EDITORIALE / La vittoria di Conca e il meccanismo che s’inceppa

30.06.2025
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Se Filippo Conca non avesse vinto la maglia tricolore, chi avrebbe saputo parlare di lui? Quanti corridori come il lombardo sono passati e continuano a passare, archiviati come pratiche scadute per lasciare spazio alle altre? Qualcuno ha scritto che sarebbe il tempo di riscrivere le regole: forse non accadrà, ma di certo è utile fermarsi per una riflessione.

Ci bombardano con l’equazione del momento, che collega in maniera diretta l’insieme dei valori fisiologici e le prospettive di carriera e guadagno di un atleta. Sarà pure giusto, anzi lo è di certo. Tuttavia si è persa di vista la consapevolezza che non si possa archiviare un lavoratore se per i più svariati motivi non è ancora riuscito a esprimersi. Qui si parla di vite, famiglie, mutui, aspirazioni, sofferenze e futuro. Si parla di persone e lo si fa con superficialità, spinti dall’obiettivo del guadagno e con la leva piantata a fondo nei sogni di ragazzini non troppo consapevoli.

Conca ha 26 anni ed ha corso per quattro tra i pro’: gli ultimi mesi sono stati una prova di volontà, ma non sono stati facili
Conca ha 26 anni ed ha corso per quattro tra i pro’: gli ultimi mesi sono stati una prova di volontà, ma non sono stati facili

Niente accade per caso

Se Filippo Conca non avesse vinto la maglia tricolore, l’equazione avrebbe confermato l’atteso risultato. Invece l’ordine di arrivo del campionato italiano mette alle spalle di Filippo il meglio del ciclismo italiano: il lungo elenco dei ragazzi più o meno prodigiosi, fra cui quelli che in un modo o nell’altro hanno preso il suo posto nel gruppo. Non solo. Lo Swatt Club, che ha permesso a Conca di continuare a correre, ha piazzato nei primi cinque anche Mattia Gaffuri. E allora ti chiedi: come è possibile?

Certo, la maglia tricolore già in altre occasioni è finita su spalle estemporanee, ma questo non è più il ciclismo di ieri. Questo è il ciclismo in cui un’equazione stabilisce chi possa o non possa vincere e allora la vittoria di Conca non può essere per caso. Lo ha detto benissimo Covi, intervistato subito dopo da Filippo Lorenzon. E lo dicono anche i valori di Conca, che è arrivato alla gara tricolore lavorando in altura e correndo dovunque gli sia stato permesso, con piazzamenti di eccellenza nel gravel e anche al Giro d’Austria.

Nizzolo abbraccia Conca: fino al 2024 i due sono stati ompagni di squadra, poi la Q36.5 ha scelto di non confermare Filippo
Nizzolo abbraccia Conca: fino al 2024 i due sono stati ompagni di squadra, poi la Q36.5 ha scelto di non confermare Filippo

Il granello nel meccanismo

Se Filippo Conca non avesse vinto la maglia tricolore, probabilmente avrebbe smesso di correre. Magari non subito, tuttavia il binario lungo il quale lo avevano incanalato portava verso un silenzioso abbandono delle scene. Al momento di ricomporre il suo organico, la Q36.5 aveva scelto infatti di fare a meno di lui, puntando su altri nomi. Forse per questo, tagliando il traguardo, Filippo ha imposto a sua volta il silenzio con un chiaro gesto della mano.

Alle sue spalle sul rettilineo di Gorizia c’erano corridori WorldTour in condizione per il Tour de France e quelli delle professional che lottano su ogni traguardo per la caccia ai punti. Anche atleti dei vari devo team e delle continental di casa nostra. Un tricolore così non si vince per caso, eppure fino a pochi minuti dal via nessuno avrebbe puntato un solo centesimo su Conca. C’erano i grandi campioni e i giovani talenti. In questo ciclismo che a volte dimentica cosa sia davvero un corridore e che spesso viene governato dagli agenti più che dai tecnici, la vittoria di Conca è il classico granello che fa inceppare il meccanismo. Qualcosa di cui parlare, per evitare che venga ricondotto a casualità o fortuna.

Universo crono, customizzazione ed efficienza sono il segreto

30.06.2025
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CREMA – Le crono sono un mondo a parte. La disciplina delle prove contro il tempo e tutto quello che ruota attorno ai componenti, in termini di consensi del grande pubblico, non sono al pari del mondo road vero e proprio. Eppure questo universo è una fucina di idee.

Dopo le tante customizzazioni viste al Giro d’Italia, solo per citare l’ultima grande corsa a tappe, ci siamo posti dei quesiti e abbiamo voluto abbozzare una sorta di confronto. Le domande: comfort del corridore e posizione in sella relativa alle protesi, cosa conta davvero? Si possono guadagnare, o perdere secondi considerando le sole estensioni? Cosa si può dedurre valutando i feedback dell’atleta? I componenti: 4 estensioni di casa Deda e due giovani atleti che si sono impegnati in questo test (nulla di troppo scentifico). Mattia Agostinacchio (Ciclistica Trevigliese ancora per questo 2025) e lo junior Lorenzo Ghelfi (Pedale Casalese Armofer).

Agostinacchio e Ghelfi durante le fasi di riscaldamento e presa confidenza con la pista
Agostinacchio e Ghelfi durante le fasi di riscaldamento e presa confidenza con la pista

Il contesto ambientale e la prova

L’ambiente è quello del Velodromo Pierino Baffi di Crema, impianto all’aperto con pista in cemento. L’anello è lungo 329,25 metri. La prova si è svolta in una calda giornata (alla mattina) intorno a metà giugno. I test sono terminati poco dopo le ore 12, cercando di non mettere eccessivamente sotto stress i ragazzi per quanto concerne il calore. Da sottolineare che, a ridosso delle ore 12, durante l’ultima fase di test, Agostinacchio ha superato i 39° di temperatura corporea (dato rilevato grazie al sensore Core).

