Ancora qualche riflessione sulla Strade Bianche di ieri. Una corsa così importante e scoppiettante lascia lo strascico. I protagonisti, lo abbiamo detto, sono stati tutti super campioni. Tra di loro c’era anche Tadej Pogacar. Ma se lo sloveno è andato forte il merito è anche dei suoi compagni della UAE Team Emirates. E tra chi lavora spesso dietro le quinte c’è il romano Valerio Conti.
Squadra compatta
Valerio lo pizzichiamo all’uscita dal bus poco dopo la doccia. Sta per andare in direzione di Larciano, per il Gp Industria & Commercio di quest’oggi dove correrà con la maglia della nazionale.
«E’ una corsa veramente bella dal punto di vista sportivo e paesaggistico – spiega il laziale – un arrivo fantastico in cui ha vinto il più forte. Per quanto riguarda me, purtroppo ho forato prima di Sante Marie e l’ammiraglia era molto indietro perché era caduto il nostro compagno di squadra Riabushenko. A quel punto non c’è stato più niente da fare. La gara era andata».
Conti porta davanti i capitani. Il laziale è sempre in prima fila e non si lascia intimorireValerio Conti porta davanti i capitani sugli sterrati
Conti consigliere
Valerio racconta del grande lavoro che richiede questa corsa per il team, per chi deve correre in supporto del capitano. Anzi, dei capitani, perché ricordiamo che c’era anche Formolo, lo scorso anno secondo alle spalle di Van Aert. Noi spesso vediamo solo il finale di corsa, ma prima ci sono 100 e passa chilometri in cui la gente non sa cosa succede. E che sono determinanti per il finale.
«Pogacar e Formolo – riprende Conti – erano i due capitani. Poi in corsa è diventato Tadej perché stava meglio. Fin quando abbiamo potuto abbiamo lavorato sodo. Ma poi da Monte Sante Marie, a prescindere dalla mia foratura, servivano le gambe. E da lì se l’è dovuta vedere da solo Tadej.
«Una gara come la Strade Bianche è molto dura perché sei sempre a tutta e così sarà sempre, perché i settori di sterrato vanno affrontati tutti davanti. C’è gente che scatta per anticipare gli ingressi. E’ tutto un rincorrersi e di conseguenza la velocità si alza. E infatti l’ordine d’arrivo è “sgretolato” peggio che in una gara in salita!».
Valerio aveva svolto un ottimo lavoro fino al momento della sua foratura, ma questa gara è piena d’insidie c’è chi fora, chi cade. A volte Pogacar lo affiancava per chiedergli qualche consiglio, per farsi riportare davanti.
«E’ capitato che Tadej mi abbia chiesto quando iniziasse questo o quel settore e come fosse. E io ho visto che l’avevo già fatta glielo spiegavo per bene. Poi per il resto si andava talmente a tutta che c’era poco tempo per parlare!».
Il gruppo lanciato sugli sterrati. In quei momenti la frenesia aumentaIl gruppo lanciato sugli sterrati. In quei momenti la frenesia aumenta
Crossiti a nozze
Certo che quando ti chiami Conti o Pagacar, o meglio, quando non sei altissimo o non pesi 70 chili, non deve essere facile destreggiarsi in corse del genere, tra “bestioni” super potenti. Qui ci sono gli specialisti delle classiche, quelli che sono alti, hanno peso e watt da “regalare”.
«Ci vuole coraggio – dice conti –Tadej e pochi altri come lui hanno una marcia in più. Da parte nostra si cerca di dare il meglio, ma ovviamente loro sono molto più avvantaggiati. Soprattutto i ciclocrossisti. E’ molto difficile competere con loro, anche perché fanno molta meno fatica. Lo vedi dall’approccio degli sterrati, dagli ingressi in curva… Vanno a nozze. Guidano più sciolti. Poi si ritrovano sulla strada asfaltata con l’energia raddoppiata. In più per me che uscivo dall’infortunio alla clavicola non è stato facile e ogni tanto mi fa male… tipo oggi (ieri per chi legge, ndr)».
Dopo il trionfo alla Strade Bianche, si impone una riflessione sull'attività limitata di Pogacar. Poche gare per essere sempre al top: necessità o scelta?
«Siamo venuti negli Emirati per vincere una tappa – sorride dopo l’arrivo Caleb Ewan – e ne era rimasta solo una. Avevo un po’ di pressione addosso, perciò quando ho tagliato il traguardo mi sono sentito sollevato. In tutta la mia carriera, non ero mai arrivato così avanti nell’anno senza vittorie, ma è anche vero che questa era la mia prima corsa. Ho grandi progetti per quest’anno e la vittoria mi aiuterà a costruire la mia fiducia in vista delle prossime gare in Europa».
Il piccolo folletto australiano della Lotto Soudal ha vinto la 7ª tappa dello Uae Tour, che per i velocisti era diventata l’ultima spiaggia, piegando quel Sam Bennett che ne aveva già vinte due.
Il gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh ZayedIl gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh Zayed
Settimana di fuoco
Finisce così in archivio il terzo Uae Tour, dopo una tappa niente affatto banale a causa dei ventagli e di qualche caduta di troppo, a capo di una settimana che ne ha viste di tutte i colori. La partenza sprint di Mathieu Van der Poel, che non ha fatto in tempo ad abbassare le braccia, che la sua squadra è stata fermata per una positività al Covid. Poi la cronometro, con la grande prestazione di Ganna e la caduta rovinosa di Antonio Tiberi, costretto al ritiro. I duelli in salita fra Yates e Pogacar, con il primo mai stato in grado di staccare il secondo, pur avendolo messo a dura prova. Gli scatti di Nibali al secondo arrivo in salita. I segnali di Nizzolo e Viviani, ciascuno dei due in ripresa da stop imprevisti ed entrambi arresi a Sam Bennett. Infine la volata di Caleb Ewan.
Cade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° postoCade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° posto
Pogacar crescerà
«C’è stato un momento di nervosismo – racconta Pogacar, parlando dei ventagli e delle cadute di giornata – in cui il gruppo si è rotto, ma io avevo attorno la mia squadra e sono riuscito a controllare e per fortuna quel tentativo non è andato all’arrivo. Quando è caduto Yates ci siamo rialzati, è nella nostra natura di ciclisti farlo. E’ stata davvero una brutta caduta, era giusto aspettarlo. A nessuno piace cadere.
