Questo mese di settembre Jaspar Lonsdale se lo ricorderà a lungo, di colpo tra Spagna e Italia ha raccolto due vittorie e ha trovato una fiducia che non pensava di poter avere. Il danese classe 2003 che da due stagioni veste la maglia della Ciclistica Rostese sta raccogliendo i frutti di un lungo lavoro. L’italiano lo mastica, ma quando si tratta di raccontare le sue emozioni e le sensazioni di tre settimane intense preferisce farlo in inglese.
«Sono un po’ a corto di parole – dice sorridendo – perché in questi due anni in Italia non ero mai riuscito a entrare in una top 10, e ora nell’ultimo mese ho raccolto due vittorie e tre piazzamenti importanti. La prima alla Volta a la Provincia de Valencia è stata una liberazione, mi ha aiutato a togliermi qualcosa da dentro, come un peso. Penso di riuscire a correre in maniera più libera, senza pensieri».
Lonsdale alla Volta a la Provincia de Valencia ha trovato la sua prima vittoria in maglia RosteseLonsdale alla Volta a la Provincia de Valencia ha trovato la sua prima vittoria in maglia Rostese
Te l’aspettavi?
Sinceramente no, quando siamo arrivati in Spagna sapevo di stare bene ma non avevo idea di cosa aspettarmi. Il livello non è alto come qui in Italia, diciamo che vincere era importante per avere una svolta e una buona iniezione di fiducia. Ora penso di credere realmente in me stesso.
In Spagna hai corso due gare a tappe, è un aspetto che ti ha aiutato?
Non saprei, direi che il concetto è più largo. Rispetto alla mia prima stagione in Italia quest’anno ho corso molto di più. Gli allenamenti sono diventati meno impegnativi e dedicati più al ricercare il giusto equilibrio tra ritmo e riposo. Insieme al mio nuovo preparatore mi sono concentrato sul rimanere “fresco” e arrivare alle gare pronto.
Il 21 settembre a Sovizzo Lonsdale si è imposto alla Piccola Sanremo (Photors.it)Eccolo sul gradino più alto del podio con al suo fianco Leonardo Volpato, Campana Imballaggi e Jacopo Pignatti. Beltrami TSA-Tre Colli (Photors.it)Il 21 settembre a Sovizzo Lonsdale si è imposto alla Piccola Sanremo (Photors.it)Eccolo sul gradino più alto del podio con al suo fianco Leonardo Volpato, Campana Imballaggi e Jacopo Pignatti. Beltrami TSA-Tre Colli (Photors.it)
E’ cambiato qualcosa rispetto allo scorso anno?
Sento che il team ha davvero tanta fiducia in me e nelle mie potenzialità, quando siamo in corsa percepisco che credono nelle mie qualità e che si possa fare qualcosa di buono. Il primo anno in Italia non è stato semplice, ambientarsi e imparare a correre in un ciclismo totalmente diverso è stato difficile.
Come mai dalla Danimarca sei andato fino in Piemonte per correre?
Volevo provare a giocarmi le mie chance per diventare un ciclista professionista. Un mio amico, Magnus Henneberg, si è trasferito anche lui dalla Danimarca alla Rostese per correre. Lui non è riuscito nel suo intento di diventare professionista ed è tornato a casa, ma quando abbiamo parlato mi ha consigliato di venire qui. Devo ammettere che mi trovo bene, dedico tutto il mio tempo al ciclismo e sto provando a realizzare il mio sogno.
Per Lonsdale (qui al centro) questo è il secondo anno con la Ciclistica RostesePer Lonsdale (qui al centro) questo è il secondo anno con la Ciclistica Rostese
Cosa facevi in Danimarca?
Una volta finiti gli studi sono andato a lavorare in un negozio di biciclette, facevo il meccanico. Riuscire a incastrare lavoro e allenamenti non era semplice. Ora posso concentrarmi su una cosa sola ed è bellissimo.
Ti trovi bene qui da noi?
Moltissimo, mi piace tutto. La squadra mi ha dato un appartamento ad Alpignano, un piccolo comune poco fuori Torino. Dell’Italia mi piace tutto, il meteo, le strade e la vita. Avere tanti percorsi diversi dove allenarsi è bello e stimolante. Penso che stare qui mi abbia dato una mano a migliorare e crescere come ciclista, ad esempio mi sento più forte nelle salite corte. Credo ci sia ancora margine.
Il danese si è trasferito alle porte di Torino e ha imparato ad apprezzare e allenarsi sulle strade piemontesiIl danese si è trasferito alle porte di Torino e ha imparato ad apprezzare e allenarsi sulle strade piemontesi
Un mese di settembre che può rappresentare davvero una svolta?
Fino a poco tempo fa pensavo fosse impossibile riuscire a diventare un professionista o avere qualche chance in formazioni continental. Adesso, invece, ci credo davvero. Sono felice e voglio fare un ultimo passo importante e mettermi alla prova anche nelle ultime corse di fine stagione. L’obiettivo è il Lombardia U23, voglio sfidare i ragazzi dei devo team e vedere cosa posso fare ancora.
Beppe Damilano, tecnico di grande esperienza, entra nel dibattito aperto da Bartoli. Il confronto fa crescere, lo squilibrio uccide il settore giovanile
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Ultime ore di attesa e si comincia. Domani il Giro delle Regioni di ciclocross scatterà da Corridonia, sorta di “antipasto” della challenge prima delle sue tappe centrali, tutte previste in Friuli, anzi per meglio dire in provincia di Udine. Sono già oltre 400 gli iscritti (secondo il controllo effettuato una settimana fa) ma c’è da scommettere che fra le varie categorie saranno molti di più. Per Fausto Scotti il lavoro è però già entrato da giorni nel pieno, considerando i continui spostamenti in settimana fra le Marche e la sede romana della società.
Tocca all’organizzazione di Fausto Scotti con il suo Giro delle Regioni aprire la stagione del ciclocrossTocca all’organizzazione di Fausto Scotti con il suo Giro delle Regioni aprire la stagione del ciclocross
Di attese, ormai l’ex cittì del ciclocross ne ha vissute tantissime. L’immediata vigilia è però sempre carica di incognite e dubbi, in crescita inversamente proporzionale alle ore di sonno: «Rispetto agli anni scorsi, essendo la prima tappa che sempre si accavalla con il pieno della stagione su strada, ci si chiede sempre come sia l’atmosfera, se ci sarà abbastanza gente, anche se il movimento è abbastanza preparato. La tappa iniziale darà già importanti risposte, a prescindere da chi ci sarà».
Le prime 4 di 5 tappe si svolgeranno fino al 19 ottobre, quindi praticamente tutte accavallate con la stagione su strada. Non è una penalizzazione per te e per il tuo gruppo?
Ormai ci abbiamo fatto il callo. Basti pensare che noi saremo sullo Zoncolan il 19 ottobre, a 1.300 metri di altezza, non è che il clima ci consenta di andare oltre. E comunque la stagione è sempre portata ad essere in anticipo oramai perché già a inizio novembre hai un rendez-vous importante come gli europei e servono prove di verifica per formare la squadra azzurra. Anch’io come tecnico azzurro cercavo di fare più gare nel periodo di ottobre proprio per selezionare una squadra da portare avanti almeno per europei e le prime di Coppa del mondo. Non tutti possono andare all’estero e si possono permettere di fare degli scontri diretti con i più forti. Serve un teatro di ragionamento.
