Gigante Omrzel a Capodarco, ma gli italiani se la sono giocata

17.08.2025
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Nessuno ha potuto opporsi alla legge di Omrzel: quello del Giro Next Gen, che quando va forte parla la stessa lingua di Pogacar. Alle spalle del corridore del Bahrain Victorious Development Team che ha dominato il Gran Premio Capodarco è finito Pavel Novak. Poi è toccato agli italiani. Terzo Cesare Chesini, con maglia MBH Bank Ballan come Novak. Quarto Matteo Scalco della VF Group Bardiani, il vincitore di Poggiana. Quinto Bracalente, un altro della MBH Bank Ballan. Due stranieri e tre italiani, a capo di una corsa dura e decisa da giochi di squadra che giro dopo giro si sono intrecciati e sovrapposti sino alla scalata finale.

C’erano tre atleti della Bahrain Victorious, tre della MBH Bank Ballan e due della VF Group Bardiani. L’azione che ha deciso la corsa se l’è inventata da furbo il giovane Elia Andreaus. Il trentino prima è stato in fuga per tutto il giorno e poi ha allungato prima dell’ultima scalata, portando con sé Novak, il vincitore di Prato Nevoso al Giro Next Gen. Per la MBH Bank Ballan era l’occasione per anticipare Omrzel, parso a tutti il più pericoloso. Ma Novak non aveva le gambe dei giorni migliori e quando Omrzel è tornato in scia e ha allungato, il ceco lo ha tenuto fino all’ultimo muro e poi ha dovuto inchinarsi.

Ciao “Gaetà”

Gran Premio Capodarco: la corsa di Gaetano Gazzoli e Adriano Spinozzi, che mai avrebbe pensato di doverla organizzare senza di lui e in così breve tempo. Le scritte sull’asfalto celebravano il vecchio mentore sparito alla fine di maggio. Un murales all’inizio della salita farà per sempre di questa strada il cammino verso il mondo di Gaetano.

In questa stagione così faticosa e stimolante, il campo dei partenti è stato di gran lunga il migliore degli ultimi anni. La lontananza del Tour de l’Avenir e il fatto che le squadre abbiano organizzato in autonomia le loro alture ha fatto sì che un bel lotto di azzurri, compreso il tricolore Borgo, abbia raggiunto Capodarco. Un appuntamento che è certo competizione, ma anche spettacolo e festa. In questo quadro che affonda le radici nel ciclismo più bello, i tre italiani alle spalle dei primi due sono ripartiti verso casa con il mal di gambe e sensazioni diverse, ma tutto sommato positive.

Borgo indossa per la prima volta il tricolore U23 a Capodarco: finora aveva corso solo tra i pro’ (photors.it)
Borgo indossa per la prima volta il tricolore U23 a Capodarco: finora aveva corso solo tra i pro’ (photors.it)

Chesini lancia Novak

Cesare Chesini è arrivato terzo. Considerato che secondo è arrivato il compagno Novak, appena 3” davanti a lui, potrebbe avere anche un timido rimpianto. Ma quando il finale è così ripido, quel piccolo margine diventa un muro insormontabile.

«Sapevamo che Omrzel andava forte in salita – dice il veronese di Negrar, 21 anni – per questo a un certo punto ho detto a Pavel (Novak, ndr) di provare ad anticipare. Alla fine, io sono rimasto a ruota, ma quando Omrzel ha accelerato in salita, nessuno è riuscito a stargli dietro. Pavel ha detto che ha avuto i crampi e io sul muro mi sono un po’ avvicinato, però ormai era tardi. La corsa è stata dura, ma diversa dagli altri anni. Non è arrivata la fuga e anche se eravamo in superiorità numerica, nel finale ha fatto la differenza chi ne aveva di più. Però ce la siamo giocata. Io penso di aver corso bene, non ho anticipato perché volevo giocarmi tutto sul finale. Stavo bene, ma non abbastanza per vincere».

L’estate di Scalco

Matteo Scalco è arrivato quarto. E’ rientrato a ruota di Omrzel, dopo aver condiviso il finale con il compagno Turconi. Avendo nelle gambe e negli occhi la vittoria di domenica scorsa a Poggiana, forse sperava di ripetersi e per un po’ ci ha anche creduto.

«Il percorso è duro – dice il vicentino di 21 anni – ma si riesce a recuperare bene. In salita si fa la selezione, poi nella discesa rientrano sempre parecchi e fai fatica a liberarti del gruppo. Siamo rientrati sulla fuga dei dieci, ma dopo un po’ è arrivato anche il gruppo, perché davanti non c’era collaborazione. Sapevo che Omrzel andava forte e per questo ho provato più volte ad andare via. Forse però non avevo le stesse gambe di Poggiana, anche se in settimana non sono stato male. Il percorso di domenica era più adatto a me, perché il tratto collinare permette più selezione. Comunque questo è il mio periodo, vengo fuori con l’estate e devo dire che dopo la primavera con i pro’ e lo stacco di maggio, ho la sensazione di aver fatto un bel passo in avanti. Magari ho assimilato le gare e gli allenamenti e le due alture mi hanno dato qualcosa in più».

Novak e Bracalente avevano già fatto corsa di testa nella Bassano-Montegrappa: primo e terzo (photors.it)
Novak e Bracalente avevano già fatto corsa di testa nella Bassano-Montegrappa: primo e terzo (photors.it)

Il cuore di Bracalente

Diego Bracalente è arrivato quinto. Da Capodarco alla sua Casette d’Ete ci sono 22 chilometri, facile capire perché alla partenza abbia definito la corsa come il mondiale dei marchigiani. Il suo futuro è già tracciato col passaggio della MBH Bank Ballan tra i professionisti, ma visto che lui non può dirlo, ne abbiamo chiesto conferma ad Antonio Bevilacqua che oggi l’ha seguito in corsa.

«Non sapevo come stessi – dice il fermano di vent’anni – perché non correvo da 15 giorni. Avevo fatto l’ultima corsa alla Bassano-Montegrappa (terzo dietro Novak e Biehl, ndr), poi ho riposato. Ho preso un po’ di raffreddore e non mi sentivo al massimo, però l’ho gestita bene. Abbiamo trovato un grande corridore e non possiamo che inchinarci, perché oggi Omrzel era il più forte. E’ stata una giornata particolare. Gaetano Gazzoli viveva per il ciclismo e per noi marchigiani la sua scomparsa è stata un duro colpo. Vedere tutte quelle scritte, tutta quella passione impressa sui muri e in terra mi ha dato tanta forza e tanta grinta. Potrei aver attaccato presto per questo? Secondo me il fatto di attaccare con i tempi giusti viene con l’esperienza. Ci sono le persone più sicure di sé, che riescono a ragionare di più e gestiscono meglio le situazioni. Io sto facendo esperienza e miglioro anno dopo anno. Sono di quelli che quando sente la gamba ci prova, ma col tempo e salendo di livello imparerò a centellinare le energie per arrivare in finale con la forza giusta».

Capolavoro Bahrain Victorious

A Capodarco ha vinto Jakob Omrzel, sloveno, quello del Giro Next Gen che al Valle d’Aosta si scoprì fragile nei giorni del dramma di Privitera. Alessio Mattiussi che l’ha guidato racconta con orgoglio la dimostrazione di compattezza della squadra e la gestione praticamente perfetta malgrado non avessero le radio. Nei devo team si deve imparare a correre e ragionare e a Capodarco è riuscito tutto alla perfezione.

Ora Omrzel fa rotta verso il Tour de l’Avenir con la consapevolezza di aver ritrovato la condizione del Giro. Mentre sulla sua moto gialla, da qualche parte fra queste colline, Gaetano Gazzoli si sarà goduto lo spettacolo con la certezza di aver lasciato la sua corsa in buone mani. Suo figlio Simone e Adriano Spinozzi hanno messo in strada un bel capolavoro: decisamente di questo si sono accorti tutti.

Thomas è pronto a dire basta. Storia di un’icona del Galles

17.08.2025
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«Non so che cosa farò, dal prossimo inverno – afferma Geraint Thomas – potrei restare alla Ineos Grenardiers, mi hanno già illustrato alcuni ruoli che potrei ricoprire, oppure potrei trovare spazio fra i media, ma ci penserò a tempo debito. Quel che conta è non perdermi più compleanni, matrimoni, feste… Voglio esserci per la mia famiglia, ho perso troppo in questi anni».