«Questo è davvero un grande risultato – aggiunge Pogacar – era il mio primo obiettivo della stagione e la mia prima vittoria nella gara di casa, quindi è stato davvero importante e sono felicissimo. La mia squadra e i miei compagni di squadra hanno fatto un ottimo lavoro e abbiamo vinto. Questo è uno dei nostri migliori risultati. Tornerò di sicuro negli Emirati Arabi Uniti, ma ora pensao a fare del mio meglio nelle prossimee corse, a partire da Strade Bianche».
Il giovane vincitore, già re dell’ultimo Tour de France, ha corso ancora una volta con grande astuzia. Quello che colpisce, cercando di osservarlo meglio, è quanto sia davvero ancora in pieno sviluppo. Lui come pure Evenepoel. Entrambi lontani dalla benché minima definizione muscolare, lasciando trasparire margini ancora importanti che nessuno al momento ha voglia di raggiungere.
Tadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa degli EmiratiTadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa
Almeida e i ventagli
Come era già successo il primo giorno, nell’ultima tappa il gruppo si è rotto a 50 chilometri dall’arrivo e questa volta nella parte posteriore è rimasto il terzo della classifica, lo stesso Joao Almeida che aveva stupito al Giro d’Italia. Ma il bello di avere al proprio fianco una squadra come la Deceuninck-Quick Step è che tanto sono forti a complicare la vita per gli altri, quanto lo sono per rivolvere le situazioni spinose. Il team infatti si è messo davanti e ha dato vita a un frenetico inseguimento che si è concluso dopo una decina di chilometri.
«Iniziare la stagione con il piede giusto – dice Almeida – è sempre bello, qualcosa che ogni corridore desidera. Sono davvero soddisfatto del risultato e della gara che abbiamo fatto. Due vittorie di tappa con Bennett e tre di noi nella top 10 è fantastico. E oggi devo ringraziarli ancora tutti per tutto il loro aiuto e lavoro. Finire terzo in una corsa di questo livello è un risultato che solleva il morale, che porterò nelle gare di marzo».
Dopo il trionfo alla Strade Bianche, si impone una riflessione sull'attività limitata di Pogacar. Poche gare per essere sempre al top: necessità o scelta?
Si può spostare il fuoco dai corridori all’ambiente delle squadre, parlando dei disordini alimentari? Le parole di Brajkovic sul dottore dell’Astana che avrebbe raccontato al diesse della United Heathcare della sua bulimia risuonano ancora nella testa. Così siamo andati da un altro dottore, Michele De Grandi, medico della Uae Team Emirates.
«Ci rendiamo conto che il problema esiste – inizia – fra i corridori e fra chiunque pratichi uno sport in cui il rapporto fra potenza e peso sia determinante, come appunto il ciclismo. Nei casi di atleti di altissimo livello, sono problematiche superate e gestite, altrimenti probabilmente non arriverebbero i risultati. Nei giovani invece si vede abbastanza, anche per l’influenza degli allenatori nelle prime fasi. Perché ce ne sono certi abbastanza… esagerati, che spingono in modo totalmente illogico a perdere peso, proponendo allenamenti di un certo tipo e poi arrivando alla privazione calorica. Magari è vero che l’atleta in questione dovrebbe perdere peso, ma non così».
L’intervista a Brajkovic della scorsa settimana ha fatto pensare al clima che si vive nelle squadreLe parole di Brajkovic denunciano la poca privacy nelle squadre
Come si fa a capire, se l’atleta non viene a parlarvi?
E’ una caccia al tesoro, perché c’è la negazione e spesso la mancata presa di coscienza. L’atleta che ha questi problemi è convinto che avere un chilo in meno migliori la prestazione, senza capire che magari proprio per quello spinge 50 watt in meno. E’ un po’ come l’anoressia nelle ragazze, c’è un’immagine prestativa distorta. Il corridore non te ne parla perché non se ne rende conto o perché è convinto della sua scelta. E’ un ginepraio, perché magari parliamo di un atleta che ha avuto un calo e lo attribuisce all’eccesso di peso, anche se non c’entra.
Esiste un modo per capirlo, a parte la deduzione?
Visitandoli, vedi la struttura fisica (in apertura, foto Reverbia, ndr), l’indice di massa magra. Vedi il tipo di comportamento a tavola e nel recupero, oppure il tipo di attenzione che hanno con l’approccio calorico. Abbiamo medici e nutrizionisti, se emerge qualcosa, si riesce ad arginarlo per tempo. Magari in categorie che non hanno questi mezzi, è tutto più difficile.
Cimolai ha parlato di personaggi che nel professionismo hanno l’abitudine di fissare i corridori mentre mangianoCimolai ha parlato di chi sorveglia i corridori a tavola
Pensi che nelle squadre si sbagli qualcosa nel riferirsi al peso degli atleti?
Qualche battuta fuori luogo può capitare, ma di solito diventa dannosa dove c’è un substrato in cui certi argomenti possono attaccare. Mi è capitato in passato che ci fossero linee rigide che, come ogni forma di proibizionismo, non hanno portato frutti. Direttive a tappeto uguali per tutti, comportamenti rigidi che hanno ottenuto l’effetto opposto, perché i corridori sono arrivati al punto che non ne potevano più.
Di quali comportamenti parliamo?
Immaginate i corridori a tavola, magari durante una corsa a tappe. E qualcuno che si metteva dietro al tavolo a guardare cosa mangiassero con le braccia conserte e un atteggiamento ansiogeno. In un grande Giro, il momento della cena appartiene ai corridori, è un momento conviviale in cui possono sfogarsi, al limite anche parlando male dello staff. Se gli stai dietro, diventi una presenza constante che li controlla. E questa cosa dal punto di vista delle serenità è stata sicuramente deleteria.
Brajkovic ha raccontato di una sua confidenza messa in piazza: di certo nel mondo del ciclismo si parla tanto…
Secondo me in tutti gli ambiti sportivi ci sono un po’ di ignoranza di fondo e la cattiva gestione della privacy. Per questo si fa resistenza a parlare di certe cose, perché ci si sente stigmatizzati. In più il ciclismo per il suo passato ha rispetto ad altri sport la propensione per l’omertà. Si parla di questi aspetti con grande vergogna, usando perifrasi, perché vengono visti come una debolezza. C’è poca apertura.
Ma alla fine sempre di uomini si tratta e a forza di tirare la corda, poi magari si scopre che un atleta fortissimo come Dumoulin appende la bici al chiodo a 30 anni.
