanto il buono. Sa su cosa lavorare, se evidentemente ha previsto altro lavoro per crescere. Sappiamo che in 2-3 settimane c’è anche il rischio di arrivare ai corti, per cui da un lato è molto positivo ragionare in un’ottica di crescita, ma bisogna anche ragionare in un’ottica di calo all’interno delle tre settimane. E per questo è bene avere dei buoni punti di riferimento.

Bene i riferimenti, ma ha senso, progettando l’appuntamento più importante, cercare il confronto con uno che ultimamente ti ha sempre surclassato?

Vingegaard sta cercando di arrivare al Tour nella sua migliore espressione possibile, indipendentemente da Pogacar. Come pubblico guardiamo sempre loro due, ma chi lo dice che non arrivi un altro che non abbiamo considerato? E’ fuori discussione che nel momento in cui costruisci l’autoefficacia, quindi la fiducia nel poter far bene, parti dal lavoro che stai facendo, dei feedback che ottieni in allenamento, ma anche partendo dallo storico. Vai a vedere gli scontri precedenti e puoi anche fare il conteggio delle volte che hai vinto tu e quelle che ha vinto l’altro. E’ chiaro che devi avere una lettura di quello che è stato e contestualizzarlo. Io credo che anche per questo Vingegaard ne sia uscito consapevole di poter crescere ancora. Tre settimane sono lunghe, bisognerà che giri bene tutta una serie di cose. Avere la squadra, avere la vicinanza dei compagni giusti, far le cose come si deve, recuperare bene. Stiamo parlando di dettagli, perché nessuno a quel livello fa le cose sbagliate. Magari uno le perfeziona, le ottimizza, perché stiamo parlando di professionisti di un livello stellare. Quindi che tu lo veda o ce l’abbia nella testa, Pogacar c’è e non si dissolve.

Vingegaard è andato meglio di Pogacar nella crono, poi ha subito in salita, chiudendo in crescendo
Vingegaard è andato meglio di Pogacar nella crono, poi ha subito in salita, chiudendo in crescendo
Allora mettiamoci per un attimo nei panni di Tadej, che corre sempre per vincere. In certe dimostrazioni di forza ci sono anche dei messaggi che manda al rivale?

Certamente, ma dico una cosa. Essere quello che vince sempre, da un certo punto di vista può essere anche un limite. Prima o poi questo filotto finirà, è più probaile che finisca prima o poi piuttosto che continui all’infinito. Quindi è qualcosa che hai in testa e sai che succederà: per alcune mentalità può diventare un limite. Sai bene che se non vinci, hai perso: per te e per l’immaginario collettivo. La realtà è che la mentalità di Pogacar è proprio l’opposto. Non ha paura di perdere: ho sempre vinto, continuerò a farlo ancora.

Non ha paura di perdere, ma quando accade (come nella crono) mastica molto amaro.

Certo. E’ fuori discussione che la crono sia un elemento sempre più importante nei Grandi Giri, però lo sappiamo che non è il suo cavallo di battaglia. E’ forte, ci mancherebbe, però il pubblico se lo aspetta in altre condizioni e in altre situazioni. Nelle tappe di salita, nelle più tappe dure. Quindi davanti a quel quarto posto, avrà pensato che avrebbe potuto perdere meno. Però oltre a questo, io credo che la mentalità vincente sia proprio quella: ho visto che sono meno performante, ma studio e la prossima volta vengo e te le do. Anche il siparietto in cui va a guardare la bici di Vingegaard fa capire la sua voglia di tornare dominante: vediamo se c’è qualche dettaglio, qualcosa di diverso cui ci si possa ispirare. E questo da un certo punto di vista è la conferma del suo essere assolutamente uno che vuole vincere e fa di tutto per continuare a farlo. Non è uno che si siede, nonostante abbia vinto praticamente tutto. Continua ad avere grandi motivazioni, la cattiveria agonistica per continuare a spingere a fondo e cercare di migliorarsi, cambiare, crescere. 

Quando devi sfidare la tua bestia nera, esiste un metodo di lavoro per non farsene schiacciare?

E’ chiaro che se vai in una gara e conosci gli avversari, nella tua testa hai una potenziale classifica. Sai dove potresti posizionarti all’interno di un gruppo. E’ un’aspettativa che può diventare un’arma a doppio taglio e allora io cerco sempre di sottolineare due aspetti.

