Vingegaard torna a vincere. E manda un messaggio a Pogacar

24.02.2025
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Ieri non è stato solo il giorno di Tadej Pogacar che ha vinto il UAE Tour, ma anche di Jonas Vingegaard. Il capitano della Visma-Lease a Bike, infatti, vincendo la cronometro si è portato a casa la Volta ao Algarve em Bicicleta.

Dopo un 2024 difficilissimo, che Jonas aveva chiuso poco dopo il Tour de France (al Polonia, ndr), finalmente è riapparso sereno e non solo vincente. Il fatto che nell’arrivo in salita non avesse vinto aveva già fatto alzare qualche malumore. Il tutto mentre Pogacar già aveva vinto una corsa, era andato in fuga e si era persino gettato in volata.

Dopo Jonas e Wout, c’è Tiberi

«Non so se me lo aspettavo – ha detto Vingegaard dopo l’arrivo – ma sicuramente speravo di vincere. Ovviamente, dopo quello che è successo l’altro giorno verso l’Alto da Foia, forse ero un po’ più dubbioso… Ma, a dire il vero, credo di aver mostrato quello che sono oggi, non avevo le stesse gambe. Se è un sollievo? Non lo so, ma sono molto contento».

La vittoria di Vingegaard va analizzata. Di certo è partito molto forte e ha sfruttato alla grande le direttive arrivate dal suo compagno più illustre, Wout Van Aert. Wout, partito parecchio prima, aveva fatto segnare il miglior tempo. E anche in modo netto. Dopo il secondo intermedio si era fermato a cambiare bici: il finale, infatti, era in salita, con 2,3 chilometri al 9,3 per cento di pendenza media.
La Visma-Lease a Bike, dunque, aveva ripreso, quasi d’incanto, a essere il team fantascientifico dei dati e dell’aerodinamica.

L’unico a essere stato più veloce, ma solo nel finale, è stato Primoz Roglic, il quale però era partito col “freno a mano”. Quando è stata la volta di Jonas, le cose sono state subito chiare rispetto agli altri big della generale: vantaggi nettissimi ai due intermedi, arrivando ad avere 52” su Primoz dopo 17 chilometri. Tra gli uomini di classifica, il migliore alle spalle del danese è stato il nostro Antonio Tiberi, al termine terzo assoluto dietro ai due Visma. Van Aert, invece, che era in testa prima dell’ultimo intermedio, sullo strappo finale ha perso 27”: probabilmente il cambio della bici non ha fruttato ed ha fatto le prove per Jonas.

Questa breve cronaca ci serve per dire che Jonas è stato il migliore nella gestione dello sforzo e nella salita finale. In una parola: la condizione c’è.

Splendido Tiberi: terzo nella crono di Malhao a 3″ da Van Aert e a 14″ da Vingegaard
Splendido Tiberi: terzo nella crono di Malhao a 3″ da Van Aert e a 14″ da Vingegaard

Soddisfazione reale

«In effetti – prosegue Vingegaard – è stata una bella giornata per me e per la squadra. Ovviamente sono molto contento, molto felice di vincere la classifica generale e di prendermi la rivincita sull’altro giorno. Mia figlia mi ha detto che dovevo vincere oggi, questo mi ha dato ancora più motivazione per farlo per lei».

Vingegaard è tornato più volte sulla prestazione della seconda tappa, quella della sua “non vittoria” in salita. Forse gli scocciava per davvero. E ha aggiunto: «Altri avevano già diversi giorni di gare nelle gambe, io scendevo dall’altura e mi serviva un po’ di tempo per prendere il ritmo».

«Come stavo? E’ stata una bellissima cronometro, mi sono divertito molto. Era un percorso adatto a me, anche se ovviamente dipende se hai buone gambe oppure no. Per ora mi sento bene, sono molto felice di essermi divertito oggi.
«Sono partito pensando alla cronometro e non alla generale. Era un test importantissimo. Sentivo che con le spalle ero messo bene. Anche la scelta di non cambiare la bici è stata ben ponderata. Alla fine abbiamo valutato che per me la differenza di tempi sarebbe stata pochissima e così abbiamo deciso di continuare con la bici da crono».

Messaggio a Pogacar

L’Algarve rilancia parecchio Vingegaard e, tutto sommato, l’intera Visma. Anche la prestazione di Van Aert non va sottovalutata. Aver letteralmente dominato la crono la dice lunga sui materiali, sulle gambe, sul buon lavoro svolto in altura. E ci voleva dopo un 2024 tribolato.

«Come ripeto – ha concluso Vingegaard – sono contento per me e anche per Wout. Anche lui veniva da un anno difficile. Ora non vedo l’ora che arrivi il resto della stagione».

Resto della stagione che per Vingegaard sarà incentrato sul Tour de France. Ma questo primo blocco di gare vedrà impegnata l’ex maglia gialla anche alla Parigi-Nizza e al Catalunya. Il suo programma prevede solo corse a tappe, e l’altra gara prima della Grande Boucle sarà il Delfinato.

Ma il Delfinato sembra lontanissimo. Quello che conta della giornata di ieri è che, se Pogacar trionfa, Vingegaard non sta a guardare. Il messaggio arrivato allo sloveno è stato forte e chiaro.

Corsa a piedi e distanza: l’insolito allenamento di Van Aert

19.02.2025
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Wout Van Aert lo ha fatto ancora: una corsa a piedi prima di un allenamento in bici. Non un allenamento qualsiasi, ma una distanza di 240 chilometri. Il belga della Visma-Lease a Bike non è nuovo a questa pratica e, ancora una volta, ha riacceso il dibattito sul valore del running per i ciclisti.

Si è detto che la corsa a piedi possa rafforzare la densità ossea, che nel ciclismo non viene particolarmente stimolata a causa dell’assenza di impatti. Ma con Fabrizio Tacchino, coach esperto sia nel ciclismo che nel triathlon, abbiamo analizzato la questione da un punto di vista più ampio. Tacchino parla di forza, di adattamenti muscolari e anche di zuccheri, sempre più centrali nell’approccio all’allenamento.

Wout Van Aert in tenuta da running qualche tempo fa (foto Twitter)
Wout Van Aert in tenuta da running qualche tempo fa (foto Twitter)
Fabrizio, torniamo sul tema corsa a piedi più ciclismo. Commentiamo l’allenamento di Wout Van Aert…

Fino a qualche anno fa si riteneva che i ciclisti dovessero evitare di correre a piedi o comunque di praticare sport differenti. Questo perché la corsa prevede una componente eccentrica dell’azione muscolare, dovuta agli impatti con il terreno, che nel ciclismo è assente. Dopo una corsa a piedi, un ciclista poco abituato avverte un forte indolenzimento muscolare, con gambe pesanti per uno o due giorni. Di conseguenza, per anni i direttori sportivi hanno scoraggiato la corsa, ammettendola solo nel periodo invernale.

