Vingegaard e Piganzoli, Catalunya 2026

Piganzoli studia e Vingegaard cresce in vista del Giro

13.04.2026
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Ancora immersi nella sbornia delle classiche del Nord, c’è però anche tempo per pensare, e ripensare, ad altro. Qualche settimana fa, infatti, si è conclusa la Vuelta a Catalunya, vinta da Jonas Vingegaard, e di questo successo faceva parte anche Davide Piganzoli.

Andiamo dunque in casa Visma-Lease a Bike per capire meglio quali siano i primi approcci del “Piga” con il suo capitano, ma anche per fare il punto sulla sua condizione e su come i gialloneri stanno lavorando in ottica Giro d’Italia.

Davide Piganzoli
Davide Piganzoli (classe 2002) è approdato quest’anno alla Visma. Fa parte del gruppo che guiderà Vingegaard al Giro
Davide Piganzoli
Davide Piganzoli (classe 2002) è approdato quest’anno alla Visma. a parte del gruppo che guiderà Vingegaard al Giro
Come archiviamo questo Catalunya, Davide? Come ti sei sentito?

Sicuramente lo archiviamo in modo molto positivo. Era una gara su cui la squadra puntava molto. Siamo andati con l’ambizione di vincere con Jonas e abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Dovevamo rimanere calmi nei primi giorni, cercare di restare al riparo senza cadute o complicarci la vita in qualche modo. Ci è un po’ dispiaciuto per il giorno in cui hanno accorciato la tappa in salita, perché era una buona opportunità per noi. Però alla fine abbiamo avuto altre due giornate positive.

E tu?

Un giorno sono andato in fuga per togliere un po’ di lavoro alla squadra, in modo tale che non dovesse tirare dietro. Ho dovuto tirare io, ma sono sicuro che abbiamo risparmiato tante energie in generale. Il mio lavoro con il team passa anche da questi aspetti. Poi quel giorno ha vinto Jonas, e lo ha fatto in modo molto netto, con una certa superiorità. Quindi bene così.

Lo hai detto tu, Vingegaard era tanto superiore. Com’è l’ambiente in casa Visma? Quanto va forte? Dovrà crescere ancora pensando al Giro?

Parlando con lui si sente veramente molto forte e crede di non essere ancora al massimo della sua forma. Ha fatto un bello step rispetto all’anno scorso, nello stesso periodo, ed è perciò consapevole che lavorando bene può crescere ancora. Ora ci aspetta un altro periodo molto intenso di allenamenti, tanto è vero che siamo qui sul Teide con quasi tutto il gruppo del Giro.

Quindi c’è anche Vingegaard lassù?

Sì, anche lui. Facciamo tre settimane di lavoro qui prima del Giro e credo che questo blocco in altura ci darà dei buoni risultati.

Il lombardo sta trovando i suoi spazi alla Visma. E con la squadra c'è fiducia
Il lombardo sta trovando i suoi spazi alla Visma. E con la squadra c’è fiducia
Il lombardo sta trovando i suoi spazi alla Visma. E con la squadra c'è fiducia
Il lombardo sta trovando i suoi spazi alla Visma. E con la squadra c’è fiducia
Davide, parlaci meglio di questi primi approcci in corsa con Jonas. Come sono stati con lui? Che tipo di leader è? E’ esigente? Vuole stare davanti? Parla molto?

Molto no, ma parla nel momento giusto. Parla nel momento in cui bisogna essere davanti. Poi ci sono anche momenti più tranquilli. Io con lui ho disputato anche la Parigi-Nizza e, sin lì come al Catalunya, abbiamo deciso di correre indietro. E’ stato così per due frazioni alla Parigi-Nizza e una al Catalunya. Eravamo quasi sempre in fondo al gruppo per risparmiare energie e seguire il nostro percorso di crescita. Chiaramente lo abbiamo fatto in tappe in cui reputavamo fosse possibile farlo. Non solo.

Vai avanti…

Tutta la squadra era attorno a Jonas, pronta nel caso fosse successo qualcosa. Certo, è un rischio correre così, però abbiamo cercato di capire i benefici e le possibili perdite che c’erano nel gareggiare in questo modo nell’economia della corsa. Ci è andata bene, ma sappiamo che non dobbiamo esagerare. Per il resto, per come è Jonas, da quel che ho visto è uno che sa stare bene davanti e, anche se c’è da sgomitare, non ha problemi.

Invece a te che effetto ha fatto stare sempre più dentro a questi meccanismi? Cosa significa tirare per uno di questi super fenomeni del ciclismo attuale? Perché immaginiamo che un conto sia vederli da fuori e un conto sia starci dentro…

Vero, lavorarci è un’altra cosa. Da dentro ti danno ancora più motivazione. Quando lavori per un obiettivo così grosso come il Giro d’Italia cambia tutto. Alla fine l’anno scorso lavoravo per andare al Giro cercando di far bene, quest’anno lavoro perché so che il mio capitano potrebbe vincerlo. E’ tutta un’altra mentalità e questo credo faccia gran bene al gruppo. Siamo tutti molto tranquilli, molto allegri e soprattutto molto motivati. Penso che, quando ti ritrovi in gruppi di lavoro così, sia anche più facile andare forte.

Vingeaard ha mostrato un superiorità netta al Catalunya, ma secondo Piganzoli può crescere ancora in vista del Giro
Vingegaard ha mostrato un superiorità netta al Catalunya, ma secondo Piganzoli può crescere ancora in vista del Giro
Vingeaard ha mostrato un superiorità netta al Catalunya, ma secondo Piganzoli può crescere ancora in vista del Giro
Vingegaard ha mostrato un superiorità netta al Catalunya, ma secondo Piganzoli può crescere ancora in vista del Giro
Come cambia la riunione in una squadra del genere? Cosa si dice in una riunione prima di una tappa in una squadra come la Visma che punta a vincere con Vingegaard?

Si punta a far bene. Si parte sempre con l’ambizione di vincere e c’è sempre un piano. Chiaramente sappiamo anche che il piano può cambiare in corsa e devo dire che sono bravi i miei compagni o il direttore in ammiraglia a modificarlo in base a come sta Jonas e a come si è messa la corsa. Noi immaginiamo dei possibili scenari prima di una determinata tappa e cerchiamo di farci trovare pronti. Sin qui abbiamo corso bene. E comunque quando senti una riunione in cui si dice di andare a vincere è sicuramente diverso dal dire “proviamo a far bene”.

Jonas ti ha chiesto qualcosa in particolare? Oppure ti ha dato una pacca sulla spalla. O al contrario ti ha ripreso?

Al Catalunya, il giorno dopo che sono andato in fuga, la squadra sapeva che avrei fatto fatica per via delle energie spese. Avevo dato veramente tanto e Jonas, che lo ha notato, mi ha detto di lavorare subito. Io dunque mi sono messo a disposizione dei compagni prima rispetto a quanto era pianificato, poi ho proseguito del mio passo.Vingegaard comunque ha sempre avuto buone parole con me all’arrivo e anche questo ti fa capire la qualità del corridore. E non è solo questo: ogni tanto mi manda anche messaggi e questo fa piacere.