Pogacar e Vingegaard si sono sfidati al Delfinato, con lo sloveno dominante e il danese in crescita
Pogacar e Vingegaard si sono sfidati al Delfinato, con lo sloveno dominante e il danese in crescita
Quale il primo?

La necessità di partire senza memoria. E’ un po’ una provocazione: dirsi di restare nel presente, anche se fino a ieri le hai sempre buscate. Riparti con le stesse possibilità di darle, piuttosto che con la rassegnazione di prenderle ogni giorno. Devi fare sì che la testa non diventi un limite, perché se pensi che ogni giorno il rivale ti ha dato 3 minuti, sei morto. Devi riuscire a riattivare ogni giorno una nuova pellicola, sennò il rischio di vedere il solito film è altissimo. Magari si ripresenta, perché oggettivamente sei meno forte, però questo è un altro conto.

E il secondo aspetto?

Mi è successo anche in altri sport, magari in situazioni in cui hai l’atleta che cresce e che affronta grandi campioni o atleti che gli sono sempre state superiori. E allora dico ai miei atleti che l’avversario non deve avere un nome. A volte si potrebbe dare di più, ma c’è quello che in psicologia si chiama “senso di impotenza acquisito”.

Vale a dire?

Sei tu che ti dici: ci ho sempre provato e non ha funzionato perché l’altro è sempre stato superiore. Quindi se fa uno scatto, non lo segui con la stessa convinzione, come faresti se fosse un’altra persona che consideri più vicina a te in termini di livello. Per questo dico sempre di togliergli il viso e di pensare che hai davanti un avversario su cui non devi avere pregiudizi di alcun tipo. Non si lotta per il secondo posto, ma se vogliamo vincere, stringiamo i denti per seguirlo quando scatterà. E’ chiaro che stiamo parlando di due atleti di altissimo livello…

Il quarto posto nella crono del Delfinato ha infastidito Pogacar e non poco…
Il quarto posto nella crono del Delfinato ha infastidito Pogacar e non poco…
Quindi?

Quindi magari puoi focalizzarti sul fatto che sia proprio l’altro che ti fa uscire l’aggressività in più che non avresti con un altro avversario. Sono meccanismi che ti danno un click in più, permettono di accedere a qualche percentuale supplementare di grinta. Però, in linea generale, soprattutto parlando di coloro che stanno costruendo la loro efficacia e la loro fiducia, dobbiamo ragionare nell’ottica di dire che a me non interessa chi sia il mio avversario, soprattutto per quelli che sono in fase di crescita. Anno dopo anno, non sai mai quanto cresci. E magari gente che era lontanissima, l’anno dopo si avvicina molto di più. Oppure riesci a battere le persone che vedevi in televisione fino a qualche anno prima e ora sono i tuoi avversari. Se inizi a subire questo ti po di pressione, il rischio è che tu non riesca a esprimerti al 100 per cento. Sappiamo bene tutti che c’è dietro anche un aspetto mediatico, per cui per Vingegaard non si tratta solo di vincere un duello, ma di battere Pogacar. E per l’altro non solo aver vinto, ma averle suonate nuovamente a Vingegaard.

Velasco: «Il Delfinato mi ha tirato il collo, ma sono fiducioso»

19.06.2025
5 min
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«Ora sto andando nella mia Isola d’Elba per qualche giorno di riposo attivo… Così mi riprendo dalle fatiche e dal caldo tremendo del Delfinato!». Simone Velasco è stato uno dei tre italiani presenti al Critérium du Dauphiné, gli altri due erano Simone Consonni e Jonathan Milan.

L’atleta della XDS-Astana non correva dal GP di Francoforte, il primo maggio, pochi giorni dopo la Liegi-Bastogne-Liegi, tanto per dare un riferimento. Questo gli ha consentito di impostare un blocco di lavoro importante.

In Francia non è stato brillantissimo, proprio perché alle spalle c’era un lavoro mirato. E’ stata per Simone una corsa di costruzione. Sentiamo dunque come è andata e quanto queste fatiche potranno essere utili in vista del Tour… e del campionato italiano. Ricordiamo che Velasco è stato tricolore appena due stagioni fa.

