Con Modern Adventure, Hincapie si rimette in gioco

Con Modern Adventure, Hincapie si rimette in gioco

18.11.2025
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Il mondo del ciclismo riabbraccia un figliol prodigo, George Hincapie, del quale si erano perse le tracce da qualche anno. Uno dei nomi di punta del ciclismo americano a cavallo del secolo, vissuti sempre all’ombra di Lance Armstrong con tutte le perplessità lasciate alla storia, Hincapie è comunque uno che ha vinto tanto, anche classiche di grido come la Gand-Wevelgem del 2001. Ora è a capo della Modern Adventure, nuova squadra professional a stelle e strisce che dal prossimo anno sarà in carovana. Non sono mancati finora alcuni ingaggi importanti, come il ritorno fra i pro’ del sudafricano Stefan De Bod e soprattutto l’abbraccio a Leo Hayter, che aveva lasciato il ciclismo a soli 22 anni per colpa della depressione.

Hincapie, dall’altra parte dell’Atlantico sta lavorando alacremente al progetto, in previsione del training camp che si svolgerà a Greenville dal primo dicembre. L’entusiasmo è esattamente quello che metteva sulle strade europee e anche italiane, Paese al quale è rimasto molto affezionato.

George Hincapie, 52 anni, ha corso fino al 2012, con 28 vittorie al suo attivo
George Hincapie, 52 anni, ha corso fino al 2012, con 28 vittorie al suo attivo
George Hincapie, 52 anni, ha corso fino al 2012, con 28 vittorie al suo attivo
George Hincapie, 52 anni, ha corso fino al 2012, con 28 vittorie al suo attivo
La tua ultima esperienza da direttore sportivo è datata 2018: che cosa hai fatto da allora?

Per essere precisi sono il proprietario della squadra con 3 direttori sportivi. A quei tempi ne avevamo un paio. Io la supervisiono, la guido. Mi sono rimesso in gioco, dopo che dall’esperienza nella Holowesko Citadel mi sono concentrato solo sulla mia famiglia e sulla mia azienda di famiglia: Hincapie Sportswear. Faccio anche un podcast con Lance e viaggio per partecipare a eventi. Quindi non mi sono occupato più di squadre dal 2018, ma ovviamente sono sempre stato un appassionato di questo sport e di tutto ciò che accade. Tornare è divertente, emozionante, anche snervante, ma è una bella sensazione.

Com’è nata l’idea della Modern Adventure e quali sono le tue ambizioni?

Io voglio creare il dream team americano, il dream team del Tour de France. So che ci vorrà molto tempo, molto lavoro, molta pazienza. Mi sento come quando ho firmato con la Motorola a 19 anni. Sono arrivato in Europa e non conoscevo nessuno, ma era molto allettante per me cercare di dimostrare di essere nel posto giusto. E qualunque cosa fosse successa, volevo continuare a lavorare il più duramente possibile per diventare un ciclista professionista di successo. Trent’anni dopo, sono più o meno nella stessa posizione. Voglio dimostrare di poter costruire una squadra di grande successo e rinvigorire il ciclismo qui in America. Anche se abbiamo alcuni ciclisti straordinari americani, sono in squadre diverse in tutta Europa e non riescono a impressionare il pubblico, ad avere lo spazio d’informazione che meriterebbero. I numeri, in termini di audience, stanno diminuendo qui negli Stati Uniti. Quindi, vorrei ricostruire una squadra di serie A che i tifosi americani possano sostenere.

L'obiettivo del team di Hincapie è dare impulso al ciclismo locale e ritrovare l'affetto del pubblico
L’obiettivo del team di Hincapie è dare impulso al ciclismo locale e ritrovare l’affetto del pubblico
L'obiettivo del team di Hincapie è dare impulso al ciclismo locale e ritrovare l'affetto del pubblico
L’obiettivo del team di Hincapie è dare impulso al ciclismo locale e ritrovare l’affetto del pubblico
Nel WorldTour ci sono altre squadre americane, ma la tua ha una maggiore densità di corridori Usa. E’ una precisa scelta?

Sì, certo. E in futuro, sarà sempre così. Vogliamo avere almeno il 50 per cento di corridori americani. E’ vero, le altre squadre hanno licenza USA, ma hanno al massimo uno o due americani. Noi vogliamo fare qualcosa di diverso. Sceglieremo corridori da tutto il mondo, ma il nocciolo duro sarà sempre nostrano.

Farete attività sia in Europa che nel calendario americano?