Fanno una vita difficile, ben più che se praticassero uno sport di squadra, in cui puoi prendere casa vicino allo stadio o al palazzo dello sport e organizzarti anche un sostegno, una routine. Questi sono ragazzi che stanno per mesi in altura, poi si spostano di continuo. Lontani dalle famiglie. E’ uno sport che richiede tanti sacrifici e c’è poco tempo per digerire problemi come questi, che vengono fuori di botto e producono cedimenti.
Gli atleti di alto livello vengono monitoratiGli atleti di alto livello vengono monitorati
Nella sua squadra ci sono mai stati casi di disordini alimentari?
Qualcuno al limite c’è stato, ma niente di rilevante. C’è stata attenzione puntuale, nel porsi in maniera corretta nel segno della privacy. Abbiamo individuato una persona sola che parlasse con l’atleta. Se hai un problema e viene da te il dottore, allora magari lo ascolti. Se invece arrivano anche due direttori sportivi, allora magari mi sento preso un po’ in giro e mi girano le scatole. E in questi casi comunque la gestione oculata ha fatto rientrare il campanello di allarme.
Pensa che l’ambiente possa condizionare certe… cadute?
Mi è capitato con alcune squadre femminili, ragazze sotto i 20 anni, con allenatori dell’Est. Le sottoponevano ad allenamenti massacranti e la sera davano loro insalata e bistecca. Zero carboidrati. Facendo così rischi di bruciarti la stagione. Forse erano tecnici provenienti da certi tipi di retaggi passati, che consentivano di uscire dal selciato compensando in altro modo.
Così facendo rischi di bruciare ben più che la stagione…
Ci sono tecnici in Italia che guidano le squadre con delle vere vessazioni psicologiche. Evidentemente parliamo di persone che hanno il pelo sullo stomaco e si disinteressano dei ragazzi, perché se cadono nell’anoressia, sono rovinati per la vita. Magari poi trovano un talento ogni tot corridori e passano per scopritori di campioni, eticamente però la cosa lascia a desiderare. Gli eccessi sono sbagliati. L’anno scorso siamo andati a Sestriere prima del Tour, con il nostro cuoco che cucina benissimo ed era in contatto con il nutrizionista. I corridori facevano il loro lavoro e a tavola si regolavano in base all’esperienza. Lasciate stare che poi alla fine abbiamo vinto il Tour, ma di sicuro un approccio meno rigido spesso funziona più di quel proibizionismo senza eccezioni.
Moreno Moser passa in rassegna le squadre e i corridori. Sarà una sfida Jumbo e UAE, ma ci sono team come la Lidl-Trek e la Alpecin che ci faranno divertire
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Ricordate cosa aveva detto Stefano Garzelli quando decise di concentrarsi sulle corse di un giorno? E ricordate i consigli che aveva dato a Formolo, il quale secondo lui dovrebbe fare la stessa cosa? Ebbene ne abbiamo parlato con il diretto interessato, Davide Formolo appunto.
Il veronese può puntare forte alla Tirreno-Adriatico,ma anche a molte classiche. L’anno scorso fu secondo alla Strade Bianche.Nel 2019 ha vinto il campionato italiano e pochi mesi prima era salito sul secondo gradino del podio alla Liegi.
Formolo soddisfatto, secondo alla Liegi 2019. La corsa che cambiò le sue veduteFormolo secondo alla Liegi 2019. La corsa che cambiò le sue vedute
Davide allora cosa farai: punterai alle classiche o comunque alle corse di un giorno?
Alle corse di un giorno sicuro! I risultati parlano chiaro. Nei grandi Giri mi sono sempre messo alla prova, ma spesso stando a disposizione della squadra e di qualche compagno. Il mio scopo è ancora quello.
Garzelli dice comunque che chi nasce uomo di classifica fa fatica a staccarsi da questa mentalità. Che comunque conviene restarci il più possibile e poi semmai decidere di uscirne o meno per puntare alle tappe. Cosa ne pensi?
Garzelli è un grande. Sono cresciuto guardandolo alla tv e sono lusingato che mi abbia dato dei consigli. E’ condivisibile ciò che dice. E anche a me un po’ dispiace non puntare ai grandi Giri perché penso di non avere mai avuto la possibilità di giocarmi le mie carte al 100%, negli ultimi tre anni soprattutto tra cadute e altri capitani. Alla fine sono stato leader davvero solo al Giro del 2017 quando però sono caduto nelle prime tappe. Senza quell’intoppo sarei entrato in una top 5 se non top 4, magari stando lì mi sarei giocato anche il podio. E poi sono entrato nell’età della maturazione, ma ho dovuto aiutare i compagni.
Ecco, l’età è un aspetto che a Garzelli non è sfuggito. Stefano dice che oggi se a 23-24 anni non hai già vinto un grande Giro o non sei stato lì per farlo sei tagliato fuori dalla classifica.
E’ vero, ha ragione. Il ciclismo è cambiato tantissimo. Io mi paragono a Dombrowski, che vinse il Giro Bio davanti ad Aru. Sono in squadra con lui e mi raccontava che già all’epoca aveva due bici, anche quella da crono, il preparatore personale, il potenziometro… si sapeva allenare. Non era come me, o come molti miei connazionali, che non sapeva se sbattere la testa a destra o a sinistra una volta passato pro’. In Italia, almeno ai miei tempi, passavi dal fare tre-quattro corse a settimana e a staccare gli “amici” in salita al dover programmare gli appuntamenti da professionista. Ma saper fare la vita, capire i periodi di recupero e quelli in cui devi andare forte non è facile. Dombrowski a 17 anni sapeva già tutto, noi andavamo in bici per “diletto”. Questo porta i giovani di oggi ad una maturazione fisica già a 21-22 anni.
Formolo in appoggio a Pogacar (davanti a lui) al TourFormolo in appoggio a Pogacar (davanti a lui) al Tour
Certo però che oggi la UAE Team Emirates è un super squadrone e trovare spazio non è facile sia nei grandi Giri, sia nelle corse di un giorno…
E infatti stare vicino a Tadej (Pogacar, ndr) è il mio scopo. A me chiesero di far classifica quando ero ragazzo, un qualcosa che era più grande di me. Per me non è stato come per Aru che ha avuto l’occasione di stare vicino a Nibali. Giusto un po’ Uran mi ha aiutato a crescere e per me lui resta un esempio.