Al Delfinato, Velasco ha pagato un po’ il caldo e la mancanza di ritmo gara. Ma è stata un’ottimma gara di costruzione
Al Delfinato, Velasco ha pagato un po’ il caldo e la mancanza di ritmo gara. Ma è stata un’ottimma gara di costruzione
Simone, dunque, dicevi di caldo e fatica…

Le prime tre tappe sono andate abbastanza bene. Ero soddisfatto perché comunque era più di un mese che non correvo e mi ero preparato bene a casa, pur non essendo andato in altura.

Come mai?

Ho avuto un problema giusto la sera prima del training camp: ho preso una bronchite abbastanza tosta e avevo anche la febbre. Quindi ho recuperato e poi, visto che da quest’anno si può usare la tenda ipossica, ho fatto un po’ di preparazione a casa. Un bel blocco di tre settimane, e speriamo che abbia funzionato. Dagli esami fatti sembrerebbe di sì.

Come ti regolavi con la tenda? Sappiamo che è piccolina e che ci sono delle limitazioni logistiche

Abbiamo fatto cambio con mia figlia. In pratica lei dormiva nel lettone con la mia compagna, Nadia, e io, che ho portato il letto della piccola nella camera matrimoniale, dormivo nel suo. Non è stato facile ma questo mi ha consentito di fare un bel periodo a casa. E anche mentalmente non è poco. In bici poi mi sono allenato bene e al Delfinato mi sono tirato il collo… parecchio!

Quindi Simone, cosa porti via da questo Delfinato? L’obiettivo era quello?

Sicuramente mi aspettavo di fare qualche risultato in più, specialmente nelle prime tappe. Poi la quinta tappa, quella dopo la crono, è stato un giorno disastroso per noi. Siamo caduti, anche Tejada, che si è rotto la mano. A me è andata bene, ma per rientrare ho sprecato tante, tante energie. E così sono stato costretto ad alzare bandiera bianca a 500 metri dallo scollinamento dell’ultima salita. Non avevo proprio le gambe. A quel punto ho provato a recuperare, ma è stato uno sforzo intenso e quel caldo mi ha segnato. Ne ho portato lo strascico per il resto delle tappe. Però secondo me il Delfinato resta il miglior banco di prova in vista del Tour per prendere la condizione e non solo.

L’elbano in questa settimana sta osservando un periodo di riposo attivo
L’elbano in questa settimana sta osservando un periodo di riposo attivo
A cosa ti riferisci?

Credo che sia la corsa migliore perché comunque ti confronti con il 90 per cento dei corridori che saranno al Tour de France e oltretutto ricalchi anche qualche strada. In più noi abbiamo provato la decima tappa della Grande Boucle (Ennezat-Le Mont-Dore Puy de Sancy, ndr), che sarà molto impegnativa.

Però la consapevolezza di aver fatto la fatica giusta non è poco. Alla fine non correvi davvero da tanto tempo e forse era la prima volta che mancavi dalle gare così a lungo

Non solo, ma prima della bronchite ho avuto anche un mezzo infortunio. Proprio a Francoforte in volata, mi è uscita la catena e ho sbattuto il ginocchio sul manubrio. Questo si è gonfiato, ho dovuto fare un’aspirazione. Poi per fortuna la cosa è stata meno grave del previsto… però anche lì per una decina di giorni ci sono dovuto andare cauto. Però guardo il bicchiere mezzo pieno: quest’anno dalla Tirreno in poi ho trovato continuità, mi sono ripreso anche fisicamente. Ho sempre dimostrato di essere ad un buon livello.

Simone, come si corre il Delfinato? Tu hai parlato tanto di fatica, ma si guardano i dati del computerino e dopo tot minuti oltre una certa soglia si molla affinché sia un allenamento costruttivo oppure si spinge e basta?

Dipende dalle tappe. In quelle in cui si cerca di far bene è chiaro che non si sta a guardare il computerino, in altre dove non c’è l’obiettivo di fare il risultato ci si regola. E se non si ha bisogno di fare determinate sessioni si cerca di recuperare. Magari prima fai il lavoro che ti ha chiesto la squadra e poi vai regolare.

Simone Velasco (classe 1995) ha vinto il tricolore nel 2023
Simone Velasco (classe 1995) ha vinto il tricolore nel 2023
Simone, si guarda anche il peso come una volta, oppure quello ormai si dà per assodato?

Fortunatamente col peso sono a posto, a parte l’inverno da quando inizio a correre sono più o meno sempre intorno ai 60-60,5 chili. Chiaro, ci devi stare attento, ma non è un assillo.

