Erica Magnaldi è nata a Cuneo il 24 agosto 1992. E' alla sua ottava stagione elite

Dalle GF alle elite: Magnaldi e le differenze con Trinca Colonel

29.09.2025
5 min
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Esempi di atlete che sono arrivate dalle gran fondo alle elite ce ne sono stati diversi. Nell’ultimo decennio alcune di loro sono diventate pro’ e vincenti come Erica Magnaldi prima e Monica Trinca Colonel adesso. Vale la pena però fare delle distinzioni perché anche questa transizione ha risentito del veloce e progressivo mutamento del ciclismo femminile.

Ti accorgi quindi parlando dell’argomento con Magnaldi che lei stessa farebbe fatica ad inserirsi in quello che è il suo mondo attuale e nel quale ci sa stare alla grande. Alla 33enne cuneese della UAE Team Adq abbiamo chiesto quali consigli e avvisi darebbe alle ragazze che si sentono di provare il passaggio nella massima categoria. In buona sostanza non basta solo saper andare forte in salita, occorrono tanti altri aspetti, anche mentali.

Luglio 2017, Magnaldi vince a Corvara e l'anno successivo passerà elite alla BePink (foto Maratona dles Dolomites)
Luglio 2017, Magnaldi vince a Corvara e l’anno successivo passerà elite alla BePink (foto Maratona dles Dolomites)
Luglio 2017, Magnaldi vince a Corvara e l'anno successivo passerà elite alla BePink (foto Maratona dles Dolomites)
Luglio 2017, Magnaldi vince a Corvara e l’anno successivo passerà elite alla BePink (foto Maratona dles Dolomites)

Vita che cambia

A luglio 2017 Magnaldi sale agli onori della cronaca amatoriale per la vittoria del percorso lungo della Maratona dles Dolomites. Questo risultato nella gran fondo italiana più famosa la proietta tra le elite trovando un contratto con la BePink la stagione successiva, prima di attirare l’attenzione della Ceratizit. Se il resto è storia nota, quel periodo sembra lontano anni luce.

«Il ciclismo specialmente quello femminile – apre la spiegazione Magnaldi – è cambiato tantissimo. Riguardando indietro, posso dire serenamente che la Erica di sette anni fa adesso sarebbe in grande difficoltà a correre tra le elite. Ora il livello è alto, le atlete sono agguerrite e le gare sono molto più complicate. Nel 2018 era più semplice per chi arrivava dal nulla come me. Adesso non è un passaggio così scontato come si può pensare, anche se comunque devi avere delle qualità.

«Personalmente – prosegue – ho dovuto colmare le lacune tattiche, lo stare in gruppo e la conoscenza delle avversarie. Nonostante tutto in qualche modo sono riuscita a cavarmela. Adesso bisogna avere motore per tutto. Ad esempio vediamo che ci sono i lead out per le salite, per portare le proprie capitane all’inizio delle salite o per guidarle fino ai punti decisivi. E talvolta le atlete che svolgono questi compiti continuano a salire a tutta.

Per sua stessa ammissione, ora Magnaldi farebbe fatica a passare dalle granfondo alle elite per il cambiamento del ciclismo (foto Play Full)
Per sua stessa ammissione, ora Magnaldi farebbe fatica a passare dalle gran fondo alle elite per il cambiamento del ciclismo (foto Play Full)
Per sua stessa ammissione, ora Magnaldi farebbe fatica a passare dalle granfondo alle elite per il cambiamento del ciclismo (foto Play Full)
Per sua stessa ammissione, ora Magnaldi farebbe fatica a passare dalle gran fondo alle elite per il cambiamento del ciclismo (foto Play Full)

Passaggio da ponderare

Per quelle granfondiste che ottengono buoni piazzamenti o che producono grandi prestazioni, il salto tra le elite va soppesato in maniera attenta. Se nel ciclismo maschile appare impossibile, anche nel femminile la tendenza inizia ad essere la medesima.

«Attenzione – sottolinea Magnaldi – a chi è tentata di lasciare le gran fondo per provare le gare elite. Ci sono differenze fondamentali a cui nessuno mai pensa. Le granfondiste sanno andare forte in salita con un passo regolare. Al netto di questa dote, trascurano sempre la pianura, le salite brevi e i cambi di ritmo. E poi spesso si trovano in gruppi di uomini che scandiscono la velocità. Per passare elite bisogna lavorare a livello anaerobico.

«C’è poi una componente di stress – aggiunge Erica – che non va sottovalutata. Correre a certi livelli tra le elite ha tanti aspetti belli, ma è una vita dura sia in gara che fuori. Sei chiamata a stare tanto lontano da casa tra ritiri e gare. Devi saper gestire le pressioni delle corse e gli equilibri di una squadra. Ora che sono pro’ mi accorgo che forse non sarei in grado di ritornare alle gran fondo e magari vincerle, proprio perché sono due mondi e sport totalmente diversi, non solo tatticamente».

Trinca Colonel arriva dalle granfondo, ma ha corso le categorie giovanili. Per Magnaldi i loro sono casi molto diversi
Trinca Colonel arriva dalle gran fondo, ma ha corso le categorie giovanili. Per Magnaldi i loro sono casi molto diversi
Trinca Colonel arriva dalle granfondo, ma ha corso le categorie giovanili. Per Magnaldi i loro sono casi molto diversi
Trinca Colonel arriva dalle gran fondo, ma ha corso le categorie giovanili. Per Magnaldi i loro sono casi molto diversi

Esempio border line

Dopo il mondiale appena disputato in Rwanda, sabato prossimo Trinca Colonel correrà anche l’europeo in Ardeche, dove ha conquistato tappa e generale del TCFIA, e dove ci sarà Magnaldi, che una settimana fa ha vinto il titolo continentale nel gravel in Abruzzo. Sono state spesso accomunate per il loro passato nelle gran fondo, ma le similitudini si fermano qua.

«Credo che sia – dice Magnaldi – un esempio border line quello tra me e Monica. Non ci sono consigli che io possa dare a lei. Monica ha corso nelle categorie giovanili fino a quindici anni e ha imparato a guidare molto bene la bici. Non a caso è una delle più forti discesiste del gruppo. Monica ha numeri e motore da fuoriclasse. E infatti non mi stupisco che stia andando forte malgrado fino al 2023 corresse e vincesse le gran fondo.

«Io invece – si avvia alla conclusione del discorso – sono cresciuta sugli sci da fondo e iniziando ad andare in bici quando ormai avevo più di ventidue anni. Mi sono affacciata al ciclismo elite in una fase in cui c’erano divari molto netti tra le 20-30 atlete più forti e le altre. Ora il livello medio è molto più alto alle spalle di quelle solite 20-30 forti. Le abilità le ho acquisite in gruppo, mettendomi in gioco, seguendo consigli e guardando le nostre gare in televisione, cosa che peraltro faccio ancora adesso per capire meglio gli errori che da dentro ti sfuggono. Ecco perché dico che chi viene dalle gran fondo ora farebbe fatica».

Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel dopo il traguardo

Il mondiale a ostacoli di Evenepoel, tra iella e grandi gambe

29.09.2025
6 min
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KIGALI (Rwanda) – Dopo l’arrivo, mentre Pogacar ancora faceva festa con la squadra e la compagna, Remco Evenepoel è andato a sedersi contro una transenna con la testa fra le mani (foto di apertura). Il secondo posto brucia, il fatto che sia stato scatenato da un problema meccanico, lo rende anche più pesante. Sul podio il belga aveva un sorriso vagamente mesto, ma gradualmente ha recuperato il senso delle cose. Dopo aver vinto l’oro nella crono, il belga ha centrato l’argento su strada. Se esistesse una classifica combinata fra le due discipline, sommando i distacchi fra crono e strada, il leader nella sfida contro Pogacar sarebbe ancora lui, con margine di 1’09”. Meglio sorridere e fare buon viso a cattivo gioco.

La sua giornata è stata variopinta, come lo è stata la sua settimana. E’ iniziata con la crono stellare in cui ha imposto la sua legge anche su Pogacar. E’ proseguita con una conferenza stampa piena di sicurezza e con un’affermazione sugli italiani che si è prestata a interpretazioni poco simpatiche. Quando la corsa è partita, lo abbiamo visto fermarsi e infilarsi in un WC chimico. Poi ha cambiato per due volte la bici, con tanto di scena stizzita diventata ormai virale sui social. E alla fine, rimesse le cose in pari, si è espresso in un inseguimento così potente da aver tolto di ruota Ciccone in pianura e discesa e non in salita. La sua giornata l’ha spiegata lui quando, ultimo dei tre del podio, è venuto a raccontarsi davanti alla platea dei giornalisti.