1,01 chilometri percorsi per ogni singola fase della prova, quindi con ogni set di protesi e la distanza è stata percorsa all’interno del terzo segmento del velodromo, quello compreso tra la riga nera e quella rossa. Lorenzo Ghelfi ha utilizzato una bici standard (Drali Ametista), prima con le Deda Parabolica PRO in alluminio e in seconda battuta con le Fast PRO in carbonio, estensioni che appartengono alla medesima famiglia. Il wattaggio di riferimento di Ghelfi è stato di 320 watt per le due prove. Agostinacchio ha utilizzato la bici da crono Colnago (senza freni a disco, ma con ruota lenticolare posteriore), prima con le protesi Deda Jet, per passare alle Jet Hydro personalizzabili nella seconda fase. 350 i suoi watt di riferimento. Per entrambi i giovani atleti si è cercato di mantenere la medesima altezza delle estensioni, in modo da non cambiare la penetrazione aerodinamica della sezione frontale (testa, spalle, busto e schiena).

Maurizio Canzi e Davide Guntri di Deda
Maurizio Canzi e Davide Guntri di Deda

Qualche dettaglio sulle protesi da crono

Possiamo categorizzare la famiglia PRO, composta da Parabolica in alluminio e Fast PRO in carbonio, come una sorta di standard per chi vuole usare le estensioni da crono e poterle montare anche sui manubri integrati in dotazione alle bici per le attività in linea. Sono perfettamente adattabili anche grazie ad una serie di componenti disegnati appositamente per questo. L’alluminio è semplice sotto il profilo ergonomico, una sorta di tubo. Fast PRO in carbonio mostrano una ricerca non banale in fatto di design e proprio di ergonomia. Entrambi non sono personalizzabili, se non nella larghezza quando montate sulle piastre e tramite le torrette di supporto (c’è sempre da considerare il rispetto delle proporzioni imposte dall’UCI). Da notare che Lorenzo Ghelfi ha già utilizzato le Parabolica in alluminio, ma a Crema è stata una prima con quelle in carbonio.

La famiglia Jet di Deda è molto più ricercata e, prima della strenua ricerca della personalizzazione, proprio le Jet sono state prese ad esempio ai livelli più alti. Sono le protesi alari, tra le primissime a proporre le ali di contenimento delle braccia, dei gomiti e di tenuta della posizione. Mattia Agostinacchio utilizza normalmente le Deda Jet sulla sua bici da crono, per lui a Crema la novità è stata la versione Hydro. Hydro ha il fusto principale in alluminio ed il terminale in polimero stampato 3D, quest’ultimo è customizzabile da parte di Deda in base alle richieste del corridore, tenendo conto di alcune caratteristiche fisiche dell’utilizzatore.

I risultati del test

Ghelfi con le protesi in alluminio, 122″330, alla media oraria di 44,600. Con le Fast PRO in carbonio, 1’21″770 alla media oraria di 44,900. Più veloce con le protesi in carbonio e anche il feeling del corridore ha il peso.

«Con le Deda in carbonio mi sono trovato subito meglio – ha detto – più comodo soprattutto verso il polso. Un feeling generico migliore, soprattutto grazie all’appoggio complessivo vicino al gomito e proprio del polso con una chiusura ottimale. Altra sensazione positiva è legata ad un minore impatto del vento».

Agostinacchio con le Jet standard, 118″490 ad una media oraria di 46,800. Con le Jet Hydro, 1’17730 a 47 chilometri orari di media, ma come citato in precedenza c’è da considerare anche “l’effetto caldo” nella seconda fase di test con Agostinacchio. Non solo, il terminale delle Hydro non è stato plasmato sulle caratteristiche fisiche del giovane corridore, un dettaglio che può fare tantissima differenza.

«Anche se non è stata fatta una personalizzazione certosina – ha detto il valdostano – mi sono trovato meglio con le Hydro, grazie ad una maggiore stabilità percepita, tanto appoggio e presa della mano. Mi sono sentito anche più comodo, quasi disteso, nonostante non abbia mai usato in precedenza queste protesi da crono».

In conclusione

Oltre ai numeri emerge il fattore comfort del corridore. Un atleta messo a proprio agio riesce a sfruttare e fare suo un feeling migliore, traducendolo in una performance migliore. Questo si verifica nelle prove più brevi, come nel nostro caso, ma i numeri assumono connotazioni ampie nel caso di competizioni più lunghe e dure (prendiamo ad esempio le crono dei Grandi Giri). Ecco perché la customizzazione dei componenti da crono è entrata in modo così prepotente e non si tratta di dettagli marginali. Ovviamente è necessario considerare tutto quello che ruota intorno alle tecnologie dei materiali che oggi sono disponibili, che non esistevano solo poche stagioni addietro.

Se è vero che la variabile maggiore è sempre il corridore, con le sue “imperfezioni”, i suoi movimenti quando pedala e lo stesso modo di stare sulla bici che può essere soggetto a variazioni (se pur minime e talvolta involontarie), l’obiettivo delle aziende è quello di fornire materiali efficienti in grado di costruire una base solida sulla quale lavorare, esente da variabili, capace di mettere l’atleta nelle condizioni migliori. La sensazione è che in questa categoria di “strumenti per la competizione massima” si è solo agli inizi.

Covi: «Così fa male. Ho poche occasioni e ci ho provato»

30.06.2025
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GORIZIA – Il primo dei battuti? Il secondo? Come la si legga, ieri Alessandro Covi è stato colui che ha sfiorato il tricolore più di tutti. La sua “colpa” è quella di essere arrivato secondo alle spalle di un corridore che non appartiene a un team professionistico, mentre lui corre per la UAE Emirates, anzi per la prima squadra al mondo nel ranking.

Tuttavia questa lettura rischia di essere fuorviante. Le corse vanno analizzate. Primo, perché Conca, e lo abbiamo scritto anche ieri, non è “il primo che passa”. Secondo, perché nel finale Covi è stato colui che ha tirato più di tutti, contribuendo in modo decisivo a far sì che il drappello dei cinque arrivasse al traguardo.

Covi è visibilmente deluso. Ci teneva moltissimo a questa maglia. E’ consapevole, una volta per tutte, che gli mancano certi scenari. E’ il bello e il difficile di correre in una corazzata come la UAE Emirates. E’ tosta trovare le occasioni. Ma questo vale per tutti, anche per campioni più affermati, non solo per lui.

La UAE Emirates si è presentata con Covi e Baroncini che nel finale ha rimontato fortissimo. E forse era più deluso di Covi stesso
La UAE Emirates si è presentata con Covi e Baroncini che nel finale ha rimontato fortissimo. E forse era più deluso di Covi stesso
Alessandro, che corsa è stata?

