KIGALI (Rwanda) – Eleonora Ciabocco arriva nella zona mista e non toglie gli occhiali. Ha pianto e avrebbe voglia di farlo ancora. Non come si piange quando hai perso un giocattolo, ma per la rabbia di aver visto sfumare una medaglia che era alla sua portata. Da sola contro le altre. Messa in mezzo dalle due francesi. Eppure fredda al punto di aspettare e giocarsi la medaglia nel finale. La frase più bella la dirà quando avrà raggiunto Marco Velo sotto al box vuoto dell’Italia.
«Pensavo di aver vinto la volata – ha detto la marchigiana, grande protagonista al Tour de l’Avenir – un metro dopo l’altro e invece l’ho vista spuntare. Sarei una bugiarda se dicessi che non mi girano le scatole. Se non mi muovevo io, il podio era bello che andato. Invece mi sono mossa, ho rischiato ed è andata male. Cavoli se mi girano le scatole…».
Non sono le scatole, ma non sta bene scrivere sempre tutto. Soprattutto a capo di una corsa che ha visto la sola azzurra in gara scaltra e protagonista. E’ anche riuscita a rientrare dopo un passaggio a vuoto e ha fatto quello che si era detta con Marco Velo prima della partenza: «Oggi per fare bene, bisogna rischiare. Oppure ce la giochiamo in volata».
Vittoria a una francese: Celia Gery ha approfittato del lavoro di Bunel nel finale. Sul podio Blasi e KladonovaPaula Blasi invece ha approfittato dello scatto di Ciabocco e l’ha saltata, prendendo il bronzoVittoria a una francese: Celia Gery ha approfittato del lavoro di Bunel nel finale. Sul podio Blasi e KladonovaPaula Blasi invece ha approfittato dello scatto di Ciabocco e l’ha saltata, prendendo il bronzo
Bunel nel mirino
Parla Eleonora e racconta. L’avevamo intercettata al mattino, piena di ottimismo e voglia di menare le mani. Per andare a scaldarsi, era uscita dall’area recintata e un militare non voleva farla rientrare. Nonostante avesse il numero e il chip sulla bici, non aveva preso il pass. Glielo ha dovuto mandare Velo con whatsapp, altrimenti la corsa sarebbe partita e lei sarebbe ancora là cercando di spiegare il suo diritto di passare.
«Ho pianto perché mi dispiace – spiega l’atleta del Team PicNic PostNL – perché si stava mettendo nel modo giusto. All’inizio non mi sentivo benissimo, poi quando la gara è diventata più dura, ho iniziato a stare meglio. Ho visto la Ferguson saltare abbastanza presto, nonostante pensassi che fosse imbattibile. Penso che un podio me lo sarei meritato. Negli ultimi metri sono andata a tutta, sapevo che era un rischio, ma l’ho voluto prendere perché ho visto il podio vicino. Se ci avessi pensato, non avremmo ripreso la Bunel. Ci siamo riuscite solo alla fine. Mi rompe perché ogni volta sembra che la ruota giri solo per le altre e non per me. Tutti dicono che ci saranno altre occasioni, ma a me questa cosa inizia a dare sui nervi».
Lacrime di delusione e profonda rabbia per Ciabocco dopo la volataIl cittì Velo e la sua sola atleta U23 a Kigali: una medaglia ci stava tuttaLacrime di delusione e profonda rabbia per Ciabocco dopo la volataIl cittì Velo e la sua sola atleta U23 a Kigali: una medaglia ci stava tutta
Il quarto posto brucia
Uno scricciolo di nervi e muscoli, con lo stesso accento di quel Pellizzari che alla fine ha dovuto fare forfait, sostituito però da Garofoli da cui lo divide il confine provinciale: uno di Macerata, l’altro di Ancona. La presenza di una donna U23 al mondiale suona come uno sforzo economico della Federazione e insieme (forse) come una beffa. Magari nessuna sarebbe arrivata in finale con Ciabocco, ma ne siamo sicuri?
«Se sai correre – dice – riesci a muoverti anche da sola. Anzi, proprio per questo, quando c’erano degli attacchi, dicevo che non potevo tirare un metro. Ieri ho chiesto a tutte le elite quello che avrei potuto fare e come. Però mi dispiace, perché prima ho fatto un grande sforzo per rientrare quando avevo perso qualche metro sullo strappo. E poi perdere così è proprio brutto. Perché ho fatto la volata da seduta e Paula Blasi in piedi? Non è che non avessi le gambe. Lei mi è rimasta a ruota e io invece sono andata semplicemente a tutta. Lei ha fatto bene, ma nessuno ha voluto muoversi. E mi sono detta: meglio che proviamo a prendere la Bunel, piuttosto che non fare nulla. Sono andata benissimo, non posso lamentarmi, ho fatto una bella stagione. Però penso che il quarto posto sia il peggior piazzamento che uno possa fare».
Sembrerà una frase fatta, ma la sostanza è tanta e la grande occasione arriverà. Ciabocco si asciuga, infila una maglietta pulita e all’albergo ci torna in bicicletta. Avrà tutto il tempo di rivedere la volata e sbollire la rabbia e la delusione. Nonostante qualcuno dica che gli italiani perdono le corse ma non il sorriso, oggi abbiamo visto un’atleta nata per lasciare il segno. La ruota gira ed è bello che lei per prima sia stufa di sentirselo dire.
Dopo il crescente successo delle ultime due edizioni, c'è curiosità per il prossimo Giro Donne. Però di ufficiale si sa poco e le squadre vogliono sapere
KIGALI (Rwanda) – Gli giriamo l’osservazione fatta ieri da Ciccone parlando della crono di domenica. Cioè che guardando il sorpasso di Evenepoel, Giulio ha immaginato il nervosismo e la voglia di rifarsi che potrebbe aver scatenato in Pogacar. Tadej ascolta e annuisce.
«Probabilmente – dice – Remco voleva vendicarsi per il Tour de France, quando è stato raggiunto da Jonas (Vingegaard, ndr) nella crono in salita. Quindi penso che sia stato un bene per lui. Penso che fosse arrabbiato per una cosa, un momento negativo di quest’anno. E allora forse domenica potrà essere il mio turno di arrabbiarmi e mettere da parte quella giornata. Magari non è stata così negativa, ma sento il bisogno di mettere da parte la brutta sensazione di quando qualcuno ti raggiunge».
Il guanto di sfida è lanciato. Sarà un corpo a corpo, pur con la presenza di altri sparring intorno a loro. Resta da vedere se la condizione di Evenepoel potrà reggere l’urto dello sloveno in una corsa così lunga.
Aveva ragione Ciccone: Pogacar non vede l’ora di far ingoiare questo sorpasso a Evenepoel (immagini TV)Aveva ragione Ciccone: Pogacar non vede l’ora di far ingoiare questo sorpasso a Evenepoel (immagini TV)
Passaggio in Africa
Per raggiungere l’hotel della Slovenia, che poi è anche quello dell’Italia, siamo passati effettivamente in Africa. Tutto quello che avevamo visto finora nel media center e lungo il percorso è la versione della domenica. Ma fuori di lì, Kigali ha anche una faccia polverosa e disordinata eppure piena di colori, bellissime ragazze, madri stanche e sguardi scintillanti di bambini. Lasciata l’auto al media center, siamo saliti su una moto-taxi. Ti danno il casco e lo infili senza pensare a quante teste ha protetto. Fornisci l’indirizzo e semmai Google Maps. E per tremila franchi, meno di due euro, ti portano dovunque in modo ben più rapido. Solo che con le strade chiuse per la corsa, i percorsi alternativi mostrano un’altra sfumatura della città.