Perché quei minuti sconsolati dopo l’arrivo?

Forse dopo la guarderò con occhi diversi, ma al momento non mi sento benissimo.

Che cosa è successo da farti cambiare per due volte la bici?

Prima del Mount Kigali, sono finito in una buca della strada e la sella si è abbassata, tanto che stare seduto è diventato un problema. Poi è cominciata la salita e i crampi ai muscoli posteriori della coscia si sono fatti sempre più forti. Non è stato il massimo. E una volta che Tadej ha sferrato il suo attacco, cosa che sapevo sarebbe accaduta lì, ho avuto dei crampi e non riuscivo a spingere bene. Potrebbe sembrare strano, ma è così che funziona quando si cambia posizione drasticamente. Finché ho trovato dei compagni di squadra e ho detto loro che dovevano riportarmi dentro, ma che al traguardo avrei dovuto cambiare bici.

Primo cambio: e poi?

Al box mi hanno passato la terza bici, che non uso molto. Sentivo che aveva la sella troppo orizzontale e che iniziava a darmi molti problemi alla parte bassa della schiena, a causa dei miei infortuni del passato. Quindi non sono riuscito a farci neanche un giro, perché ero davvero in difficoltà. A quel punto mi sono fermato per prendere la seconda bici dall’auto. Sfortunatamente in quel tratto c’erano alcuni corridori staccati e un po’ di traffico, quindi ho dovuto aspettare un po’ per la macchina. Una volta presa la bici, ho sentito che ero nella posizione giusta e tutto girava correttamente. Così sono rientrato in gara e ho concluso con un secondo posto.

Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel con BEn Healj e atias Skjelmose
La compagnia di Healy e Skjelmose dopo un po’ non è bastata e Remco li ha staccati, ma Pogacar era imprendibile
Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel con BEn Healj e atias Skjelmose
La compagnia di Healy e Skjelmose dopo un po’ non è bastata e Remco li ha staccati, ma Pogacar era imprendibile
Hai pensato anche solo per un secondo di ritirarti?

Sì, l’ho pensato. Ero fermo, con la bici rotta. Guardavo con stupore il mio distacco che ormai era di 1’45”. A quel punto mi sono chiesto: perché continuare? Mancavano ancora cinque giri o qualcosa del genere, per cui è stata dura. Poi però ci siamo ritrovati tra le ammiraglie, almeno fino a che c’è stato il barrage e così sono tornato nel gruppo. Con il secondo cambio di bici, mi sentivo di nuovo meglio, le gambe giravano e avevo meno crampi. Ho sentito che c’era ancora un po’ di potenza e qualcosa da fare. Ovviamente in quel momento il distacco era già troppo grande per colmarlo, perché sappiamo tutti che se Tadej prende vantaggio, non rallenta. Siamo bravi cronomen, sappiamo come mantenere un certo margine. Quindi, la gara in quel momento era già persa, potevo solo sperare nel meglio e puntare al massimo.

Sei andato fortissimo, sapevi di stare così bene?

Credo di essere andato piuttosto forte, ma Tadej ancora una volta ha fatto una corsa fenomenale ai campionati del mondo. Ero frustrato perché sapevo che oggi sarebbe potuta andare diversamente senza i problemi alla bici. Penso che se non avessi avuto i crampi sul Mount Kigali, sarei riuscito a stare al passo con lui e Del Toro. E a quel punto la gara sarebbe finita, perché in tre saremmo arrivati davvero lontano. Le gambe c’erano, ma ho avuto anche un po’ di sfortuna.

Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel all'arrivo
Evenepoel ha mantenuto pressoché invariato il suo ritardo da Pogacar, segno di due andature piuttosto simili
Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel all'arrivo
Evenepoel ha mantenuto pressoché invariato il suo ritardo da Pogacar, segno di due andature piuttosto simili
Ti accorgi che il gap da Tadej è sempre più sottile?

Mi rendo conto che il mio livello è salito. Oggi sono finito dietro Pogacar, ma non a tre minuti come al Lombardia dell’anno scorso. Sono rimasto dietro di un minuto e non sono diventati tre. L’ho inseguito andando alla sua stessa velocità. A un certo punto abbiamo perso terreno in tre. Io stavo lavorando molto, invece sentivo che Ben e Matthias (Healy e Skjelmose, ndr) ci stavano rallentando ed è per questo che ho deciso di provarci sulla cima della salita del golf. E alla fine ho sempre mantenuto lo stesso distacco. Mi sento abbastanza bene e spero di poter mantenere questa forma la prossima settimana agli europei e poi anche al Lombardia. E’ una gara che prima o poi nella mia carriera mi piacerebbe vincere.

Alcuni corridori hanno detto che si è trattato della gara più dura della loro carriera.

Per me no, per esempio Glasgow fu qualcosa di completamente diverso perché eri sempre in salita. Certo, il tratto sul pavé alla fine ha reso tutto davvero difficile, perché inizi a essere stanco e poi hai di nuovo quel pavé e ancora quel pavé e ancora, ancora, ancora. Non era una cosa che mi infastidisse, ma alla fine ho iniziato a odiarla. Non mi è sembrata la gara più dura, probabilmente perché sono in ottima forma.

Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel, affaticato dopo l'arrivo
Dopo il traguardo, Evenepoel non ha voluto altro che un angolo di asfalto per sedersi a smaltire fatica e delusione
Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel, affaticato dopo l'arrivo
Dopo il traguardo, Evenepoel non ha voluto altro che un angolo di asfalto per sedersi a smaltire fatica e delusione
Perché a un certo punto hai dovuto andare in un bagno chimico? Problemi di stomaco?

Dovevo fare pipì e non ho osato farla da qualche altra parte per paura che mi squalificassero. Ma poi, dopo qualche chilometro, ho visto tre australiani che la facevano sul ciglio della strada. E allora mi sono chiesto: perché non l’ho fatto anch’io? Però è vero che negli ultimi giorni ho avuto qualche problema di stomaco, non serve che vi spieghi cosa (ride, ndr). All’inizio della gara è andata abbastanza bene, ma appena ho cominciato a mandaregiù dei gel, ho avvertito un po’ di crampi allo stomaco. Ma non mi hanno frenato, solo che dopo l’arrivo sono dovuto correre in bagno per sfogarmi, diciamo così. Penso di non essere il primo e neanche l’ultimo in questa trasferta ad avere problemi di stomaco.

Vincere il campionato europeo di domenica prossima potrebbe riequilibrare la situazione?

L’ultimo mese della mia stagione ha da tempo tre obiettivi: il mondiale di Kigali, gli europei in Ardeche e il Lombardia. La maglia degli europei è anche l’unica che manca dal mio armadio, quindi nel prossimo fine settimana avrò molta motivazione. Ma non cerco la vendetta, è solo un obiettivo molto ambizioso e mi sento pronto. Quindi spero di riprendermi bene e poi ci riproveremo.

Quattro azzurri sul Mount Kigali: il bilancio del cittì Villa

28.09.2025
4 min
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KIGALI (Rwanda) – Il sesto posto di Ciccone è uno dei migliori piazzamenti recenti di un corridore italiano nel mondiale dei pro’ e come tale basta e avanza per far definire positivo il debutto di Marco Villa. Il cittì azzurro ha appena finito di parlare con l’abruzzese. Ammette che in auto avevano la televisione, ma le riprese erano tali che la corsa dei suoi non l’ha vista. Il suo punto di vista è ancora alieno rispetto alla strada, ma rispetto alle incertezze della vigilia, Villa dimostra di aver già preso parecchie misure. Come glielo dici a uno che storceva la bocca davanti alla finale per il bronzo che deve accontentarsi del sesto posto? Però l’evidenza del mondiale è stata così lampante, che sarebbe persino ingiusto chiedere di più ai suoi corridori.

«Probabilmente c’è stata una situazione sfavorevole – dice Villa, commentando la fine dell’inseguimento a Evenepoel – perché appena abbiamo raggiunto il gruppetto che seguiva Remco, Giulio era l’unico che tirava. Non c’era collaborazione, erano tutti esausti. Mi dispiace, perché magari con qualcuno che avesse avuto almeno la sua gamba, si poteva pensare di riprendere Evenepoel. La corsa è stata dura. Quando ho visto staccarsi Jay Vine, uno di quelli che stava andando più forte, si è capito che la fatica era tanta. E quando sono finiti dietro anche Ayuso e Del Toro, ho pensato che Giulio è stato davvero forte».

Te la senti di dare un voto alla squadra?