Adesso però questa “dicotomia diabolica”, non è più così diabolica appunto…

No, non più. La nuova generazione di atleti, come Van Aert e Van der Poel, ma anche Roglic e altri atleti di spicco, ha sdoganato questa pratica. Nel caso di Van Aert e Van der Poel, la corsa a piedi è utile anche per le competizioni di ciclocross, tuttavia l’hanno inserita in modo strutturale nei programmi di allenamento, arrivando a praticarla quasi quotidianamente, anche prima di colazione, specie Van Aert.

Per te che benefici ha corsa a piedi per un ciclista?

Inizialmente ero scettico, ma poi alcuni miei atleti hanno voluto provare e ho visto che ne traevano vantaggi. La corsa a piedi è il primo esercizio di forza a carico naturale che un ciclista può fare senza bisogno di attrezzature. Il lavoro eccentrico stimolato dalla corsa ha un impatto positivo sulla muscolatura e gli atleti stessi avvertono un miglioramento nelle sensazioni sulle gambe. E’ anche una questione di sensazioni. Se l’atleta sta bene perché impedirglielo?

Il doppio allenamento di Van Aert: corsa al mattino presto e dopo poche ore ecco la distanza in bici
Cioè?

Molti allenatori aspettano evidenze scientifiche per adottare nuove metodologie, ma io credo che il metodo si sviluppi proprio dall’esperienza diretta degli atleti e poi si cerchi una spiegazione scientifica. Se un corridore prova e avverte benefici, non vedo motivo per non integrare la corsa nei programmi di allenamento. Io stesso per cercare di capire, di avere dei feedback ho fatto delle sessioni di corsa prima di salire in sella.

Perché Van Aert ha corso proprio prima di un lungo in bici? Insomma 240 chilometri non sono pochi. Non poteva farlo un altro giorno?

Non credo sia stata una scelta legata specificamente alla distanza. Per quanto ne so, Van Aert lo fa regolarmente, so che ha corso anche durante il Tour de France. Per lui è un’abitudine, un modo per stimolare il metabolismo prima di colazione e innescare una serie di processi biochimici che migliorano la gestione degli zuccheri.

Spiegaci meglio…

Anche alcuni miei corridori, dapprima su mia indicazione e poi per loro scelta, hanno inserito una corsa leggera prima di colazione. Inizialmente si trattava di una corsa senza ritmo preciso, poi ho introdotto anche parametri di intensità per sfruttarne al meglio i benefici. La corsa a piedi prima di iniziare l’attività principale consente di “accendere” organismo e intestino e far assorbire meglio gli zuccheri e gli altri nutrienti. E il principio è sempre lo stesso: svuotare le riserve di glicogeno e preparare il corpo ad assorbire meglio i nutrienti nella colazione successiva.

Anche strutturalmente Van Aert è ormai abituato alla corsa, merito anche del ciclocross
Anche strutturalmente Van Aert è ormai abituato alla corsa, merito anche del ciclocross
Secondo te Wout effettua questa corsa a digiuno?

Da quello che ho letto sì, Van Aert corre prima di colazione. Magari prende un caffè zuccherato, quindi con un piccolo apporto di zuccheri, per stimolare certi processi metabolici, proprio per innescare il processo di cui sopra. Il modo di alimentarsi nel ciclismo moderno non si basa più sul semplice conteggio calorico, ma sulla gestione dei macronutrienti.

Quali rischi ci sono nell’integrare la corsa nel ciclismo in modo strutturato come fa Van Aert? Ammesso ci siano…

L’unico rischio è il sovraccarico. La corsa a piedi è molto più impattante della bicicletta e, se non gestita bene, può portare a infiammazioni o infortuni muscolari. I ciclisti devono approcciarsi con cautela e senza esagerare nei volumi. Se fatta con criterio, però, la corsa alternata alla bici può diventare un ottimo strumento di allenamento. Anche per questo si vedono sempre più corridori che la praticano abitualmente, sia in inverno che in stagione.

L’occhio di Fontana sul ciclocross: «Non guardate solo VDP…»

16.01.2025
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La grande rimonta non è andata in porto, per la miseria di 2 secondi. Tanto ha separato Filippo Fontana dalla gloria tricolore e non si può negare che quella rincorsa furiosa resta comunque negli annali, considerando anche la caduta d’inizio gara. Per il portacolori dei Carabinieri resta comunque l’aspetto positivo di una competizione arrivata dopo una stagione di ciclocross molto intermittente, con la perla del successo al GP Guerciotti ma poco altro, perché il ventiquattrenne ha deciso di cambiare impostazione alla sua carriera.

Con Fontana andiamo però un po’ al di là del puro discorso tricolore e facciamo appello alla sua conoscenza dell’ambiente, ancorché maturata in età giovanile, per cominciare a entrare nel clima dei mondiali. Chiaramente Filippo non sa se sarà chiamato a vestire la maglia della nazionale e certamente quei 2” possono anche “scottare” da questo punto di vista, ma il discorso da affrontare è più ampio e riguarda soprattutto l’estero, i campioni con i quali ha avuto modo di confrontarsi negli ultimi anni.

Un Fontana abbastanza accigliato sul podio tricolore di Faé di Oderzo (foto Billiani)
Un Fontana abbastanza accigliato sul podio tricolore di Faé di Oderzo (foto Billiani)

«Anche se ho gareggiato poco, ho seguito molto tutta l’attività – esordisce il corridore trevigiano – e ho visto come tutto sia cambiato quando Van der Poel e poi Van Aert sono entrati nel massimo circuito. Tutti dicono che contro Van der Poel c’è poco da fare, che il mondiale è già assegnato, che non c’è storia e così via. Probabilmente sarà anche vero, ma il ciclocross – come lo sport tutto – insegna che le gare vanno corse».

Tu pensi che l’olandese sia battibile?

In certi casi sì, dipende molto da come sta e da come si evolve la gara, lo abbiamo visto anche in passato. Non è come Pogacar su strada, che ha “ucciso” tante gare nell’ultimo anno. C’è poi un altro aspetto che mi ha colpito.

Van der Poel ha disputato finora 5 gare di ciclocross, vincendole tutte, ma l’ultima è del 29 dicembre
Van der Poel ha disputato finora 5 gare di ciclocross, vincendole tutte, ma l’ultima è del 29 dicembre
Quale?