Perché è importante avere vicino un capitano esperto?
Perché è una svolta: ti dà tranquillità, ti aiuta a gestire tutti i giorni, anche in allenamento.
Se nei grandi Giri c’è Pogacar, nelle corse di un giorno, almeno quelle adatte a te, c’è Hirschi che può toglierti spazio…
Uno così meglio averlo in squadra che contro! Tra l’altro ci hanno messo anche in camera insieme. Guardate la Deceuninck-Quick Step: dominava perché nei finali aveva tre uomini su dieci, una superiorità non solo qualitativa ma anche numerica. Un conto è se mi ritrovo da solo e devo correre dietro a tutti e un conto che siamo in due. Una volta ci va Hirschi e magari io resto a ruota e quando tocca a me sono più fresco.
Quindi partirai alla pari con lui?
Non dovrò lavorare per lui. Poi io comunque farò anche il Giro e quello c’è nella mia testa.
Allora non punti solo alle classiche?
Sarò capitano al Giro ed è un’opportunità che voglio sfruttare e poi andrò al Tour per aiutare Tadej. Al Giro non dico che sono all’ultima spiaggia, ma mi metto in gioco. Prima però ci sono le classiche delle Ardenne, quelle sono il primo obiettivo. Il Giro arriverà sull’onda di quelle corse.
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Per Campagnolo e Colnago, due eccellenze italiane, il 2020 resterà un anno impossibile da dimenticare. Grazie aTadej Pogacarè infatti arrivato il trionfo al Tour de France. Un binomio così perfetto e vincente non poteva certo interrompersi alla fine della scorsa stagione e così anche per il 2021 è stata confermata la partnership tra le due aziende.
Gruppo e ruote
Le Colnago V3RS in dotazione al UAE Team Emirates (in ritiro nella foto di apertura, credit @PhotoFizza) nella nuova stagione saranno equipaggiate ancora con gruppo e ruote Campagnolo. Il gruppo sarà il Super Record EPS Disc Brake, una certezza in termini di precisione e affidabilità. Per quel che riguarda le ruote, Pogacar e compagni potranno invece scegliere tra i modelli Bora WTO e Bora Ultra. Utilizzeranno quindi lo stesso set di telaio, trasmissione e ruote che ha portato il fuoriclasse sloveno alla sua splendida vittoria al Tour de France 2020. La partnership con l’UAE Team Emirates si va ad affiancare alle confermate collaborazioni con Ridley per la Lotto Soudal e con BMC che sarà il partner tecnico della rinnovata AG2R Citroen.
Colnago V3Rs con Super Record EPS e ruote Bora (Credit @PhotoFizza)La Colnago V3Rs con il Campagnolo Super Record EPS e le ruote Bora (Credit @PhotoFizza)
Orgoglio Campagnolo
Nicolò Ildos, Marketing Manager Campagnolo ha sottolineato con queste parole l’importanza dell’accordo raggiunto: «Siamo lieti di annunciare il rinnovo della collaborazione con UAE Team Emirates. Un team con il quale abbiamo sviluppato un ottimo rapporto nel corso degli anni. Il 2020 è stato un anno speciale per la squadra e per Campagnolo. E’ un vero orgoglio dire che Campagnolo ha avuto un ruolo nell’emozionante vittoria di Tadej Pogacar al Tour de France. La Colnago gialla di Tadej, con il gruppo Super Record EPS e le ruote Bora, fa ora parte della storia della nostra azienda e della storia del ciclismo. Le corse sono così importanti per tutti noi, come sappiamo lo sono per Colnago, quindi guarderemo la stagione 2021 molto da vicino e con grande entusiasmo!»
Il miglior partner
Dal canto suo Melissa Moncada, Vicepresidente esecutivo di Colnago ha aggiunto: «Siamo entusiasti di estendere la nostra partnership con Campagnolo per il 2021. In Colnago, ci sforziamo di creare le migliori bici per i migliori ciclisti. Per questo motivo il partner giusto per equipaggiare la V3RS è Campagnolo. La vittoria di Tadej Pogacar al Tour de France la scorsa stagione è stata motivo di grande gioia per l’azienda e non vediamo l’ora che inizi la nuova stagione con l’UAE Team Emirates».
Gianetti negli Emirati ci arrivò nel 2014 e non certo per costruire la squadra che avrebbe vinto il Tour. Gli chiesero di lavorare a un progetto per mettere in bici la gente di laggiù, che per clima e benessere, non godeva esattamente di ottima salute. Lui veniva dal naufragio drammatico di un bel progetto cinese, che attraverso l’accordo con TJ Sport Consultation avrebbe portato risorse importanti nella Lampre di allora. Sembrava tutto fatto, ma la morte improvvisa del referente orientale fermò ogni possibile sviluppo.
Ai Campi Elisi c’era anche Gianetti. La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesaLa vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa
Oggi Mauro Gianetti è il grande capo della Uae Team Emirates e forse, come vedremo, dirlo così suonerà riduttivo. Corridore professionista dal 1986 al 2002, 17 vittorie fra cui un’Amstel e la Liegi, dopo alterne vicende da team manager, nel 2014 approdò appunto negli Emirati. Il nostro viaggio ideale inizia da lì e si conclude sul podio dei Campi Elisi, mentre Mauro è in viaggio davvero e guida a 30 all’ora dietro uno spazzaneve, con lo sguardo laggiù, nel deserto degli Emirati.
La situazione era davvero così precaria?
Non avevano uno stile di vita sano, diciamo. Il diabete si stava diffondendo a macchia d’olio e c’era bisogno di un intervento dalle scuole, per raccogliere frutti a lungo termine. Così cominciammo a progettare piste ciclabili e infrastrutture e, in questi ultimi anni, il ciclismo è diventato uno sport molto importante. La squadra poteva essere una motivazione per i giovani e questo in effetti si è avverato, con la voglia di emulare i campioni. Ma davvero il professionismo è la punta dell’iceberg. Si è messo in moto un volano. Sono arrivati sponsor con la voglia di investire sul territorio, facendo progetti per la mobilità lenta e per cambiare lo stile di vita del Paese. Con la Youth Academy siamo entrati nelle scuole e la risposta delle persone è stata incredibile.