Io sono sempre ottimista, darei un otto. Ma con quello che hanno fatto, forse meritano anche di più. C’è stato il momento sul Mount Kigali in cui il gruppo è esploso e noi eravamo ancora in quattro, mentre si erano già staccati corridori forti. Poi è logico che quando siamo entrati sul circuito, ho fatto scrivere sulla lavagna di parlare con Ciccone. Non avevamo radioline, non sapevo cosa succedeva. Ho visto che a un certo punto ha iniziato a tirare Frigo e poi in ultimo si è mosso anche Bagioli, per provare a chiudere su Remco.

C’era quasi riuscito…

Quando ha cambiato la bicicletta – ricorda Villa – era proprio davanti a noi ed era un po’ sconsolato. Poi ha avuto la fortuna di trovare due compagni che si erano appena staccati e si sono rimessi a tirare. L’hanno portato sul gruppetto di Ciccone e se Giulio fosse riuscito a rimanere con lui, avremmo fatto la differenza.

Ieri parlavi della differenza fra una gara di quattro minutio su pista e questa di diverse ore: come è stato viverla dall’ammiraglia?

Lunga. Sono ritmi diversi e si è visto anche poco. Non ho visto perché Ciccone non sia riuscito ad agganciare Remco, non sono riuscito a a dare le indicazioni che avrei voluto, mentre in pista si può comunicare a ogni giro. Però è stata sicuramente una bella esperienza e mi ha fatto pensare che certe scelte sono state fatte accuratamente. Peccato per le assenze…

Qualcuno di quegli assenti, ad esempio Pellizzari, lo recupererai per gli europei di domenica prossima?

Pellizzari no, Garofoli invece ci sarà. Volevo Aleotti, ma il giorno prima va al Giro dell’Emilia. Al momento possiamo parlare di Bettiol, Scaroni, Ulissi, Garofoli e Frigo. Per Pellizzari la squadra non sarebbe d’accordo. Già avevano storto il naso per i mondiali, dicendo che secondo loro sarebbe stato troppo e di lasciare la scelta al corridore. E Giulio alla fine aveva accettato. Aveva anche fatto l’upgrade del biglietto per viaggiare in business e fare tutto nel modo migliore. Ma se era tanto il mondiale, figurarsi ora gli europei. Il sesto ancora mi manca, ma lo tireremo fuori.

Campionato del mondo Kigali 2025, prova su strada professionisti, Marco Villa e Giulio ciccone, dopo corsa

«Il giorno più duro della mia vita». Viaggio nel 6° posto di Ciccone

28.09.2025
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KIGALI (Rwanda) – Quando gli facciamo notare le gambe svenate e ridotte a pelle e ossa, Ciccone sfrega il palmo sulla coscia e ammette di aver perso 15 anni in un solo giorno. Quando gli abbiamo chiesto di fermarsi per parlare, ha avuto bisogno di sedersi, sfinito come mai l’avevamo visto in precedenza. Il sesto posto è un buon risultato e in qualche misura ricalca i valori in campo. Se poi gli si chiede se avrebbe firmato, allora dice di no. Che il podio sarebbe stato meglio, ma un quinto sarebbe andato bene lo stesso.

«Si sapeva che Mount Kigali sarebbe stato il punto chiave della corsa – racconta dopo aver ripreso fiato – però onestamente non mi aspettavo che il percorso fosse così duro. Anche nei giorni scorsi, a vederlo e provarlo, si aveva tutt’altra sensazione. E’ stato durissimo, già dai primi giri. Ci si è messo anche il clima, perché non era proprio un circuito proibitivo. Però la sensazione per una buona parte di noi era veramente di sofferenza. Invece sulla salita mi sono sentito bene. Quando ho visto Tadej attaccare ho cercato di gestire le mie energie al meglio. Sapevo che era ancora lunga, quindi ho fatto una bella progressione. Conoscevo bene il pezzo duro e poi il muro successivo, quindi ho cercato di gestire le mie forze. Invece quando siamo entrati nel circuito è iniziata proprio un’altra gara».

Campionato del mondo Kigali 2025, prova su strada professionisti, Giulio Ciccone, Pirnoz Roglic in salita
Ripreso il gruppetto di Roglic, Ciccone ha potuto lottare per un piazzamento migliore: è arrivato il 6° posto
Campionato del mondo Kigali 2025, prova su strada professionisti, Giulio Ciccone, Pirnoz Roglic in salita
Ripreso il gruppetto di Roglic, Ciccone ha potuto lottare per un piazzamento migliore: è arrivato il 6° posto

La squadra ha fatto quel che poteva. Da buon capitano, Ciccone loda il lavoro di tutti, ma quelli che più si sono visti nel vivo sono stati Frigo e Bagioli, con qualche tirata anche da parte di Garofoli. Alla fine l’hanno chiusa in tre: Ciccone, appunto, Bagioli e Garofoli. Ma la corsa che fino alla salita lunga aveva risposto a una logica, una volta entrata nel circuito, è esplosa in mille gruppi come ieri per le donne.

Come è andata?

C’è stato un momento che eravamo in tre-quattro davanti e io mi sentivo molto bene. Per un attimo abbiamo pensato di rimanere uniti, per cercare di controllare, però come sempre al mondiale, da un giro all’altro può cambiare tutto. C’è stato un giro in cui con Bagioli, abbiamo provato ad anticipare lo strappo, ma ci hanno preso in cima. Nel giro dopo sono andati via Remco ed Healy proprio davanti a me. Ho fatto un fuorigiri per seguirli, ma non nel tratto in salita, addirittura prima. Nel tratto in discesa, prima del muro in pavé, per seguire Remco facevo fatica a stare a ruota in discesa. Non ho recuperato. Ero ruota, ma dovevo spingere più di quello che riuscivo. E quando ho preso il pavé ero al limite. In quel giro non ho potuto fare altro che gestirmi, ma penso sia stata la giornata più dura della mia vita. Ho avuto delle sensazioni tremende, dal mattino e fino all’arrivo.

Sei soddisfatto del risultato?

Sì, è un buon sesto posto. Il mio rimpianto più grande è proprio nel non essere riuscito a tenere quel gruppetto: ho fatto quel fuori giri e l’ho pagata. In questo mondiale non c’erano troppi colpi, c’era un colpo solo e l’ho sparato forse nel momento sbagliato. Però visto il livello così alto, non ho rimpianti perché sono arrivato morto. Non ho più niente da dare. E penso che anche la squadra abbia fatto un bellissimo lavoro, il massimo di quello che potevamo. Magari una top 5 o il podio era meglio, però bisogna accettare il nostro livello. Siamo sesti in uno dei mondiali più duri degli ultimi anni, dobbiamo essere soddisfatti.

Che cosa ti è parso della squadra?

Ero sicurissimo del gruppo, sapevo che ognuno di noi avrebbe dato il 100 per cento. Tutto quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto e stasera possiamo essere soddisfatti perché abbiamo fatto il massimo. E’ una squadra che avrebbe dovuto avere Caruso, Pellizzari e anche Tiberi, se fosse uscito bene dalla Vuelta. Ma abbiamo dato tutti il massimo. Tante fasi magari non si vedono dalla televisione, però oggi non era facile gestire le cose, anche l’aspetto delle borracce, il ghiaccio. C’era un grosso lavoro sporco da fare dietro e loro l’hanno fatto alla grande, quindi voglio ringraziare veramente tutti.

Pogacar è di un’altra categoria, ma in certe gare ti confermi fra i migliori al mondo.

Diciamo che oggi, su un percorso così, ho dovuto correre più di rimessa. Mi sono trovato più a mio agio nella salita lunga fuori dal circuito, Mount Kigali, appunto. Infatti in quella fase ho avuto veramente delle belle sensazioni e per un attimo sono stato super ottimista. Poi quando siamo rientrati nel circuito, è cambiato tutto. Oggi la fatica è stata estrema per tutti.

Che cosa ti sembra di questo Pogacar?

Tadej è il corridore più forte al mondo, forse della storia. Nel ciclismo moderno, con i numeri di oggi, le medie e come si corre, bisogna solo dirgli chapeau e basta. Noi che viviamo in gruppo da avversari, un po’ ci conosciamo e analizziamo anche gli avvicinamenti e quello che è stato fatto prima. Lui arrivava dal Canada, non aveva usato la bicicletta da cronometro, per questo il giorno della crono è andato male. Ci sono tanti i dettagli che fanno la differenza e oggi avrei messo la firma che avrebbe vinto.