Il campione gallese ha le idee chiare a proposito della sua intenzione di ritirarsi a fine stagione. Lo aveva preannunciato all’inizio, anzi già nel 2023 aveva fissato l’appuntamento per quest’anno, in fin dei conti quasi 20 anni in sella nel mondo del ciclismo sono sufficienti. Anni passati fra grandi vittorie e numerose avventure: due volte campione olimpico e tre volte campione del mondo con il quartetto dell’inseguimento e soprattutto il Tour de France conquistato nel 2018: «Fin da bambino sognavo di partecipare al Tour e alle Olimpiadi e di vincere. Ma averlo fatto è stata una follia».

Thomas inizialmente era gregario di Froome e nel finale di carriera è tornato a fare il luogotenente
Thomas inizialmente era gregario di Froome e nel finale di carriera è tornato a fare il luogotenente

Lasciare o non lasciare?

E’ anche questo che rende il suo addio dalle due facce. E’ chiaro, la voglia di staccare ci sia e Geraint non lo ha mai negato, ma sotto sotto quella scintilla ancora arde: «Lasciare è bello e brutto allo stesso tempo. Ci pensi, dici di sì, non vedi l’ora che arrivi quel fatidico ultimo metro. Ma poi quel metro diventa sempre più vicino e ti chiedi se non potevi tirare ancora un pochino avanti. Io mi trovo su quest’altalena da inizio stagione, passano nella mia testa infinite sensazioni, ma non cambio idea…».

Non è solamente una questione di età (Thomas ha 39 anni), ma influiscono anche altri fattori. Innanzitutto gli equilibri familiari e uno sport che giorno dopo giorno diventa più pericoloso. Poco tempo fa, in un programma televisivo nel suo Galles, Geraint raccontava proprio insieme a Sara Elen un episodio risalente al Tour 2015: «Tappa numero 16. In discesa dal Col de Mause Barguil sterza all’improvviso e m’investe. Io vado contro un palo del telegrafo, sterzo e finisco oltre la ringhiera, sparendo dalla vista sul ciglio della strada».

Geraint con sua moglie Sara Elen, giornalista. I due hanno un figlio, Macsen (foto Wales Online)
Geraint con sua moglie Sara Elen, giornalista. I due hanno un figlio, Macsen (foto Wales Online)

La paura di un grave incidente

«Io all’epoca lavoravo per S4C, un’emittente locale in lingua celtica. Ero in diretta, ma avevo visto quelle immagini, ero sconvolta. Ho iniziato a piangere in diretta perché nessuno sapeva dirmi che cosa gli fosse successo. Sinceramente non voglio vivere più nella paura di simili incidenti».

E’ tutto? No, probabilmente c’è anche la cruda analisi di un ciclismo che si evolve sempre più e che per Thomas è diventato ormai troppo pesante. A tal proposito è curioso un episodio, sempre raccontato dal campione gallese, che risale all’ultima Liegi-Bastogne-Liegi.

Due ori olimpici per Thomas nel quartetto, a Pechino 2008 e Londra 2012 (foto Getty Images)
Due ori olimpici per Thomas nel quartetto, a Pechino 2008 e Londra 2012 (foto Getty Images)

«Ma deve parlarmene proprio ora?…»

«Andavamo già fortissimo, leggevo 400 watt di media quando da dietro sento: “Ciao G.Thomas”. Mi volto ed era Pogacar. Si mette al mio fianco e inizia a parlarmi, a raccontarmi di un orologio che ha visto e che vuole assolutamente comprarsi il giorno dopo. Io lo guardo e poi guardo il computerino: andavamo a 420 watt! Ho pensato: “Ma vuoi parlarne proprio ora? Io devo rimanere concentrato sulla respirazione se non voglio perdere il ritmo e farmi staccare…”. Ecco perché Tadej è proprio di un’altra categoria».

Di incidenti Geraint ne ha vissuti tanti, sin dal febbraio 2005 quando durante un allenamento su pista a Sydney, per la Coppa del Mondo, vide un pezzo di metallo della bici di chi gli era davanti staccarsi, farlo cadere e penetrare nel suo addome, causandogli un’emorragia interna e la rottura della milza, poi asportatagli. Oppure come al Tour del 2013, quando nella prima tappa una caduta gli costa la frattura del bacino, eppure Geraint tira avanti e quel Tour lo porta a termine. Chiude 140°, nella squadra che scorta Froome alla maglia gialla, ma tutti lo festeggiano come se avesse vinto lui.

Portabandiera ai Commonwealth Games, dove ha vinto nel 2014 l’oro in linea. Terzo invece nel 2018 a cronometro (foto Getty Images)
Portabandiera ai Commonwealth Games, dove ha vinto nel 2014 l’oro in linea. Terzo invece nel 2018 a cronometro (foto Getty Images)

Il trionfo giallo del 2018

D’altro canto la sua carriera resta legata strettamente al Tour, soprattutto a quell’edizione del 2018 dov’era partito come luogotenente di Froome, reduce dal trionfo al Giro d’Italia. Che il gallese fosse in forma si era ben capito con la vittoria al Delfinato e la conquista del titolo nazionale a cronometro, infatti lo staff del Team Sky vedeva in lui l’alternativa, il piano B. E la caduta di Froome nelle prime fasi costa a quest’ultimo un cospicuo distacco. Thomas a quel punto prende in mano le redini della squadra, nella tappa di La Rosiere va a prendere i fuggitivi e rivali Nieve e Dumoulin e si aggiudica la frazione vestendo la maglia gialla, ripetendosi il giorno dopo sull’Alpe d’Huez.

«Di quanto fosse importante quel che avevo fatto – raccontò in seguito Thomas – ne ho avuta l’esatta percezione qualche tempo dopo, quand’ero in vacanza in America ed ero andato con la famiglia a visitare il carcere di Alcatraz. Un tizio mi ha riconosciuto e lo ha detto agli altri, ho capito allora come quel simbolo della maglia gialla sia davvero iconico e riconosciuto a qualsiasi latitudine».

L’attacco a La Rosiere, che porterà il gallese del Team Sky a vestire la maglia gialla al Tour 2018
L’attacco a La Rosiere, che porterà il gallese del Team Sky a vestire la maglia gialla al Tour 2018

L’ultima pedalata nella sua Cardiff

Geraint è pronto. Resta da scrivere solo l’ultima pagina e il gallese sa anche dove farlo: al Tour of Britain, che si concluderà nella sua Cardiff: «Chiudere la mia carriera tornando a casa, davanti alla mia gente, sarà il più bello degli addii possibili. Vent’anni con gli occhi fissi davanti, guardando la strada, credo siano più che sufficienti. Ora voglio guardare il mondo da un’altra prospettiva».

Keisse e il ritorno di Landa: determinazione, disciplina, esperienza

17.08.2025
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Mikel Landa ci è riuscito ancora una volta. Il forte (e amatissimo) scalatore basco della Soudal-Quick-Step dopo l’ennesimo incidente (lo ricorderete nella prima tappa del Giro d’Italia), è riuscito ad alzarsi nuovamente. E dopo 88 giorni è ripartito con cuore e determinazione.

Il suo ritorno in gara ha avuto luogo alla Vuelta a Burgos, una corsa speciale per lui, dove ha conquistato la sua prima vittoria da professionista ed anche l’ultima finora: era il 2021. Nonostante le difficoltà, Landa ha scelto Burgos per testare il suo stato di forma in vista della Vuelta a Espana, dimostrando ancora una volta il suo carattere tenace e quella che oggi è nota come resilienza.

Giro d’Italia: finale della prima tappa. Landa cade e si frattura una vertebra toracica. Secondo Bramati, Mikel non era mai stato così forte
Giro d’Italia: finale della prima tappa. Landa cade e si frattura una vertebra toracica. Secondo Bramati, Mikel non era mai stato così forte

Landa: un passo alla volta

Prima della Vuelta a Burgos, Landa si è detto “un po’ nervoso” perché era passato molto tempo dall’ultima gara: «E’ passato tanto tempo da quando ho indossato un numero – aveva dichiarato il basco – sono già contento di tornare, ma non so cosa aspettarmi, la lesione è stata complicata. Questa gara è importante per vedere se posso tornare a competere». La risposta è stata positiva…

Landa è parso felice, ma anche molto realista e forse anche stanco. Stanco per il lavoro fatto per rientrare e per tutte le volte che in carriera si è trovato a vivere certe situazioni.