Pogacar non si è rasato e ha un timido accenno di baffi. Da tempo ha perso lo stupore di quando, ragazzino, si affacciava nel mondo dei grandi. Adesso parla da campione del mondo. Scherza dicendo che l’ultimo allenamento con la maglia iridata l’ha fatto martedì, ma non è certo che non possa accadere di nuovo la prossima. Le domande lo rincorrono, lui risponde a bassa voce. Uros Murn, il commissario tecnico della Slovenia, è seduto accanto e parla per monosillabi. Dice che sono qui tutti per Tadej, ma che Roglic farà un lavoro importante nel finale. Poi il microfono passa al campione.
La gente di Kigali ha accolto i mondiali con notevole entusiasmo: soprattutto i bambiniLa gente di Kigali ha accolto i mondiali con notevole entusiasmo: soprattutto i bambini
Ti consideri il favorito assoluto per domenica prossima, dopo quello che è successo nella crono?
Penso che domenica scorsa sia un po’ diversa da quella che si avvicina. Ovviamente sono venuto qui per la corsa su strada, quindi le aspettative sono alte. Mi aspetto molto dalle mie gambe e anche il risultato dovrebbe essere il migliore possibile. Abbiamo una squadra forte, dovremmo essere considerati tra i migliori in gara.
Ti abbiamo visto duellare con improvvisati tifosi su biciclette pesantissime…
Credo di aver perso qualche sfida. Durante le uscite di scarico, mi hanno sempre battuto. Ma anche quando ho fatto qualche allenamento serio, li ho trovati davvero forti. Mi sono abituato all’ambiente e a tutto il resto. Inizio a divertirmi davvero in bici e penso di aver ricevuto una spinta dall’arrivo dei compagni di squadra. Questo mi dà un’ulteriore carica di energia e motivazione e non vediamo l’ora che arrivi domenica.
Puoi parlare di questo? Il percorso in sé e poi l’altitudine e la qualità dell’aria. E poi cosa ne pensi dell’atmosfera in Rwanda e dei tifosi che hai visto lungo le strade?
Prima di tutto, l’altitudine. Molti la sottovalutano troppo perché non sono 1.800 o 2.000 metri, ma appena 1.500. Però in realtà si percepisce, quindi sono contento di essere arrivato qui in anticipo per stare bene nella gara su strada. L’atmosfera è già fantastica. Quando abbiamo fatto qualche giro sul circuito, era già pieno di gente. Era come in gara. Quanto al posto, è ottimo per allenarsi. Non ci sono molte opzioni, ma le strade sono ottime. Martedì o mercoledì ho fatto uno degli allenamenti più belli di quest’anno. Mi sono divertito molto. Certo il tempo è un po’ diverso rispetto a casa. E’ un po’ strano, fa caldo, ma non è sempre umido. E’ un meteo complicato, almeno in bici. Qui in città ad esempio la qualità dell’aria non è delle migliori. Ma quando ci siamo allontanati, la qualità dell’aria era piuttosto buona e la differenza l’ho sentita.
Nell’incontro di oggi con i media, si è visto un Pogacar molto sicuro: se dubbi c’erano, nessuno li ha notatiNell’incontro di oggi con i media, si è visto un Pogacar molto sicuro: se dubbi c’erano, nessuno li ha notati
Questo essere così atteso e sentire di voler vincere può portarti a esagerare? Potrebbe essere un rischio?
Può succedere. Quando corri così tanto e corri sempre per la vittoria e hai molti occhi puntati addosso, puoi commettere degli errori. Devi provare anche cose diverse e non puoi correre sempre allo stesso modo.
Ti pesa questo essere al centro del mirino. Chi ti conosce meglio parla di un Tadej nel privato e di un Tadej che si trasforma quando scende in gara.
Direi che più della metà del gruppo è fatta così. Voglio dire, è quello che dobbiamo fare. Nelle gare devi essere determinato, l’adrenalina è alle stelle e per forza sei diverso dal solito te stesso. E’ così anche per me. Fuori dal ciclismo sono un ragazzo normale, normalissimo. E poi in bici faccio quello che meglio mi riesce.
Quale pensi sia la parte di percorso che più ti di addice? E secondo te il muro finale in pavé si può paragonare al Qwaremont rispetto al Fiandre?
Personalmente, credo che sulla carta la parte migliore per me sia la salita più lunga di Mount Kigali. Le due salite successive sono brevi. L’unico problema è che la distanza da Mount Kigali fino al traguardo è piuttosto lunga. Invece non credo che il tratto finale in pavé ricordi un muro delle Fiandre, sono pietre completamente diverse. In Belgio la strada è come una gobba, qui i sassi sporgono e sono a volte più sporgenti e a volte appuntiti. Per fortuna si fanno in salita e non sono pericolosi, la rendono solo più difficile.
Pogacar si è visto più di una volta sul circuito in allenamento. Qui con la compagna UrskaPogacar si è visto più di una volta sul circuito in allenamento. Qui con la compagna Urska
Dici che c’è la possibilità di attaccare su Mount Kigali?
C’è sempre la possibilità di attaccare ovunque tu voglia, se hai le gambe. Solo è un peccato che lo abbiano messo così presto nel circuito. Sarebbe stato molto più divertente o meno doloroso se fosse più avanti o il prima possibile. Invece è proprio a metà, poco dopo metà gara e sicuramente alcuni penseranno di essere abbastanza vicini da arrivare al traguardo.
Così parlò quello che l’anno scorso attaccò a 100 chilometri dal traguardo…
Sì, ma non puoi farlo ogni volta. Avevo Jan (Tratnik, ndr) davanti nel gruppo di testa, che era di circa 20 corridori. Ho trovato un riparo fra loro e poi ho avuto la forza per fare ancora due giri da solo. Non sono stato solo per tutto il tempo, ho sempre avuto qualche piccolo aiuto, che però non ha reso l’impresa più facile.
Hai un’idea di quali saranno i principali contendenti?
Molti saranno impazienti di attaccare da lontano, altri guarderanno me. Penso a Remco, abbiamo visto che nella cronometro volava e penso che sia in buona forma anche per domenica. Poi ho i miei compagni di squadra della UAE Emirates, anche Del Toro vola (i due sono insieme nella foto di apertura, ndr). Poi c’è Pidcock che è uscito bene dalla Vuelta. Però in realtà penso che non dovremmo preoccuparci troppo degli avversari, ma concentrarci sulla nostra gara, perché sarà lunga e difficile. Dovrò risparmiare energie, non solo guardare i miei rivali. Dovremo essere intelligenti sotto ogni aspetto.
Proprio Remco ha detto che il circuito di qui gli ricorda quello di Wollongong, dove ha vinto…
Non è affatto simile, questo è molto più divertente (lo dice con un sorrisino tutto da decifrare, ndr). E’ dieci volte migliore di quello australiano. Senza offesa per gli australiani che lo hanno disegnato, ma non era un buon circuito oppure non faceva per me. So che la gara di domenica sarà molto diversa.
La fuga di Zurigo 2024. Dopo aver trovato Tratnik, Pogacar ebbe collaborazione da Sivakov e poi fece due giri da soloLa fuga di Zurigo 2024. Dopo aver trovato Tratnik, Pogacar ebbe collaborazione da Sivakov e poi fece due giri da solo
Diresti invece che si tratta del circuito più duro degli ultimi anni?
Non lo so, vedremo domenica. Sicuramente sulla carta è la gara più dura, ma il circuito in sé non è poi così difficile. Ci sono due salite principali che non sono lunghissime, ma sono piuttosto ripide e una ha il pavé. Il resto del circuito è veloce in discesa, con un po’ di terreno ondulato. Si può dire che il dislivello si ottenga gratis in questo circuito. Poi aggiungi Mount Kigali nel mezzo, che lo renderà ancora più difficile. Diciamo che è il percorso con più salite degli ultimi anni.
L’Africa, l’altura, il sole… Senti dentro di te l’emozione di far parte di un mondiale mai visto prima?