Si parla sempre e solo di chi vince, ma il ciclocross è diverso. Pensare che chi gareggia in presenza dell’iridato si senta battuto in partenza, sbaglia. Perché quando entri in gara non pensi solo a vincere: ci sono le presenze sul podio, i piazzamenti, i punti, il riscontro mediatico televisivo, il far vedere sulla maglia i marchi degli sponsor. Una gara di ciclocross non si riduce solamente a chi vince. Su strada forse è un po’ diverso, si è più legati alla tradizione.

Questo dipende anche dalle diverse caratteristiche della disciplina?

Sì, nell’offroad in generale le avversità da superare sono tante, può sempre avvenire qualcosa. Ma soprattutto c’è un po’ più considerazione per chi si piazza, per chi sale sul podio, tanto è vero che nella mountain bike sono in 5 a conquistarlo, non 3. Non si corre solo per vincere. Poi è chiaro che, soprattutto in un mondiale, le gerarchie il più delle volte vengono a galla ed è anche giusto così. Il percorso della prossima edizione non lo conosco molto, non sapendo se sarò chiamato in causa, ma è logico considerare l’olandese il netto favorito.

Per Van Aert doppietta di successi a Gullegem e Dendermonde, ma niente mondiali
Per Van Aert doppietta di successi a Gullegem e Dendermonde, ma niente mondiali
I risultati di questa prima parte di stagione ti hanno sorpreso? Ti aspettavi che VDP e Van Aert facessero subito la differenza?

Sì, perché ormai quando un corridore di quella levatura si presenta al via non lo fa mai essendo al 70 per cento della forma, è già abbastanza carico e rodato. Il Van der Poel visto finora, almeno prima degli acciacchi che lo hanno fermato, era all’apice e ha fatto un po’ quello che voleva. Ma l’infortunio fa parte dello sport, rientra in quella casistica di cui parlavo prima. Io dico che per il mondiale sarà di nuovo il riferimento, mi stupirei del contrario.

Van Aert come l’hai visto?

Per lui la situazione era diversa, più difficile dopo gli infortuni patiti. Il fatto che abbia deciso di rinunciare al mondiale non mi stupisce: ne ha vinti 3, uno in più non gli cambierebbe la vita o almeno non gliela cambierebbe come invece centrare uno di quei successi nelle Classiche del Nord che ancora gli manca. Lui va cercando qualcosa di nuovo, che gli è sempre sfuggito. E’ giusto che privilegi la strada. Anch’io nel mio ambito ho fatto una scelta, privilegiando la mountain bike e per questo non faccio ciclocross a tempo pieno, anche perché la stagione di mtb è sempre più lunga.

Per Van der Poel il sogno iridato nella mtb, dove nei grandi eventi titolati ha sempre pagato dazio
Per Van der Poel il sogno iridato nella mtb, dove nei grandi eventi titolati ha sempre pagato dazio
Van der Poel ha detto di voler puntare al titolo mondiale di mtb, per completare il poker mai riuscito a nessuno (strada, ciclocross, gravel e appunto mountain bike). Per te è possibile?

Io la vedo dura. L’olandese ha sì vinto tre prove di Coppa del mondo, ma non sempre la mountain bike gli riesce bene. E macchinoso, ha bisogno di percorsi molto scorrevoli e poco tecnici. In questo caso sì, sarei sorpreso se gli riuscisse.

E Nys, secondo te potrà raggiungere quei livelli?

Non credo, perché parliamo di campioni assoluti che non solo hanno lasciato un’impronta indelebile in questa specialità, ma hanno anche scavato un solco fra loro (e ci metto anche Pidcock assente quest’anno) e gli altri.

Thibau Nys, laureatosi domenica campione nazionale, non sembra ancora al livello dei super big
Thibau Nys, laureatosi domenica campione nazionale, non sembra ancora al livello dei super big
Ti rivedremo più attivo nel ciclocross?

Forse, ma come dicevo il calendario di mountain bike è impegnativo, si finisce a metà ottobre e considerando il necessario stacco si ricomincia con la preparazione a novembre, non resta molto tempo. Ma magari un paio di stagioni più incentrate sull’attività invernale potrei anche farle…

EDITORIALE / La morte di Drege, Van Aert e la velocità

06.01.2025
5 min
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Che sia necessità o falso mito, la velocità tiene banco. Si lavora su tutti i fronti immaginabili perché resti alta e possibilmente aumenti. Quelli che cercano a tutti i costi le ombre si interrogano sul perché oggi si vada molto più forte di quando dilagava il doping, senza rendersi conto – per disinformazione o cattiva fede – di quanto oggi sia tutto qualitativamente migliore. Infinitamente migliore. Lo diceva ieri Pino Toni a Fabio Dal Pan, parlando dei record d’inverno.

La media calava quando la stanchezza prendeva il sopravvento, ma quando soprattutto i paninetti e i gel di un tempo non bastavano per supportare la prestazione. E’ tale invece il quantitativo di carboidrati che gli atleti ingeriscono oggi in gara, che semplicemente la velocità non decresce. E’ un andare forte che poggia su corridori di qualità eccezionali, allenamenti mirati e materiali così performanti, che le medie sono per forza destinate ad aumentare. La scrematura dei talenti è così elevata che nelle corse – specialmente quelle WorldTour – difficilmente ci si imbatte in un corridore meno che eccellente.

André Drege è scomparso in seguito alla caduta nello scorso Tour of Austria (foto Afp)
André Drege è scomparso in seguito alla caduta nello scorso Tour of Austria (foto Afp)

La morte di Drege

Chiaramente qualche nodo arriva al pettine, come avemmo modo di scrivere dopo la morte di André Drege al Giro d’Austria. Non sempre si può parlare di fatalità e in quel caso si accennò alla possibilità che la caduta del norvegese fosse stata dovuta a un difetto nei materiali, all’uso di cerchi hookless con pneumatici non dedicati al 100 per cento. Una prima conferma è arrivata il 3 gennaio, come scrive l’austriaco Die Presse. Thomas Burger, perito incaricato dalla procura di Klagenfurt, ha dichiarato: «La gomma posteriore è stata danneggiata passando su un oggetto duro, probabilmente nell’ultima curva prima dell’incidente».

La non perfetta aderenza fra la gomma e il cerchio avrebbe a quel punto provocato lo stallonamento e la perdita di aderenza. Non è un caso che durante la visita al quartier generale di Pirelli che facemmo ai primi di novembre ci venne spiegato che l’uso di certi materiali è sicuro quando per ciascun cerchio viene prodotta una gomma dedicata. Tuttavia, vista la difficoltà di venderli e usarli in accoppiamento esclusivo, l’utilizzo generalizzato di cerchi hookless resta inaffidabile ed è pertanto sconsigliato.