Una corsa abbastanza selettiva, nonostante il percorso fosse aperto a tante opzioni. Ho dato io il via alla fuga decisiva e poi ci ho provato in tutti i modi. Ma… ovviamente non è bastato. Sono arrivato secondo, però ero lì e complimenti a Filippo che non ha rubato niente a nessuno. Mi ha battuto in volata, quindi è stato forte.

Immagini già le polemiche. Un atleta del WorldTour che è battuto da un corridore di un club non professionistico…

Allora ce ne sono tanti altri, nella mia stessa situazione, tutti quelli che sono arrivati dietro di me. Quanti eravamo 120? Vale per gli altri 118. E’ stato forte Conca, complimenti a lui. Comunque parliamo di un corridore che era nel WorldTour fino a due anni fa e, ripeto, non ha rubato niente a nessuno.

Alessandro, con il tuo compagno Filippo Baroncini siete riusciti un po’ a parlare? Sapevi che era dietro?

E come facevamo a parlare? Non avevamo la radio. D’altronde siamo a un campionato italiano: guardi davanti, non dietro. Io sentivo di avere la gamba, una buona gamba. Penso di aver dimostrato di essere uno dei più forti. Forse il più forte.

Covi è in un buono stato di forma, ma anche lui ha sofferto per il caldo
Covi è in un buono stato di forma, ma anche lui ha sofferto per il caldo
Lo ha detto anche Conca…

Ma non si saprà mai. Ho provato a vincerla. Vincere un campionato nazionale è un’occasione che capita poche volte nella carriera di un corridore. Questa era una di quelle, ci sono andato vicino, ma la stagione non è finita. Speriamo che questa maglia la indosserò prima o poi. Sì, ci sono andato molto vicino. Così fa male però.

Alessandro, hai tirato moltissimo nel finale. Anche Baroncini ci ha confidato che, magari con lui dietro, potevi anche provare a fare il furbo. Ma, d’altra parte, non avendo le radioline non potevi saperlo…

L’hanno detto anche altri che ho tirato di più. Anche Aleotti è venuto a dirmelo. Ma secondo me non ero io che ho tirato di più, ma gli altri che hanno tirato di meno. A Giovanni l’ho detto: «Tira, tira un po’ di più». Ma lui mi diceva di no: «Tu sei più veloce». L’obiettivo era avvicinarci il più possibile all’arrivo. Poi, se pensi di essere il più fresco o che io ero il più veloce, attaccami… Ma di attacchi non ce ne sono stati, quindi ho dovuto prendere la volata di testa. Se magari qualcuno avesse allungato, avrei avuto un punto di riferimento. Invece ho dovuto prendere la volata davanti e Filippo, arrivando da dietro, ha dimostrato di essere veloce e mi ha battuto.

Nelle ultime gare sei andato forte. Si può dire che Covi sta tornando ai suoi livelli?

La costanza di rendimento non è male. Io penso che quest’anno sono ai miei migliori livelli da quando sono professionista. Ovviamente sto facendo gare che magari non posso dimostrarlo al pubblico, però in quelle gare che sto facendo sono sempre tra i migliori. Manca non essere nei grandi palcoscenici, perché sono quelle le gare che contano, ma diamo tempo al tempo. L’importante è essere tornati ad avere le buone sensazioni.

Covi sul traguardo di Gorizia, ha sfiorato il successo. Nel finale aveva tirato più degli altri
Covi sul traguardo di Gorizia, ha sfiorato il successo. Nel finale aveva tirato più degli altri
Chiaro…

Ho passato due anni molto complicati, soprattutto con la mononucleosi, e non è mai scontato tornare a buoni livelli. Mi sembra di essere quello di due anni fa, e forse anche più forte.

Quali sono adesso le tue prossime gare?

Siamo solo a metà stagione e ce ne saranno tante. Adesso c’è subito il Giro d’Austria, probabilmente aiuterò Isaac Del Toro che torna a correre. E poi immagino farò tantissime gare in Spagna e poche gare WorldTour.

Staccherai? Farai altura?

No – dice con un sorriso malinconico che sa tanto di chi vorrebbe farla – purtroppo non ho tempo e la farò quando punterò obiettivi grossi, magari non quest’anno ma l’anno prossimo. Sto facendo un bel po’ di punti, che sono l’obiettivo della squadra. Il mio calendario è stato disegnato per questo e quindi sta funzionando. Ovviamente per un corridore è difficile non partecipare ad alcune gare, però ho accettato, ho sposato il progetto della squadra e va bene così.

Clamoroso a Gorizia. Vince (meritando) il non-pro’ Filippo Conca

29.06.2025
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GORIZIA – Nel ciclismo dei grandi budget, del WorldTour, della ricerca, può accadere anche che un ragazzo non professionista vinca il campionato nazionale. A Gorizia il tricolore è finito sulle spalle di Filippo Conca. Il corridore lecchese ha battuto Alessandro Covi della UAE Emirates e Thomas Pesenti, quest’ultimo appartenente al devo team della Soudal Quick-Step.

Attenzione, Filippo Conca non è uno sconosciuto. E’ un non professionista solo a livello burocratico, perché è un corridore vero. Uno di quelli che fino a tre anni fa era nel WorldTour con la Lotto Soudal e fino allo scorso autunno correva per la Q36.5. Ma il fatto che un atleta di un club, perché la sua squadra, lo Swatt Club, è una ASD, neanche una continental – vinca una corsa del genere, è una notizia. E’ un titolo. E anche qualcosa che fa riflettere.

Battuto Covi

Ricostruiamo questa giornata. Partenza torrida, o quantomeno afosissima, da Trieste. Subito un attacco con dentro alcuni compagni di Conca, tra cui Francesco Carollo e Lorenzo Ginestra. Poi la gara scorre sorniona tutto sommato. Tutti aspettano la XDS-Astana: sono in dieci e sono forti, controllano ma evidentemente le gambe non sono al top.