Già sono stati diversi i preparativi, a partire dai vaccini. Un viaggio lungo, l’ambiente diverso a livello di altitudine e di aspetto. I dintorni sono totalmente diversi dall’Europa. Ma è una bella novità. Penso che sia davvero bello essere venuti anche in Africa. E’ stato più difficile da organizzare per le nazionali, ma direi che per ora sta andando tutto bene.
Quando Pogacar si concede agli sloveni nella lingua madre, mancano venti chilometri all’arrivo delle ragazze U23. Un’altra moto, un altro casco e sfrecciamo verso l’arrivo. La Ciabocco è rientrata nel gruppo di testa. Sarà un po’ uno sbattimento, ma questo mondiale africano inizia a proprio a piacerci.
Il 6° posto di domenica al Grand Prix d’Isbergues, classica del calendario francese, ripropone alla ribalta Luca Mozzato del quale si erano un po’ perse le tracce dopo il Giro d’Italia. Per il ventisettenne di Arzignano non è un’annata facile, certamente diversa da quella dello scorso anno che l’aveva visto protagonista al punto da mettere la sua firma – e in maniera decisa – sulle classiche belghe con la vittoria a Koksijde e soprattutto la piazza d’onore al Giro delle Fiandre.
D’altronde il veneto sa che ci sono annate che vanno un po’ così e il segreto è cercare di prendere tutto il positivo che si può. Anche un piazzamento può avere in questi casi un valore maggiore, soprattutto se, come nel suo caso, è segnale di ripresa. E quel risultato gli consente anche di prendere con filosofia i piccoli ostacoli quotidiani, nell’occasione una giornata di allenamento sotto la pioggia.
Mozzato, qui al Tour Poitou Charentes, sta ritrovando il colpo di pedale. Domenica 6° a IsberguesMozzato, qui al Tour Poitou Charentes, sta ritrovando il colpo di pedale. Domenica 6° a Isbergues
«Si va avanti nonostante tutto – racconta ridendo appena finita la seduta – anche la pioggia. In questa parte di stagione sta andando non alla grandissima, ma almeno qualche soddisfazione in più ce la siamo tolta. Diciamo che in gara mi muovo meglio, anche nel gruppo, ho ritrovato la voglia».
Che cosa era successo, che ti ha portato a vedere le corse in maniera un po’ diversa?
Penso che sia tutto collegato alla condizione, al fatto di stare bene. Finalmente da un paio di mesi a questa parte mi sento meglio anche sulla bici. Perché a inizio anno ho avuto qualche problema e non ho reso come speravo. Mi è pesato molto perché avevo fatto un bellissimo inverno, forse il migliore da quando corro. Ma quando ho cominciato a correre in Belgio sono andato per terra in una delle prime gare dopo l’altura e mi sono fatto male a un ginocchio.
Un infortunio grave?
Non proprio, però me lo sono portato dietro una decina di giorni, e nel momento clou delle classiche per un corridore come me è un ostacolo importante. Ho provato a stringere i denti e vedere cosa si riusciva a fare, ma il dolore al ginocchio è diventata un’infezione. Così la prima parte di stagione è stata completamente da buttare perché non riuscivo a esprimermi come volevo e abbiamo provato comunque a essere presenti nelle corse, ma non riuscivo a rendere e mi buttavo sempre più giù, era diventato un circolo vizioso.
Il corridore di Arzignano ai campionati italiani, vissuti insieme a Giosuè Epis, ma conclusi con un ritiroIl corridore di Arzignano ai campionati italiani, vissuti insieme a Giosuè Epis, ma conclusi con un ritiro
Quando c’è stata l’inversione di tendenza?
Mi sono fermato d’accordo con la squadra e abbiamo analizzato la situazione. Si è deciso di cambiare programmi e andare al Giro. Le cose hanno cominciato a funzionare anche se nella corsa rosa non sono arrivati risultati eccellenti. Ma comunque ero presente. Dopo il campionato italiano abbiamo voltato pagina e in questa seconda parte di stagione mi riconosco un po’ di più.
In questa stagione così difficile, quale reputi sia stata la tua gara migliore fino adesso?
Probabilmente il Giro di Vallonia. Quando sono sceso da Livigno ho visto che la condizione era in crescita, mi sono piazzato un paio di volte, sono tornato ad essere competitivo quasi tutti i giorni. E’ stato importante il secondo giorno, arrivavo da una prima parte di stagione abbastanza difficile, quindi la squadra ha deciso di fare la corsa per degli altri corridori. La punta era Rouland che ha fatto terzo, io ho chiuso comunque quinto e ho capito avrei potuto comunque giocarmi le mie carte. Negli altri giorni di gara sono sempre stato nel vivo della corsa e ho capito che qualcosa era cambiato, che potevo guardare al futuro con più ottimismo. La tappa era stata abbastanza impegnativa e vincere la volata del gruppo è stato quel segno che aspettavo.
Un Giro d’Italia senza squilli il suo, con una sola top 10 a NapoliUn Giro d’Italia senza squilli il suo, con una sola top 10 a Napoli
Mi hanno cercato abbastanza presto. A me è sembrato fin da subito un progetto che sembra crescere bene, velocemente e con grandissima attenzione per i prossimi anni. Ci siamo trovati in sintonia e pur avendo quest’annata un po’ storta, loro hanno deciso di darmi fiducia e quindi io spero di poterli ripagare.
Tu sei all’Arkea, una squadra WorldTour mentre la Tudor, almeno ufficialmente è ancora una professional. E’ un passo indietro?
Io direi di no, anzi il contrario. Poi al momento io posso parlare solo per sentito dire o per quello che vedo da fuori, ma sembra che tutta la struttura che gira intorno alla squadra, fra organizzazione, performance, materiali, sia veramente eccezionale e c’è tutto per continuare a crescere.
Le classiche belghe sono state il punto più basso per Mozzato, a causa del problema al ginocchioLe classiche belghe sono state il punto più basso per Mozzato, a causa del problema al ginocchio
Ti hanno già indicato quali potrebbero essere i tuoi ruoli, le tue fiches da giocare nel team?
No, al momento penso sia ancora presto, si vedrà al primo ritiro, nelle riunioni dove si avranno delle bozze di calendario e un’idea un po’ di come andrà la stagione. L’idea è quella di continuare a fare risultati e non voglio dire nelle corse di seconda fascia. Capiterà di avere sia l’occasione personale che di dover dare una mano.
Sei quindi in chiusura con il tuo team. Dovendo fare un primo consuntivo che cosa provi?
Questi sono stati tre anni che in generale sono stati parecchio soddisfacenti e anche belli da passare. Io sono arrivato in Arkea in maniera un po’ rocambolesca attraverso la chiusura della B&B e per questo posso solo ringraziarli perché mi han dato la possibilità di competere nella massima serie, di fare le più belle corse. Penso di averli ripagati col massimo impegno sempre, ma anche con dei bei risultati.
«Stiamo cercando di integrare un po’ di più le cronometro nella nostra classifica generale per il prossimo anno», sono le parole di Thymen Arensman dopo la crono iridata di domenica scorsa, quando l’olandese ha chiuso con un più che buono nono posto.
Arensman è un classe 1999, di dicembre, deve perciò ancora compiere 26 anni. Noi italiani lo abbiamo visto già quattro volte al Giro d’Italia e soprattutto quest’anno ha colpito per i due successi al Tour de France. Fatto questo quadro, abbiamo voluto chiedere a Dario David Cioni, tecnico della Ineos Grenadiers, con cui corre Arensman, se davvero Thymen potrà essere un uomo su cui puntare per la generale dei Grandi Giri, tanto più che la squadra britannica sta vivendo una fase di rinnovamento e non ci sono al momento i Froome o i Wiggins di un tempo. E neanche più Pidcock.