Prima abbiamo parlato della riunione, Davide. Ma come funziona quando bisogna preparare un attacco? Ti dicono: «Da qui a qui devi tirare a 400 watt», per esempio?

Qualcosa di simile, sì. Magari ci si divide la gara: c’è chi fa la prima parte, chi la seconda, chi tira nella salita dove vuole partire Jonas. Però torno a dire che le cose possono cambiare, perché non è detto che ognuno poi stia come pianificato. Non si sa mai come ci si sente in gara. Un giorno dovevo aiutarlo sulla penultima salita, però mi sono staccato quando eravamo rimasti in 25 corridori. Sono riuscito a rientrare in discesa e a quel punto ho dato una mano nella valle prima della salita finale. Ripeto, sono cose che in corsa cambiano.

Piganzoli e compagni stanno lavorando molto la bici da crono. ccoli nel precedente ritiro in quota a Sierra Nevada a fine febbraio
Piganzoli e compagni stanno lavorando molto la bici da crono. ccoli nel precedente ritiro in quota a Sierra Nevada a fine febbraio (foto Instagram)
Piganzoli e compagni stanno lavorando molto la bici da crono. ccoli nel precedente ritiro in quota a Sierra Nevada a fine febbraio
Piganzoli e compagni stanno lavorando molto la bici da crono. ccoli nel precedente ritiro in quota a Sierra Nevada a fine febbraio (foto Instagram)
Per fare l’ultimo uomo di un corridore del genere serve ancora tanto, Davide?

Un po’ sì. La squadra mi sta dando tanta fiducia e questo vuol dire molto per me. Sia alla Parigi-Nizza che al Catalunya avevo i miei spazi dopo aver aiutato e non sempre ero quello che doveva tirare. Spesso mi mettevano sulla sua ruota per cercare di fare la mia corsa e capire meglio come funzionano queste gare. Rispetto all’anno scorso sicuramente mi sento più vicino a questo compito dell’ultimo uomo, ma sono consapevole che c’è ancora tanto da lavorare. Alla fine siamo qui per questo.

Quanto sei migliorato? O meglio, quanto senti di essere migliorato?

Sono migliorato parecchio. I numeri lo stanno dimostrando. Non raccolgo risultati come l’anno scorso solo perché ci sono giorni in cui ho le mie possibilità e giorni in cui lavoro per la squadra. Però mi sento cresciuto tanto sotto diversi aspetti.

In questo training camp in altura state lavorando anche con la bici da crono?

Sì, l’abbiamo portata qui. Faremo alcuni giorni con la bici da crono per rifinire la posizione e aumentare il feeling. Insomma, sta andando tutto molto bene. Non ci possiamo lamentare!

Gli azzurri della pista in Asia. Stavolta il quartetto conta meno…

Gli azzurri della pista in Asia. Stavolta il quartetto conta meno…

13.04.2026
4 min
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Come per le donne, anche la nazionale maschile parte proprio in queste ore per l’Estremo Oriente, per affrontare le due tappe di Nations Cup che la pista propone dopo quella di Perth disertata dai più per i problemi politici internazionali. Questa settimana gare ad Hong Kong, la prossima in Malesia, ma a differenza di quanto avviene con le ragazze, la stagione su strada (e anche qualche incidente di troppo) impedisce a Dino Salvoldi di avere a disposizione le sue punte e di fare molte rotazioni nei convocati (abbiamo parlato con lui nei giorni scorsi e ci uniamo oggi al grande abbraccio del ciclismo per la morte di sua madre Luigia).

«Le indicazioni che mi sono state date dal board sono di portare 5 atleti per manifestazione e di questi 5 potevo cambiarne due. Poi è saltata l’Australia, purtroppo, e mi hanno dato la possibilità di aggiungere un atleta per la seconda trasferta. Avrò quindi 5 atleti che fanno Hong Kong: Lamon, Galli, Grimod, Fiorin e Fantini che dopo torna a casa, ci raggiungeranno in Malesia Boscolo e Favero».

Salvoldi con i ragazzi del quartetto, stavolta in gara senza eccessive pressioni ed aspettative
Salvoldi con i ragazzi del quartetto, stavolta in gara senza eccessive pressioni ed aspettative
Salvoldi con i ragazzi del quartetto, stavolta in gara senza eccessive pressioni ed aspettative
Salvoldi con i ragazzi del quartetto, stavolta in gara senza eccessive pressioni ed aspettative
Il quartetto verrà schierato in tutte e due le occasioni?

Sì, il regolamento prevede la presenza ad almeno una prova per poi essere ai mondiali, ma non è importante solo per questo, c’è anche un discorso di ranking: se non sei nei primi 10 hai solo un posto nell’inseguimento individuale e quindi è importante rimanere nella top 10, oltre che per avere comunque una miglior posizione di partenza poi nella gara iridata del quartetto.

Che cosa ci si può aspettare?

Il massimo impegno. Io ho un gruppo di ragazzi che mi aiutano e ci sono sempre, con continuità e altri che devono conciliare la pista con le attività con le rispettive squadre. Il quartetto migliore possibile come potenzialità riusciremo ad averlo ai Mondiali, al netto degli imprevisti e mi auguro nella maggior parte del percorso di qualificazione olimpica, perché è molto più difficile sviluppare quello portando a casa l’obiettivo che preparare l’Olimpiade.

Grimod, in gara nelle due prove. A Hong Kong si gareggerà da venedì a domenica, in Malesia dal 24 al 26 aprile
Grimod, in gara nelle due prove. A Hong Kong si gareggerà da venerdì a domenica, in Malesia dal 24 al 26 aprile
Grimod, in gara nelle due prove. A Hong Kong si gareggerà da venedì a domenica, in Malesia dal 24 al 26 aprile
Grimod, in gara nelle due prove. A Hong Kong si gareggerà da venerdì a domenica, in Malesia dal 24 al 26 aprile
Il fatto di non essere andati in Australia complica le cose?

Purtroppo sì, non tanto per il discorso del quartetto, quanto per le prove endurance individuali. Perché sono stati punti facili per tante nazioni che avevamo vicine o appena dietro. E quindi la priorità per noi è proprio quella di fare più punti possibili nelle altre gare per mantenere una posizione di sicurezza nel ranking, perché anche lì c’è un regolamento molto restrittivo che non ci favorisce per nulla. Bisogna rimanere nelle prime 16 nazioni del ranking nelle gare individuali e nelle prime 18 per la Madison.

Che cosa cambia?

Il fatto che se sei nelle prime nazioni, puoi scegliere chi far gareggiare, altrimenti il posto diventa nominale. Per questo in Asia, diversamente dal solito, per noi saranno più importanti le varie prove individuali.