Lo raggiunge anche Villa (i due sono insieme nella foto di apertura), che ha parcheggiato l’ammiraglia ed è venuto a chiedergli come mai a un certo punto non sia entrato nel gruppetto con Evenepoel e Healy. E allora Ciccone riprende a spiegargli il fuorigiri per seguire Remco in discesa e quello che sarà il ritornello di questa serata calda alle porte di Kigali. Gli altri azzurri hanno ripreso la via dell’hotel, Ciccone va a sedersi sotto il gazebo dei box e racconta la sua storia. Il sesto posto è un passo avanti. E obiettivamente, al netto di quel passo mezzo falso, ha la faccia di uno cui oggi non avresti potuto chiedere oltre.

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Tadej Pogacar, maglia iridata

Sfrontato, spietato, fortissimo: il solito Pogacar, al bis iridato

28.09.2025
6 min
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KIGALI (Rwanda) – Giovedì aveva detto che Mount Kigali gli piaceva, ma che fosse troppo lontano dal traguardo per immaginare un attacco. Dalla cima sarebbero mancati 104 chilometri all’arrivo, troppi anche per lui. La salita era trabordante di tifosi vestiti di ogni colore e il gruppo era tutto sommato ancora numeroso, quando invece Tadej Pogacar ha attaccato.

La scena di una corrida: il torero più famoso e atteso ha preso di petto il toro ben prima che fosse iniziato il lavoro per sfiancarlo. Alla sua ruota si sono portati subito Ayuso, Evenepoel e Del Toro. Sembrava il primo atto di una storia a quattro, è diventato presto il prologo dell’ennesima impresa. Remco è naufragato praticamente subito. Ayuso, che probabilmente ha pensato di avere l’occasione di vendicare qualche torto, ha chiesto troppo a se stesso e si è piantato. Solo Del Toro ha avuto le gambe per insistere, prestandosi al lento e inesorabile svuotamento. Perché Pogacar non dà mai l’idea di spingere, ma il suo ritmo ti toglie l’aria dai polmoni e l’ossigeno dai muscoli.

«In realtà – sorride Pogacar – avevamo progettato di muoverci proprio da lì, per cominciare a fare male. Andare da solo sarebbe stato un rischio, ma quando ho visto che eravamo in tre, ho pensato che sarebbe stata la mossa decisiva. Si poteva combinare qualcosa di buono e ha funzionato. Credo che a un certo punto Isaac (Del Toro, ndr) abbia avuto problemi di stomaco. Non volevo che si staccasse perché sarebbe stato meglio correre più a lungo con un altro corridore, soprattutto se era lui. Per questo ho cercato di incoraggiarlo e di farlo stare più a lungo con me. Sono rimasto da solo a sessanta chilometri dall’arrivo, una misura abbastanza giusta, che sono riuscito a gestire da solo».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, attacco Isaac Del Toro, Tadej Pogacar, Juan Ajuso
Nel tratto finale in pavé di Mount Kigali, davanti c’è Del Toro, poi Pogacar e Ayuso già staccato
Nel tratto finale in pavé di Mount Kigali, davanti c’è Del Toro, poi Pogacar e Ayuso già staccato

L’obiettivo di tenere la maglia

Ha corso e vinto alla sua maniera, sprezzante del rischio di piantarsi e rimanere a corto di energie. Si è messo sul suo passo migliore e non si è alzato dalla sella neppure per rilanciare all’uscita dalle curve. Sempre regolare, sempre composto. Come si fa nelle crono, lui che nella crono di domenica scorsa le aveva prese in modo pesante proprio da Evenepoel. 

«Da quando sono arrivato qui – racconta Pogacar – ci siamo preparati per dare il massimo proprio in questa giornata. Per arrivare alla gara e prenderla in mano. Dopo il Tour non ho potuto abbandonare completamente la bici, perché se ti prendi due settimane di pausa e vai in vacanza, perdi molta forma fisica. Per cui non puoi. Magari una settimana fai meno, poi però devi allenarti di nuovo. Il mio grande obiettivo stagionale era difendere la maglia, ma ugualmente mi sono goduto questo viaggio. Qui è tutto diverso, ma in senso positivo. Ho fatto degli allenamenti davvero buoni con Urska e i miei compagni di nazionale. E’ stato semplicemente bellissimo. Abbiamo avuto molto supporto: ho vissuto una giornata fantastica, in una settimana fantastica e in un’esperienza fantastica. Però è stato anche un giorno durissimo per la quota, il caldo e il sole cocente. Sono super felice e orgoglioso di essere riuscito a farcela».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Tadej Pogacar sull'arrivo
Arrivo a braccia alzate: negli ultimi metri, Pogacar ha anche richiesto l’applauso
Arrivo a braccia alzate: negli ultimi metri, Pogacar ha anche richiesto l’applauso

Niente viene per caso

All’arrivo ha trovato tutti i compagni che nel frattempo si erano ritirati, ad eccezione di Roglic che ha chiuso undicesimo. La folla alle transenne è esplosa in un boato che Tadej per primo, con gesti delle braccia, ha invitato a rendere ancora più rumoroso. Ha bissato così il titolo conquistato lo scorso anno a Zurigo, ma su un palcoscenico ben più vivace e al contempo delicato di quello quasi invernale e compassato della Svizzera. 

«Non saprei scegliere – annuisce Pogacar – sono state due vittorie speciali, ciascuna a modo suo. L’anno scorso sono diventato campione del mondo per la prima volta, però difendere il titolo è sempre una delle cose più difficili da fare. Quindi anche questa vittoria è davvero speciale. In più siamo qui in Rwanda. E’ stato un lungo viaggio e ha richiesto una lunga preparazione e la cura di ogni dettaglio. Ad esempio avevamo con noi lo chef Jorge Marin Laria, uno dei membri del team UAE Emirates. Così ho potuto mangiare quel che normalmente mangio in gara. Bisogna fare così, questo sport lo esige. Magari è noioso, ma devi fare quello a cui sei abituato, incluso prepararti il cibo. Soprattutto in questo tipo di gara, perché è così lunga e si bruciano tante calorie. Bisogna assumere molto cibo e soprattutto quello che mangi normalmente nei giorni di gara e prima della gara».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Remco Evenepoel insegue
Evenepoel è stato costretto per due volte a cambiare bici, ma ha pedalato allo stesso ritmo di Pogacar
Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, Remco Evenepoel insegue
Evenepoel è stato costretto per due volte a cambiare bici, ma ha pedalato allo stesso ritmo di Pogacar

La rivincita con Remco

Nella sfida c’era anche la sfida con Evenepoel, perchè giovedì aveva anche detto che in un modo o nell’altro oggi si sarebbe vendicato. Non si può dire che non gli sia costato o che non sia stato costretto a raschiare il fondo del barile. In certe inquadrature, stringeva i denti come uno che non ce la facesse davvero più. Però anche in questo andare in profondità, Pogacar ha mostrato di avere una riserva superiore. Anche più di Evenepoel che, malgrado i due cambi di bici, minacciava di avvicinarsi.

«Sapevo che Remco ha avuto qualche problema – racconta Pogacar – prima ho saputo che era nel gruppo. Poi non c’era più. Poi di colpo era davanti al gruppo. Ma non lo sapevo con esattezza, perché non avevamo le radio come nelle altre gare. Per cui mi sono concentrato solo sul distacco e su quanti corridori ci siano dietro e quanti siano rimasti in gara. Ho saputo che ha cambiato bici per due volte, quindi anche la sua corsa è stata impressionante».

Trenta all’arrivo

Impressionante è stata anche l’accoglienza del Rwanda per questi eroi dalle gambe sottili. Il solo corridore africano che abbia raggiunto il traguardo è stato Amanuel Ghebreigzabhier, eritreo della Lidl-Trek. E’ passato sul traguardo, trentesimo e ultimo, con 12’04” di ritardo da Pogacar. Il resto del gruppo, vale a dire gli altri 134 corridori, si sono fermati ben prima: stremati dal ritmo, dalla polvere e dal caldo. Solo tre gli azzurri al traguardo: Ciccone arrivato sesto, Bagioli e il tenace Garofoli.

Raramente su una salita abbiamo visto lo spettacolo di Mount Kigali e raramente nei mondiali precedenti si sono visti così tanti bambini. In Europa il ciclismo è uno sport seguito da un pubblico prettamente adulto. Anche qui il ciclismo è uno sport, ma è stato soprattutto una festa. Resta la curiosità di capire che cosa questo grande evento, pagato neanche poco, lascerà a Kigali e alla sua gente. Loro ci hanno lasciato tanta allegria e tanta bellezza, speriamo di aver fatto qualcosa anche noi.