Dopo Corridonia tre domeniche in Friuli fino al 19 ottobre. Chiusura il 22 novembre a Cantoira (TO)Dopo Corridonia tre domeniche in Friuli fino al 19 ottobre. Chiusura il 22 novembre a Cantoira (TO)
Con la ripresa dell’attività, ti ritrovi ad aver a che fare con la situazione solita del ciclocross italiano: tanti talenti nelle categorie giovanili che poi però non si traducono in tanti elite di livello…
Lo so e il problema non si pone solo a livello maschile. Guardate quante donne di altissimo livello vengono dal ciclocross e ormai fanno solo strada. Continua solo chi entra in team esteri e fa la doppia attività andando di pari passo. Ma per farlo i team hanno alzato il livello anche degli stipendi. E non credo che un prestito temporaneo possa dare quei soldi. Mettiamoci anche che il periodo di sosta effettiva è sempre più breve, anche chi va su strada poi riprende presto tra ritiri e prime gare. O sei in un team con un progetto come l’Alpecin o la scelta che hanno fatto gli Agostinacchio, o ti trovi presto a dover scegliere ed economicamente non c’è partita…
E’ diverso il discorso scendendo di categoria?
Sì, io penso che le gare juniores saranno di buon livello. Anche gli under 23 si trovano spesso a dover tappare qualche buco di fine stagione su strada.Per questo le gare di ottobre non sempre possono offrire un parco atleti di vertice, completo. E’ anche vero però che ci sono degli specialisti che già da un mese si preparano per incominciare l’attività ora. Già alla prima vogliono essere in grande spolvero per giocarsi le proprie chance anche per l’azzurro. Oppure scelgono di gareggiare dietro spinta dei propri team perché vogliono sfruttare il ciclocross per poi essere subito brillanti nell’apertura delle stagioni su strada o in mtb.
Un’immagine dall’alto del percorso di Corridonia al Giro delle Regioni. Attesi almeno 500 partecipantiUn’immagine dall’alto del percorso di Corridonia al Giro delle Regioni. Attesi almeno 500 partecipanti
Hai detto che anche quest’anno avete avuto tante richieste. Vi trovate però a ottobre tre tappe, tutte e tre in provincia di Udine. Non è che poi questo penalizza la challenge? Si dice Giro delle Regioni, ma poi le regioni alla fin fine sono solo tre…
Io come organizzatore devo garantire la qualità dell’evento. Posso mettere dentro gare nuove pian pianino, ma dopo averle già testate. Lo Zoncolan, la novità di quest’anno, ha fatto un buon evento e allora l’abbiamo inserito. Noi dobbiamo fare il calendario, far crescere gli atleti, offrire loro la possibilità di fare punti attraverso gare organizzativamente qualificate. In passato siamo stati in tutta Italia, al Nord come al Centro e andando anche al Sud, l’attività per un anno l’abbiamo fatta quasi tutta nel Centro-Sud, quest’anno invece siamo tre volte in Friuli appoggiandoci su team molto qualificati.
Quali sono i criteri di scelta?
C’è il rispetto verso chi ci è sempre stato vicino, poi se un domani avrà problemi vedremo come aiutarli e se proprio non potranno faremo altre scelte. Io devo guardare anche l’aspetto economico. Da molte sedi di tappe passate dobbiamo ancora ricevere contributi e non mi va di tornare dove ci sono crediti da riscuotere. Perché si tratterebbe di aumentarli continuando ad anticipare…
La novità di quest’anno è che nelle gare internazionali le juniores gareggeranno da sole, non con le OpenLa novità di quest’anno è che nelle gare internazionali le juniores gareggeranno da sole, non con le Open
Sentendo le varie società e la risposta dell’ambiente, l’appuntamento dello Zoncolan è atteso un po’ come il fulcro di questa stagione…
E’ così, ma non vorrei che questo facesse passare in secondo piano le tappe precedenti. E’ una novità relativa. Sullo Zoncolan si è già gareggiato e poi in rete è possibile trovare tutti i riferimenti relativi. Nessuno arriverà digiuno di quel che si troverà ad affrontare.
Che numeri ti aspetti, non solo a Corridonia?
La media del 2024 è stata sui 600 partenti, proprio nella prima tappa di Corridonia.Dopo siamo andati sempre sulle 400 unità. Parliamo di numeri importanti se si pensa che tante gare su strada faticano a toccare i 100 partenti. Poi, riallacciandoci anche a quanto detto prima, oggi la situazione è molto cambiata anche rispetto a solo un decennio fa. Oggi l’attività di un corridore non la decide tanto il team, quanto il procuratore e il preparatore atletico, che decidono quali gare fare e non fare.
L’attesa principale è per la tappa del 19 ottobre sullo Zoncolan, a quota 1.300 metriL’attesa principale è per la tappa del 19 ottobre sullo Zoncolan, a quota 1.300 metri
Pensi che saranno ancora le categorie giovanili a catalizzare l’attenzione, nella tua challenge come più in generale nel movimento?
Sì e dico che la Federazione dovrebbe premiare queste società che oramai da più di trent’anni continuano a fare sacrifici e attività e si sobbarcano tante spese. Che fanno un sacco di trasferte anche meno importanti, pure con poche risorse, fanno tanti viaggi lunghi. Ogni volta che arrivano sono veramente felice di fargli i complimenti per i sacrifici che fanno.
Tornando un attimo al discorso dello Zoncolan, parlando con lo Scotti tecnico più che organizzatore, il fatto di gareggiare a 1.300 metri influirà non solo sui campioni, ma anche sul ciclocrossista medio.
Questa una domanda veramente valida, interessante. Saranno già pochi quelli che arriveranno il venerdì sera e non basterà quel tempo per ambientarsi. Una differenza c’è. Parecchi si troveranno in difficoltà per questo, soprattutto dopo la metà gara, perché comunque il consumo di ossigeno è molto più elevato, il recupero è diverso. Essendo poi all’inizio della stagione un po’ di problematiche si possono avere, pur considerando sempre il fatto che molti sono giovani e a questi dislivelli ci sono abituati.
KIGALI (Rwanda) – Se nella sua conferenza stampa il presidente dell’UCI Lappartient ha magnificato la scelta di portare il mondiale in Africa, con dei toni autocompiaciuti che gli sono valsi i complimenti dei media locali, l’arrivo di Biniam Girmay rimette le cose parzialmente in equilibrio. Da velocista qual è diventato, il corridore eritreo della Intermarché-Wanty aveva annunciato la sua rinuncia alla sfida iridata, poi però ci ha ripensato. Perché? Le sue parole resteranno scolpite nella pietra in questo primo mondiale africano.
«In realtà – dice – risponderò in modo piuttosto semplice. Non posso andare alla Liegi e neanche al Lombardia, perché sono gare troppo difficili e non sarebbe bello andarci solo per essere al via e poi ritirarmi. Questo è il primo mondiale in Africa. E’ davvero un grande evento, peccato però che il percorso non sia adatto ad alcun corridore africano. Trovatemi un solo nome, è molto difficile per tutti. Forse per la prima volta in Africa, se posso essere sincero, sarebbe stato bello lasciare qualche opportunità anche ai corridori di casa. Per questo motivo ero un po’ in dubbio se essere qui. Il percorso è molto difficile per me, mi sarebbe piaciuto avere l’occasione di competere, cercare di fare qualcosa. Ma alla fine, sono sempre felice di indossare la maglia della mia nazionale e di rappresentare il mio Paese. Mi hanno chiesto di venire per aiutare i miei compagni e ho accettato».