Al secondo passaggio sul San Floriano, lo strappo di giornata, si muove Covi. Lo seguono Pesenti, Aleotti, Conca, e rientrano alcuni dei fuggitivi. Covi prova ad andare via sull’ultimo scollinamento, e quasi ci riesce, ma Conca stringe i denti fino all’ultimo e tiene. Mattia Gaffuri, anche lui dello Swatt Club, rientra e la volata è a cinque.

Conca vince con mezza ruota su Covi, poi si porta il dito alla bocca, prima di accasciarsi a terra e dire: «Ora tutti zitti». Sfogo sincero, che non ci rivelerà neanche più tardi, ma che probabilmente ha dei destinatari ben precisi.

Splendidi gli scenari del Collio. Il caldo, a detta di molti, tra cui De Marchi si è fatto sentire: «Se facevi un fuorigiri non lo recuperavi»
Splendidi gli scenari del Collio. Il caldo, a detta di molti, tra cui De Marchi si è fatto sentire: «Se facevi un fuorigiri non lo recuperavi»

Scoppia la gioia

«Davvero è una grandissima emozione – racconta Conca – sono stati mesi difficili. A ottobre mi sono trovato senza squadra, dopo quattro anni di sacrifici per le varie squadre in cui ero. Aspettavo questo momento proprio da ottobre. In questi mesi ho lavorato tanto. Mi sono dedicato un po’ al gravel, giusto per avere degli obiettivi, per restare focalizzato, perché altrimenti sarebbe stato davvero duro fare nove, dieci mesi senza gare».

Conca quest’anno ha all’attivo, compreso oggi, 11 giorni di corsa. Oltre alla Torino-Biella di aprile, l’unica corsa su strada a cui ha preso parte è stata l’Oberösterreich Rundfahrt, una breve gara a tappe austriaca di categoria 2.2. Le altre prove erano tutte gravel, tra cui la nota Traka.

«Nel finale – riprende Filippo – ho sofferto tanto. Non ero il più forte, ma ho tenuto duro. Proprio tanto duro. Oltre me stesso sull’ultima salita. Ogni giro scollinavo al limite. In volata sapevo che Covi era più veloce, ma sapevo anche che se fossi entrato nel tratto in pavé con più velocità, avrei avuto una chance. E così è stato».

Terremoto Conca

Senza dubbio, quella di Conca è una storia importante. Una storia che in qualche modo ricorda il ciclismo di 80-100 anni fa, quando c’erano i famosi “isolati”, corridori senza squadra. Filippo una squadra ce l’ha, ma non è professionistica. Dove vedremo la maglia tricolore? Che succederà ora? E cosa si dirà del ciclismo italiano? Queste erano le domande che circolavano tra gli addetti.

Il suo procuratore, Manuel Quinziato presente sul traguardo, era felice. Sa che da oggi dovrà e potrà trovargli una sistemazione in un altro team. Non essendo nemmeno in una continental, a Conca non serve aspettare il 1° agosto per cambiare maglia. Tutto è (già) in movimento.

I meno sorpresi, qualcuno è addirittura felice, sono i corridori. Tra tutti, Giacomo Nizzolo, ex compagno di squadra e amico di allenamenti quotidiani, appena arriva, lo abbraccia: «Ma cosa hai fatto? Cosa è successo? Bravo, bravo!». Quasi piange Nizzolo, che ha appena annunciato il suo ritiro a fine stagione.

Ma se c’è chi si pone dubbi, c’è chi festeggia. Lo Swatt Club esplode di gioia: amici, appassionati, compagni di Conca, cicloamatori tesserati del club venuti a dare una mano… Alzano cori su cori. Il suo team manager Beretta è commosso: «Ha vinto un ragazzo fortissimo. Non capisco perché uno con dei numeri come i suoi sia fuori dal giro che conta. Quanto prende Conca? Ma quale stipendio. A fine anno gli lascio due bici».

Intanto il neotricolore è appena sceso dal podio e sfoggia la sua maglia che sa di spumante: «Se mi rendo conto che questa vittoria è un terremoto per il ciclismo italiano? Sì, sicuramente è un terremoto. Non so cosa cambierà, né voglio pensarci. So solo che io sono uno dei pochi che ha creduto in questa giornata. Ringrazio loro… e me stesso».

La volata di Gorizia. Conca parte lungo e si lancia forte prima degli ultimi 100 metri in pavè… Covi invece segue un’altra traiettoria

Preparazione miratissima

Conca, classe 1998, ha un buon palmarès tra gli Under 23 e anche qualche piazzamento tra i pro’. Oggi a fare la differenza è stata la determinazione. E lui lo sa. Lo dice.

«Mi sono preparato benissimo, anche senza il supporto di una WorldTour. Ho fatto uno step in avanti. Questo ciclismo è talmente veloce che tanti corridori corrono troppo. Tappano i buchi e non arrivano mai pronti come ho fatto io negli ultimi quattro anni. Alla fine non mi sono mai davvero potuto preparare bene ed essere al top. Stavolta, invece, ho potuto preparare al meglio questo obiettivo.

«In altri sport, come la maratona, ci si prepara per mesi per una gara. Questo mi ha aiutato. Sapevo che molti oggi erano stanchi dopo il Giro d’Italia. Un tempo si usciva dal Giro con gran forma, oggi sembra il contrario. E questo, pur non avendo ritmo gara, è stato a mio favore».

Ma se questa vittoria è clamorosa per molti, lo è meno per Conca stesso. Sentite qua: «Nizzolo è un grande amico. Con lui, ma anche con Marco Tizza, Simone Petilli… mi sono allenato tanto. Mi hanno motivato a non mollare. Sono stato anche in altura: a maggio ero a Livigno e ho fatto una brutta caduta per colpa di una marmotta in discesa. Ma non ho mollato. Dopo una settimana fermo, ho ripreso a prepararmi per questo obiettivo».

«Davvero sono contento. Contento di aver vinto, ma forse ancora di più di aver avuto la testa per non mollare in questi mesi».

Borgo è tricolore: un cerchio che si chiude un anno e mezzo dopo

29.06.2025
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DARFO BOARIO TERME – «Nel finale siamo rimasti in pochi, quelli che avevano le gambe – racconta Alessandro Borgo vestito della maglia di campione italiano U23 – ai meno 500 metri mi sono girato e ho visto che c’era spazio per un’azione diversa e ci ho provato. Sono riuscito ad arrivare da solo, è sempre bello vincere così ed eccomi qua, con il tricolore addosso». 