Stiamo valutando a quali gare riceveremo inviti in Europa o in Medio Oriente, nei primi due anni correremo ovunque sarà possibile. Essendo la nostra una squadra professionistica di seconda divisione, non ha inviti garantiti. Ma in questo momento sto viaggiando in tutto il mondo, incontrando quante più persone possibile, parlando di noi e della nostra visione. Ovviamente, vogliamo gareggiare in America, ma non ci sono molte gare, quindi faremo quello che è disponibile, ma l’attenzione sarà rivolta al calendario europeo.

La domanda è d’obbligo. Considerando i tuoi rapporti con Lance Armstrong, sarà coinvolto anche lui nel progetto?

No, siamo in contatto, come detto lavoro con lui al podcast ma la squadra è completamente slegata da Lance e anche nella ricerca di sponsor mi muovo in maniera autonoma, attraverso altre vie.

Il roster della squadra americana comprende attualmente 20 corridori, di cui 11 statunitensi
Il roster della squadra americana comprende attualmente 20 corridori, di cui 11 statunitensi
Il roster della squadra americana comprende attualmente 20 corridori, di cui 11 statunitensi
Il roster della squadra americana comprende attualmente 20 corridori, di cui 11 statunitensi
Il programma americano è fatto soprattutto di criterium: secondo te sono utili e hanno un senso nel confronto con le gare europee?

Difficile dirlo, è completamente diverso. Ne faremo qualcuno. Ma non vanno sottovalutati, ci sono gare emozionanti. Sono gare brevi e adrenaliniche. Piene di azione. Anche in notturna. E’ un tipo di ciclismo diverso e non è su questo che vogliamo concentrarci, ma sicuramente ne faremo un paio di grandi solo per essere presenti, solo per costruire un seguito in termini di fan qui negli Stati Uniti. Ci sono anche gare classiche che stanno sviluppandosi, in Maryland, Philadelphia che sta tornando, poi forse faremo la Redlands, che è una corsa a tappe più piccola. E alcune corse gravel, se andranno a buon fine, per i nostri sponsor come Factor e SRAM.

Con voi torna a correre Leo Hayter: come pensate di sostenerlo dopo i difficili messi che ha passato e che cosa può fare?

E’ incredibilmente talentuoso, ha vinto il Giro NextGen, viene da una famiglia di ciclisti. Io so bene quanto sia difficile il ciclismo, mentalmente in particolar modo. Quando ho visto l’opportunità di riportarlo in un ambiente meno stressante, di fornirgli un’ottima attrezzatura e un ottimo allenamento, ho assunto Bobby Julich come mio direttore delle prestazioni. Lavoreremo tutti per togliergli la pressione, ma anche per fornirgli gli strumenti migliori per tornare al suo livello e anche meglio del suo. So che è rischioso per lui firmare con noi, una piccola nuova squadra, e anche per noi legarci a lui, visto che è appena tornato e ha trascorso così tanto tempo lontano dallo sport. Siamo d’accordo che lavoreremo tutti per il meglio. E personalmente sono molto entusiasta di averlo in squadra. Il ciclismo non perdona davvero né dà molte possibilità ai ragazzi. Io voglio essere qualcuno che può dare alle persone delle chance per tornare a praticare lo sport che tutti amiamo.

Il recupero di Leo Hayter dopo due anni d'inattività è una delle grandi scommesse per Hincapie (foto Getty Images)
Il recupero di Leo Hayter dopo due anni d’inattività è una delle grandi scommesse per Hincapie (foto Getty Images)
Il recupero di Leo Hayter dopo due anni d'inattività è una delle grandi scommesse per Hincapie (foto Getty Images)
Il recupero di Leo Hayter dopo due anni d’inattività è una delle grandi scommesse per Hincapie (foto Getty Images)
Hai intenzione di fare scouting in Europa in futuro, magari in Italia, Paese che conosci bene?

Spero di sì. Sto contattando amici che hanno contatti e conoscenze con gli organizzatori in Italia e anche Maurizio Fondriest mi ha contattato e mi sta aiutando un po’. Voglio correre in Italia, Paese che amo, vogliamo fare tutto il possibile per essere selezionati anche per le gare in Italia e se ci sarà possibilità, portare anche corridori da noi.

Tu hai vinto tanto da corridore, come ti troveresti nel ciclismo di oggi e quanto è diverso dal tuo?