«Non mi faccio illusioni – ha detto Mikel a Diario AS – Voglio solo vedere dove sto, mettere il ritmo nelle gambe e dimenticare quello che è successo nella gara precedente. Se riesco ad essere alla partenza della Vuelta, mi riterrò soddisfatto. Ho ancora qualche dubbio su come risponderanno la schiena e le gambe, per questo ribadisco che vedrò giorno dopo giorno».

Iljo Keisse (classe 1982) è direttore sportivo della Soudal-Quick Step dal 2023

Parla Keisse

Il disse che ha diretto Landa a Burgos è stato Iljo Keisse. Il fiammingo è rimasto colpito dalla sua tenacia e il suo racconto parte da una telefonata proprio con Landa.

«Il mio è stato un incidente pesante – Keisse riferisce le parole Landa – le aspettative erano alte, ero concentrato per fare il meglio…», per dire che aveva trovato un Mikel profondamente colpito nell’animo.

Keisse è rimasto sorpreso per come Landa si è sentito durante la gara: «Il momento chiave è stato nella terza e quarta tappa a Burgos. Sono stati episodi che ci hanno detto molto. Mikel era stato molto solido nella prima parte e, pur soffrendo nell’ultima giornata, è riuscito a restare nei primi venti, in una tappa dura con tutti i migliori. Questo ci ha detto che siamo riusciti a rientrare dopo un infortunio. E non è una cosa scontata oggi, con giovani fortissimi che c’erano e con corridori come Caruso che spingono sempre forte. E non è facile né per il corridore soprattutto, né per chi gli sta vicino. Il corpo fatica a tornare a certi livelli. Mikel ancora costruendo la condizione, ma il lavoro fatto sin qui è stato ottimo. E questo mi dà fiducia».

Da ex atleta che ha corso per grandissimi leader, Keisse coglie un aspetto mentale fondamentale in Landa: «Mikel è un leader, un gentiluomo, facile da gestire, esigente e flessibile al tempo stesso: elementi che da un lato richiedono molto da se stessi, ma dall’altro facilitano la ripresa psicologica. La sua forza interiore, unita ad esperienza e disciplina, fa la differenza nel continuo ritorno al massimo livello».

Landa in fuga nella terza tappa: anche Keisse ha evidenziato questo aspetto
Landa in fuga nella terza tappa: anche Keisse ha evidenziato questo aspetto

Quanto lavoro…

Il recupero di Landa dopo la caduta al Giro d’Italia, dove si è fratturato la vertebra toracica T11 (e ha riportato tante altre botte), è stato lungo e paziente. Come riportano le fonti, Mikel ha affrontato un periodo di riposo e riabilitazione di circa otto-dieci settimane, durante le quali ha usato anche un corsetto, ha camminato e ha ripreso gradualmente l’allenamento, prima sui rulli e poi su strada. Insomma è ripartito da zero.

Tra riposo e riabilitazione, Mikel ha iniziato a rimettersi in sella a giugno. Il processo non è stato solo fisico: Landa ha dovuto convivere con dubbi e timori. Lui stesso, come detto, aveva dubbi circa la reazione di gambe e schiena.

«Durante la Vuelta a Burgos – va avanti Keisse – ho avuto modo di osservarlo da vicino. Mentalmente era concentrato, consapevole dei suoi limiti ma si vedeva che era anche disposto a misurarsi. Il modo in cui ha lottato verso dell’Alto de Las Campas, quando è andato all’attacco, ha mostrato un atleta tutt’altro che remissivo. Durante la scalata non è stato esplosivo, ma ha mantenuto lucidità, calma e determinazione, segnali di un recupero non solo fisico ma anche emotivo».

Quanta curiosità circa le potenzialità di Mikel in salita in vista della Vuelta
Quanta curiosità circa le potenzialità di Mikel in salita in vista della Vuelta

Vuelta: niente classifica

A questo punto viene naturale chiedersi: che tipo di Vuelta potrà fare Landa? Da quanto ha dichiarato, il suo obiettivo attuale non è specifico, è importante soprattutto averlo al via e, come ha detto anche lui: «Vedere dove sto». Ci sta, giusto così. Nella sua situazione non è neanche giusto chiedergli di più.

«Per quanto riguarda che tipo di Vuelta possa fare – conclude Keisse rispondendo alla nostra domanda – penso sia chiaro: Landa non punterà alla classifica generale, perché sarebbe irrealistico. Quello che ci aspettiamo è che provi a lottare per qualche tappa. Nei primi giorni sarà importante non perdere troppo tempo e non avere pressione. Dovrà provare a stare nelle prime dieci o venti posizioni, ma soprattutto a ritrovare le sensazioni e a non stressarsi.

«Il suo obiettivo sarà cercare di vincere una tappa. Questo è il sogno di ogni corridore: tagliare il traguardo per primo con le braccia alzate. Penso che sia molto bello e per lui sia anche realistico. Quindi cercheremo di selezionare alcune tappe. Vedremo cosa porterà questa Vuelta: è un approccio diverso per Mikel, ma con un corridore come lui può funzionare molto bene».

Il nuovo Uijtdebroeks: schiena a posto e grandi ambizioni

16.08.2025
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C’era chi lo aveva dato per disperso, se non addirittura finito. E parliamo di un corridore che ha solamente 22 anni. Ma Cian Uijtdebroeks è tornato, dopo essersi preso oltre tre mesi di sosta per risolvere i suoi problemi alla schiena che lo affliggevano sin dal suo approdo nel ciclismo che conta. Con la vittoria al Tour de l’Ain ha messo la sua prima firma fra i professionisti. La prima di quelle che spera saranno tante e sempre più importanti.

La gioia del giovane belga accolto dal suo staff, per una vittoria davvero speciale
La gioia del giovane belga accolto dal suo staff, per una vittoria davvero speciale

Un’impresa pensata per tutta la vigilia

Per farlo, il belga della Visma-Lease a Bike ha scelto la via più difficile, il giocare tutte le sue carte in maniera spavalda. Dopo la seconda tappa era al secondo posto a un paio di secondi dal leader, il francese Nicolas Prodhomme (Decathlon AG2R La Mondiale). Sarebbe bastato giocarsi il successo nelle ultime fasi della frazione, provare a staccarlo con un colpo di mano o puntare anche a qualche abbuono. No, Cian ha puntato all’impresa, andando via a 50 chilometri dal traguardo. Perché la vittoria non bastava, lui voleva risposte su di sé, sul suo rendimento, sulla sua capacità di soffrire, solo così avrebbe davvero potuto mettere alle spalle settimane di dolore e di dubbi.

«Sapevo che era un rischio partire così da lontano – ha raccontato a fine corsa a DirectVelo – ma era quello il mio piano ed era studiato fin dalla vigilia, infatti a colazione ho mangiato molto per riempire il serbatoio di energie. Non era una tappa facile, la salita era lontana dal traguardo, tatticamente era una frazione difficile da gestire nella mia situazione. Ho attaccato in salita per staccare Prodhomme e arrivare in cima col massimo vantaggio possibile, poi c’erano ancora 40 chilometri, di cui la metà pianeggianti. La discesa l’ho fatta al massimo, rischiando, alla fine avevo 3 minuti di vantaggio. In pianura ho controllato, anche perché con il caldo il rischio di crampi è dietro l’angolo, infatti sono arrivato al traguardo ancora in forze».

Dalla 2ª tappa perduta contro Prodhomme, il belga ha tratto ispirazione per la sua impresa
Dalla 2ª tappa perduta contro Prodhomme, il belga ha tratto ispirazione per la sua impresa

La preparazione in altura

Le sue parole sono tutte orientate al ritorno, alle risposte che cercava. Al di là della vittoria, per Uijtdebroeks era importante sapere che può riprendere il discorso da dove l’aveva lasciato mesi fa: «Per preparare questa corsa sono stato a lungo in altura, ad Andorra. Al Passo di Arcalis ho fatto il KOM, con un esito di 440 watt in 30 minuti. E’ stato lì che ho capito che ero ritornato quello di prima, ho preso molta fiducia, anche perché non ho avvertito dolore e questo per me è stato il più bello dei regali».

Il problema alla schiena aveva minato quella stessa fiducia, anche perché si protraeva da tempo. «E’ stato un anno e mezzo non facile per me. Vedevo che il mio fisico non rispondeva, che le gambe erano sempre forti, che potevo lottare con i migliori, ma la schiena mi dava problemi e quindi i risultati non potevano arrivare. Io però ho cercato di non scoraggiarmi: se c’è un problema affrontiamolo, proviamo a trovare la soluzione anche se questo significa fare dolore rinunce».