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28.09.2025
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KIGALI (Rwanda) – Di tutto e di niente. Dopo un brutto giorno come quello di Elisa Longo Borghini ai mondiali, sarebbe comprensibile se non avesse voglia di parlarne. La corsa è andata. La cena è finita da poco. E durante il brindisi per l’argento di Chantal Pegolo, lo sguardo di Elisa era mogio. Forse aveva sognato di essere lì anche lei, davanti a tutti, con una bottiglia da aprire e i ringraziamenti da fare. Un motivo per sorridere gliel’ha offerto Urska Zigart, cui la Longo ha proposto uno scambio di maglie.

«Mi piace il colore di quella slovena – dice mentre aspetta la signora Pogacar – non ce ne sono tante di questo colore, anzi direi che è unica nel gruppo».

Campionati del mondo, Kigali 2025, Elisa Longo Borghini, Ursk Zigart si scambiano la maglia nello stesso hotel
Scambio di maglia con reciproco autografo: la maglia di Urska Zigart sarà il solo souvenir di Elisa Longo Borghini dal Rwanda
Campionati del mondo, Kigali 2025, Elisa Longo Borghini, Ursk Zigart si scambiano la maglia nello stesso hotel
Scambio di maglia con reciproco autografo: la maglia di Urska Zigart sarà il solo souvenir di Elisa Longo Borghini dal Rwanda

L’obiettivo europeo

Quando Urska arriva, le due iniziano a parlare fitto, probabilmente della gara. La slovena è arrivata poco indietro rispetto all’azzurra, in quella corsa da mal di testa in cui a un certo punto è diventato difficile persino capire la composizione dei gruppi. Noi intanto ragioniamo fra colleghi: se la Longo era il capitano, perché a Malcotti non è stato chiesto di fermarsi e aspettarla? Hanno detto tutti che non si capisse nulla, Velo ha cercato di passare con l’ammiraglia. E’ un peccato: la trentina non aveva possibilità di risultato, aiutare Elisa avrebbe tenuto mezza porta aperta. Quando le due si salutano, il divano diventa il luogo giusto per mettere ordine nei pensieri o almeno provarci. Il mondiale è andato, gli europei bussano alla porta. 

«Il 29 settembre, domattina arrivo in Italia alle 5,50 – spiega Elisa – e il 2 ottobre parto in macchina per andare agli europei in Ardeche. Per me questa delusione diventa di sicuro una grande rabbia. Adesso mi ci vuole una bella dormita, domani farò una sgambata e poi mi passerà. Anche perché, in fin nei conti, è una corsa di bici. Una corsa importante, chiaro, su cui ho investito parecchio ed è sfumata così. Non sono mancate le gambe, non mi hanno staccato in cento. E’ stata una corsa strana, però bisogna guardare avanti perché indietro non si può tornare e ho davanti un altro grande obiettivo. Penso che l’europeo sarà una bella corsa. Le condizioni meteo saranno diverse, saranno quelle che piacciono a me. E sarà anche un’altra gara, perché sarà dura in maniera diversa».

Campionati del mondo, Kigali 2025, Elisa Longo Borghini, BArbara Malcotti con i media dopo l'arrivo
Longo Borghini e Malcotti hanno fatto corsa individuale nel finale: Elisa era il capitano, si poteva fare diversamente?
Campionati del mondo, Kigali 2025, Elisa Longo Borghini, BArbara Malcotti con i media dopo l'arrivo
Longo Borghini e Malcotti hanno fatto corsa individuale nel finale: Elisa era il capitano, si poteva fare diversamente?

Le lavagne di tedeschi e svizzeri

La hall dell’hotel ha quattro angoli, con divani e piccoli tavoli su cui già da qualche giorno i più giovani giocano a carte. Stasera ci sono da una parte gli under 23 con Finn mezzo disteso con le carte in mano. Accanto, su altri divani, le ragazze della squadra elite parlano con Chantal Pegolo, che hanno adottato. I discorsi arrivano ovattati, mentre Longo Borghini va avanti nel ragionamento.

«Mi sono adattata abbastanza in fretta al clima – dice Elisa – perché arrivavo dal Teide dove c’era un clima molto simile. Non riesco a dare nessun’altra spiegazione alla corsa di oggi, se non l’estremo tatticismo. Sappiamo tutti che si corre senza radio, ce ne siamo fatti una ragione ed è inutile lamentarsi. Però dico che oggi le radio sarebbero state molto importanti. Non si trattava nemmeno di preparare meglio o peggio la corsa a tavolino, perché onestamente è stata la gara più strana di tutta la mia carriera. Ancora più strana delle Olimpiadi di Tokyo 2021. Per capire la situazione, mi affidavo tanto alla lavagnetta della nazionale tedesca e a quella della Svizzera. Cercavo di leggere un po’ anche i riferimenti che davano alle olandesi, ma non mettevano i distacchi. E’ stata veramente una corsa senza logica, strana. Veramente in tutta la mia carriera non ho mai fatto una corsa così strana».

Campionati del mondo, Kigali 2025, Marco Velo commenta la corsa suito dopo l'arrivo
Velo ha tenuto a fare il debriefing con le azzurre, prima di dare la sua opinione sul mondiale
Campionati del mondo, Kigali 2025, Marco Velo commenta la corsa suito dopo l'arrivo
Velo ha tenuto a fare il debriefing con le azzurre, prima di dare la sua opinione sul mondiale

L’umiltà di Velo

Con la maglia verde di Urska Zigart nelle mani, il ragionamento inizia a virare verso gli europei di sabato prossimo. La squadra sarà praticamente simile a quella di Kigali. Velo ne aveva parlato prima delle convocazioni: su due percorsi così simili, la possibilità di scelta è limitata, per cui ad alcune delle ragazze di qui sarà richiesto il doppio impegno.

«Marco deve ancora darci la conferma – conferma Elisa – ma la squadra per l’Ardeche sarà molto simile. Tranne un paio, saremo le stesse. Con il nuovo cittì mi sto trovando bene. C’è sempre un buon dialogo, un costante scambio di opinioni, con messaggi e anche telefonare. Mi è piaciuto molto il fatto che dopo la corsa ci siamo seduti, ci siamo messi a discutere tutti insieme su cosa è andato bene e cosa è andato male. E’ una cosa che normalmente succede nella squadra di club, mentre nelle nazionali non è all’ordine del giorno. E sono anche contenta che oggi nel briefing ci abbia detto che ha bisogno di noi, perché questo per lui è un mondo un po’ nuovo, dato che arriva dalle cronometro. Ha detto che è bello poterci parlare e avere la nostra opinione, perché deve imparare tanto. Non è una cosa scontata da un commissario tecnico e questa cosa gli fa onore».

Si guarda intorno. Voglia di giocare a carte o stare in compagnia ne ha poca. Si alza, si scusa, ma ha sonno e vuole andare a dormire. Jacopo Mosca, suo marito, ha provato a tirarla su, ma da corridore e conoscendola, si è limitato a dirle che può capitare e ad offrirle un obiettivo. Sabato si corre, per fortuna non c’è tanto da aspettare. Non resta che tornare a casa per ricaricare le batterie, poi guidare fino in Francia.

Visita Alessandro Petacchi a casa di Giancarlo Ferretti (immagine Instagram)

Petacchi e quelle due ore indimenticabili a casa di Ferretti

28.09.2025
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«A parte il rispetto – dice Petacchi – per Giancarlo Ferretti nutro un affetto smisurato. Io non avevo mai conosciuto il Sergente di Ferro, come lo chiamavano. Per me è stato una persona speciale. Al Giro d’Italia del 2000 andai per tirare le volate a Konychev. Ero in camera da solo, perché si correva ancora in nove e avevano chiesto se volessi dormire da solo. Non era un bel periodo e una sera me lo ritrovai in camera alle undici. Aveva capito che stavo attraversando una crisi e venne a parlarmi. Ne uscì all’una, si parlò di tutto meno che di ciclismo. E da quel momento per me divenne una persona di riferimento».

L’occasione per riaprire le pagine di questo splendido diario è stata un post su Instagram. Ci sono le foto di Petacchi che abbraccia Ferretti: il tecnico che diede la svolta alla sua carriera. «Semplicemente fantastico vederti – c’è scritto – abbracciarti e aspettare il passaggio dei corridori del Giro di Romagna assieme a te, Ferron, ed alla tua famiglia. Ho passato un paio d’ore indimenticabili piene di emozioni veramente forti».

Foto che toccano il cuore, riportando a galla tempi vissuti come una conquista. Anni in cui l’Italia aveva gli squadroni e andava nel mondo con i suoi capitani. Fra loro, Giancarlo Ferretti, per tutti Ferron, era uno dei più impavidi. Si era circondato dello stesso gruppo di lavoro: i suoi amici, che con gli anni divennero una famiglia. E quando si mise al lavoro per creare la Fassa Bortolo, fra i corridori individuati c’era anche un certo Alessandro Petacchi che alla corte di Reverberi aveva vinto una sola corsa ed era spesso in fuga.