Abbiamo visto foto di piste ciclabili…
Quella su cui si correrà la cronometro dello Uae Tour ha due anni. Inizialmente era scollegata dalla città, ora hanno fatto anche il raccordo. E il bello è che oltre alla ciclabile per i grandi, c’è tutto un sistema di infrastrutture, che vanno dai percorsi per i bimbi alle officine. Se ne era parlato, poi sono tornato a casa e alla visita successiva ho trovato tutto già fatto.
Kristoff maestro di ciclismo (Photo Fizza)
La squadra al servizio dei bimbi emiratini (Photo Fizza)
Non sapevano nemmeno chi fosse Gaviria (Photo Fizza)
Un gruppone entusiasta: sale la pratica del ciclismo (Photo Fizza)
C’è anche Yousif Mirza, campione Uae (Photo Fizza)
Nella pista di Abu Dhabi anche gli adulti (Photo Fizza)
Posizione, frequenza di pedalata, divertimento: Laengen al lavoro (Photo Fizza)
Con Aru e Ulissi, campioni del Giro (Photo Fizza)
Gianetti spiega le regole del grande gioco della bici (Photo Fizza)
Kristoff maestro di ciclismo (Photo Fizza)
La squadra al servizio dei bimbi emiratini (Photo Fizza)
Non sapevano nemmeno chi fosse Gaviria (Photo Fizza)
Un gruppone entusiasta: sale la pratica del ciclismo (Photo Fizza)
C’è anche Yousif Mirza, campione Uae (Photo Fizza)
Nella pista di Abu Dhabi anche gli adulti (Photo Fizza)
Posizione, frequenza di pedalata, divertimento: Laengen al lavoro (Photo Fizza)
Gianetti spiega le regole del grande gioco della bici (Photo Fizza)
Con Aru e Ulissi, campioni del Giro (Photo Fizza)
I bambini delle scuole non hanno mai visto passare il Giro d’Italia…
Il bello infatti è che non sanno chi siano Pogacar e Gaviria. Eppure vedere due ragazzi come loro mettersi lì a insegnare come si va in bici è stato bellissimo. Sono tornati bambini e hanno capito che il loro scopo non è solo correre. Peccato che nell’ultimo ritiro a causa del Covid non abbiamo potuto rifarlo.
Nel 2014 nascono i progetti, nel 2018 parte la squadra.
E anche il mio ruolo ha iniziato a cambiare. Inizialmente ero più impegnato sul territorio, perché c’erano sponsorizzazioni e progetti che andavano a scadere e si dovevano completare. Poi gradualmente ho preso in mano tutto e negli ultimi due anni le cose sono ben chiare. Abbiamo creato un gruppo con ruoli ben precisi e anche i corridori ora hanno i loro riferimenti.
Come si può leggere in questo contesto l’acquisto della Colnago?
Colnago è un’eccellenza. Ernesto era arrivato a un punto in cui voleva comunque garantire futuro e sviluppo all’azienda e il fatto che la squadra corresse con le sue bici ha inciso. Ma credo che la spinta iniziale sia stata proprio il fatto che si parlasse di una prestigiosa azienda di nicchia, come Met che ci fornisce i caschi. Non un’azienda con il fatturato miliardario, ma capace di creare ottime biciclette.
Nel 1995 corre con la Polti e vince la Liegi
La settimana successiva l’Amstel, battendo Cassani
Nel 2003 è alla Vini Caldirola, con Franco Gini come diesse
Nel 1995 corre con la Polti e vince la Liegi
La settimana successiva l’Amstel, battendo Cassani
Nel 2003 è alla Caldirola, con Gini come diesse
Intanto la squadra cresceva.
Le basi per un’evoluzione tecnica le avevamo poste dall’inizio, collaborando per la preparazione con le Università olandesi. Ora abbiamo introdotto altre collaborazioni per avere analizzatori di dati più sofisticati. E tanto lavoro si ripercuote anche sull’immagine che la squadra sta iniziando ad avere. Se prima eravamo noi a cercare delle figure, oggi piovono richieste di collaborazione.
E con l’immagine sono arrivati i risultati.
Frutto del lavoro, ma arrivati in anticipo. Al Tour ci aspettavamo di essere protagonisti, non di vincerlo così presto. Ma quando hai un corridore con così tanto talento, le sorprese forse non sono nemmeno troppo inattese. Quello che dispiace è che, per i vari incidenti e i ritiri, è uscito sminuito il lavoro della squadra, che invece è stato eccellente. Noi lo abbiamo notato. Stiamo crescendo, siamo sulla buona strada.
Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Diciamo che avere le spalle coperte economicamente è un bell’incentivo a lavorare bene.
E’ il vantaggio di avere un progetto più ampio del vincere corse in bicicletta, che poi è il punto di partenza di tutto il viaggio. Tutti gli sponsor hanno accordi a lungo termine, di almeno 4 anni, perché l’obiettivo è creare il movimento della bici negli Emirati, per stimolare la gente di lì. Molte ciclabili ci sono già, a breve ne sarà inaugurata una di 68 chilometri. Si può fare il giro di Abu Dhabi con un anello che ne misura 90, in un quadro di 1.234 chilometri di piste già fatte.
Il tuo ruolo resta trasversale, quindi?
Avendo iniziato con quel progetto come consulente, direi proprio di sì.
Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
La vostra squadra ha subito la prima… sportellata del Covid, finendo tutta in quarantena giusto un anno fa.
E’ vero, siamo stati fra i primi e questo ci ha permesso di capirne la portata, vedendo la sofferenza negli atleti più giovani. E’ il motivo per cui abbiamo messo in atto un sistema interno per la sanificazione di ogni cosa, per combattere il rischio di contagio. Ed è il motivo per cui abbiamo approfittato della possibilità offerta dal Governo di vaccinare tutta la squadra. Non cambierà nulla per le precauzioni da adottare nelle corse, ma ci fa stare più tranquilli.
Si parlava di Pogacar.
Tadej è un talento, ha vinto bene. Chiaro che alcuni avversari non ci sono stati, ma ugualmente torneremo al Tour con grandi motivazioni e la consapevolezza di poterlo rifare.
Nel frattempo vi siete rinforzati.
Siamo partiti dal presupposto di non dover prendere per forza chissà quanti corridori. La regola è valutare prima il tipo di persona e poi l’atleta. Abbiamo preso Trentin, Majka e Hirschi. Ma sono arrivati anche due direttori sportivi eccezionali come Baldato e Guidi, due uomini con esperienza e professionalità. Bisogna dare la priorità all’ambiente che creiamo, perché ormai parliamo quasi di 100 persone.