In questi mesi Uijtdebroeks ha lavorato molto sulla posizione in bici, ritenuta un problema
La gioia del giovane belga accolto dal suo staff, per una vittoria davvero speciale

Nuovo allenatore, nuovo assetto

Una soluzione che sembra essere finalmente stata trovata anche grazie al suo nuovo allenatore Espen Aareskjold: «Abbiamo cambiato molte cose, è stato necessario resettare tutto. Innanzitutto ho lavorato molto sulla mia posizione in bici e ci sto lavorando ancora, poi abbiamo cambiato molte cose nel mio allenamento. Ora posso dire di sentirmi come prima del sopravvenire del mal di schiena, anzi ancora più forte. Ma devo dire che molto mi aiuta anche il rapporto che abbiamo instaurato con Espen: mi ascolta, valuta le mie opinioni, abbiamo un obiettivo comune che è quello di arrivare al massimo livello».

Uijtdebroeks era già andato piuttosto bene a San Sebastian, anche se l’azione di Ciccone lo aveva colto in contropiede ed era finito poi 9° a 1’10”. Ora è in corsa al Czech Tour (ieri terzo alle spalle di Lecerf Junior e Fancellu), ma i suoi obiettivi sono più avanti: «Voglio guadagnarmi una maglia per il campionato europeo, è quella la mia meta, da raggiungere senza passare per la Vuelta. Con la squadra abbiamo valutato che vista la situazione, quest’anno è prematuro tornare in un Grande Giro, meglio mettermi alla prova in corse in linea e brevi prove a tappe. E’ un anno di passaggio, diciamo che lo prendo così».

Alla Tirreno-Adriatico erano già emersi i problemi alla schiena che ad aprile l’hanno costretto a fermarsi
Alla Tirreno-Adriatico erano già emersi i problemi alla schiena che ad aprile l’hanno costretto a fermarsi

Un 2026 con grandi obiettivi

I Grandi Giri restano però il suo naturale approdo: «Il progetto rimane quello di diventare uno specialista. Io dico che una presenza nei primi 10 non basta più, io voglio quantomeno il podio e sogno una vittoria. So che è nelle mie corde. Ma per questo devo imparare a vincere. Il Tour de l’Ain è stato importante – ricorda Uijtdebroeks – ma è stata la prima vittoria. Ho ancora tanto da imparare, da crescere e corse simili mi aiutano in questo momento più di quanto potrebbe una Vuelta, dove realisticamente non sarei concorrenziale. L’anno prossimo tornerò in un Grande Giro, la Visma-Lease a Bike me lo ha già promesso».

Trentin a Komenda da Pogacar: «Una vera festa del ciclismo»

16.08.2025
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Tutti da Tadej Pogacar. O meglio pochi eletti e tanto pubblico… da Tadej Pogacar. A distanza di una settimana scarsa dal suo criterium, a Komenda non si è ancora spenta l’eco di una fantastica giornata di sport che ha visto l’abbraccio dei tifosi sloveni attorno al campione del mondo (in apertura (foto @alenmilavec).

Tra gli ospiti, nella cittadina slovena che ha dato i natali a Pogacar, c’era anche Matteo Trentin. Il corridore della Tudor Pro Cycling era uno degli otto grandi atleti presenti. Alla fine Trentin è un boss del gruppo, un veterano, vive a Montecarlo come Pogacar e i due, come altri corridori, sono molto amici. Ed è proprio Matteo che ci racconta come è andata.

Tanta gente a bordo strada e circuito divertente. In tutto tra categorie giovanili ed elite hanno preso il via 350 atleti (foto @alenmilavec)
Tanta gente a bordo strada e circuito divertente. In tutto tra categorie giovanili ed elite hanno preso il via 350 atleti (foto @alenmilavec)

Criterium Tadej Pogacar

E’ la settima volta che si tiene questo circuito, una vera festa cittadina a Komenda. Di solito si corre a giugno, ma Tadej era concentrato sul Tour de France e quindi lo ha spostato a dopo la corsa francese. Così l’evento si è trasformato anche in una festa per celebrare il suo quarto successo alla Grande Boucle.

«E’ stato bello – racconta Trentin – una gara piena di gente, c’erano anche i piccoli prima di noi elite e tanta, tanta gente alle transenne. Alla fine tanti sloveni, che abitano non lontano da Lubiana, ma anche turisti. C’erano italiani, tedeschi, francesi. Sapete, bastava che chi era al mare in Istria o in Croazia o sulle coste slovene si spostasse: con un’ora e mezza di auto era a Komenda. E se sei un appassionato di ciclismo, perché perdere l’occasione di vedere il campione del mondo e altri corridori gratis a un metro da te? Questa è l’essenza del ciclismo. Sì, davvero un bell’ambiente».

Trentin racconta che Pogacar ha fatto un giro di telefonate per portare qualche collega del WorldTour. Lui era disponibile e non ha avuto problemi a dire sì a un amico.
«Ma – spiega Trentin – non è poi così facile essere presenti. Quel weekend se non ricordo male si correva su quattro fronti».

Gli 8 atelti di prima fascia presenti a Komeda (foto @alenmilavec)
Gli 8 atelti di prima fascia presenti a Komeda (foto @alenmilavec)

Pancia a terra

La giornata è iniziata alle ore 15 con le prove degli esordienti, degli allievi, degli Under 15 e Under 17, maschili e femminili. Poi è stata la volta degli Under 19 e delle donne elite. Alle 19,30 hanno preso il via gli elite uomini. Oltre a Pogacar e Trentin c’erano altri tre sloveni di grido: Matej Mohoric, anche lui super acclamato, Luka Mezgec e Matevz Govekar. Con loro i compagni di squadra di Pogacar, Tim Wellens e Pavel Sivakov.

«Ed è stata gara vera – riprende Trentin – non potete capire come siamo andati. C’erano anche diversi atleti delle continental locali, come la Adria Mobil, e delle giovanili dei team WorldTour. Questi sono partiti a tutta: i primi 15 giri… pancia a terra! Una gara super caotica, poi nel finale hanno un po’ calato. Ma che ritmi!

«Tra l’altro il circuito si prestava: misurava un chilometro circa e abbiamo fatto 35 tornate. Era carino, tutto dentro al paese che è davvero piccolino. Si partiva da una piazza, poi ricordo qualche stradina, una chiesetta e nel finale per tornare all’arrivo c’era una salitella. Mi è rimasto in mente il fatto che partendo noi al tramonto, nei primi giri quando tornavamo verso l’arrivo avevamo il sole in faccia e non si vedeva nulla. Non era facile».

Sole contro e ritmi folli… (foto @alenmilavec)
Sole contro e ritmi folli… (foto @alenmilavec)

Komenda perla slovena

Komenda è il paese natale di Pogacar. Si trova più o meno nel centro della Slovenia, a circa 25 chilometri a nord della capitale Lubiana e a 120 da Gorizia. E’ una terra collinare, poco sopra i 300 metri di quota.

«Come dicevo – riprende Trentin – Komenda è un paesino molto piccolo, ma grazioso. Io l’ho vissuto poco perché sarei dovuto arrivare un giorno prima, ma qualche piccolo intoppo familiare ha ritardato il mio arrivo. Komenda è in un catino circondato da colline, ma poco fuori ci sono anche delle montagne. Nell’hotel in cui eravamo, ad esempio poco fuori Komenda, c’era un impianto che portava su una montagna a 1.650 metri dove d’inverno si scia».

«Il programma era di allenarci tutti insieme il giorno prima, ma io essendo arrivato tardi non ho potuto. Così mi sono allenato strada facendo. E per fortuna, visti i ritmi che ci sono stati».

Trentin ha parlato di un Pogacar sereno che si è prestato all’abbraccio della su gente (foto @alenmilavec)
Trentin ha parlato di un Pogacar sereno che si è prestato all’abbraccio della su gente (foto @alenmilavec)

Tadej e Matteo al rientro

Domani Matteo Trentin correrà ad Amburgo, alla Hamburg Cyclassics. La classica tedesca sarà il suo rientro ufficiale alle gare e lui sembra stare bene. Tadej invece rientrerà il 12 settembre in Canada. Come lo ha trovato dopo essere uscito stanco, almeno mentalmente, dal Tour?

«Tutto sommato bene – dice Trentin – lui è sempre tranquillo, sorridente. Alla fine ci ho anche parlato poco perché giustamente la serata era la sua. Avrà firmato 800.000 autografi e fatto 500.000 selfie. Ma è stato bello. Questa è un po’ l’essenza del ciclismo. In quale sport vedi il tuo campione preferito a un metro, gratis, e magari gli dai anche il cinque?