Per la prima volta vediamo Alessandro Borgo emozionato, il veneto del Bahrain Victorious Development Team si lascia andare in un pianto liberatorio e una dedica speciale. «Questo successo va al mio coach Alessio Mattiussi, che ha sempre creduto in me, a mio papà Massimo e mia mamma Michela, ai miei amici e ad un amico speciale che mi guarda da lassù: Daniele Gnoffo (un ragazzo che correva insieme a Borgo e venuto a mancare a causa di un incidente stradale in moto, ndr)».

Occhi su Borgo

Era il favorito Alessandro Borgo, le tappe del Giro Next Gen hanno fatto bene al suo motore e alla sua fiducia. L’occasione mancata ad Acqui Terme ha aumentato anche la fame di vittoria. Sapeva di stare bene e ha confermato quanto fatto vedere sulle strade della corsa rosa under 23

«Sapevo che il percorso di oggi era adatto a me – continua mentre cammina verso l’antidoping – ieri sono andato a provare qualche passaggio e ho capito che la corsa era disegnata per corridori con le mie caratteristiche. In più arrivavo consapevole di stare bene. Sapevo che la gara sarebbe stata difficile da gestire, anche perché tutti stamattina dicevano: «Mettiamoci a ruota di Borgo!». Quando il margine della fuga ha iniziato ad essere pericoloso ho deciso di mettere davanti la squadra a tirare».

«Sull’ultimo strappo – prosegue – avevamo nel mirino Bracalente (autore di una bellissima azione solitaria, ndr) e una volta imboccata la salita l’abbiamo fatta veramente forte. Non ho mollato di un metro e ho chiuso tutti gli attacchi da lì all’ultimo chilometro. Appena abbiamo iniziato a guardarci, dentro gli ultimi tre chilometri, ho trovato il momento giusto per partire e ce l’ho fatta».

Ti abbiamo visto sempre molto serio e pragmatico, oggi ti sei lasciato andare…

Vero, non ho la lacrima semplice però è arrivata una vittoria importantissima che aspettavo da quando ero secondo anno juniores. Arrivavo a quella gara in condizione ma ho avuto dei problemi e non era andata bene. La notte non avevo dormito ripensando all’occasione persa e continuavo a piangere. Indossare questa maglia ora da under 23 è un grande regalo per me.

Una gara non facile da gestire.

Sono riuscito a tenere sotto controllo tutto, anche la pressione. La squadra era tutta per me, i miei compagni hanno fatto un lavoro bellissimo e siamo riusciti a portare a casa un bellissimo risultato. 

Sei maturato tanto in questi anni, rispetto a quella tappa al Giro della Lunigiana riesci a controllare meglio le emozioni…

Quello era il periodo in cui raccoglievo i primi risultati di valore, alla fine sono emerso tardi perché da più piccolo facevo fatica a vincere. Ho imparato a gestire queste situazioni, adesso sono molto più tranquillo e sono consapevole che non serve a nulla innervosirsi. 

Ci hai lavorato con qualcuno?

Con un mental coach, penso sia una figura importante per chi corre a questi livelli. Alleniamo ogni giorno il corpo ma serve allenare anche la mente appoggiandoci a queste figure

Alessandro Borgo insieme al massaggiatore Ilario Contessa mentre aspetta di fare l’antidoping
Alessandro Borgo insieme al massaggiatore Ilario Contessa mentre aspetta di fare l’antidoping
Quando hai iniziato a lavorarci?

Un anno e mezzo fa, in questo periodo ho mollato un attimo ma non è detto che non tornerò a curare anche questo aspetto. Mi ha consigliato Sacha Modolo di affidarmi a un mental coach, ne ho parlato con la squadra ed erano d’accordo anche loro. 

C’è stato un episodio che ti ha fatto dire che fosse giunto il momento di cercare un supporto?

Quel campionato italiano perso da Gualdi quando ero juniores. La notte non ho dormito a causa di tutte le lacrime che ho versato. Sacha mi ha visto e ha pensato di portarmi da questa figura che mi ha aiutato tanto. 

Dormirai con il tricolore addosso questa notte?

Probabilmente sì.

I destini incrociati di De Lie e Gaudu. Due storie su cui riflettere

29.06.2025
5 min
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Potrà sembrare strano, ma le strade di Arnaud De Lie e David Gaudu in qualche modo s’intrecciano, si somigliano, pur restando distanti. Uno è un velocista belga, l’altro uno scalatore francese. Entrambi hanno talento, e lo hanno dimostrato, ma allo stesso tempo portano con sé fragilità importanti.

Ma senza divagare: perché i destini di De Lie e Gaudu s’incrociano? Il primo sta uscendo da un periodo nero e la sua squadra, la Lotto, lo ha annunciato al Tour de France. L’altro, invece, resta fuori. Viene dunque da chiedersi: il talento basta?

Dopo essersi rimesso in sesto De Lie ha lavorato sodo allo Svizzera. Qualche giorno oprima era stato 3° alla Brussels Classic
Dopo essersi rimesso in sesto De Lie ha lavorato sodo allo Svizzera. Qualche giorno oprima era stato 3° alla Brussels Classic

La situazione del belga

De Lie non ha avuto una grande primavera (ed è già la seconda, dopo i problemi fisici dell’anno scorso). Il belga, per sua stessa ammissione, ha avuto difficoltà mentali. Si è caricato di troppa pressione e questo a cascata lo ha portato completamente fuori forma. La Lotto lo ha quindi fermato del tutto, lo mise proprio fuori squadra, e resettato ancora una volta.

«Il mio stato d’animo – ha detto De Lie qualche giorno fa – è completamente diverso ora. Dopo la Gand-Wevelgem giravo a vuoto. Ero in un circolo vizioso, ma ora va molto meglio. La cosa più difficile, la prima per risollevarmi, è stata accettare quei momenti. Ora cerco di trarre il positivo da quelle fasi negative. E’ su questo che mi concentro, lo scatto deve venire da sé stessi. Gli altri possono incoraggiarti, ma se sei convinto che non funzionerà, allora non funzionerà mai».