Dario David Cioni (classe 1974) è diesse e responsabile della performance della Ineos GrenadiersDario David Cioni (classe 1974) è diesse e responsabile della performance della Ineos Grenadiers
Dario, dunque, partiamo dalla crono iridata in Rwanda. Ti aspettavi una prestazione simile?
Alla fine Tymen ha fatto una buona prova, però va detto anche che lui a crono è sempre andato bene. Anche lo scorso anno, se ben ricordo, chiuse le prove contro il tempo del Giro sempre nei primi cinque (quarto e terzo, ndr). E poi c’è da dire anche un’altra cosa.
Cosa?
Che in Rwanda tolti i primi 5-6 specialisti, la qualità scemava. Per me ai prossimi Europei il livello sarà più alto. E poi era anche una crono adatta a lui, ad un uomo da classifica, essendo così dura. Se andiamo a vedere solo Remco Evenepoel ha abbattuto il muro dei 49 di media. Gli altri sono rimasti tutti sotto o molto sotto, segno che era una crono lenta. Mentre oggi si fanno tutte sui 53-54 all’ora.
Parliamo della sua stagione. Spiccano senza dubbio le due tappe al Tour de France…
Il suo obiettivo era quello di fare classifica al Giro e non è andato bene. Tuttavia il lavoro fatto nella corsa rosa ha gettato una buona base per il Tour, dove non solo ha vinto due tappe, ma una di queste l’ha conquistata dal drappello dei migliori e non con una fuga da lontano. E poi ha ottenuto anche altri piazzamenti come sul Mont Ventoux e il secondo posto a Mont-Dore Puy de Sancy. Se al Giro ha reso meno, di certo in Francia è andato oltre le aspettative.
Thymen Arensman impegnato nella crono iridata, chiusa al 9° posto a 3’39” da EvenepoelThymen Arensman impegnato nella crono iridata, chiusa al 9° posto a 3’39” da Evenepoel
Come abbiamo scritto all’inizio, Arensman vorrebbe fare bene nelle classifiche generali. Secondo te possono essere nelle sue corde?
Vediamo le decisioni che prenderemo. Lui è un giovane e quando ha provato a far classifica non ha centrato del tutto l’obiettivo, mentre ha mostrato di più quando si è trattato di puntare alle tappe dei Grandi Giri.
Quindi è la squadra che decide o si tiene in considerazione la volontà dell’atleta?
Sicuramente in passato, anche con lui, ci è piaciuto fare classifica, ma poi vanno combinati gli obiettivi della squadra e quelli dell’atleta e quando è possibile si allineano.
Magari questo però è stato l’anno della maturazione. Come lo si capisce?
Lo capisci quando succede… direi che è difficile prevederlo. Ognuno ha percorsi diversi. Diciamo che dagli errori s’impara e dai successi inaspettati si prende spunto. In generale possiamo dire che Arensman i numeri ce li ha, altrimenti non vinci stando con il gruppetto dei migliori.
L’olandese è uno scalatore atipico: è alto 1,90 m per 68 kg. Eccolo alzare le braccia a Superbagnères, primo dei suoi due successi all’ultimo TourL’olandese è uno scalatore atipico: è alto 1,90 m per 68 kg. Eccolo alzare le braccia a Superbagnères, primo dei suoi due successi all’ultimo Tour
Perché secondo te, Dario, al Giro Thymen non è andato bene? Eppure veniva da un buon Tour of the Alps dove aveva anche vinto…
Eh se lo avessimo saputo, avremmo già corretto il tiro. La stagione in tal senso va ancora analizzata.
In cosa deve crescere secondo te?
Nella costanza di rendimento, ma in particolare direi che perde tempo nella prima settimana e più precisamente nelle prime due o tre tappe, specie in questi Grandi Giri che ormai propongono frazioni impegnative sin dall’inizio. Non a caso perse subito parecchio nella prima tappa in Albania quest’anno.
Perché? E’ una questione di posizione, di stress in gruppo che è alto nelle prime fasi o una questione fisica, o è più una questione di “motore” che non è ancora rodato?
Direi più una questione legata al ritmo: Thymen non riesce a trovarlo subito. E bisogna capire come mai. Poi, anche da un punto di vista del posizionamento possiamo dire che non è male, ma altrettanto che ha dei margini di miglioramento.
Senza più i grandi e con Bernal che non dà più le garanzie di un tempo, potrebbe essere Arensman l’uomo della Ineos per i Grandi Giri?Senza più i grandi e con Bernal che non dà più le garanzie di un tempo, potrebbe essere Arensman l’uomo della Ineos per i Grandi Giri?
Prima hai parlato di obiettivi che devono allinearsi fra atleta e squadra: questo quando avviene?
Di solito prima i tecnici fanno il debriefing stagionale, analizzano il tutto e poi, tra novembre e dicembre, anche aspettando i percorsi dei Grandi Giri, si stilano i programmi. Prima però, ripeto, sono necessarie le informazioni dell’anno precedente.
Quali sono adesso gli impegni di Arensman?
Domenica farà il mondiale su strada e poi finirà con le gare italiane.
Bernal conferma che dopo il Giro del 2021, per il prossimo anno è giunto il tempo di tornare al Tour. La schiena è a posto. E a settembre lavoro in pista
Il 23 settembre scorso, alle ore 11,30, sono state presentate le tre gare che andranno a comporre il prossimo Trittico Lombardo. Corse che hanno fatto la storia del nostro calendario, del ciclismo nazionale e non solo. L’appuntamento è per domenica 5 ottobre con la 78ª Coppa Agostoni, corsa che darà il via a questa serie di tre eventi. Il giorno successivo, il 6 ottobre, toccherà alla 104ª Coppa Bernocchi, mentre il 7 ottobre chiuderà il tutto la 106ª edizione della Tre Valli Varesine.
Una tre giorni di ciclismo tutta da vivere e che porterà in Lombardia tutte le migliori squadre e i migliori atleti al mondo. Il tutto culminerà poi con il Giro di Lombardia, previsto per il sabato successivo: l’11 di ottobre.
Alla presentazione del Trittico Lombardo, tenutasi a Palazzo Lombardia a Milano, è intervenuto anche il presidente di Regione Lombardia Attilio FontanaAlla presentazione del Trittico Lombardo, tenutasi a Palazzo Lombardia a Milano, è intervenuto anche il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana
Sovrapposizioni
Un trampolino di lancio perfetto per un finale di stagione tutto italiano, il problema è che lo stesso giorno in cui si correrà la Coppa Agostoni gli atleti europei di maggior spessore saranno impegnati in Francia per la prova in linea del campionato continentale. Già nell’elencare i nomi dei team e degli atleti che saranno presenti al via delle corse del Trittico Lombardo si intuisce che la disparità è ampia. Alla partenza della Coppa Bernocchi e della Tre Valli Varesine ci saranno 17 squadre WolrdTour, l’unica assente sarà l’Arkea B&B Hotels, mentre per la Coppa Agostoni i numeri si dimezzano. Infatti le formazioni WorldTour presenti a Lissone saranno 8, alle quali si aggiungono due devo team (Red Bull Rookies e Lidl Trek Future Racing).
Il tema dei calendari è delicato e coinvolge gli organizzatori, le federazioni nazionali e l’UCI. Le corse etichettate di categoria WorldTour, alle quali le squadre appartenenti al massimo circuito sono costrette a partecipare salvo rari casi, sono 36. Un numero elevato e che costringe i team ad avere rose sempre più ampie, cosa che spesso non basta comunque.