«Noi del WorldTour (tecnicamente io non sono in un team WT, ma è chiaro che appartengo alla categoria dei corridori di prima fascia presenti a Komenda) dopo la corsa siamo stati un po’ insieme, abbiamo mangiato, bevuto una birra e poi con le famiglie siamo tornati in hotel. E il giorno dopo siamo ripartiti con il ricordo di un bel “casino”».

1995-2025: Nocentini, come sono cambiati gli juniores?

16.08.2025
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Leggendo l’intervista a Riccardo Del Cucina pubblicata pochi giorni fa, il nome di Rinaldo Nocentini (saltato fuori fra le righe come suo preparatore) ha acceso la nostra curiosità. In primis perché non sapevamo che l’aretino si dedicasse alla preparazione di atleti. E poi perché giusto trent’anni fa, il 30 luglio del 1995, il “Noce“ conquistava il podio ai mondiali juniores di San Marino, dietro Valentino China e Ivan Basso. Così, col pretesto di salutarlo, gli abbiamo chiesto di fare un paragone fra il suo ciclismo di allora e quello cui sta preparando il giovane atleta toscano.

Il 1995 è una vita fa. In Italia inizia la diffusione della linea GSM, con la possibilità di sfruttare la messaggistica dei cellulari. I social non esistono. Al governo c’è Dini. Di Pietro lascia la magistratura dopo la stagione di Mani Pulite e finisce a sua volta sotto inchiesta. La lira soffre sui mercati internazionali. La Juventus vince il 23° scudetto, Rominger il Giro, Indurain il quinto Tour (nell’anno tremendo della caduta di Casartelli) e Jalabert la Vuelta, come pure Sanremo e Freccia Vallone. Ai mondiali di Duitama, Olano conquista l’iride davanti a Indurain e Pantani, che subito dopo rimane coinvolto nella caduta di Superga. Quel giorno a San Marino il podio iridato e lo sventolare del tricolore annunciano una grande stagione per il ciclismo italiano.

Nel 1995 ai mondiali juniores di San Marino, podio italiano: oro a China, poi Basso e Nocentini (foto Libertas.sm)
Nel 1995 ai mondiali juniores di San Marino, podio italiano: oro a China, poi Basso e Nocentini (foto Libertas.sm)
Prima di tutto, caro Rinaldo Nocentini, perché conosci Riccardo Del Cucina?

Lo conosco perché lui è di Montemarciano, che è a un chilometro da casa mia. Conoscevo suo padre che correva da dilettante e tre anni fa mi chiese se gli davo una mano con gli allenamenti e da allora è rimasto con me. Quindi non faccio il preparatore, ma seguo soltanto lui. Le cose sono cambiate davvero molto, anche da quando correvo io (Nocentini si è ritirato nel 2019, ndr). Per fortuna, avendo passato parecchio tempo con Pozzovivo, mi sono sempre confrontato con lui sulle preparazioni moderne, per cui riesco a seguirlo bene.

In che modo ti allenavi nel 1995 quando eri uno junior?

Mi ricordo che noi, abitando qua e andando a scuola, eravamo un gruppetto di 4-5. C’era un tale di Pontassieve che veniva a prenderci con il pulmino e ci portava a San Miniato e facevamo l’allenamento tutti insieme il pomeriggio. E ci allenavamo tipo corsa, le salite si facevano a tutta. Ci allenavamo il martedì e il venerdì e poi la domenica andavamo a correre.

Facevate lavori specifici?

Proprio no. Mi ricordo d’inverno un po’ di palestra, ci facevano camminare in montagna e il resto della condizione me la dava la bicicletta. Ho iniziato a fare i lavori con Marcello Massini, da dilettante alla Grassi Mapei.

Nocentini ha affinato le sue conoscenze sulla preparazione stando a lungo con Pozzovivo
Nocentini ha affinato le sue conoscenze sulla preparazione stando a lungo con Pozzovivo
In nazionale con il cittì Fusi non facevate lavori?

Facemmo il ritiro a Livigno. Mi ricorderò sempre l’Albula fatta senza mani per il potenziamento. Senza mani perché ci dicevano di non tirare sul manubrio e allora, per evitare che lo facessimo ugualmente, facevamo le ripetute senza mani per forzare solo con le gambe.

Si correva più o meno di ora?

Si correva solo la domenica, non c’erano tante corse a tappe. Il Lunigiana, poi ricordo una corsa a tappe in Valle d’Aosta, ma per il resto l’attività era limitata. In più correvamo con i rapporti limitati, con il 52×14. Devo dire che quando passai dilettante, l’adattamento fu graduale, perché Massini ai ragazzi giovani permetteva di correre poco e di adattarsi ai ritmi e alle distanze. 

Da junior pensavi già al professionismo?

Ce l’avevo nella testa, anche perché ero uno che aveva sempre vinto. Nel senso che se al secondo anno da junior vinci dieci corse e fai terzo al mondiale, sai che il sogno del professionismo è possibile. Ma sapevo anche che la strada fosse parecchio lunga. La mia fortuna fu che dopo il primo anno da U23, la Mapei mi mise sotto contratto, a patto che rimanessi per tre anni nelle categorie giovanili. E infatti passai nel 1999.

Quanto era lunga la distanza che facevi in allenamento?

Per quel che mi ricordo, si parlava di un’ottantina di chilometri, 90 massimo. Anche perché, allenandomi dopo la scuola, si cominciava alle tre e mezza del pomeriggio e si tornava in tempo per studiare e poi andare a cena. Non si mangiavano cose particolari. Il petto di pollo e un po’ di pasta prima della corsa, però durante la settimana mangiavo quello che faceva mia mamma.

Per Del Cucina un buon 4° posto nella seconda tappa del Medzinárodné dni Cyklistiky (foto FCI)
Per Del Cucina un buon 4° posto nella seconda tappa del Medzinárodné dni Cyklistiky (foto FCI)
E adesso parliamo di Riccardo Del Cucina…

Bè, per cominciare, il Casano in cui corre lavora con Erica Lombardi, quindi hanno il supporto della nutrizionista anche per i giorni della settimana. Sono seguiti come se fossero già professionisti. Il loro preparatore è Pino Toni, ma Di Fresco ha detto che di me si fida e quindi gli sta bene che lo segua io. Per cui imposto le settimane e la stagione dopo aver visto il programma di gare. A quel punto passo il programma alla nutrizionista, che calibra la parte alimentare. Mi regolo molto anche guardando il momento del ragazzo.

Ad esempio?

Ultimamente è andato forte, ha vinto una tappa al Valdera e fatto quarto di tappa con la nazionale (foto sopra, ndr). All’ultimo però lo vedevo stanco, per cui gli ho detto di mollare, di divertirsi sulla bici. Di non fare lavori e di rilassarsi di testa. Infatti subito dopo è andato forte e ora sta lavorando per un bel finale di stagione e nel frattempo ha fatto anche lo stage di allenamento con la Tudor.

Il suo programma settimanale somiglia al tuo di trent’anni fa?

No, le ore sono di più e vedendo i suoi watt, bisogna dire che sono quasi gli stessi di quando ero io professionista. Lui il professionismo ce l’ha fisso in testa. Quest’anno ha smesso di andare a scuola, passando a un corso on line: ha fatto l’esame finale a Roma e ora può pensare solo alla bici. Lo scorso inverno il padre mi ha chiesto che cosa potesse fare per iniziare bene la stagione. Gli ho detto di portarlo a Calpe e di farlo lavorare per un mesetto, è finita che sono stati per due mesi. Però all’inizio di stagione volava, lui fa proprio tutto per la bicicletta. Il padre mi ha detto che per lui gli juniores sono il trampolino per il professionismo.

E tu sei d’accordo?

Potrebbe avere ragione. Può andare in una squadra come la Tudor, se lo prendono, in cui farebbe un calendario come quello dei Reverberi. Altrimenti ho idea che se finisce in una squadra di dilettanti che fa solo attività locale, rischia di non venire fuori.

Secondo Nocentini, lo stage con il Tudor Development Team potrebbe essere un ottimo step di crescita per Del Cucina
Secondo Nocentini, lo stage con il Tudor Development Team potrebbe essere un ottimo step di crescita per Del Cucina
Che corridore potrebbe diventare?

Lui è parecchio veloce. Prima faceva le volate di gruppo, però quest’anno gli ho fatto anche cambiare un po’ gli allenamenti, nel senso che ha fatto più salita. Non a caso, le due corse che ha vinto avevano entrambe l’arrivo in salita.