Oh, è molto diverso. Noi gli allenamenti li misuravamo a sensazione, a quantità, oggi è tutto calcolato, l’allenamento, l’alimentazione, il recupero, Il sonno, l’idratazione, i watt… ci sono tanti calcoli e molte meno congetture. Tutti sanno esattamente cosa bisogna fare, quanto cibo devono mangiare. Quindi è molto più avanzato tecnicamente rispetto ai miei tempi. Penso che molti sport guardino al ciclismo per il modo in cui i ciclisti recuperano ora, per il modo in cui si allenano. Credo che sia uno degli sport tecnicamente più avanzati in circolazione.

Lo staff del team Professional, che farà attività soprattutto in Europa e Asia
Lo staff del team Professional, che farà attività soprattutto in Europa e Asia
Lo staff del team Professional, che farà attività soprattutto in Europa e Asia
Lo staff del team Professional, che farà attività soprattutto in Europa e Asia
Quali sono le tue speranze e i tuoi obiettivi per il primo anno della squadra?

Dobbiamo intanto concentrarci sull’immagine e sul branding della squadra, dare ai corridori l’opportunità di correre nelle gare più importanti. E non voglio sembrare pretenzioso, ma so che scenderemo in pista e proveremo a vincere cinque gare. Sarà molto difficile, ma voglio avere un impatto, voglio che i ragazzi si presentino sapendo di avere la migliore attrezzatura, i migliori allenatori e voglio che migliorino le loro prestazioni passate. Diventino ciclisti migliori grazie al nostro programma.

L’avventura di Justin Williams, messaggero di un nuovo ciclismo

10.07.2024
5 min
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Un giorno Justin Williams disse a suo padre che voleva fare come lui, diventare un corridore. Suo padre gli disse: «Ok, inizierai oggi. Ho in programma 110 km da fare sulla Pacific Coast Highway. Andiamo». Il 13enne Justin resse un bel po’, ma dopo 80 km si fermò per i crampi. Imperturbabile, suo padre lo lasciò indietro. Justin incredulo rimase ai bordi della strada, finché suo zio con il pick up non tornò a prenderlo. A casa chiese spiegazioni e serafico suo padre rispose: «Oggi hai imparato una lezione molto più importante dei chilometri percorsi: il ciclismo è duro e bisogna affrontarlo seriamente. Se hai intenzione di farlo, non ho nulla in contrario».

Justin Williams è nato il 26 maggio 1989. Ha vinto 2 titoli nazionali Usa nel 2018-19 e 2 nel Belize (2021-23)
Justin Williams è nato il 26 maggio 1989. Ha vinto 2 titoli nazionali Usa nel 2018-19 e 2 nel Belize (2021-23)

L’uomo del rilancio a stelle e strisce?

Perché parliamo di Williams? Certamente non è un corridore da prime pagine dei giornali, non frequenta neanche più il ciclismo professionistico, eppure negli Usa è considerato un personaggio, che sta cambiando anche la stessa visione del ciclismo. Provando anche a riportarlo in auge dopo i fasti e le contraddizioni dell’epoca di Armstrong, ma su basi completamente diverse.

Proveniente dal centro-sud di Los Angeles, forgiandosi nella vita di strada dove ogni dollaro era considerato una conquista, Williams inizialmente aveva provato a fare il ciclista attraverso i normali canoni, facendosi anzi notare su pista con alcuni titoli nazionali juniores. Ma la sua passione era su strada e tramite Rahsaan Bahati entrò anche in contatto con Axel Merckx, approdando alla Trek-Livestrong, contribuendo alla vittoria di Phinney nella Parigi-Roubaix U23, conquistando anche qualche kermesse in Belgio.

La conquista del titolo americano nei criterium 2018, bissata l’anno successivo
La conquista del titolo americano nei criterium 2018, bissata l’anno successivo

Da ciclista a imprenditore

Non era però quella la sua dimensione, così nel 2010 decise di non tornare in Europa. Alcuni anni dopo suo fratello Cory, che aveva trovato spazio alla Cylance Pro Cycling lo convinse a riprovarci, ma questa volta Justin prese una strada diversa, partecipando ai criterium nazionali aggiudicandosene 15, che diventarono 14 l’anno dopo, il 2017. Nel 2018 e ’19 vinse il titolo nazionale in questo tipo di competizioni, ma più che le vittorie, Joseph aveva capito che quella poteva essere la sua strada, non solo come corridore.

Nel 2019 Williams iniziò la sua attività come dirigente, abbinata a quella di corridore, fondando la L39ION, team continental di Los Angeles dedito quasi esclusivamente a questo tipo di competizioni. Iniziò con 7 corridori, coinvolgendo suo fratello Cory che prima di lui era stato estromesso dalla Cylance. Fra questi anche Kendall Ryan, selezionato per i Giochi Olimpici del 2021. L’idea di Justin era sviluppare l’attività promuovendola soprattutto negli ambienti neri e ispanici, facendo capire che poteva essere una strada buona per uscire dal ghetto, urbanistico ma anche culturale. Da lì iniziò la sua parabola, avversata dalla federazione nazionale al punto che Williams ha optato per la nazionalità dei suoi genitori, il Belize.