Una Gand-Wevelgem, prima classica fiamminga vinta da un africano. Tre tappe al Tour e la maglia verde del 2024, altra prima volta. Una tappa al Giro d’Italia. A 25 anni, il palmares di Biniam Girmay è di tutto rispetto. Lui è il ragazzo che ce l’ha fatta, al pari di Tesfatsion, Ghebreigzabhier, Merawi Kudus, Henok Mulubrhan e pochi altri. Per questo le sue parole contano.
Girmay ha incontrato i media ieri mattina, spiegando le sue ragioni e indicando alcune soluzioni “facili” per il ciclismo in AfricaGirmay ha incontrato i media ieri mattina, spiegando le sue ragioni e indicando alcune soluzioni “facili” per il ciclismo in Africa
Però è anche vero che l’Eritrea è uno dei pochi Paesi africani che continua a portare atleti anche nelle categorie juniores e U23…
In effetti, come sappiamo, l’Eritrea è uno dei Paesi africani più interessati al ciclismo, fa parte della nostra cultura. Abbiamo molte gare e questo è il motivo principale della nostra presenza sempre numerosa. Investiamo molto per migliorare e sviluppare il ciclismo, tanti si impegnano in questo. Se ci fossero più opportunità e grandi investimenti, penso che potremmo crescere ancora. Spero che questo evento sia d’aiuto.
Che cosa significa esattamente un mondiale in Africa?
Se viaggi da un altro continente per correre un mondiale, è tutto diverso. L’Africa è un continente davvero immenso, quindi siamo completamente diversi l’uno dall’altro. Ho viaggiato in diversi Paesi africani, ci sono grandi differenze, ma è un vero onore e un piacere essere qui in Rwanda. E’ uno dei Paesi in cui amano il ciclismo e sono molto appassionati. La gente è sempre gentile, i posti sono davvero belli e sono anche molto adatti per andare in bici.
Girmay aveva già corso i mondiali dello scorso anno a Zurigo, ma aveva scelto di rinunciare a quelli di KigaliGirmay aveva già corso i mondiali dello scorso anno a Zurigo, ma aveva scelto di rinunciare a quelli di Kigali
Il presidente Lappartient ha parlato di come intenda far crescere il ciclismo in Rwanda e più in genere in Africa. Qual è la tua opinione in merito?
La prima necessità che abbiamo riguarda le cose di base, perché ci piace andare in bici e gareggiare, ma siamo già molto indietro rispetto alle gare europee. Ad esempio facciamo fatica a comprare una bici. In Europa ce ne sono da 14-15.000 euro, non so quale famiglia da queste parti possa spendere questi soldi. Quindi, ovviamente, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti. Oltre a questo, anche i governi dovrebbero impegnarsi per cercare di sostenere le persone, soprattutto quelle che non hanno le risorse economiche, per aiutarle a progredire. Vedo molti corridori, qui e in diversi Paesi africani, con biciclette pesantissime e con le misure completamente sbagliate.
Davvero le cose più elementari…
A volte li vedi con il sellino troppo alto o lo sterzo troppo basso. Volendo fare attività di alto livello, questo ti distruggerà davvero in pochi mesi. Abbiamo bisogno di avere le cose di base, non ci serve avere gare più importanti o qualcosa del genere. Abbiamo bisogno di buoni allenatori e buone idee. Ad esempio in Europa alla fine di ogni anno le squadre cambiano bici. Quelle bici di seconda mano potrebbero essere di supporto per le federazioni in Africa. Potrebbero aiutare molti corridori, per trovare l’opportunità di correre in Europa (in apertura, Girmay in una foto della Intermarché-Wanty che sostiene i corridori dell’Eritrea, inviando ogni anno il materiale del precedente, ndr).
L’Eritrea è uno dei Paesi africani a schierare il maggior numero di atleti, ma il percorso di Kigali è stato troppo duro per tuttiL’Eritrea è uno dei Paesi africani a schierare il maggior numero di atleti, ma il percorso di Kigali è stato troppo duro per tutti
In breve, la tua storia…
Che continuo a raccontare, sperando che serva. Pochi di noi hanno avuto la chance, ma sarebbe la strada da seguire. Quando avevamo 17-18 anni, siamo andati ad Aigle. Abbiamo imparato un sacco di cose correndo da juniores con il team dell’UCI. E poi, nel momento in cui siamo arrivati al livello professionistico, non avevamo più bisogno di imparare. E’ andata così perché siamo arrivati in Europa molto presto. Penso che potrebbe essere di grande aiuto se anche ad altri venisse offerta questa opportunità.
Hai vinto tappe al Tour e grandi classiche: come ti sentirai nel correre un mondiale sulle strade africane?
E’ sempre bello gareggiare nell’evento più importante del mondo. Però è anche stressante. Ti mette molta pressione sulle spalle perché tieni davvero al tuo Paese e perché molte persone si aspettano che tu faccia di più. Questo è bello da un lato, ma dall’altro non lo è. Certo, se sei qui in Africa, ti senti davvero come se fossi a casa, soprattutto perché non abbiamo molte gare: direi che questa per me è l’unica opportunità dell’anno.
Il calore della gente di Kigali ha stupito Girmay, presente in Rwanda per amore della sua nazionaleIl calore della gente di Kigali ha stupito Girmay, presente in Rwanda per amore della sua nazionale
Com’è stata dunque l’accoglienza in Rwanda?
Finora, tutto bene. A dire il vero, credo che l’ultima volta che ci sono stato fosse stata nel 2020, quindi sono già passati un po’ di anni. E’ sempre una bella sensazione, una bella esperienza correre in Africa. E questo mi dà anche molta motivazione per andare in bici. Appena arrivato dall’aeroporto, come ho detto, la gente è stata gentilissima, amichevole, un’accoglienza davvero calorosa. Finora sono felice e tutto sta andando bene. Ci vediamo sulla strada domenica, mi aspetto comunque una grandissima festa.
KIGALI (Rwanda) – Campione del mondo, adesso il viaggio ha finalmente un senso. Cadono le tensioni, ci poggiamo alla transenna. Dicono sia bene vivere così le gare, si scrivono articoli migliori. Sarà vero, ma che fatica! Altre corse verranno, ma la vittoria di Lorenzo Finn pareggia i conti con i quarti posti e le disfatte. Uno così te lo leghi al cuore e lasci che ti porti via con i suoi scatti. Quando l’azzurro ha attaccato a 37 chilometri dall’arrivo selezionando il gruppetto dei cinque che si è giocato il mondiale, la sua sicurezza ha subito fatto capire che grazie a lui stavamo per vivere un’altra giornata speciale.
Anche Lorenzo riconosce che l’azione decisiva è stata il forcing a 37 chilometri dall’arrivo, nel gruppetto dei cinqueAnche Lorenzo riconosce che l’azione decisiva è stata il forcing a 37 chilometri dall’arrivo, nel gruppetto dei cinque
La corsa del Belgio
Gajdulewicz, Schrettl, Alvarez, Huber e Finn. A 32 chilometri dall’arrivo, l’azzurro guadagna ancora un piccolo margine e il solo capace di stargli dietro è Huber, svizzero ancora ignaro di essere sul tram per l’argento. Da quel momento l’azione di Finn è un inno di sicurezza e gestione. La memoria è andata subito ai discorsi del mattino, quando parlava con Pietro Mattio della distribuzione dei carboidrati in corsa. Un gel per giro e così ha fatto. La gamba gira, è quasi sempre lui a fare il passo: dietro iniziano a sparire. Mentre Finn attacca dal gruppo di testa, Widar prova da quello degli inseguitori. Ma per il belga non è giornata. A un giro dalla fine lo vediamo passare mestamente sul traguardo, staccato di cinque minuti.