De Lie ha parlato dei suoi prossimi obiettivi: le volate e le tappe ondulate del Tour: «I miei obiettivi non devono essere per forza incentrati sui risultati. Devo essere soddisfatto e orgoglioso. Ero sempre arrabbiato per i miei piazzamenti all’inizio della stagione, ma quell’atteggiamento non mi ha aiutato. A un certo punto ho pensato: per chi sto pedalando? La gente ha delle aspettative, ma io lo facevo quasi per gli altri, non per me stesso. Se do il massimo nella cronometro in salita in Svizzera, per dire, allora potrò essere orgoglioso di me stesso. E questo mi dà molta più soddisfazione.

Gaudu ha concluso un Giro d’Italia nel quale è stato quasi invisibile. Era al di sotto del suo talento
Gaudu ha concluso un Giro d’Italia nel quale è stato quasi invisibile. Era al di sotto del suo talento

E quella del francese

«Dato il mio livello attuale, sono stato trasparente con la squadra. Conoscono i miei dati, quindi abbiamo deciso insieme di saltare il Tour quest’anno», ha detto senza troppi giri di parole David Gaudu, scalatore della Groupama-FDJ e grande speranza del ciclismo d’Oltralpe.

E dire che l’inizio di stagione del bretone non era stato affatto male. Aveva vinto una tappa e chiuso terzo al Tour of Oman.

«Da allora – ha raccontato il team manager della FDJ, Marc Madiot, che si trova a rivivere qualcosa di molto simile che gli accadde con Pinot – è stato costantemente in difficoltà: cadute, spirali negative. Abbiamo cercato di recuperarlo gradualmente portandolo anche al Giro d’Italia, ma è ricaduto.

E a proposito di Giro, anche noi abbiamo una testimonianza diretta. In più di una partenza e arrivo lo abbiamo visto quasi “non presente”. In particolare il giorno della crono di Pisa. Eravamo dietro l’arrivo in attesa di Pellizzari per un’intervista concordata. Gaudu era partito un paio di corridori prima. Quando è arrivato, era stanco ma non sfinto, come chi dovrebbe fare una cronometro a tutta, ma magari non erano queste le direttive. Il massaggiatore gli ha chiesto più volte se volesse l’acqua o il recupero, quelle bevande viola ormai familiari, e lui non ha risposto. Continuava solo a legarsi i capelli, ora lunghi, con l’elastico. Alla fine, lo stesso massaggiatore gli ha messo l’asciugamano sul collo e gli ha indicato la via per il bus.

Una scena che potrebbe anche non significare nulla, ma col senno di poi il linguaggio del corpo era eloquente.

Per il Tour bisogna essere al 100 per 100 – ha concluso Madiot – piuttosto che inseguire il tempo, stiamo facendo un reset. L’obiettivo è riportarlo al suo livello migliore per la Vuelta e per il finale di stagione, fino alla Cina.

La mente degli atleti può essere forte nei momenti di sforzo, ma anche fragilissima al di fuori della stretta attività. Lì possono sorgere problemi che fanno crollare il castello
La mente degli atleti può essere forte nei momenti di sforzo, ma anche fragilissima al di fuori della stretta attività. Lì possono sorgere problemi che fanno crollare il castello

Talento sì, ma di cristallo

Per certi aspetti i due ricordano i classe 1990 di cui tanto si è parlato: forti, estri puri, ma in tanti, chi per un motivo e chi per un altro, si sono persi strada facendo. Solo Romain Bardet e Mattia Cattaneo, che comunque hanno avuto i loro momenti tempestosi, sono rimasti in pista a lungo. Mattia ancora va avanti…

«I miei obiettivi non devono essere per forza incentrati sui risultati», anche questa frase di De Lie fa riflettere. E’ un capitano, un leader e sentirlo parlare così magari non è il massimo per gregari o sponsor. Tuttavia è un pensiero che va rispettato, almeno in questo momento di “convalescenza”.

E ancora. Circolo vizioso, spirale negativa, ricaduta… sono termini che fanno riflettere. Tante volte si pensa che la vita del corridore sia semplice: basta allenarsi, mangiare bene e riposarsi, e automaticamente si vada forte. Ma non è così. Ci sono equilibri ben più sottili.

E forse lo sono ancora di più quando c’è il talento e si ha la consapevolezza di poterlo (e di doverlo) dimostrare.

Trinca Colonel: un podio con il suo idolo e ora sotto con il Giro

29.06.2025
5 min
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Superato il traguardo lascia scorrere la bici e prosegue a zigzag tra giornalisti e fotografi, si ferma solamente quando trova un fazzoletto d’ombra a bordo strada. Monica Trinca Colonel ha appena terminato la prova tricolore riservata alle donne elite e under 23 al secondo posto. Beve sperando di reintegrare subito dopo lo sforzo e per abbassare la temperatura corporea. Poi si siede sul marciapiede, un’addetta all’antidoping le chiede se ha a portata di mano un documento, lei indica il parcheggio alle sue spalle come a dire: «E’ lì». 

Non parla, nemmeno quando arriva Letizia Paternoster, sua compagna di squadra alla Liv Jayco AlUla (che ieri ha corso con le Fiamme Azzurre). La trentina la abbraccia riempiendola di complimenti, mentre Monica Trinca Colonel continua a cercare energie e fiato. Riacquista la voce una volta scesa dal podio delle premiazioni, quando le chiediamo di parlare ha gli occhi lucidi.

«Ero già contenta di come era iniziata la stagione – dice mentre la voce dello speaker annuncia le classifiche della Coppa Italia delle Regioni ma questo secondo posto ripaga di tutti i sacrifici fatti fino ad ora, anche se non era d’obbligo. Non è detto che tutte le volte in cui ci si impegna arrivino dei risultati, per me è un sogno che si avvera».

Gli occhi lucidi per cosa sono, o per chi sono?

Sono tornata al ciclismo solamente un anno fa dopo un lungo periodo di stop durante l’adolescenza. Per me è surreale ritrovarmi qui oggi (ieri, ndr) alle spalle di Elisa Longo Borghini che è sempre stata un idolo e un punto di riferimento per me e per il ciclismo femminile. E’ come una vittoria. Non so davvero che dire, forse troppe cose. 

Vederla così vicina ti fa venire voglia di prenderla?