Francesco Lamon sarà in Cile l'unico reduce del quartetto oro a Tokyo 2020, per guidare i più giovani
Anche in Asia Lamon resta il riferimento del quartetto, un leader per i più giovani
Francesco Lamon sarà in Cile l'unico reduce del quartetto oro a Tokyo 2020, per guidare i più giovani
Anche in Asia Lamon resta il riferimento del quartetto, un leader per i più giovani
Di quelli che porti adesso in Asia, chi è che negli ultimi allenamenti ti ha convinto di più?

Se devo proprio fare un nome direi che Favero ha un rendimento costante, continuativo, veramente molto buono. Per gli altri siamo alle prese con gli imprevisti, con Galli e Grimod che vengono da due brutte cadute e quindi sono in recupero, ma di conseguenza non si sono allenati al 100 per cento.

Che notizie hai dalle altre nazioni?

Praticamente tutti hanno saltato l’Australia nelle gare del quartetto, mentre su quelle individuali c’erano più presenze. So che ad Hong Kong avremo la Danimarca e la Nuova Zelanda con i loro atleti top e poi comunque tutte le squadre più forti a questo giro ci sono, anche se non con i loro migliori atleti in toto. Faccio riferimento a Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti, che comunque sono squadre forti a prescindere dai nomi che hanno.

Renato Favero, medagliato agli ultimi europei è dato in buona forma. Sarà in Malesia
Renato Favero, medagliato agli ultimi europei è dato in buona forma. Sarà in Malesia
Renato Favero, medagliato agli ultimi europei è dato in buona forma. Sarà in Malesia
Renato Favero, medagliato agli ultimi europei è dato in buona forma. Sarà in Malesia
Viste appunto le difficoltà nel mettere insieme la nazionale, che cosa ti aspetti da questa trasferta, che cosa ti soddisferebbe?

E’ una risposta banale, ma prescindendo dagli aspetti tecnici e umani pur molto importanti, vorrei che i ragazzi siano contenti delle loro prestazioni per il lavoro che siamo riusciti a fare insieme e da un punto di vista pratico di fare quei punti che ci servono per lasciarci tranquilli e poter preparare invece il mondiale al meglio delle nostre potenzialità.

Parigi Roubaix 2026, Wout Van Aert

EDITORIALE / Van Aert e le regole (ancora) vincenti

13.04.2026
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Il copione della Sanremo non ha funzionato e nemmeno quello del Fiandre. Ieri sulle strade della Roubaix, dove l’assenza di salite ha costretto i corridori a combattere ricorrendo anche alla tattica, Van Aert ha dimostrato che il più forte può essere battuto applicando le regole del ciclismo di sempre, che in nome di un fairplay annacquato e imposto da non si sa quale convenzione, troppo spesso ha reso le corse scontate.

Il copione della Sanremo

Pogacar cade prima della Cipressa: è il più forte di tutti, ha motore e cattiveria da vendere, la caduta è l’occasione di rendergli la vita difficile, eppure lo aspettano. Continuano regolari come se niente fosse e si stringono per lasciarlo passare sulla Cipressa, affinché vada davanti e li ammazzi. E lui, killer chirurgico e senza tanti scrupoli, li supera e li mette in croce, vincendo poi la volata con la giusta dose di malizia. Nessun fairplay: Pidcock non deve passare a destra e lui chiude la porta.

Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne: per Pidcock porta chiusa, dovrà andare verso centro strada
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock esita. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia

Il copione del Fiandre

Pogacar è il più forte di tutti. Sui muri la bici gli scappa di sotto e sul primo Qwaremont fa capire che al passaggio successivo non ce ne sarà per nessuno. Prima di arrivarci però ci sono il Taaienberg e tratti di strada faticosa in cui uno da solo rischierebbe di spendere davvero tanto. E Van der Poel, che avrebbe l’occasione di farlo stancare, anziché mettersi a ruota e lasciargli il peso del lavoro, lo aiuta.

Dicono che abbia rallentato sperando di far rientrare Evenepoel. Dicono che abbia tirato per orgoglio e per dimostrare di essere al suo livello. Dicono che fra campioni si combatte alla pari. In realtà a Van der Poel è mancata la lucidità o forse l’umiltà. Ha aiutato e poi ovviamente è stato staccato.

La rabbia di Van Aert

Di certo Van Aert non ha vinto quanto si pensava qualche anno fa. Van Aert ieri aveva il sangue negli occhi, aveva una dedica per l’amico scomparso e voleva vincere per la sua famiglia. E così, quando si è ritrovato da solo con Pogacar nel finale della Roubaix, dando per scontato le grandi gambe, ha messo in atto tre mosse vincenti. E il campione del mondo, che ha dimostrato ancora una volta di essere un atleta immenso, è caduto nella rete perché senza salite, si è trovato privo di uno schema da applicare.

Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo Jerome
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George

Respinto Van der Poel

La prima mossa. Van Aert era a ruota di Pogacar, quando dalla radio gli hanno detto che Van der Poel fosse prossimo ai rientro: dai due minuti che aveva all’uscita di Arenberg (fra breve diremo anche di questo) era arrivato a pochi secondi. Se il rientro di Evenepoel avrebbe riaperto il Fiandre, Wout ha pensato che ritrovarsi con Mathieu fra i piedi sarebbe stato un guaio e così prima di entrare nel settore di Pont-Thibault à Ennevelin ha accelerato e si è messo in testa, riaprendo il gap. Fatto fuori lo storico rivale, ha potuto concentrarsi solo su Pogacar.

A ruota sul pavé

La seconda mossa. Pogacar ha cominciato a capire che in volata rischiava grosso e nel settore di Mons-en-Pevéle è partito da dietro come una furia. Van Aert ha ammesso che lo sforzo per stargli appresso è stato il più duro della sua Roubaix e per questo, da quel momento, nei tratti di pavé è sempre rimasto a ruota di Tadej. Se vuole staccarmi, ha pensato, deve partire dal davanti.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi

Il minimo sindacale

La terza mossa. Capito che non lo avrebbe staccato sul pavé, Pogacar ha provato a farlo su un ponticello in salita: pochi metri così violenti che Van Aert ha aperto la bocca per riprendere fiato. E quando Pogacar si è voltato per chiedergli il cambio, il belga gli ha fatto cenno di no con la testa. Stanco per il rientro (sudato) dopo la sua foratura e per il peso di un attacco condotto sempre in testa, anche Pogacar ha visto la riserva.

Superato anche il Carrefour de l’Arbre, Van Aert ha fornito la collaborazione minima, ma non si è svuotato per dimostrare all’altro di essere al suo livello. Quello l’ha fatto nel velodromo, schiantandolo in volata. E ha poi sollevato la pietra al cielo come il sacerdote con l’ostia nella domenica in cui nelle chiese s’è raccontata la redenzione di San Tommaso.

I pedali di Philipsen

Questo è il ciclismo. Forza e testa, perché molto spesso a parità di forze, si vince con l’intuizione giusta. Ci sono regole che si danno per scontate, come ad esempio quella per cui il campione deve poter ricevere la bici da un compagno, se dovesse trovarsi in difficoltà: una bici di misure simili e con gli stessi componenti.