Eppure il Belgio ha lavorato più che duramente. Sono stati per cinque giri tutti in fila, con i nostri nascosti nella loro scia. Un lavoro meccanico e perfetto che ha permesso agli azzurri di risparmiarsi. Così che quando Mattio ha mostrato le sue doti di gigantesco uomo squadra, la corsa ha preso la piega voluta dagli azzurri. E Lorenzo Finn ha potuto sferrare il suo attacco nel momento che ha ritenuto più propizio.
Finn accelera, Huber è stremato: inizia la cavalcata solitaria di Lorenzo verso il secondo iride in due anniFinn accelera, Huber è stremato: inizia la cavalcata solitaria di Lorenzo verso il secondo iride in due anni
Un podio tutto azzurro
Sotto al podio la festa degli azzurri è un pandemonio di urla e pacche. Gli chiedono di firmare la maglia, certi ricordi resteranno anche per loro. Nel mezzo s’è buttato anche il presidente Dagnoni, celebrando il corridore più giovane del mondiale con cui il futuro del ciclismo italiano entra in una coniugazione di grande concretezza. Poi arriva il momento in cui Finn e la sua faccia pulita iniziano il racconto. E la sua calma è ancora una volta sbalorditiva.
«E’ una sensazione davvero speciale – dice Lorenzo Finn, ligure di 18 anni – ho vinto il secondo mondiale in due anni, è davvero stupendo. C’erano anche i miei genitori. Non si sono persi una gara, mi hanno seguito e per me è molto speciale. Voglio ringraziarli per quello che hanno fatto per me, per il fatto di essere venuti sin qui. Credo che anche loro avranno pianto…».
Lorenzo Finn è campione del mondo: la sua freccia ha colto nel segnoCosì lo scorso anno da junior, incredulo sul traguardo di ZurigoLorenzo Finn è campione del mondo: la sua freccia ha colto nel segnoCosì lo scorso anno da junior, incredulo sul traguardo di Zurigo
L’anno scorso eri sembrato incredulo, questa volta è stato diverso?
L’anno scorso è stato uno shock, misi le mani sul casco e non ci credevo. Oggi sapevo di avere il potenziale per vincere, forse mi sono sentito più sicuro, ma c’erano anche più variabili. E’ stata la giornata perfetta. Sin dalla partenza abbiamo corso seguendo il Belgio. Hanno dettato loro la corsa e poi da metà gara in poi ci sono stati svariati attacchi. Il punto chiave è stato quando ci siamo avvantaggiati in cinque e ho visto che Jarno Widar non c’era. Per la prima volta ho pensato che avrei potuto vincere.
Ti ha stupito che Widar sia sparito nel nulla?
Widar era il netto favorito. E’ andato veramente forte tutto l’anno, quindi non credo che possano avere troppo rammarico. E comunque su questo percorso, quest’altitudine e il caldo si rischiava di pagarla molto cara.
Eri arrivato sapendo di avere questa ottima forma?
Dopo il Tour de l’Avenir stavo davvero bene. Le sensazioni dopo la crono invece non sono state fantastiche (Finn ha chiuso al 4° posto, a 5 secondi dall’argento, ndr). Dipendeva dall’altura, per cui l’ho considerato un buon risultato. Ma dopo una settimana, oggi le sensazioni sono state molto migliori. Era molto caldo, ma mi sono sentito bene.
La bici al cielo, così Lorenzo Finn celebra la vittoria dopo la lineaLa bici al cielo, così Lorenzo Finn celebra la vittoria dopo la linea
Il progetto Red Bull sta dando i suoi frutti?
Sono davvero felice della scelta che ho fatto. In Red Bull hanno una visione a lungo termine per me e per tutti i corridori del gruppo. E’ un lavoro difficile che paga e tutti lavorano nella stessa direzione. Ho vinto con la nazionale, ma voglio ringraziare anche il mio team. Il mio allenatore, John Wakefield, a volte lo odio, ma è un buon ragazzo (sorride, ndr).
Amadori ha lodato la tua scelta di non passare professionista subito, ma di fare esperienza per un altro anno.
Confermo che sarà così. Magari non mi capiterà mai più di portare la maglia di campione del mondo, anche se ci spero, però è sempre una cosa speciale. Poi ho 18 anni, quindi non ho fretta di passare. So che accadrà, ma voglio costruire il futuro con calma, con la squadra e con la nazionale.
Hai tenuto con te lo svizzero fino all’ultima salita: ti ha aiutato in qualche modo?
Eravamo a due giri dal termine, 30 chilometri su questo percorso che non era affatto facile. Ho provato a fare il ritmo sulle salite, però ho visto che era forte, quindi ho deciso di dare il tutto per tutto sullo strappo in cui sono partito. Era poco lontano dall’arrivo e avevo le gambe per farlo, quindi è andata benissimo.
Per la federazione di Dagnoni, quella di Finn è la prima medaglia d’oro del mondialePer la federazione di Dagnoni, quella di Finn è la prima medaglia d’oro del mondiale
Cosa c’era nella testa di Lorenzo Finn quando ha staccato lo svizzero ed eri solo puntando verso il traguardo?
Ero un po’ contento e un po’ stravolto. E’ stata una gara veramente dura e sull’ultimo pavé le gambe hanno iniziato a cedere. Però quando sei a così poco dall’arrivo e vedi il distacco che aumenta e il pubblico che ti incita, diventa tutto più facile. Il gesto dell’arco? Qualche giorno fa abbiamo fatto la ricognizione con Borgo. E abbiamo deciso che se uno di noi avesse vinto, avrebbe fatto quell’esultanza. Eccolo spiegato
Come festeggerai stasera?
Non lo so, speriamo di mangiare un bell’hamburger e di goderci il momento. Meno male che abbiamo il volo tra due giorni, quindi possiamo goderci domani e dopodomani. A quel punto la testa sarà sull’europeo, poi la Coppa Agostoni con la squadra, la Coppa San Daniele in Friulie poi chiuderò al Gran Piemonte.
Adesso c’è solo da scrivere. Di lui e di Amadori. E’ una serata che ricorderemo a lungo, ma occorre muoversi. Abbiamo da correre nell’hotel degli azzurri. Ci sarà di certo il brindisi, la torta non si sa. E poi vogliamo vedere in che modo lo accoglieranno i professionisti. Da quando sono nati i devo team, le distanze si sono ridotte. E forse dalla gara di Finn anche loro avranno tratto qualche utile spunto.
Che cosa c'è stato dietro la separazione fra Ayuso e la UAE Emirates? Lo abbiamo chiesto a Matxin, che per tutto il tempo ha parlato di decisione di squadra
Fa le azzurre per Parigi, Longo Borghini è la più solida. Immagina una corsa disordinata e aggressiva. Le nostre saranno unite. Sogna di arrivare da sola
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KIGALI (Rwanda) – Cominciamo dalla fine. Perché quando chiediamo a Marino Amadori che cosa abbiano in comune Lorenzo Finn e Filippo Baroncini, con cui prima di oggi ha già vinto il mondiale degli U23, il tecnico azzurro cede alle lacrime e lo vedi che non riesce a ripartire. Gli concediamo il suo tempo, poi lentamente Marino inizia a parlare.