Giro d'Italia 2003, Avezzano, Giancarlo Ferretti sull'ammiraglia e Alessandro PEtacchi in maglia rosa
Al Giro del 2003, Petacchi indossa la maglia rosa per le prime sei tappe: qui con Ferretti all’ammiraglia
Giro d'Italia 2003, Avezzano, Giancarlo Ferretti sull'ammiraglia e Alessandro PEtacchi in maglia rosa
Al Giro del 2003, Petacchi indossa la maglia rosa per le prime sei tappe: qui con Ferretti all’ammiraglia
Come andò?

Se devo essere sincero, mi chiamò perché gli avevano parlato di me. Giancarlo non sapeva quasi che corressi in bici. Poi il giorno dopo mi vide in televisione. Ero al Giro d’Italia e andai in fuga al chilometro zero. Gli piacque come stavo in bicicletta, lo stile che avevo e la sera mi chiamò. Mi disse che faceva una squadra e voleva sapere se mi interessasse andare. Io gli dissi di sì, assolutamente sì. Andò così. Ero seguito da Cecchini, mi allenavo da lui. E quando Ferron cominciò a cercare un po’ di corridori per fare la squadra, chiamò il Cecco. Fu lui a fargli il mio nome, gli disse di fidarsi e di provare a seguirmi in qualche tappa del Giro, perché ai tempi andavo spesso in fuga.

Cominciò davvero tutto così?

Sapevo chi era Ferretti e non mi intimoriva assolutamente quello che si diceva di lui. Poi chiaramente col tempo ho imparato a conoscerlo. Semmai in quel primo Giro avevo paura di non ricambiare la fiducia che mi avevo dato. E lui fu bravo. Se mi avesse aggredito o schiacciato, probabilmente avrei smesso di correre per il carattere che avevo in quel momento. Invece Giancarlo mi capì perfettamente. Non mi è mai stato addosso, mi ha sempre lasciato molto tranquillo, mi ha dato la tranquillità di cui avevo bisogno.

Visita Alessandro PEtacchi a casa di Giancarlo Ferretti (immagine Instagram)
L’occasione per la visita di Petacchi a Giancarlo Ferretti è stato il Giro di Romagna (immagine Instagram)
Visita Alessandro Petacchi a casa di Giancarlo Ferretti (immagine Instagram)
L’occasione per la visita di Petacchi a Giancarlo Ferretti è stato il Giro di Romagna (immagine Instagram)
Come proseguì quel Giro?

La mattina dopo, mi ricordo che c’era la tappa di Vasto e avevamo Tosatto con la maglia rosa, che mi pare avesse preso il giorno prima a Peschici. Nella riunione ci disse: «Ragazzi, siamo in maglia rosa e dobbiamo onorarla. Per cui collaboriamo con la Saeco che tirerà per Cipollini». Poi guardò verso di me e disse la frase che credo mi ricorderò tutta la vita. «Tu non tirare, stai vicino a Dima (Dimitri Konychev, ndr), fai quello che sai fare. Se rimani con me, ti stuferai di vincere».

Un’investitura da brividi…

Io rimasi un po’ così: ma cosa sta dicendo? Fino a quel momento, in quattro anni da professionista avevo vinto solo una corsa in Malesia. Evidentemente lui sapeva quello che potevo fare, anche se penso che nessuno potesse aspettarsi che avrei vinto così tanto. Però sapeva che potevo diventare sicuramente migliore. Infatti dopo il Giro d’Italia, cominciai a vincere in Lussemburgo. Poi andai alla Vuelta e vinsi le prime due tappe in un Grande Giro. E anche lì, fu lui che da casa a dare la svolta.

Giro d'Italia 2003, Lecce, Alessandro PEtacchi batte Mario Cipollini in volata
A Lecce, nel Giro 2003, accade l’impensabile: Petacchi batte Cipollini iridato nella prima tappa
Giro d'Italia 2003, Lecce, Alessandro PEtacchi batte Mario Cipollini in volata
A Lecce, nel Giro 2003, accade l’impensabile: Petacchi batte Cipollini iridato nella prima tappa
Perché da casa?

Giancarlo alla Vuelta non veniva mai. Io tiravo le volate a Baldato, però Fabio non riuscì a ingranare più di tanto. Così Ferron chiamò i direttori sportivi, mi sembra ci fossero Zanatta e Volpi, e gli disse che il giorno dopo avrebbero dovuto provare a fare la volata per me: «Quello che la squadra fa per Baldato, domani lo fate per Petacchi». Ricordo che il primo giorno non andò così e lui si arrabbiò.

Che cosa fece?

Richiamò e disse che se non lo avessimo fato il giorno dopo, avrebbe preso l’aereo e sarebbe venuto giù. Fu così che cominciai a fare le volate con la Fassa Bortolo e in quei sei anni vinsi 100 corse, cambiando la filosofia di Giancarlo. A lui piaceva attaccare e andare in fuga, aveva una squadra molto combattiva. Avendo un corridore come me, costruì l’ambiente migliore.

Quando nel 2005 le vostre strade si divisero, continuasti a sentirlo?

Sempre. Quando avevo bisogno di una chiacchiera o di una decisione, lo chiamavo. Per me Giancarlo è sempre stato un punto di riferimento.

Uno dei capolavori della Fassa Bortolo e di Petacchi fu di certo la Sanremo del 2005
Milano Sanremo 2005, Alessandro Petacchi
Uno dei capolavori della Fassa Bortolo e di Petacchi fu di certo la Sanremo del 2005
Nel ciclismo di oggi ci sarebbe ancora posto per un ammiraglio di quel taglio?

Per quello che mi ricordo, Giancarlo ha sempre avuto una mentalità aperta. Non avrebbe avuto difficoltà a sposare l’idea di avere un preparatore o un nutrizionista. Era figlio di un ciclismo di vecchio stampo, però è sempre stato aperto. E poi avrebbe anche oggi il suo punto di forza nel rapporto umano, che si sta un po’ perdendo. Vedo squadre con tanti preparatori, tanti nutrizionisti, magari 30 corridori sparsi per il mondo. Tutto questo altera i rapporti fra le persone. Nel gruppo di Ferretti, i rapporti personali erano la chiave e ancora oggi con tutti loro è rimasto un rapporto incredibile.

Davvero una famiglia?

In un certo senso, sì. Come sono partiti, così sono arrivati. Alla fine, le persone sono rimaste più o meno sempre quelle. I cinque o sei anni, sarà cambiato forse un massaggiatore o un meccanico. In proporzione cambiavano di più i corridori, salvo tre o quattro di noi che Giancarlo definiva i soci fondatori, perché c’eravamo all’inizio e ci siamo stati fino alla fine. Mi vengono in mente Baldato e Petito.

Visita Alessandro PEtacchi a casa di Giancarlo Ferretti (immagine Instagram)
Il momento più difficile, ammette Petacchi, è quello di andare via (immagine Instagram)
Visita Alessandro PEtacchi a casa di Giancarlo Ferretti (immagine Instagram)
Il momento più difficile, ammette Petacchi, è quello di andare via (immagine Instagram)
Che effetto fa ogni volta che vai a fargli visita?

Se vedo che posso andare, chiamo sempre sua figlia Federica. Quando arrivo, lo vedo che è contento. Mi saluta a modo suo, mi fa qualche raccomandazione e poi lo vedo che si emoziona e che questo mondo gli manca. Da una parte mi dico che così è la vita, però mi dispiace che ci soffre quando mi vede andare via. Quella è una cosa che mi fa stare male, ma trovo che sia bello che ci sia ancora questo rapporto. Con me c’è stato anche Volpi, che ci è passato anche Michele (Bartoli, ndr). Ferretti ha toccato la vita di tanti corridori, credo sia giusto ricordarselo.

Campionati del mondo, Kigali 2025, squadra azzurra professionisti allenamento

Il giorno dei pro’: i pensieri di Villa a poche ore dal via

28.09.2025
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KIGALI (Rwanda) – I corridori si sono alzati da tavola intorno alle 21 e lentamente si sono avviati verso la riunione. La corsa partirà alle 8,45 e per Marco Villa sarà il primo mondiale come cittì della strada. L’incarico più inatteso, accettato un po’ per senso di responsabilità e un po’ per sfida, è arrivato alla prima verifica. Per questo il cittì dei due ori su pista, dei tanti mondiali e dal palmares che ne fa a buon diritto uno dei tecnici azzurri più vincenti dello sport italiano, ieri sera tradiva la comprensibile tensione.