Alessandro Rolandi, presidente della SC Mobili Lissone, società organizzatrice della Coppa AgostoniAlessandro Rolandi, presidente della SC Mobili Lissone, società organizzatrice della Coppa Agostoni
Traffico e calendario
Gli organizzatori della Coppa Agostoni hanno lavorato sodo per far spostare la gara da un giorno lavorativo a uno festivo. Una richiesta data da necessità legate alla gestione del traffico, che in Brianza diventa difficile da bloccare durante la settimana. L’UCI ha concesso questa variazione per poi inserire nella stessa data il campionato europeo. Questa scelta ha danneggiato anche il Piccolo Lombardia, gara di riferimento del calendario under 23, che si correrà il 4 ottobre. Nello stesso giorno i migliori corridori della categoria saranno impegnati nella prova in linea del campionato europeo.
In passato la Coppa Agostoni era una gara capace di raccogliere i grandi nomi del ciclismo mondiale, nell’albo d’oro spunta il nome di Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Franco Bitossi, Felice Gimondi, Francesco Moser e anche Gianni Bugno. Campioni che sulle strade della Brianza hanno saputo esaltarsi e regalare spettacolo. Proprio a Gianni Bugno, che ha vinto l’Agostoni in due occasioni: nel 1988 e 1995, abbiamo chiesto un parere sul tema dei calendari. Bugno è stato anche presidente del CPA (Associazione mondiale dei Corridori) dal 2010 al 2022.
Gianni Bugno vinse la sua seconda Coppa Agostoni in maglia tricolore nel 1995Gianni Bugno vinse la sua seconda Coppa Agostoni in maglia tricolore nel 1995
E’ una sovrapposizione scomoda quella tra l’Agostoni e il campionato europeo…
Le cose sono due: o non siamo stati abbastanza forti a livello di federazione per intervenire ed evitare il problema, o quella data non doveva essere fruibile. L’UCI avrebbe dovuto vietare all’Agostoni di posizionarsi in quel fine settimana perché si sarebbe corso il campionato europeo. Capisco il senso di voler correre la domenica per questioni di traffico, ma sarebbe stato meglio gareggiare il lunedì piuttosto che avere questa problematica.
Agostoni che è già stata costretta in passato a cambiare data…
Quando correvo era ad agosto, prima del campionato del mondo. Molti atleti la utilizzavano come gara di rifinitura all’appuntamento iridato. Poi, sempre per motivi di calendario, è stata spostata a fine settembre e ora a inizio ottobre. L’idea di avere un trittico di gare che anticipa il Lombardia non è male. Anzi, questo permette agli atleti di avere una serie di corse in preparazione all’appuntamento principale.
Pogacar lo scorso anno ha corso alla Tre Valli Varesine in maglia iridata, lo sloveno dovrebbe tornare anche nel 2025Pogacar lo scorso anno ha corso alla Tre Valli Varesine in maglia iridata, lo sloveno dovrebbe tornare anche nel 2025
E’ evidente che il ciclismo si è globalizzato e si è arrivati ad altri ragionamenti?
Ora le gare che anticipano il mondiale sono quelle canadesi, che sono di categoria WorldTour e di conseguenza l’UCI ha un maggiore interesse nel tutelarle. A mio avviso la Coppa Agostoni ha una storia superiore al GP Montreal o al Quebéc. E’ anche vero che il campionato europeo esiste da pochi anni e da qualche parte va inserito.
Si ha l’impressione che da qualsiasi parte ci si giri il rischio è di schiacciare i piedi a qualcuno.
La soluzione sarebbe quella di allungare il calendario di una settimana. Spostare in avanti di una settimana il Giro di Lombardia per avere più spazio, ma è un lavoro che dovrebbe fare la Federazione se davvero ci tiene a difendere le proprie gare (alla presentazione del Trittico ha partecipato Stefano Pedrinazzi, Presidente FCI Lombardia, ndr).
La prova in linea dei mondiali si correrà domenica 28 settembre, una settimana dopo in Francia ci saranno gli europeiLa prova in linea dei mondiali si correrà domenica 28 settembre, una settimana dopo in Francia ci saranno gli europei
Europeo che si correrà esattamente una settimana dopo il mondiale in Rwanda…
E’ tutto troppo ravvicinato e trovare una soluzione non sarebbe stato facile. Anticipare il mondiale di una settimana avrebbe creato un danno alla Vuelta perché non ci sarebbe stato il tempo di gestire le trasferte. Il ciclismo è sempre più globalizzato e le corse aumentano, da qualche parte bisogna trovare lo spazio o scendere a compromessi. Il rischio ultimo è che facciano le spese le corse minori.
KIGALI (Rwanda) – Il mondiale di Federica Venturelli è finito ieri sera con il quarto posto nel mixed relay vinto nuovamente dall’Australia con 5” sulla Francia e 10” sulla Svizzera. Gli azzurri si sono piazzati subito dietro, ma con un passivo ben più pesante di 1’24”. Dalla parte della lombarda resta il podio nella cronometro under 23 centrato lunedì a 2’11” dalla vincitrice Zoe Backstedte 21″ dall’argento. Considerato che il percorso era tutto fuorché adatto a lei, quel bronzo vale anche qualcosa di più. Ma siccome con Federica ci piace scherzare e ci piace la sua dedizione allo studio, le tendiamo un tranello banale. Che forse lo è un po’ meno dato lo sforzo appena sostenuto: «Da quali elementi si ottiene il bronzo?».
Guarda e strabuzza gli occhi, perché non se l’aspettava. Ride e intanto pensa. «Il rame – risponde – e lo stagno?». Non è sicura, ma la risposta è esatta. «Davvero? Allora questo lo scrivi». Ecco qua, tutto scritto: promessa mantenuta.
Il bronzo nella crono delle U23 è un premio che vale, vista la difficoltà del percorsoIl bronzo nella crono delle U23 è un premio che vale, vista la difficoltà del percorso
Possiamo dire che questo non era il percorso per te?
Assolutamente, non era proprio il mio percorso ideale. Tanto dislivello. La prima salita è un po’ più pedalabile, però comunque abbastanza lunga e impegnativa: 2,5 chilometri che si sono fatti sentire. Ma soprattutto lo strappo finale era devastante. Il pavé sembrava non finire mai. Però alla fine, quando si arriva a quel punto, si cerca di dare tutto fino alla fine. Non si guarda neanche più quanti metri mancano e si pensa solo ad andare più forte possibile per finire prima la sofferenza (ride come per esorcizzare il mal di gambe, ndr).
Provando a fare un confronto, senti di essere andata meglio nella crono individuale o nel mixed relay?
E’ difficile comparare una crono individuale con il mixed relay, però in realtà penso di essere andata più forte oggi. Probabilmente perché ho avuto un paio di giorni in più per abituarmi alle condizioni del clima e un po’ all’altura. E anche per vedere meglio il percorso e imparare a gestirlo meglio. Però sono soddisfatta comunque di tutte e due le prove.
Diamo un peso a quel bronzo?
E’ sicuramente un bronzo importante, perché arriva dopo una stagione molto complicata. E poi, come dicevamo, su un percorso che non era per me. Sicuramente sapevamo tutti che Zoe Backstedt sarebbe stata su un altro pianeta, però dal secondo posto in poi eravamo tutti lì a giocarci il podio per poche decine di secondi. E’ stato difficile salire su quel podio. Ho dovuto soffrire fino alla fine, però ne è valsa la pena.
Frigo, Cattaneo e a ruota Sobrero, che non ha vissuto la sua giornata miglioreIl percorso di Kigali si è confermato molto duro per Venturelli, qui con Trinca Colonel: non certo l’ideale per leiFrigo, Cattaneo e a ruota Sobrero, che non ha vissuto la sua giornata miglioreIl percorso di Kigali si è confermato molto duro per Venturelli, qui con Trinca Colonel: non certo l’ideale per lei
Che il percorso fosse così duro l’hai scoperto qua o un sentore ce l’avevi già da casa?