Immaginate pertanto la sorpresa di Van der Poel, con una gomma a terra nella Foresta di Arenberg, quando salendo sulla bici di Philipsen, si è reso conto che il compagno aveva i pedali diversi dai suoi (probabilmente i nuovi SRM) non compatibili con le sue tacchette. Van der Poel ha buttato via la Roubaix nel goffo tentativo di trovare una bici che gli andasse bene.

Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell'Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi

Le regole del gioco

Va bene essere amici, ma una gara di sei ore è più simile a una battaglia che a una partita di bridge e richiede atleti lucidi, arrabbiati e capaci di giocare tutte le carte.

E’ vero che ormai non si corre più per fame, per rabbia e per amore, ma le regole del gioco sono sempre le stesse e prevedono che per battere il più forte, in quelle poche occasioni in cui sia possibile, bisogna rendergli la vita difficile.

E a proposito del più forte e della velocità che ha imposto al gruppo, visto ieri quante forature? Chissà se siano dipese proprio dalla velocità folle con cui si è svolta la corsa: i 48,910 di media ne fanno la Roubaix più veloce della storia. Forse i tubeless gonfiati così bassi non erano pronti per impatti così violenti con le pietre? La risposta ai tecnici.

Paris-Roubaix Espoirs 2026, Davide Donati

La Roubaix U23 di Donati: partita in aeroporto con Ganna e vinta in volata

13.04.2026
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ROUBAIX (Francia) – Lo avevamo scritto alla vigilia di questo fine settimana di Parigi-Roubaix: l’ultimo italiano a vincere la gara under 23 (la Paris-Roubaox Espoirs) era stato Filippo Ganna in maglia Colpack-Ballan. La statistica ora però è da aggiornare, perché Davide Donati ieri ha regolato un gruppetto di dieci corridori, imponendosi all’interno del velodromo che ora gli sembrerà il più bello del mondo. 

«Ecco, Ganna per l’appunto – ci dice con ancora negli occhi l’incredulità di quanto accaduto – l’ho incontrato in aeroporto a Linate, a entrambi avevano cancellato il volo. Ci ho parlato un po’ ed è stato bello, mi ha trasmesso grande tranquillità, che sono riuscito a trasportare qui in gara».  

Sentirsi forti

Davide Donati vive momenti concitati una volta finita la corsa, perché non si sa ancora chi abbia vinto. Serve il fotofinish per decretare il vincitore e intanto il tempo passa. Chiede a tutti, in inglese, poi ci guarda e in italiano ci dice: «Quindi?». Vorremmo dargli la risposta, ma la realtà è che nessuno sa nulla. Il verdetto arriva: «Il vincitore è Davide Donati», un secondo di silenzio e parte la festa

«Era un obiettivo che avevo dall’anno scorso – ci dice sul prato del velodromo – quando ho capito che si doveva provare almeno una volta questa gara prima di vincerla. Sentivo di poterlo fare, sono stato uno dei più forti in gara, sul pavé chiudevo su tutti e ho tirato spesso. Nella passata edizione avevo peccato di inesperienza, questa volta sapevo dove mettere le ruote e chi seguire. Ho rischiato, perché non si possono assecondare tutte le mosse, ma alla fine ho corso perfettamente.

«E’ una corsa che ha sfornato diversi campioni – prosegue – e vedremo nel futuro. Mi piacerebbe anche vincere quella dei professionisti, con i nomi che ci sono ora è difficile, ma continuerò a lavorare per realizzare questo sogno».

Freddezza

Nella curva a destra che dalla strada porta i corridori all’interno del velodromo il cambio di terreno e la pendenza portano un corridore della Visma Lease a Bike Development a scivolare. Si crea così un piccolo gap fra tre corridori e gli altri sette. Tra i corridori avvantaggiati c’è Davide Donati, a chiudere il terzetto. Passano sotto l’arrivo, poi sulla curva ed entrano negli ultimi 400 metri. Il bresciano della Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies continua a guardare dietro e aspetta, aspetta fino a quando la volata parte. 

«Siamo stati sempre davanti – analizza – perché volevamo avere il controllo della gara e saltare su ogni azione pericolosa. Con il passare dei chilometri siamo rimasti sempre meno, fino a quando si sono avvantaggiati due gruppetti. Noi favoriti eravamo tutti insieme, quindi siamo rimasti sulle ruote. Sul Carrefour de l’Arbre siamo rientrati e di forza siamo arrivati fino al velodromo. Una volta sulla pista volevo stare davanti, quindi sono entrato in testa. Così facendo ho evitato la caduta. La volata è partita lunga, lunghissima, con Donwoody (poi secondo, ndr) che si è lanciato presto. Per un momento ho temuto di non riprenderlo, invece è andata bene».

La pietra

Lo lasciamo andare al podio, dal quale scende qualche minuto dopo pieno di targhe e premi, tra questi c’è la pietra dedicata al vincitore della Roubaix Espoirs. Un ricordo che andrà di diritto in cima alla bacheca dei premi in camera di Davide Donati, anche perché non capita tutti i giorni di uscire vincitori dall’Inferno del Nord.

«Scendere dal podio della Roubaix con la pietra in mano fa un certo effetto – dice ridendo – pesa abbastanza. Penso che ci vorrà ancora qualche giorno prima di realizzare, allora potrò godermela con calma. Tanto avrò tempo, visto che ora staccherò dopo il primo blocco di gare. 

«Oggi ho vinto in volata, c’è chi mi definisce sprinter, ma non mi piace come etichetta perché non sono solo questo, sono ancora da scoprire».

Paris-Roubaix Femmes 2026, Franziska Koch, Marianne Vos, Pauline Ferrand-Prévot

Koch beffa Vos e Ferrand-Prèvot: la Roubaix Femmes è sua

12.04.2026
5 min
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ROUBAIX (Francia) – La tattica della Visma Lease a Bike Women era semplice quanto rischiosa, entrare nel velodromo e giocarsi la vittoria di questa Paris-Roubaix Femmes allo sprint. Pauline Ferrand-Prévot ha tirato la volata a Marianne Vos, ma è stata Franziska Koch a vincere con un testa e testa al cardiopalma, con il quale la campionessa tedesca, in maglia FDJ Suez, ha trovato così la prima Monumento della carriera. 

«Non sono una velocista pura – dice davanti ai microfoni – ma riesco comunque ad avere un buono spunto veloce quando le gare si fanno così dure. Naturalmente arrivare in una volata a tre con Marianne Vos e Pauline Ferrand-Prévot non è facile, per questo negli ultimi quattro chilometri ho attaccato spesso. Vincere contro una ciclista del calibro di Marianne è incredibile, ci ho sperato durante tutti i chilometri finali, ma non si può mai essere sicure. Soprattutto contro una ciclista così forte».