Il californiano ha fondato tre team, partendo dal L39ION di Los Angeles (foto Wilson)
Il californiano ha fondato tre team, partendo dal L39ION di Los Angeles (foto Wilson)

Il ciclismo, uno sport “bianco”…

«Usa Cycling non vuole miglioramenti perché è ancorata a vecchi schemi – ha recentemente affermato a Rouleur in una trasferta in Europa per promuovere un nuovo team con base a Londra – L39ION è nata per promuovere la diversità e la rappresentanza nel mondo dello sport sfidando idee che ormai sono obsolete. Il ciclismo, come tanti altri sport, è principalmente bianco e invece deve aprirsi, diventare multietnico. Ma può farlo solo attraverso vie nuove, ad esempio incrementando l’attività dei criterium che sono molto più spettacolari del ciclismo classico».

Williams, nella sua attività di imprenditore va davvero come un treno. L39IOn è solo la prima delle squadre da lui fondate. La sua idea ricalca molto esempi tipicamente americani mutati dagli sport di squadra: innanzitutto più team con nomi fantasiosi e che colpiscano la gente proprio come avviene nel basket o nel football, ad esempio Miami Blazers, Austin Outlaws. Poi coinvolgendo grandi sponsor assolutamente fuori dal mondo ciclistico: Williams è diventato una sorta di ambasciatore per Red Bull (che ha addirittura realizzato un docufilm per raccontare la sua storia, “Dear 39th Street”), ha coinvolto una grande azienda come Assos, ha spinto una grande compagnia d’investimenti come Wasserman Ventures ad affiancarlo. Il tutto per lanciare la sua nuova organizzazione, Williams Racing Development (WRD) destinata a prendere strade diverse da quelle canoniche.

Williams ha coinvolto grandi aziende nel suo progetto e punta ad allestire un calendario alternativo
Williams ha coinvolto grandi aziende nel suo progetto e punta ad allestire un calendario alternativo

La lotta con la federazione

«Dobbiamo modernizzare e diversificare il nostro sport per coinvolgere un pubblico più giovane. Ma queste idee non sono bene accette e USA Cycling continua la sua guerra contro di me, contro le mie idee perché vanno a minare lo status quo».

L’ultimo atto è una squalifica di due mesi comminatagli per un acceso diverbio con un altro corridore in uno degli ultimi criterium dello scorso anno: «La federazione applica regole diverse a persone diverse, ma non capisce che prendendomi costantemente di mira fa di me un esempio e chi guarda il tutto da fuori viene spinto ad abbracciare il mio credo. Per questo sto spingendo perché ai criterium vengano coinvolti sempre più commissari indipendenti, si esca dalle catene imposte dalla federazione che non fa nulla per far crescere questo sport.

Williams spinge sull’attività dei criterium, più spettacolari e godibili dal pubblico (foto Snowymountain)
Williams spinge sull’attività dei criterium, più spettacolari e godibili dal pubblico (foto Snowymountain)

Un uomo che non si arrende

«Mi criticano perché nelle gare le squadre vengono invitate a partecipare a discrezione dell’organizzatore. Ma nel ciclismo professionistico non avviene lo stesso? E’ questo che intendo quando parlo di regole diverse, è un doppio standard per giustificare l’odio nei miei confronti. Qualsiasi persona normale si sarebbe già arresa, ma io vengo dai bassifondi e so che bisogna sempre andare avanti. Vengo da un’America razzista dove anche gli insegnanti ti trattano come se non fossi nulla. Devi costruirti da solo. Del mio esempio si parla dappertutto, anche nel WorldTour mi conoscono e vogliono saperne di più perché io viaggio verso nuove frontiere ciclistiche delle quali altri beneficeranno».