La ricerca della velocità deve poggiare su una perfezione su cui a volte si chiudono gli occhi. Confidando che le gomme più grosse e i freni a disco permettano di gestire biciclette che sembrano moto da corsa e corrono sugli stessi viottoli di cent’anni fa.

La discesa, magistrale e da brividi, di Pogacar dal Galibier nella quarta tappa del Tour
La discesa, magistrale e da brividi, di Pogacar dal Galibier nella quarta tappa del Tour

La caduta di Van Aert

I corridori a volte se ne rendono conto, perché sopra alle bici ci sono loro. Finché va tutto bene, tanti applausi e braccia al cielo. Quando va male, vista appunto la velocità di esercizio, sono grossi guai. Il fatto è che i corridori non li ascolta nessuno, almeno finché non si metteranno seriamente di traverso. A loro è richiesto di allenarsi, ingerire 130 grammi di carboidrati per ora, firmare contratti (semmai anche di stracciarli) e condividere sui social il bello di quello che fanno. E se per caso alle maglie della perfezione dovesse sfuggire qualcosa, si mette in campo l’intelligenza artificiale. Manca di vederli con la mano davanti alla bocca quando parlano fra loro, invece dovrebbero farsi ascoltare, perché senza di loro il circo si ferma.

Il 30 dicembre il belga Het Nieuwsblad ha pubblicato un articolo in cui ricostruiva la caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen, mettendo insieme alcuni contributi.

Eddy Dejonghe, testimone oculare davanti casa sua, ha raccontato: «Non sapevo che un ciclista potesse volare così in alto. Il ricordo mi ha svegliato più volte di notte. Continuo a vederlo. Quando chiudo gli occhi, vedo di nuovo Van Aert volare in aria».

Il giardiniere Johan, che per caso stava lavorando in zona e si era preso una pausa per veder passare i corridori, è stato uno dei primi ad arrivare sulla scena. «Un corridore ha raschiato l’asfalto quattro o cinque metri proprio davanti a me – ha detto – un secondo dopo ho capito: accidenti, quello è Wout Van Aert. E’ rimasto seduto lì per diversi minuti, gemendo di dolore. Il suo lamento mi ha attraversato il midollo e le ossa».

La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen del 27 marzo
La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen del 27 marzo

Limitare i rapporti

Van Aert quella caduta la ricorda bene e ha commentato prima con una battuta, poi con un’osservazione ben più pertinente.

«Non mi dà fastidio che vengano mostrate nuovamente quelle immagini – ha detto ai microfoni di Sporza – a patto che togliate l’audio. Il fatto che me ne stia seduto lì a lamentarmi in quel modo non rende felice nessuno. Gli organizzatori hanno fatto bene a rimuovere il Kanarieberg dal percorso, perché era pericoloso. E’ un punto cruciale, basta un piccolo errore e si cade. Tra i corridori è nato un dibattito interessante, proprio come sulla velocità del ciclismo. Penso che limitare lo sviluppo dei rapporti renderebbe lo sport molto più sicuro. Gli altri probabilmente non la pensano così, ma io ne sono convinto. Con un limite nella possibilità di rilanciare, nessuno potrebbe pensare di superare in certi tratti. Invece i rapporti sono così grandi, che non si smette mai di accelerare».

Commentando la discesa di Pogacar dal Galibier avanzammo l’ipotesi di limitare l’uso delle ruote ad alto profilo nei tapponi di montagna, per ridurre le velocità e di conseguenza migliorare la guidabilità delle biciclette. La proposta di Van Aert va nella stessa direzione, ma rimarrà inascoltata. Il Kanarieberg non era pericoloso in quanto tale, non lo sarebbe percorrendolo a 60 all’ora, ma a 90 cambia tutto. A nessuno piacciono i limiti di velocità. Nemmeno quando è chiaro che a volte ti salvano la carriera e in altri casi la vita.

Van Aert inquadra il 2025: zoom su Fiandre e Roubaix?

01.01.2025
4 min
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Il Belgio del ciclismo trattiene il fiato per conoscere il programma di gare di Wout Van Aert (in apertura immagine Instagram/Visma-Lease a Bike), che sarà svelato il 14 gennaio durante il media day della Visma-Lease a Bike a La Nucia, in Spagna. La partenza di Merijn Zeeman ha tolto dal tavolo l’artefice dell’insolito schema 2024, che venne poi vanificato dalla caduta alla Dwars door Vlaanderen. Eppure in questo estremo rincorrere la condizione perfetta, sono tanti quelli che temono un’altrettanto insolita programmazione.

La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen che compromise la primavera 2024
La caduta di Van Aert alla Dwars door Vlaanderen che compromise la primavera 2024

Via dall’Italia

Lo scorso anno Van Aert rinunciò alla Strade Bianche e la Sanremo per farsi trovare al massimo al Fiandre e alla Roubaix. In un’intervista commentò il fatto che essere ciclisti professionisti significhi ormai essere professionisti anche della noia, passando giorni e giorni in altura e rinunciando a due gare che già in passato lo avevano visto protagonista assoluto. E del resto fu proprio a causa di quel periodo supplementare in altura che Van Aert prese parte alla gara dell’incidente. Si trattava di scegliere fra Gand-Wevelgem, Harelbeke e Dwars door Vlaanderen. La prima cadeva nella finestra temporale in cui il ritorno dall’altura offre più disagi che vantaggi e per questo si optò per la seconda e la terza. La Attraverso le Fiandre sarebbe stata l’ultimo test fra l’altura e il Giro delle Fiandre, si trasformò invece nella tomba della sua primavera.

La caduta, di cui si è parlato per gli effetti e poco per la dinamica, ha tenuto banco a lungo in Belgio. Quel tratto, ritenuto pericoloso, era stato tolto dal percorso del Fiandre ma non da quello della corsa di preparazione. Raccontano i presenti che prima di abbattersi violentemente sull’asfalto, Van Aert abbia raggiunto volando un’altezza mai vista in una gara di biciclette. E che Alaphilippe, passato poco dopo sul posto, si sia ritirato per la violenza della scena e il ricordo del suo incidente alla Liegi del 2022.