La consacrazione

Franziska Koch è arrivata quest’anno alla FDJ Suez, dice di essersi trovata subito bene con le compagne e di aver capito in che modo lavorare e migliorare ancora. Alla base c’è la fiducia che il team ripone in lei, che in questa Paris-Roubaix Femmes era partita con i gradi di leader

«E’ la vittoria più importante della mia carriera – racconta ancora Koch – ho sempre sognato di vincere questa corsa. Con il team abbiamo avuto un ottimo inizio di stagione, Demi Vollering ha vinto il Fiandre la settimana scorsa. Chiudere in bellezza la campagna del pavé è fantastico.

«Oggi avevamo diversi piani – spiega –  io ero una delle leader ma non l’unica. Le mie compagne si sono sacrificate molto per tenermi sempre davanti, fin dal primo settore di pavé che arrivava dopo appena 29 chilometri. Mi sono innamorata della Roubaix alla sua seconda edizione, nel 2021, quando sono arrivata settima e ho capito che fosse una corsa adatta a me».

Nessuna paura

La sicurezza mostrata da Franziska Koch all’interno del velodromo ha impressionato, la tedesca non si è fatta intimorire dalla morsa delle due atlete delle Visma Lease a Bike Women. Anzi, ha affrontato la volata a viso aperto, senza temere il confronto. 

«Devo dire che non ero preoccupata – dice Koch – piuttosto ero molto concentrata. Pauline Ferrand-Prévot ha tenuto alta la velocità per evitare attacchi, quindi sapevo che non avrebbe avuto energie e che la sfida sarebbe stata tra me e Marianne Vos. Credo semplicemente che sia andato tutto per il meglio».

«Nel momento in cui si è staccata Blanka Vas – replica Pauline Ferrand-Prévot – ho pensato che la situazione fosse ottima per noi. Ho chiesto a Vos di salvare le energie e che saremmo andate allo sprint. Al termine di una corsa del genere non è facile, ma fa parte del gioco, non si può sempre vincere. Avevamo visto che Franziska Koch fosse forte sulle pietre, non in volata. Ora lo sappiamo.

Paris-Roubaix Femmes 2026, Marianne Vos
Una Paris-Roubaix Femmes speciale per Marianne Vos, la prima dopo la scomparsa del padre
Paris-Roubaix Femmes 2026, Marianne Vos
Una Paris-Roubaix Femmes speciale per Marianne Vos, la prima dopo la scomparsa del padre

Ancora seconda

Per Marianne Vos questa Parigi-Roubaix Femmes arriva al termine di una settimana complicata. La scomparsa del padre l’ha portata a saltare il Fiandre e, dopo un periodo complicato, è emersa la voglia di correre. 

«Nonostante le circostanze particolari – ci dice Vos – sono felice di aver corso oggi in una delle gare più belle al mondo. Ho voluto dare tutto quello che avevo e basta. In questi giorni ho sentito molto la mancanza di mio padre, che mi ha sempre supportata e seguita anche solo con un messaggio prima della gara. L’avvicinamento non è stato il massimo, ma ho cercato di fare del mio meglio e sono contenta della forma con la quale sono arrivata. Oggi ho una sensazione intermedia, strana. Non posso dire di essere felice, ma nemmeno demoralizzata, anche se sono arrivato seconda ancora una volta, quindi…».

«Ho deciso di correre oggi per dare supporto a Marianne – replica Ferrand-Prévot seduta accanto alla compagna di squadra – perché mi sarebbe piaciuto aiutarla a vincere per dedicare la vittoria al padre (scomparso nei giorni scorsi, ndr). Quando sono passata in Rabobank, a diciotto anni, ho passato un lungo periodo in camper con la famiglia di Marianne. Se sono qui è anche grazie a loro, per questo ho voluto darle una mano oggi».

Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike, Pogacar

Van Aert piega Pogacar: per sé, per il team e per Goolaerts

12.04.2026
5 min
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ROUBAIX (Francia) – Wout Van Aert piange e non la smette più, dal momento in cui ha tagliato il traguardo alzando un dito al cielo come a dire: «Eccomi, ci sono anch’io, finalmente», ma che in realtà significa anche molto altro. Tadej Pogacar deve rimettersi in tasca il sogno di conquistare tutte e cinque le Monumento, oggi è il giorno di Van Aert. Finalmente, diciamo tutti. 

A cinque chilometri dall’arrivo lo speaker del velodromo di Roubaix ha chiesto quanti fossero i sostenitori del belga e quanti quelli dello sloveno. Il boato che si è alzato per Wout Van Aert non ha lasciato dubbi: Roubaix oggi era tutta per lui

«Ci ho creduto davvero – dice Wout Van Aert in conferenza stampa – dopo il Carrefour de l’Arbre. Una volta usciti da quel tratto di pavé sapevo di avere una buona possibilità, la strada era ancora lunga e sarebbero potute succedere molte cose. Ma da quel momento ci ho creduto davvero».

Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
L’urlo liberatorio di Van Aert: dopo una rincorsa durata otto anni, la Parigi-Roubaix è sua
Wout Van Aert, Parigi-Roubaix 2026, Visma Lease a Bike
L’urlo liberatorio di Van Aert: dopo una rincorsa durata otto anni, la Parigi-Roubaix è sua

Pace fatta

Van Aert ha rincorso per anni una gara che sembrava stregata. Quasi impossibile da centrare per un corridore che in carriera avrebbe meritato di vincere molto di più, invece spesso si è trovato con una collezione di piazzamenti difficili da digerire. Lui è stato capace di mandarli giù, ripartire senza mai farsi abbattere. 

«Sono super orgoglioso di quanto fatto oggi – racconta ancora il belga – perché vincere questa gara significa praticamente tutto per me. Tutti noi ciclisti facciamo moltissimi sacrifici per arrivare a questi livelli e lottare in gare come la Roubaix. Vincere con uno sprint a due contro Tadej Pogacar e la sua bellissima maglia iridata penso sia la cosa migliore che mi potesse capitare. E’ un sogno che si avvera, finalmente».

Il cuore di Wout

La Parigi-Roubaix era così radicata nella testa di Wout Van Aert in una maniera quasi difficile da spiegare. Per due volte l’ha sfiorata salendo sul podio in entrambe le occasioni, secondo nel 2022, terzo nel 2023. Il cerchio si è chiuso, e vale molto di più di una semplice vittoria. 

«Per otto anni ho inseguito questa gara – spiega – l’ho corsa per la prima volta nel 2018, ed è stata subito una giornata molto triste. Quel giorno Michael Goolaerts morì, perdere un compagno di squadra in corsa è qualcosa di crudele (entrambi correvano per la Vérandas Willems-Crelan, ndr). Personalmente feci una bella gara e capii che mi si addiceva davvero.

«Da allora il mio obiettivo è sempre stato di vincere, per alzare il dito al cielo e dedicarla a lui. Nei giorni scorsi, passando nel punto in cui avvenne l’incidente fatale, mi è venuta la pelle d’oca. Mi piace credere che Michael mi abbia dato un po’ di energia oggi, per questo dedicare la vittoria a lui e alla sua famiglia è meraviglioso». 