La storia di Jorgenson, fatta di bici e di tante mail

10.08.2022
6 min
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E’ il 2017. Un giovane californiano divide la sua giornata in due: al mattino pedala per ore sulle lunghe strade intorno a Walnut Creek, la sua città natale. Il pomeriggio passa ore al computer, per inviare una mail a tutte le squadre professionistiche europee che ha trovato tramite Google. “Ciao, mi chiamo Matteo Jorgenson e sono un americano di 18 anni, corro il mio ultimo anno da junior con Hot Tubes Cycling e USA Junior National Program. Sono molto interessato a correre per te per il 2018”. Il suo è un lavoro certosino: ogni mail è personalizzata, in base alle caratteristiche del team, al calendario, alle sensazioni che gli desta. Impiega almeno un’ora per inviarne una, perché la studia a fondo. Si aiuta con i traduttori online o chiede consiglio a chi conosce altre lingue. Ne manda dieci, cento e anche molte di più. Perché sa che il ciclismo vero è in Europa e vuole evadere…

La storia di Matteo Jorgenson, uno degli americani emergenti, che ha impressionato molti addetti ai lavori all’ultimo Tour, non si comprende se non si ripercorre l’excursus degli ultimi suoi anni, perché su quest’attività ha investito tutto sin da giovanissimo. In attesa di ricevere qualche risposta valida, che non fosse il solito “le faremo sapere”, Matteo aspetta. La sua grande speranza è approdare all’Hagens Berman Axeon, dalla quale sono passati molti americani, ma la risposta che gli arriva lo gela. Porta chiusa, anzi serrata. Matteo non si perde d’animo: qualcuno risponderà, intanto però c’è una soluzione da trovare e il californiano la trova accettando la proposta del team americano Jelly Belly-Maxxis a condizione di trovare spazio nel gruppo della nazionale Under 23 e poter frequentare la prima parte di stagione nel Vecchio Continente.

Jorgenson Mondiali 2019
Jorgenson è nato il 1° luglio 1999. Qui in maglia nazionale, ai mondiali 2019 (foto Casey B.Gibson)
Jorgenson Mondiali 2019
Jorgenson è nato il 1° luglio 1999. Qui in maglia nazionale, ai mondiali 2019 (foto Casey B.Gibson)

La risposta dalla Francia

Una cosa Jorgenson l’ha imparata presto: «Ogni gara fatta in Europa ne vale più di 10 negli Usa. Le corse sono tutte diverse, cambiano in base al Paese, alle strade, alla gente, ai percorsi. Si impara tantissimo ogni volta, è come andare a scuola. E’ uno sport completamente diverso». L’americano si rende perfettamente conto che il ciclismo oltreoceano è ben poca cosa al confronto, fatto di kermesse che se danno spettacolo alla gente tra un hot dog e una birra, tecnicamente non trasmettono nulla.

Un giorno arriva la svolta. Nella mail trova una risposta, dalla Francia, dalla Chambery CF, squadra che fa parte della rete dell’AG2R La Mondiale. Riesce a parlare con il responsabile, con molta fatica per la differenza linguistica (e questo è un aspetto sul quale torneremo) e si ridanno appuntamento. Il team transalpino vuole saperne di più, vuole i suoi valori di potenza, tutti i suoi dati di allenamento. Alla fine arriva la proposta: un contratto per il 2019 a patto che dall’inizio dell’anno si trasferisca in Francia. Una proposta che sembra un segno, perché contemporaneamente la Usa Cycling annuncia che per problemi di budget non sarà più possibile per i suoi ragazzi fare attività in Europa dalla stagione successiva. Appena in tempo…

Jorgenson AG2R
L’americano ha fatto parte dell’AG2R solo nella seconda metà del 2019, andando poi in Spagna
Jorgenson AG2R
L’americano ha fatto parte dell’AG2R solo nella seconda metà del 2019, andando poi in Spagna

Poliglotta per necessità…

Matteo ha capito che per emergere in Europa non basta pedalare, allenarsi soffrire in bici. Deve davvero mettere in discussione se stesso. Si trasferirà in Francia, ma prima di allora dovrà imparare la lingua: «Non posso partire e poi affrontare viaggi di ore senza poter parlare, comunicare liberamente, non posso costringere gli altri a parlare la mia lingua». Jorgenson studia intensivamente e per l’inverno successivo parla già un fluente francese al punto non solo di poter sostenere una conversazione con i compagni, ma anche di essere intervistato. E così farà anche dopo, quando si trasferirà alla Movistar in Spagna.

Ciclisticamente i francesi capiscono presto che quel ragazzo a stelle e strisce ci sa fare. Si piazza spesso, anche in Italia al Trofeo Edil, lotta per il successo finale alla Ronde de l’Izoard e al Tour de l’Avenir conquista la classifica a punti. E’ forte sul passo e in salita e proprio questo fatto non sfugge ai responsabili del team spagnolo, che interrompono la sua scalata all’interno del team transalpino e lo portano al di là dei Pirenei, perché di uno scalatore c’è sempre bisogno da quelle parti. Erano oltre trent’anni che uno statunitense non vestiva quella maglia, l’ultimo era stato Andy Hampstean, per un breve periodo quando ancora la squadra era targata Banesto.