Nel 2020 Van Aert vinse strade Bianche e Sanremo, dove batté Alaphilippe in volata
Nel 2020 Van Aert vinse strade Bianche e Sanremo, dove batté Alaphilippe in volata

L’altura in extremis

La squadra non ha mai rinnegato la scelta e questo fa pensare che potrebbe farla nuovamente. Tiesj Benoot, che aveva seguito lo stesso cammino di Van Aert, ammise di aver avuto al Fiandre una giornata eccellente. E anche i tecnici hanno ammesso che Van Aert ci sarebbe arrivato con il giusto peso e con i migliori valori. Anche se di fatto non ci è mai arrivato e non ha potuto lottare per la Strade Bianche e ancor di più la Sanremo che avrebbero dato – in caso di esito positivo – ben altro sapore alla sua primavera.

La domanda del pubblico e degli addetti ai lavori è dunque se Van Aert ripeterà lo stesso schema o rimetterà mano al programma. La sfida nella sfida fra gli allenatori è quella di arrivare alle grandi classiche del Nord passando per uno stage tardivo in quota, che però ovviamente costringe a grandi rinunce: le due classiche italiane potrebbero essere nuovamente escluse dal programma del campione.

Roglic e Van Aert sul Teide: un’immagine di febbraio 2021. Wout corse poi Tirreno e Sanremo prima del Nord
Roglic e Van Aert sul Teide: un’immagine di febbraio 2021. Wout corse poi Tirreno e Sanremo prima del Nord

Comunque un’impresa

Lette da qui, potrebbero essere questioni da derubricare con uno sbadiglio. In Belgio invece attorno a Van Aert c’è come sempre un seguito oceanico che si interroga ossessivamente sui tempi del ritorno e il livello che ritroverà. Basti pensare che dal momento in cui il belga ha annunciato il debutto nel cross di Loenhout, la prevendita dei biglietti è schizzata alle stelle, ben più di quello che sarebbe accaduto se la sola star fosse stata Van del Poel. Dodicimila tagliandi acquistati online, cui se ne sono aggiunti 3.500 venduti sul posto, che con 15.500 presenti hanno stabilito il record assoluto di biglietti venduti in uno dei cross più classici del Belgio.

Il belga non fa mistero che nei prossimi quattro mesi per lui esistano soltanto due corse – il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix – e per certi versi viene da condividerne il pensiero. Fino a qualche anno fa la domanda non era se le avrebbe vinte, ma quando. In realtà Van Aert ha compiuto trent’anni e non ci è ancora riuscito. La causa principale è stata la sfortuna, poi ci sono stati alcuni problemi meccanici e soprattutto avversari enormi. Anche per il miglior Van Aert certe corse non sono scontate. Al Fiandre dovrà vedersela con Pogacar e Van der Poel, che sembrano volare sotto un cielo tutto loro. Mentre nella Roubaix che sembra adattarglisi molto meglio, avrà bisogno che le cose vadano nel modo giusto dal primo all’ultimo chilometro. Non sarà l’altura a dargli la certezza di riuscirci, non c’è logica nell’affrontare certe corse. Per vincerle e scrollarsi di dosso una profezia che sa tanto di ossessione, dovrà comunque realizzare un’impresa.

EDITORIALE / Dal cross alla strada, un 2025 di sfide pazzesche

30.12.2024
5 min
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La televisione aiuta, ma non può sostituire l’ebrezza di vederli dal bordo della strada. Lo sanno bene gli appassionati di cross nei Paesi del Nord, che hanno la fortuna di assistere a giorni alterni a sfide esaltanti e rumorose, protagonisti a loro volta dell’esaltazione e del rumore. Lo sanno bene coloro che riescono a raggiungere le tappe dei Giri o il passaggio delle classiche e che magari subito prima li hanno attesi alla partenza, chiedendo una foto e sperimentandone l’umanità. Non lo sa il pubblico da casa, quello selezionato dalle dirette integrali.

La televisione aiuta, ma toglie le voci. Sono come motociclisti privi di battito cardiaco, beniamini o bersagli a seconda dei casi. Il commento dei telecronisti in certi casi è prevaricante, riempie ogni vuoto con osservazioni e battute che rendono la gara uno sfondo variopinto e muto. Potrebbe essere utile a volte abbassarlo e aprire i microfoni delle moto sulla strada per far respirare un po’ di quell’atmosfera che la geografia, i costi, il lavoro o la pigrizia rendono irraggiungibili. Forse il troppo annoia, non le imprese dei più forti. E il protagonismo da valorizzare è quello degli atleti e non di chi li racconta.

Coppa del mondo 2023 a Gavere, sul podio i tre giganti del cross: oggi c’è solo VdP
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Senza Van Aert e Pidcock

Il 2024 va in archivio e lo fa nuovamente nel segno di un dominatore. Van der Poel infatti ha ricominciato a macinare vittorie nel cross e questa volta il predominio è più netto del solito. Cinque vittorie su cinque gare, dal debutto a Zonhoven alla Coppa del mondo di ieri a Besancon. L’assenza di Pidcock e di Van Aert, ciascuno per motivi diversi, rende i suoi assoli meno coinvolgenti? Forse per questo, diversamente da quanto ha fatto nelle prime due esibizioni, il vantaggio con cui Mathieu ha regolato gli inseguitori è sempre rimasto al di sotto dei 30 secondi.

Bart Wellens, che commenta il cross sulle pagine di Het Nieuwsblad, lo spiega con una condizione non ancora eccezionale. L’alternativa è che l’olandese faccia il minimo indispensabile per portare a casa vittorie e ingaggi. A Besancon, classico percorso molto tecnico, Mathieu ha pensato soprattutto a non commettere errori: la battuta che circolava attorno al campo gara è che l’unico che avrebbe potuto seguirlo fosse probabilmente il drone della diretta televisiva.

«Se ci fosse stato al via anche Van Aert – ha commentato il padre Adrie – ci sarebbero stati tremila spettatori in più. La gente in Francia vuole vedere anche nel cross i campioni che hanno vinto tappe al Tour de France. In quel caso sei tenuto in grande considerazione e ti considerano una sorta di divinità del ciclismo».

Per il 2025 Van Aert punta alle grandi classiche: le tappe fanno numero ma pesano meno
Per il 2025 Van Aert punta alle grandi classiche: le tappe fanno numero ma pesano meno

Il duello (per ora) mancato

Ha fatto notizia per motivazioni totalmente differenti anche il ritorno in gara di Wout Van Aert a Loenhout. Per la prima volta da anni, il belga ha corso senza alcun tipo di pressione: ha dato la sensazione di essere tornato in gruppo per divertirsi e provare sensazioni che gli mancavano da tanto. Sarebbe anche arrivato sul podio se il contatto con uno spettatore non lo avesse fatto cadere. Nel cross può succedere anche questo.