Attendere

Van Aert ha vinto la Parigi-Roubaix, nell’anno in cui forse in pochi ci speravano. I fari sono sempre stati puntati sul duello tra Tadej Pogacar e Mathieu Van Der Poel, entrambi a caccia di un pezzo di storia e di record da battere. 

Invece ha vinto Wout Van Aert, con un successo che alla Visma Lease a Bike hanno inseguito per anni. La gioia è di tutti, da Laporte oggi quinto e che racconta di quanto servisse un successo del genere per il belga. E’ di Affini, che è stato scudiere di Van Aert in ogni momento, soprattutto in quelli più difficili. Come di Mattio, alla sua prima Roubaix tra i grandi e che una volta saputo della vittoria di Van Aert è entrato nel velodromo incitando la folla. 

«L’attacco da dietro di Pogacar sul settore di Mons en Pevele – racconta Van Aert – mi ha fatto decidere di restare alla sua ruota nei settori di pavé finali, per evitare di essere attaccato ancora a quel modo. Chiudere sul suo allungo mi è costato tanto, ho dovuto scavare a fondo nelle mie energie. Da quel momento ho capito che il mio unico obiettivo era rimanergli a ruota».

Un sogno lungo anni

«Penso di aver avuto una grande condizione oggi – conclude – ma non è stato l’unico anno in cui mi sentivo bene. Sarebbe una bella storia dire che mi sono sentito meglio rispetto agli altri anni, ma così non è, solo che in passato le circostanze non sono state dalla mia parte. Anche oggi ho avuto un po’ di sfortuna, ma sono riuscito a reagire nel modo giusto. Penso che le altre edizioni mi abbiano dato le conoscenze necessarie. 

«La squadra ha rincorso questa gara per anni, era il sogno di Richard Plugge (General Manager della Visma, ndr). Mi sento orgoglioso di aver portato a termine un lavoro durato tanto tempo. Un grazie va anche ai miei compagni con i quali abbiamo fatto qualcosa di incredibile».

La Dogma di Ganna per l’Inferno: spunta un cambio da MTB

12.04.2026
5 min
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La Parigi-Roubaix è partita da pochi istanti e, sbirciando sin dalle ricognizioni dei giorni precedenti, non potevamo non soffermarci sulla bici della maggiore speranza italiana per questa classica, se non di tutte le classiche del Nord. Parliamo, ovviamente, della Pinarello Dogma F di Filippo Ganna.

In casa Ineos Grenadiers l’hanno tenuta celata il più possibile, ma stamattina a Compiegne inevitabilmente i veli sono caduti. E’ una bici sulla quale lo staff inglese ha lavorato con grande oculatezza. Ci sono “rischi”, ci sono certezze, c’è voglia di osare e quindi di vincere…

Colpo di scena: c’è l’XTR

Ganna ha detto di avere una gamba molto buona, ma questo potrebbe non bastare in una gara esigente anche dal punto di vista tecnico. E così ecco il setup studiato da Filippo e il suo staff per questa Pinarello Dogma F chiamata ad una grande impresa. Scopriamolo insieme.

La prima cosa che colpisce è senza ombra di dubbio il cambio. Via il classico Shimano Dura-Ace Di2, dentro l’XTR Di2, sempre di Shimano, ovviamente, pietra miliare dell’offroad, in particolare della MTB, del brand giapponese. Questa scelta è stata dettata dalla robustezza dello stesso, ma anche pensando al fatto che è associato a una monocorona.

I vantaggi sono diversi, al netto del peso (maggiore), che conta fino a un certo punto e ancor meno in una gara pianeggiante come l’Inferno del Nord. Montando l’XTR infatti l’asse della catena è più “dritto” rispetto alla corona: in poche parole gira meglio e si riduce un po’ l’attrito. Chiaramente parliamo di un paio di millimetri o poco più, ma è quel che serve per ridurre i problemi di cambiata sulle pietre.
La corona anteriore è in fibra ed è certamente un aftermarket non ufficiale, visto che sono stati coperti i simboli del brand con del nastro adesivo. I rapporti scelti sono: corona da 55 denti e cassetta posteriore, sempre XTR, 11-34.

Ormai la monocorona è un must alla Roubaix e in effetti riduce moltissimo i problemi di cambiate e sobbalzi.

Filippo ganna, Pinarello Dogma, Roubaix 2026
La Pinarello Dogma F di Ganna per questa Roubaix
Filippo ganna, Pinarello Dogma, Roubaix 2026
La Pinarello Dogma F di Ganna per questa Roubaix

Setup da pavé

Si passa poi a parlare di quel che concerne il modo di rendere la Pinarello Dogma F più docile sulle pietre. Ormai le bici di oggi sono iper rigide, ma alla Roubaix questa qualità conta fino a un certo punto.

Guardando la sua Pinarello Dogma, certo le ruote Scope da 60 millimetri non inducono proprio su questa strada. Tuttavia, rispetto all’ultima volta, Ganna ha scelto coperture da 32 millimetri e non da 30. E qui si apre un capitolo molto interessante.
Nonostante gomme più grandi, la pressione individuata è più alta rispetto a quando affrontò la Roubaix con coperture da 30 millimetri. In quel caso era di 3,5 bar, stavolta è di 4 bar sia all’anteriore che al posteriore. Questo perché? Perché, associata a un cerchio alto, come abbiamo visto, che è più rigido e perde elasticità, e al peso di Ganna (oltre 80 chili), c’era l’esigenza di gonfiare un po’ di più per ridurre il rischio di danneggiare la ruota stessa.

Come si può notare si è davvero al limite, come in Formula 1. Ma sono rischi ormai necessari per limare su ogni fronte.

Altro dettaglio sul fronte dell’ammortizzazione, se così si può dire, è la scelta del classico doppio nastro manubrio per aumentare un po’ il comfort.

Quote invariate

Per il resto Filippo Ganna non ha minimamente ritoccato la sua posizione: le quote sono le stesse di sempre. Dalla scelta delle pedivelle da 175 millimetri, alla larghezza del manubrio, il Most Talon Ultra, da 38 centimetri con attacco manubrio da 130 millimetri.

Quel che c’è di diverso rispetto alla bici classica è la richiesta di avere due comandi da remoto sulla parte alta del manubrio, quando è in presa alta: un bottoncino per salire e uno per scendere. Necessari per cambiare quando si è nei settori in pavé senza così togliere le mani dal manubrio. Si evitano rischi e soprattutto perdite di tempo. Da qui a poche ore infatti si entrerà all’inferno… Quello del Nord!