Sì ma dobbiamo ammettere che è ancora superiore, va bene così per il momento. C’è tempo e ci sono tanti anni davanti nei quali posso crescere, spero. Sapevo che in questo tipo di sforzi brevi e su percorsi del genere è ancora superiore, lo ha dimostrato con una bellissima azione. 

Prima del via il caldo ha costretto le atlete a cercare riparo dai raggi del sole un po’ ovunque
Prima del via il caldo ha costretto le atlete a cercare riparo dai raggi del sole un po’ ovunque
Quando è partita hai pensato di restare alla sua ruota, o di provarci?

Sinceramente no. Sapevo che sarei esplosa, quindi ho cercato di gestirmi il più possibile. Il secondo posto al campionato italiano è un risultato comunque fantastico. 

Un altro tassello importante in una stagione ricca di progressi e ottime prestazioni.

Sì, una gara come quella di oggi (ieri, ndr) mi dà tanta fiducia in vista del Giro d’Italia Women che è il mio grande obiettivo della stagione. 

Per Trinca Colonel una gara solida e costante, il premio è stato il secondo posto dietro a un’immensa Elisa Longo Borghini
Per Trinca Colonel una gara solida e costante, il premio è stato il secondo posto dietro a un’immensa Elisa Longo Borghini
Si andrà al Giro per?

Puntare a una top 5. Partirò con l’idea di prendere quello che viene dando sempre il massimo. Il ciclismo è imprevedibile per cui vedremo. E’ una grande ambizione quella della top 5 ma sono consapevole di esserci vicina, ne ho avuto conferma alla Vuelta. La condizione credo stia emergendo, spero. Se tutto andrà bene questo obiettivo potrebbe avverarsi.

Quanto è stata importante la Vuelta nell’avere questa consapevolezza?

Mi ha fatto capire che sono un’atleta portata per i giri a tappe, poi mi piacciono molto come tipo di gara. Bisogna sperare che vada tutto bene. In queste corse di più giorni c’è sempre una tappa storta, speriamo cada in un giorno che non risulti poi decisivo. Ci sarà da stringere i denti, ma lo fanno tutte.

Dietro al podio Trinca Colonel ha ritrovato le sue compagne della Bepink con le quali ha corso nel 2024 una volta tornata al ciclismo
Dietro al podio Trinca Colonel ha ritrovato le sue compagne della Bepink con le quali ha corso nel 2024 una volta tornata al ciclismo
Sei tornata al ciclismo la scorsa stagione dopo tanto tempo, in questo anno cosa hai scoperto di nuovo su di te e di questo sport?

Mi sento più sicura e un po’ più consapevole delle mie forze. Manca ancora un piccolo step, come migliorare sugli sforzi brevi o a livello di tattica. Sono consapevole di esserci e di poter migliorare, spero un giorno di riuscire a essere come Elisa Longo Borghini. 

Correre un campionato italiano così è una bella risposta a livello tattico…

Vero, però si poteva prevedere dove ci si doveva far trovare pronte. Sono contenta di esserci riuscita, poi però contavano solo le gambe e sono felice di averle avute

Longo Borghini: il sesto titolo arriva col brivido

28.06.2025
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DARFO BOARIO TERME – Questa mattina vedere Elisa Longo Borghini senza il tricolore addosso ci ha fatto quasi strano. La campionessa della UAE ADQ ha rimesso le cose in chiaro a trenta chilometri dall’arrivo quando con un’azione che è sembrata semplice ha spazzato via Eleonora Ciabocco e Monica Trinca Colonel. Per Elisa Longo Borghini è arrivato così il terzo titolo italiano consecutivo, il sesto in carriera. Nemmeno la foratura nel finale l’ha fatta tremare. 

«Quella foratura – racconta con un sorriso dopo l’arrivo di nuovo vestita con il tricolore – ha fatto più paura al meccanico che a me. Devo ancora sincerarmi delle sue condizioni dopo il volo che ha fatto per scendere di corsa dall’ammiraglia. Speriamo stia bene!». 

«Indossare il questa maglia oggi – continua subito – è un’emozione nuova e diversa perché è la prima conquistata con la UAE ADQ. In generale sono molto affezionata a questo simbolo e al campionato italiano in sé. Penso sia una corsa da rispettare e da correre sempre, al netto di problemi fisici o di salute. Quando parto per questa gara cerco sempre di dare il meglio di me perché vestire il tricolore un anno intero è una cosa bellissima e un grande onore». 

Una vittoria di tutte

Il UAE team ADQ questa mattina nella piazza dove si è tenuta la presentazione delle squadre, e poi la premiazione finale, era l’unica squadra ad avere il pullman. La formazione emiratina è arrivata con la consapevolezza di avere l’atleta più forte in gruppo e una squadra di altrettanto valore pronta a darle sostegno. La corsa è sempre stata nelle loro mani, complice la superiorità numerica, e quando è arrivato il momento di fare selezione Longo Borghini ha fatto quello che le riesce meglio, terminare il lavoro con una vittoria. 

«Sinceramente credo che sia stata una vera vittoria di squadra – spiega sorridente – non è mai semplice partire da favoriti, però oggi non abbiamo avuto paura di ricoprire questo ruolo. Dal primo momento la squadra ha preso in mano la corsa grazie al lavoro svolto da Pellegrini e Venturelli, le quali hanno mantenuto il ritmo alto fin da subito. A loro due vanno i miei complimenti perché sono delle ragazze promettenti e molto giovani che in futuro vedremo spesso». 

Il forcing sulla salita di Colle Maddalena ha dato il colpo di grazia…

Si sono messe all’opera Magnaldi, Marturano, Persico e Gasparrini che aveva il compito di rimanere sempre insieme a Elisa Balsamo. Il ritmo imposto è stato talmente elevato che alla fine ci siamo ritrovate in tre (Ciabocco, Trinca Colonel e Elisa Longo Borghini, ndr) e ho cercato di “sfruttare” la presenza delle altre due fino al primo dei tre passaggi sullo strappo finale. 

Era previsto che rimanessi da sola già dai trenta chilometri dall’arrivo?

In realtà no, l’obiettivo era far soffrire la Balsamo e creare un gruppetto ristretto. Alla fine, nell’arco di pochi chilometri mi sono ritrovata da sola.