Jorgenson Jelly 2018
In maglia Jelly Belly Jorgenson è stato vicecampione americano a crono U23 (foto Brian Holmes)
Jorgenson Jelly 2018
In maglia Jelly Belly Jorgenson è stato vicecampione americano a crono U23 (foto Brian Holmes)

Punta tutto sul Tour

Jorgenson continua la sua ascesa, è molto giovane ma soprattutto è americano e per un americano il ciclismo ha un solo sinonimo: Tour de France. Nel 2021, quando gli comunicano che non sarà del team per la Grande Boucle ci resta male e questo influisce anche sulle sue prestazioni al Giro d’Italia («E’ stata la mia peggiore esperienza, non ne avevo più e non era cosa per me – affermerà in seguito – ho capito che se non mi prendo un periodo di pausa a inizio primavera, non posso essere competitivo per il Tour»).

Quest’anno, presosi i suoi tempi, si guadagna i galloni di luogotenente per Enric Mas al Tour. E’ al settimo cielo e soprattutto sente la gamba piena, tonica. Sono tre settimane intensissime, nelle quali entra spesso nelle fughe. Per ben due volte Jorgenson sfiora il podio e quando arriva la delusione è tanta. A Megeve forse con quel Cort Nielsen c’era poco da fare, a Foix invece appena arrivato va verso il bus, appoggia la bici e si siede con la testa fra le mani, trattenendo a stento le lacrime per l’occasione mancata. I dirigenti arrivano e lo trovano stanco e insanguinato: un’immagine difficile da dimenticare.

Jorgenson Tour 2022
Jorgenson e Woods verso Foix: il canadese protegge a buon diritto il compagno Houle
Jorgenson Tour 2022
Jorgenson e Woods verso Foix: il canadese protegge a buon diritto il compagno Houle

Lacrime di rabbia

«Io non credo di aver sbagliato – racconta – era l’ultima possibilità e mi sono giocato tutto, ma Woods aveva Houle davanti, nessuno mi poteva aiutare. In discesa ho rischiato tutto e sono anche caduto, ma se prendi dei rischi devi accettarlo e il dolore neanche lo sentivo. Quando il canadese è partito ero con la macchina a prendere la borraccia, neanche me ne sono accorto e quando l’ho saputo mi sono gettato in caccia, ma era tardi». «Dove ti fa male, dove hai sbattuto? » gli chiedono. «Mi fa male non essere là» risponde indicando il podio.

Più tardi, ai giornalisti che gli chiedono del suo 21° posto, parte della “Usa Connection” che ha caratterizzato la classifica del Tour con 4 atleti fra i primi, Jorgenson dimostrerà di non aver ancora digerito la delusione: «Quando arrivi e sai che sei in forma, che hai indovinato tutto, non stai a guardare e a pensare al futuro, vuoi tutto. Ci riproverò il prossimo anno, ma se le ferite fisiche guariranno presto, quelle nell’animo ci metteranno molto di più».

Il sorriso gli torna solo quando qualcuno gli ricorda la sua storia, il coraggio avuto nel mettersi in gioco e provare ad allacciare un legame digitale con l’Europa: «A molti ragazzi che mi contattano dico di provarci subito, appena passano junior, a contattare quante più società possibili e preparare la valigia, anche se non hai ancora risultati. Credo di aver mostrato una strada per rilanciare il nostro ciclismo, anche se mi davano del pazzo».

Kuss e McNulty, Tour de France in chiave americana

31.07.2022
5 min
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Qualche giorno fa Pietro Caucchioli sottolineava un aspetto del Tour appena concluso: i grandi protagonisti Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar hanno entrambi avuto un luogotenente americano, rispettivamente Sepp Kuss e Brandon McNulty (i quattro nella foto di apertura CorVos). Un sintomo abbastanza evidente della ripresa del ciclismo a stelle e strisce. Guardando la classifica del Tour si scopre che il discorso è ben più ampio.

In un Tour che alla resa dei conti si è dimostrato alquanto selettivo ci sono stati ben 4 corridori statunitensi che si sono piazzati fra il 13° e il 21° posto: Powless, proprio Kuss e McNulty e, last but not least, il giovane e sempre più promettente Matteo Jorgenson. Se consideriamo che il primo italiano è stato Simone Velasco al 31° posto è evidente come il ciclismo americano sia su una lenta ma sicura via di ripresa.