Da spettatore privilegiato non pagante, che impressione hai avuto di “quei due”, Vingegaard e Pogacar?

Che sono di un altro livello. Ma io ci aggiungerei il terzo, Van der Poel. Ho visto che veramente volava. E’ già in grande condizione. Ha sfiorato il podio a crono. Il giorno della fuga in cui ha vinto Romeo, siamo partiti subito in salita, 15 minuti e lui era davanti che attaccava e vi posso assicurare che salivamo forte, tanto forte. Eravamo rimasti in tutto una quarantina in cima, ma lui era nei primi 20 che attaccava, quindi vuol dire che c’è già una condizione ottima.

L’ultima domanda, Simone: ora come sarà il tuo programma?

Questa settimana è dedicata al recupero attivo, venerdì dovrò fare dei richiami. Nei giorni all’Elba punto ad uscire presto per pedalare col fresco in primis e per avere poi delle giornate di relax davanti. Quindi farò il Giro dell’Appennino e il campionato italiano su strada. Poi il Tour.

Elezioni del Coni, anche il mondo del ciclismo è coinvolto

19.06.2025
5 min
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Una settimana e lo sport italiano avrà un nuovo governo: il 26 giugno si eleggerà infatti il nuovo presidente del Coni, dopo tre mandati consecutivi per Giovanni Malagò costretto dalla legge (e non senza ripetuti tentativi di farla rivedere per togliere il vincolo) a cedere il passo. Che poi Malagò non uscirà dallo sport italiano, anzi. Intanto per i prossimi due mesi resterà in carica per il passaggio di consegne. Poi manterrà il posto in Giunta fino al 2029 come fino al 2029 manterrà il ruolo di membro del CIO. Senza dimenticare poi che ci sono le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, da lui fortemente volute e che lo vedono presidente della Fondazione che si occupa dell’organizzazione sportiva.

Giovanni Malagò lascia il posto dopo tre mandati di crescita dei risultati sportivi ma anche grandi problemi insoluti
Giovanni Malagò lascia il posto dopo tre mandati di crescita dei risultati sportivi ma anche grandi problemi insoluti

8 candidati, ma è corsa a 3

Detto questo, è tempo di elezioni, quindi è tempo di grandi incontri e lotte politiche fra i papabili. Ben 8 hanno presentato la loro candidatura, fra loro anche Giorgio Iannelli e la sua è forse quella che ha i maggiori significati umani, la volontà di un Don Chisciotte che si batte per i diritti del ricordo del suo sfortunato figlio puntando a rimodellare il moloch sportivo a livello politico. Un’utopia? Sì, irrealizzabile, ma già esserci ha un valore.

I candidati “veri” sono in realtà 2, forse 3. Luca Pancalli, presidente della Federazione Sport Paralimpici e Luciano Buonfiglio titolare della Federcanoa sono coloro che si stanno giocando la poltrona, ma c’è sempre l’incognita legata a Franco Carraro, 85 anni, che ha presentato la candidatura proprio allo scadere dei termini e che, per il suo carisma, è sempre in grado di spostare voti. Per l’elezione servono 41 voti su 81 grandi elettori: in queste ore è una caccia sfrenata a ognuno di essi, fatta di promesse, di richieste, fino all’ultima notte, quella che si trascorrerà in bianco per gli ultimi decisivi incontri. Ricordate il detto “è entrato in conclave Papa e ne è uscito cardinale”. Nel mondo sportivo vale ancor di più, spesso ci si gioca tutto nelle ultimissime ore.

La posizione di Dagnoni

Buonfiglio è sostenuto da molti suoi colleghi presidenti di federazione, tra cui anche Dagnoni che aspira fortemente a un posto in Giunta (e su questo torneremo). Altri sostengono Pancalli, per il quale depongono anche gli straordinari risultati e anche la crescita d’immagine dell’Italia ai Giochi Paralimpici. Ma si sa che a questi livelli i risultati contano molto meno dei rapporti interpersonali e del peso politico. Peso che ad esempio ha Paolo Barelli, da tempo immemore presidente della Federnuoto e uno dei deputati “opinion leader” di Forza Italia. Oppure Angelo Binaghi, presidente della Federtennis fiero avversario di Malagò e avverso a Buonfiglio.