«Adesso dici Baroncini – sussurra Amadori – dispiace quello che gli è capitato al Polonia. Però è bello anche per lui, mi fa molto piacere ricordarlo. E’ un gran corridore, peccato che gli stia andando tutto storto. Cosa hanno in comune? Che sono dei fuoriclasse, hanno qualcosa di speciale. Specialmente negli appuntamenti non mancano, vedrete anche Lorenzo. Speriamo in Dio che Baroncini stia bene, si riprenda e ritorni in bicicletta e dimostri il suo valore, perché sicuramente anche lui può fare molto molto bene. Anzi, diciamo che questa vittoria la dedichiamo a lui. Almeno da parte mia, non ho dubbi».
Prima del via, gli azzurri hanno ripassato la disposizione delle borracce sul percorsoPrima del via, gli azzurri hanno ripassato la disposizione delle borracce sul percorso
Stessa data, stessa forza
E’ il 26 settembre di un anno dopo, il giorno in cui Lorenzo Mark Finn ha bissato il mondiale juniores dello scorso anno, con identica autorità. Un attacco a poco meno di 38 chilometri dall’arrivo, mentre lo speaker della corsa si sbilanciava senza esitazioni: «He’s the man», l’uomo è lui. Gli ultimi chilometri con lo svizzero e poi quelli da solo sono stati un supplizio di scaramanzie incrociate. Si sapeva dal mattino che fosse lui l’azzurro da seguire, si sapeva già dall’Italia. Al punto che, valutata la sua consistenza, la Federazione aveva già deciso da un pezzo di mandargli anche qualche compagno in aiuto. E stamattina nel box i ragazzi lo ascoltavano, rispondevano alle sue domande sui vari punti in cui mangiare. E poi in corsa si sono fatti in quattro, finché Lorenzo Mark Finn ha schiuso le ali ed è andato a prendersi la seconda maglia iridata.
«Questo ragazzo ha sostanza – dice Amadori – è in un devo team, quello della Red Bull-Bora, uno dei migliori al mondo. Ha già il contratto nella WorldTour, ma farà un altro anno da U23. Io mi auguro che rispettino quello che hanno detto, anche se ha vinto il mondiale. Anzi, spero che a maggior ragione faccia un altro anno, perché così porterà in giro la maglia di campione del mondo nelle gare under 23. Non è poco, visto che negli ultimi anni non si è mai vista. Per lui è un motivo d’orgoglio e ne è convinto. Ha sempre detto che gli interessa fare due anni nella categoria e mi fa molto piacere. Vuole fare i due anni, divertirsi, fare le gare di categoria per accumulare esperienza e per crescere».
Mattio ha svolto un lavoro eccezionale, lo ha confermato anche Amadori, tenendo la corsa per coprire FinnMattio ha svolto un lavoro eccezionale, lo ha confermato anche Amadori, tenendo la corsa per coprire Finn
Sapevamo che l’uomo fosse lui?
Lo abbiamo detto subito. Quest’anno abbiamo fatto delle bellissime cose. Abbiamo fatto un Tour de l’Avenir stupendo, siamo venuti qua convinti. Tra l’altro la squadra e i suoi tre compagni erano votati solo a lui. Siamo venuti qua per sorreggerlo il più possibile e l’hanno fatto, non si può dire nulla. Nei momenti cruciali c’erano e poi nel finale l’unica carta da giocare era questa. Lorenzo voleva la corsa dura, voleva arrivare da solo e così è stato.
Il Belgio ha lavorato tanto per poi disperdersi quando Widar è saltato…
Meno male che hanno lavorato così tanto, ci hanno fatto un favore. Il loro aver tenuto cucita la corsa per cinque giri ha risolto tutto. Se fosse stata corsa libera, sarebbe stato un grosso problema. A Widar giornate del genere sono già capitate. Non si discute il suo valore perché è un grandissimo corridore e l’ha dimostrato al Tour de l’Avenir vincendo due tappe e delle grosse prestazioni.
Lavori con lui solo da quest’anno: Amadori si aspettava questa autorità, nell’attaccare a 37 chilometri dall’arrivo?
Voleva la corsa dura, provare a fare più selezione possibile per arrivare nel finale con meno gente possibile. Il primo da staccare era Widar. Una volta staccato lui, sono stato io il primo a dirgli di andare a tutta. Quando si è in ballo, si balla. A rischiare, restando lì, sarebbero rientrati da dietro e poi si sarebbe rimescolato tutto. Gli ho detto di dare tutto e lui lo ha fatto.
Prima della gara, Borgo ricercava così la concentrazione. Amadori ha lodato il comportamento della squadraPrima della gara, Borgo ricercava così la concentrazione. Amadori ha lodato il comportamento della squadra
La lettura di Salvoldi
Giusto accanto, Dino Salvoldi non nasconde la sua commozione. Prima del via, il cittì degli juniores che lo scorso anno vinse con Finn il primo mondiale, ci ha raccontato di essere sempre rimasto in contatto con lui. Questa staffetta fra le due categorie, fra lui e Amadori, ha certamente aggiunto un valore alla carriera di Finn.
«Mi aspettavo che facesse tutto come l’ha fatto – dice Dino – è maturato ulteriormente quest’anno. Cos’ha di speciale? Innanzitutto è forte. Non ha caratteristiche definite per la salita, piuttosto è un corridore veramente completo, ma di quelli forti, con la mentalità votata ad esempio anche alla cronometro. Secondo me ha già ben chiaro quello che vuole diventare. Da qui a realizzarlo manca ancora tanto, però sta facendo i passaggi giusti. E’ molto equilibrato, non si illude, non vuole bruciare le tappe e chiaramente lo può fare. Sta dimostrando con i risultati che crescendo tranquillamente farà la sua strada. La nazionale gli sta offrendo e deve offrire un calendario di crescita, senza la pressione del risultato che talvolta viene dalle squadre, ma solo con la finalità di crescere e poi arrivare all’appuntamento al meglio della condizione. Sono proprio contento».
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In questi giorni in Rwanda molti atleti hanno manifestato difficoltà respiratorie. Una sorta di affanno latente che si accentua in fase di sforzo. Kigali si trova ad una quota di montagna medio-alta, superiore ai 1.550 metri.
Di questo affanno si sono fatte più ipotesi, tra cui la ionizzazione dell’atmosfera, che ai poli e all’Equatore, dove si trova quasi perfettamente Kigali, è accentuata. O anche la qualità dell’aria. Aria che invece risulta essere piuttosto buona per una città africana, simile a quella di una media città europea. Non è però elevata come a Lubiana o Lisbona, per fare un paragone.
Per fare chiarezza in merito a questa situazione, abbiamo chiamato in causa il dottor Andrea Giorgi, medico impegnato in attività di ricerca e in forza alla VF Group-Bardiani.
Andrea Giorgio, è medico e coach, della VF Group-Bardiani. E’ molto attivo anche nella ricercaAndrea Giorgio, è medico e coach, della VF Group-Bardiani. E’ molto attivo anche nella ricerca
Dottore, i corridori avvertono difficoltà respiratorie. La latitudine, oltre all’altitudine, può incidere? Ci sono altri fattori ambientali?