Pogacar come Hinault nell’81? Moser fra ricordi e previsioni

Pogacar come Hinault nell’81? Moser fra ricordi e previsioni

12.04.2026
5 min
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Torniamo indietro di anni, di tanti anni, alla Parigi-Roubaix 1981. Francesco Moser ha dominato le tre edizioni precedenti e ha la possibilità di un poker consecutivo mai realizzato da alcun corridore. Il trentino è nel gruppetto di testa, dove c’è il grande rivale De Vlaeminck, altri belgi, ma soprattutto Bernard Hinault, che quella corsa non l’ha mai amata. Il bretone sa che il grande amore dei francesi va ripagato non solo attraverso le vittorie al Tour, ma anche con la classica più importante e originale.

Uno scatto in bianco e nero vecchio di 45 anni: la volata vincente di Hinault, battendo De Vlaeminck e Moser
Uno scatto in bianco e nero vecchio di 45 anni: la volata vincente di Hinault, battendo De Vlaeminck e Moser
Uno scatto in bianco e nero vecchio di 45 anni: la volata vincente di Hinault, battendo De Vlaeminck e Moser
Uno scatto in bianco e nero vecchio di 45 anni: la volata vincente di Hinault, battendo De Vlaeminck e Moser

Una storia vecchia eppure attuale

Perché tornare così indietro nel tempo? Perché i parallelismi con l’impresa alla quale si accinge Pogacar sono tanti. Anche per lo sloveno il pavé è qualcosa, forse non indigesto come per il transalpino, ma sicuramente di meno congeniale rispetto ad altri scenari, quelli dove è abituato a dominare. Moser ricorda molto bene quell’edizione, chiusa con un terzo posto che gli aveva lasciato tanto amaro in bocca.

«Hinault mi diceva sempre: “A me non piace, non la faccio” poi però veniva sempre, di controvoglia, l’anno prima era finito ai piedi del podio. Quell’anno lì ha deciso di farla puntando apertamente alla vittoria ed è andato forte perché poi nella volata ci ha tolto di ruota. Io ero convinto di batterlo, magari De Vlaeminck no, ma lui sì e invece siamo arrivati tutti e due dietro, anche se era caduto nel finale».

Hinault in maglia iridata. Campionissimo nei grandi giri, sapeva emergere anche in alcune prove in linea
Hinault in maglia iridata. Campionissimo nei Grandi Giri, sapeva emergere anche in alcune prove in linea
Hinault in maglia iridata. Campionissimo nei grandi giri, sapeva emergere anche in alcune prove in linea
Hinault in maglia iridata. Campionissimo nei Grandi Giri, sapeva emergere anche in alcune prove in linea
Anche Pogacar ha fatto le prove lo scorso anno. L’approccio è lo stesso di quello che aveva Bernard?

No, intanto perché Tadej non ha quel rifiuto viscerale verso il pavé. L’anno scorso lui è andato forte, c’è stata la caduta ma senza di quella arrivava assieme a Van der Poel. L’unico suo problema è che VDP è molto più adatto a quel percorso per la sua attitudine al ciclocross, per quello ha vinto tre Roubaix e potrebbe vincere anche la quarta, perché è il suo terreno prediletto. Pogacar va forte, ma non avendo la salita è più difficile per lui staccare l’olandese e se arrivano in volata, abbiamo visto l’anno scorso alla Sanremo com’è finita.

Tu che cosa ricordi di quell’edizione dell’81?

Ricordo che c’è stata selezione continua fino a che siamo rimasti in 7. C’era anche Kuiper che era un altro grande specialista e nel finale mi pare che fosse caduto anche lui. Nel finale avevamo rallentato tutti, per mancanza di energie ma anche per giocarcela allo sprint. Hinault è partito in testa, io mi ero alzato anche un po’ nella curva, per acquisire velocità, ma lui è andato proprio via, praticamente siamo arrivati a ruota. E vuoi sapere il bello?

Cosa?

C’era addirittura chi diceva che la corsa gliel’avevamo venduta e c’è gente che è ancora convinta di questo…

Pogacar sul pavé della Roubaix 2025. Il suo primo approccio è stato notevole, su un terreno poco congeniale
Pogacar sul pavé della Roubaix 2025. Il suo primo approccio è stato notevole, su un terreno poco congeniale
Pogacar sul pavé della Roubaix 2025. Il suo primo approccio è stato notevole, su un terreno poco congeniale
Pogacar sul pavé della Roubaix 2025. Il suo primo approccio è stato notevole, su un terreno poco congeniale
Pogacar viene dalle vittorie alla Sanremo e al Fiandre e dicono tutti che ormai il copione di corsa è sempre lo stesso, con lo sloveno che attacca lontano dal traguardo. La Roubaix si presta a questa tattica o anche lui dovrà cambiare qualcosa?

La Roubaix è diversa perché il percorso non ha le asperità dove lui avrebbe sicuramente la meglio. E allora dovrà cercare di sfiancare Van der Poel, ma a cose normali è difficile che lo stacchi nel piano, perché è il suo terreno. Anche il fisico di VDP è più adatto rispetto a Pogacar. Sul pavé non puoi andare di agilità, devi andare di potenza e far velocità per passarlo via bene, perché se ti pianti lì in mezzo ai sassi non vai avanti.

Ci sono altri che possono inserirsi nella lotta fra loro due?

Forse Ganna, speriamo che riesca a star lì con loro, ma la sfida è fra loro due soprattutto dopo domenica scorsa. Nel Fiandre penso che Van der Poel abbia fatto male a tirare, doveva far rientrare Evenepoel, che in tre la corsa sarebbe stata diversa. Io l’avrei fatto rientrare avendo un avversario così in più da controllare per lo sloveno.

La caduta che ha contraddistinto la prima Roubaix dello sloveno. VDP era libero di volare via...
La caduta che ha contraddistinto la prima Roubaix dello sloveno. VDP era libero di volare via…
La caduta che ha contraddistinto la prima Roubaix dello sloveno. VDP era libero di volare via...
La caduta che ha contraddistinto la prima Roubaix dello sloveno. VDP era libero di volare via…
Nel pavé conta molto di più anche il fattore fortuna…

Beh, è chiaro che se uno nel momento sbagliato scivola rischia di perdere tutto. Io la prima Parigi-Roubaix non sono arrivato con De Vlaeminck perché ho bucato prima, poi sono caduto e sono arrivato lo stesso secondo. Ma se uno è là davanti che buca, è chiaro che dà il via libera agli altri.

Ma rispetto alle tue imprese adesso è allo stesso livello il pericolo di bucare, di cadere?

Gomme e ruote sono profondamente cambiate e migliorate per questo tipo di corse, ma si può sempre forare, dipende sempre dalla guida che uno ha o se prendi la buca sbagliata, un sasso che ti taglia la gomma, sono tante le circostanze. Per questo è una corsa unica…

Pogacar e Van der Poel insieme: la sfida si ripete a un anno di distanza. VDP punta al poker, Tadej al Grande Slam
Pogacar e Van der Poel insieme: la sfida si ripete a un anno di distanza. VDP punta al poker, Tadej al Grande Slam
Pogacar e Van der Poel insieme: la sfida si ripete a un anno di distanza. VDP punta al poker, Tadej al Grande Slam
Pogacar e Van der Poel insieme: la sfida si ripete a un anno di distanza. VDP punta al poker, Tadej al Grande Slam
In base alla tua esperienza Pogacar ce la può fare a centrare la Roubaix e quindi a fare il Grande Slam delle Monumento?