Torniamo al Nocentini del 1995: spingendo più sul gas, saresti stato in grado di passare professionista a 19 anni?

Penso di no, perché prima era totalmente un altro mondo. Non si era pronti per andare a fare i professionisti subito, mentre ora a 19 anni vedi arrivare Evenepoel che vola e non c’è soltanto lui. Prima era difficilissimo, magari ci potevi provare, però dopo un paio d’anni non ti vedevano più.

Quanto è lunga una sua distanza?

Saranno 120-130 chilometri. Però se l’anno dopo vai in una squadra che ti porta alla corsa a tappe con i professionisti, bisogna che un minimo ti abitui alla fatica. Perché di là se ne fa davvero tanta, questo glielo ripeto ogni giorno…

Romandia: ride solo Paula Blasi, dietro è caos fra UCI e team

16.08.2025
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Cinque squadre hanno ricevuto ieri il divieto di prendere il via al Tour de Romandie Feminin. Il motivo ufficiale, come scritto nel comunicato della corsa: “Rimozione, rifiuto o impedimento dell’installazione o rimozione di un dispositivo di localizzazione”. Dietro l’esclusione di Lidl-Trek, Visma Lease a Bike, Canyon Sram Zondacrypto, Ef Education-Oatley e Team Picnic PostNl c’è probabilmente anche altro. Qualcosa che ovviamente non viene mostrato e non passa nei comunicati dell’UCI, ma che probabilmente verrà fuori nell’azione legale che sta prendendo forma.

7 agosto: l’annuncio

Il 7 agosto l’UCI annuncia che in collaborazione con il Tour de Romandie Feminin e le squadre partecipanti, testerà un sistema di tracciamento GPS di sicurezza. L’iniziativa – si legge nel comunciato – parte degli sforzi costanti dell’UCI e di SafeR per migliorare la sicurezza degli atleti nel ciclismo su strada professionistico. Prevede che una ciclista per squadra indossi un dispositivo di tracciamento GPS.

La stessa tecnologia sarà poi utilizzata ai campionati del mondo di ciclismo su strada a Kigali, in Rwanda, dove tutti i corridori saranno dotati del dispositivo per essere collegati anche con i responsabili medici della corsa. Dopo la drammatica vicenda dello scorso anno a Zurigo, quando Muriel Furrer non fu trovata tempestivamente dopo la caduta e morì senza che si sapesse dove fosse, la risposta suona molto interessante. Il senno di poi dice che la collaborazione tanto sbandierata in realtà è un’imposizione. Vediamo perché.

Muriel Furrer, la ragazza svizzera morta ai mondiali di Zurigo 2024 per una caduta non segnalata
Muriel Furrer, la ragazza svizzera morta ai mondiali di Zurigo 2024 per una caduta non segnalata

L’alternativa dei team

Alla richiesta dell’UCI, le squadre WorldTour rispondono infatti di avere i device GPS di Velon che già utilizzano al Giro di Svizzera, al Tour de France e al Giro d’Italia. Sono gratis, funzionano e ce l’hanno tutti, perché non fare il test con quelli? L’UCI risponde di averne studiati di propri, che però non sono ancora in produzione, per cui ne hanno un numero limitato: solo poche atlete potranno esserne dotate.

E qui scatta la prima perplessità. Come può funzionare una sperimentazione che non riguarda tutte le ragazze? E se nel fosso ci finisce una che ne è sprovvista? E se il dispositivo, non collaudato, si stacca e provoca una caduta, a chi spetta di pagare i danni?

I GPS made in UCI

Quando l’UCI replica che il test riguarda i propri strumenti, le squadre accettano, ma invitano gli addetti dell’UCI a fare il montaggio in prima persona, perché ne conoscono certamente meglio le caratteristiche. La seconda obiezione riguarda la scelta dell’atleta: quale regolamento impone che debba essere la squadra a scegliere la ragazza? Perché non è stato previsto un criterio che impone di scegliere corridori entro un certo range di peso, in modo che i 63 grammi in più del GPS non impattino sul risultato? L’UCI replica che sta alle squadre scegliere il nome e che, in caso contrario, la squadra sarà squalificata.

I transponder di Velon sono già nel possesso dei team, che hanno proposto di usarli
I transponder di Velon sono già nel possesso dei team, che hanno proposto di usarli

Chi monta il device?

Continuano a parlare di grande famiglia del ciclismo e di azioni da fare in amicizia, ma la minaccia di squalifica rientra in certi canoni? Sono comunicazioni che si svolgono per lettera nei giorni che precedono la corsa svizzera, non si tratta di una discussione nata a sorpresa nell’immediata vigilia.

Nella riunione tecnica alla vigilia della prima tappa, la cronometro di ieri, si raggiunge l’accordo: sarà l’UCI a stabilire chi sarà l’atleta. Pare sia tutto scritto, nessun dubbio da parte di nessuno. Invece ieri mattina alla partenza, si verifica un altro cambio di linea. Quando le squadre arrivano al via e attendono che i Commissari UCI indichino le atlete, quelli cambiano versione e minacciano che in caso di mancata indicazione da parte dei team, scatterà la squalifica.

Cinque squadre fuori

E la squalifica scatta. Alle squadre che si rifiutano di indicare i nomi viene vietata la partenza. Invece di sanzionare la società sportiva, l’UCI se la prende con le atlete e impedisce loro di lavorare

«Nel regolamento – dice Luca Guercilena – non è previsto il fatto che io debba nominare un’atleta. Hanno dichiarato che noi non abbiamo voluto accettare il device, ma non è assolutamente vero. Noi eravamo là davanti aspettando che lo mettessero, come ci eravamo accordati. Invece il giudice ci ha detto che non saremmo potuti partire perché non avevamo nominato l’atleta».

Il comunicato ufficiale liquida così il rifiuto di far partire le 6 squadre
Il comunicato ufficiale liquida così il rifiuto di far partire le 6 squadre

Momenti di tensione

Si raggiungono momenti di tensione. Quando la prima ragazza della Ag Insurance arriva alla via della crono, il giudice applica il GPS sulla sua bicicletta. La ragazza parte, ma il device si stacca. Quando l’atleta raggiunge il traguardo, un alto dirigente dell’UCI attacca il direttore sportivo della squadra belga, dicendogli che l’ha fatto di proposito per boicottare l’iniziativa. Mentre quello cercava in tutti i modi di dirgli che il montaggio era stato fatto dal Commissario e che lui altro non aveva fatto che seguire l’atleta con l’ammiraglia.

La posizione dell’UCI

Con cinque squadre fuori dalla corsa, l’UCI emette un comunicato, condannando il rifiuto di alcune squadre di partecipare al test della tecnologia di tracciamento GPS per la sicurezza.

«L’UCI – si legge – si rammarica che alcune squadre iscritte alla lista di partenza del Tour de Romandie Féminin si siano rifiutate di conformarsi al regolamento della gara relativo all’implementazione dei localizzatori GPS come test per un nuovo sistema di sicurezza. La decisione di queste squadre è sorprendente e compromette gli sforzi della famiglia del ciclismo per garantire la sicurezza di tutti i ciclisti nel ciclismo su strada attraverso lo sviluppo di questa nuova tecnologia.

«(…) Le squadre erano tenute a designare una ciclista sulla cui bicicletta sarebbe stato installato il localizzatore GPS. Le squadre hanno ricevuto ulteriori spiegazioni durante la riunione dei Direttori Sportivi pre-evento. L’UCI si rammarica che alcune squadre si siano opposte al test non nominando una ciclista che indossasse il dispositivo di tracciamento e abbiano quindi optato per l’esclusione dal Tour de Romandie Féminin. Alla luce di questa situazione, l’UCI valuterà se siano necessarie altre misure in conformità con il Regolamento UCI».

Van den Abeele, responsabile dell’UCI, era presente ieri al Romandie a sovrintendere le operazioni
Van den Abeele, responsabile dell’UCI, era presente ieri al Romandie a sovrintendere le operazioni

La risposta dei team

Sembra che essere escluse dal Romandie sia una libera scelta delle cinque squadre, che diffondono un comunicato condiviso. «Siamo scioccati e delusi dalla decisione dell’UCI di squalificare diverse squadre, inclusa la nostra, dal Tour de Romandie Féminin. All’inizio di questa settimana, tutte le squadre interessate hanno inviato lettere formali all’UCI esprimendo sostegno alla sicurezza dei ciclisti, ma sollevando serie preoccupazioni circa l’imposizione unilaterale di un dispositivo di tracciamento GPS a un solo ciclista per squadra. Abbiamo chiarito che non avremmo selezionato noi una ciclista, né installato, rimosso o effettuato la manutenzione del dispositivo.