Malagò insieme a Dagnoni: il presidente della FCI si candida per la giunta
Malagò insieme a Dagnoni: il presidente della FCI si candida per la giunta

Carraro e la rifondazione post-Montreal

Molto però dipende da che scelte farà il presidente uscente, perché può spostare un notevole pacchetto di voti, forse quello decisivo. Dai corridori traspare l’idea che potrebbe appoggiare Buonfiglio sentendolo più “vicino” alle sue posizioni. E Carraro? Chissà che il “grande vecchio” dello sport italiano non possa sparigliare le carte. In fin dei conti si è già seduto su quella poltrona, una delle innumerevoli della sua carriera e comunque chi ha antica memoria ricorda che ebbe un peso non indifferente nella lenta ma inarrestabile ripresa dello sport italiano dopo la debacle di Montreal 1976, quando la spedizione olimpica conquistò la miseria di 2 medaglie d’oro e poche altre (tra cui quella di Giuseppe Martinelli nella gara su strada). Carraro sarebbe un po’ il “pacificatore” di un ambiente sportivo dove c’è grande rivalità.

La Giunta del Coni, per i suoi 13 posti sono ben 36 i candidati
La Giunta del Coni, per i suoi 13 posti sono ben 36 i candidati

La caccia a un posto in Giunta

Questo si vede anche dal fiume di candidature per un posto in Giunta: per i 13 a disposizione si sono presentati in 36… 5 sono quelli riservati ai presidenti federali e fra loro c’è anche Dagnoni che vuole far valere il peso della tradizione ciclistica ma anche del grande spazio che, nonostante tutto, le varie specialità a due ruote hanno nel consesso olimpico. Tanti gli avversari a cominciare da Stefano Mei, che passa all’incasso dopo la perentoria crescita dell’atletica, prima cenerentola dello sport italiano ma dal covid in poi tornata ad essere la regina. Mei punta apertamente alla vicepresidenza e anche questo sposta equilibri. Dove si collocherà il massimo dirigente ciclistico? E’ chiaro che questo influirà anche sul valore della disciplina, basti pensare ai fondi messi a disposizione (fortemente ridotti negli ultimi anni).

Dagnoni a parte, analizzando le candidature, fra atleti, tecnici, rappresentanti regionali e provinciali si nota come ci sia una completa latitanza del movimento e questo rappresenta anche lo specchio delle difficoltà che tutto il mondo del ciclismo italiano vive, rischiando di essere messo sempre più ai margini.

Barbieri con gli Amici della pista: i bambini e un tuffo nel passato

19.06.2025
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Qualche foto condivisa sui social insieme al fidanzato Manlio Moro mentre si trovavano seduti sugli spalti del velodromo Ottavio Bottecchia di Pordenone. Sotto, sul cemento, giravano bambini e ragazzi di età diverse. Rachele Barbieri ha vissuto una giornata particolare, che l’ha portata a ricordare quando il ciclismo era un semplice divertimento (in apertura foto Alessia Tosoni). Quando era ancora Rachele e il ciclismo professionistico era solamente un sogno talmente lontano da essere quasi aleatorio. 

«Avevamo programmato di stare qualche giorno a casa di Manlio in Friuli – racconta Rachele Barbieri – perché tra i tanti impegni e le gare era da un po’ che non tornava. Allora la società Amici della Pista ci ha contattato chiedendoci di andare a trovare i bambini e i ragazzi in pista. Avevano programmato una serie di gimkane e di gare per i più grandi. Abbiamo portato qualche maglia delle nostre rispettive squadre (Team Picnic PostNL per Barbieri e Movistar per Moro, ndr)».

Rachele Barbieri e Manlio Moro sono stati invitati dalla società Amici della Pista a passare una giornata al Velodromo Ottavio Bottecchia a Pordenone (foto Alessia Tosoni)
Rachele Barbieri e Manlio Moro sono stati invitati dalla società Amici della Pista a passare una giornata al Velodromo Ottavio Bottecchia a Pordenone (foto Alessia Tosoni)

Di nuovo in pista

Per Rachele Barbieri la pista ha un significato profondo legato al ciclismo di quando si è piccoli. Tornare a respirare quell’atmosfera le ha permesso di far riaffiorare emozioni e ricordi passati. 