McNulty andatura
McNulty ha vissuto una giornata eccezionale a Peyragudes, ma sperava in un “regalo” dei leader
McNulty andatura
McNulty ha vissuto una giornata eccezionale a Peyragudes, ma sperava in un “regalo” dei leader

Per Brandon un podio e tanta amarezza

Osservando le tappe, la sensazione è che i due in questione, inquadrati in rigidi schemi di squadra, avrebbero potuto ottenere molto di più. Fra le pieghe delle loro dichiarazioni emerge un certo disagio. Lo ha sottolineato soprattutto McNulty raccontando a modo suo la tappa di Peyragudes. Quella del terzo successo parziale di Pogacar ma anche della strenua difesa di Vingegaard: «All’inizio della salita di Val Louron il piano era che tirassi a tutta per 15 minuti. Vedendo che tanti cedevano, ho lavorato molto di più.

«A 5 chilometri dalla conclusione – prosegue lo statunitense dell’Uae Team Emiratesho sperato sinceramente che Jonas e Tadej, non potendo ormai cambiare molto in termini di classifica, mi lasciassero vincere, ma non ci sono regali in questo sport. Mi sono dovuto accontentare del numero rosso per la combattività…».

A poco sono valse le parole di stima espresse da Pogacar al termine della vittoriosa frazione: «Brandon è una vera “bestia”. Ha fatto un lavoro meraviglioso. Era davvero in forma, è andato bene per tutto il Tour ma questa volta è stato speciale».

McNulty Peyragudes
L’americano sul podio riceve il numero rosso per la combattività: la delusione è evidente
McNulty Peyragudes
L’americano sul podio riceve il numero rosso per la combattività: la delusione è evidente

Un americano sempre disponibile

Dall’altra parte Kuss si è confermato uomo di estrema affidabilità, ma senza quella libertà che lo scorso anno gli aveva consentito di vincere una tappa. Alla Jumbo Visma l’americano di Durango (McNulty è di Phoenix) è considerato una colonna. Un uomo che mette da parte le ambizioni personali per coerenza, per essere sempre lì quando c’è bisogno, costante al fianco del leader. Rispetto allo scorso anno però è stato un Tour diverso, nel quale gli addii prematuri di Roglic e Kruijswijk hanno fatto cadere sulle sue spalle un surplus di responsabilità.

Kuss però non è uomo da lamentarsi, né da tirarsi indietro rispetto alle sue responsabilità. Un aneddoto curioso è capitato proprio nei giorni più caldi (e non solo meteorologicamente) della Grande Boucle. L’addetto stampa della Jumbo Visma voleva preservarlo dalle domande dei giornalisti, consigliandogli di andare subito a farsi la doccia passando oltre microfoni e taccuini. Sepp invece si è sempre fermato di buon grado, accettando l’aggravio di impegni dopo le dure tappe francesi.

Kuss andatura
Tantissimi i chilometri di Kuss in testa a gruppi e gruppetti, come pilota per Vingegaard
Kuss andatura
Tantissimi i chilometri di Kuss in testa a gruppi e gruppetti, come pilota per Vingegaard

Encomiabile anche se non al massimo

Come McNulty, Kuss c’è sempre, al fianco del capitano, svolgendo il suo ruolo di pesce pilota anche quando le cose non vanno. «A volte non vivo i miei giorni migliori – ha affermato il corridore del Colorado – ma non lo dico e do sempre il mio massimo, ci metto tutto quel che ho perché voglio esserci nei momenti importanti». E in certi momenti è stato davvero fondamentale. Era quella chiave che Pogacar non riusciva a scardinare, scivolando verso tattiche disperate: «Le montagne a volte sono più semplici di quanto si pensi – rispondeva a chi gli chiedeva conto del suo ritmo indiavolato, che teneva Vingegaard sempre a galla – Alla fine si tratta solo di chi ne ha di più».

Kuss Vingegaard
L’abbraccio della maglia gialla a Kuss, puntuale colonna alla quale si è appoggiato in montagna
Kuss Vingegaard
L’abbraccio della maglia gialla a Kuss, puntuale colonna alla quale si è appoggiato in montagna

Il danno dell’era Armstrong

Molti, guardando la classifica di cui sopra, gli hanno chiesto conto della situazione attuale del ciclismo americano soprattutto in raffronto al suo contro verso passato e le parole di Kuss sono state taglienti, quasi risentite: «Quando ho vinto una tappa al Tour ho ricevuto più attenzioni di quante mi aspettassi. Il ciclismo è un piccolo mondo anche se a chi c’è dentro non pare e per noi che veniamo da oltreoceano lo è ancora di più.