Van Aert si è disinteressato del duello con il nemico di sempre (il quale tuttavia non ha lesinato sguardi torvi), consapevole di partire dalla base di un infortunio. A margine di ciò, osservare su Strava la mole di lavoro cui si sta sottoponendo, fa pensare che i suoi obiettivi siano più avanti e che Wout voglia arrivarci nel modo migliore. Forse evitare il confronto nel cross sapendo di essere in inferiorità è il modo migliore per non cominciare la stagione con il solito condizionamento psicologico. Eppure nel suo lottare anche contro l’evidenza abbiamo più volte riconosciuto una nobiltà sportiva fuori dal comune.

Il Tour del 2023, con Vingengaard vincitore, ebbe al via Pogacar reduce da infortunio
Il Tour del 2023, con Vingengaard vincitore, ebbe al via Pogacar reduce da infortunio

La buona stella

Il 2024 va in archivio nel segno dei dominatori e nei commenti sui social pieni della parola “noia”. Perché è noioso assistere alle grandi performance di Van der Poel, come quelle di Pogacar? Perché essere fuoriclasse è improvvisamente una colpa e non una benedizione? Forse la spiegazione di un così marcato predominio deve essere ricercata nell’assenza di rivali credibili. Sono talmente pochi, che se uno o due mancano, lo spettacolo ne risente. Come mandare un peso medio sul ring contro il campione dei massimi.

Quello che bisogna augurarsi per il 2025 è che le grandi sfide abbiano al via tutti i migliori attori. Con Van der Poel, Van Aert, Ganna, Alaphilippe, Milan, Philipsen, Pedersen, Mohoric, Pogacar ed Evenepoel nelle classiche. E poi Pogacar, Vingegaard, Roglic, Evenepoel, O’Connor e Tiberi nelle corse a tappe. A quel punto magari vinceranno sempre gli stessi, però il compito risulterà meno agevole. Il ciclismo si è sempre nutrito di grandi rivalità. Per questo la coppia Van Aert-Van der Poel funziona così bene. E per questo abbiamo tutti sentito la mancanza di Vingegaard nell’ultimo Tour.

Il nostro augurio per la stagione è che una buona stella porti i campioni più forti al via delle gare più belle. Che muova folle di appassionati sulle strade. Che faccia loro riscoprire l’umanità degli atleti. E ispiri a tutti noi che gli lavoriamo accanto un racconto migliore fatto dai campi di gara. I corridori se lo meritano. Sulla strada a fare fatica ci sono soprattutto loro.

Van der Poel vince, Van Aert sorride. Prima sfida a Loenhout

28.12.2024
5 min
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C’è stato da attendere anche più del dovuto per assistere alla sfida tra Van der Poel e Van Aert nel ciclocross, alla fine fissata a Loenhout. I problemi al ginocchio del secondo hanno consigliato una programmazione mirata e posticipata anche più di quella del campione del mondo. Era chiaro che, al momento del via, la differenza fra i due (nella foto di apertura Instagram Alpecin-Deceuninck/Photonews) ci sarebbe stata, sostanziale ed evidente. Eppure alla fine può essere proprio lo sconfitto, Van Aert, a sorridere maggiormente visto com’è andata la sua “prima”.

L’arrivo solitario di Van der Poel, alla sua quarta vittoria stagionale (foto Instagram Alpecin-Deceuninck/Photonews)
L’arrivo solitario di Van der Poel, alla sua quarta vittoria stagionale (foto Instagram Alpecin-Deceuninck/Photonews)

Un’invasione di gente (e pioggia di euro…)

Teatro della sfida, l’Azencross, inserito nel circuito Exact Cross, fuori da quelli principali eppure attesissimo e con la gente assiepata intorno al percorso: «C’erano almeno 25 mila persone – racconta un testimone d’eccezione, il diesse della Fas Airport Services Guerciotti Luca Bramati – e calcolando 25 euro a biglietto significa un’entrata solo da questa voce, per gli organizzatori, di 650 mila euro. A quel punto pagare un ingaggio da sogno a VDP o Van Aert non è poi difficile…».

La cronaca della gara è presto fatta: sin dal via Van Der Poel ha provato a fare la differenza, ma prima uno scatenato Tim Merlier (alla fine lo sprinter della Fenix Deceuninck ha chiuso 9°) e poi soprattutto Laurens Sweeck sono rimasti a contatto con l’olandese, che solo dopo 3 tornate ha fatto la differenza. Un dominio posticipato, che per Bramati ha precise ragioni tecniche.

Il podio finale con l’olandese fra Nys e Sweeck, giunti a 14″ (foto Weldritkrant/Bram Van Lent)
Il podio finale con l’olandese fra Nys e Sweeck, giunti a 14″ (foto Weldritkrant/Bram Van Lent)

Il problema delle gomme

«Si è visto che all’inizio Mathieu era molto nervoso. A un certo punto ha urlato qualcosa ai box, poi è entrato cambiando la bici per poi cambiarla di nuovo e allora se n’è andato. Io ho avuto la sensazione che avesse sbagliato la pressione delle gomme e che quindi non riuscisse a galleggiare. Appena gli hanno dato il giusto assetto, non c’è più stata storia».

La supremazia di Van Der Poel, alla sua quarta vittoria in 4 gare, è schiacciante forse anche più che negli anni scorsi: «Quando ha disputato e vinto la prima gara, ero al fianco di suo padre Adri, mio avversario di tante battaglie e mi diceva che sapeva come per gli altri non c’era storia. Mi ha detto che Mathieu quand’è in piena spinta tocca anche i 2.000 watt nella fase di rilancio, chi può esprimere la stessa potenza? Oggi c’è poco da fare, gran parte delle gare di ciclocross si giocano sulla potenza pura e infatti in questo momento è ciò che fa la differenza fra i due grandi e uno come Nys».

Per Van Aert un esordio molto positivo, al di là delle cadute e dei problemi di guida (foto Visma-Lease a Bike/Corvos)
Per Van Aert un esordio molto positivo, al di là delle cadute e dei problemi di guida (foto Visma-Lease a Bike/Corvos)

Van Aert e le curve legnose

Sul campione europeo, che a Loenhout ha chiuso secondo a 14” dall’olandese, Bramati spende molti elogi: «E’ davvero notevole, lo vedo crescere ogni volta che gareggia. Tecnicamente è già al livello dei due, gli manca la potenza e quella l’acquisisci solo con gli anni. Se continua, credo che li raggiungerà».