«Tra l’altro – ci dice – qualche giorno prima di andare al velodromo di Pordenone ero tornata a girare su pista a Montichiari. Quindi in pochi giorni sono tornata davvero a rivivere certi aspetti del passato che mi hanno regalato delle belle emozioni. Vedere quei bambini girare mi ha ricordato quando ho iniziato ad andare in bici, come molti di loro l’ho fatto da piccolissima: avevo cinque anni. Quando le gambe si sporcavano con il grasso della catena, la serenità e la spensieratezza di pedalare e basta. Erano i tempi in cui il ciclismo e la bicicletta li vivevi come un divertimento con gli amici e alle gare ti accompagnavano i genitori e i nonni».

Qualche giorno prima Rachele Barbieri era tornata a girare in pista a Montichiari dopo tanto tempo (foto Instagram/Rachele Barbieri)
Qualche giorno prima Rachele Barbieri era tornata a girare in pista a Montichiari dopo tanto tempo (foto Instagram/Rachele Barbieri)
Cosa ti ricordi di quelle prime volte in pista?

Spesso da piccola ero sola perché i miei genitori lavoravano entrambi. Per fortuna il diesse della squadra in cui correvo mi veniva a prendere a casa con il furgone della società. Crescendo poi, i miei genitori mi hanno accompagnato ovunque, soprattutto nel periodo invernale in cui facevo ciclocross. Correvo in una società piccola, quelle in cui i genitori guidano il furgone o mettono a disposizione la propria macchina per la trasferta. 

Come hai vissuto il rapporto sport-genitori?

Sono stati sempre al loro posto. Mi hanno dato il massimo sostegno ma senza mai mettermi pressione. Penso che questo aspetto abbia influenzato positivamente la mia crescita e la mia carriera. Sono cresciuta insieme al ciclismo e se sono diventata l’atleta e la ragazza che sono lo devo a questo sport. Si dice sempre che lo sport è una scuola di vita, ma è così.

Per te in che modo lo è stato?

Mi ha insegnato a prendere un impegno e a rispettarlo. Ad avere dei vincoli e saper incastrare e programmare i diversi aspetti della mia vita, anche quando ero piccola. La scuola, poi i compiti prima di andare in bici. Insomma, magari piccoli aspetti ma che ti mettono davanti a scelte e responsabilità. 

Avere a che fare con tante persone aiuta a crescere?

Ho imparato il rispetto verso gli altri. Ad esempio quando si era in pulmino o in camera con ragazzi che non conosci capisci le esigenze e le abitudini degli altri. Impari a rispettarli e a trovare un compromesso

Rachele Barbieri vedendo i bambini girare ha rivissuto emozioni del passato, quando il ciclismo era un gioco (foto Alessia Tosoni)
Rachele Barbieri vedendo i bambini girare ha rivissuto emozioni del passato, quando il ciclismo era un gioco (foto Alessia Tosoni)
Che cosa ti è venuto in mente guardando quelle biciclettine che giravano?

Mi ha colpito il fatto di vederli cadere e dopo un secondo ritrovarli già in piedi con la bici sotto braccio pronti a ripartire. Il ciclismo ti insegna a reagire a certe cose. Un bambino che non ha mai fatto sport cade e piange, loro invece pensano subito a ripartire. Una pulita con la mano al ginocchio o al gomito e via

Ci sono delle foto in cui parli, i bambini ti hanno chiesto qualcosa di particolare?

Mi venivano a chiedere il nome. Non sapevano nemmeno come mi chiamassi. Ed è stato bello così, per loro ci sarebbe potuta essere anche la persona più importante del mondo che comunque non l’avrebbero riconosciuta. Volevano solo pedalare e divertirsi. E’ stato bello anche per me, che per un giorno sono tornata Rachele, la bambina che pedalava su quelle biciclette senza altri pensieri per la testa. 

Verso il Tour, Garzelli: «UAE fortissima, Visma più squadra»

19.06.2025
6 min
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In questo Critérium du Dauphiné abbiamo avuto un gustoso antipasto in vista del Tour de France sul fronte delle squadre, con i due squadroni che si daranno battaglia anche a luglio: UAE Emirates e Visma-Lease a Bike. Chiaramente ci riferiamo al grande duello tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard.

L’analisi è lunga e articolata, e a farla con noi è Stefano Garzelli. L’ex maglia rosa e oggi commentatore tecnico della Rai ci aiuta a capire che squadre vedremo, i punti di forza e le (poche) debolezze in vista del Tour de France. Chiaramente per le formazioni definitive bisognerà attendere ancora qualche giorno, e ci sarà qualche innesto dal Tour de Suisse, che Garzelli sta seguendo con attenzione.