«L’UCI o i suoi partner erano liberi di selezionare un ciclista e installare il dispositivo sotto la propria responsabilità. Nonostante la nostra collaborazione e l’esistenza di un sistema di monitoraggio della sicurezza collaudato e collaborativo, già testato con successo in altre importanti, l’UCI ha scelto di imporre questa misura senza un chiaro consenso, minacciando la squalifica e ora escludendoci dalla gara per non aver selezionato noi stessi un corridore. Il motivo per cui non vogliono nominare un corridore è ancora sconosciuto e senza risposta.

«(…) Questa azione viola i diritti delle squadre e dei corridori, applica la misura in modo discriminatorio e contraddice l’impegno dichiarato dall’UCI al dialogo con le parti interessate. Siamo sempre in prima linea per rendere il ciclismo uno sport più sicuro, ma questo obiettivo deve essere raggiunto attraverso la collaborazione, non la coercizione».

Il Tour de Romandie sarebbe stato un importante passo di rientro per Gaia Realini
Il Tour de Romandie sarebbe stato un importante passo di rientro per Gaia Realini

Pagano gli atleti

Ancora una volta a farne le spese sono stati gli atleti. E’ abbastanza chiaro che nel nome della sicurezza l’UCI abbia trovato probabilmente una potenziale fonte di investimento nell’imposizione di device GPS di sua produzione. E’ anche abbastanza chiaro che la sicurezza e le istanze di SafeR stiano diventando uno strumento di potere al pari di quanto accedeva anni fa con l’antidoping. Si potevano multare le società, ma non colpire le atlete e gli organizzatori. Si potevano fare i test nelle Nations’ Cup Juniores e in gare minori, perché non si è fatto?

«Il Tour de Romandie – si legge nel comunicato della corsa – si rammarica dell’esito del disaccordo tra l’UCI e le squadre sulle quali non aveva alcun controllo. (…) Questi divieti di partenza alterano direttamente l’aspetto sportivo della corsa, interferendo anche con la preparazione degli eventi successivi, penalizzando le atlete delle squadre interessate, il pubblico e tutti coloro che sono coinvolti nella promozione del Tour de Romandie Féminin in tutto il mondo. E’ deplorevole e, per usare un eufemismo, dannoso che non si sia potuta trovare una soluzione positiva».

Abbiamo la sensazione che la storia non finirà qui. Ed è anche chiaro che per come è strutturata e concepita, l’UCI non rappresenti appieno tutte le sue componenti. Siamo certi che il progetto One Cycling non sia quello di cui ha bisogno oggi il professionismo di vertice? Non è la coercizione il modo per far crescere il movimento e andare incontro ad atleti e squadre su un tema importante come quello della sicurezza. Forse il sistema così com’è non funziona più bene. La crono ieri intanto l’ha vinta Paula Blasi in maglia UAE Adq, la corsa prosegue oggi con 30 atlete in meno.

Il bilancio di Lang, che lavora già al Tour de Pologne di domani

15.08.2025
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WIELICZKA (Polonia) – Terminato uno, ne ha iniziato subito un altro con in mezzo solo un giorno di apparente riposo. A ruota dell’82° Tour de Pologne maschile è scattato subito quello femminile, conclusosi ieri con la vittoria nella generale (e di due delle tre tappe) di Chiara Consonni. Per Czeslaw “Cesare” Lang questa prima metà di agosto è stata dedicata alle sue “creature” (in apertura foto Szymon Gruchalski).

Non è solo il presidente della sua società organizzatrice e il direttore della corsa, Lang è letteralmente un’icona nazionale. Quando si parla con l’ex argento olimpico di Mosca 1980 si viene travolti dalla sua passione per il ciclismo ed il suo Paese, che ha aiutato a far crescere in modo esponenziale negli ultimi decenni. E lui, di conseguenza, è acclamato dagli appassionati.

Quelli del Tour de Pologne diventano innanzitutto giorni di festa, oltre che una gara quasi sempre aperta fino in fondo. Rispetto al passato “Cesare” non pedala più prima delle tappe, ma si tiene in forma come nonno correndo appresso a Carolina, l’ultima nipotina arrivata e figlia di Agata e John Lelangue. Tuttavia fare un bilancio con lui è un passaggio irrinunciabile, perché non ha mai problemi e paure nel parlare.

Chiara Consonni ha conquistato 2 tappe e la generale del recente Tour de Pologne Women davanti a Zanetti e Schweinberger
Chiara Consonni ha conquistato 2 tappe e la generale del recente Tour de Pologne Women davanti a Zanetti e Schweinberger
E’ stato un Tour de Pologne incerto che si è deciso all’ultima tappa.

E’ stato molto interessante. La nostra gara ha questa caratteristica che va a scoprire tanti nuovi talenti. La gara resta aperta per tanti corridori che arrivano da noi con una bella condizione. Le grandi corse a tappe sono dedicate principalmente agli scalatori con squadre che lavorano solo per loro. Da noi invece c’è più libertà, ogni formazione ha più di una soluzione, più di un leader. E si finisce per lavorare per chi sta meglio nelle tappe finali. Grandi corridori come Kwiatkowski, Majka, Vingegaard, Almeida, Sagan, Evenepoel sono passati da noi che non erano ancora i campioni che sono poi diventati.

Bisogna essere bravi quindi a prevedere un certo tipo di corsa?

Avete visto che quest’anno abbiamo disegnato un percorso abbastanza duro in quasi tutte le tappe. Questo è dovuto anche al livello dei corridori che è molto alto. Pertanto devi inserire una cronometro individuale all’ultima tappa per definire la classifica. Però mi ha colpito in particolare un altro aspetto.

Quale?

La cosa che mi è piaciuta di più di questo Tour de Pologne è stato vedere ancora più pubblico sulle strade e nelle piazze di partenza o arrivo. Il doppio rispetto alle ultime edizioni. Al traguardo di Zakopane ad esempio c’è stata davvero tantissima affluenza. Si vede che in Polonia il ciclismo sta crescendo sempre di più.

Quanto di tutto questo è merito di Czeslaw “Cesare” Lang?

Non saprei (sorride, ndr). Quando negli anni ‘80 sono passato pro’ in Italia, qua in Polonia correvano solo contadini che portavano il latte sulla canna della bici per venderlo. Quando ho smesso di correre, sono stato il primo a portare la Mtb nel mio Paese aprendo un negozio in cui vendevo le bici di Ernesto Colnago. Nessuno conosceva quel tipo di bici, ma si sono subito appassionati e hanno iniziato a partecipare a gare di Mtb.

Czeslaw Lang abbraccia Rafal Majka che ha disputato il suo ultimo Tour de Pologne. L’atleta della UAE si ritirerà a fine stagione
Czeslaw Lang abbraccia Rafal Majka che ha disputato il suo ultimo Tour de Pologne. L’atleta della UAE si ritirerà a fine stagione
Senti di essere stato un riferimento anche a livello organizzativo?

Alcuni hanno preso spunto da me per organizzarle e si è creata una bella rete di eventi e organizzatori. Il ciclismo cresce se si fanno gare, anche le più piccole. Penso che questo ora sia un po’ il problema in Italia. Da dilettante ricordo che da voi c’era una corsa in ogni paese per qualsiasi categoria. Adesso le regole per gli organizzatori sono più dure e rigide: farle è un rischio, quindi nessuno vuole impegnarsi più. Una nazione come l’Italia che ama il ciclismo, credo che in generale stia iniziando a soffrire più del dovuto questa situazione di mancanza di gare. E’ come la mancanza di teatro per gli attori, ad iniziare da piccoli per far crescere altri.

Anche il Tour de Pologne Women ci è sembrato che sia cresciuto tanto già rispetto all’anno scorso?

Assolutamente sì. Ci siamo concessi solo un giorno di pausa per i trasferimenti tra la fine della gara maschile e l’inizio della femminile. Tutta la scenografia che si è vista per gli uomini l’abbiamo allestita anche per le donne. Abbiamo avuto due ore di diretta su Eurosport e su un altro canale sportivo polacco. Non poco, senza contare il buon livello qualitativo dei team al via. Quest’anno è stato senza dubbio un grosso sforzo fare i due Tour de Pologne attaccati, però così facendo abbiamo già avuto la conferma della crescita della corsa femminile.