Intanto a Loenhout è finito davanti a Van Aert, alla fine quarto a 36” dopo due cadute che hanno inficiato una prestazione sicuramente superiore alle previsioni: «Wout l’ho visto davvero bene, fisicamente è già a un ottimo livello, gli manca naturalmente la dimestichezza del gesto. In curva è particolarmente legnoso, infatti Nys gli guadagnava sempre e le sue due cadute sono avvenute proprio lì. Se in curva perdi anche solo pochissima velocità rispetto a chi ti è vicino, ti ritrovi a dover recuperare metri e perdere quindi energie preziose. E’ evidente che ha grandi margini di miglioramento, ma di gare ne farà poche, meno che il suo rivale».

Il belga, qui nel riscaldamento pregara, dovrebbe disputare altre 4 prove di ciclocross (foto Visma-Lease a Bike)
Il belga, qui nel riscaldamento pregara, dovrebbe disputare altre 4 prove di ciclocross (foto Visma-Lease a Bike)

Sfida mondiale? A una condizione…

Molti dicono che Van Aert lasci una porticina aperta a una partecipazione al mondiale, ma per chi è dell’ambiente è una possibilità molto remota: «Conosciamo bene l’ambiente della Visma-Lease a Bike, è una squadra che programma sempre tutto a lunga scadenza e difficilmente cambia. Wout potrebbe ripensarci solo se davvero si accorgesse che può raggiungere il livello del rivale e batterlo nella gara iridata, ma è un’eventualità che reputo molto difficile che si realizzi».

La nota sorprendente di giornata è stato Sweeck, finito terzo dopo aver speso tantissimo per restare con il vincitore. Anche nelle sue dichiarazioni post gara c’era netta la sensazione di aver voluto provare ad andare oltre i limiti, non sentendosi battuto in partenza contro VDP: «Ci credo poco – sentenzia Bramati – tutti gli altri sanno bene la differenza che c’è, soprattutto come detto a livello di forza pura. Non era tanto Sweeck, che pure è un buon corridore ma nulla più, ad andare oltre i limiti, quanto l’olandese che non trovava l’assetto giusto per esprimersi. Quando tutti i tasselli sono andati al posto giusto non c’è stata più gara».

Tra gli juniores grande prestazione di Patrick Pezzo Rosola, secondo a 5″ dal ceko Krystof Bazant (foto Exact Cross)
Tra gli juniores grande prestazione di Patrick Pezzo Rosola, secondo a 5″ dal ceko Krystof Bazant (foto Exact Cross)

E Viezzi intanto cresce…

Una nota a margine riguarda Stefano Viezzi, unico italiano in gara, finito ventunesimo a 3’47”, uno dei migliori U23 della gara: «E’ stato bravissimo, conferma la mia impressione, che sia l’unico che davvero potrà competere a quei livelli. Ha fatto una scelta azzardata andando a correre e a vivere alla Fenix, ma era necessaria, perché ormai il ciclocross è lì che ha casa. Se si pensa che uno come Sweeck, per me uno dei tanti, guadagna fino a 350 mila euro l’anno, allora si capisce come non ci sia modo di competere e stando alla Guerciotti ne ho la piena consapevolezza, considerando i sacrifici che si fanno per far correre i ragazzi all’estero. E’ tutta una questione di soldi, sono quelli che scavano il solco».

Fra leggenda e futuro, quando parlava Van Looy

19.12.2024
7 min
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Ci fosse stato ancora Alfredo Martini, la prima telefonata sarebbe toccata a lui. Gli avremmo chiesto di parlarci di Rik Van Looy, visto arrivare nei suoi ultimi anni di carriera e poi seguito con gli occhi del tecnico. Siamo certi che Alfredo avrebbe avuto qualche aneddoto sulle 379 vittorie del belga scomparso ieri, a due giorni dal novantunesimo compleanno, che si sarebbe celebrato domani. Due volte campione del mondo (in apertura il podio del 1961 a Berna, quando si impose su Defilippis e Poulidor). Vincitore di tutte le prove Monumento e anche delle altre classiche originarie. Vinse infatti anche la Freccia Vallone, la Parigi-Bruxelles e la Parigi-Tours che a Merckx è sempre sfuggita.

Come lo racconti a un lettore di oggi il campione di quel ciclismo in bianco e nero, così duro da diventare mitico? Come diceva Alfredo, a un giovane devi dire quello che accadrà, non quello che è accaduto. E allora proveremo a fare un esperimento, cercando di leggere il presente con gli occhi di Van Looy, che lo scorso anno alla vigilia dei 90 anni rilasciò una lunga intervista al belga Het Nieuwsblad. In che modo un uomo di 90 anni, che lottò contro i giganti e che con le sue Guardie Rosse schiacciò il gruppo ben più di quanto abbiano fatto di recente Visma e UAE, vedeva il ciclismo di oggi?

E’ il 2006, Boonen ha vinto il secondo Fiandre, eguagliando Van Looy, che poi supererà
E’ il 2006, Boonen ha vinto il secondo Fiandre, eguagliando Van Looy, che poi supererà

Ciclista o calciatore?

«Se mi chiedono cosa sarei diventato se non avessi fatto il corridore – dice Van Looy nell’intervista – rispondo sempre: il calciatore. Ho tirato la matassa. Ho giocato con la squadra studentesca di Grobbendonk e siamo diventati campioni provinciali contro l’Anversa. La foto è rimasta appesa per anni nella mensa di Grobbendonk e forse è ancora lì. Alla fine ho dovuto scegliere. E come è andata? Ero appena diventato per la seconda volta campione belga tra i dilettanti e così ho scelto il ciclismo. Ma guardandomi indietro, se avessi potuto fare la stessa carriera da calciatore, avrei scelto diversamente. Il calcio è meno stressante. Nelle corse ci sei solo tu, nel calcio sono in undici. Puoi giocare male per mezz’ora e nessuno se ne accorge».

Muratore bambino

«Oggi si diventa professionisti a 18 anni – la risposta di Van Looy – non c’è paragone possibile. Ai miei tempi i bambini difficilmente andavano in bicicletta, perché quella era una cosa da adulti. Da bambino io andavo a fare il muratore con nostro padre. Ho aiutato a costruire la nostra casa, che è ancora lì. Evidentemente usammo il cemento buono. Ho avuto la prima bicicletta quando ho iniziato a distribuire riviste. Da quando avevo dodici anni. La mattina consegnavo trecento giornali, il pomeriggio andavo a scuola, sempre che il mio giro non finisse troppo tardi. E’ cominciata così. Bucai una gomma e portai la bici al negozio di un meccanico che faceva anche il corridore. Andai alle gare con lui, finché comprai anch’io una bici con il manubrio curvo e lui mi chiese perché non provassi a fare una gara».