Sapevo che sarebbe stato mosso, perché ho avuto occasione di vedere planimetria e altimetria. Però sicuramente non immaginavo che gli ultimi due o tre chilometri fossero così duri. Alla fine si possono vedere le pendenze delle strade, ma il tratto finale in pavé, che sembrava spianare dopo lo strappo, era quasi più duro dello strappo in sé. Era infinito e si faceva fatica a rilanciare la velocità, quindi forse quello è il pezzo che non mi aspettavo così duro. E l’ho scoperto solo una volta che abbiamo visionato il percorso.
Cambiamo discorso. Marta Cavalli, la tua illustre compaesana, ha smesso dopo i tanti infortuni. Anche tu non ti sei fatta mancare qualche contrattempo. Quanto è duro tornare ogni volta?
Sinceramente fino all’anno scorso mi è andata abbastanza bene. Invece dalla seconda parte della stagione è stato difficile. Un infortunio dopo l’altro, un problema fisico dopo l’altro. All’inizio mi sono detta: «Beh, sono cose che capitano a tutte, ero solo stata fortunata a non averne fino ad adesso». Però quando sono capitati il secondo e il terzo infortunio di fila, è iniziato a essere sicuramente più pesante.
Si può essere colpiti da sconforto quando va così?
Ho avuto un momento duro, quest’anno verso maggio. Venivo da quattro mesi a non correre e poi una volta rientrata alle gare, mentalmente è stato ancora più difficile. Non avevo la forma che mi aspettavo e sentivo di non riuscire a esprimermi come l’anno precedente prima della serie di infortuni. Però grazie al supporto di tante persone, sono riuscita a non mollare e riprendermi.E ora sono qui e forse significa che alla fine sono riuscita a superare tutte le difficoltà e spero di riuscire a farlo sempre.
Venturelli, Trinca Colonel, Paladin: le tre azzurre che hanno chiuso il mixed relay con il 4° postoVenturelli, Trinca Colonel, Paladin: le tre azzurre che hanno chiuso il mixed relay con il 4° posto
C’è mai stata la sensazione di essere rientrata e che gli altri nel frattempo fossero cresciuti in modo inatteso?
Sì, l’ho sperimentato quest’anno per la prima volta. Forse perché fino alle categorie giovanili, anche se si stava fermi un mese, due mesi, era più facile rientrare perché il livello non era tanto più alto. Invece rientrare subito full gas nelle gare professionistiche, è sicuramente diverso e più difficile. Però penso che siano tantissimi gli atleti che hanno dimostrato che questo si può fare e che si può sempre ritornare al livello più alto anche dopo tanto tempo di stop.
Hai portato i libri per preparare qualche esame?
No, in realtà. Mi sono preso una piccola pausa, perché ho sostenuto chimica organica la settimana prima di venire qui. Probabilmente sull’aereo per ritornare a casa ricomincerò a studiare per il prossimo che sarà a dicembre.
Facciamo un test allora: il bronzo da quale lega deriva?
Ma questo ve l’abbiamo già raccontato, volevamo vedere se foste attenti. La lasciamo raggiungere il resto del sestetto azzurro e poi insieme torneranno in hotel. La serata di Kigali si è ripopolata di moto e traffico. A parte l’allegria del caos, la città appare ordinata. Le auto si fermano sulle strisce per far attraversare i pedoni. E’ pieno di biciclette dalle forme e dai carichi più insoliti. E’ l’Africa, viene voglia di restare e scoprirla. Da domani (oggi) si corre su strada. Tocca subito a Eleonora Ciabocco, unica azzurra nel gruppo delle U23. Il mondiale del Rwanda entra nel vivo.
Dopo il crescente successo delle ultime due edizioni, c'è curiosità per il prossimo Giro Donne. Però di ufficiale si sa poco e le squadre vogliono sapere
KIGALI (Rwanda) – L’atterraggio sul suolo africano accanto a Giulio Ciccone ci ha strappato più di un sorriso. L’abruzzese non riesce a fare pace con gli aerei e se vi raccontassimo quello che fa prima di ogni viaggio, probabilmente sorridereste anche voi. Sta di fatto comunque che alle dieci del mattino di oggi, 24 settembre, Giulio è arrivato in Rwanda e domenica sarà il capitano della squadra azzurra ai mondiali.
Ha trascorso gli ultimi giorni in Abruzzo. Dopo la Vuelta ha salutato sua nonna Lucia, malata da tempo. Ha fatto qualche allenamento giusto, ma soprattutto ha pensato a recuperare dopo una Vuelta a due velocità. Quella supersonica fino al giorno dell’Estacion de Esqui de Valdezcaray e quella degli antibiotici per riprendersi dall’infiammazione al soprasella e il malanno che ha afflitto quasi tutti i corridori in terra di Spagna.
«Quando scendo dall’aereo – ha detto poco prima di imbarcarsi sull’ultima tratta da Addis Abeba a Kigali – vado a letto e dormo fino all’ora di pranzo, stanotte non ho chiuso occhio. Poi faccio tre orette in bici nel pomeriggio e sono a posto. Sarei dovuto partire domani, ma ho sentito di colleghi che hanno avuto problemi ad adattarsi al caldo e con l’altura, che a quanto pare si fa sentire. E così ho anticipato di un giorno».
Addis Abeba, Ciccone si imbarca sul secondo volo che lo porterà a KigaliAddis Abeba, Ciccone si imbarca sul secondo volo che lo porterà a Kigali
Eri capitano anche l’anno scorso a Zurigo, ma quest’anno sembra tutto diverso…
Sto meglio. L’anno scorso non avevo corso tutta la Vuelta, ne avevo fatto solo una parte, poi ero stato male. E soprattutto avevo fatto il Tour, quindi era tutta un’altra preparazione. Invece quest’anno ho fatto l’altura, poi ho fatto tutte le classiche, San Sebastian, Burgos, la Vuelta, quindi comunque la condizione era proprio più alta. Poi c’è stato l’intoppo degli antibiotici. Li ho presi per una settimana, però durante la Vuelta, quindi c’è stato il tempo per recuperare. Negli ultimi giorni a casa le sensazioni erano molto buone, i numeri convincenti.
Allenarsi in Abruzzo ha un altro sapore?
Mi piace sempre molto, sono abruzzese e fiero di esserlo. Però mi tocca dire che d’estate mi alleno molto bene anche a Monaco, ci sono più salite e climi diversi. Però è bello anche fare le strade su cui sono cresciuto.
Dicevi che dopo la Vuelta non c’è da allenarsi tanto.
Esatto, c’è stato più da recuperare e poi fare qualche allenamento giusto, però i primi giorni sono stati tutti concentrati sul recupero. Diciamo che la cosa più difficile è che di solito dopo un Grande Giro si è abituati a staccare soprattutto mentalmente, invece con il mondiale così vicino non stacchi niente. Quindi diciamo che forse è più lo stress mentale di quello fisico.
Nona tappa della Vuelta, si arriva a Estacion de Esquí de Valdezcaray. Questo fuori giri, apre il momento difficile di CicconeNona tappa della Vuelta, si arriva a Estacion de Esquí de Valdezcaray. Questo fuori giri, apre il momento difficile di Ciccone
Villa ci ha detto che dopo i mondiali non farai gli europei, perché il calendario prevede Giro dell’Emilia e Lombardia.
Il calendario è quello, però vediamo: voglio pensare a domenica, voglio svuotare tutto domenica e dopo vediamo quello che resta. Stavo ragionando anche sull’Emilia. Se davvero vanno tutti all’europeo, finisce che se lo vinci, ti dicono che non c’erano avversari. Non sarebbe tanto bello.
Come ti sei trovato finora con il cittì Villa?
Molto bene. Devo dire la verità: c’è stata subito intesa. Mi è piaciuto il suo modo di lavorare, soprattutto il lato umano. La parte per me più importante è stato il fatto di voler creare un gruppo. Un gruppo unito, forte, fatto di persone che si conoscono, che sono amici. Secondo me questa è la chiave più importante. E’ un dato di fatto che non abbiamo in squadra un Pogacar, però quello che può fare la differenza nel nostro caso è creare un gruppo come si faceva nelle nazionali di una volta. Secondo me questo mancava e Marco ha fatto un lavoro ottimo.