«Il Tour per gli americani è qualcosa di unico, anzi “è” il ciclismo. Se ci partecipi ti dicono “Oh, devi essere davvero forte per essere lì”, ma tutte le altre gare neanche le conoscono. Mi viene in mente l’era Armstrong, gli anni del doping e molti pensano che i ciclisti siano ancora come allora, ma tutto è cambiato. Il difficile però è recuperare la fiducia dopo che il danno è stato fatto e che danno…».

Look e Corima lanciano in pista USA Cycling

15.04.2022
4 min
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Le Olimpiadi di Parigi sono meno lontane di quanto si possa immaginare. Le singole federazioni stanno già lavorando per mettere i propri atleti nelle condizioni ideali per raggiungere il massimo risultato possibile: le medaglie olimpiche. Rientra in quest’ottica l’accordo siglato nei giorni scorsi da USA Cycling con Look e Corima. Per i prossimi sette anni i due brand supporteranno la federazione ciclistica americana fino al traguardo delle Olimpiadi di Los Angeles 2028.

Dettaglio sui pedali Look Keo Blade Track
Dettaglio sui pedali Look Keo Blade Track

Un programma ambizioso

L’accordo siglato con Look e Corima rientra in un programma molto importante che USA Cycling ha deciso di mettere in atto per puntare con decisione alle prossime due rassegne olimpiche. Brendan Quirk, CEO di Usa Cycling, non ha mancato di sottolineare le ambizioni della propria federazione.

«Con Look e Corima – esordisce – sappiamo di avere bici, ruote e pedali all’avanguardia che daranno ai nostri ciclisti il vantaggio decisivo di cui hanno bisogno quando sprigionano i watt incredibili che si vedono negli sprint. Siamo entusiasti di questa partnership e non vediamo l’ora di iniziare il percorso che ci attende».

La federazione americana avrà a disposizione il meglio dei prodotti marchiati Look e Corima per la pista
La federazione americana avrà a disposizione il meglio dei prodotti marchiati Look e Corima per la pista

Un nuovo tecnico

L’accordo con Look e Corima è stato preceduto da quello con il tecnico Erin Hartwell chiamato a guidare i pistard americani in vista della rassegna olimpica di Parigi. Il nuovo allenatore si è dimostrato entusiasta dell’accordo raggiunto.

« Per anni – racconta – ho osservato con sincera ammirazione le squadre nazionali e gli atleti internazionali che hanno avuto il privilegio di utilizzare le biciclette Look e le ruote Corima ai massimi livelli delle varie competizione. Se mai dovessi assemblare una bicicletta per competere con i migliori del mondo, Look e Corima sarebbero sempre la mia prima scelta».

Questo è il telaio 875 che gli atleti avranno a disposizione nella madison
Questo è il telaio 875 che gli atleti avranno a disposizione nella madison

Grande entusiasmo

L’accordo con Usa Cycling è stato fortemente voluto anche da Look e Corima come ci racconta Federico Musi, Ceo di Look Cycle Group: «La partnership con USA Cycling – esordisce – è una tappa importante per entrambi i brand. Siamo entusiasti di sostenere il loro programma di sviluppo. La nostra esperienza tecnica nella produzione di carbonio e nell’aerodinamica aiuterà la squadra statunitense a rincorrere le medaglie ai Giochi di Parigi e a quelli di Los Angeles».

L’obiettivo di Look e Corima è accompagnare gli atleti della federazione ciclistica americana fino alle Olimpiadi di Los Angeles 2028
Look e Corima vogliono accompagnare gli atleti del tema Usa cycling fino alle Olimpiadi di Los Angeles 2028

Non solo medaglie

Look e Corima portano in dote alla federazione statunitense una dote di 18 titoli olimpici e 49 medaglie totali da Atlanta 1996 a Tokyo 2020. Cosa più importante è sicuramente la dotazione tecnica che sarà messa a disposizione dei pistard americani: il telaio Look T20, dotato di ruote anteriori Corima Monobloc a 4 e 5 razze, di ruote da corsa Disc C+ e degli esclusivi pedali Keo Blade Track. La squadra avrà a disposizione anche i telai 895 Vitesse, 875 Madison, AL464 e le ruote Corima WS-1.

Il pensiero finale è del tecnico americano Erin Hartwell: «E’ impossibile avere successo in questo sport senza un’attrezzatura di livello mondiale. Il sostegno di Look e Corima mi dà la fiducia che il nostro programma dispone ora dei mezzi tecnici necessari per costruire una squadra in grado di affrontare a testa alta l’élite mondiale del ciclismo su pista».