Negli ultimi giorni è stato vostro ospite Francesco Moser. Rivedremo a breve le montagne trentine al Tour de Pologne come nelle prime due frazioni del 2013?

Fra tre anni faremo il centenario della nostra gara, nata appunto nel 1928. Fra tre anni però sarà anche anno olimpico e ne stiamo già parlando anche con la regione Trentino. Sapete che la promozione del territorio attraverso lo sport è molto valida. Prima di fare quelle due tappe dodici anni fa, i turisti polacchi erano al decimo posto in Trentino, ma solo dall’anno successivo i nostri viaggiatori avevano scalato moltissime posizioni. Ora il turismo polacco conosce bene Madonna di Campiglio o Lago di Garda e quei posti sono pieni di nostri connazionali. Conviene a tutti…

Cosa intendi?

Non solo alla regione, ma anche a noi organizzatori che porteremmo così nel disegno della corsa quelle montagne mitiche che in Polonia non abbiamo per la diversa morfologia del territorio. Daremmo qualcosa in più. Le grandi montagne che tutti si aspettano in una gara importante.

Sappiamo che sei sempre stato attento e meticoloso nello scegliere i percorsi delle tappe. Per l’anno prossimo hai già un’idea del tracciato?

Abbiamo l’intenzione di partire dal Mar Baltico, dobbiamo capire se Danzica o Gdynia (ultime apparizioni rispettivamente nel 2014 e 2004). Poi ad esempio ho visto che attorno a Bukowina c’è la possibilità di fare un circuito nuovo di una ventina di chilometri da ripetere 7/8 volte, con un arrivo inedito, quasi da campionato del mondo. Ho già visto le strade e ho tutto in testa. Aspetto ora le richieste delle città che vogliono essere sedi del Pologne poi vedremo. Abbiamo tanto da fare. Mentre gli altri riposeranno, io inizierò a girare per il Paese e trovare il nuovo percorso.

Jordan Jegat, un gioiello scoperto all’ultimo Tour

15.08.2025
5 min
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Quanto può valere un 10° posto al Tour de France? Molto, se sei francese e soprattutto se militi in una delle poche squadre professional invitate alla Grande Boucle per smuovere le acque. La top 10 di Jordan Jegat, il transalpino della TotalEnergies è stata una delle grandi sorprese dell’edizione di quest’anno e unita a quella di Vauquelin e all’unica vittoria di tappa conquistata da Valentin Paret-Peintre è stata un raggio di sole per il ciclismo francese, che dopo l’addio di Bardet fatica a trovare nuovi validi esponenti per le grandi corse a tappe.

Per molti Jegat è un oggetto misterioso. 26 anni, da Vannes, è arrivato a emergere al Tour senza grandi squilli: «Ho iniziato a pedalare sin da quand’ero piccolo perché mio padre faceva triathlon e da allora ho sempre voluto fare della mia passione un lavoro, perché mi dava gioia. Sono diventato professionista nella continental grazie al passaggio di livello della mia squadra dilettantistica, la CIC U Nantes Atlantique nel 2022 approdando alla TotalEnergies lo scorso anno».

Jegat ha costruito la sua classifica sulla costanza di rendimento, finendo nei primi 10 solo in due tappe
Jegat ha costruito la sua classifica sulla costanza di rendimento, finendo nei primi 10 solo in due tappe
Hai sempre corso su strada o come tanti altri francesi sei passato prima dall’offroad?

No, ho fatto solo corse su strada. Ho provato un po’ il ciclocross, ma solo per divertimento; a dir la verità non ero il massimo… No, mi sono subito concentrato sulla strada, crescendo anno dopo anno.

Prima del Tour de France avevi un palmarès più da corridore di corse in linea, ti sentivi più adatto alle gare d’un giorno?

No, sinceramente io ho sempre preferito le corse a tappe. Soprattutto quelle di media durata, come la Parigi-Nizza e il Giro dei Paesi Baschi. Mi sono sempre piaciute e volevo continuare a migliorare in particolare nelle corse brevi, perché ho sempre trovato una certa attitudine. Certamente la prestazione complessiva al Tour, una corsa così lunga e difficile, ha sorpreso anche me.

Prima del Tour il miglior piazzamento di Jegat in una corsa a tappe era stato il 6° posto al Tour de Kyushu 2024
Prima del Tour il miglior piazzamento di Jegat in una corsa a tappe era stato il 6° posto al Tour de Kyushu 2024
Alla top 10 del Tour ci credevi e come ci sei arrivato?

Devo dire grazie ai miei compagni che sono stati fantastici. All’inizio pensavo che un buon piazzamento, fra i primi 20, fosse possibile, e che magari essere tra i primi 15 sarebbe stato davvero qualcosa di grandioso per le nostre possibilità. Poi i risultati sono arrivati giorno dopo giorno. Sono salito in classifica tenendo il passo dei più forti mentre man mano vedevo avversari che cedevano. E alla fine mi sono ritrovato in una posizione completamente inaspettata, che ridefinisce tutte le mie prospettive.

Quanto è stato importante l’apporto del team?

Tantissimo, ma non solo nelle tre settimane del Tour. La squadra mi ha aiutato molto nella preparazione. Siamo andati in ritiro in Sierra Nevada a maggio, poi ho potuto partecipare al Delfinato senza specifiche richieste di risultato. Avevo chiuso 14° e lì abbiamo pensato che provare a far classifica, senza fare voli pindarici, sarebbe stato un buon obiettivo per il Tour. La squadra mi ha messo nella migliore condizione mentale possibile per l’allenamento, ho anche potuto scegliere il mio programma di gare prima del Tour de France.

I francesi si sono pian piano affezionati a lui, partito quasi come un partecipante sconosciuto ai più
I francesi si sono pian piano affezionati a lui, partito quasi come un partecipante sconosciuto ai più
Qual è stato l’impatto del tuo risultato, come di quello di Vauquelin, sui media francesi?

Enorme, sinceramente non pensavo di ricevere tutte queste attenzioni. Si è scatenato tanto clamore attorno a questo risultato, ancora oggi ricevo congratulazioni ogni giorno per il Tour de France. E’ davvero pazzesco, ma devo dire che anche nel team il mio piazzamento è stato festeggiato come se fosse stata una vittoria. La TotalEnergies è una squadra che pratica ciclismo da tanti anni e mi hanno detto che ne sono passati 10 dall’ultima volta che il team ha raggiunto un simile livello al Tour. Quindi è fantastico.

Dopo però non ti sei fermato e hai corso al Tour de l’Ain finendo 6°. Si è avuta la sensazione di un Jegat nuovo, molto più sicuro delle sue possibilità anche per lottare per la vittoria finale, è così?

Sì, è vero. Alla partenza il mio obiettivo era vincere e sapevo anche di essere in buona forma. A volte partecipi alle gare, ma non sai realmente qual è la tua forma fisica. Io sapevo di essere in buona forma dopo il Tour, quindi ero fiducioso perché sentivo che la mia condizione, dopo quelle tre settimane faticose ma anche importanti per la crescita della forma, era la migliore da tanto tempo a questa parte. E alla fine il risultato è stato comunque positivo. Tra quelli con il Tour nelle gambe sono stato il migliore.

L’Italia gli ha spesso portato bene. Qui ottiene il 3° posto al Giro di Toscana ’24, vinto da Zwiehoff
L’Italia gli ha spesso portato bene. Qui ottiene il 3° posto al Giro di Toscana ’24, vinto da Zwiehoff
Ora che cosa ti aspetta, ti vedremo a mondiali ed europei?

Spero molto di esserci, al campionato del mondo. La squadra si deciderà a inizio settembre e per questo spero di fare bene nelle gare italiane di quel periodo, in modo da convincere il selezionatore a darmi una chance per essere utile alla causa nazionale.

Tu hai il contratto con la TotalEnergies anche per l’anno prossimo, poi pensi al gran salto nel WorldTour e per avere quale ruolo?

E’ una bella domanda. E’ vero che sono ancora sotto contratto l’anno prossimo e quindi non è un problema che mi pongo ora. Poi per il 2027 vedremo in base alle offerte ma anche alla mia crescita. Non nascondo che mi piacerebbe potermi confrontare in altri grandi giri che non siano il Tour, come la Vuelta o il Giro. Arrivare decimo al Tour ti fa venire voglia di fare meglio. E perché non farlo in un altro grande giro? Ma d’altro canto penso anche che mi trovo molto bene nella squadra, quindi potrei anche rimanere. Dipende dalle richieste che arriveranno.