La prima nazionale di Villa sarebbe stata incentrata su Ciccone e Pellizzari, almeno finché un virus non ha appiedato il Giulio più giovaneLa prima nazionale di Villa sarebbe stata incentrata su Ciccone e Pellizzari, almeno finché un virus non ha appiedato il Giulio più giovane
E’ vero che vi siete parlati e avete inquadrato insieme gli uomini?
Mi hanno raccontato che anche Ballerini si muovesse così. Mi ha detto di voler puntare su di me e che avrebbe portato Pellizzari (purtroppo l’altro Giulio è stato appiedato da un virus intestinale e al suo posto domani arriverà Garofoli, ndr). Poi ha tirato fuori l’elenco degli uomini che si era appuntato e ne abbiamo ragionato insieme. Per me è un peso, ma mi motiva molto.
La convocazione di Masnada fa pensare alla tua voglia di avere un vero amico al tuo fianco.
Parlando di uomini di fiducia, sono venuti fuori diversi nomi. E chi ha visto bene Fausto, come me che sono stato spesso accanto a lui, ha visto che ha un buon livello. Si vedeva che pedalasse bene, che era tornato ai suoi livelli. E siccome lo conosco molto bene, so che è un uomo squadra e tutti conoscono bene, l’abbiamo voluto con noi perché può essere una pedina fondamentale in gara.
Masnada, che stamattina ha provato il percorso, ha parlato di una grande durezzaMasnada, che stamattina ha provato il percorso, ha parlato di una grande durezza
Aver vinto San Sebastian quanta fiducia ti ha dato?
Tanta, soprattutto per le gare di un giorno. Comunque nelle gare a tappe di tre settimane è un dato di fatto che per questioni fisiche non riesco a concludere. Non è un fatto di condizione o di crederci, anche se Michele (Bartoli, il suo allenatore, ndr) ci crede. Dopo 8-9 giorni il mio corpo cede, è sempre successo. Quindi penso che devo sfruttare meglio le mie caratteristiche. E oggi, dati alla mano, mi trovo meglio nelle gare più brevi e nelle classiche. Uso quella motivazione per iniziare a fare bene.
Pensi che Pogacar vorrà vendicare il sorpasso di Evenepoel?
Remco avrà tanta fiducia, ma a volte la fiducia può ritorcersi contro. E quando ho visto quella scena, mi sono quasi venuti i nervi e ho immaginato quello che possa aver provato Tadej. Sento che la gara si accenderà presto e noi dovremo essere presenti con il nostro gruppo.
La prima prova del percorso è prevista per domani. Oggi gli ultimi arrivati hanno pedalato per due ore, seguiti con l’ammiraglia da Marino Amadori. Il programma è stato rispettato. Intanto Masnada, che è arrivato già da due giorni, conferma che il circuito sia davvero durissimo. E che soprattutto il tratto in pavé alla fine farà dei veri sfracelli.
Ulissi ha corso gli europei: Villa glielo aveva chiesto dopo il Giro. Il toscano è stato nelle nazionali di 4 cittì. Gli abbiamo chiesto di raccontarli
Masotti, braccio destro di Villa con le donne junior, spiega come hanno lavorato per i mondiali di Cali. E come faranno per sostituire Federica Venturelli
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MISANO ADRIATICO – Bioracer è una delle aziende storiche del panorama ciclistisco, una delle primissime a far collimare la tecnologia del tessuto, la ricerca aerodinamica applicata ai capi tecnici, ad investire importanti risorse nell’evoluzione dei capi stessi. L’azienda belga ora sbarca ufficialmente in Italia, vogliamo capire perché solo ora.
Abbiamo intervistato Marco Pancari, operation manager della filiale italiana dell’azienda che nasce nel 1986 in Belgio a Tessenderlo, nel cuore dell’attuale Bike Valley (dove ha sede anche Ridley e la sua galleria del vento). Bioracer ha sempre confermato la sua forza in diverse zone dell’Europa, ma la presenza in Italia si è palesata a spot. Eppure il know-how che mette sul piatto è di quelli importanti. Collaborazioni con team nazionali ed atleti (Ganna ad esempio, coinvolto nello sviluppo del body che lo ha portato al record dell’Ora, all’epoca Bioracer era partner del Team Ineos-Grenadiers) che hanno fatto incetta di risultati in ogni angolo del globo. Ampia offerta di capi tecnici custom mutuati direttamente dalle linee sviluppate per i professionisti. Entriamo nel dettaglio dell’intervista.
Marco Pancari durante l’IBF di MisanoMarco Pancari durante l’IBF di Misano
Finalmente Bioracer sbarca ufficialmente anche in Italia. Perché solo ora?
Bioracer ha sempre avuto una forte presenza in Europa, ma abbiamo voluto aspettare il momento giusto per entrare nel mercato italiano con una struttura solida e una strategia chiara. L’Italia è un paese chiave per il ciclismo e ora siamo pronti a offrire un’esperienza diretta, personalizzata e all’altezza delle aspettative dei ciclisti, ma anche dei dealer italiani.
Tutto nasce da qui, dalla valutazione biomeccanica, la passione di Raymond Vanstraelen (foto Bioracer)Tutto nasce da qui, dalla valutazione biomeccanica, la passione di Raymond Vanstraelen (foto Bioracer)
La filiale italiana avrà una sua autonomia, oppure dipenderà dal Belgio?
La filiale italiana opererà con un alto grado di autonomia, pur mantenendo un forte legame strategico con la sede centrale in Belgio. Questo ci permette di adattarci alle specificità del mercato italiano, mantenendo al contempo la coerenza, la qualità e l’innovazione che contraddistinguono il brand Bioracer.
Vi siete posti degli obiettivi e avete tracciato un percorso di crescita?
Assolutamente sì. Il nostro obiettivo è diventare il punto di riferimento per l’abbigliamento tecnico da ciclismo in Italia, sia per i team che per gli appassionati. Abbiamo un piano di crescita che include lo sviluppo della rete commerciale, l’apertura di showroom locali su tutto il territorio italiano e il rafforzamento delle collaborazioni con atleti e squadre locali.
La galleria del vento che ha sede nella Bike Valley (foto Bioracer)La galleria del vento che ha sede nella Bike Valley (foto Bioracer)
Cosa rappresenta Bioracer per la categoria dei capi tecnici dedicati al ciclismo? Customizzato incluso?
Bioracer è sinonimo di performance, innovazione e personalizzazione da oltre 40 anni. I nostri capi tecnici sono progettati per ottimizzare l’aerodinamica, il comfort e la resa dell’atleta. Il servizio custom è uno dei nostri punti di forza. Offriamo soluzioni su misura che uniscono tecnologia e identità visiva, ideali per team e brand che vogliono distinguersi.
PROTOLab, orgoglio dell’azienda per ricerca e sviluppo (foto Bioracer)PROTOLab, orgoglio dell’azienda per ricerca e sviluppo (foto Bioracer)
Tecnologia e capi d’abbigliamento, aerodinamica. Bioracer può essere e restare un riferimento?
Sì e lo dimostriamo ogni giorno investendo in ricerca e sviluppo. Collaboriamo con ingegneri, biomeccanici e atleti per creare capi che migliorano le prestazioni. Il nostro PROTOLab in Belgio è tra i più avanzati in Europa. Continueremo a innovare per mantenere la leadership nel settore. Possiamo contare sull’accesso diretto all’Areo Performance Lab, l’innovativa galleria del vento presente nella Bike Valley.
Ganna, Bioracer e lo storico record dell’OraGanna, Bioracer e lo storico record dell’Ora
L’azienda è da sempre legata ad alcuni team nazionali, è sbarcata nel WorldTour al fianco di Ineos, qual è la situazione attuale e quale sarà la strategia futura?