Il discorso è che siamo sopra i 1.000 metri, ma in un’area tropicale. Quindi umidità e quota. A parità di quota rispetto all’Europa, il clima è diverso e due fattori incidono sulla condizione fisica e sulla prestazione. L’altitudine non è poi così bassa: a Kigali si sta tra i 1.500 e i 1.600 metri. Da quella quota in su, ogni 1.000 metri, il VO2 max si riduce di circa il 5-10 per cento.
Quindi il clima ha un ruolo determinante?
Esatto. Non è il clima secco tipico delle zone europee di altitudine, ma un clima tropicale, con umidità molto più elevata. Questo fattore influisce sensibilmente sulla prestazione. L’atleta, muovendosi, produce calore e cerca di disperderlo con la sudorazione. In un clima umido, però, la dispersione del calore tramite sudore è ridotta perché l’aria è già satura di vapore acqueo. Di conseguenza, la temperatura corporea resta più alta e l’atleta si affatica più rapidamente. Questo porta anche a una disidratazione precoce, soprattutto nei primi giorni. Ecco perché un acclimatamento adeguato è fondamentale.
Kigali sorge a 1.567 metri, sul filo dell’Equatore. Il tasso di umidità in questi giorni di sole ha toccato anche il 96% (depositphotos.com)Kigali sorge a 1.567 metri, sul filo dell’Equatore. Il tasso di umidità in questi giorni di sole ha toccato anche il 96% (depositphotos.com)
Ma quanto è reale questa fatica? C’è anche un aspetto psicologico?
E’ reale ed è un fattore fisiologico, anche se difficilmente quantificabile. Dipende dal percorso di acclimatamento dell’atleta. Se uno arriva e sente di non riuscire a spingere, entra in un circolo vizioso: la prestazione cala, non riesce a reintegrare i liquidi persi, subentra disidratazione e la sensazione peggiora. Poi può esserci anche una componente psicologica, che può amplificare il problema, ma la base è fisiologica.
Idratazione e acclimatamento sono le chiavi per affrontare la situazione?
Assolutamente sì. L’acclimatamento è fondamentale: senza, non riesci a gestire bene lo sforzo. Ad esempio, Remco Evenepoel è arrivato in Rwanda con un certo anticipo, mentre Tadej Pogacar è passato dai 19-20 gradi del Canada, al livello del mare, a un clima tropicale in quota. Un cambio così netto può rappresentare un piccolo shock ambientale. Non a caso, lui stesso e il suo staff hanno detto che domenica andrà meglio, proprio pensando all’acclimatamento.
Questa mattina al via, Lorenzo Finn si bagnava per refrigerare il corpo. Con questa umidità la temperatura percepita è amplificataQuesta mattina al via, Lorenzo Finn si bagnava per refrigerare il corpo. Con questa umidità la temperatura percepita è amplificata
Quindi alla fine la quota influisce in modo concreto? Non si sarà ai 1.800 metri di Livigno, ma neanche così bassi…
Influisce eccome. Sopra i 1.000 metri il VO2 max cala e questo condiziona la prestazione. Nello sprint secco, invece, l’aria rarefatta aiuta. Pensiamo al famoso 19″72 di Mennea a Città del Messico, a quasi 2.000 metri di quota. Ma se parliamo di sprint ripetuti, o di sforzi prolungati, già dai 1.500 metri si sente la differenza e la fatica aumenta.
Anche i massaggiatori hanno segnalato corridori più affaticati. A livello muscolare: può esserci un legame?
Sì, perché se l’atleta si affatica di più e non si idrata a sufficienza, l’affaticamento generale si ripercuote anche sull’apparato muscoloscheletrico. I muscoli possono risentirne e accumulare più stanchezza del normale.
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Otto vittorie quest’anno, ma quella di domenica scorsa a Lucca ha un retrogusto amaro che emerge solo dopo, riflettendoci. Per Marco Manenti è stata un grande momento, oltretutto vissuto davanti agli occhi dell’estasiato presidente del Team HopplàClaudio Lastrucci, felice per l’impresa del suo pupillo, ma sapere che su quel percorso che il prossimo anno assegnerà la maglia di campione tricolore U23, lui non potrà giocare le sue carte non è piacevole.
L’arrivo trionfale al Trofeo Città di Lucca, sul percorso del tricolore 2026 (foto Fruzzetti)L’arrivo trionfale al Trofeo Città di Lucca, sul percorso del tricolore 2026 (foto Fruzzetti)
D’altronde il suo è un cognome importante, addirittura olimpionico (Giuseppe era nel quartetto vittorioso a Los Angeles ’84) anche se con colui che per tanti hanno ha allestito la Granfondo di Bergamo e la GimondiBike non ha legami di parentela: «E’ un cognome molto comune tra Bergamo e Brescia. Io sono al primo anno elite, ho corso tutte le giovanili nella Ciclistica Trevigliese, un anno al GSMC, l’ultimo anno da juniores, l’anno del Covid, per poi passare al Team Palazzago al primo anno, la Solme Olmo al secondo e questo è il terzo anno che milito appunto nella Hopplà. Prima del ciclismo facevo atletica.Mi sono avvicinato alla bici perché è una passione di famiglia in quanto entrambi i miei genitori correvano in bici da giovani».
Quella di domenica è la tua ottava vittoria, come è arrivata?
Come dice sempre anche il nostro direttore sportivo, la somma delle doti personali non basta, è l’affiatamento a rendere forte e vincente una squadra. Noi siamo sempre stati protagonisti lungo tutta la stagione e anche domenica avevamo una buona formazione, con più punte. A essere sincero pensavo che andasse via una fuga lungo i quattro giri. Invece ogni tentativo aveva un margine ridotto, comunque sia con pochi corridori. L’unico che mi aveva un po’ preoccupato era l’attacco di tre corridori a 25 chilometri dall’arrivo. Lì senza i miei compagni che hanno chiuso, non avrei avuto più speranze. C’erano le maggiori squadre rappresentate davanti, mancavamo solo noi e la MBH Bank che non aveva uomini per poter chiudere.
Il podio di Lucca con Manenti fra Edoardo Cipollini e Dario Igor Belletta (foto Fruzzetti)Il podio di Lucca con Manenti fra Edoardo Cipollini e Dario Igor Belletta (foto Fruzzetti)
Tu quando sei intervenuto?
Sull’ultimo strappo, abbastanza duro, Cipollini è scattato, ma io avevo battezzato la sua ruota, sapevo che lui e Belletta erano i favoriti e infatti erano davanti. A quel punto quando abbiamo scollinato abbiamo capito che il vantaggio era considerevole.Mancava anche poco all’arrivo, così abbiamo collaborato e allo sprint ho messo la ruota davanti. Devo ringraziare comunque Claudio Lastrucci e Stefano Roncalli, il mio direttore sportivo, che mi hanno guidato durante le fasi finali e motivato a impostare la volata, a essere freddo e cinico.
Quello è un percorso che l’anno prossimo assegnerà il titolo italiano under 23. Ti è venuto subito il pensiero che tu non ci potrai essere?