Il piano del UEA Team ADQ era di mettere in difficoltà Elisa Balsamo facendo un ritmo alto sulla salita più impegnativa di giornata
Il piano del UEA Team ADQ era di mettere in difficoltà Elisa Balsamo facendo un ritmo alto sulla salita più impegnativa di giornata
Cosa hai pensato in quei venticinque chilometri?

A quello che è stato il lavoro fatto in queste settimane e alle incertezze che accompagnano sempre un’atleta una volta che ritorna a gareggiare. Devo un enorme grazie, oltre a quello per le mie compagne, al mio preparatore Paolo Slongo perché ha creduto in me anche quando io ho avuto dei piccoli dubbi. 

Il cambio bici non ti ha preoccupata?

Era qualche chilometro che sentivo di avere una perdita di pressione, infatti vedevo il copertone sempre più quadrato (dice ancora con un sorriso, ndr). Non mi sono fermata subito perché volevo mettere la distanza sufficiente per far arrivare l’ammiraglia alle mie spalle e fare il cambio con la massima serenità.

Marco Velo, cittì della nazionale femminile si confronta con le ragazze del UAE Team ADQ sotto al podio
Marco Velo, cittì della nazionale femminile si confronta con le ragazze del UAE Team ADQ sotto al podio
I risultati di queste due prove tricolore, cronometro e gara in linea, sono i risultati che ti aspettavi in vista dei prossimi obiettivi?

sono delle buone risposte in vista del Giro d’Italia Women, chiaro che troverò un altro livello ancora ma credo che come atlete italiane avremo un ottima condizione.

Arriverai alla partenza della cronometro di Bergamo con addosso ancora il tricolore e per difendere la maglia rosa?

Certo, le motivazioni saranno altissime. E’ sempre difficile andare a un appuntamento del genere per riconfermarsi, preferisco resettare e ripartire come se fosse l’anno zero. Andrò per vedere cosa riuscirò a fare. 

Sparfel: 19 anni e domina sia nel cross che su strada

28.06.2025
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PINEROLO – Aubin Sparfel è uno dei migliori prospetti del ciclismo francese per quanto riguarda il ciclocross e la strada. Il passaggio di categoria da juniores a under 23 non sembra averlo messo in difficoltà, soprattutto nella stagione invernale. Nelle prove di Coppa di Francia di categoria ha raccolto sette vittorie, alle quali si aggiungono il secondo posto agli europei nel team relay e il terzo nella gara under 23. Il prodigio francese si è trovato spesso in contrapposizione al nostro Stefano Viezzi, entrambi classe 2006, sia nel cross che su strada. 

Il cammino di entrambi i ragazzi ha visto una crescita progressiva grazie alla quale siamo riusciti ad ammirare il loro talento. Tuttavia Sparfel ha avuto una maggiore costanza dato che, da quando è passato tra gli juniores, corre con la Decathlon AG2R La Mondiale, prima nel team U19, ora in quello U23. Al francese non sono mancate le prime esperienze con i professionisti, in una di queste è anche riuscito a vincere: al Tour du Finistère.

Una magra consolazione

Un buon banco di prova per Sparfel è stato il Giro Next Gen appena concluso (in apertura foto Marie Vaning), lo scalatore francese arrivava al via di Rho forte della vittoria finale all’Alpes Isère Tour. La corsa rosa under 23 tuttavia non è andata come si sarebbe aspettato e vedere il suo volto nonostante indossi la maglia rossa, dedicata alla classifica a punti, ci fa capire come questa sia una magra consolazione. 

«Non è stato sicuramente il Giro Next Gen dei miei sogni – racconta con addosso il gilet refrigerante prima del via dell’ultima tappa – mi sarebbe piaciuto giocarmi la classifica generale. Purtroppo al primo arrivo in salita, sul Passo del Maniva, non stavo molto bene quindi ho lasciato perdere la classifica e mi sono concentrato sul vincere una tappa (anche questo obiettivo è sfumato, ndr)». 

Abbiamo incontrato Sparfel alla partenza dell’ultima tappa del Giro Next Gen, a Pinerolo
Abbiamo incontrato Sparfel alla partenza dell’ultima tappa del Giro Next Gen, a Pinerolo
Com’è stato il salto di categoria da juniores a under 23?

Arrivando dal team Decathlon U19 direi molto bene. La squadra mi conosce e io conosco loro. Ora siamo professionisti e alcuni aspetti della mia vita sono cambiati, sono molto più concentrato sull’allenamento e fare il mio lavoro. 

Hai fatto anche alcune gare con i professionisti…

E’ stato molto divertente e avevo anche una buona gamba. Fin da inizio anno, quando ho chiuso la stagione del ciclocross, sentivo di stare bene. Ero davvero in un’ottima forma e ho semplicemente continuato a correre. 

Il francese della Decathlon Development Team ha colto come miglior risultato al Giro U23 un secondo posto a Cantù dietro a Vervenne (Marie Vaning)
Il francese della Decathlon Development Team ha colto come miglior risultato al Giro U23 un secondo posto a Cantù dietro a Vervenne (Marie Vaning)
Quindi sei un ciclocrossista e un corridore da classifica generale?

Non direi che sono un atleta da classifica generale, sono forte in salita ma non il migliore. Tuttavia sono arrivato a raccogliere ottimi risultati e vincere all’Alpes Isère. Riuscire a fare tutte e due le discipline è molto difficile ma sono concentrato e poi mi piacciono entrambe. Non riuscirei a decidere e la squadra non mi chiede di farlo, anzi mi lascia molta libertà di scelta e mi sostiene parecchio durante l’inverno. 

Il ciclocross in quali aspetti ti aiuta a livello atletico?

La mia guida, grazie alle gare nel fuoristrada, è molto tecnica. Inoltre ho grandi prestazioni su sforzi da un minuto o anche meno. Insomma, ho sviluppato qualità importanti per tante gare differenti sia su percorsi mossi che nelle classiche. Sulle salite lunghe no.

I tuoi allenamenti sono cambiati?

No, sono uguali a quelli di tutti: sprint, sforzi sulle salite sia brevi che di media lunghezza. Cerco di lavorare in ogni aspetto. Il più grande miglioramento dall’anno scorso a ora l’ho visto nel ciclocross, sono rimasto piacevolmente sorpreso di questo. Su strada invece la crescita è più graduale ma c’è tempo.