Sì, ma io sinceramente spero che quell’altro lo batta, perché se vince sempre uno non va bene, la gente smette di appassionarsi. L’olandese è favorito, ancor di più in caso di pioggia perché con un clima brutto lui, con l’esperienza che ha nel ciclocross, ci va a nozze, ma comunque lo sloveno non è lontano. L’anno scorso si è capito benissimo.

Parigi-Roubaix 2026, presentazione, Tadej Pogacar

Poche ore e si parte per l’inferno: le voci dalla Roubaix

11.04.2026
6 min
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COMPIEGNE (Francia) – La presentazione delle squadre per la Parigi-Roubaix di domani avviene davanti al castello di Compiègne, in un clima tipicamente nordico: qualche goccia di pioggia, aria fredda e cielo grigio. I protagonisti di domani sfilano sul palco, il pubblico inizia a scaldarsi ma è quando lo speaker presenta i nomi di Van Aert, Pogacar e Van der Poel che il boato arriva anche a noi, incastrati tra le transenne e i tendoni bianchi dai quali cade l’acqua accumulata in queste ore. 

Nel viaggio in macchina di questa mattina, che da Bruxelles ci ha portati fino a Compiegne, abbiamo visto paesaggio e clima cambiare. Poco fuori questa città, dalle case in mattoni con tetti spioventi, le file di auto parcheggiate aumentano di minuto in minuto. La voglia di vedere i propri idoli e guardarli negli occhi in attesa che domani si scateni la battaglia è alta, sguardi e atteggiamenti a volte parlano da sé. 

Tadej lancia la sfida

Aprono le danze i corridori del Team Flanders Baloise, seguiti da quelli della Modern Adventure, la formazione di George Hincapie che si dicono emozionati e sperano di «sopravvivere agli attacchi di quelli là»

Sfilano e scorrono davanti alle postazioni dei media, che da pochi diventano sempre di più quando il calibro dei nomi cresce. Alla fine, per sentire le parole di Pogacar, ci tocca arrampicarci su un blocco di cemento. Una collega ci prende il telefono e ci dà una mano per scattare qualche foto del campione del mondo dal ciuffo ossigenato. 

«Queste sono le corse che rendono il ciclismo speciale – dice il campione del mondo – la Roubaix è stata la gara più dura che ho fatto negli ultimi anni. Tutti gli avversari arrivano pronti e in forma, il livello sarà altissimo. Domani tante cose saranno possibili, ma staccare Van Der Poel sarà la più difficile di tutte, ci proverò. Non ho molta esperienza di volate in velodromo, lo scenario ideale sarebbe di arrivare solo a Roubaix». 

Parigi-Roubaix 2026, presentazione, Bini Girmay
Il clima rigido porta i corridori a coprirsi, ecco Girmay intervistato con addosso una giacca invernale
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Occhi aperti

Tra i primi dei nove italiani che domani partiranno da Compiègne ecco spuntare Luca Mozzato con la Tudor, la caduta e la frattura della clavicola di Trentin hanno complicato la campagna del Nord del team svizzero. 

«Fino ad adesso sono andato bene – racconta – magari è mancata la ciliegina sulla torta ma sono sempre stato presente. Perdere Matteo (Trentin, ndr) è stato un vero peccato, avevamo visto essere quello più in forma del team. Con le armi che abbiamo proveremo a leggere la corsa, sarà importante approcciare bene subito i primi settori di pavé. I ritmi si sono alzati parecchio e non si ha più modo di respirare, dovremo essere bravi a inserirci nelle pieghe della corsa».

Davide Ballerini sta bene, lo dice mentre alle spalle gli passa Alessandro Romele, alla sua seconda Roubaix che ci saluta con un sorriso. 

«La condizione c’è – afferma convinto Ballerini – ho speso tanti giorni fuori casa per allenarmi. Le prime gare in Belgio non sono andate come avrei voluto, domani però siamo fiduciosi. Come sempre la Foresta di Arenberg sarà un momento cruciale, i favoriti vorranno arrivarci con un gruppo ridotto. Dovremo essere bravi a stare davanti e restare a ruota il più possibile. La testa giocherà un ruolo chiave, aver voglia di soffrire e spingersi oltre, alla fine è quello che fa la differenza».

La prima di Mattio

Parlando e sentendo le voci dei protagonisti il tema del meteo torna spesso al centro dei discorsi. Le ricognizioni hanno mostrato un pavé asciutto e polveroso, quindi questa “bagnata” che arriva a poche ore dal via sembra provvidenziale. 

Uno dei favoriti sarà Wout Van Aert, che al suo fianco ha come sempre il suo cavaliere di fiducia: Edoardo Affini. Ma quest’anno saranno due gli alfieri italiani della Visma Lease a Bike, che ha deciso di portare Pietro Mattio alla sua prima Roubaix da professionista. Anche se il piemontese ha già corso diverse volte la corsa under 23.

«Domani sarà completamente diversa come gara – ci dice con una buona dose di emozione – arrivare con uno dei favoriti come capitano è stupendo, Wout (Van Aert, ndr) è un leader grandissimo. In questi giorni l’ho visto bene, spero abbia recuperato al meglio dal Fiandre, visto che ha fatto un bel fuori giri. Ma era molto sereno.

«Personalmente mi sento bene – prosegue – dovremo capire come funziona, ma se sono qui la condizione è buona. Probabilmente mi toccherà lavorare nella prima parte di gara. Ho anche la fortuna di avere accanto un mentore come Affini, con il quale ho parlato tanto in avvicinamento a domani. La cosa che gli ho chiesto è come affrontare la Foresta di Arenberg, smettevo di pedalare per le vibrazioni e lui mi ha detto di non farlo altrimenti è anche peggio».

Ganna in cerca di fortuna

Il faro dell’Italia per la Parigi-Roubaix sarà Filippo Ganna, il gigante della Ineos arriva dalla vittoria della Dwars Door Vlaanderen di dieci giorni fa. La prima corsa in linea vinta da professionista, segnale incoraggiante. Così come lo è il suo sguardo e il volto tirato.

«La prima cosa da fare – racconta ridendo davanti a una collega della tv francese – è cercare un po’ di fortuna. Domani ci potrebbe essere tanto vento, vedremo di restare al riparo. Mi sono allenato tanto a casa per dare il meglio qui, è una delle mie gare preferite (Ganna nel 2016 vinse la Paris-Roubaix Espoirs, ndr). Voglio migliorare il risultato della Sanremo dove non sono riuscito a dare il meglio, non ho dubbi sulla mia condizione, ogni gara è diversa, quindi tutto è aperto».