Sì, senz’altro, ma, io sono anche un ragazzo solare. Credo nel fatto che le cose succedono perché sono anche un po’ già scritte. Quindi se il destino ha voluto che organizzeranno il campionato italiano nel 2026 e io non ci potrò essere, non ci posso far nulla. Sicuramente è un bel percorso selettivo: affrontato nel mese di luglio dove le giornate sono più calde, sarà ancora più duro.
Manenti con i compagni del Team Hopplà dopo la vittoria nella prima tappa del Friuli (foto Instagram)Manenti con i compagni del Team Hopplà dopo la vittoria nella prima tappa del Friuli (foto Instagram)
Tu sei arrivato a 8 vittorie quest’anno, solleticando l’interesse anche di altre formazioni E’ il momento per cercare anche nuovi lidi?
So che la mia posizione non è favorevole in quanto al giorno d’oggi gli élite sono considerati quasi “anziani”. Ma vedendo anche altre esperienze io mi auguro che nel mondo del ciclismo ci sia ancora qualcuno che possa dare una possibilità, una speranza a dei ragazzi come me. Degli approcci con altre formazioni ci sono stati e io mi auguro, con tutto me stesso, che ci sia appunto l’opportunità di realizzare il mio sogno. Non ho procuratore, voglio che a parlare siano per me i fatti, i risultati.
Successo anche in notturna per il lombardo, nella classica di Osio Sotto (foto Instagram)Successo anche in notturna per il lombardo, nella classica di Osio Sotto (foto Instagram)
Tra le vittorie di quest’anno, qual è quella con la quale tieni di più?
Non ce n’è proprio una in particolare. La prima a Loreto l’ho dedicata alla mia nonna che è venuta a mancare circa due settimane prima, poi la seconda alla Pasqualando spiccava per il fatto che mi sono ripetuto per la prima volta, la terza alla Coppa Penna sono arrivato in parata con un mio compagno, anche quello non mi era mai capitato e mi sono goduto proprio gli ultimi chilometri con Andrea Alfio Bruno. Nella quarta, a Fiorano, ho vendicato il secondo posto del 2023 dietro Biagini e la quinta e la sesta, anche quelle hanno un valore speciale, perché una era una notturna e anche così non avevo mai vinto, l’altra ho fatto tutta la corsa in fuga.
Ma qual è stata la più emozionante?
La più emozionante anche per importanza è sicuramente la tappa al Giro del Friuli in quanto c’erano le migliori formazioni al mondo. Indossare la maglia di leader, anche solo per un giorno, mi ha dato emozioni uniche.
Il bergamasco è un passista veloce che ama fare selezione e portar via un gruppetto (foto Instagram)Il bergamasco è un passista veloce che ama fare selezione e portar via un gruppetto (foto Instagram)
Si dice spesso che nel ciclismo le vittorie non dicono tutto su un corridore. Tu che tipo di atleta sei?
Penso anche io che le vittorie non siano uno specchio fedele del valore di un corridore. Sono convinto che si debba guardare anche la continuità. Oltre le vittorie io ho ottenuto 23 piazzamenti, il primo al 23 di febbraio, l’ultimo a Collecchio due giorni dopo Lucca. Sono un passista veloce che ha più carte da giocarsi, nel senso che sono un attaccante quando vedo la fuga, quindi ho una buona interpretazione di gara e se c’è poi un arrivo in un gruppetto ristretto posso dire sicuramente la mia. Sarà sufficiente per spingere qualche team a darmi una chance? Lo dirà solo il tempo…
Finalmente l’ufficialità è arrivata. Juan Ayuso sarà un corridore della Lidl-Trek. Dopo tante voci che lo volevano nella squadra americana e dopo alcuni indizi che lo vedevano virare prima alla Ineos Grenadiers e poi alla Movistar, alla fine ad avere la meglio è stato Luca Guercilena,team manager della Lidl-Trek.
Noi stessi, in un post basato su voci attendibili, avevamo anticipato che l’affare Ayuso fosse ormai cosa fatta. Lo spagnolo passava al team americano per un’operazione che, stando alle nostre fonti, ha avuto un costo complessivo di circa 25 milioni: si stima che 10 siano andati alla UAE Emirates e 15 (3 all’anno) al corridore che ha firmato un quinquennale, quindi fino al 2030. Scelta saggia visto che ha appena 23 anni.
Per sapere come è andata questa trattativa abbiamo parlato proprio con Guercilena, che si è mostrato piuttosto entusiasta di iniziare una nuova sfida con Ayuso, ragazzo dalle grandi possibilità e dal talento indiscusso.
Luca Guercilena (classe 1973) è il general manager della Lidl-TrekLuca Guercilena (classe 1973) è il general manager della Lidl-Trek
Insomma, Luca, la news è arrivata ufficialmente…
Era chiaro che avessimo un certo interesse nei confronti di un atleta ideale per la classifica generale. Nel momento in cui è riuscito a trovare un accordo con la squadra per l’uscita, ci siamo organizzati per portare a casa il risultato. Mai come questa volta, era un’occasione che non potevamo perdere.
Sapendo quanto vanno forte Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel, se si deve investire su un quarto, questo è Ayuso?
Esatto, soprattutto nel 2022-2023 aveva dimostrato di essere competitivo per le classifiche, anche nelle gare di una settimana. Ovvio che se c’era una possibilità sul mercato e questa era Ayuso, andava investigata, conclusa: siamo riusciti a convincerlo.
Cosa ci puoi dire su come è andata questa trattativa?
Le possibilità che poteva avere Ayuso all’interno della sua ex squadra erano chiaramente limitate, anche per la presenza di altri grandissimi campioni. Per un atleta che cercava più possibilità di essere leader in un Grande Giro, la nostra squadra poteva essere la differenza. Gli abbiamo proposto il nostro progetto a medio e lungo termine, offrendogli opportunità che in quel contesto, quello della sua ex squadra, erano più complicate da ottenere per lui.
Le scaramucce tra la UAE e Ayuso avvennero lo scorso anno al Tour. Sul Galibier lo spagnolo (qui in seconda ruota) sembrò non dare tutto in vista dell’attacco di PogacarLe scaramucce tra la UAE e Ayuso avvennero lo scorso anno al Tour. Sul Galibier lo spagnolo (qui in seconda ruota) sembrò non dare tutto in vista dell’attacco di Pogacar
Quando è iniziata la trattativa: già durante il Giro d’Italia, vista la situazione che c’era in casa UAE?
Un po’ più tardi direi. Ovvio che si era iniziato a prestare attenzione. Come nostra linea di manovra non rompiamo i contratti a destra e a sinistra. E’ chiaro che se un atleta si mette sul mercato in una situazione di disagio, noi stiamo attenti. Però una chiacchierata è una cosa, un’offerta formale è un’altra. Parlo proprio di un offerta con tutti i crismi e nel rispetto dei regolamenti. I contatti reali sono avvenuti dopo il Tour de France.
Ayuso aveva un contratto di diversi anni con la UAE Emirates: avete dovuto pagare una clausola?
No, l’accordo è stato trovato in base all’investimento totale che volevamo fare. Poi è stato compito del suo agente trovare la soluzione con il team di provenienza. La nostra proposta è stata fatta esclusivamente all’agente del corridore (Giovanni Lombardi, ndr).
Ayuso cambia molto anche i piani generali della tua squadra, Luca. Vedremo due Lidl-Trek, una per le tappe e una per la classifica?