Le collaborazioni con i team evolvono in base a strategie e obiettivi condivisi. Attualmente Bioracer è fornitore del team francese Total Energies Pro Cycling. La partnership con Ineos Grenadiers è stata un capitolo importante che ha rafforzato la nostra visibilità a livello globale. Insieme a Belgian Cycling, abbiamo portato queste esperienze in nuove collaborazioni con altri team professionistici e nazionali quali il German Cycling, che si allineano perfettamente con la nostra visione futura.
Molti l’hanno scoperto a Champoluc, quando ha messo in fila anche i grandi protagonisti del Giro d’ItaliaDel Toro e Carapaz (l’ammazzasette Yates era ancora di là da venire…) ma Nicolas Prodhomme è molto di più. Vincitore per ben sei volte quest’anno ha dato un corposo numero di punti alla Decathlon AG2R, al punto che molti addetti ai lavori transalpini si sono sorpresi della sua mancata convocazione per i mondiali. Percorso ruandese a lui poco incline, ma la maglia transalpina per gli europei del 5 ottobre è già stata recapitata a casa…
Il corridore di L’Aigle è alla Decathlon AG2R dal 2021 ed è già confermato per il prossimo annoIl corridore di L’Aigle è alla Decathlon AG2R dal 2021 ed è già confermato per il prossimo anno
E’ il caso di andare più a fondo nella conoscenza di una delle rivelazioni di quest’anno del movimentato ciclismo francese, ancora alla ricerca del fenomeno ma popolato di molti corridori vincenti e in fin dei conti anche quelli fanno la differenza come abbiamo imparato bene negli ultimi anni. Reduce dal Giro del Lussemburgo senza particolari squilli ma comunque con un’altra Top 10 portata a casa, il ventottenne di L’Aigle si è presta volentieri a una chiacchierata tra presente e futuro.
Quest’anno hai vinto 6 volte: che cosa è cambiato rispetto al passato?
Beh, il cambiamento ha riguardato molto la fiducia in se stessi. Vincere la prima gara, la tappa finale del Tour of the Alps con Seixas ad accompagnarmi nella fuga ha significato molto. Poi chiaramente c’è stato il tappone del Giro con 5.000 metri di dislivello. Una frazione di vera montagna, vincendo lì ho capito di aver raggiunto un’altra dimensione.
Prodhomme insieme a Seixas, autori della fuga vincente nella tappa finale del Tour of the AlpsProdhomme insieme a Seixas, autori della fuga vincente nella tappa finale del Tour of the Alps
Pensi che sia stata la vittoria più importante della tua carriera?
Senza alcun dubbio. E’ l’unica del World Tour, l’unica in un grande giro, ma soprattutto è quella in cui ho trascorso più tempo da solo in testa. E’ stata la più dura e per questo la più bella, intrisa di emozioni lungo tutta quella interminabile giornata.
Sei arrivato a questi risultati a 28 anni: in questo ciclismo che premia i giovanissimi, i team danno ancora il tempo di maturare ai corridori?
Sì, io ne sono la dimostrazione. E devo dire grazie al team, alla sua gestione. E’ vero che molti giovani hanno molte più opportunità di chi ha più esperienza, non è come quando ho iniziato. Ma io ho colto la mia occasione ogni volta e non me la sono lasciata sfuggire, quindi è questo che mi permette di cambiare il mio status. E’ vero che spesso sono i giovani a raggiungere questo status più facilmente, ma alla fine quel che contano sono i risultati, più vinci e più cresci nella considerazione generale. Ci ho messo un po’, ma posso dire di avercela fatta…
Il giorno più bello nella sua carriera: la lunga fuga al Giro d’Italia culminata con il trionfo di ChampolucIl giorno più bello nella sua carriera: la lunga fuga al Giro d’Italia culminata con il trionfo di Champoluc
Hai portato tantissimi punti alla Decathlon: qual è l’atmosfera in squadra, siete soddisfatti di come sta andando quest’anno o si poteva fare di più?
E’ vero che l’anno scorso abbiamo fatto una stagione con 30 vittorie, ora siamo a 24, ma siamo in tanti ad aver contribuito. Dopo la stagione scorsa, molti pensavano che non saremmo riusciti a ripeterci. Invece stiamo ottenendo quasi lo stesso numero di vittorie del 2024, che è stato eccezionale. Quindi l’atmosfera è ottima e lo slancio è ancora buono, perché non ci sentiamo appagati, tutt’altro.
La vostra squadra vuole proteggere i nuovi nomi come Bisiaux e Seixas per farli crescere con calma: com’è il tuo rapporto con loro e dove pensi che potranno arrivare?
Abbiamo una grande differenza d’età con questi ragazzi – riconosce Prodhomme – ma Léo e Paul sono già molto maturi e professionali nel loro approccio al nostro mondo. Alla fine il rapporto con loro è stato naturale e buono, e quindi non sentiamo particolarmente questa differenza d’età. Questo è fantastico, aiuta noi e loro, ci permette di essere in sintonia fuori dalle gare e conseguentemente anche in corsa.
Il ventottenne, pur lavorando molto per il team, ha colto ben 6 vittorie quest’anno, ultima alla PolynormandeIl ventottenne, pur lavorando molto per il team, ha colto ben 6 vittorie quest’anno, ultima alla Polynormande
Ma rispetto alla tua esperienza, quanto pensi che possano vincere in futuro?
Difficile dirlo, certamente anche loro hanno bisogno di crescere. Quando sono alla partenza delle gare con loro, cerco di guidarli al meglio delle mie possibilità. Ad esempio al Tour of the Alps dove c’era Paul insieme a me, eravamo entrambi in fuga: tendeva a essere troppo generoso, non dovevamo dimostrare di essere i più forti. Credo sia positivo avere un ragazzo esperto in squadra che possa dirlo direttamente e non avere il diesse che arriva in ritardo con la TV o altro. Penso che l’esperienza diretta, il colloquio sia sempre preferibile, anche se hai le cuffie e tutto il resto. In bici, è positivo avere sempre qualcuno che faccia da capitano.
Che tipo di corridore pensi di essere?
Beh, sono più uno scalatore, non uno scalatore puro. Non mi reputo un leader, ma uno a cui piace ancora fare delle fughe. Magari mi spremo all’inverosimile per una Top 20, ma sto anche aiutando i ragazzi quando necessario e questo l’abbiamo già visto diverse volte in gara. Non mi tiro indietro quando devo aiutare a lanciare sprint in piccoli gruppi o in altre situazioni. Io dico sempre che mi piace giocare per vincere, che sia io, la squadra o un amico.
Quest’anno Prodhomme ha colto 6 vittorie e 10 Top 10, emergendo anche nelle corse a tappe (15° al Giro)Quest’anno Prodhomme ha colto 6 vittorie e 10 Top 10, emergendo anche nelle corse a tappe (15° al Giro)
L’anno prossimo, avrete Félix Gall e il nuovo arrivato Matthew Riccitello nella vostra squadra. Cambia con questo la fisionomia della squadra, si punterà maggiormente alla classifica dei grandi giri?
Per ora è difficile dirlo, il ciclomercato è ancora in corso e vedo che a fronte dell’arrivo dell’americano ci sono scalatori che lasciano il team. Bisognerà capire se avremo più scalatori che tuttofare rispetto a quest’anno, ma ogni corridore si sta concentrando un po’ di più sul proprio ambito. Per me, è sempre una squadra orientata anche allo sprint, che punterà a far bene nelle corse a tappe ma senza costruire un roster che si dedica solo a quelle.
L’ultima domanda: dopo i tuoi progressi, c’è una gara in particolare che sogni di vincere?
Mai fare questa domanda a un francese, la risposta è sempre la stessa: il Tour de France, ovviamente…