Un piccolo paese! Avresti mai immaginato uno sviluppo così quando eri alla Polti con Stanga e Zenoni?
Se guardo a quando passai nel 1986 alla Cilo-Aufina, avevamo 6 bici di scorta per tutta la squadra, due macchine e un furgone. Da Stanga e Zenoni ho imparato che ogni persona in squadra deve avere il suo peso specifico ed è quello che poi ho visto e riproposto nella mia carriera.
Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Carriera che potevi aspettarti così?
Ero un buon corridore, ma non un grandissimo talento. Ho sempre lavorato tanto, ma era più questa la mia idea di futuro. Avevo la visione che un giorno avrei avuto la mia squadra, guardavo per capire e mi relazionavo con gli sponsor. Era il mio scopo. Ho cominciato con la Caldirola e poi sono sempre cresciuto. La Cina poteva essere un bel salto, ma morì colui che davvero credeva nel progetto. Sì, questo è il mestiere che ho sempre voluto fare.
C’è ancora posto per la bici?
Sempre, poco ma spesso. Almeno 4-5 volte alla settimana. Un’ora e mezza, non di più. Lavoro così tanto, di giorno e anche la notte, che se rubo un’ora per andare in bici, non faccio torto a nessuno. In più credo che lo sport faccia bene, al fisico e alla mente. E se ci pensate, è il motivo per cui sette anni fa si è messo in moto tutto questo…
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Il centro di ricerche Mapei Sport, punto di riferimento assoluto per chi pratica attività sportiva a livello agonistico, lo scorso anno ha deciso di affidare ad ASKYClean s.r.l. SB, Società Benefit varesina, la definizione dei propri protocolli di sanificazione finalizzati a consentire di effettuare le proprie attività nella massima sicurezza. I protocolli sono stati scritti dal Prof. Maurizio Podico Direttore scientifico di ASKYClean, Biologo e-docente presso l’Università degli Studi di Parma. Da tale iniziativa nasce una forte collaborazione anche con il mondo medico e diagnostico, in prima linea per la lotta contro il Covid 19.
Il legame con il ciclismo
Il mondo del ciclismo ha conosciuto ASKYClean in occasione del Giro d’Italia dello scorso anno quando la carovana rosa ha viaggiato per tre settimane chiusa in una bolla creata appositamente per salvaguardare la salute di atleti, personale dei team e membri dell’organizzazione. In quell’occasione gli organi di stampa sono rimasti particolarmente incuriositi dalla grande attenzione e cura che il Team UAE Emirates dedicava quotidianamente alla sanificazione di tutti gli ambienti frequentati da atleti e personale della squadra. Gli autori dell’attività di sanificazione erano appunto gli operatori di ASKYClean la cui mission consiste nell’accrescere la sicurezza degli ambienti di lavoro e di vita quotidiana cercando di ridurre l’impatto delle attività dell’uomo sull’ambiente.
Un protocollo specifico
Per raggiungere questi importanti obiettivi è stato creato il “Protocollo di sanificazione integrato ASKYClean”. Quest’ultimo prevede l’utilizzo del perossido di idrogeno che non solo è il gold standard per l’efficacia come sanificante, ma anche l’unico principio attivo che non crea sostanze tossiche in quanto genera solo acqua a ossigeno.
Tecnologia avanzata
ASKYClean aveva già avuto contatti con il mondo del ciclismo collaborando con il Team Astana durante il Giro d’Italia 2019 per la sanificazione di tutti gli ambienti. I risultati erano stati così soddisfacenti da attirare l’attenzione di diverse Universitàe per quel che riguarda il ciclismo del Team UAE Emirates. Proprio quest’ultimo ha voluto accanto a sé i tecnici di ASKYClean in tutte le gare a calendario nella stagione 2020. La professionalità messa in campo e i risultati raggiunti nascono anche dalle scelte tecnologiche che l’azienda ha messo in atto fin da subito, attraverso l’impiego del “MicroDefender”. Questo macchinario che è solitamente usato in sala operatoria, ha garantito la perfetta esecuzione e diffusione del Protocollo ASKYClean.
A destra il MicroDefender utilizzato durante l’ultimo Tour de France (Credits PhotoFizza)A destra il MicroDefender durante l’ultimo Tour (Credits PhotoFizza)
Insieme alla maglia gialla
Da inizio Agosto a fine Ottobre lo staff di ASKYClean ha seguito il Team UAE Emirates per ben 96 giorni di gara (Tour de France, Giro d’Italia, Vuelta ecc.) effettuando complessivamente 5.394 sanificazioni. Microdefender è stata così compagna di viaggio di Tadej Pogacar nella conquista del Tour de France. Un pezzo della maglia gialla dello sloveno è molto probabilmente il risultato del lavoro svolto con massima cura e attenzione da parte dei tecnici di ASKYClean. Durante le tre settimane di gara hanno garantito un clima di sicurezza in grado di condizionare positivamente la serenità mentale dell’atleta.
Anche nelle moto
La vicinanza al mondo dello sport da parte di ASKYClean è, inoltre, confermata dalla collaborazione per tutta la passata stagione con il Team MV Agusta impegnato nel Mondiale in Moto2.
Ambienti sanitari
Vanno inoltre segnalate le numerose attività svolte in RSA, a supporto delle attività volontarie mediante la sanificazione di mezzi di soccorso. Da segnalare la collaborazioni con due eccellenze del mondo sanitario varesino quali il Centro Medico Polispecialistico Sirio e il Nuovo Centro Fisioterapico di Medicina Isber. Entrambe le strutture hanno deciso di adottare i Protocolli ASKYClean e sono trattate regolarmente e costantemente in maniera tale da assicurare ai pazienti la certezza di essere assistiti e curati in un ambiente completamente sicuro.
Sanificazione autonoma
ASKYClean si occupa anche di formazione del personale per mantenere sicuri gli ambienti dopo che sono stati sanificati. Non manca poi la vicinanza alla Polstrada di Varese con una serie di interventi a tutela della sicurezza del personale operativo. Altra collaborazione con l’Ippodromo di Varese dove, dopo ogni corsa, vengono sanificati gli alloggi e le stanze dove svolgono il loro lavoro gli stallieri. Il prossimo obiettivo al quale stanno lavorando i tecnici di ASKYClean è quello di permettere a ciascun individuo di sanificare autonomamente la propria abitazione.