Al Delfinato si è vista un’ottima Visma, compattissima attorno al suo leader Vingegaard
Al Delfinato si è vista un’ottima Visma, compattissima attorno al suo leader Vingegaard
Stefano, dacci una prima impressione sulle due formazioni. Partiamo dalla Visma?

Partiamo dalla Visma! E’ andata molto bene nel complesso. Sono mancati alcuni momenti, alcuni corridori nei frangenti finali, ed è normalissimo: Jorgenson ha avuto una giornata di crisi e ci sta. Ricordiamoci che eravamo al Delfinato, non già al Tour. Però la corsa l’hanno fatta loro fin dal primo giorno. Su quello strappetto di 800 metri è partito Tullet, poi Jorgenson e infine Vingegaard. Corrono bene, sono uniti e compatti. Immagino che ci sarà l’innesto di Simon Yates e Wout Van Aert. E anche Edoardo Affini. Corridori che alzano il livello di tutta la squadra.

Li vedi equilibrati?

E’ una squadra molto forte, ben organizzata anche in pianura con Van Aert, Affini, Benoot, e forse Campenaerts. In pratica sono tutti capitani! In salita, oltre a Vingegaard, ci saranno Jorgenson, Simon Yates e Sepp Kuss.

Chiaro…

E tutti questi possono ancora migliorare. Jorgenson è una sicurezza, ha avuto solo un giorno difficile. A volte è meglio avere una crisi ora: vuol dire che sei ancora in fase di crescita. Simon Yates? Era stato preso per aiutare Vingegaard al Tour, ma hanno fatto un’imboscata al Giro, convincendo tutti che lo stessero preparando per quello. Invece adesso, sulle ali dell’entusiasmo, andrà fortissimo al Tour… quando dovrà esserci.

E quando dovrà esserci?

Nei momenti chiave in salita. Non tutti i giorni. Questo vuol dire molto anche in termini di energie, specie nervose, per un corridore del suo livello.

Kuss potrà crescere ancora e con le frazioni più lunghe del Tour uscirà alla distanza
Kuss potrà crescere ancora e con le frazioni più lunghe del Tour uscirà alla distanza
E gli altri?

Immagino che cercheranno di tenere Jorgenson in classifica. Van Aert sta bene, al Giro si è ritrovato. Gente come Affini, Campenaerts e Benoot sono una garanzia anche in pianura. La Visma è una squadra fortissima. E sembra che negli ultimi anni abbiano corretto anche alcune situazioni critiche.

A cosa ti riferisci in particolare?

Penso a quel famoso cambio di bicicletta caotico: un corridore a destra, uno a sinistra, uno lungo la strada, l’altro che attraversava… bici che non arrivava. Ora mi sembrano più precisi.

Quale potrà essere secondo te il ruolo di Van Aert? Quello a cui siamo abituati o tornerà a cercare le volate?

Non so se deciderà di buttarsi nelle volate, lo capiremo presto. Anche se il suo obiettivo potrebbe essere la maglia verde. Ma io lo vedo diversamente. Quest’anno la Visma-Lease a Bike vuole vincere il Tour come squadra. L’obiettivo di Vingegaard è un obiettivo collettivo. Penso a Van Aert, ma anche a Simon Yates. Poi Wout, come ha fatto al Giro, potrà togliersi qualche soddisfazione. Avrà segnato 4 o 5 tappe adatte a lui. E la sua presenza tattica è importantissima. L’abbiamo visto sul Colle delle Finestre, ma anche al Tour in passato: i suoi movimenti sono stati decisivi per vincere.

Kuss sarà ancora l’ultimo uomo o avrà un ruolo diverso?

Quando lavorava per Roglic o per Vingegaard e tirava, dietro restavano solo Pogacar e Jonas. Ha vinto una Vuelta… ma anche per lui gli anni passano. Sarà importante, ma forse non più decisivo come tre anni fa. Poi magari mi smentisce! Ma come ultimo uomo vedo più Jorgenson e, in alcune giornate, Simon Yates. O anche Van Aert, a seconda di come andrà la corsa.

UAE Emirates fortissima con alcuni elementi, ma meno dominante del solito nel complesso. Mancano però gli innesti (pesanti) del Tour de Suisse
UAE Emirates fortissima con alcuni elementi, ma meno dominante del solito nel complesso. Mancano però gli innesti (pesanti) del Tour de Suisse
Passiamo alla UAE Emirates. Al Delfinato avevano Pogacar, Novak, Politt, Wellens, Narvaez, Sivakov e Soler.