Dal 2022 con arrivo a Herentals si svolge ogni anno il Grote Prijs Rik Van Looy
Dal 2022 con arrivo a Herentals si svolge ogni anno il Grote Prijs Rik Van Looy

Staccato dal gruppo

«Non ero un bambino prodigio – ammette Van Looy – come quelli di adesso. Ho fatto la mia prima gara con gli esordienti. Pensavo che la mia abitudine nel consegnare i giornali mi avrebbe permesso di seguire bene il gruppo. Fu una delusione. Dopo tre giri ero già staccato. Ho pensato: questo non fa per me. Volevo fermarmi. Alla fine mio padre mi convinse a ritirarmi. Solo un anno dopo partecipai di nuovo a una gara. All’inizio è stato deludente, ma poco dopo ho trovato il mio ritmo. Quell’anno penso di averne vinte circa quattordici. 

«Anche con i professionisti ho avuto difficoltà. Quando mi sono sposato pesavo 85 chili, mentre il mio peso in gara era intorno ai 70. Avevo appena finito di fare il soldato. Quell’anno ho fatto il Giro d’Italia e ovviamente mi staccavo tutti i giorni. Alla fine mi ritirai».

Van Looy apprezzava Evenepoel, col dubbio dei suoi mezzi nei Grandi Giri. Qui la Vuelta vinta nel 2022
Van Looy apprezzava Evenepoel, col dubbio dei suoi mezzi nei Grandi Giri. Qui la Vuelta vinta nel 2022

Evenepoel e il Tour

«Cosa penso di Evenepoel? Che a volte si comporta alla grande – sorride Van Looy – ma spesso mi ha deluso. Ha vinto il Giro di Spagna, ma chi erano i suoi avversari? Non c’era quasi nessuno che fosse arrivato fra i primi dieci del Tour de France. L’anno dopo era in testa, fino al giorno in cui ha preso 25 minuti di distacco. A cosa serve aver vinto poi due tappe? Quanto valgono, se non sei più in corsa per la classifica? Gli altri avranno detto: “Vai avanti, piccolo. Se ti piace andare in fuga, fallo pure”.

«Però fa bene a provare col Tour. La mia sensazione è che in una classica, Remco può tenerli tutti a bada, al Tour non saprei. Una volta mi chiesero se fossi anche un bravo scalatore. “Sì – risposi – ero un bravo scalatore finché gli scalatori non hanno iniziato a fare il loro dovere”. Come star, Remco è impegnato con troppe cose. Questo non va bene. E poi: se la squadra inglese più ricca lo avesse voluto davvero, non se lo sarebbero preso già da tempo?».

“Infantile”: così Van Looy ha definito il dono della Gand del 2023 da Van Aert a Laporte
Van Looy trovò “infantile” il dono della Gand del 2023 da Van Aert a Laporte

Van Aert e le classiche

«Mi aspettavo di più da Van Aert. Tutte le tappe che ha vinto al Tour – Van Looy è secco – non significano niente, lui deve vincere le classiche. Ha trent’anni, dopo la Milano-Sanremo pensavo che si fosse sbloccato, ma questo accadeva ormai quattro anni fa. Quando ha regalato la Gand-Wevelgem al suo compagno di squadra (Laporte, ndr) ho pensato: “Che infantile!”. Lui è il miglior corridore in gara, il compagno di squadra non ha fatto altro che il suo lavoro aiutando il suo leader. E quello gli dice: “Ecco, vinci tu”. Non ha alcun senso.

«E’ tutto troppo misurato in quella squadra. Quando leggo le interviste ai direttori sportivi, che spiegano cosa faranno chilometro dopo chilometro, io penso al leader e mi dico che dovrebbe essere lui a fare la sua tattica. Serve un direttore sportivo prima e dopo la gara, ma durante? Ai miei tempi il meccanico era più importante del direttore sportivo. Il direttore sportivo poteva leggere il giornale tutto il giorno».

Dietro Hinault ai Campi Elisi

«Sono stato per diciotto anni presidente della squadra di calcio di Herentals, ma non lo rifarei mai più. Il calcio è un mondo misterioso, penso anche a quei calciatori che cambiano bandiera per 100 franchi di differenza. Mi piaceva di più fare l’autista in gara per Sport 80. Avevo un grande vantaggio. Godet e Lévitan (allora dirigenti del Tour, ndr) mi conoscevano bene come corridore e così potevo osare un po’ di più. Ho guidato la mia auto alle spalle di Zoetemelk e Hinault sugli Champs-Elysées. Tutte le altre furono scacciate, rimasi io da solo. Piacevole. Ma l’anno successivo rimasi a casa. Era diventato troppo imbarazzante per gli altri giornalisti.

Van Looy con sua moglie Nini Marien, in un’immagine del 2013.
Van Looy con sua moglie Nini Marien, in un’immagine del 2013.

«Allo stesso modo non mi va di fare l’opinionista televisivo. Ci sono bravi atleti che lo fanno ed è un ruolo in cui se parli chiaro, rischi di farti molti nemici. Anche adesso. Mi chiedi cosa penso di Evenepoel e di Van Aert, ma in realtà non voglio offenderli. A dire il vero neppure capisco la necessità di avere un secondo commentatore. Se sei un bravo giornalista, perché hai bisogno di qualcuno accanto a te?».

Bicicletta addio

«Ho smesso cinque anni fa di andare in bicicletta. Ero appena uscito con un gruppo – ricorda Van Looy nella bella intervista – lungo il canale fino ad Anversa e ritorno. A 30, 35 l’ora. Mi sono reso conto che avevo fatto troppa fatica. Così ho pedalato sui rulli a casa per un po’, ma ho smesso di fare anche quello. Mi faceva male il sedere. Perciò il modo per mantenere lo stesso peso di quando correvo è non mangiare troppo. Ogni tanto pranzo da mia nipote, ma di solito vado da me dal macellaio e al supermercato. Cucino da solo. Patatine fritte surgelate con maionese: niente di più facile. E guardo anche molta televisione. Calcio, pallavolo, basket, corse: guardo tutto, spesso due volte. Mi manca mia moglie, ma siamo stati sposati per più di 65 anni, di cosa potrei lamentarmi? La cosa più importante è che continui a funzionare la testa. Perché se dovesse smettere, cosa ci farei ancora qui?».

Rik Van Looy è morto ieri, dopo che le ultime settimane erano state piuttosto pesanti a causa di qualche problema fisico. Ma la testa è sempre rimasta al suo posto. Ci piace pensare che abbia avuto il tempo di pensare per l’ultima volta al suo amato ciclismo e di prepararsi finalmente per incontrare nuovamente sua moglie Nini.