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Ci sarà da vedere sul campo se la serenità che al momento è il mood permanente di Tadej Pogacar sia vera o sia piuttosto il modo di tenere lontane le tensioni in una fase dell’esistenza in cui il Covid, le barriere artificiali e le distanze geografiche rendono ogni confronto più ovattato.
Lo sloveno vincitore del Tour tutto sommato ha avuto svariate occasioni per raccontare il suo pazzo 2020, ma ha dovuto/potuto farlo davanti allo schermo di un computerche ha permesso alle sue emozioni di passare inosservate e impedito a chi poneva le domande di percepire il fremito dell’esitazione e il brillare dell’orgoglio. Un po’ come definire “corsa” la sfida virtuale sui rulli. L’avversario devi averlo accanto e subirne o imporgli lo sguardo per poter dire di essere stato più forte o battuto con merito.
Aver avuto il vaccino prima di tutti lo mette al riparo da grandi preoccupazioni (foto Fizza)Il vaccino lo mette al riparo dalle preoccupazioni (foto Fizza)
Vaccino: fatto!
Fra i primi passi nel lanciare il nuovo anno, lo sloveno della Uae Team Emirates ha potuto godere come i compagni del vaccino cinese che in qualche modo renderà più semplice la vita al suo team, nel consueto “liberi tutti” del ciclismo in cui chi prima arriva alla cura, per primo ne trae vantaggio. Che cosa succederà se di colpo le compagnie aeree e i Paesi chiederanno il passaporto vaccinale e soltanto una squadra lo avrà in mano? Il ciclismo si fermerà ancora? Sgombrato comunque il campo dalla preoccupazione del Covid, la sua attenzione si è così concentrata nuovamente sul Tour.
Alla Planche des Belles Filles, Pogacar sfinito dopo l’arrivo: «Potevo anche saltare io»Alla Planche des Belles Filles: «Potevo anche saltare io»
Qual è ora la tua preoccupazione?
Ora devo solo essere preparato fisicamente, come lo sono stato l’anno scorso e avere un buon supporto dalla squadra. Essere il vincitore uscente del Tour sarà molto, molto più difficile. E’ la prima volta che difendo una vittoria e sarà una cosa completamente nuova per me. Ma penso che se ci vado preparato e motivato, potrò fare ancora bene.
Qualcuno si è stupito delle tue prestazioni.
Ma dalla mia esperienza alla Vuelta del 2019, io sapevo di poter fare bene nella terza settimana di un grande Giro e questo mi ha dato fiducia quando siamo arrivati alla fine del Tour. Ho passato un paio di tappe in cui non mi ero sentito troppo bene, ma alla fine ero sempre con Roglic. Non si può dire che sia stato meno forte di lui. Per questo penso che lui e i suoi compagni abbiano parlato nella foga del momento. In quella crono non c’è stato niente di incredibile.
L’autista del pullman ci ha raccontato che scendendo per il riscaldamento hai visto i meccanici che preparavano la bici bianca per Parigi e hai chiesto perché non fosse gialla…
Stavo bene, ma quella è stata una battuta. Le cronometro sono abbastanza semplici, specialmente l’ultimo giorno, quando sai che quello sarà anche l’ultimo grande sforzo che dovrai fare. Sarei anche potuto scoppiare sulla salita finale e perdere il podio, ma per fortuna non è successo. Ho vissuto una giornata fantastica. Mi sono riscaldato bene, ho fatto un ottimo cambio di bici e ho dato tutto. Ho capito di aver vinto solo dopo aver passato la riga.
Alla Vuelta 2019, Tadej Pogacar aveva già tenuto testa a Roglic e Valverde, vincendo la penultima tappaAlla Vuelta 2019, Pogacar si era misurato con Roglic e Valverde
Quali sono state le tappe difficili di cui hai parlato?
Quelle in cui ho perso Aru e Formolo, che non sono stati bei momenti per la squadra. E poi è stato duro anche il giorno dei ventagli, dove abbiamo perso troppo terreno.
Con quale spirito si ricomincia?
Quello di ogni anno, in realtà. Con l’attesa delle prime corse per scacciare la paura di non essere migliorato e tutti gli scongiuri per non avere sfortuna. In realtà per ora non ci sono grossi ostacoli. Se rimarrò concentrato e andrò avanti con gli stessi obiettivi e la stessa motivazione, penso che continuerò a migliorare.
Quanto ti infastidisci o trovi insolito dover già parlare del Tour?
Sono il vincitore uscente e di sicuro sono anche un favorito, ma non so se sono il favorito principale. Ci sono molti corridori e c’è ancora molta strada da fare. Vedremo prima del Tour chi sarà l’uomo su cui scommettere, chi avrà vinto il maggior numero di gare prima e arriverà più forte in Francia.
E’ stato davvero così stressante quest’ultimo inverno?
Non è stato un grosso ostacolo. E’ parte del mio lavoro. Cerco sempre di ricavarmi del tempo tutto mio al di fuori delle corse e degli impegni con la stampa e questo mi permette di rimanere rilassato. Credo che la mia vita non sia cambiata poi molto.
Aver vinto ti ha dato più fiducia in Tadej Pogacar?
Forse un po’, ma io sono sempre stato fiducioso e realistico circa le mie capacità. Sarò ancora super motivato per questa stagione, ma di sicuro sono più rilassato ora di quanto non fossi prima. Non dimentico il passato, ma non penso sempre a quello che ho fatto e non ne parlo, perché è già successo. Voglio concentrarmi sulle prossime gare.
Concentrazione al via dei mondiali di Imola: la testa è l’arma in più di Tadej PogacarConcentrazione al via dei mondiali: la testa è la sua arma in più
Le attese logorano?
Non credo. Anzi, è più difficile far passare i giorni vuoti di tensione. Mi aspetto che le corse saranno dure e veloci come sempre e il livello sempre più alto.
Vincere il Tour è stato uno step importante, paragonabile in proporzione alla vittoria nel Tour de l’Avenir?
Sono stati tutti e due molto impegnativi, ma restano difficili da comparare, perché li ho vissuti in due fasi molto diverse della mia carriera. Di certo in entrambi i casi ho dovuto dare il mio meglio.
Pensi che sarà dura ora contenere il ritorno di corridori come Nibali e la voglia di riscatto di Evenepoel?
Sono entrambi corridori di punta ed entrambi hanno qualità uniche. Ma ancora una volta cercherò di restare concentrato su me stesso più che sui miei avversari.