Fortissimi anche loro. Ma qui c’è il gregario, mentre alla Visma fai fatica a trovarlo. Sono tutti capitani. Analizziamo Marc Soler: al Delfinato era uno dei primi a staccarsi. Secondo me in UAE hanno ancora qualche dubbio sulla formazione finale. E ci sta: puoi fare la squadra, ma poi il corridore per vari motivi non rende. Anche Sivakov non è stato eccezionale. Poi è vero che anche loro devono ancora crescere. Io credo che guarderanno molto il Tour de Suisse.

Lì c’è Almeida che sarà sicuro al Tour. Devono arrivare a otto: al Delfinato erano in sette. Manca Adam Yates…

Provo a fare la formazione: Pogacar, Wellens, Politt, Almeida e Adam Yates sicuri. Anche Narvaez. Siamo a sei. Novak, Soler e Sivakov mi convincono meno. Io inserirei Michael Bjerg: quando va forte, tiene anche in salita. E poi porterei il ragazzo svizzero Jan Christen.

Difficile che lo facciano esordire nei grandi Giri al Tour…

Ma è molto forte e sa tirare bene. Terzo al GP Aargau, lo scorso anno ha controllato oltre mezzo Giro di Lombardia da solo. Comunque dallo Svizzera, oltre ad Almeida, penso arriverà Bjerg. Poi vedremo uno tra Soler e Novak. Bisogna capire perché Soler ha reso meno: magari ha avuto un virus intestinale. Io mi baso su quello che ho visto in corsa. In alternativa porterei Del Toro o Ayuso!

Non dimentichiamo che in rosa e in corsa al Tour de Suisse c’è anche Grossschartner…

Però a quel punto meglio Bjerg. Altrimenti in pianura sarebbero leggeri. E’ vero che Narvaez si muove bene, ma muoversi è una cosa, tirare per chiudere un ventaglio è un’altra. Quindi dico: Pogacar, Almeida, Adam Yates, Narvaez, Sivakov, Wellens, Politt e Bjerg.

Wellens e Narvaez hanno dimostrato di saper fare accellerazioni devastanti
Wellens e Narvaez hanno dimostrato di saper fare accellerazioni devastanti
Come hai visto muoversi la UAE al Delfinato?

Bene, ma gli altri mi hanno dato più compattezza di squadra. Per carità, hanno grandi corridori. Oltre a Pogacar, basta nominare Jonathan Narvaez o Tim Wellens. Il giorno di Combloux, quando Tim tirato in salita, erano rimasti in otto. L’accelerata l’ha data Narvaez su ordine di Pogacar. Tadej avrà detto: “Fai male a me. Perché se fai male a me, fai male a tutti”. Ora Pogacar ha capito che quelle accelerazioni violente all’inizio salita chiedono il conto alle gambe di Vingegaard. Per quello attacca subito.

Interessante. Li manda in acido e poi se la giocano sul passo…

I rivali hanno visto questa tattica e cercheranno di migliorare su quel tipo di sforzo. Poi è chiaro: se migliora anche Tadej, cosa puoi fare? Se uno ti fa 480 watt per 20 minuti, come lo batti? Tuttavia Vingegaard non è lontano. Per me ha lavorato per avere ancora margini, altrimenti non avrebbe fatto quella crono.

Spiegati meglio…

Voglio dire che sta già bene, ma gli mancano dei lavori specifici per resistere all’accelerazione violenta di Pogacar in salita. E quelli li fai adesso. Ora Vingegaard torna in quota: lui e la squadra hanno ancora due settimane di lavoro. Ripenso anche all’accelerazione in pianura nella prima tappa: per me è in “work in progress”. La parte finale del Tour è fra più di un mese. E’ presto per essere già al top. Parlo in base alla mia esperienza.

Se Narvaez può garantire quelle strappate, chi può farle in casa Visma?

Dipende dalla tappa. Quel giorno al Delfinato è arrivato un gruppetto e le tappe erano corte. In molti le soffrono. In tappe più lunghe cambia tutto. Quelle strappate potrebbe farle Simon Yates. Ma per queste accelerazioni e tattiche bisogna vedere come stanno le gambe dopo 13, 14, 18 tappe e 200 chilometri: è tutta un’altra storia.