«E’ una gara diversa – diceva – le finali in pista te le soffi in quattro minuti, questa volta ho sette ore, spero (un sorriso, ndr). Però è stato una bel percorso, ci arrivo naturalmente con poca esperienza ed è inutile nasconderlo. Il mondiale su strada l’ho vissuto da collaboratore, ma il giorno prima andavo a vedere le altre gare con la radiolina per aiutare gli altri. Oggi sono stato qua con la mia squadra. Sono uscito con loro, li ho seguiti in macchina. Abbiamo parlato di tutto, abbiamo fatto una bella giornata assieme (in apertura un’immagine da Instagram, ndr). Adesso facciamo la riunione. Per me è una prima volta, sicuramente non è stata la routine di un commissario tecnico navigato».

Villa è anche tecnico delle crono. Ha sfiorato il podio con Finn e il 4° posto è venuto anche nel mixed relay: qui con Venturelli e Trinca Colonel
Campionati del mondo 2025, Kigali, Federica Venturelli, Monica Trinca COlonel sfinite dopo il team mixed relay
Villa è anche tecnico delle crono. Ha sfiorato il podio con Finn e il 4° posto è venuto anche nel mixed relay: qui con Venturelli e Trinca Colonel

La nazionale da rifare

La nazionale che aveva disegnato quando ne parlammo poche settimane fa ha subito qualche grosso scossone. Con Pellizzari, Caruso e Tiberi attorno a Ciccone, l’impatto sarebbe stato diverso. Invece si è trattato di immaginare nuovamente un’intelaiatura e tirare su la struttura più solida possibile.

«Sicuramente – dice Villa – mi dispiace per Caruso e Pellizzari, per l’incidente alla mano e il malanno. Per Tiberi invece mi dispiace perché l’ho sentito un po’ demoralizzato, la stagione non è andata benissimo. Erano tre con cui volevo iniziare a lavorare anche perché avremo per tre anni un mondiale con queste caratteristiche. Caruso per l’esperienza, Pellizzari per fargli fare esperienza e Tiberi per vederlo e responsabilizzarlo anche nelle gare di un giorno. Farlo crescere come uomo della nazionale. Anche se si sta specializzando tanto nelle gare a tappe, per me può lavorare anche a quelle di un giorno e questa era l’occasione per fare un gradino in più».

Campionati del mondo, Kigali 2025, percorso gara in linea professionisti
Al chilometro 163,5 arriva la scalata di Mount Kigali. Poi negli ultimi 5 chilometri il pavé di Kimihurura

La carta Bettiol

Il processo, tanto lodato da Ciccone, ha visto il tecnico e il capitano lavorare fianco a fianco per la scelta degli uomini. Una grossa responsabilità per l’abruzzese e per lo stesso Villa. Sono lontani gli anni di Alfredo Martini e anche quelli di Ballerini, in cui l’abbondanza di uomini vincenti ai massimi livelli poteva permettere di giocare più carte.

«Mi ricordo anche io i tempi di Martini – sorride Villa – che aveva cinque capitani e doveva metterli d’accordo. Bravissimo, è stato un grande a metterli d’accordo e a volte aveva i suoi problemi. Noi abbiamo dei nomi che mi piacciono, dei giovani che stanno crescendo. Magari fra cinque o sei anni, sperando di esserci ancora (sorride, ndr), questi giovani saranno cresciuti e mi metteranno in difficoltà. Per quest’anno abbiamo Ciccone e credo che per un mondiale come questo fosse dall’inizio uno dei possibili leader. Avevo parlato anche con Bettiol, ma mi ha detto subito che lo considerava troppo duro. Se avesse avuto la gamba di questi giorni, forse mi avrebbe detto di sì. Però quando abbiamo parlato al campionato italiano, non si sentiva bene, non aveva un buon feeling e probabilmente non ha voluto mettermi in difficoltà occupando un posto che non si sentiva».

Ciccone e i suoi fratelli

La squadra è così nata una volta e poi è rinata una seconda e solo lui sa quante ne avrà fatte e disfatte nei suoi appunti e nei suoi pensieri. La strada non è la pista, in cui la consapevolezza dei tempi ti offre la proiezione del risultato possibile. Su strada puoi avere il più forte e dominare, come pure rimanere ingabbiato in una corsa insignificante, come quella delle donne elite, in cui le migliori si sono neutralizzate a vicenda.

«Non sapendo come avrei interpretato la corsa – concorda Villa – ho preferito ragionare sul percorso. La Vuelta ci ha fatto vedere che Ciccone sta bene, dopo essere stato secondo a Liegi e aver vinto San Sebastian. Non ha fatto un anno in sordina, al contrario è stato sempre vicino ai più forti di questa stagione. E quelli sono tutti qui a Kigali e Giulio se la dovrà giocare con loro. Abbiamo Frigo, che alla Vuelta ha fatto un secondo dietro Ayuso e un terzo e aveva anche vinto al Tour of the Alps. Fortunato al Giro d’Italia era in fuga quasi tutti i giorni e ha vinto la maglia azzurra dei GPM. L’ho visto molto impegnato e professionale nella ricerca della forma del Giro. Sappiamo tutti che non è matematica, però ha cercato di arrivare qua nelle migliori condizioni. Cattaneo e Sobrero mi servivano anche per la cronometro e il mixed relay. Bagioli alla Vuelta c’è stato ogni volta che Ciccone ne ha avuto bisogno. Quindi le scelte sono state fatte anche in base a questi ragionamenti».

Campionati del mondo, Kigali 2025, festa e brindisi in hotel per la vittoria di Lorenzo Finn
Questo il brindisi per Finn, ieri per Chantal Pegolo: nell’hotel degli azzurri ora si aspettano soltanto i pro’
Campionati del mondo, Kigali 2025, festa e brindisi in hotel per la vittoria di Lorenzo Finn
Questo il brindisi per Finn, ieri per Chantal Pegolo: nell’hotel degli azzurri ora si aspettano soltanto i pro’

Presenti nelle fughe

Con questo mosaico, si va alla sfida su un percorso che inizialmente è parso durissimo. Poi ha continuato a fare selezione, mostrando però delle lunghe fasi di recupero. Sta di fatto che, nonostante non si passi più di tanto tempo in salita, gli arrivi sono stati tutti… centellinati come a capo di tappe di montagna. Un percorso che scava e presenta il conto alla fine: aperto ad azioni solitarie, come pure a colpi di mano sull’ultimo strappo in pavé di Kimihurura.

«Noi non dobbiamo nasconderci – dice Villa – dobbiamo essere là, magari anche anticipare. Non è facile, vediamo come sarà la partenza, però se va via una fuga importante ci dobbiamo essere. Non corriamo per nasconderci. Giulio invece dovrà gestirsi guardando quei 7-8 che potrebbero essere alla sua portata».

Campionati del mondo, Kigali 2025, colore, tamburi, tifosi
Il suono dei tamburi è assordante: il tifo sta diventando molto caloroso. Oggi il gran finale
Campionati del mondo, Kigali 2025, colore, tamburi, tifosi
Il suono dei tamburi è assordante: il tifo sta diventando molto caloroso. Oggi il gran finale

Non avendo le radio con cui correggere eventuali imprevisti, sarà tutto nella capacità dei corridori di parlarsi in corsa e di entrare in azione nei tempi concordati. Il fatto di avere un leader riconosciuto potrebbe essere un vantaggio. Il rischio è che la corsa si disperda in mille rivoli prima che abbia trovato un senso: la presenza di Pogacar, Evenepoel e di quelli che dovranno tenerla in mano sarà certamente un fattore a nostro vantaggio.

Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, Magdeleine Vallieres, Niamh FIsher Black

Longo Borghini severa (forse troppo): «Ho rovinato tutto io»

27.09.2025
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KIGALI (Rwanda) – «Penso che dovrò andare in camera a riflettere su quello che ho combinato oggi, perché forse è stata la peggior gara della mia vita». Elisa Longo Borghini non cerca scusanti né alibi. Il mondiale si è concluso da neanche dieci minuti e non è facile avere la lucidità per raccontare l’insuccesso nella gara che sembrava disegnata per la vittoria. Il quindicesimo posto e il distacco di quasi due minuti fanno pensare che a un certo punto là dietro abbiano rinunciato a giocarsela. Veder passare Longo e Ferrand Prevot appaiate, il Giro e il Tour accomunati nella sconfitta, fa capire che le più attese non sono mai state della partita.