E’ chiaro che se vogliamo essere competitivi ad alto livello e provare a vincere uno dei tre Grandi Giri o la classifica a squadre, l’idea è puntare su un leader con una squadra dedicata. Sugli altri due Giri, invece, ci si può concentrare più sulle tappe, ciò che abbiamo fatto fino ad oggi. Poi quale sia il Grande Giro dipenderà dai percorsi. Ma se si punta alla classifica, è evidente che serva una squadra completamente dedicata, come dimostrano la Visma-Lease a Bike e la UAE. Questo non significa escludere a priori altri atleti di talento, ma per vincere serve un gruppo costruito attorno al leader.
Con la UAE, Ayuso ha ottenuto 16 vittorie, tra cui il podio nella generale alla Vuelta 2022 e la Tirreno 2025 (in foto)Con la UAE, Ayuso ha ottenuto 16 vittorie, tra cui il podio nella generale alla Vuelta 2022 e la Tirreno 2025 (in foto)
Dove è avvenuta la firma?
Ormai si fa quasi tutto online, non c’è più l’esigenza di firmare i documenti a mano. Dopo il Tour de France, quando abbiamo percepito che c’era la possibilità concreta di che si liberasse, abbiamo fatto un incontro per allinearci sulle aspettative sportive e del suo essere leader. Una volta trovato l’accordo, tutta la parte burocratica è stata gestita dall’agente. Infine si è firmato in digitale.
Dov’eri quando hai firmato?
Io ero a casa in quel momento, immagino anche lui. C’è un software certificato per le firme legali digitali: il documento viene caricato su un cloud e firmato da entrambe le parti.
In casa Lidl-Trek l’head coach è lo spagnolo Josu Larrazabal: c’è già feeling tra i due iberici?
Qualche chiacchierata c’è stata, ma non siamo ancora entrati nei dettagli. Rispettiamo sempre il lavoro dei colleghi: dato che Juan non è in squadra con noi, programmi e discorsi di performance verranno affrontati più avanti. Nei ritiri di dicembre e gennaio.
Nel comunicato di arrivo alla Lidl-Trek, Guercilena ha esaltato anche le doti di cronoman di Ayuso, oltre che il talento in salita e i margini di crescitaNel comunicato di arrivo alla Lidl-Trek, Guercilena ha esaltato anche le doti di cronoman di Ayuso, oltre che il talento in salita e i margini di crescita
Ayuso ti ha fatto qualche domanda particolare o detto qualcosa che ti ha colpito?
No, credo che ormai le strutture siano simili per tutte le squadre. Mi è piaciuto però che si sia interessato al nostro progetto a lungo termine, alla stabilità e alle ambizioni del gruppo sportivo. Lui sa che vogliamo diventare una squadra di riferimento e che deve essere parte importante di un progetto in cui la priorità è sempre la squadra.
Chi ti ricorda Ayuso, per quel poco che ci hai raccontato sin qui?
Dal punto di vista tecnico non saprei dire, perché noi non abbiamo avuto grandi leader da classifica. Per il carattere, invece, mi ha ricordato Paolo Bettini. Ho visto un ragazzo diretto, deciso, che va dritto al punto senza troppi giri di parole… come faceva Paolo.
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Dennis Lock a Collecchio ha colto la sua prima vittoria in maglia General Store. Un successo inseguito per diverso tempo e fortemente voluto, il ragazzo danese che in Italia è diventato grande ha finalmente raccolto i primi frutti del suo lavoro (in apertura Photors.it).
«Sono molto felice del risultato di domenica scorsa a Collecchio – dice Dennis Lock, danese classe 2002 – anche perché è la seconda vittoria, vuol dire che la prima non è arrivata per caso. Questa prima stagione da elite mi ha insegnato molte cose, dopo il brutto infortunio in Lussemburgo sono tornato più forte di prima. Sinceramente non mi aspettavo di avere tanta forza. Ho lavorato e sto lavorando ancora molto per passare professionista, il 2025 è l’ultima occasione che mi concedo. Sono passati tre anni da quando sono arrivato in Italia, vivere lontano da casa non è semplice.
Dennis Lock quest’anno è passato alla General Store-Essegibi-Fratelli Curia dopo la chiusura della Zalf (Photors.it)Dennis Lock quest’anno è passato alla General Store-Essegibi-Fratelli Curia dopo la chiusura della Zalf (Photors.it)
Parola a Rosola
Al suo fianco ha lavorato e sta ancora lavorando lo staff del team General Store-Essegibi-Fratelli Curia. Tra questi c’è la figura di Paolo Rosola, diesse della formazione continental e che ha lavorato insieme a Lock per riuscire a far emergere le sue qualità.
«Quello di Lock – racconta Paolo Rosola – è stato un cammino progressivo di crescita che ha portato a questa bella vittoria. Il merito è da dividere tra tutti, il ragazzo ma anche lo staff e la squadra. Ognuno di noi è stato bravo, a partire dal preparatore e dal nutrizionista, figure ormai di riferimento nel ciclismo moderno. Noi diesse siamo il riscontro di come lavora la squadra».
Al primo anno elite Lock è riuscito a togliersi diverse soddisfazioni, tra cui due vittorie (Photors.it)Al primo anno elite Lock è riuscito a togliersi diverse soddisfazioni, tra cui due vittorie (Photors.it)
Ampi margini
La storia di Dennis Lock è quella di un ragazzo partito dalla Danimarca con l’obiettivo di venire a correre in Italia per crescere e migliorare. Il suo cammino lo ha portato prima alla Carnovali Rime nel 2022 e nel 2023. La stagione scorsa è arrivata la chiamata della Zalf-Euromobil, con la chiusura della formazione guidata da Faresin il futuro di Lock ha preso le tinte dei colori della General Store.
«Lock è al primo anno elite – continua a raccontare Rosola – è arrivato a noi dopo che la Zalf ha cessato l’attività. Lo avevamo già visto ed eravamo interessati perché pensiamo sia un corridore capace di fare ottime cose. I numeri c’erano e ci sono, aveva bisogno di persone che lo portassero a esprimersi al meglio. Ha ancora margini di crescita, ne sono convinto, anche se il fatto di essere un elite non aiuta. Ormai in pochi guardano a questa categoria, si punta a prendere atleti di secondo o terzo anno e il rischio per gli altri è di cadere in questo limbo».
Il danese (il secondo da destra) ha corso anche tra i professionisti, qui alla Settimana Coppi e BartaliIl danese (a destra) ha corso anche tra i professionisti, qui alla Settimana Coppi e Bartali
Provarci ancora
Il primo anno da elite rischia di essere una tagliola dalla quale si fa fatica ad uscirne interi, invece Lock grazie al supporto di Paolo Rosola e di tutta la General Store-Essegibi-Fratelli Curia ha trovato il modo di emergere e farsi notare.
«Lock voleva giocarsi ancora le sue carte – conclude il diesse – un’altra occasione per riuscire a passare professionista. Si meritava questa chance e ha ottenuto dei bei risultati, peccato perché in alcune situazioni non ha raccolto il massimo. Un esempio è al Giro d’Abruzzo, dove il freddo lo ha costretto al ritiro. Da questo punto di vista aveva bisogno di alcuni consigli su come affrontare certe situazioni di gara, devo dire che durante l’anno ha imparato tanto. Il futuro è ancora incerto, spero possa trovare una squadra e una sistemazione adeguata alle sue qualità. Credo che possa stare tra i professionisti, glielo auguro, ma sa anche che le porte da noi saranno sempre aperte».
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