Pensi di aver vinto il Tour più con le gambe o più con la testa?
E’ stato un mix perfetto, ma non dimenticherei la squadra. Ho avuto un grande supporto. E anche nei momenti in cui sembrava che fossi da solo, non mi sono mai sentito davvero isolato.
Il condominio in cui vivono insieme Valerio Conti, Davide Formolo e Tadej Pogacar sta in un quartiere di Monaco che si chiama Fontvieille e si allunga verso la Francia. Il romano, che combatte ancora con la lussazione della spalla ma è ugualmente in partenza per il primo ritiro, giura che è stato quasi per caso, ma che su quelle scale si è creata una piccola enclave della Uae Team Emirates che darà certamente i suoi frutti anche in corsa. Nel condominio a rendere il quadro più variopinto, vivono anche Diego Rosa e sua moglie Alessandra.
Il Natale ad esempio l’hanno passato in sei. La famiglia Formolo, con mamma Mirna e la piccola Chloe. E con loro Valerio, la sua compagna Michela e il cane Zoe. Pogacar non c’era, è tornato nel condominio da un paio di giorni e ha trascorso le Feste in Slovenia.
«Sarei rientrato volentieri a Roma – ammette Conti – ma avrei dovuto fare due settimane di quarantena. E a quel punto, tornare per restare chiuso in casa non aveva troppo senso. Nel frattempo ho tolto il tutore e mi sforzo di tenere la spalla vicina al corpo. Da un paio di giorni pedalo sui rulli e fra una settimana vorrei tornare in bici».
Valerio Conti ha corso il Giro d’Italia 2020 in appoggio a Diego Ulissi Conti ha corso il Giro 2020 per Ulissi
Valerio è stato stretto da un’auto contro la scarpata e gli è andata anche bene, perché invece di rompersi la spalla ha avuto la blanda lesione di un legamento, che continuerà a fargli male e a condizionarlo psicologicamente, ma alla lunga andrà perfettamente a posto.
Come va nel condominio?
I primi siamo stati Formolo e io, dato che Michela è amica di Mirna. Poi sono arrivati Tadej e la sua compagna Urska. Stiamo bene. Pur avendo allenatori diversi riusciamo a fare i nostri giri insieme e questo è importante anche per farsela passare meglio. In più spesso usciamo a cena insieme. A Natale e a Capodanno invece siamo stati insieme a Formolo, perché non si poteva uscire. Proprio come in Italia.
Com’è la zona?
Si chiama Fontvieille e sta proprio alla fine del Principato di Monaco. Due pedalate e siamo in Francia. Si esce subito da casa e non c’è traffico. Si fa una galleria che sale quasi a chiocciola e si prende la strada per allenarsi, che corre lungo il mare e porta verso il Col d’Eze verso Nizza, oppure verso l’Italia.
Mai freddo e sempre sole?
Il clima è spettacolare, meglio che a Roma. Da noi d’inverno può fare caldo, ma in certe zone dei Castelli c’è ombra e fa comunque molto freddo. Qua in un’ora di bici hai tutto quello che serve per fare i lavori specifici ed è sempre in pieno sole. Forse c’è poca pianura, ma giusto questo.
Fontvieille, ultima propaggine di Monaco verso la Francia: il condominio in cui vivono i tre si trova quiIl condominio si trova a Fontvieille, propaggine di Monaco
Quindi si può uscire di buon’ora non dovendo aspettare che l’aria si scaldi?
A dire il vero, non mi piace partire troppo presto. Diciamo che le 9,30-10 sono un orario congruo.
Di fatto da quelle parti vive mezzo gruppo del WorldTour…
E’ bello per quando ti alleni e per le cose burocratiche. Si mettono insieme tutte le esperienze e questo per la quotidianità fa una grande differenza. Ci sono parecchi compagni di squadra. Trentin sta proprio a Monaco, mentre a Bordighera ci sono Oliviero Troìa e Stake Laengen che però ha la residenza da qualche altra parte, non a Monaco e nemmeno in Norvegia.
Come va la quasi convivenza con Pogacar?
E’ semplicissima e non lo dico perché siamo compagni di squadra. Gli piace divertirsi, non fa vita di clausura. Del resto, ha 22 anni! Gli viene tutto facile. Dire che potesse vincere il Tour era un azzardo, ma visto quante tappe dure aveva vinto nel 2019 alla Vuelta? E al Tour non ha mai perso il filo della corsa e ha vinto praticamente senza squadra.
Sai già quale sarà il tuo programma di gare?
Non è ancora ben definito. Dovrei fare il Giro e Tadej il Tour, mentre saremo insieme ai Paesi Baschi. In realtà non mi dispiacerebbe fare il Tour, ma non entrambi perché sono troppo ravvicinati e a giugno avrei in programma il Giro di Slovenia. Il mio calendario fino al Giro sarà bello pieno.
Davide Formolo e Tadej Pogacar: a detta di Conti due pianeti completamente diversiFormolo e Pogacar, due pianeti diversi
Dici che in corsa aiuterà questo buon vicinato?
Al 100 per cento. Già ti impegni sempre, ma per un amico ti impegni di più. Lo vedo quando corro con Ulissi. Credo che anche stare a ruota di uno che conosci sia un vantaggio.
Nel condominio c’è anche Formolo.
Altro buon amico, ma con un’altra testa. Davide cambia idea in continuazione su tutto. E anche in corsa, il rendimento va di pari passo con il carattere. Formolo parte sempre a bomba nelle prime tappe e poi cala. Pogacar ha un gran motore, come ce ne sono altri. Ma ha un recupero straordinario, come in giro non ce ne sono. La sua forza è quella, nell’ultima settimana va sempre più forte e sapete anche perché? Perché si stressa talmente poco, che non butta via energie in pensieri e ansie.
Chi ha cucinato a Natale?
Le signore. E devo dire che si sono date da fare. A Capodanno invece hanno un po’ tirato i remi in barca. Abbiamo ordinato un hamburger enorme al ristorante romano che si chiama “Ai tre Scalini” e loro hanno fatto i dolci e le lenticchie.
Il 2021 è ricominciato sui rulli?
Ma non tantissimo. Faccio 40 minuti la mattina e 40 il pomeriggio. Ora posso poggiare la mano sul manubrio, ma sto già facendo le valigie. Vado in ritiro. E tra una settimana voglio tornare su strada.