«Sono rimasta impigliata nel gioco degli scatti sciocchi – prosegue la piemontese, ora attesa dagli europei – di quelle che sulla carta dovevano essere chiamate le big rider, che oggi secondo me hanno fatto una brutta figura. E purtroppo io sono tra queste. Siamo rimaste lì a guardarci, mentre chi ha fatto una mossa coraggiosa ha ottenuto un ottimo risultato. Secondo me Vallieres merita di essere la campionessa del mondo (la canadese nella foto di apertura, ndr). Perché ci ha creduto, si è mossa al momento giusto e ha vinto di gambe perché alla fine è andata così».

Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, Elisa Longo orghini, PAuline Ferrand Prevot
Longo Borghini e Ferrand Prevot, il Giro e il Tour, sconsolate e appaiate sul traguardo
Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, Elisa Longo orghini, PAuline Ferrand Prevot
Longo Borghini e Ferrand Prevot, il Giro e il Tour, sconsolate e appaiate sul traguardo

Malcotti e la lavagna

A un certo punto anche davanti ai monitor si è smesso capirci qualcosa. Le sovraimpressioni della diretta davano distacchi che cambiavano repentinamente e con scarti poco convincenti. Più grave, tuttavia, è che anche le ragazze in corsa non avessero la minima idea di come la corsa si stesse sviluppando. Passi l’assenza delle radio, tema dibattuto al mondiale e sempre da chi lo perde. Ma proprio a causa di questa assenza, chi deve aggiornare i corridori deve saperlo fare.

«Forse con le radio sarebbe uscita una gara diversa – riflette Barbara Malcotti, miglior italiana del Tour e oggi a lungo in fuga – anche perché io non avevo idea della situazione di corsa. Anche con la tabella dei distacchi non si capiva letteralmente nulla. Quando Marlene (Reusser, ndr) è rientrata su di me, non capivamo chi fosse a 30 secondi e chi a 1’45”. Non si capiva letteralmente nulla. In più, questo era un percorso che creava caos già in partenza e senza radio è stato ancor peggio. Il piano era che io avrei dovuto tirare dall’inizio e cercare di seguire gli attacchi, quindi penso di aver fatto una delle migliori gare della mia carriera. Ma è stato letteralmente un caos.

«Anche la fuga non è stata nemmeno un vero tentativo di fuga. Ci siamo solo trovate tutte lì e dietro si sono guardate. Si sono studiate tutto il giorno, penso che le migliori oggi abbiano voluto perdere la corsa. Anche quando mi hanno ripreso, mi sono solo messa davanti svolgendo il mio ruolo e ho provato ad avvicinarmi il più possibile alle atlete in fuga. Poi a un certo punto mi sono voltata e ho visto che alla mia ruota non c’era più nessuno. Evidentemente a nessuno interessava più giocarsi il piazzamento».

Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, Barbara Malcotti in azione in salita
Dopo essere stata migliore italiana al Tour, Malcotti ha corso un ottimo mondiale
Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, Barbara Malcotti in azione in salita
Dopo essere stata migliore italiana al Tour, Malcotti ha corso un ottimo mondiale

Longo Borghini, parole dure

Longo Borghini non si è mai nascosta e ascoltandola ci rendiamo conto che non inizierà a farlo proprio adesso. Un atteggiamento che le fa onore, ma fa passare sotto silenzio il fatto che nel gruppetto con le olandesi e le francesi, lei fosse l’unica italiana.

«Non darò mai la colpa alle mie compagne – dice – perché si sono sacrificate per me al 100 per cento. Oggi Barbara (Malcotti, ndr) ha fatto qualcosa di incredibile, è andata fortissimo. Tutte le altre ragazze mi hanno sempre tenuto davanti e devo dire grazie a loro perché ci hanno creduto. Sono stata soltanto io oggi quella che ha rovinato tutto. Quindi la responsabilità è sulle mie spalle: quando ce l’hai, la devi prendere sia nel bene che nel male. E oggi devo farmi un bell’esame di coscienza perché ho corso veramente come un’esordiente. Le mie gambe stavano molto bene, mi sono sentita bene e semplicemente sono rimasta impigliata a guardarmi con le altre, ma veramente in maniera molto sciocca. Stavo bene, se avessi avuto anche il cervello, avrei vinto il mondiale. Però non l’ho vinto, per cui non posso neanche dire di aver avuto le gambe migliori».

Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, riunione azzurre, Marco Velo
Ieri sera, subito prima del brindisi per Finn, Marco Velo ha fatto la riunione con le azzurre

Velo non si sbilancia

L’assunzione di responsabilità è un bel gesto, ma in apparenza non convince del tutto Velo. Per il suo primo mondiale elite dall’ammiraglia, il bresciano si aspettava certo qualcosa di più ed è comprensibile la sua frustrazione nel non poter intervenire nelle situazioni di corsa.

«Bisogna cambiare qualcosa – dice il tecnico azzurro – ci devono dare la possibilità di usare le radio perché ti senti totalmente impotente. Avendole, poteva sicuramente cambiare molto. Abbiamo provato a chiedere alla giuria di passare per fermare la Malcotti quando Elisa era indietro di 40 secondi, ma ci hanno detto di no. Li capisco perché i regolamenti li conosco, sono un direttore di corsa. Ma a volte magari bisogna chiudere un occhio capendo il fatto che non c’è proprio possibilità di parlare con le ragazze. Sinceramente non pensavo che le big si sarebbero ostacolate a quel modo. Nessuna ha voluto controllare la corsa, gli unici siamo stati noi. Per il resto, preferirei non entrare nei casi personali. I debriefing si fanno a battiti bassi e non a battiti alti, perché con il nervosismo puoi dire delle cose che magari non pensi. Quindi stasera prima di cena faremo una riunione per capire».

Nel dopo corsa, Longo Borghini si è assunta tutte le responsabilità dell’insuccesso
Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite, Elisa Longo Borghini, intrerviste dopo la corsa
Nel dopo corsa, Longo Borghini si è assunta tutte le responsabilità dell’insuccesso

La melina degli sconfitti

Elisa raggiunge il box dell’Italia e allarga le braccia. Oltre a prendersela con se stessa, se la prenderebbe con qualche collega che – si intuisce – a forza di bluffare s’è tagliata le gambe da sé. Scherza sul peso della bici che sarebbe risultata più pesante di quanto credesse. E nel suo annunciare che tornerà in hotel pedalando, in modo da sbollire la delusione, c’è tutto il non detto di questa giornata di brutto ciclismo azzurro.

«Si sbaglia e si continuerà a sbagliare – dice prima di andare via – perché siamo umani e si sbaglierà sempre. Credo che sia anche giusto ammettere i propri errori senza nascondersi dietro un dito. Oggi ho fatto una gara schifosa. Finché alla fine mi sono resa conto che non c’era più niente da fare. Se chiedi a qualche altro corridore di attaccare insieme e ti risponde di no, che deve aspettare questa o quella che sta ancora bene… Vabbè, okay, allora ci vediamo all’arrivo. Il livello è stato molto alto e col fatto di non riuscire a staccarci, è iniziata la classica melina di aspettare che a tirare fosse l’altra. Alla fine Vollering sosteneva di essere morta. Chi sembrava averne di più poteva essere Ferrand Prevot, ma non riusciva a fare la differenza. Niewiadoma neanche. E’ stato un percorso esigente, una corsa dura, ma abbiamo sbagliato tutte a leggerla. E così le seconde linee, che sono forti, hanno preso vantaggio e sono andate all’arrivo».

Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite,  Magdeleine Valliers taglia il traguardo a braccia alzate
Incredula e felice fino alle lacrime, Magdeleine Valliers diventa campionessa del mondo a 24 anni
Campionati del mondo Kigali 2025, prova su strada donne elite,  Magdeleine Valliers taglia il traguardo a braccia alzate
Incredula e felice fino alle lacrime, Magdeleine Valliers diventa campionessa del mondo a 24 anni

Una carriera che sboccia?

Magdeleine Vallieres, canadese di 24 anni, è la nuova campionessa del mondo donne elite. Corre con la Ef Education-Oatly, contratto fino al 2027. Il campionato del mondo è la sola vittoria di una stagione in cui il miglior risultato è stato il sesto posto al campionato nazionale. La sua unica vittoria da elite risale al 2024, il Trofeo Palma. Come ha detto Elisa Longo Borghini, ha vinto bene e ha vinto di gambe. Nei prossimi giorni vi racconteremo la sua storia. Per ora annotiamo che nell’anomalia di questa giornata di punte spuntate, la canadese ha pescato il jolly della vita. Le auguriamo di cuore che si trasformi nella nota d’inizio di una grande carriera.